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[2000]lo specchio, il giudice, il termometro di tutto ciò ch’è moderno. La ragione si è che la nazione francese è la più socievole di tutte, la sede della società, e non vive quasi che di società. Ora, lasciando stare che lo spirito umano non fa progressi generali o nazionali se non per mezzo della società, e che dove la società è maggiore per ogni verso, quivi sono maggiori i progressi del nostro spirito; e quella tal nazione si trova sempre, almeno qualche passo, più innanzi delle altre, e quindi in istato più moderno; lasciando questo, osservo che la società e la civiltà tende essenzialmente e sempre ad uniformare. Questa tendenza non si può esercitare se non su di ciò che esiste, e l’uniformità che deriva sempre dalla civiltà, non può trovarsi nè considerarsi che in quello che successivamente esiste in ciaschedun tempo. Quindi è che la nazione francese essendo sempre più [2001]d’ogni altra uniformata nelle sue parti, in virtù della eccessiva società, e quindi civiltà di cui gode, ella non può esser mai in istato antico, perchè altrimenti non sarebbe uniforme a se stessa. Cioè que’ francesi che in ciascun tempo esistono sono sempre uniformi tra loro, e non agli antichi, altrimenti non sarebbero uniformi agli altri francesi contemporanei. E così ogni novità di costumanze o di opinioni, ogni progresso dello spirito umano divien subito comune ed universale in Francia, mercè della società che in un attimo equilibra fra loro, e diffonde, e uniforma, e generalizza e pareggia il tutto.

Ecco la ragione per cui la Francia dovette necessariamente rinunziare alla sua lingua e parole antiche; per cui la sua lingua ebbe bisogno di una totale riforma ed innovazione; per cui essa è precisamente e sotto ogni rapporto lingua moderna. [2002]Giacchè la lingua non può non esser quello che è la nazione che la parla.

Dalle dette ragioni però seguita che lo stato, i costumi, lo spirito della nazione francese, deve rapidissimamente e senza interruzione e universalmente venirsi cambiando, ed esser soggetto a molto maggiori e più spessi (anzi continui) cambiamenti, che non sono le altre nazioni. E tanto più quanto più s’avanzerà, e quanto più corre il tempo, giacchè la velocità dello spirito umano, menoma ne’ suoi principii, e poco diversa dallo stato di quiete, si accresce in proporzione degli spazi e de’ suoi stessi progressi ec. come la gravità accelerata.

Lo stesso dunque deve infallibilmente accadere alla lingua francese. Essa dovrà essere istabilissima, cambiare spessissimo non solo nelle parti, ma nell’indole, perchè ciò che oggi è moderno diverrà presto antico per la nazione francese, siccome già per lei [2003]non è più moderno ciò che fu al tempo di Luigi 14. quando la sua presente lingua fu stabilita. La sua lingua avrà sempre bisogno di nuove riforme somiglianti a quella d’allora. Essa è dunque fra tutte le moderne e antiche, la più suscettibile, anzi soggetta inevitabilmente alla corruzione, e alla più pronta corruzione, perchè lo spirito e i costumi e le opinioni di coloro che la parlano, sono le più soggette a mutazioni, ed alle mutazioni e rinnovazioni le più frequenti. Nè avranno i francesi come porre argine alla corruzione della lingua loro, ricorrendo allo studio degli antichi, perchè non potranno mai scrivere come gli antichi, ma solo ed appunto come i moderni; e non potranno imitare in nessuna cosa i passati, essi che per esser sempre uniformi tra loro, come l’estrema società gli sforza, non [2004]potranno imitar mai, e non imitano se non i presenti; consistendo il sommo e necessario pregio di un francese nell’essere perfettamente simile a questi in ogni cosa.

Le stesse ragioni pertanto che gli allontanarono dagli antichi al tempo della riforma, gli allontaneranno (massime nella lingua) da’ loro classici, quando saranno abbastanza antichi, siccome già ne gli allontanano visibilmente.

(27. Ott. 1821.)

Alla p.1136. fine. Tutte queste ragioni fanno che le radici della lingua greca paiano infinite (siccome per simili ragioni accade nella lingua italiana che ha gran rapporti in ciò, come in ogni altra cosa, colla greca); laddove elle sono pochissime, come necessariamente in tutte le lingue. E si considerano come radicalmente diverse delle parole che vengono dalla stessa origine, [2005]o che sono esse medesime una sola radice: vale a dire si crede che la tal radice sia diversa da un’altra, ed è la stessa (benchè non si possa più nè provare nè meno scoprire); si crede che il tal derivato non abbia radice nota, e l’ha, che sia radice e non è, che venga da una radice diversa da quella del tal altro derivato, e viene da essa medesima ec.

(27. Ott. 1821.)

L’ebraico manca si può dire affatto di composti, e scarseggia assaissimo di derivati in proporzione delle sue radici e dell’immenso numero di derivati che nello stesso ragguaglio di radici, hanno le altre lingue. Ciò vuol dire, ed è effetto e segno che la lingua ebraica è se non altro l’una delle più antiche. L’uso dei composti (de’ quali mancano pure, cred’io, tutte le lingue orientali affini all’Ebraica, l’arabica ec.) non è infatti de’ più naturali [2006]nè facili ad inventarsi, e non sembra che sia stato proprio delle lingue primitive, nè l’uno di quei mezzi, co’ quali esse da principio si accrebbero. Infatti lo spirito umano trova per ultimi i mezzi più semplici, qual è questo di comporre con pochi elementi un vasto vocabolario, diversissimamente combinandoli. Siccome appunto accadde nella scrittura, dove da principio parvero necessari tanti diversi segni quante sono le cose o le idee. Così dunque nelle radici ec. Bensì naturalissimo e primitivo, e l’uno de’ primi mezzi d’incremento che adoperò il linguaggio umano, è l’uso della metafora, o applicazione di una stessa parola a molte significazioni, cioè di cose in qualche modo somiglianti, o fra cui l’uomo trovasse qualche analogia più o meno vicina o lontana. E di metafore infatti abbonda il vocabolario ebraico, e gli altri orientali, cioè quasi ciascuna parola ha una selva di significati, e sovente [2007]disparatissimi e lontanissimi, fra’ quali è ben difficile il discernere il senso proprio e primitivo della parola. Così portava la vivezza dell’immaginazione orientale, che ravvicinava cose lontanissime, e trovava rapporti astrusissimi, e vedeva somiglianze e analogie fra le cose più disparate. Del resto senza quest’abbondanza di significazioni traslate, e questo cumulo di sensi per ciascuna parola, la lingua Ebraica e le sue affini, non avrebbero abbastanza da esprimersi, e da fare un discorso ec.

(28. Ott. 1821.)

Alla p.1974. La lingua latina è fra tutte quante la meno adattabile alle cose moderne, perch’essendo di carattere antico, e proprissimo, e marcatissimo, è priva di libertà, al contrario delle altre antiche, e quindi incapace d’altro che dell’antico, e inadattabile al moderno, a differenza della greca. Quindi venne e ch’ella [2008]si corrompesse prestissimo a differenza pur della greca, e ch’ella dovesse cessare di esser lingua universale, per intendersi scambievolmente, come oggi col francese, e molto più di servire agli usi civili e diplomatici ec. ed essere adoperata dai letterati e dai dotti in luogo delle parlate; dovesse dico cessare appena i tempi presero uno spirito determinato e proprio, al quale il latino era inadattabile. Ciò forse non sarebbe accaduto alla lingua greca, e s’ella ne’ bassi tempi fosse stata universale in Europa, come lo fu la latina, e com’essa l’era stata anticamente, e massime in oriente, forse ella non avrebbe perduto ancora questa qualità, e noi ci serviremmo ancora tra nazione e nazione di una lingua antica, e in questa scriveremmo ec. Nel che saremmo in verità felicissimi per la infinita capacità, potenza, e adattabilità di quella lingua, [2009]unite alla bellezza ec. che la fanno egualmente propria e bastante e all’immaginazione e alla ragione di tutti i tempi. Così sarebbe accaduto se l’armi greche avessero prevaluto in Europa alle latine. Ed infatti la lingua tedesca che è similissima alla greca, ec. - V. appresso un mio pensiero su questo particolare.

(28. Ott. 1821.)

Alla p.1167. fine. Fluitare denota un participio fluitus di fluere (del qual verbo lo riconoscono derivato, chiamandolo suo frequentativo) in luogo di fluxus, da cui si sarebbe fatto fluxare. Fluxus è infatti un participio irregolare. Regolare par che sarebbe flutus, come da induere, indutus, e dall’inusitato nuere, l’inusitato nutus, o il supino nutum, da cui abbiamo e di cui fa fede il continuativo nutare, e il verbale nutus sostantivo, (come jussus us, effectus us, sumptus us, ductus us ec. ec. nisus us, visus us, ec., risus [us] ec., situs us, positus us, ec. sortitus us ec. victus us ec. ec.) e così adnutare da adnuere, abnutare da abnuere ec. Ed io [2010]credo effettivamente che il vero benchè disusato participio (o supino) di fluere fosse flutus onde flutare che si trova infatti in Lucrezio, detto più modernamente fluitare. Onde si può confermare la lezione Lucreziana che alcuni volgono in dubbio, e cangiano in fluctat e fluctuat. V. poi un altro esempio di flutare o flutari nel Forcell. voc. fluta, che non sembra essere altro che un participio femminile sostantivato come il greco rpuÝa  da ‘rpv inusitato. Forse anche fluctuare si disse originariamente fluctare, e non fu che un continuativo di fluere da un altro suo participio fluctus, giacchè fluctus us, non credo essere altro che un verbale di fluere, come nutus us di nuere, jussus us di jubere ec. i quali nel nominativo singolare non hanno altra forma che quella del participio in us de’ verbi da cui derivano. Ovvero fluctare verrà da fluctum supino ec. Anticamente si disse fluctus i, come jussus i, ec. In verità fluctuare viene da fluctus us, come effettuare da effectus us, e non è continuativo. V. p.2019.

Funditare dinota parimente l’antico [2011]funditus di fundere, in luogo di fusus.

(28. Ott. 1821.). V. p.2020.

Alla p.1201 marg. Ed è veramente curioso ch’egli cada spessissimo in questo errore di chiamare i verbi in itare frequentativi di quelli ch’io chiamo continuativi, come mersitare di mersare, nel tempo stesso che anche questi li chiama frequentativi, come appunto chiama mersare. Dunque i verbi in itare saranno frequentativi de’ frequentativi. E che cosa vorranno dire? Si vede bene ch’egli non aveva posto mente a quello ch’io ho notato, cioè che non meno i frequentativi che i continuativi derivano unicamente dai participi in us de’ loro positivi.

Del resto potrà, come ho detto, essersi talora formato il verbo in itare dal continuativo in are, quando questo col lungo uso, come spessissimo accadde, aveva preso faccia e significato proprio, e di verbo positivo, sinonimo di quello da cui derivò, o non sinonimo, ma affatto indipendente da esso.

(29. Ott. 1821.)

[2012]Alla p.1271. mezzo. In prova di questo ch’io dico, cioè che le nazioni si comunicarono gli alfabeti scambievolmente, e che quando questa o quella nazione cominciava ad istruirsi, pigliava l’alfabeto di quella da cui le venivano i primi lumi, perocchè essa in realtà non l’aveva, nè sapeva scrivere; e che ciò dovette portare somme alterazioni nelle lingue; e che ciò durò non solo ne’ tempi antichissimi, ma fino a’ più moderni, e durerebbe anche oggi, dandosi un simil caso ec. v. Samuelis Aniensis Chronica, (coll’Eusebio del Mai) an. Christi 418.423. e la nota del Mai all’an.399. cioè p.44. not.4. e la pref. del Mai al Filone, p. LIX. e quivi not.4. V. anche Malte par un Voyageur françois (Rome) 1791. 2de partie. - Langue. - p.61-63.

(29. Ott. 1821.)

Non bisogna confondere la purità della lingua la quale è di debito in tutte le scritture di qualunque nazione, coll’eleganza, la quale non è di debito se non in alcune [2013]scritture, ed in altre non solo non necessaria ma impossibile; nè perchè la lingua italiana è capacissima di eleganza, e perchè ne sentiamo un grandissimo sapore nella più parte de’ nostri buoni scrittori, credere che gli scritti didascalici ec. se e dove non ci riescono eleganti, non sieno italiani. Torno a dire che la precisione moderna ch’è estrema, e che in tali scritti e generi è di prima necessità, e che oggi si ricerca sopra tutte le qualità ec. è assolutamente di sua natura incompatibile colla eleganza: ed infatti il nostro secolo che è quello della precisione, non è certo quello della eleganza in nessun genere. Bensì ell’è compatibilissima colla purità, come si può vedere in Galileo, che dovunque è preciso e matematico quivi non è mai elegante, ma sempre purissimo italiano. Perocchè la nostra lingua, come qualunque altra è incapace di uno stile [2014]che abbia due qualità ripugnanti e contrarie essenzialmente, ma è capacissima dello stile preciso, non meno che dell’elegante, a somiglianza della greca, e al contrario della francese, ch’essendo capacissima di precisione è incapace di eleganza (quella che noi, i latini i greci intendevano per eleganza), e della latina, capacissima di eleganza e incapace di precisione, e però corrotta appena fu applicata alle sottigliezze teologiche, scolastiche ec. (fra le quali fu allevata per lo contrario la nostra, e crebbe la greca) ed anche a quelle della filosofia greca, dopo Cicerone; e quindi affatto inadattabile alle cose moderne, ed alle traduzioni di cose moderne.

(30. Ott. 1821.)

La mancanza di libertà alla lingua latina, venne certo o dall’esser ella stata perfettamente applicata ne’ suoi buoni tempi a pochi generi di scrittura, ad altri imperfettamente e poco e da pochi, ad altri punto; [2015]o dall’esser ella, come lingua formata, la più moderna delle antiche, ed essere stata la sua formazione contemporanea ai maggiori incrementi dell’arte che si vedessero tra gli antichi ec. ec.; o dall’aver ella avuto in Cicerone uno scrittore e un formatore troppo vasto per se, troppo poco per lei, troppo eminente sopra gli altri, alla cui lingua chi si restrinse, perdette la libertà della lingua, chi ricusollo, perdette la purità, ed avendo riconquistata la libertà colla violenza, degenerolla in anarchia. Perocchè la libertà e ne’ popoli e nelle lingue è buona quando ella è goduta pacificamente e senza contrasto relativo ad essa, e come legittimamente e per diritto, ma quando ella è conquistata colla violenza, è piuttosto mancanza di leggi, che libertà. Essendo proprio delle cose umane dapoi che son giunte [2016]ad una estremità, saltare alla contraria, poi risaltare alla prima, e non sapersi mai più fermare nel mezzo, dove la natura sola nel primitivo loro andamento le aveva condotte, e sola potrebbe ricondurle. Un simile pericolo corse la lingua italiana nel 500. quando alcuni volevano restringerla, non al 300. come oggi i pedanti, ma alla sola lingua e stile di Dante, Petrarca e Boccaccio per la eminenza di questi scrittori, anzi la prosa alla sola lingua e stile del Boccaccio, la lirica a quello del solo Petrarca ec. contro i quali combatte il Caro nell’Apologia.

Del resto la lingua latina era infatti liberissima, e simile alla greca in questo e nel rimanente, prima del secolo di Cicerone e della forma che in esso ricevette, e ne’ suoi primi (ed anche ottimi) scrittori, che potremmo assomigliare ai trecentisti.

(30. Ott. 1821.)

[2017]La differenza tra il diletto che ci reca il canto, e quello del suono, e la superiorità di quello su questo, è pure affatto indipendente dall’armonia.

(30. Ott. 1821.)

Il talento non essendo nella massima parte che opera dell’assuefazione, è certo che coloro che ammirano in altrui questo o quel talento, abilità, opera ec. ammirano e si stupiscono di quello, di cui essi medesimi in diverse circostanze, sarebbero stati appresso a poco capacissimi.

(30. Ott. 1821.)

Il fare un atto di vigore, o il servirsi del vigore passivamente o attivamente, (come fare un veloce cammino, o de’ movimenti forti ed energici ec.) quando e finchè ciò non superi le forze dell’individuo, è piacevole per ciò solo, quando anche sia per se stesso incomodo, (come l’esporsi a un gran freddo ec.) quando anche sia senza spettatori, e prescindendo pure dall’ambizione e dall’interna soddisfazione e [2018]compiacenza di se stesso, che vi si prova. Nè solo il fare tali atti, ma anche il vederli, l’essere spettatore di cose attive, energiche, rapide, movimenti ec. vivaci, forti, difficili ec. ec. azioni ec. piace, perchè mette l’anima in una certa azione, e le comunica una certa attività interiore, la rompe ec. l’esercita da lontano ec. e par ch’ella ne ritorni più forte, ed esercitata ec.

Ho detto che ogni sensazione di vigore corporale è piacevole. Così anche nell’anima (e però è piacevole ogni sollevazione dello spirito, cagionata dalla lettura, dagli spettacoli, dall’orazione, dalla meditazione, dalle sensazioni esterne d’ogni genere ec.); così anche ogni atto di vigore spirituale, come risoluzioni virtuose, o energiche, sacrifizi, rassegnazioni ec. ec.

In somma, il vivente tende essenzialmente alla vita. La vita è per lui piacevole, e quindi tutto ciò ch’è vivo, venga pur sotto l’aspetto della morte. La felicità dell’uomo consiste nella vivacità delle sensazioni e della vita, perciocch’egli ama la vita. E questa vivacità non è mai tanto grande come quando ell’è corporale. Lo stato naturale provvedeva ottimamente a questa inclinazione elementare e generalissima dell’uomo.

(30. Ott. 1821.)

[2019]Alla p.2010. marg. Questi due verbi però, fluctuare, ed effettuare (effectuer, efectuar) mi denotano un altro genere di formazione di verbi, fatti da’ verbali in us (cioè consonanti co’ participii in us de’ verbi positivi) troncando la s e aggiungendo l’are, genere analogo ai continuativi, ma assai meno copioso; il quale essendo stato adoperato ne’ tempi della buona antichità, seguì pure ad esserlo, con nuove formazioni ne’ bassi tempi, dove trovi usuare, usufructuare ec. ec. Abbiamo pur noi situare, ec. graduare ec. abituare ec. ed in uere si trova statuere da status us. V. p.2226. 2338. Abbiamo volgarmente questuare da quaestus us azione evidentemente più lunga, abituale ec. di cercare. Quêter in francese puro continuativo di quaerere, ha pure simil forza ec. Derivano insomma questi verbi in uare da’ nomi della 4. declinazioni per lo più verbali, e presi da’ participii in us. Così arcuare, tumultuare, o ari. Così sinuare, insinuare, aestuare, exdorsuare. V. p.2323.

(30. Ott. 1821.)

I fanciulli con la vivacità della loro immaginazione, e col semplice dettame della natura, scuoprono e vedono evidentemente delle somiglianze e affinità fra cose disparatissime, trovano rapporti astrusissimi, dei quali converrebbe che il filosofo [2020]facesse gran caso, e non si sdegnasse di tornare in qualche parte fanciullo, e ingegnarsi di veder le cose come essi le vedono. Giacchè è certo che chi scopre grandi e lontani rapporti, scopre grandi e riposte verità e cagioni: e forse perciò il fanciullo sa talvolta assai più del filosofo, e vede chiaramente delle verità e delle cagioni, che il filosofo non vede se non confusamente, o non vede punto, perocch’egli è abituato a pensare diversamente, e a seguire nelle sue meditazioni tutt’altre vie che quelle che seguì naturalmente da fanciullo.

(31. Ott. 1821.)

Alla p.2011. principio. Circa il verbo vexare, che sembra essere un continuativo di vehere dall’inusato participio vexus per vectus, di cui può far fede convexus convexitas ec. (v. il Forcell. a queste voci, e nota che si dice anche convexare, siccome [2021]convehere, e convectare) osserva il luogo di Gellio nel Forcellini, nota com’egli si aggiri non conoscendo la proprietà della formazione de’ continuativi, che ha virtù di accrescere l’azione significata da’ positivi; e nota ancora che vehere dall’usato vectus ha pur l’altro non controvertibile continuativo vectare.

(31. Ott. 1821.)

Alla p.1115. principio. Insomma è manifesto che la formazione dei verbi ch’io chiamo continuativi è distintissima da quella dei verbi in itare che io chiamo cogli altri, frequentativi; e l’uso lo è parimente, se non quanto potè poi degenerare o confondersi, come dirò appresso.

E parimente è manifestissimo che la formazione e l’uso de’ verbi continuativi, è distintissimo da quello de’ positivi, e quei continuativi che conservarono presso gli scrittori latini de’ buoni tempi la loro [2022]primitiva proprietà, sono anche oggi tali che chiunque abbia gusto e tatto di latinità, conosce e sente a prima vista che non si potrebbero in nessun modo usare in luogo de’ positivi, nè questi in luogo di quelli, senza mancare assolutamente alla proprietà latina, e senza totalmente barbarizzare, come versare per vertere, o vertere per versare. Il che dimostra che quegli altri continuativi i quali oggi non sono in questo caso, non vi sono per le ragioni che dirò in seguito, non già per la loro natura e forma, la quale originariamente e propriamente è la stessa che quella dei continuativi manifesti anche oggi, e durati sempre nell’uso de’ buoni latini come continuativi.

(31. Ott. 1821.). V. p.2118. fine e 2187. fine.

Alla p.1116. marg. fine. Del resto o che quei verbi ch’io chiamo continuativi si chiamino così, o si chiamino frequentativi come gli altri fanno, bisognerà sempre [2023]allo stesso modo rendere ragione del perchè si trovino adoperati in luogo de’ positivi, così che questo non fa maggiormente contro di me, di quello che faccia contro tutti quei gramatici che li chiamano frequentativi. Anzi è più duro e più lontano il passaggio dal significato frequentativo al positivo, che dal continuativo al medesimo positivo, poichè la differenza fra i due primi significati è chiara, notabile, facile a sentire e comprendere, e marcata; laddove quella fra il significato continuativo e il positivo, è spesso, anzi quasi sempre sottilissima e sfuggevolissima e metafisica, come altrove ho notato, e perciò facile a esser trascurata; siccome impossibile a esser sentita da chi non ha lungo uso e perfetto gusto di latinità.

(31. Ott. 1821.)

Alla p.1109. Di questi tali verbi di forma continuativa, propri delle lingue moderne, [2024]quelli che non hanno oggi alcun significato distintamente continuativo, o che s’usano indifferentemente come i positivi da cui derivano, o restano in luogo di questi già estinti, potranno credersi introdotti nelle nostre lingue ne’ bassi tempi, o ne’ bassi tempi trasportati dal significato continuativo al positivo o a qualunque altro, o sostituiti interamente ai positivi loro. Quelli però (e son parecchi) che hanno nelle stesse nostre lingue un evidente significato continuativo (esistano ancora in esse o non esistano i loro positivi), e tuttavia non si trovano negli scrittori della buona latinità, difficilmente m’indurrò a credere, che sieno di bassa epoca, e che non ci siano dirittamente pervenuti mediante l’antico volgare latino, padre delle nostre lingue, e conservatore ostinato delle antiche proprietà della favella. Giacchè non è verisimile [2025]che ne’ bassi e corrotti tempi, si coniassero espressamente questi verbi, secondo tutta la proprietà dell’antichissimo latino, secondo tutte le regole della formazione e della significazione continuativa; quando queste regole, e questa tal proprietà, da sì lungo tempo, e nell’istesso fiore della latinità era stata dimenticata, o mal distinta, e confusamente sentita, o del tutto ignorata e violata dagli stessi scrittori latini e da’ migliori gramatici, e conoscitori della regolata favella, e formatori di nuove parole.

(31. Ott. 1821.)

Gli antichi poeti e proporzionatamente gli scrittori in prosa, non parlavano mai delle cose umane e della natura, se non per esaltarle, ingrandirle, quando anche parlassero delle miserie e di argomenti, e in istile malinconico ec. Così che la grandezza costituiva il loro modo di veder le cose, e lo spirito della loro poesia. Tutto al contrario accade ne’ poeti, e negli [2026]scrittori moderni, i quali non parlano nè possono parlare delle cose umane e del mondo, che per deprimerne, impiccolirne, avvilirne l’idea. Quindi è che i linguaggi antichi sempre innalzano e ingrandiscono, massime quelli de’ poeti, i moderni sempre impiccoliscono e abbassano e annullano anche quando sono poetici. Anzi appunto in ciò consiste lo spirito poetico d’oggidì (che ha sempre, e massime oggi, grandi rapporti col filosofico di ciascun tempo). Gli antichi si distinguevano dal volgo coll’inalzare le cose al di sopra dell’opinione comune; i moderni poeti col deprimerle al di sotto di essa. In ciò pure v’è grandezza, ma del contrario genere. Onde avviene che gli scritti moderni tradotti p.e. in latino, o le cose moderne trattate in latino, suonano tutt’altro da quello che intendono, e ne segue un effetto discordante tra la grandezza e l’altezza del linguaggio, e la strettezza e bassezza delle idee, ancorchè fra noi poeticissime. (Come accaderebbe trasportando le nostre letterature in Oriente). E viceversa traducendo gli antichi negl’idiomi moderni, o trattando in questi le cose antiche.

Da ciò segue che la lingua latina [2027]come quella ch’essendo d’indole tutta e distintissimamente antica, non ne ha punto la libertà, è del tutto inettissima alle cose moderne, alle traduzioni degli scritti moderni ec. (e lo spirito umano avrebbe incontrato un grandissimo ostacolo, e camminato con somma lentezza, se più a lungo, dopo il risorgimento della civiltà, fosse durato negli scrittori, negli affari ec. l’uso e il bisogno di adoperar la lingua latina, per la insufficienza delle volgari.) Le altre lingue antiche vi sono più o meno adattabili, secondo che hanno maggiore o minor libertà, fra le quali tiene il primo luogo la greca. (dico fra le lingue antiche ben colte e formate, giacchè le altre sono adattabili a tutto, non per virtù, ma per difetto, e così può forse dirsi della tedesca.) Viceversa le moderne sono più o meno adattabili alle cose antiche, ed alle traduzioni degli antichi, secondo che hanno maggiore o minor libertà, e che tengono più o meno d’indole antica, [2028]o somigliante o affine all’antica: fra le quali ha il primissimo luogo l’italiana, (intendo sempre fra le colte) e l’ultimissimo possibile la francese, o piuttosto ella è fuori affatto di questo numero.

(1. Nov. dì d’Ognissanti. 1821.)

L’uomo si assuefa ad assuefarsi, ed impara ad imparare, e ne ha bisogno. Ve. Staël De l’Allemagne t.1. 1re part. ch.18. p.155. fine- 156. L’uomo del più gran talento non va esente da questo bisogno, anzi con ciò solo può formarsi il talento, e senza ciò, come spessissimo accade, la maggior disposizione possibile, resta affatto infruttuosa, ed ignota a quello stesso che la possiede. Vale a dire che nessuna facoltà esiste primitivamente nell’uomo; neppur quella d’imparare, che anch’essa bisogna acquistarsi.

(1. Nov. 1821.)

Ho detto altrove che la natura par che abbia confidato a ciascun individuo la conservazione e la cura dell’ordine, della ragione, [2029]della giustizia, dell’esistenza ec. per ciò che spetta agli altri individui, o alle altre cose esistenti; insomma la conservazione di tutta la natura, e di tutte le sue leggi, anche dove o quando punto non ci appartengono par che sia incaricata a ciascun individuo. Da questo nasce l’ira che noi proviamo nell’udire un misfatto, per es. un omicidio, di persona a noi affatto ignota, e posta fuori d’ogni nostra minima relazione, partito ec. e quando anche l’omicida si trovi nello stesso caso. Noi, e tanto più quanto la nostra immaginazione è più viva, e il nostro sentimento più caldo, e quanto meno siamo corrotti e snaturati dalla fredda ragione, proviamo subito un vivo senso di odio verso il delinquente, un desiderio di vendetta, quasi che l’offesa fosse fatta a noi, un vivo piacere se intendiamo che è caduto nelle mani della [2030]giustizia, e dispiacere s’egli è fuggito. Massime quando il racconto del misfatto, per qualunque circostanza ci riesca vivo ec. e molto più se il misfatto accade in nostra presenza ec. Un eccesso di energia pone anche l’uomo in desiderio di vendicare il misfatto da se, quando anche non gli appartenga nè l’interessi in nessunissima parte. Da ciò nasce che il popolo, spargendosi la fama di qualche notabile delitto, è sempre decisamente contento della cattura del reo, la desidera, l’applaude, e stando egli sotto processo, discorre della sua condanna come di una soddisfazione e un piacere ch’egli aspetti e desideri, accusa la lentezza dei giudici, e se il reo è assoluto, se ne duole, come di un torto fatto a se stesso. Se è condannato ne gode, finchè all’ira verso la colpa non succede la compassione verso la pena.

Del resto in questi effetti non entra [2031]come cagione essenziale, la compassione verso la vittima del misfatto, anzi ella è bene spesso, per varie circostanze, o leggera o nulla, e fuor di proporzione cogli altri effetti sopraccennati; e vi sono anche de’ misfatti che non hanno nessuna vittima particolare, ed offendono egualmente il pubblico.

Tutto ciò per altro, e tutti questi sentimenti, benchè paiano puramente naturali, innati ed elementari, non derivano poi veramente che dalle assuefazioni. Almeno fino a un certo segno, giacchè, come ho detto altrove, io credo che l’animale non sanguinario, odii naturalmente l’animale carnivoro, vedendolo afferrare, uccidere, e divorare la sua preda, quantunque egli in verità non pecchi contro alcuna legge della sua natura, ma ben contro quelle che la natura ha prescritte agli animali non carnivori. Così il giudizio e il senso del bene e del male, giusto e ingiusto, non è che relativo, e senz’alcun tipo o ragione antecedente. ec. ec. ec.

(1. Nov. 1821.)

[2032]L’uomo inesperto delle cose, è sempre di spirito e d’indole più o meno poetica. Ella diventa prosaica coll’esperienza. Ma bene spesso colui che da giovane fu per assuefazione o per natura più notabilmente poetico, tanto più presto (anche nella stessa gioventù) e più gagliardamente diviene prosaico coll’esperienza. Un eccesso tira l’altro, perchè gli eccessi, contro quello che a prima vista apparisce sono più affini, amici e vicini fra loro, che con quello che è fra loro di mezzo. Colui che per avere uno spirito gagliardamente poetico, sente fortemente, fortemente e presto deve sentire la nullità e la malvagità degli uomini e delle cose. Egli diviene fortemente disingannato, perchè fu capace di essere fortemente ingannato, e lo fu infatti. Prima della cognizione egli prova gagliarde illusioni, dopo la cognizione, gagliardi, e pronti, e costanti ed interi disinganni. La stessa forza della sua natura [2033]o delle sue facoltà acquisite, che dava risalto ed energia alle sue illusioni, ne rende altrettanta a’ suoi disinganni. E perciò la vecchiezza del poeta, è forse (almeno spessissimo) assai più prosaica in tutti i sensi, che quella dell’uomo d’indole primitivamente fredda, e tanto più quanto la sua giovanezza, prima della sufficiente esperienza, fu più vivamente e veramente poetica in qualunque senso. Giacchè per poetica intendo anche inclinata alla virtù, all’eroismo, magnanimità ec. ancorchè non applicata punto alla poesia, ma solamente ai fatti, ai desiderii, alle passioni ec.

(2. Nov. 1821.). V. p.2039.

Alla p.1162. dopo il mezzo. Vediamo ora la ragione gramaticale di questa formazione de’ verbi continuativi. Il formare un verbo dal participio passato di un altro verbo, significa che l’azione denotata da questo verbo originario, dopo che già in tutto [2034]o in parte è stata fatta, seguita ancora a farsi. Per esempio adflictare formato dal participio passato adflictus di adfligere, è come dire adflictum facere, anzi afflictum affligere, il che importa assai più che adfligere, e viene a dire che colui che adflixit, dopo che il paziente è già in tutto o in parte adflictus, non lascia però ancora di adfligere. Così datare che significa costume di dare, viene gramaticalmente ad esprimere che colui che ha già dato, pur segue tuttavia a dare. Viene in somma il verbo così formato a significare più azioni o più parti successive di azioni, cioè atti o azioni secondarie, in una volta, e in una sola voce. Quindi adflictare significa azione o più continuata, o più perfetta che adfligere. E dico più perfetta perchè mi par che talvolta i verbi continuativi abbiano forza di esprimere un’azione più terminata, più intera, più compiuta di quella significata da’ positivi, e [2035]quindi più continua non quanto a se, ma quanto a’ suoi effetti. E che perciò vengano a dire quasi penitus... re. V. il luogo di Gellio nel Forcell. in Vexo. La qual significazione conviene pure benissimo con la loro formazione da’ participii passati de’ verbi positivi, giacchè il dire che uno p.e. fa distrutta una cosa, significa azione più perfetta e terminata che il dire ch’egli la distrugge. Quello includendo nel presente il passato, dimostra che il presente, ossia l’azione ch’esso denota, è tanto perfetta, ch’ella è già quasi fosse passata. Questo non ha altra forza che l’ordinaria del presente. ec. Al qual proposito si può in qualche modo riferire il verbo francese complèter, formato anch’esso alla maniera de’ continuativi latini, da completus di complere, il quale viene a dire completum facere, o far compiuto, (rendre complet. Alberti) e significa assai più che il nostro compiere. V. p.2039.

Del resto tutto ciò che in questo pensiero e in quello a cui questo si riferisce, ho detto dell’azione o dell’atto, dico parimente [2036]della passione, e di ciò ch’è di mezzo fra l’azione e la passione; come il cadere, l’essere, lo stare, e tutto ciò ch’è il soggetto de’ verbi neutri.

La ragione gramaticale che ho resa della formazione de’ verbi continuativi, è applicabile ancora, per la loro parte, ai frequentativi. L’uno e l’altro genere di verbi io amo dunque per le dette ragioni, chiamarli piuttosto formati da’ participii passati de’ verbi positivi, che da’ loro supini, come sogliono fare ordinariamente (non però sempre) i gramatici. E quanto ai participii in us dei verbi neutri ne ho parlato altrove.

Queste osservazioni ancora ci possono accrescer l’idea della grande sagacità e sottigliezza della lingua latina, che è pur delle più antiche. E notate che tutte queste sottigliezze in proposito dei continuativi, frequentativi ec. non si debbono mica allo studio e all’arte profonda di coloro che applicando essa lingua alla letteratura ec. le diedero forma intera, stabile e perfetta; ma anzi oltre che precedettero di molto quest’epoca, elle sono assai più notabili, e più visibili, e più fedelmente osservate dagli scrittori latini più antichi, come ho detto in molti luoghi; e quanto più antichi saranno i monumenti [2037]scritti latini che vorremo osservare, tanto meglio, e più costantemente, regolarmente e distintamente vi scopriremo quelle proprietà del loro linguaggio, che io ho dilucidate e spiegate. E pure il Lazio era de’ più rozzi paesi della terra. E pur le osservazioni che abbiamo fatte vertono sopra qualità che ricercano un acume, una sottigliezza, una metafisica singolare nel linguaggio e ne’ suoi primitivi formatori.

Questi pensieri ci possono condurre a grandi risultati intorno all’acutezza naturale de’ primi parlatori, alla vivezza e disparatezza de’ rapporti ch’essi scoprivano, alla loro penetrazione, metafisica ec. Infatti quante volte il fanciullo è più metafisico ed anche sofistico, che l’uomo maturo il più versato in tali materie ec. Puoi vedere la p.2019. fine, seg.

(2. Nov. dì de’ morti. 1821.)

La semplicità bene spesso non è altro [2038]che quella cosa, quella qualità, quella forma, quella maniera alla quale noi siamo assuefatti, sia naturale o no. Altra cosa, forma, ec. benchè assai più semplice in se, o più naturale ec. se non ci par semplice, perchè ripugna, o è lontana dalle nostre assuefazioni.

Quindi è che le stesse cose, qualità, maniere ec. naturali, o l’imitazione o l’espressione ec. di esse naturalissimamente fatta, sovente non ci par semplice, perchè non vi siamo assuefatti, o ce ne siamo dissuefatti; e per la stessa ragione per cui non par naturale. Ciò accade sopra tutto ai francesi. L’idea e il senso della semplicità e naturalezza varia del tutto secondo le assuefazioni (anche in uno stesso individuo, tutto giorno): e il semplice e il naturale de’ francesi è tutt’altro da quello de’ primitivi, degli antichi, delle altre nazioni ec. e ciò in tutti i generi.

Il semplice in gran parte non è che l’ordinario: e lo straordinario difficilmente par semplice. Ora qual cosa più relativa dell’ordinario [2039]e straordinario?

(2. Nov. 1821.)

Alla p.2035. fine. In somma è proprietà de’ continuativi (proprietà ben motivata dal modo e natura che ho sviluppata della loro formazione) di accrescere sempre il significato e la forza de’ positivi, in un modo e senso, o nell’altro ec. e i continuativi dicono sempre più de’ positivi per qualche verso, se non interamente.

(2. Nov. 1821.)

Facoltà umana è sinonimo di abitudine. - Uomo o ingegno colto o grande: Uomo o ingegno assuefatto o esercitato. - Facoltà di generalizzare: Abitudine di generalizzare, ec.

(3. Nov. 1821.)

Alla p.2033. Una gran forza naturale di sentimento di immaginazione ec. non suol essere senza un gran talento (e perciò ella è sempre compagna della facoltà di ragionare e pensare), cioè una gran disposizione e facilità di assuefarsi. La facoltà di sentire profondamente ec. e d’immaginare, si acquista [2040]mediante la detta disposizione, come tutte le altre; e quando essa facoltà è ben grande, egli è segno che anch’essa disposizione è grande, e però capace anche di altre diversissime facoltà. Ora la disposizione ad assuefarsi include, come ho bene spiegato altrove, quella di dissuefarsi, cioè di contrarre facilmente e prontamente nuove e contrarie abitudini. Quindi è che l’uomo di gran sentimento è in maggior pericolo di perderlo, di divenir quasi insensibile, di contrarre un abito gagliardo di freddezza d’indifferenza, di alienarsi fortemente dalla virtù ec. ec. che non colui il quale non possiede che un sentimento mediocre, e non è virtuoso che per una mediocre forza, ec. Le disposizioni di costoro si vede infatti che sono durevolissime, anzi le sole durevoli e costanti, perch’essi non contraggono facilmente nuove assuefazioni, non si persuadono di contrarii principii, e le circostanze hanno poca influenza [2041]su di loro. Ma l’uomo gagliardamente suscettivo, perciò appunto è capace e suscettivo di divenire insuscettivo, duro, freddo, egoista, quando le circostanze lo portano a queste assuefazioni; e necessariamente ve lo porta l’esperienza del mondo. La quale per convincerlo, ed assuefarlo a nuovi e contrarii principii, non ha bisogno di molto tempo, perchè appunto un tal uomo presto e facilmente e fortemente conosce, sente, e si assuefa.

(3. Nov. 1821.)

La rapidità e la concisione dello stile, piace perchè presenta all’anima una folla d’idee simultanee, o così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio, e priva di sensazioni. [2042]La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro. L’eccitamento d’idee simultanee, può derivare e da ciascuna parola isolata, o propria o metaforica, e dalla loro collocazione, e dal giro della frase, e dalla soppressione stessa di altre parole o frasi ec. Perchè è debole lo stile di Ovidio, e però non molto piacevole, quantunque egli sia un fedelissimo pittore degli oggetti, ed un ostinatissimo e acutissimo cacciatore d’immagini? Perchè queste immagini risultano in lui da una copia di parole e di versi, che non destano l’immagine senza lungo circuito, e così poco o nulla v’ha di simultaneo, giacchè anzi lo spirito è condotto a veder gli oggetti appoco appoco per le loro parti. Perchè lo stile di Dante è il più forte che mai si possa concepire, e per questa parte il più bello e dilettevole possibile? Perchè ogni [2043]parola presso lui è un’immagine ec. ec. V. il mio discorso sui romantici. Qua si possono riferire la debolezza essenziale, e la ingenita sazietà della poesia descrittiva, (assurda in [se] stessa) e quell’antico precetto che il poeta (o lo scrittore) non si fermi troppo in una descrizione. Qua la bellezza dello stile di Orazio (rapidissimo, e pieno d’immagini per ciascuna parola, o costruzione, o inversione, o traslazione di significato ec.), v. p.2049. e quanto al pensiero, quella dello stile di Tacito. ec.

(3. Nov. 1821.). V. p.2239.

L’inclinazione dell’uomo al suo simile, è tanto maggiore quanto l’uomo (e così ogni vivente) è vicino allo stato naturale, e tanto più vivi e più numerosi sono gli svariatissimi effetti (da me in diversi luoghi osservati) di questa essenzialissima inclinazione, figlia immediata dell’amor proprio, anch’esso tanto più vivo ed energico, almeno ne’ suoi effetti, e nell’aspetto che piglia, quanto il [2044]vivente è più naturale. Tutti p.e. amano l’imitazione dell’uomo e delle cose umane nelle arti, nella poesia, ec. più che quella di qualunque altro oggetto. Ma questa preferenza è più notabile nel fanciullo, il quale tra’ suoi pupazzi si compiace soprattutto di quelli che rappresentano uomini, e nelle favole o novelle che legge, di quelle che trattano d’uomini. ec. ec. ec. Quando anche abbia p.e. delle figure d’animali assai più ben fatte, che quelle d’uomini ec. ec.

A questa inclinazione, e quindi all’amor proprio da cui essa deriva, e non ad altro, si deve riferire la propensione di preferenza che l’uomo ha per li coetanei, per gli uguali ec. Anch’essa tanto maggiore, quanto l’uomo è più naturale. Il fanciullo tra’ pupazzi o favole d’uomini, soprattutto si diletta di quelli che rappresentano, e di quelle che trattano cose fanciullesche.

[2045]Si suol dire che l’amicizia è tra gli uguali. L’amore per certo, naturalmente tende all’uguale in quanto all’ordinario. Che se è notato com’egli tende pure ai contrari, questa propensione non so primieramente quanto sia naturale, in secondo luogo ella nasce, come ho detto altrove, da un’altra disposizione della natura che c’inclina verso lo straordinario, perciò appunto che è, ed in quanto è straordinario. Come, sebbene noi siamo inclinati alla bellezza, ch’è perfetta convenienza, siamo però anche inclinati alla grazia, ch’è una certa sconvenienza, o non perfetta convenienza; anzi a questa più che a quella, almeno nel nostro stato presente. La natura ha parecchie qualità e principii armonici a un tempo e contrarii, anzi armonizzanti e sostenentisi scambievolmente in virtù della loro contrarietà: e l’uno de’ contrarii non solo non distrugge la teoria [2046]dell’altro, ma anzi la dimostra.

(3. Nov. 1821.)

Chi vuol vedere come le facoltà umane sieno tutte acquisite, e la differenza che passa fra l’acquisito e il naturale o innato, osservi che tutte le facoltà di cui l’uomo è capace, sono maggiori assai nell’uomo maturo (e civile ec.) che nel fanciullo, se pur questi non ne manca affatto, e crescono insieme coll’uomo: laddove le inclinazioni che sono ingenite, e ben diverse dalle facoltà, generalmente parlando, come qua e là ho mostrato di questa o di quella, e come si può dire di tutte (purchè sieno naturali e non acquisite anch’esse), sono tanto maggiori, più vive, notabili, numerose ec. quanto l’uomo è più vicino allo stato di natura, cioè o fanciullo, o primitivo, o selvaggio, o ignorante ec. E quantunque le facoltà umane crescano coll’età e dell’individuo, e de’ popoli o del mondo, nondimeno, essendovi due generi di disposizioni ad [2047]esse facoltà, altre acquisite, altre naturali ed ingenite o in tutti o in qualcuno, quelle crescono allo stesso modo delle facoltà, queste, perchè sono qualità naturali, sono assai maggiori nell’uomo naturale, e massime nel fanciullo, che nell’uomo civilizzato o nell’adulto, come tuttogiorno si osserva che i fanciulli son capaci di avvezzarsi, di imparare ec. cose che gli uomini fatti non possono, se da fanciulli non hanno incominciato. Insomma tutto quello ch’è naturale, è tanto più forte e notabile, quanto il soggetto è meno coltivato ec. e tutto ciò che coltivato è più forte ec. non è naturale ec. ec.

(4. Nov. 1821.)

La memoria è la generale conservatrice delle abitudini. O piuttosto (giacchè vediamo che, perduto quello che si chiama memoria, pur si conservano le abitudini) siccome la memoria, [2048]in quanto facoltà, è una pura abitudine, così ciascun’altra abitudine è una memoria. Di memoria son provveduti tutti i sensi, tutti gli organi, tutte le parti fisiche o morali dell’uomo, che son capaci di avvezzarsi, e di abilitarsi, e di acquistare qualunque facoltà. La memoria è da principio una disposizione, poi una facoltà di assuefarsi che ha l’intelletto umano; l’assuefabilità, e le assuefazioni delle altre parti dell’uomo, sono disposizioni e facoltà di ricordarsi, di ritenere, che hanno esse parti. La memoria è un abito, gli abiti altrettante memorie, attribuite dalla natura a ciascuna parte assuefabile del vivente, in quanto disposizioni, ed acquistate in quanto facoltà ed assuefazioni. Questo pensiero si può molto stendere, e cavarne delle belle conseguenze, intorno alla natura della memoria, ed alla sua analogia colle altre [2049]disposizioni e facoltà dell’uomo. Siccome la memoria per diverse circostanze s’indebolisce o come disposizione, o come facoltà, o nell’uno e nell’altro modo, così pure per diverse circostanze fisiche, morali ec. accade all’assuefabilità ed alle assuefazioni delle altre parti ed organi degli animali. E come coll’esercizio l’altre assuefazioni ed assuefabilità, o si acquistano, o si accrescono ec. così la memoria ch’è assuefabilità, e le reminiscenze che sono assuefazioni ec.

(4. Nov. 1821.)

Alla p.2043. margine. La bellezza e il diletto dello stile d’Orazio, e d’altri tali stili energici e rapidi, massime poetici, giacchè alla poesia spettano le qualità che son per dire, e soprattutto lirici, deriva anche sommamente da questo, ch’esso tiene l’anima in continuo e vivissimo moto ed azione, col trasportarla a ogni tratto, e spesso bruscamente, da un pensiero, da un’immagine, da un’idea, da una cosa ad un’altra, e talora assai lontana, e diversissima: onde il pensiero ha da far molto a [2050]raggiungerle tutte, è sbalzato qua e là di continuo, prova quella sensazione di vigore (v. p.2017. capoverso ult.) che si prova nel fare un rapido cammino, o nell’esser trasportato da veloci cavalli, o nel trovarsi in una energica azione, ed in un punto di attività (v. p.1999.); è sopraffatto dalla moltiplicità, e dalla differenza delle cose, (v. la mia teoria del piacere) ec. ec. ec. E quando anche queste cose non sieno niente nè belle, nè grandi, nè vaste, nè nuove ec. nondimeno questa sola qualità dello stile, basta a dar piacere all’animo, il quale ha bisogno di azione, perchè ama soprattutto la vita, e perciò gradisce anche e nella vita, e nelle scritture una certa non eccessiva difficoltà, che l’obbliga ad agire vivamente. E tale è il caso d’Orazio, il quale alla fine non è poeta lirico che per lo stile. Ecco come lo stile anche separato dalle cose, possa pur essere una cosa, e grande; tanto che uno può esser poeta, non avendo [2051]altro di poetico che lo stile: e poeta vero, e universale, e per ragioni intime, e qualità profondissime, ed elementari, e però universali dello spirito umano.

Questi effetti che ho specificati li produce Orazio a ogni tratto, coll’arditezza della frase, onde dentro il giro di un solo inciso vi trasporta e vi sbalza più volte di salto da una ad altra idea lontanissima e diversissima. (Come pure coll’ordine figuratissimo delle parole, e colla difficoltà, e quindi attività ch’esso produce in chi legge.) Metafore coraggiose, epiteti singolari e presi da lungi, inversioni, collocazioni, soppressioni, tutto dentro i limiti del non eccessivo (eccessivo potrebb’essere pei tedeschi, troppo poco per gli orientali) ec. ec. producono questi effetti in qualsivoglia luogo delle sue poesie.

Pone me pigris ubi nulla campis

Arbor aestiva recreatur aura,

Quod latus mundi nebulae, malusque

Iuppiter urget.

 

Eccovi prima la pigrizia, poi questa applicata ai campi, e immediatamente gli alberi, e l’aria d’estate, poi un fianco del mondo, poi [2052]le nebbie, e poi Giove in vece del cielo, e malvagio in vece di contrario, che urtano o spingono o perseguitano quella parte di mondo.

La vivezza e il pregio di tutto ciò (come di tante simili bellezze in altri stili) non consiste in altro che nella frequenza, e nella lunghezza dei salti da un luogo, da un’idea all’altra. Le quali cose derivano dall’arditezza dell’elocuzione materiale.

Della quale arditezza essendo incapace la lingua francese, è incapace di stile poetico, e le mille miglia separata dal lirico.

(4. Nov. 1821.). V. p.2054. e 2358. fine.

Alla p.1108. Amplexare e amplexari da amplexus di amplectere e amplecti; (si disse anche amplectari forse da un participio amplectus) e complexare da complexus di complectere; (4. Nov. 1821.). V. p.2071. principio. e 2076. e 2199. fine. e 2284. princip.

[2053]La sola vastità desta nell’anima un senso di piacere, da qualunque sensazione fisica o morale, ella provenga, e per mezzo di qualunque de’ cinque sensi. Un salone ampio e disteso, alle cui estremità appena giunge la vista, piace sempre, e massime se se ne nota bene la vastità, per non essere interrotta da colonne, p.e. o altri oggetti, che sminuzzino la sensazione. Piace la vastità, in quanto vastità, anche nelle sensazioni assolutamente dispiacevoli, sebbene il dispiacere essendo vasto, paia che debba essere, e sia per una parte maggiore.

Bisogna distinguere il vasto dal vago o indefinito. L’uno e l’altro piace all’anima per le stesse ragioni, o per ragioni della stessa specie. Ma ci può ben essere un vasto che non sia vago, e un vago che non sia vasto. Nondimeno queste qualità si ravvicinano sempre quanto all’effetto che fanno sull’anima, e ciò perchè le sensazioni [2054]vaghe, ancorchè derivino (come spesso) da oggetti materialmente piccolissimi, e compresi bastantemente dall’anima per piccoli, sono sempre vaste, in quanto essendo indefinite non hanno termini; e le sensazioni vaste, ancorchè gli oggetti che le producono abbiano manifesti termini, sono sempre indefinite, in quanto l’anima non arriva ad abbracciarle tutte intere, almeno in un sol punto, e però non può contenerle, nè giungere a sentire pienamente i loro termini.

Tutto ciò può applicarsi alle sensazioni prodotte dalla poesia, o dagli scrittori, ec. al lontano, all’antico, al futuro, ec. ec.

(5. Nov. 1821.)

Alla p.2052. Dalla natura di tali stili (propri di tutti i grandi e veri poeti, più o meno, e massime di quelli che si distinguono anche nello stile) deve risultare, che molte delle dette immagini (talvolta comprese in una brevissima frase, in una sola parola ec.) debbano essere solamente accennate; e così [2055]pure solamente accennate le connessioni e relazioni loro col soggetto, o colle altre immagini, idee, sentenze, ec. a cui son vicine, a cui spettano, a cui si riferiscono ec. E questo ancora piace, perchè obbliga l’anima ad una continua azione, per supplire a ciò che il poeta non dice, per terminare ciò ch’egli solamente comincia, colorire ciò ch’egli accenna, scoprire quelle lontane relazioni, che il poeta appena indica ec.

et aridus altis

Montibus audiri fragor.

(Virg. Georg. 1. 357. seg.)

Che ha che fare il fragore coll’arido? Bisogna che il pensiero conosca ch’egli v’ha che fare in quanto strepita fra i seccumi d’una selva. Ecco come la mente deve supplire alla connessione delle idee (solamente accennata, anzi quasi trascurata dal poeta) dentro una stessa brevissima frase. E deve poi compiere l’immagine che è solamente accennata, con quell’aridus fragor. (Questa interpretazione [2056]ch’io do al detto passo, non so se sia vera. V. i comment. A me basta che quest’esempio spieghi a me stesso il mio pensiero.) Ecco come la soppressione stessa di parole, di frasi, di concetti, riesca bellezza, perchè obbliga l’anima piacevolmente all’azione, e non la lascia in ozio. ec. ec. Tali qualità nello stile possono facilmente essere eccessive come nel seicento. Allora l’anima non vi prova gusto, almeno non in tutti i tempi, e nazioni ec. ec. giacchè l’eccesso, come il difetto, in questo e in tutt’altro, è relativo.

Tali stili, che ho detto bastare alle volte senz’altro a fare un poeta, sono poi così difficili a distinguersi dalle cose, che non facilmente potrete dire, se il tal pezzo scritto in simile stile, sia poetico pel solo stile, o per le cose ancora. Del resto è evidente che detti stili domandano vivacità d’immaginazione ec. ec. nel poeta (e nel lettore ancora), e quindi disposizioni poetiche: e se vorremo sottilmente guardare, poche pochissime parti troveremo nelle più poetiche poesie, che detratte queste e simili qualità dello stile in [2057]cui sono scritte, restino ancora poetiche. L’immaginazione in gran parte non si diversifica dalla ragione, che pel solo stile, o modo, dicendo le stesse cose. Ma queste cose la ragione non le saprebbe nè potrebbe mai dir così; e solo il poeta vero le esprime in tal modo.

(5. Nov. 1821.)

La poca libertà e la somma determinazione e precisazione del carattere e della forma della lingua latina che può parere strana 1. in una lingua antica, 2. in una lingua parlata e scritta da tanta moltitudine e diversità di gente e di nazioni, 3. in una lingua d’un popolo liberissimo, e formata e ridotta a letteratura, nel tempo che la sua libertà era anzi sì eccessiva da degenerare in anarchia, oltre le cagioni dette altrove, ebbe certo fra le principali la seguente.

La lingua latina, riconosciuta per buona, legittima, e propria della letteratura, non fu mai, sinch’ella si mantenne nella sua primitiva forma, e quando ella fu applicata alla [2058]letteratura, altro che la romana, cioè quella di una sola città. Or quando l’arbitra della lingua è una sola città, per vasta, popolosa, e abitata o frequentata ch’ella sia da diversissime qualità di popolo, e di nazioni, la lingua prende sempre una indole determinata, circoscritta, ristretta a limiti più o meno estesi, ma che sempre son limiti certi e riconosciuti; la lingua si uniforma, si equilibra, per tutti i versi, e perde necessariamente quel carattere di notabile e decisa libertà ch’è proprio delle lingue antiche formate o no, e di tutte le lingue non ancora o non bene formate. La formazione di una lingua e di una letteratura, in tal circostanza, introduce sempre in esse una grande uniformità; siccome accade in Francia, dove Parigi, ch’è pur il centro di tutta la vasta nazione, e sì frequentata da forestieri d’ogni parte d’Europa, essendo però l’arbitra siccome de’ costumi, così della lingua e della letteratura nazionale, le dà quella uniformità [2059]medesima, quella circoscrizione, quella limitazione, quella servitù che dà allo spirito, e a tutte le altre parti della società, e che nè queste nè quelle sicuramente avrebbero mai avute, senza la somma influenza di una vasta capitale sull’intera nazione. V. p.2120.

In Roma il frequente e giornaliero uso pubblico, e perciò colto, della lingua latina o romana, nel senato, nelle concioni, nelle cose forensi, e la infinita e vivissima e strettissima società ch’esisteva in quella città, massime pubblica, ma, specialmente negli ultimi tempi della repubblica, anche privata, doveva necessariamente esercitare, ed esercitava un’estrema e decisissima influenza sulla lingua, e sulla letteratura. Ora dovunque la società e la lingua parlata esercita una forte e irresistibile influenza sulla lingua scritta, e sulla letteratura, (come accade in Francia) quivi l’una e l’altra indispensabilmente acquistano un carattere di stretta uniformità, [2060]e quindi di coartazione, di necessità, di poca libertà, un carattere intollerante di novità individuali, e di decisa originalità.

La lingua greca a’ suoi buoni tempi fu anch’ella molto usata nel foro, nelle concioni, ne’ consigli degli ottimati, ma oltrechè le circostanze de’ tempi, e lo spirito, era ben diverso da quello de’ tempi moderni, e di quei medesimi in cui fu formata la latina, e perciò le stesse cagioni non producevano allora gli stessi effetti; la lingua greca dovea necessariamente anche rispetto a questi usi esser tanto varia, quanto moltiplici erano le repubbliche in cui la Grecia era divisa, e moltiplici le patrie degli oratori. La Grecia era composta come di moltissimi reggimenti, (giacchè ogni città era una repubblica) così di moltissime lingue, e l’uso pubblico di queste non poteva nuocere alla varietà nè introdurre l’uniformità e la schiavitù, essendo esso stesso necessariamente vario, e non potendo essere uniforme. La Grecia non aveva una capitale. Non aveva neppure [2061]molto stretto uso di società, se non in Atene. E in Atene infatti per quel tal uso che v’era di polita società, per innalzarsi quella città sopra le altre in materia di gusto, di coltura, di arti, ec. la lingua greca fu più formata, più stabilita, meno libera che altrove, nonostante la diversità de’ forestieri che accorrevano a quella città, la sua situazione marittima, il suo commercio, la sua JalassokratÛa. E quando i gramatici cominciarono a ridurre ad arte la lingua greca, e quando nella lingua greca si cominciò a sentire il non si può, e gli scrupoli ec. tutto questo fu in relazione alla lingua attica. Ma i diversi dialetti greci, tutti riconosciuti per legittimi, dopo essere stati adoperati o interamente o in parte da grandi scrittori; lo stesso costume della lingua attica notata da Senofonte; il carattere sostanziale finalmente [2062]della lingua greca, già da tanto tempo formata ed anteriore assai alla superiorità di Atene, preservarono la lingua greca dalla servitù. Ed in quanto la lingua attica prevalse, in quanto i filologi incominciarono a notare e a condannare negli scritti contemporanei quello che non era attico, in tanto la lingua greca perdette senza fallo della sua libertà. Ma ciò fu fatto assai lassamente, e mancò ben assai perchè i più caldi fautori dell’atticismo, o gli stessi ateniesi (che si servivano volentierissimo delle parole ec. forestiere, quando avevano bisogno, e anche senza ciò) arrivassero alla superstizione, o alla minuta tirannia de’ nostri fautori del toscanismo. (Bisogna notare che il purismo era appunto allora nascente nel mondo per la prima volta).

Le discussioni parlamentarie, se hanno bastato in Inghilterra a dare alla lingua quelque chose d’expressif (les débats parlementaires et l’énergie naturelle à la nation ont donné à l’anglais quelque chose d’expressif qui supplée à la prosodie de la langue. Staël, Allemagne. t.1. 2de part. ch.9. p.246.) [2063]non hanno potuto bastare a toglier la libertà alla lingua e letteratura di un popolo libero per genio naturale, e che non ha punto di società, anzi non par fatto per lei, nè per parlare, ma per tacere; e dove la società non ha veruna influenza sulla letteratura, e poca sullo spirito pubblico, costumi ec. V. p.2106.

La circostanza dell’Italia e della Germania è appunto quella della Grecia in questo particolare (eccetto solamente che i nostri vernacoli non sono stati parzialmente adoperati da buoni scrittori, come quelli delle provincie o città greche). La Germania ne profitta per la libertà della sua lingua. Noi non potremo, se prevarranno coloro che ci vogliono ristringere al toscano, anzi al fiorentino. Cosa ridicola che in un paese privo affatto di unità, e dove nessuna città, nessuna provincia sovrasta all’altra, si voglia introdurre questa tirannia [2064]nella lingua, la quale essenzialmente non può sussistere senza una simile uniformità di costumi ec. nella nazione, e senza la tirannia della società, di cui l’Italia manca affatto. E che Firenze che non è stata mai il centro dell’Italia (e che ora è inferiore a molte altre città negli studi, scrittori ec. e fino nella cognizione della colta favella) debba esserlo della lingua, e della letteratura. E che si voglia imporre ad un paese privo non solo di vasta capitale, non solo di capitale qualunque, e quindi di società una e conforme, e d’ogni norma e modello di essa, ma privo affatto di società, una soggezione (in fatto di lingua ch’è l’immagine d’ogni cosa umana) più scrupolosa di quella stessa che una vastissima capitale, un deciso centro ed immagine e modello e tipo di tutta la nazione, ed una strettissima e uniformissima società, impone alla lingua e letteratura francese. (6. Nov. 1821.). Certo se v’è nazione in Europa [2065]colla cui costituzione politica e morale e sociale convenga meno una tal soggezione in fatto di lingua (e la lingua dipende in tutto dalle condizioni sociali ec.), ell’è appunto l’Italia, che pur troppo, a differenza della Germania, non è neppure una nazione, nè una patria.

(7. Nov. 1821.)

Le dette circostanze della lingua latina, rendendola poco libera, siccome necessariamente accade a tutte le lingue scritte, e letterature che sono strettamente influite dalla società, il che le rende strette suddite dell’uso, come in Francia, dovevano render la lingua latina scritta, e la letteratura, come la francese, facilissima a corrompersi, ossia a degenerare, o perdere l’indole sua primitiva, o quella della sua formazione; perocchè l’uso cambia continuamente, massime cambiandosi le circostanze dei popoli, come accadde in Roma; e la lingua scritta, e letteratura latina, dipendendo [2066]in tutto da quest’uso, doveva per necessità cambiar presto di faccia, come ho predetto alla francese, e l’evento della lingua e letteratura latina, conferma la mia predizione. E le circostanze avendo portato che gli scrittori che succedettero al secolo di Cicerone e di Augusto non fossero gran cosa, perciò noi (come quelli che in quei tempi furono di buon gusto) chiamiamo questo cambiamento (per altro inevitabile) della lingua e letteratura latina, corruzione, e molto più quello, parimente inevitabile, che accadde, e venne continuamente accadendo ne’ successivi tempi. In somma la lingua latina scritta doveva per necessità, cambiar di forma di secolo in secolo continuamente, e così fece, ma siccome i secoli seguenti furono corrotti, e poveri o scevri di buoni scrittori e letterati, (dico buoni per se stessi, come un Cicerone o un Virgilio) perciò i cambiamenti ch’ella inevitabilmente dovea soffrire e soffrì, si chiamano [2067]e furono corruzioni.

(7. Nov. 1821.)

Come la lingua così la letteratura francese è schiava, e la più schiava di quante sono o furono (qualità naturale in una letteratura d’indole moderna) e nemica o poco adattabile all’originalità, e quindi alla vera poesia, e quindi anche ella appena può dirsi letteratura, essendo serva dell’uso e della società, non della sola immaginazione ec. come dovrebbe. Nè poteva accadere che la lingua fosse schiava e la letteratura no, siccome non poteva e non può in nessun luogo o tempo accadere viceversa. Dico la letteratura, la quale sola, insieme coi costumi (parimente schiavi della società, e dell’uniformità in Francia, e nemici di originalità) segue o accompagna l’andamento della lingua, e ne ha tutte le qualità; non la filosofia, la quale non è in questo caso in Francia, nè per se stessa in verun luogo, poich’ella ha un [2068]tipo e una ragione indipendente da ogni circostanza, cioè la verità, incapace d’essere influita, e sempre libera ec. Così dico delle scienze ec.

(7. Nov. 1821.)

Del resto le sopraddette considerazioni provano che mentre la lingua francese, (come fu la latina) la letteratura, e i costumi francesi, sono nemici della novità per natura, giacchè escludono l’originalità, ed esigono l’uniformità, nondimeno, e per ciò stesso, detta lingua (come la latina) letteratura e costumi, sono più soggetti di qualunque altro alla novità, e mutabili fino all’ultimo grado, come abbiam veduto nel fatto quanto alla lingua latina, e come vediamo parimente in tutto ciò che spetta alla nazione francese, la più mutabile delle esistenti, (nel carattere generale come nell’individuale, e in questi come in tutto il resto) e continua maestra e fonte di novità alle altre nazioni colte. Così che v’ha una contraddizione essenziale nella natura di essa nazione, lingua, letteratura ec. ossia un principio elementare che necessariamente produce due [2069]contrarii effetti. Fonte inevitabile d’inconvenienti, di corruzione, d’istabilità ec.

(7. Nov. 1821.)

Alla p.1126. marg. Quanto sia vero che il v è stato sempre, per natura della pronunzia umana, almeno ne’ nostri climi, o considerato o confuso con una aspirazione, e questa lieve, si può vedere nella lingua italiana che spesso lo ha tolto via affatto o dalle parole derivate dal latino, o da altre. E in quelle stesse dove lo ha conservato, la pronunzia volgare spessissimo lo sopprime, e spesso anche la scrittura, come nella parola nativo dal latino nativus, che noi scriviamo indifferentemente natìo, ed in molte altre simili, latine o no, che o si scrivono indifferentemente in ambo i modi, o sempre senza il v che prima avevano, come restìo, che certo da prima si disse restivo, o restivus Giulio per giulivo, Poliz. l.1. Stanza 6. v.4. Bevo, beo, bee ec. Devo deve, deo dee ec. V. le gramatiche, e fra gli altri il Corticelli. Paone, pavone ec. Viceversa il popolo molte volte in queste o altre [2070]voci, inserisce o aggiunge comunque, quasi per vezzo, il v, che non ci va, massimamente fra due vocali, per evitare l’iato, al modo appunto del digamma eolico ch’io dico esser lo stesso che l’antico v latino. Del resto come i latini dicevano audivi e audii ec. ec. così è solenne proprietà della nostra lingua il poter togliere il v agl’imperfetti della 2. 3. e 4. congiugazione e dire tanto udia, leggea, vedea quanto udiva, leggeva, vedeva (cioè videbat ec. essendo il b latino un v presso noi in tali casi, come lo era spesso fra’ latini, e viceversa, e come tra gli spagnoli queste due lettere, e ne’ detti tempi e sempre si confondono.) Particolarità analoghe a queste che ho notate nella lingua italiana, si possono anche notare nella francese e più nella spagnola. Siccome l’analogia fra la f e il v si può notare nel francese vedendo dal masc. vif farsi il fem. vive ec. ec.

(7. Nov. 1821.)

[2071]Alla p.2052. fine. Dissertare, exsertare, insertare, da dissertus, exsertus, insertus, di disserere, exserere, inserere. Il nostro concertare, concerto ec. e il francese e lo spagnolo non sembrano essere altro che un continuativo di conserere (v. Forcell. in questa voce), detto da prima consertare. V. la Crusca in consertare, conserto ec. ec. e i Diz. franc. e spagn. Giacchè non pare che abbiano a far niente col latino puro concertare, da certare. Il Gloss. non ha nulla nè di consertare, consertus ec. nè di concertare, concertus ec. e non accade consultarlo. Il nostro disertare ec. viene come altrove ho detto da desertus ec. Sembra anche che esistesse un continuativo del semplice serere, cioè sertare. Sertatus regali majestate ha Marziano Capella, e lo porta il Forcellini in sertatus, che spiega coronatus, serto circumdatus; e sertare nel Gloss. si spiega sertum imponere, coronare, quasi volessero dire che questo verbo è formato dal sustantivo [2072]sertum, ovvero serta orum, oppure da serta ae (de’ quali v. il Forcell. l’Append. e il Gloss.). Ma trovandosi questo verbo tanto nell’esempio portato dal Forc. quanto in altro del Gloss. accompagnato con ablativo di cosa, non par che sia formato da un sustantivo, ma ben da sertus participio di serere (sero, is, ui, ertum.), e perciò sertatus sia d’altra natura che radiatus, paludatus, togatus i quali propriamente non s’accompagnano ad ablativi di cosa, ma stanno da se. Del resto sebbene non si trova che il participio sertatus, e il Forcellini non porta che questo (il Gloss. però pone sertare), io credo però che questo sertatus per le dette ragioni, indichi un verbo, e sia cioè un participio. Sertare in senso di chiudere è della bassa latinità, e lo porta pure il Gloss. ma non ha che fare col nostro sertatus nè viene da serere, ma è uno storpiato continuativo di serare il qual serare è riconosciuto da Prisciano. (Forcell. in sero, is. fine).

(8. Nov. 1821.)

[2073]Escludere affatto la materia dall’essenza di Dio, non è altro che togliergli una maniera di essere, e quindi una perfezione dell’esistenza, vale a dire togliergli un’esistenza completa, cioè in tutti i modi possibili, e crederlo incapace di esistere materialmente, quasi ciò per se stesso fosse un’imperfezione; o che quegli che esiste materialmente, non potesse anche esistere immaterialmente, e dovesse per necessità esser limitato. Anzi sarebbe limitato quell’essere che non esistesse nè potesse esistere materialmente, e quindi imperfetto, cioè incompleto nella sua essenza, secondo l’unica idea che noi possiamo formarci di una perfezione assoluta, la quale non può essere se non un’essenza che abbracci tutti i possibili modi di essere. Ora la materia è un modo di essere non solo possibile, ma reale, e tanto ch’è l’unico modo reale che noi possiamo effettivamente conoscere, e distintamente immaginare; nè solo noi, ma tutte le creature che noi distintamente [2074]ed effettivamente possiamo conoscere, o conosciamo, non possono immaginare o sentire altro modo di essere. Nè perchè Dio esistesse materialmente, sarebbe materiale, ma abbraccierebbe anche la materia nella sua essenza; il che è certo e convenuto anche fra’ teologi, che riconoscono in Dio il tipo, e l’idea, o la forma e la ragione antecedente di tutte le cose possibili, e maniere di essere. Or come potrebbe l’essenza di Dio perfettamente abbracciare e contenere la forma e il modo di essere della materia (unica forma e modo che appartenga a tutto quel creato ed esistente che noi conosciamo) o di qualunque altra natura possibile, s’egli non esistesse materialmente e in qualunque altro modo possibile?

Le contraddizioni che noi vediamo fra questi modi, le vediamo noi, ma, come spesso ho mostrato, non sono assolute ma relative, e niente può impedire a Dio di esistere tutt’insieme in due o più modi che a noi paiono contrarii ec. ec. ec. [2075]

(8. Nov. 1821.)

Molte volte riescono eleganti delle parole corrottissime e popolarissime, e ineleganti o meno eleganti delle altre incorrotte o meno corrotte, e meno popolari. Per es. commessi in vece di commisi, potrà riuscire più elegante in una scrittura, benchè sia una pura corruzione di commisi che viene direttamente dal commisi latino. Ma questa corruzione sebben popolare, essendo antica, ed avendo cessato oggi di essere in uso frequente, o presso il popolo, o presso gli scrittori, e trovandosi ne’ buoni scrittori antichi, essa riesce, in una scrittura, elegante perchè fuori dell’ordinario, e più elegante di commisi (ch’è incorrotto) perciò appunto che questo è in uso commune, e che nell’uso la parola più antica, e non corrotta ha prevaluto alla corrotta, così che la più moderna e corrotta, viene a parere più antica e meno ordinaria della stessa antica. E quante volte le eleganze non derivano e non sono altro [2076]che pure corruzioni di voci, frasi ec. ec. ec. E chi perciò le condannasse, o stimasse più eleganti le corrispondenti voci o frasi incorrotte, e più regolari, più corrispondenti all’etimologia ec. non saprebbe che cosa sia eleganza per sua natura. ec.

(9. Nov. 1821.)

Alla p.2052. fine. Da sponsus di spondere, sponsare, e da desponsus di despondere, desponsare, (de’ quali v. Forcell. ed osserva la forza continuativa che hanno, e puoi anche ben riferirli alla p.2033. fine, segg.).

(9. Nov. 1821.)

Alla p.1151. fine. Quassare di cui dice Gellio, QUASSARE quam QUATERE, gravius violentiusque est, non è altro che un continuativo di quatere dal suo participio quassus. Il quale si trova bene spessissimo negli autori latini, ma da’ gramatici è riconosciuto piuttosto per nome aggettivo che per participio di quatere. (Forse anche [2077]ameranno di chiamarlo contrazione di quassatus). Non nego che infatti non si trovi usato in forma per lo più di aggettivo, ma ciò accade nè più nè meno a innumerabili altri evidentissimi participii passivi d’altri verbi. Ora che quassus in origine sia puro participio di quatere, si farà chiaro dal verbo quassare considerato secondo le osservazioni che noi abbiamo fatte circa la formazione di tali verbi continuativi dal participio in us de’ positivi; e si conferma ancora dall’autorità di Festo il quale dice che concutere è composto di con e quatere. Ora egli ha il suo participio passato e questo fa concussus, (così excussus, incussus ec.) e se concutere, è quanto dire conquatere, concussus sarà come conquassus. (V. Forcell. in quatere principio, concutere ecc.). Conquassare altro derivato compositivo di quatere, viene dunque ad essere un continuativo di concutere ec. niente meno di quello che succussare (onde succussator, succussatura ec. Ve. anche il Du Cange) lo sia di succutere. Forcell. lo chiama frequentativo di succutere. È verbo antico, co’ suoi derivati; pur di questi se n’ha nel Gloss. e noi pure volgarmente diciamo talvolta succussare.

(9. Nov. 1821.)

[2078]Alla p.1111. Il formare di netto un verbo da una preposizione (o più d’una) ed un nome, è proprio della lingua italiana (augnare, arrischiare, inceppare e mille altri) simile anche in ciò alla greca (alla quale soprattutto è familiare) proprio anche della spagnuola ec. ma non della latina nella quale difficilmente troverete un verbo composto con preposizione o particella o avverbio, il quale non derivi da un altro verbo semplice e spoglio di preposizione, particella ec. Che se questo semplice talvolta non si trova, esistè però anticamente, perchè tale è l’indole della lingua latina, di formare i verbi composti, non da’ nomi a dirittura, ma da’ verbi semplici, i quali bensì furono formati da nomi. Massimamente poi sarà difficile che in latino (dico nel buon latino) troviate un verbo composto e formato primitivamente di una preposizione o particella ec. e di un nome sustantivo. Pernoctare che sarebbe di questo rarissimo genere, indica, se non fallo, un antico noctare simile al greco nuktereæein. V. p.2779. fine. Indigitare sarebbe altresì di questo genere, e così irretire, ec. Difficilmente ancora formavano i latini un verbo composto [2079]di uno o più nomi e di un verbo (come labefactare ec.) che fuori di tal composizione e senza alcuna composizione, non esistesse ec. ec. ec.

(9. Nov. 1821.). V. p.2277.

Alla p.1154. marg. I nostri antichi hanno anche un fremitare verbo italiano, formato però alla maniera latina da fremitus o fremitum di fremere, (che noi anticamente dicemmo pure fremire), e che si può molto verisimilmente credere di più antica origine, benchè non si trovi negli autori latini nè nel Glossario.

(12. Nov. 1821.)

Les écrivains français ont besoin d’animer et de colorer leur style par toutes les hardiesses qu’un sentiment naturel peut leur inspirer, tandis que les Allemands, au contraire, gagnent à se restreindre. La réserve ne sauroit détruire en eux l’originalité; ils ne courent risque de la perdre que par l’excès même de l’abondance (De l’Allemagne. t.1. 2. part. ch.9. p.244.) [2080]Ciò non vuol dir altro se non che la lingua tedesca non è ancora abbastanza formata; e perciò solo le sue ricchezze e facoltà non hanno limiti: tutto ciò ch’è possibile in fatto di lingua, è possibile a lei, e tutto ciò ch’è possibile a tutte le lingue insieme, ed a ciascuna separatamente; ell’è come una pasta molle suscettibile d’ogni figura, d’ogni impronta, e di cangiarla a piacere di chi la maneggia; simile appunto al fanciullo prima dell’educazione, il quale è suscettibile d’ogni sorta di caratteri e di facoltà, e non si può ancor dire qual sia precisamente la sua indole, a quali facoltà la natura l’abbia disposto, perciocchè la natura include in ciascun individuo delle disposizioni maggiori o minori bensì, ma per qualunque indole e facoltà possibile.

A queste considerazioni appartiene ciò che l’autrice ha detto immediatamente prima. Les dialectes germaniques ont pour origine une langue mère, dans laquelle ils puisent tous. Cette source commune renouvelle et multiplie [2081]les expressions d’une facon toujours conforme au génie des peuples. Les nations d’origine latine ne s’enrichissent pour ainsi dire que par l’extérieur; elles doivent avoir recours aux langues mortes, aux richesses pétrifiées pur étendre leur empire. Il est donc naturel que les innovations en fait de mots leur plaisent moins qu’ aux nations qui font sortir les rejetons d’une tige toujours vivante. - La lingua madre delle teutoniche moderne, non è più viva della latina. Ma la differenza è che la latina fu formata e determinata, l’antica teutonica no. Quella visse ed è morta, questa non è morta, perchè non è, si può dire, vissuta. La forma certa della lingua latina influisce sempre più o meno sulle sue figlie. Quando queste nacquero, benchè nuove, e non formate, contenevano in se stesse un non so che di vecchio e di formato, e questo vecchio e questo formato era morto. Quindi sempre un non so che di gêne nelle nostre lingue, se si paragonano all’infinita libertà e potenza della tedesca e della greca. La madre [2082]delle moderne teutoniche non essendo mai stata formata, si può dire che appena sia madre; si può dire che le sue figlie non sieno figlie, ma una continuazione di lei, una formazione e determinazione di essa, che non avea mai ricevuto forma ec. Ella dunque ancor vive; e le lingue moderne teutoniche derivano dall’antico senza interruzione, senza una intermedia rinnovazione totale di forme, che pone quasi un muro di separazione fra le lingue meridionali e le loro antiche sorgenti. La lingua antica teutonica si presta dunque al moderno come si vuole; e la radice delle sue figlie ancor vive, perch’ella non ebbe mai una tal forma che la determinasse e circoscrivesse e attaccasse inseparabilmente al tempo suo, ad un carattere di una tal età, all’indole antica ec. e la diversificasse dalla lingua di un altro tempo, per derivata ch’ella fosse da lei, e simile a lei, e debitrice a lei ec. L’ebbe bensì la latina, ed ella è morta col carattere e le circostanze di quei tempi a’ quali fu attaccata, ne’ quali ricevè piena forma, e determinazione. [2083]Non l’ebbe la greca, ed ella perciò si rassomiglia sommamente alla tedesca, ma solo per queste circostanze e qualità esteriori, non già per le qualità intrinseche, le quali sono tanto diverse, quanto il carattere meridionale dal settentrionale. E perciò sarebbe sciocco il credere che il carattere della lingua tedesca somigliasse a quello della greca sostanzialmente. Bisognerebbe veder tutte due queste lingue ben formate, e allora la discrepanza dell’indole, sarebbe somma. Bensì, stante la detta conformità esteriore, la lingua tedesca è adattabile a tutte le qualità intrinseche e proprie della lingua greca; ma non senza perdere la sua natura, il suo spirito e gusto nativo, la sua originalità. Lo sarebbe nè più nè meno anche la greca rispetto alla tedesca.

L’antico teutonico dunque non si può diversificare dal moderno tedesco, nè considerar questo e quello come due individui, ma come un solo, anticamente fanciullo, oggi adulto. Dove che l’italiano p.e. e il latino sono due individui parimente maturi, e diversi l’uno dall’altro. Tutto ciò non prova l’adattabilità e conformabilità particolare della lingua tedesca, ma la conformabilità comune a tutte le [2084]lingue non mai state formate, e la fecondità comune a tutte le lingue la cui origine non si può fissare a cinque o sei secoli addietro, come dell’italiana, ma si perde nella caligine dei tempi. Perciò la lingua tedesca ha ancora e potrà avere, finchè non riceverà perfetta forma, indole tanto moderna quanto antica, o piuttosto nè l’una nè l’altra; a differenza dell’inglese che è pur sua sorella carnale, ma che per diverse circostanze, ha ricevuto maggior forma e determinazione, e proprietà. La lingua ebraica se oggi si continuasse a scrivere, sarebbe nel caso della tedesca, e ci fu veramente negli scritti de’ rabbini, i quali sono veramente ebraici, sebbene tanto abbiano affare coll’antico ebraico, quanto il tedesco coll’antico teutonico, il quale appena si conosce. Laddove nè gli scritti latini de’ bassi tempi, nè gl’italiani, sono o furono latini perchè il latino ricevè una forma certa e determinata, [2085]fuor della quale non v’è latinità. Ma v’è sempre teutonicità ed ebraicità fuor dell’antico teutonico ed ebraico, che non furono mai formati nè circoscritti, in modo che si potesse dire, questa frase ec. non è teutonica. Così proporzionatamente discorrete del greco, la cui libertà a differenza del latino, nacque indubitatamente dalla differenza delle circostanze sociali e politiche, e dalla molta maggior quantità di tempo in cui la lingua greca fiorì per iscrittori ottimi e sommi, non come linguisti, ma come scrittori.

(13. Nov. 1821.)

Il lui reste encore (à l’Allemand) une sorte de roideur qui vient peut-être de ce qu’on ne s’en est guère servi ni dans la société ni en public. l. c. p.246.

(13. Nov. 1821.)

L’Allemand est en lui-même une langue aussi primitive et d’une construction presque aussi savante que le grec. [2086]Ceux qui ont fait des recherches sur les grandes familles des peuples, ont cru trouver les raisons historiques de cette ressemblance: toujours est-il vrai qu’on remarque dans l’allemand un rapport grammatical avec le grec; il en a la difficulté sans en avoir le charme; car la multitude des consonnes dont les mots sont composés les rendent plus bruyants que sonores. On diroit que ces mots sont par eux-mêmes plus forts que ce qu’ils expriment, et cela donne souvent une monotonie d’énergie au style... J. J. Rousseau a dit que les langues du Midi étoient filles de la joie, et les langues du Nord, du besoin... L’allemand est plus philosophique de beaucoup que l’italien, plus poétique par sa hardiesse que le français, plus favorable au rhythme des vers que l’anglais: mais il lui reste encore ec. V. la pag. qui dietro.

[2087]La simplicité grammaticale est un des grands avantages des langues modernes: cette simplicité, fondée sur des principes de logique communs à toutes les nations, rend très facile de s’entendre; une étude très-légère suffit pour apprendre l’italien et l’anglais; mais c’est une science que l’allemand. La période allemande entoure la pensée comme des serres qui ouvrent et se referment pour la saisir. Une construction de phrases à peu près telle qu’elle existe chez les anciens s’y est introduite plus facilement que dans aucun autre dialecte européen; mais les inversions ne conviennent guère aux langues modernes ec. e segue riprendendo il troppo uso delle inversioni nel tedesco. l. c. p.2457.

Una lingua somigliante per indole alle antiche, e somigliante in particolare alla greca, siccome è la tedesca, è pure éminemment [2088](come dice la Staël in altro luogo) propria alla filosofia. La lingua tedesca non ha indole antica, se non perch’ella non è ancora abbastanza formata, per aver presa un’indole decisamente propria del tempo in cui ella è scritta; e perciò solo ella ha quel vago, e quel libero, e quel vario ch’è proprio delle lingue antiche. Per acquistare indole moderna, una lingua ancorchè moderna, ha bisogno di molto maggior coltura, uso, arte, cospirazione di scrittori e di mezzi, che non ne avevano le lingue antiche per acquistare una forma propria del tempo loro, o le lingue moderne per acquistare una forma antica. Giacchè la forma antica era molto più vaga e indeterminata della moderna, e poco bastava a proccurarla e stabilirla.

Ma prescindendo da ciò, quest’esempio di fatto prova e conferma quello che in diversi luoghi ho detto: 1. che [2089]le lingue d’indole antica sono capacissime della più sottile filosofia, e di esprimere ogni più riposta ed elementare idea umana; 2. che la lingua greca (simile alla tedesca) lo fu, e lo sarebbe anche oggi se vivesse, ed avrebbe potuto servire ai nostri tempi molto meglio della latina se ec. ec. ec. 3. che la lingua italiana essendo fra le lingue moderne formate la più antica di fatto e d’indole, la più libera ec. (tanto ch’ella vince in queste qualità la stessa latina sua madre) è sommamente capace di filosofia, per astrusa che possa essere, quando coloro che l’adoprano, sappiano conoscere e impiegare le sue qualità, e le immense sue forze, e le forme di cui è suscettibile per sua natura, e volerla applicare alle cose moderne ec.

(14. Nov. 1821.)

Il est très-facile d’écrire dans [2090]cette langue (tedesca) avec la simplicité de la grammaire française, tandis qu’il est impossible en français d’adopter la période allemande, et qu’ainsi donc il faut la considérer comme un moyen de plus. l. c. p.247.

Ciò non accade se non perchè il tedesco non è ben formato, non ha indole nè costruzione ec. decisa, e decisamente propria. (E come altrimenti se en Allemagne, il n’y a de goût fixe sur rien, tout est indépendant, tout est individuel. L’on juge d’un ouvrage par l’impression qu’on en reçoit, et jamais par les règles, puisqu’il n’y en a point de généralement admises: chaque auteur est libre de se créer une sphère nouvelle. 2de part. ch.1. p.186. Qual è la nazione e la letteratura, tale la lingua, e viceversa. Non formata quella, non formata, non ben regolata, non determinata, non [2091]circoscritta questa.) Il greco infatti sarebbe stato capacissimo del periodo latino, e d’ogni qualità latina (come si vide cogli effetti, secondo che dico altrove): non così viceversa, perchè il latino era pienamente formato, e così la letteratura latina, stante le circostanze sociali e politiche della nazione. L’italiano è così facilmente e pienamente adattabile al periodo ec. francese, come pur troppo vediamo, ma non senza perdere la sua originalità, e il gusto proprio e naturale della nazione che lo parla. E questo appunto è il caso del tedesco, quando si adatta al francese, (e se non lo è, ciò appunto vuol dire che il tedesco non è ancora formato) questo il caso del greco quando in certo modo si adattò al latino, ec. Quest’adattabilità insomma non è diversa dalla corruttibilità, e l’atto di essa, non è diverso dalla corruzione. (Ma la corruzione vien dopo il perfezionamento, e se un tal atto non par corruzione nel tedesco, ciò vuol dire ch’egli non è ancora perfetto, nè in grado di manifestare una corruzione ec.)

La lingua francese inadattabile affatto al periodo o a qualunque altra proprietà italiana, siccome di qualunque altra [2092]lingua, pare che non sia soggetta a corruzione veruna che venga da gusto ec. ec. straniero. (E tal è pure il caso della loro letteratura, costumi ec.) Così è infatti per una parte, ma per l’altra 1. ogni volta che per qualche possibilissima circostanza politica o qualunque, ella fosse forzata ad adattarsi o transigere con qualche cosa o qualità straniera, contraddicendo ciò dirittamente alla sua natura, tutto l’intero edifizio della lingua francese rovinerebbe, ed essa lingua non sarebbe più francese. 2. ho mostrato altrove com’ella sia soggetta ad una corruzione inevitabile che nascerà, anzi si va senza interruzione formando nello stesso seno di lei, e della sua nazione; perchè questa come tutte le cose umane, ma essa soprattutto, è variabilissima, laddove la lingua francese è invariabile. Ed è certo che la lingua francese più che dallo straniero, dee temer la corruzione dal nazionale, qual fu quella dell’italiano [2093]nel 600. e possiamo anche dire nel 400.

(14. Nov. 1821.)

En examinant les ouvrages dont se compose la littérature allemande, on y retrouve, suivant le génie de l’auteur, les traces de ces différentes cultures, comme on voit dans les montagnes les couches des minéraux divers que les révolutions de la terre y ont apportés. Le style change presque entièrement de nature suivant l’écrivain, et les étrangers ont besoin de faire une nouvelle étude à chaque livre nouveau qu’ils veulent comprendre. l. c. 2de part. ch.3. p.201. fine.

(14. Nov. 1821.)

Che la lingua tedesca abbia più che qualunque altra moderna conservato lo spirito, l’andamento ec. della teutonica, cioè si rassomigli alla sua madre più di ogni altra lingua colta europea, non deriva da altro se non da questo che nè la madre fu mai nè la figlia è peranche interamente formata. [2094]Questo fa che la lingua tedesca, essendo moderna, possa ancora decisamente rassomigliarsi ad una lingua antica, e servendo alle cose moderne possa avere ed abbia un’indole antica, qualità antiche, proprietà non proprie di que’ tempi ne’ quali è adoperata. E questo pur fa vicendevolmente che la lingua teutonica essendo antica possa pur contenere tanta disposizione che basti alle cose moderne, perciocch’ella non fu mai circoscritta nè determinata da nessuna forma completa datale da un uso stretto o di società o di letteratura ch’ella non ebbe mai. (Bensì si può credere che la lingua tedesca, quando sarà finita di formare conserverà tanto della sua indole antica che la rassomigli alla greca, e all’italiana in queste qualità esteriori, e ciò per la conformità delle circostanze sociali e politiche ch’ella ha con queste due lingue, e la differenza [2095]ch’ella ha con la latina e colla francese rispetto alle dette circostanze ec.)

Molto tempo ci vuole perchè una lingua riceva una forma completa, ed un’indole al tempo stesso decisamente propria, e decisamente definita. La lingua tedesca non ha ancora compito questo tempo, e le sue circostanze sociali e politiche e letterarie rallentano indicibilmente i suoi progressi verso questo fine. Che uniformità trovare in una lingua, dove ogni scrittore forma da se una scuola letteraria, dove (v. p.2090. mezzo) dove non v’è centro nessuno 1. letterario, 2. sociale, 3. politico, 4. di opinione, 5. di gusti, 6. di costumi ec. ec.?

Molto tempo ci vuole perchè una lingua riceva una forma decisamente propria del tempo in cui ella è adoperata ec. La lingua francese avea già prodotto un Amyot e un Montagne, nè peranche l’aveva, e non la ricevè propriamente che sui principii del passato [2096]secolo. Quanti scrittori che ancora si ammirano, o si ricordano o vedono ricordati con ammirazione avea prodotti la lingua latina, che tuttavia non ebbe forma completa e propria del tempo ec. se non da Cicerone?

Prima di questa forma, tutte le lingue sono liberissime, onnipotenti, (anche quelle di nazioni o schiave, o riunite ad un sol centro, e dipendenti da una stretta società ec. come lo era la lingua francese prima di Luigi 14. la latina prima di Cicerone eppure ambedue erano liberissime ec.) adattabili a quello che si voglia; tutte sono d’indole antica, cioè d’indole indeterminata, e naturale, e insubordinata, che questo è insomma il carattere antico nelle lingue, e in tutt’altro. Tutte formandosi, perdono gran parte di queste qualità, le perdono necessariamente, perchè altrimenti non sarebbero formate nè uniformate, e ricevono un’impronta propria e speciale del tempo in cui ottengono [2097]questa forma. Da quel punto in poi, e non da ciò che tale o tal lingua era prima di quel punto, bisogna considerare le proprietà di essa lingua, e giudicare del più o meno della sua libertà, potenza, ardire, varietà, ricchezza, adattabilità, pieghevolezza ec.

L’italiana ha già passato da lungo tempo questo punto. La francese da qualche tempo meno. Ma ambedue l’hanno passato, e qual sia il grado in cui bisogna considerarle isolatamente e rispettivamente, quanto alle dette qualità, s’è detto molte volte. La tedesca non l’ha ancora passato. Non c’è giudizio non c’è paragone da fare su di lei in proposito di tali qualità, o di verun’altra, ma di queste massimamente.

Io son certo che se la lingua russa e polacca continuando ad esser coltivate, usciranno dal grado in cui sono, di pure immagini [2098]della lingua e letteratura francese, (grado in cui si trovò parimente la tedesca ne’ principii del secolo passato, sin verso la metà) e se cominceranno ad acquistare un’indole, e una forma propria della nazione, e del tempo, e originale; son certo, dico, che in questi principii di formazione, si dirà di esse lingue e letterature, quello che oggi si dice della tedesca, che si trova appunto in quest’epoca di formazione incominciata, e non compita, e difficile a compiere per le sue circostanze nazionali. Così anche la lingua e letteratura Inglese al tempo di Anna, sebben ella aveva già da molto tempo uno Shakespeare, scrittore veramente nazionale. Si dirà cioè che la lingua russa e polacca sono d’indole antica, rassomigliano moltissimo alle loro madri, sono liberissime, pieghevolissime, varie, ricche, capaci d’ogni cosa, arditissime, spesso oscurissime e irregolari, e non per tanto eleganti ec. Così delle letterature.

Quando poi la loro formazione sarà [2099]compiuta, stabilita, perfezionata, allora solo si potrà veramente giudicare delle loro qualità; allora non so che cosa se ne dirà, ma posso congetturarlo. Cioè, stante le circostanze politiche de’ russi e polacchi diversissime da quelle de’ tedeschi, si può prevedere che incominciata che sarà una effettiva formazione delle loro lingue e letterature, questa (massime in Russia) progredirà più rapidamente assai che non ha fatto in Germania, acquisterà più presto una struttura e un’indole uniforme e determinata, e il carattere loro, quando sarà finito di formare, riuscirà molto meno prossimo all’antico, molto più moderno e contemporaneo, molto meno libero, potente, pieghevole, molto più stretto da regole e circoscrizioni, molto più debole, e non per tanto più grazioso forse, e meno ruvido ec. ec. del tedesco; si accosterà insomma di nuovo al francese, più assai che al tedesco; [2100]quanto comporterà la differenza che passa tra il settentrionale e il meridionale; si accosterà soprattutto all’inglese, quanto comporterà la differenza che passa tra un popolo libero, e un governo assoluto.

Anche la lingua italiana quando si stava formando, (sebbene anche poscia ha sortito un’indole liberissima) nondimeno manifestava allora quell’eccessiva libertà, adattabilità, onnipotenza ch’è propria di tutte le lingue in tal epoca. E parimente andava soggetta a quei difetti che nascono da tali qualità; onde nello stesso cinquecento, quando si stava perfezionando la lingua italiana, essa rassomigliava nel Guicciardini al tedesco quanto all’oscurità e confusione che deriva dall’abuso della potenza che avea la nostra lingua di abbracciare con un solo periodo un’infinità di sentenze, [2101]di concatenare insieme mille pensieri; di chiudere un ragionamento, un discorso intero, un intero sistema o circuito d’idee, in un solo periodo. (qualità che la Staël nota più volte e rimprovera nel tedesco). Parimente si rassomigliava esteriormente al tedesco nell’abuso delle inversioni, delle figure, di tutte le facoltà non logiche che può possedere una lingua, e che la nostra infatti possedeva.

In tale stato, se avessimo discorso come i tedeschi, avremmo forse creduto che la lingua nostra fosse attissima alle traduzioni. Tutto l’opposto si credè nel 500. e si crede di quel tempo anche ora, che si vedono le traduzioni allora fatte, ottime talvolta come opere, ma come traduzioni non mai. Terminata di perfezionare la nostra lingua, e perdè quei difetti, e divenne più atta alle traduzioni che mai fosse altra lingua perfetta.

(15. Nov. 1821.)

[2102]Espressione degli occhi. Perchè si ha cura fino ab antico di chiuder gli occhi ai morti? Perchè con gli occhi aperti farebbero un certo orrore. E questo orrore da che verrebbe? Non da altro che da un contrasto fra l’apparenza della vita, e l’apparenza e la sostanza della morte. Dunque la significazione degli occhi è tanta, ch’essi sono i rappresentanti della vita, e basterebbero a dare una sembianza di vita agli estinti. Egli è certo che la sede dell’anima quanto all’esteriore, son gli occhi, e quell’animale o quell’uomo estinto, a cui non si vedono gli occhi, facilmente si crede che non viva; ma finattanto che gli occhi se gli vedono, si ha pena a credere che l’anima non alberghi in essi, (quasi fossero inseparabili da lei), e il contrasto fra quest’apparenza, questa specie di opinione, e la certezza del contrario, cagiona un raccapriccio, massime trattandosi de’ nostri simili, perchè ogni sensazione è viva, ogni contrasto è notabile in tali soggetti (cioè morte del nostro simile); eccetto [2103]il caso di abitudine formata a tali sensazioni, ec.

(15 Nov. 1821.)

Le stesse circostanze sociali e politiche e cronologiche che renderono la lingua latina tanto più determinata, e meno libera della greca, e tanto più legata rispetto a questa, quanto più perfetta rispetto alla medesima, resero ancora la letteratura latina assai più determinata, perfetta, formata e raffinata della greca, e forse di qualunque altra siasi mai vista, anche (senza dubbio) fra le moderne. Ma queste medesime circostanze, e queste medesime perfezioni la resero (siccome la lingua) assai meno originale e varia della greca. I latini scrittori furono grandi per arte, i greci per natura, parlando di ambedue generalmente. I latini ebbero un gusto certo, formato, ragionato, i greci più naturale che acquisito, e però vario, e originale ec. Qual è la lingua tale è sempre insomma la letteratura, e viceversa.

Sebbene il maggior numero de’ grandi scrittori greci, massimamente ne’ migliori tempi della greca letteratura, fu Ateniese (come da molti si è osservato, e in [2104]particolare da Velleio sulla fine del primo), sebbene il secol d’oro detto di Pericle non appartenesse che agli Ateniesi, ec. ec. nondimeno nè la lingua nè la letteratura greca non fu mai ristretta a quei termini di unità, che definiscono, uniformano, assoggettano, regolano una letteratura, o lingua e la rendono meno varia, libera, originale ec. E questo perchè non v’ebbe in Atene, neppure in quei tempi, tanto spirito di società giornaliera come in Roma, e perchè gli stessi scrittori Ateniesi, e in quel secolo e poi, non si restrinsero mai per nessun modo al solo dialetto Ateniese, o al solo gusto Ateniese; anzi per lo contrario ec. E di più ciascuno scrittore pensò e scrisse da se, e si formò da se una scuola, una lingua, uno stile, una letteratura. ec. (V. la p.2090.) Senofonte detto l’ape attica, e tipo di atticismo, fu esiliato come lakvnÛzvn, visse quasi sempre fuori d’Atene, viaggiò molto in [2105]Grecia in Asia ec. (così anche Platone in Egitto, in Sicilia ec. così altri grandi di que’ tempi) e fuori d’Atene scrisse o tutte o quasi tutte le sue opere.

(16. Nov. 1821.)

Alla p.1154. principio. Di questo cogitare e della sua origine e significato frequentativo o continuativo (che secondo la sua formazione può aver l’uno e l’altro valore) v. il Forcellini in Cogito nel principio. Ed osserva ch’egli crede e dice traslato il senso di detto verbo in questo luogo di Virg. 1. Georg. 461. seqq.

Denique, quid vesper serus vehat, unde serenas

Ventus agat nubes, quid cogitet humidus Auster,

Sol tibi signa dabit.

 

(Forcell. Cogito. in fine.) Ora io per lo contrario lo credo proprio e primitivo, almeno in quanto cogitare viene da cogere nel significato di raunare ec. L’interpretazione di Servio favorisce il Forcellini, [2106]quella dell’Ascensio la mia.

(16. Nov. 1821.)

Alla p.1129. marg. fine. Se, come altrove ho sospettato, il verbo pernoctare è formato da un semplice noctare, questo pur viene da un monosillabo nox. Ed osservate che questa idea di notte è altutto primitiva, siccome quella di dies che è pur monosillabo secondo le osservazioni da me fatte. Così anche sol, vis (onde virere, se vires non è che il plurale di vis ec. ec.).

(16. Nov. 1821.)

Alla p.2063. Nondimeno sì l’uso pubblico della lingua inglese parlata, sì l’unità della nazione, hanno assai più determinata e uniformata la detta lingua, ed anche la letteratura, di quello che sia la lingua e la letteratura tedesca. (Aggiungete che la lingua inglese è parlata nel parlamento in modo in cui possa essere scritta, dovendosi pubblicare le orazioni de’ membri ec.) E intanto [2107]queste circostanze non hanno bastato a togliere alla lingua e letteratura inglese uno spirito di libertà di varietà ec. in quanto l’Inghilterra manca di società privata; il carattere e l’abitudine e i costumi della nazione son liberi; essendo il popolo inglese de’ più liberi d’Europa, e l’individuo godendo di somma indipendenza, essa nazione non è nè può essere così strettamente una, come la francese ec.; e finalmente sebbene l’Inghilterra ha una capitale anche più vasta della Francia, nondimeno l’Inghilterra non è contenuta in Londra, come la Francia in Parigi, e come già l’impero romano, e la nazion latina in Roma.

(16. Nov. 1821.)

Ho detto che l’uomo di gran sentimento è soggetto a divenire insensibile più presto e più fortemente degli altri, e soprattutto di quegli di mediocre sensibilità. Questa verità si deve estendere ed applicare a tutte quelle parti, generi ec. ne’ quali il sentimento [2108]si divide e si esercita, come la compassione ec. ec. Sebbene è verissimo che l’uomo di sentimento è destinato all’infelicità nondimeno assai spesso accade ch’egli nella sua giovanezza, divenga insensibile al dolore e alla sventura, e che tanto meno egli sia suscettibile di dolor vivo dopo passata una certa epoca, e un certo giro di esperienza, quanto più violento e terribile fu il suo dolore e la sua disperazione ne’ primi anni, e ne’ primi saggi ch’egli fece della vita. Egli arriva sovente assai presto ad un punto, dove qualunque massima infelicità non è più capace di agitarlo fortemente, e dall’eccessiva suscettibilità di essere eccessivamente turbato, passa rapidamente alla qualità contraria, cioè ad un abito di quiete e di rassegnazione sì costante, e di disperazione così poco sensibile, che qualunque nuovo male gli riesce indifferente (e questa si può [2109]dire l’ultima epoca del sentimento, e quella in cui la più gran disposizione naturale all’immaginazione alla sensibilità, divengono quasi al tutto inutili, e il più gran poeta, o il più dotato di eloquenza che si possa immaginare, perde quasi affatto e irrecuperabilmente queste qualità, e si rende incapace a poterle più sperimentare o mettere in opera per qualunque circostanza. Il sentimento è sempre vivo fino a questo tempo, anche in mezzo alla maggior disperazione, e al più forte senso della nullità delle cose. Ma dopo quest’epoca, le cose divengono tanto nulle all’uomo sensibile, ch’egli non ne sente più nemmeno la nullità: ed allora il sentimento e l’immaginazione son veramente morte, e senza risorsa.) Nessuna cosa violenta è durevole. Laddove gli uomini di mediocre sensibilità, restano più o meno suscettibili [2110]d’infelicità viva per tutta la vita, e sempre capaci di nuovo affanno, da vecchi poco meno che da giovani, come si vede negli uomini ordinarii tuttogiorno.

(17. Nov. 1821.)

Qualunque sensazione a cui l’animo umano non attenda punto, non può assolutamente essere ricordata neppure il momento dopo. La memoria non istà mai senza l’attenzione. Giornalmente noi proviamo di tali sensazioni alle quali punto non attendiamo, e di queste non possiamo mai ricordarci, sebbene la sensazione, quantunque non attesa, l’abbiamo però realmente provata. Per es. quel romore che fa il pendolo dell’oriuolo, senza che noi v’attendiamo punto, a causa dell’assuefazione. E cento altre tali. Se l’attenzione è menoma, menoma è la memoria in tutti i sensi. Per es. un discorso al quale non abbiamo badato quasi nulla, sebben tutto l’abbiamo udito e compreso, volendo poi richiamarlo alla [2111]memoria, stenteremo assai anche un sol momento dopo, (laddove un discorso assai più lungo e complicato, al quale abbiamo ben atteso, o volontariamente, o per forte impressione ch’esso ci abbia fatto, lo ricorderemo agevolmente molto tempo dopo.) Se poi saremo riusciti a richiamarlo, in tutto o in parte, ce ne ricorderemo di quindi innanzi agevolmente, per l’attenzione che avremo posta nel richiamarlo. Insomma non si dà memoria senz’attenzione (volontaria o involontaria che sia, come altrove ho distinto): perciocchè la memoria è l’assuefazione dell’intelletto, e l’intelletto non si assuefa senz’attendere, perchè senz’attendere (più o meno) non opera. L’attenzione raddoppia o triplica la sensazione, in modo che quella sensazione alla quale non abbiamo atteso, l’abbiamo provata una sola volta, e perciò non vi ci siamo potuti assuefare, cioè porla nella memoria; ma quella a cui abbiamo atteso, l’abbiamo provata e ripetuta rapidamente e senz’avvedercene, nel nostro pensiero come due, tre, quattro volte, secondo che l’attenzione è stata maggiore [2112]o minore, (l’attenzione, dico, o l’impressione che sia) e quindi vi ci siamo assuefatti più o meno, vi abbiamo più o meno accostumato l’animo, cioè ce la siamo posta nella memoria (volendo o non volendo, cercatamente o no) più o meno fortemente e durevolmente.

(17. Nov. 1821.)

Come anche le costruzioni, l’andamento, la struttura ch’io chiamo naturale in una lingua, distinguendola dalla ragionevole, logica, geometrica, abbia una proprietà universale, e sia da tutti più o meno facilmente appresa (almeno dentro una stessa categoria di nazioni e di tempi), e come per conseguenza la semplicissima e naturalissima (sebbene perciò appunto figuratissima) struttura della lingua greca, dovesse facilitare la di lei universalità; si può vedere in questo, che le scritture le più facili in qualunque lingua per noi nuova o poco nota, sono quasi sempre e generalmente [2113]le più antiche e primitive, e quelle al cui tempo, la lingua o si veniva formando, e non era ancor pienamente formata, o non peranche era incominciata a formare. Così accade nello spagnuolo, così ne’ trecentisti italiani (i più facili scrittori nostri), così nella stessa oscurissima lingua tedesca, i cui antichi romanzi (come di un certo romanzo del 13zo sec. intitolato Nibelung, dice espressamente la Staël) sono anche oggi assai più facili e chiari ad intendersi, che i libri moderni. Accade insomma il contrario di quello che a prima vista parrebbe, cioè che una lingua non formata, o non ben formata e regolata, e poco logica, sia più facile della perfettamente formata, e logica. (Eccetto le minuzie degli arcaismi, che abbisognano di Dizionario per intenderli ec. difficoltà che per lo straniero apprentif è nulla, e non è sensibile se non al nazionale ec. ec. Eccetto ancora certi ardiri propri della natura, e diversi secondo l’indole delle nazioni delle lingue, e degl’individui in que’ tempi, i quali ardiri piuttosto affaticano, di quello che impediscano di capire. V. p.2153.) Parimente infatti [2114]i più antichi scrittori greci sono i più facili e chiari, perchè i più semplici, e di costrutti e frasi le più naturali, e lo studioso che intende benissimo Senofonte, Demostene, Isocrate ec. si maraviglia di non intendere i sofisti, e Luciano, e Dion Cassio, e i padri greci, e altri tali; e molto sbaglierebbe quel maestro che facesse incominciare i suoi scolari dagli scrittori greci più moderni, credendo, come può parere a prima giunta, che i più antichi, e più perfettamente greci, debbano esser più difficili. Così pure accade nel latino, che i più antichi sono i più facili, e di dizione più somigliante di gran lunga alla greca, che tale fu infatti la letteratura latina ne’ suoi principii, e la lingua latina, anche prima della letteratura, e l’una e l’altra indipendentemente ancora dall’imitazione e dallo studio degli esemplari e letteratura greca. Son più facili gli antichi poeti latini, che i prosatori del secol d’oro.

(18. Nov. 1821.)

Gli antichi pensatori Cristiani, S. Paolo, [2115]i padri, e prima anche del Cristianesimo, i filosofi gentili, s’erano ben accorti di una contraddizione fra le qualità dell’animo umano, di una lotta e nemicizia evidente fra la ragione e la natura, di un impedimento essenziale ed ingenito nell’uomo (qual era divenuto) alla felicità, e per conseguenza di una degenerazione e corruzione dell’uomo, conosciuta e predicata anche nelle antichissime mitologie.

Tutte queste autorità favoriscono dunque il mio sistema, colla differenza che laddove coloro credevano corrotta e corruttrice la natura, io credo la ragione; laddove essi l’uomo, io gli uomini; laddove essi credevano sostanzialmente imperfetta cioè composta di elementi contraddittorii l’opera di Dio, io credo tale l’opera dell’uomo, e a causa della sola opera dell’uomo, credo non sostanzialmente, ma solo accidentalmente imperfetta l’opera di Dio, e composta non di elementi contraddittorii, ma di qualità acquisite ripugnanti [2116]alle naturali, o di qualità naturali corrotte, ripugnanti fra loro, solo in quanto corrotte. Insomma laddove essi vedevano un’immensa imperfezione nel sistema e nell’ordine primitivo dell’uomo, io la vedo in questo sistema, in quanto e perchè s’è allontanato dal primitivo; e laddove essi venivano a porre l’uomo quasi fuori della natura, dove tutto è sì perfetto nel suo genere; io ve lo ripongo, e dico ch’egli n’è fuori solamente perchè ha abbandonato il suo essere primitivo. ec. ec.

Ognun vede come quella opinione sia assurda, e questa verissima e necessaria, mentre però tutte due derivano da una medesima osservazione di fatto, posta la quale, a me pare impossibile il dedurne conseguenze diverse dalle mie, e molto più il dedurne delle contrarie.

Del resto gli antichi e la massima parte de’ moderni (com’era naturalissimo) non hanno mai ben distinto quello ch’è ragione da quello ch’è natura, quello ch’è primitivo dal puramente acquisito, quelle qualità o disposizioni [2117]che sono in istato naturale, da quelle che più non vi sono; hanno creduto mille volte, e credono tuttogiorno, la ragione natura, gli effetti di quella, effetti di questa, essenza l’accidente, necessario il casuale, naturale ciò che la natura con mille ostacoli aveva impedito ec. ec. ec. Quindi non è maraviglia se caddero e cadono in quell’assurdissimo scambio che ho detto, e se non possono conciliare le qualità naturali dell’uomo con se stesse, (mentre fra queste pongono le artifiziali, e le affatto contrarie alla natura, e ne scartano le naturalissime) nè possono combinare le parti del sistema umano, nè conciliare la natura umana, col sistema generale della natura, e colle altre singole parti di esso.

(18. Nov. 1821.)

Alla p.1109. marg. principio. Da secutus noi dovevamo far seguitare, e non secutare, perchè in seguire che viene indubitatamente da sequi, noi facciamo nel participio non secuto, ma seguito che altrettanto indubitatamente [2118]viene da secutus, o seguutus, e quindi seguitare da seguito, e per conseguenza da secutus.

(18. Nov. 1821.)

Piace l’essere spettatore di cose vigorose ec. ec. non solo relative agli uomini ma comunque. Il tuono, la tempesta, la grandine, il vento gagliardo, veduto o udito, e i suoi effetti ec. Ogni sensazione viva porta seco nell’uomo una vena di piacere, quantunque ella sia per se stessa dispiacevole, o come formidabile, o come dolorosa ec. Io sentiva un contadino, al quale un fiume vicino soleva recare grandi danni, dire che nondimeno era un piacere la vista della piena, quando s’avanzava e correva velocemente verso i suoi campi, con grandissimo strepito, e menandosi davanti gran quantità di sassi, mota ec. E tali immagini, benchè brutte in se stesse, riescono infatti sempre belle nella poesia, nella pittura, nell’eloquenza ec.

(18. Nov. 1821.)

Alla p.2022. fine. L’errore de’ Gramatici ec. [2119]in ordine ai verbi formati dal participio in us di altri verbi, col troncamento dell’us e la semplice aggiunta dell’are nell’infinito, verbi ch’io chiamo continuativi, si è di non avere osservato che questa tal formazione (ch’essi non potevano non conoscere, sebbene non so se l’abbiano mai avvertita e specificata distintamente, e secondo le sue regole e qualità) avesse una forza, e un fine, e un valore proprio, distinto, speciale, assegnato, determinato, particolare. E l’aver creduto, ora che fossero frequentativi come quelli in itare, senza veruna differenza, quasi la diversità della formazione fra questi e quelli, fosse o casuale, o arbitraria, o insomma di nessun conto; ora che fossero contratti, o in qualunque modo derivati dai verbi in itare, e stessero insomma in vece loro (onde tanto fosse ductare quanto ductitare, e così di tutti gli altri verbi in solo are, che hanno per compagni [2120]altri verbi analoghi in itare, e che questi e quelli si usassero indifferentemente); ora che non ci fosse alcuna diversità primitiva di valore e di qualità fra i verbi originarii, e quelli formati colla sola giunta dell’are, dai loro participi in us troncando l’us.

(18. Nov. 1821.)

Alla p.2059. Viceversa, dacchè le circostanze politiche e sociali dell’imperio romano erano quali ho detto, da che la capitale era così immensa, dacchè Roma il vero centro, la vera immagine e tipo della nazione e dell’impero, e da che questo e quella erano realmente contenuti in Roma, come la Francia in Parigi, non poteva accadere se non come accadde, cioè che l’unica lingua latina, o dialetto riconosciuto, letterato ec. fosse il Romano, come in Francia il Parigino, e che la lingua, letteratura, costume, spirito, gusto della capitale, determinasse quello dell’impero, e massime dell’Italia, come fa Parigi [2121]in Francia. Gli scrittori latini per forestieri che fossero, in Roma si allevavano, e conversavano lungo tempo, e quivi insomma imparavano a scriver latino. Quelli che non vivevano in Roma, o che poco vi dimorarono, si allontanarono spessissimo dalla proprietà latina, che non era se non Romana, scrissero in dialetto più o meno diverso dal Romano, e oggi si chiamano barbari. Ciò non fu, si può dire, se non se nei bassi tempi, cioè specialmente dopo Costantino, quando Roma scemata di potenza e d’autorità ec. non fu più il centro o l’immagine dell’impero. La degenerazione della lingua latina che allora accadde si attribuisce ai tempi, ma si deve anche attribuire ai luoghi, cioè alle circostanze che tolsero alla lingua latina l’unità, togliendole il suo centro e modello ch’era Roma, e dividendola in dialetti, e di romana facendola latina, e introducendo nella letteratura latina, [2122]voci, forme, linguaggi non Romani.

(18. Nov. 1821.). V. qui sotto immediatamente.

L’Italia non ha capitale. Quindi il centro della lingua italiana si considera Firenze, come già si considerò la Sicilia. In tutte le monarchie la buona e vera lingua nazionale risiede nella Capitale, (Parigi, Madrid, o Castiglia, Londra ec.) più o meno notabilmente secondo la grandezza, l’influenza, la società di essa capitale, e lo spirito e gli ordini politici e sociali della nazione.

Quando il centro della lingua non è la capitale, il che non può essere se non quando capitale non v’è, esso non può nè pretendere nè esercitare di fatto una più che tanta nfluenza (quando anche le capitali n’esercitano poca, se oca influenza hanno politica e sociale). Così accadde in recia. Atene non esercitò nè pretese più che tanto impero sulla lingua. In Germania nessun paese l’esercita o lo pretende.

[2123]Di più tale influenza, qualunque sia o sia stata, non può essere che temporanea, dipendente dalle circostanze, e soggetta a scemare, crescere, svanire, mutar di posto nsieme con esse. Tale influenza non derivando dall’essere i capitale, nè dall’influenza politica, non può derivare se on da quella influenza sociale che è data da una maggioranza di coltura e letteratura, e che si esercita mediante queste. Firenze e la Toscana ebbero infatti questa maggioranza dal 300 al 500 (sebbene nel 500. non tanta, e però la loro influenza sulla lingua fu allora effettivamente minore.) Oggi tanto è lungi che l’abbiano, che, lasciando la lingua dove i toscani sono più ignoranti che qualunque altro italiano (come furono in parte anche nel 500.), secondo che apparisce da tuttociò che si stampa in quel paese (intendo la lingua scritta), Firenze in letteratura sottostà a tutte le altre metropoli e città [2124]colte d’Italia, eccetto forse Roma, e la Toscana se non a tutte le provincie italiane, certo cede al Piemonte, Lombardia, Veneziano, e non supera punto nè le Marche, nè il Napoletano.

La corruzione della barbarie straniera è maggiore in Toscana tanto nelle scritture, quanto nella civil conversazione che nel resto d’Italia anzi quivi è nel suo colmo, e la riforma non v’ha quasi messo piede. Come dunque dovrà ella esser la Capitana di questa riforma? Del resto non si può considerare se non la superiorità o inferiorità nella lingua scritta e civile, sola che spetti alla letteratura, sola che possa esser nazionale.

La preminenza dunque della letteratura, sola causa che potesse dare a Firenze il primato sulla lingua, e che glielo desse in effetto, è cessata, anzi convertita in inferiorità. (Appunto la letteratura è in meschinissimo stato in Toscana, e indipendentemente dalla lingua, lo stile, il gusto, le metafore, ogni qualità generale e particolare dello stile è così barbaro negli stessi Accademici della Crusca, che fa maraviglia, e non credo che abbia cosa simile in nessuna più incolta parte d’Italia.) Tolta la causa, deve dunque cessare l’effetto, come cessò per la Sicilia, che da prima si trovò nel caso della Toscana, e per la Provenza, che da prima fu nel medesimo caso rispetto alla Francia.

Il dire che Firenze o la Toscana debba anche oggi considerarsi per centro ed arbitro della lingua italiana perciocchè più secoli addietro fu preminente in letteratura, e che la sua letteratura antica, le debba dare influenza sulla lingua nazionale moderna, è lo stesso che dire che gl’italiani debbono scrivere in lingua antica [2125]e morta, (giacchè la letteratura toscana è morta) e quelli che seguono a considerar Firenze per arbitra della lingua italiana, e questa chiamano ancora ostinatamente toscana, sono, e non possono essere che quegli stessi i quali considerano e vogliono che la lingua italiana si consideri e s’adoperi come morta.

La letteratura antica per grande ch’ella sia, non basta alla lingua moderna. La lingua (massime dove non è società) è sempre formata e determinata dalla letteratura: dico sempre, cioè successivamente e in ciascun tempo: onde la lingua presente essendo moderna dev’essere determinata non dalla letteratura antica, cioè da quella che la determinò, ma da una che attualmente la determini, cioè da una letteratura moderna. E quindi le province e città d’Italia che oggi più delle altre fioriscono in letteratura, hanno assai più diritto [2126]a determinar la lingua italiana moderna, che la Toscana e Firenze. Giacchè questo diritto, ed anche questa influenza di fatto, non la può dare in Italia (e nelle nazioni senza capitale e senza società ec.) se non un’assoluta preponderanza attuale in fatto di letteratura, unica determinatrice della lingua, perchè unica cosa nazionale e generale in un paese senza società, senza unità politica, nè d’altro genere. (19. Nov. 1821.). Posto eziandio che il toscano fosse più bello e migliore che l’italiano (come l’attico del greco comune), nondimeno gli scrittori dovrebbero assolutamente appigliarsi a questo men bello, e lasciar quello, giacchè non sono obbligati al più bello, ma al comune e nazionale.

La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove, riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, [2127]spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d’Italia, e per lingua cortigiana l’Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d’Italia in que’ tempi. Simile fu il caso d’Omero e della Grecia a’ suoi tempi e poi. Simile è quello dell’Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev’essere assolutamente la massima fondamentale d’ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è fra’ tedeschi.

(19. Nov. 1821.)

Vien pure accagionato il Sig. Botta di alcuni termini familiari, che parvero non comportabili dalla dignità storica... Si mise in campo a sua discolpa l’osservazione, esser pregio particolare della lingua italiana, l’adattarsi a tutti i tuoni, anche ne’ più [2128]gravi argomenti. Di fatti, chi ben guardi addentro la materia, non è forse vero, che questo idioma non si formò già nelle corti, bensì in una repubblica tempestosa, nella quale esprimere l’energia de’ sentimenti popolari, non già fornire occorreva locuzioni temperate a gente placida, o simulata. Da questa impronta originaria ricevette la lingua mentovata il privilegio d’essere per l’appunto in modo singolare sì acconcia a descrivere rivoluzioni politiche. Pref. del Sig. L. di Sevelinges alla sua traduzione della Storia ec. di C. Botta, in francese, volgarizzata dal Cav. L. Rossi. Milano, Botta Storia ec. 1819. 3za ediz. t.1. p. LXI-II.

La ragione qui accennata può servire in parte a spiegare il perchè la lingua italiana scritta (dico la buona e vera ed antica lingua) si sia poco divisa dalla parlata, a differenza della latina, e a somiglianza della greca (p.e. in Demostene). Oltre le altre cagioni da me notate sparsamente [2129]altrove, cioè la natura de’ tempi (natura antica) ne’ quali la nostra lingua e letteratura fu formata; la poca società civile, o conversazione d’Italia, il che dovea render la sua lingua scritta similissima alla volgare, perchè questa sola esisteva prima della scritta, questa sola le potè servire di origine e di modello, questa sola coesiste anche oggi alla lingua scritta, a differenza di ciò che accade in Francia, e a somiglianza di ciò che accadde in Grecia (lo stile di una lingua ha tanto più del familiare e del popolare quanto più la nazione scarseggia di società, ed esso stile è quindi nella stessa proporzione più energico, vero, vario, potente, ricco, bello); le ragioni che altrove ho addotte per provare che i primitivi scrittori di una lingua qualunque hanno sempre del familiare nella lingua, e per conseguenza nello stile ec.

(20. Nov. 1821.)

[2130]Solo che si esamini a fondo la cosa, si scopre nelle scritture di quegli antichi che Italia a tanta gloria levarono, una favella unica nella sua natura, ricca di facoltà tutte sue proprie, favella osservabile per frasi, che han l’aria del clima nativo, e non s’incontrano altrove; favella, per dirlo in breve, la quale agevole per se ad una singolare varietà di suoni, meravigliosamente s’acconcia ad ogni maniera d’argomento, dallo stile alto dell’epopea a quello scendendo della narrazione più familiare. Inoltre eleganze, diremmo, di getto; un fior di lingua del quale s’è fatto conserva in preziose raccolte, e, dentro certi confini, nel vocabolario della Crusca. l. c. p. XLVI.

(20. Nov. 1821.)

Pare sproposito, e pure è certo che una lingua è tanto più atta alla più squisita eleganza e nobiltà del parlare il più elevato, e dello stile più sublime, quanto la sua indole è più popolare, quanto ella è più modellata sulla favella domestica e familiare [2131]e volgare. Lo prova l’esempio della lingua greca e italiana e il contrario esempio della Francese. La ragione è, che sola una tal lingua è suscettibile di eleganza, la quale non deriva se non dall’uso peregrino e ardito e figurato e non logico, delle parole e locuzioni. Ora quest’uso è tutto proprio della favella popolare, proprio per natura, proprio in tutti i climi e tempi, ma soprattutto ne’ tempi antichi, o in quelle nazioni che più tengono dell’antico, e ne’ climi meridionali. Quindi è che lo stesso esser popolare per indole, dà ad una lingua la facoltà e la facilità di dividersi totalmente dal volgo e dalla favella parlata, e di non esser popolare, e di variar tuono a piacer suo, e di essere energica, nobile, sublime, ricca, bella, tenera ogni volta che le piace. Insomma l’indole popolare di una lingua rinchiude tutte le qualità delle quali una lingua umana possa esser capace (siccome la natura rinchiude tutte le qualità e facoltà di cui l’uomo [2132]o il vivente è suscettibile, ossia le disposizioni a tutte le facoltà possibili); rinchiude il poetico come il logico e il matematico ec. (siccome la natura rinchiude la ragione): laddove una lingua d’indole modellata sulla conversazione civile, o sopra qualunque gusto, andamento ec. linguaggio ec. di convenzione, non rinchiude se non quel tale linguaggio e non più (siccome la ragione non rinchiude la natura, nè vi dispone l’uomo, anzi la esclude precisamente), secondo che vediamo infatti nella lingua latina, e molto più nella francese, proporzionatamente alle circostanze che asservissent e legano quest’ultima al suo modello ec. molto più che la latina ec.

(20. Nov. 1821.)

La facoltà inventiva è una delle ordinarie, e principali, e caratteristiche qualità e parti dell’immaginazione. Or questa facoltà appunto è quella che fa i grandi filosofi, e i grandi scopritori delle grandi verità. E si può dire che da una stessa sorgente, [2133]da una stessa qualità dell’animo, diversamente applicata, e diversamente modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi di Omero e di Dante, e i Principii matematici della filosofia naturale di Newton. Semplicissimo è il sistema e l’ordine della macchina umana in natura, pochissime le molle, e gli ordigni di essa, e i principii che la compongono, ma noi discorrendo dagli effetti che sono infiniti e infinitamente variabili secondo le circostanze, le assuefazioni, e gli accidenti, moltiplichiamo gli elementi, le parti, le forze del nostro sistema, e dividiamo, e distinguiamo, e suddividiamo delle facoltà, dei principii, che sono realmente unici e indivisibili, benchè producano e possano sempre produrre non solo nuovi, non solo diversi, ma dirittamente contrarii effetti. L’immaginazione per tanto è la sorgente della ragione, come del sentimento, delle [2134]passioni, della poesia; ed essa facoltà che noi supponiamo essere un principio, una qualità distinta e determinata dell’animo umano, o non esiste, o non è che una cosa stessa, una stessa disposizione con cento altre che noi ne distinguiamo assolutamente, e con quella stessa che si chiama riflessione o facoltà di riflettere, con quella che si chiama intelletto ec. Immaginazione e intelletto è tutt’uno. L’intelletto acquista ciò che si chiama immaginazione, mediante gli abiti e le circostanze, e le disposizioni naturali analoghe; acquista nello stesso modo, ciò che si chiama riflessione ec. ec.

(20. Nov. 1821.)

La perfezion della traduzione consiste in questo, che l’autore tradotto, non sia p.e. greco in italiano, greco o francese in tedesco, ma tale in italiano o in tedesco, quale egli è in greco o in francese. Questo è il difficile, questo è ciò che non in [2135]tutte le lingue è possibile. In francese è impossibile, tanto il tradurre in modo che p.e. un autore italiano resti italiano in francese, quanto in modo che Egli sia tale in francese qual è in italiano. In tedesco è facile il tradurre in modo che l’autore sia greco, latino italiano francese in tedesco, ma non in modo ch’egli sia tale in tedesco qual è nella sua lingua. Egli non può esser mai tale nella lingua della traduzione, s’egli resta greco, francese ec. Ed allora la traduzione per esatta che sia, non è traduzione, perchè l’autore non è quello, cioè non pare p.e. ai tedeschi quale nè più nè meno parve ai greci, o pare ai francesi, e non produce di gran lunga nei lettori tedeschi quel medesimo effetto che produce l’originale nei lettori francesi ec.

Questa è la facoltà appunto della lingua italiana, e lo sarebbe stata della greca. Per questo io preferisco l’italiana a tutte [2136]le viventi in fatto di traduzioni.

Quello che dico degli autori dico degli stili, dei modi, dei linguaggi, dei costumi, della conversazione. La conversazione francese si dee tradurre nell’italiano parlato o scritto, in modo che ella non sia francese in italiano, ma tale in italiano qual è in francese; tale il linguaggio della conversazione in italiano, qual è in francese, e non però francese.

(21. Nov. 1821.)

Alla p.1120. fine. Il verbo aptare onde il nostro attare, adattare, e il francese ec. da che cosa deriva? da aptus. E questo che cosa crediamo noi che sia? un participio del verbo antichissimo apere. E quale il significato primitivo di aptare? quello appunto del verbo apere, cioè legare. È cosa veramente maravigliosa che questo significato ignoto a tutta la latinità scritta che noi conosciamo, questo significato, dico, del verbo aptare, cioè legare, significato ch’egli ha preso da un verbo [2137]originario apere, del quale non si trova più fatto uso in nessuno scrittore latino per antichissimo che sia; questo significato, dico, così decisamente, e singolarmente antico e primitivo, comparisca in uno scrittore di bassa latinità qual è Ammiano, (v. il Forcell. in Aptatus fine), e si veda poi tuttora vivo, fiorente, preciso, e assolutamente proprio in una lingua nata dalla corruzione della latina, cioè la spagnuola, nel verbo atar (da aptare, come escritura da scriptura ec.) cioè legare, e desatar cioè sciogliere. Significato appunto proprio del greco ‘ptv. V. il Forcell. in Aptus, in Apte, in Apo, in Apex, ed anche nell’ult. esempio di Adaptatus. Ho cercato l’Append. e il Gloss. in tutti questi luoghi, e in Atare, Attare ec. ma non hanno nulla. V. anche il Forcell. in Coapt-, dove nulla il Gloss. nè l’Appendice. Chi avesse qualche dubbio intorno a quelle testimonianze de’ gramatici su cui si fonda [2138]la cognizione che abbiamo dell’antichissimo apere, e del significato legare di aptare, deve deporre ogni dubbio, a vista dello spagnuolo atar, osservazione trionfante, e veramente preziosa anche per la ricerca dell’antico volgare latino e delle sue vicende.

Da ciò possiamo dedurre, 1. che molti verbi, specialmente in tare, i quali si credono formati da nomi adiettivi, derivano in realtà da participii, cioè essi nomi non sono che participii d’antichissimi verbi ignoti. Così forse sarà di quel putus, da cui secondo Varrone ec. viene putare, ed è una differente pronunzia di purus. Così di laxus (onde laxare) di cui dice Forc. De notatione (etymologia) nihil certi habemus. Così abbiamo veduto di convexus ec. discorrendo di vexare. Così diremo di spissus onde spissare. Così vedemmo di arctus in arctare. Così forse sarà di humectus onde humectare. V. Forc. V. p.2291. e 2341. capoverso 2. V. Forc. Cautus, principio. Di arctus v. p.1144. di quietus 1992.

2. Noi troviamo apere, ed aptus come si vede in una infinità di es. nel Forcell. è un evidente participio di un verbo significante alligare connectere ec. Questo medesimo participio non è primitivo, ma contratto (forse da apitus) come ho mostrato altrove. Da questo [2139]particicipio ridotto ad aptus, è venuto il verbo aptare, secondo gl’infiniti esempi che ho addotti, e nella maniera e andamento che ho dimostrato circa la formazione de’ verbi in are da’ participi in us di altri verbi.

Ora i greci nello stesso primitivo significato di apere e di aptare, dicono ‘ptein, cioè insomma aptare col solo divario della desinenza. Il Vossio nell’Etimologico deriva apo da ‘ptv. (E Servio aptus da ‘ptesJai). Concederei se i greci dicessero ‘pv. Ma dicono ‘ptv e questo verbo per la forma (come pel significato primitivo) è tutt’uno, non con apo ma con apto. Ora se questo apto deriva evidentemente, e non senza andirivieni da apo, sembra che quindi debba pur derivare il greco ‘ptv (e non apto dal greco), e per conseguenza che il verbo greco derivi dal latino apto, ed abbia un’origine comune col latino, cioè apo, e che questa origine sia latina, non [2140]greca. Giacchè non possiamo supporre un ‘pv greco, donde sia derivato il greco ‘ptv, e il latino apo, perchè oltre che di questo ‘pv non si ha vestigio alcuno, non ne sarebbe derivato ‘ptv, non avendo i greci nè participio in us, nè formazione di verbi da questi participii, come l’hanno i latini, che perciò da aptus participio di apo fecero apto. Se dunque il latino apo è anteriore al latino apto (e anteriore di molto, giacchè il suo vecchio participio apitus, dovè prima, come abbiamo veduto, convertirsi in aptus, e poi generare il verbo aptare); e se il greco ‘ptv è manifestamente tutt’uno con apto, per senso e per materiali elementi, sembra necessario che apo sia parimente anteriore al greco ‘ptv, e che questo, come apto, derivi da apo, il quale essendo latino, viene esso verbo greco ad avere un’origine latina. Aggiungete che ‘ptv ha lo spirito denso, di cui nel lat. apto non è verun vestigio, contro ciò che suole accadere nelle voci venute dalla Grecia al Lazio, onde si può credere che quello spirito non sia qui che una giunta fattaci da’ greci, una grazia di pronunzia data da essi a questa voce forestiera, secondo l’indole de’ loro organi e costumi ec.

Questa osservazione mi pare [2141]interessantissima e conducente a grandi risultati, (e in gran parte nuovi e contrari alle comuni opinioni) circa la storia delle origini latine e greche, delle lingue e delle nazioni greca e latina. Quest’osservazione può confermare la sentenza che la lingua latina non sia figlia ma sorella della greca, sentenza già d’altronde troppo più probabile: può dimostrare un antichissimo commercio tra la Grecia e l’Italia, anteriore alle notizie che si hanno di questi due paesi, e loro scambievoli relazioni; giacchè questo ‘ptv in detto senso è antichissimo verbo greco, e massime ne’ suoi derivati (come Üw vinculum, nell’Iliade) e composti, si trova nel detto senso, o ne’ sensi analoghi, usato da Omero, da Erodoto, e da’ più antichi scrittori e monumenti greci. V. p.2277.

Nè questa osservazione sarebbe l’unica che facesse al proposito, ma si potrebbero addurre molti altri esempi, e osservazioni, dimostranti [2142]l’origine latina (o italica) di parole frasi ec. antichissime, che per esser comuni al greco e al latino, si sono credute finora d’origine greca; quasi tanto fosse il trovare nel greco una parola ec. corrispondente a un’altra latina, e il trovare l’origine e l’etimologia d’essa voce latina. Le mie teorie circa la formazione de’ verbi continuativi, formazione tutta propria del latino, e fino ab antichissimo, e di quindi in poi sino all’ultimo tempo, e niente propria del greco, possono somministrare molte occasioni di rettificare questi scambi, e trasferire l’origine di molte parole dalla Grecia al Lazio, viceversa di ciò che si crede.

Io ho per es. fatto vedere che il verbo lat. stare, è verisimilissimamente un puro continuativo di esse, formato nè più nè meno colle solite regole di tali formazioni. Ora l’antichissima Grecia ebbe indubitatamente il verbo st‹n o stÇ ch’è il tema del verbo ásthmi, e moltissime voci del quale si conservano in quest’ultimo. Nè pare ch’esso abbia che fare col verbo sostantivo eÞmÞ nè questo [2143]ha altri participii che n ed ¤sñmenow, nè quando pure ne avesse, o ne avesse avuto alcuno analogo al suono del verbo st‹v, questo sarebbe derivato da esso participio, non avendo i greci tal uso di formazioni, come lo hanno i latini. Quindi si può congetturare che il greco st‹v sia derivato dallo sto latino (il quale viene, come io dico, da uno stus o situs di esse), e non questo da quello, come dicono tutti. Il latino sisto è parimente lo stesso che ßst‹v, o istÇ (che pur si dice, in vece d’àsthmi, ed è il medesimo verbo) ed ha tutti due i significati di questo verbo cioè il neutro corrispondente a stare, e l’attivo corrispondente a statuere, o a retinere ec. I quali due significati pare che fossero egualmente propri di st‹v, che noi deriviamo qui dal latino sto. Del resto sisto ha la s in luogo dello spirito denso di istÇ; qual [2144]però de’ due sia anteriore all’altro, se il greco o il lat. questo non si può decidere, giacchè tutti due sono assolutamente una sola cosa, tanto essendo la s in latino (antico) quanto lo spirito denso in greco (che anticamente usava esso stesso il sÝgma in luogo d’esso spirito.). Onde i greci antichissimi avranno anch’essi scritto o detto sistÇ. E quando anche si voglia derivare sisto da istÇ, ciò non prova che il suo tema stÇ non venga dal latino, giacchè i greci (come tutti fanno, ma essi soprattutti, per le loro circostanze, colonie, diffusione, varietà di dialetti ec.) variarono in mille guise i temi ricevuti antichissimamente da qualunque parte si fosse; li variarono in se stessi, e ne’ loro derivati e composti, (come anche dissero st‹v con una lettera più di sto, sebbene per contrazione l’usarono più comunemente nella forma analoga a stÇ); e poterono facilissimamente restituire all’Italia, sotto forma alquanto diversa un tema preso da essa, cioè il verbo sisto fatto da ist‹v derivato [2145]o alterato da stÇ, preso dallo sto latino. Ciò potè accadere nelle più recenti, o meno antiche ed oscure relazioni, che in tempi per altro essi stessi antichissimi ebbe la Grecia coll’Italia (come sappiamo) e la lingua greca già, se non altro, adulta, colla latina per anche rozza, o decaduta da qualche antichissima perfezione, com’è più verisimile. Dico da una perfezione e forma diversa da quella che poi ricevè a’ tempi romani; da una perfezione derivante o comune colla lingua madre di lei e della greca, o sia colla lingua di quel popolo che diramò i suoi coloni in Grecia e in Italia. (22. Nov. 1821.).

Or quanto è egli ordinario nell’uso e di natura elementare nel discorso, e di significazione naturalmente occorrente il verbo stare, e l’ásthmi o ist‹v, ed ástamai e il verbo sistere ec.! Per conseguenza fa duopo ch’egli sia (come già vediamo) antichissimamente proprio di ambedue le lingue, o antichissimamente passato dall’una nell’altra ec.

Alla p.1121. fine. Ho detto poco sopra p.2138. che forse molti verbi, massime in tare creduti derivati da nomi aggettivi in us, verranno da participii di verbi ignoti. Similmente io credo che molti di quei verbi, massime in tare, che si stimano derivati da [2146]nomi sustantivi verbali in us us, o in us i, non derivino in realtà che da participii in us d’altri verbi ignoti, da’ quali parimente io credo derivati essi verbali. (V. la p.2009 10. e 2019.).

Osservo in primo luogo che tali verbali non sono infatti altro che participii in us (de’ verbi a’ quali per significato ec. appartengono) sostantivati, e ridotti talvolta alla quarta congiugazione, talvolta lasciati anche nella seconda, come jussum i sostantivo. Ictus us non è che il participio Ictus di icere sostantivato e ridotto alla 4. conjugazione. Potus us lo crederemmo radice di potare se non si fosse conservato il participio potus, ch’io credo essere l’origine dell’uno e dell’altro. ec. C’è anche potatus us come gustatus us. Della differenza tra questi 2 generi di verbali v. ciò che ho detto di potatio, compotatio ec. Così effectus us, nutus us ec. ec. Delictum i con cento altri spettano alla categoria di jussum. Quando pertanto si trovano di tali verbali senza un participio nè un verbo corrispondente, pare si debba credere che l’uno e l’altro esistessero anticamente.

P. es. gustus us, e gustum i non hanno verbo nè participio corrispondente. Crederemo [2147]che gustare derivi da questo sustantivo ma io penso che venga da un participio gustus da cui sia derivato lo stesso gustus sustantivo. E mi confermo in questa opinione 1. per quello che ho detto p.2078. il che si può e si deve estendere anche ai verbi non composti, almeno quanto all’inclinazione naturale della lingua latina proporzionatamente però, e riguardo soprattutto ai sustantivi giacchè molti verbi si trovano fatti dai nomi aggettivi come durare ec. ec. Sulcare viene da un sustantivo; 2. per quello che ho detto p.2010. 2019. dal che si vede che i verbi formati veramente dai verbali in us us, o da altri nomi della 4ta, finiscono in uare, come da fluctus us, fluctuare, onde se gustare venisse da gustus, farebbe gustuare; 3 dall’osservare il greco geæv, radice di gusto as, o venuto da una radice comune. Nel qual verbo non v’è segno di st, lettere radicali di gusto. Ciò mi porta a pensare di un antico guo, participio gustus, continuativo gustare (dove lo st dinota molto visibilmente [2148]un participio originario in tus), verbale gustus us e um i. (Infatti da neæv, i latini ebbero l’antico nuo, dal quale poi nutare. Le sole radicali dunque in gustare, considerando il gr. geæn si trovano essere gu. Dico radicali primitive. Le altre denno esser venute da qualche accidente della radice: e qual sia questo accidente, lo dichiarano le mie osservazioni) Il qual verbale che non derivi punto da gustare si vede per la regola sovraccennata circa la loro formazione da’ participii in us. Di gustare il participio è gustatus, il verbale non gustus, ma gustatus us, che infatti si trova e non ha che fare con gustus. Se dunque gustatus us ha il suo participio e verbo originario in gustatus e gustare; il verbale gustus deve altresì aver avuta la sua origine in un part. gustus di un verbo guo o simile, padre d’esso verbale, e di gustare.

(22. Nov. 1821.)

Contrastare, contraster, contester, contrester, francese contrastar spagnolo sono verbi, o anzi un verbo ignoto alla buona latinità, ma comune ab antico e fin dall’origine loro alle tre figlie della lingua latina; e formato 1. alla latina affatto, 2. di due parole latinissime [2149]contra e stare, delle quali l’una non esiste più nel francese ec. Questo che cosa denota se non un’origine comune di esso verbo, anteriore alla diramazione delle tre sorelle, cioè alla corruzione del latino, fatta ne’ bassi tempi, la quale non fu che parziale e diversa e indipendente nelle tre nazioni; (siccome esse nazioni furono allora indipendenti ec. l’una dall’altra, e separate politicamente ec.) e un’origine latina? Or questa che altro può essere se non il volgare antico latino? V. il Ducange in Contrastare. E di questo genere, e nelle medesime circostanze sono infinite parole, proprie ab antico e primitivamente di tutte tre le nostre lingue sorelle.

(22. Nov. 1821.)

Alla p.1115. marg. O piuttosto il verbo mantare indica chiaramente un antico participio mantus di manere, contratto di manitus, il quale è tanto regolare participio di manere, come monitus di monere. (docitus di docere ec.). Ovvero mantare è contratto esso medesimo da manitare.

(23. Nov. 1821.)

[2150]Lo stile, e la lingua di Cicerone non è mai tanto semplice quanto nel Timeo, perocch’egli è tradotto dal greco di Platone. E pure Platone fra i greci del secol d’oro è (se non vogliamo escludere Isocrate) senza controversia il più elegante e lavorato di stile e di lingua, e il Timeo è delle sue opere più astruse, e forse anche più lavorate, perch’esso principalmente contiene il suo sistema filosofico. Platone il principe della raffinatezza nella lingua e stile greco prosaico, riesce maravigliosamente semplice in latino, e nelle mani di Cicerone, a fronte della lingua e stile originale degli altri latini, e di esso Cicerone principe della raffinatezza nella prosa latina. La maggiore raffinatezza ed eleganza dell’aureo tempo della letteratura greca, riesce semplicità trasportata non già ne’ tempi corrotti ma nell’aureo della letteratura latina, e per opera del suo maggiore scrittore.

(23. Nov. 1821.)

A quello che ho detto altrove circa il modo da tenersi nel consolare, aggiungete che in ultima analisi l’unica consolazione dei mali, massimamente grandi, è il persuadersi o almeno il credere confusamente, ch’essi o non sieno reali, o meno gravi che non parevano, [2151]o che abbiano rimedio, o compenso ec. Le forti afflizioni non si consolano finalmente se non in questo modo: e il tempo consolatore, adopra anch’esso in gran parte questo metodo.

(23. Nov. 1821.)

Osservate le incredibili abilità che acquistano i ciechi nella musica, e in altro, i sordi nell’intendere per segni ec. e la tanto maggiore facilità e prontezza, con cui essi, sebbene sieno d’intelletto tardissimo, arrivano a quello a cui con molto maggior fatica e tempo arrivano, o anche non arrivano i sani, sebbene di grande ingegno. E poi ditemi in che cosa consista il talento, s’esso dipenda o no dalle circostanze, se esso sia altro che una conformabilità, ed assuefabilità, maggiore o minore, ma comune a tutti, e determinata ne’ suoi effetti, o nell’uso ed applicazione di essa, dalle pure circostanze accidentali; se l’uomo in se stesso sia capace o no di cose incredibili, e quasi illimitate; se questa capacità [2152]sia o non sia una mera disposizione naturale, comune a tutta la specie, ma secondo le assuefazioni e le circostanze, posta più o meno a frutto.

(23. Nov. 1821.)

Di molte facoltà umane che si considerano come naturali, o poco meno, o volute dalla natura ec., considerandole bene si vedrà, che la natura non ne avea posto nell’uomo neppure (per dir così) la disposizione, una disposizione cioè determinata, diretta, vicina, ma così lontana, ch’essa non è quasi altro che possibilità. Così è. Infinite sono e comunissime e giornaliere quelle facoltà umane, delle quali l’uomo non deve alla natura, altro che la purissima possibilità di acquistarle, e contrarle.

(23. Nov. 1821.)

Alla p.1279. marg. Come la pronunzia di queste due vocali si confondesse, si scambiasse ec. nel latino, e anche nel latino scritto, si può argomentare dall’antico costume [2153]di scrivere maxumus, sanctissumus, optumus, decumus, ec. V. il Forcell. in I ed U, e l’Encyclopéd. Grammaire, in I ed U, se hanno nulla in proposito. V. anche il Cellar. Orthograph. lat. specialm. p.12. Vedi anche il Forc. in Clypeus principio e fine.

(23. Nov. 1821.)

Alla p.2113. marg. - e intanto non si capiscono determinatamente e precisamente, in quanto neppur lo scrittore ha dato o voluto dare a quell’espressioni un senso più che tanto preciso, o ha voluto esprimere un’idea più che tanto determinata.

(23. Nov. 1821.)

Non solo l’egoismo o l’amor proprio si trova in qualunque azione, affetto ec. possibile all’uomo, ancorchè paia il più lontano, e il più contrario all’amor di se stesso, ma in questi medesimi atti, affetti ec. l’amor proprio, v’ha tanta parte, vi si trova in misura e grado e forza tale, l’uomo [2154]o il vivente vi mira tanto a se stesso, quanto nell’azione o nell’affetto che deriva dal più sublimato, dal più schietto, infame, manifesto egoismo.

Questo è notabile. Non solo l’uomo o il vivente non può perder l’amor proprio, ma neanche perderne una menoma parte in sua vita (per quanto i diversissimi aspetti che prende questa passione possano far credere in contrario). L’amor proprio non può, non solo svanire, ma scemar mai di un menomissimo grado; e si può dire di lui ciò che della materia, che tanta nè più nè meno ve n’ha oggi, e ve n’avrà, quanto al principio del mondo, e che la sua quantità, non è mai nè cresciuta nè scemata di un nulla. Giacchè anche l’amor proprio come non può scemare, così non può mai crescere in verun individuo, dal principio della vita alla fine. (Altra prova, ed osservazione analoga a mostrare, [2155]che e come l’amor proprio sia infinito.).

E per conseguenza egli è tanto in ciascun momento della vita, quanto in ciascun altro; tanto nell’uomo che tradisce i doveri e i principii suoi più sacri per proccurarsi un menomo piacere, quanto in colui che attualmente eseguisce il più eroico e terribile sacrifizio per l’osservanza di un menomo dovere, o in colui che si uccide da se.

La massa dell’amor proprio è altresì precisamente la stessa in ciascun vivente di qualsivoglia specie, perocch’essa è infinita, e quindi non può essere maggiore nè minore in nessun individuo, non solo rispetto a se, ma anche comparativamente a qualunque altro individuo possibile. (23. Nov. 1821.).

Il che appunto viceversa dimostra ch’ella è infinita assolutamente, e per se stessa.

(23. Nov. 1821.)

Le donne, i grandi, e il pubblico (letterario, civile, politico ec.) si guadagnano, si maneggiano, si muovono, si persuadono, [2156]si predominano, si vincono ec. colle stesse arti, mezzi, furfanterie, soverchierie ec. Le rivalità letterarie p.e. si esercitano nello stesso modo delle galanti. Nella repubblica letteraria ec. come presso le donne, e come nelle conversazioni, bisogna innalzarsi sopra il corpo degli altri, bisogna farsi largo, calunniare i rivali, motteggiarli, farsi dintorno una gran piazza vota, cacciandone chi la occupa, cogli artifizi e le malvagità che si esercitano co’ rivali in amore ec.

(24. Nov. 1821.)

Tutto è animato dal contrasto, e langue senza di esso. Ho detto altrove della religione, de’ partiti politici, dell’amor nazionale ec. tutti affetti inattivi e deboli, se non vi sono nemici. Ma la virtù, o l’entusiasmo della virtù (e che cosa è la virtù senza entusiasmo? e come può essere virtuoso chi non è capace di entusiasmo?) esisterebbe egli, se non esistesse il vizio? Egli è certissimo che [2157]il giovane del miglior naturale, e il meglio educato, il quale ne’ principii dell’età alquanto sensibile e pensante, e prima di conoscere il mondo per esperienza, suol essere entusiasta della virtù, non proverebbe quell’amor vivo de’ suoi doveri, quella forte risoluzione di sacrificar tutto ai medesimi, quell’affezione sensibile alle buone, nobili, generose inclinazioni ed azioni, se non sapesse che vi sono molti che pensano e adoprano diversamente, e che il mondo è pieno di vizi e di viltà, sebbene egli non lo creda così pieno com’egli è, e come poi lo sperimenta.

(24. Nov. dì di S. Flaviano. 1821.)

Ho paragonato altrove le occupazioni di un mercadante con quelle di un giovanastro che si spassa colle donne, e trovatele della stessissima importanza, anzi queste più importanti di quelle. La stessa comparazione col medesimo risultato, si può fare [2158]delle operazioni e intenzioni e desiderii e fatiche di un soldato, di un letterato, di un uomo in carriera ec. Quel filosofo che per puro amore dell’umanità, suda dietro ad un’opera di morale o di politica, o d’altro soggetto della più grande utilità, o si affatica nella speculazione della natura, del cuore umano ec.; quel ministro zelante e integerrimo del maggior monarca immaginabile, che travaglia giorno e notte unicamente per il bene della maggior nazione e della maggior possibile quantità di uomini (se pur si trovano tali filosofi, e tali cortigiani); questi tali che cosa cercano essi? La felicità degli uomini. E la felicità che cos’è? il piacere. E qual piacere maggiore che i giovanili? Dunque le occupazioni di costoro non sono più importanti di quelle del giovanastro che mette a profitto i vantaggi dell’età più favorita dalla natura, [2159]e destinata a godere. Anzi sono meno importanti, perchè non fanno altro che proccurare agli uomini, alla lontanissima quello stesso piacere, (o altri piaceri che certo saranno sempre minori) che il giovanastro immediatamente ed attualmente si gode. In ultima analisi è manifesto che le occupazioni di coloro hanno appresso a poco per fine quello medesimo che il giovanastro già conseguisce, sebbene questo fine sia molto lontano. Il fine, come dunque non sarà più importante del mezzo? e di un mezzo lontanissimo? e difficilissimo? e spesso immaginario, falso, inutilissimo? spesso ancora conducente ad esito contrario?

(24. Nov. dì di S. Flaviano. 1821.)

Lo stato di disperazione rassegnata, ch’è l’ultimo passo dell’uomo sensibile, e il finale sepolcro della sua sensibilità, de’ suoi piaceri, e delle sue pene, è tanto mortale alla sensibilità, ed alla poesia [2160](in tutti i sensi, ed estensione di questo termine), che sebbene la sventura, e il sentimento attuale di lei, pare ed è (escluso il detto stato) la più micidial cosa possibile alla poesia (nè solo la sventura attuale, ma anche l’abituale, che deprime miseramente l’immaginazione, il sentimento, l’animo); contuttociò se può succedere che nel detto stato, una nuova e forte sventura, cagioni all’uomo qualche senso, quel punto, per una tal persona, è il più adattato ch’egli possa mai sperare, alla forza dei concetti, al poetico, all’eloquente dei pensieri, ai parti dell’immaginazione e del cuore, già fatti infecondi. Il nuovo dolore in tal caso è come il bottone di fuoco che restituisce qualche senso, qualche tratto di vita ai corpi istupiditi. Il cuore dà qualche segno di vita, torna per un momento a sentir se medesimo, giacchè la proprietà e l’impoetico della disperazione rassegnata consiste appunto, nel non esser più [2161]visitato nè risentito neppur dal dolore.

Ma questi effetti miseramente poetici, miseramente (e anche languidamente) vivi, sono passeggeri, anzi momentanei, perchè un tal uomo, malgrado la grandezza della sventura nuova, ricade assai presto nel letargico stato di rassegnazione. E però gli è necessario il poetare nell’atto stesso della sventura, ovvero egli non è e non si sente poeta, ed eloquente, se non in quell’atto (contro ciò che accade in ogni altro caso); temperandosi il senso attuale della sventura, colla sua radicata abitudine di soffrire, di tollerare, e di affogare, addormentare, scuotere il dolore, in modo che di queste due qualità o affezioni, o disposizioni, si viene a fare uno stato bastantemente adattato alle emozioni sentimentali, ed alla poesia ec.

Una insolita cagione d’allegrezza, produrrebbe anch’essa, e molto meglio, simili [2162]effetti, e più veramente poetici, più eloquenti ec.

(24. Nov. 1821.)

Si vedono e si osservano tuttogiorno, uomini di goffissimo e tardissimo ingegno, incapaci non solo di eseguire ec. ma d’intendere ogni altra cosa, essere sottilissimi, penetrantissimi, prontissimi ad intendere, abilissimi nelle cose di loro professione e mestiere, e in queste vincere i più grandi talenti, anche quelli che nelle medesime cose sono abbastanza esercitati, e periti. Che vuol dir ciò? quel misero ingegno, pare assolutamente un altro nelle cose del suo mestiere, quantunque non comprenda nulla, non solo del resto, ma neanche di cose appartenenti alla stessa sfera della sua professione, nelle quali egli non sia esercitato. Ma dove egli è abituato, intende alla prima perfettamente, ed eseguisce ec. tutto l’occorrente, ancorchè si tratti [2163]di qualche novità, dentro il piccolo spazio delle sue cognizioni. Vuol dire che l’ingegno umano, non è che abitudine, le facoltà umane pure abitudini, acquistabili tutte da tutti, benchè più o meno facilmente, con più lunga o più corta assuefazione. Vuol dire che quel tale si è fin da fanciullo, o lungamente esercitato ed abituato in quel genere di cognizioni, e di abilità, e deve quest’abilità alle pure circostanze che gli hanno proccurato quell’assuefazione. Giacchè suppongo che non si vorrà stimare innata e naturale in un falegname la facoltà di maneggiare perfettamente il suo mestiere, ad esclusione di ogni altra facoltà. E sarà necessario supporre in lui nient’altro che una disposizione naturale, capace d’ogni altra facoltà mediante l’assuefazione, ma dalle circostanze determinata a questa facoltà sola. Giacchè che vuol dire che tutti coloro [2164]che si esercitano da fanciulli e assiduamente in qualunque facoltà, nel mestiero del padre, ec. vi riescono abilissimi, e più di qualunque altro, benchè di gran talento, ed essi di pochissimo? Come si combinano sempre le facoltà pretese innate, con quelle professioni che il caso della nascita o della vita, ci porta a coltivare decisamente e studiosamente? Come si combina che un uomo privo d’ogni altra facoltà innata (quali si suppongono quelli di poco talento) abbia sempre, e porti seco nel nascere, appunto quella facoltà o quella disposizione naturale e antecedente, che serve a quella professione che il mero caso, e l’imprevedibile concorso delle circostanze gli destinano?

(24. Nov. 1821.)

Non è dunque vero ciò che dicono coloro, i quali riconoscendo la forza delle circostanze e delle assuefazioni sui talenti, [2165]e acconsentendo a chiamar la natura piuttosto dispositrice, che conformatrice, spingono però all’eccesso quella sentenza, che l’individuo nasca con disposizioni particolarmente ed esclusivamente determinate a queste o quelle facoltà o abitudini, ed all’acquisto delle medesime, e a distinguersi in esse, e sovrastare agli altri individui, secondo loro, diversamente disposti per natura.

(24. Nov. 1821.)

Alla p.988. Fino i titoli delle loro opere i latini gli scrivevano bene spesso, non solo con parole, ma con elementi greci ancora, come l’Žpokolokætvsiw di Seneca, parecchi libri logistici o satirici di Varrone (v. Fabric. B. lat. t.1. p.88. e 428. not. d.) cioè nello stesso secolo aureo della latinità; lasciando i titoli interamente greci per origine, per terminazione ancora ec. come Metamorphoseon, Epodon di Orazio, Georg. e Bucol. ed Eclog. di Virgilio, Ephemeris di Ausonio, ed altri veramente infiniti in tutti [2166]i secoli della latinità. I latini aveano pur forse delle parole proprie o già usate o nuove da sostituire a queste scritte in greco, o prese dal greco. Di più esse non erano in uso nel linguaggio latino in quelle materie (come georgica per agricultura ec.), e neppur credo che esistesse poema greco con tal titolo, ec. almeno famoso. Le quali cose non ardiremmo noi (nè forse i tedeschi, i russi ec.) di far col francese, malgrado l’inondazione del francesismo, la sommersione che questo ha prodotta delle lingue native ec. (al che certo non arrivò la greca rispetto alla latina); l’esser la lingua e le parole francesi, almen tanto generalmente intese in ciascuna nazione civile, ed in tutte insieme, quanto la greca a quei tempi nella nazion latina, e nelle altre (anzi nelle altre assai meno che il francese oggidì): e malgrado che gli elementi francesi non differiscano dagl’italiani ec. come differivano i greci da’ latini, il che doveva rendere assai più strano e discordante e barbaro un titolo forestiero ad un’opera nazionale, un titolo greco a un’opera latina.

(25. Nov. 1821.)

Può far meraviglia molto ragionevole che Marcaurelio scrivesse i suoi libri tÇn eiw[2167]¥autòn, delle considerazioni di se stesso come li chiama il Menagio, piuttosto in greco che in latino, essendo romano, non allevato in Grecia (nè credo che mai ci fosse), ed avendo posto molto e felice studio nelle lettere e nella lingua nativa, come apparisce sì da altre notizie che danno di lui gli Storici, sì massimamente da ciò ch’egli scrive a Frontone e Frontone a lui. Non poteva aver egli di mira, cred’io, la maggior diffusione del suo lavoro, scrivendolo in una lingua più divulgata. Ma io credo certissimo che egli non fosse indotto a preferir la lingua greca alla latina se non per la maggiore libertà di quella. Della quale libertà egli aveva bisogno in un’opera profondamente ed intimamente filosofica, e attenente alla scienza della vita e del cuore umano, ed alle sottili speculazioni psicologiche. Non dubito ch’egli non disperasse di potere riuscire [2168]a trattare un tale argomento in latino, a parlare a se stesso, e di se stesso, cioè del cuor suo ec. (non delle sue cose pubbliche come fa Cicerone) in latino. Questa lingua aveva già avuto un Cicerone e un Seneca, e un Tacito, eppure ancor non bastava a una certa filosofia veramente intima. La lingua greca aveva avuto scrittori filosofici profondi, ma senza ciò, la sua pieghevolissima e liberissima indole, si prestava a qualsivoglia genere di argomento, grado di filosofia, ec. ancorchè nuovo. La lingua latina per lo contrario: ed oltracciò quello era un tempo, dove, come accade dopo una decisa corruzione e licenza, che richiamandosi gl’istituti umani alla buona strada, essi cadono nell’eccesso contrario; la lingua latina e il gusto di quel tempo (come oggi in Italia) peccava di servilità, timidità (in vitium ducit culpae fuga), come si può vedere nelle opere di Frontone, e come dicevano i maestri di devozione, [2169]che le anime recentemente convertite, sogliono patire di scrupoli, e sarebbe anzi mal segno se non ne patissero. Questo durò poco, perchè la lingua e letteratura colle cose latine tornò a precipitare indietro ben presto. Ma in quel tempo lo stile di Seneca, e altri tali stili filosofici si condannavano altamente dai letteratori latini, come oggi dagli italiani quello di Cesarotti ec. e ciò serviva d’impaccio e di spauracchio a chi volesse scrivere filosoficamente in latino, come oggi volendo scriver buon italiano, nessuno s’impaccia più di pensare. Marcaurelio pertanto dovè sentire questo pericolo, disperare di poter essere profondo filosofo nella lingua nativa voluta dal suo tempo, e senza violare il gusto corrente, e dar nel naso ai critici, i quali già lo riprendevano di cattiva e negligente lingua, e di licenza dopo ch’egli s’era dato alla filosofia, e dallo studio delle parole a quello delle cose, [2170]come apertamente lo riprende Frontone de Orationibus. Trovossi adunque obbligato per esprimere i suoi più intimi sentimenti, a sceglier la lingua greca, a creder più facile di esprimere le cose sue più proprie, in una lingua forestiera ed altrui, che nella propria e nativa. (Il qual bisogno pur troppo si farebbe molte volte sentire agl’italiani rispetto al francese, se gl’italiani pensassero, ed avessero cose proprie da dire.)

Il quale splendido esempio, e fatto notabilissimo per le sue circostanze, conferma quello ch’io dico della maggior filosoficità della lingua greca, maggior libertà, e indipendenza, maggior capacità delle idee sottili, maggiore adattabilità alle cose moderne; e com’ella avrebbe potuto assai più della latina servire alla rinata letteratura, e giovare anche oggi la sua intima cognizione (se non all’uso, ch’è impossibile) almeno al perfezionamento dell’intelletto [2171]filosofico moderno, delle idee di ciascuno, e della facoltà di pensare e delle stesse più colte lingue moderne.

(26. Nov. 1821.)

Non solo alla lingua francese, (come osserva la Staël) ma anche a tutte le altre moderne, pare che la prosa sarebbe più confacente del verso alla poesia moderna. Ho mostrato altrove in che cosa debba questa essenzialmente consistere, e quanto ella sia più prosaica che poetica. Infatti laddove leggendo le prose antiche, talvolta desideriamo quasi il numero e la misura, per la poeticità delle idce che contengono (non ostante che e per numero e per ogni altra qualità, la prosa antica tenga tanto della versificazione); per lo contrario leggendo i versi moderni, anche gli ottimi, e molto più quando ci proviamo a mettere noi stessi in verso de’ pensieri poetici, veramente propri e moderni, desideriamo la libertà, la scioltezza, l’abbandono, la scorrevolezza, la facilità, la chiarezza, la placidezza, la semplicità, il disadorno, l’assennato, il serio e sodo, la posatezza, il piano della prosa, [2172]come meglio armonizzante con quelle idee che non hanno quasi niente di versificabile ec.

(26. Nov. 1821.)

Sono tanto più ardite poetiche le lingue e gli stili antichi, che i moderni, che (per quanto qualunque di esse antiche sia affine a qualunque delle moderne, per quanto questa sia fra le moderne arditissima, poeticissima liberissima e ciò per clima, carattere nazionale ec.) anche nella lingua italiana la più poetica e ardita delle perfettamente formate fra le moderne, e figlia germana della latina, un ardire della prosa latina non riesce comportabile se non in verso, un ardire proprio dell’epica latina, non si può tollerare se non nella nostra lirica. Anzi la più ardita delle nostre poesie (o per genere, o per istile particolare dell’autore ec.) quando va più avanti in ardire, non va più là di quello che andassero i greci o i latini nella loro poesia più rimessa; anzi spessissimo una frase, metafora ec. prosaica ed usitata (forse anche familiare) in latino o in greco, non può esser che lirica in italiano.

Ciò deve servir di norma nell’imitazione [2173]degli antichi, nel trasportare le bellezze o le qualità degli stili e lingue antiche alle moderne ec.

Colla stessa proporzione si può discorrere dell’orientale o settentrionale, rispetto all’occidentale o meridionale.

La lingua latina si trova, rispetto all’italiana, nel detto caso, anche più della greca, bench’ella è madre. L’ardire poetico (anche nella prosa) è maggiore nella lingua latina che nella greca, e pure essa è meno libera. Accordate queste due qualità che sembrano contraddittorie.

(26. Nov. 1821.)

Lo spirito della lingua e dello stile latino è più ardito e poetico che quello della greca (non solo in verso ma anche in prosa), e nondimeno egli è meno libero assai. Queste due qualità si accordano benissimo. La lingua greca aveva la facoltà di non essere ardita, la lingua latina non l’aveva. La lingua greca poteva non solo essere ardita [2174]e poetica quanto la latina (come lo fu bene spesso), non solo più della latina (come pur lo fu), ma in tutti i possibili modi, laddove la latina non poteva esserlo se non dentro un determinato modo, genere, gusto, indole di ardiri. La libertà di una lingua si misura dalla sua maggiore o minore adattabilità a’ diversi stili, dalla maggiore o minore quasi quantità di caratteri ch’essa contiene in se stessa, o a’ quali dà luogo. ec. Ma ch’ella sia di un tal carattere ardito, ch’ella [abbia] per proprietà un certo tal genere di ardire, ciò non prova ch’ella sia libera. Ci può dunque essere una lingua serva ed ardita, come una lingua timida e serva, (tale è la francese) una lingua libera e non ardita, come una lingua ardita e libera. Bensì da che una lingua è libera, non dipende che dallo scrittore ec. il renderla ardita. L’ardire dello spirito proprio della lingua latina formata e letterata, venne dalla [2175]natura poetica dei popoli meridionali, da quella degli scrittori che la formarono, dall’energia e vivacità degl’istituti politici e dei costumi e dei tempi romani. La poca libertà della medesima lingua venne dall’uso sociale che la strinse, l’uniformò, le prescrisse e determinò quella tale strada, quel tal carattere e non altro. La lingua greca sebbene in mano di popoli vivacissimi per clima, carattere, politica, costumi, opinioni ec. nondimeno inclinò più a far uso dello stile semplice che dell’ardito, e ciò per la natura dei tempi candidi ne’ quali essa principalmente fiorì, e fu applicata alla letteratura. Ma dai soli scrittori dipendeva il farla ardita più della latina, e in qualunque genere, come fecero infatti ogni volta che vollero. Laddove non dipendeva dagli scrittori latini dopo che la lingua fu formata, il ridurla al semplice, al candido, al piano, al riposato della [2176]lingua greca, se non fino a un certo segno. Onde accade alle frasi latine trasportate in greco, o viceversa, quello appresso appoco che ho detto p.2172. ma più nel caso di trasportare le frasi greche in latino, le quali vi riescono troppo semplici, di quello che nel caso contrario, perchè la lingua greca si presta a tutto.

In tutte le suddette qualità la lingua italiana somiglia alla greca assai più che alla latina, siccome all’una e all’altra somigliava assai più la primitiva latina scritta, che quella dell’aureo secolo.

(27. Nov. 1821.)

La somiglianza del tedesco col greco, attribuita, come abbiamo veduto, a cagioni storiche, apparisce dalle mie osservazioni, che non ha bisogno d’altre ragioni se non delle naturali e universali, per cui qualunque lingua meno affine alla greca, in circostanze ed epoche simili a quelle della tedesca, si rassomiglierebbe egualmente [2177]alla greca, come fa l’italiana le cui circostanze politiche, le cui epoche ec. somigliano a quelle della tedesca. E queste circostanze hanno avuto tanta forza che sebbene la lingua italiana è figlia di una lingua perfettamente formata (a differenza della teutonica), e fu da’ suoi primi scrittori (che non sapevano sillaba di greco, o non lo credevano applicabile) cercata di modellare sulla sola lingua e letteratura madre, soli modelli ch’essi avessero in vista, nondimeno ella nelle stesse mani di questi scrittori è divenuta assai più simile alla greca, che alla propria madre.

(27. Nov. 1821.)

Del resto la libertà e indipendenza e la niuna unità letteraria, di cui gode la Germania, supplisce alla libertà, disunione ec. politica, in mezzo a cui fu formata la lingua italiana, e rende antica per carattere l’epoca della [2178]lingua e letteratura tedesca benchè moderna di tempo, siccome quella dell’italiana, fu antica e di tempo e di carattere.

(27. Nov. 1821.)

A quello che ho detto dell’essenza di Dio. Lasciando in piedi tutto ciò che la fede insegna su questo punto, io non fo che spaziarmi in ciò ch’è permesso al filosofo, cioè nelle speculazioni sull’arcana essenza di Dio, speculazioni non men lecite al filosofo che al teologo, giacchè anche questi dopo che ha lasciato intatta la rivelazione, e che scorre col pensiero a quelle cose a cui la rivelazione non giunge, senza però escluderle nè contraddirle, allora, dico, il teologo si confonde col filosofo. Di più le mie osservazioni combinano cogli insegnamenti cristiani, non solo affermando, ma rendendo quasi palpabile, e sminuzzando, e quasi materializzando quella verità, che l’essenza di Dio non può esser concepita dall’uomo. Anzi dimostrando ancora che l’uomo s’inganna [2179]in quelle medesime confuse immagini ch’egli se ne forma, e rintuzzando in ciò le pretensioni dell’umano intelletto. Del resto la religione affermando dell’essenza di Dio quel ch’ella sa, e insegnando ch’ella non può esser conosciuta, lascia con ciò stesso libero il campo a quelle speculazioni razionali e metafisiche su questo punto, che possono arrivare più o meno avanti nell’infinito spazio di questo arcano, spazio ch’essendo infinito, nessun avanzamento di speculazione correrà mai pericolo di toccarne il termine. Ed è per ciò, e consentaneamente a ciò, che molti Padri, e Dottori, si sono ingegnati di spiegare o dilucidare quale in un modo, quale in un altro, il mistero della trinità, dell’incarnazione ec. non già coi lumi rivelati, e già noti a tutti, ma col discorso umano e ragionato; ed hanno pertanto (senza biasimo) applicato il discorso umano alla speculazione dell’essenza di Dio, al di là [2180]o fuori de’ termini della rivelazione senza lederli, e perciò senza essere ripresi.

(27. Nov. 1821.)

Della pedanteria e scrupoli intorno alla purità della lingua, novità delle parole ec. introdottisi nella letteratura latina fino nell’aureo secolo, anzi regnanti appresso a poco come oggi in Italia, scrupoli ignoti alla Grecia ne’ buoni tempi della sua lingua, la quale perciò dovette esser necessariamente tanto più libera rispetto alla latina anche aurea, vedi soprattutto l’Arte Poet. di Orazio.

(28. Nov. 1821.)

Anche dopo introdotto in Grecia lo studio dell’atticismo ec. l’essere o non essere ateniese di nascita o allevato in Atene, non fu mai prevenzione per giudicare favorevolmente o sfavorevolmente di uno scrittore neppur quanto alla purità della lingua; almeno non lo fu tanto quanto rispetto alla toscaneria o fiorentineria nel 500 (e anche oggi), e nell’opinione degli [2181]Accademici della Crusca circa il giudicar classici o non classici di lingua gli scrittori altronde esimi e famosi (anche in genere di stile); siccome neppure fu stimato vizio lo scrivere espressamente in altro dialetto (non solo il mescolare all’atticismo parole o modi ec. forestieri, o il ridurre l’atticismo a nient’altro che dialetto comune, e formato di tutto ciò ch’era proprio de’ diversi paesi greci), come fece Arriano nell’Indica, e forse anche in altre opere, v. p.2231. Ecateo Milesio (ma molto prima) ec. Anzi Atene dopo prevaluto nella Grecia l’atticismo, ebbe appresso a poco la sorte di Firenze, cioè non produsse nulla di buono, nel che v. un passo di Cicerone in una nota al Dial. del Capro, nella Proposta del Monti, voce Becco. - ec. ec.

(28. Nov. 1821.)

La lingua greca rassomiglia certo alla latina (generalmente però e complessivamente parlando) più che all’italiana, com’è naturale di due sorelle. Ma sebbene [2182]di queste due sorelle la sola latina ci è madre, nondimeno l’italiana e la spagnola somigliano più alla greca che alla latina. Siccome la lingua francese benchè figlia della latina e sorella delle due sopraddette, somiglia più all’inglese, che a queste altre ec. ec.

(28. Nov. 1821.)

È cosa osservata che non solo le stesse morti provenienti da mali dolorosissimi, sogliono esser precedute da una diminuzione di dolore, anzi quasi totale insensibilità, ma che questi sono segni certi, e quasi immancabili (io credo certo immancabili) di morte vicina. Laonde tanto è lungi che la morte sia un punto di straordinaria pena o dolore o incomodo qualunque corporale, che anzi gli stessi travagli corporali che la cagionano, per veementi che sieno (e quanto più sono veementi) cessano affatto all’avvicinarsi di lei; e il momento della morte, e quelli che immediatamente la precedono [2183]sono assolutamente momenti di riposo e di ristoro, tanto più pieno e profondo quanto maggiori sono le pene che conducono a quel passo. Ciò che dico del travaglio corporale, si deve pur necessariamente estendere allo spirituale, perchè quando l’insensibilità del paziente è giunta a segno che lo rende insuscettibile di qualunque dolore corporale, per grandi che sieno le cagioni che dovrebbero produrlo, il che immancabilmente accade in punto di morte, è manifesto che l’anima essendo quasi fuori de’ sensi, è fuori di se stessa, fuori de’ sensi spirituali, che non operano se non per mezzi corporali, e quindi incapace di pene e di travagli di pensiero. Ed infatti il punto della morte, è sempre preceduto dalla perdita della parola, e da una totale insensibilità ed incapacità di attendere e di concepire, come si argomenta dai segni esterni, e come accade a chi sviene, o a chi dorme. ec. E questo letargo precursore [2184]immancabilissimo della morte, è forse, almeno in molti casi, più lungo nelle malattie violente ed acute, che nelle lente, compassionando così la natura alle pene de’ mortali, e togliendo loro maturamente la forza di sentire, quando ella non sarebbe più se non forza di patire.

(28. Nov. 1821.)

Non solo l’uomo è opera delle circostanze, in quanto queste lo determinano a tale o tal professione ec. ec. ma anche in quanto al genere, al modo, al gusto di quella tal professione a cui l’assuefazion sola e le circostanze l’hanno determinato. P.e. io finchè non lessi se non autori francesi, l’assuefazione parendo natura, mi pareva che il mio stile naturale fosse quello solo, e che là mi conducesse l’inclinazione. Me ne disingannai, passando a diverse letture, ma anche in queste, e di mese in mese, variando il gusto degli autori ch’io leggeva, variava l’opinione ch’io mi formava circa la mia propria [2185]inclinazione naturale. E questo anche in menome e determinatissime cose, appartenenti o alla lingua, o allo stile, o al modo e genere di letteratura. Come, avendo letto fra i lirici il solo Petrarca, mi pareva che dovendo scriver cose liriche, la natura non mi potesse portare a scrivere in altro stile ec. che simile a quello del Petrarca. Tali infatti mi riuscirono i primi saggi che feci in quel genere di poesia. I secondi meno simili, perchè da qualche tempo non leggeva più il Petrarca. I terzi dissimili affatto, per essermi formato ad altri modelli, o aver contratta, a forza di moltiplicare i modelli, le riflessioni ec. quella specie di maniera o di facoltà, che si chiama originalità. (Originalità quella che si contrae? e che infatti non si possiede mai se non s’è acquistata? Anche Mad. di Staël dice che bisogna leggere più che si possa per divenire [2186]originale. Che cosa è dunque l’originalità? facoltà acquisita, come tutte le altre, benchè questo aggiunto di acquisita ripugna dirittamente al significato e valore del suo nome.).

(28. Nov. 1821.)

Alla p.1073. Le cinque, anzi le dieci dita delle mani, all’uomo privo di favella non potevano servire (stante le osservazioni fatte di sopra) se non per contare al più sino a 25. (e con molta difficoltà) cioè sino a cinque volte cinque, contando le unità coll’una mano, e coll’altra le cinquine. Senza il che la memoria non l’avrebbe condotto neppure al 15. o al venti. Del resto i popoli scarsi di favella e privi di sufficienti nomi numerali, si vede che infatti non sanno contare neppur sino al 20. (se nel Romanzo di Robinson Crusoe si è avuto qualche riguardo alla verità, o al verisimile). V. l’Enciclopedia, Logique ec. art. Nombres ec. [2187]I fanciulli sinchè non hanno bene e radicatamente appresi i nomi numerali, e legate ad essi strettamente le rispettive idee, non sono capaci di concepire appena confusamente nessuna quantità determinata (o di numero o di misura ec.) se non piccolissima, cioè tanta per lo più quanto si stende la loro cognizione de’ nomi numerali; e non arrivano se non dopo lungo tempo a contar sino a venti, o più là del dieci ec. Anzi arrivano prima a contar questi numeri, che a concepire le corrispondenti quantità, non avendo ancora abbastanza strettamente legate e immedesimate e incastrate le idee rispettive dei numeri, nelle parole che li rappresentano.

(28. Nov. 1821.)

Alla p.2022. Concedo, come altrove ho detto, che i verbi continuativi, talvolta, ed anche spesso (ma di rado però ne’ più antichi e primitivi monumenti) siano stati adoperati, [2188]in senso, almeno confusamente frequentativo, e simile a quello de’ verbi in itare. Ma io ho dimostrato splendidamente il significato proprio continuativo di tanti verbi così come ho detto formati, ho distinto così evidentemente il significato continuativo l’azione continuata ec. dalla frequente, che già non si può mettere in dubbio l’esistenza di verbi (e non pochi) tenuti fin qui per frequentativi ec. i quali sono di senso manifestamente continuativo, secondo le distinzioni da me notate, e diversissimo dal frequente, ec. Resterebbe che riconoscendo questo, si negasse ai verbi così come io dico formati, la proprietà essenziale di tali significazioni; queste si volessero supporre accidentali, e tenere per non avvertite modificazioni o parti ec. del senso frequentativo; negare che gli antichi latini avessero una forma di verbi apposta per li significati continuativi, e per continuare ec. il significato de’ loro verbi originarii, [2189]e modificarlo in questo dal preciso modo ch’io dico; si presumesse che queste minute e sfuggevoli differenze non fossero cadute in mente degli antichi latini, o non fossero state considerate nel loro linguaggio; e in somma si persistesse a credere che il valore de’ verbi in are ec. e in itare fosse tutt’uno, distinguendosi questi verbi per la sola forma, e non pel significato proprio, stimando casuali e non precisamente volute da’ latini e da’ formatori di quei verbi, le differenze di significazione che tra essi s’incontrano: o al più si concedesse che la forza diminutiva non appartenga se non ai verbi in itare, volendo però che la frequentativa sia loro comune coi verbi in are ec. e che questi sieno parimente frequentativi, includendosi nel valore frequentativo tutte le altre significazioni loro ch’io ho fatte osservare. Or questo appunto è quello che non potremo concludere, se osserveremo [2190]che laddove quelli ch’io chiamo continuativi sono usati talvolta nel senso frequentativo (e la ragione vedila p.2023.) i verbi per altro in itare che son veri frequentativi o diminutivi, non si troveranno mai o difficilissimamente usati ne’ vari sensi continuativi da me specificati (v. p.1116. sulla fine 1117.), il che dimostra una precisa, voluta, e non accidentale differenza tra il valor proprio de’ verbi in itare, e di quelli in semplice are. E in che consista tal differenza di valor proprio, questo è ciò che essendo stato finora inosservato, ho notato io, facendo conoscere i verbi in are ec. per propriamente continuativi, non frequentativi nè diminutivi, e i verbi in itare per frequentativi o diminutivi non continuativi. E in ciò è riposta la mia scoperta. Siccome poi il significato continuativo è di natura più sottile che il frequentativo, perciò accadde che quei verbi de’ quali era proprio il primo significato, fossero coll’andar del [2191]tempo facilmente tirati al senso frequentativo e altri loro non propri, siccome essendo essi di proprietà sfuggevole e facilmente disconoscibile, e confondibile; ma viceversa i verbi propriamente frequentativi o diminutivi, essendo di proprietà e significato meno sfuggevole, e metafisico e sottile, e che dava meglio negli occhi, facilmente lo conservassero, e non venissero tirati ad altro senso, neppure al continuativo sebbene per se minutissimo e confondibilissimo.

E qui bisogna notare che negando io che i verbi in itare si trovino usati in alcun senso continuativo, intendo di escludere quelli la cui formazione coincide con quella de’ continuativi, come habitare, domitare ec. i quali bene spesso si trovano in senso decisamente continuativo, ed in essi massimamente e più che in qualunque altro verbo si trova confuso il senso continuativo col frequentativo e dimininutivo Il che grandemente conferma il mio discorso, perchè [2192]vedendo che gli altri verbi in itare non hanno mai senso continuativo, e questi sì, perciocchè coincidono colla forma ch’io dico continuativa, si conclude che dunque questa forma è veramente continuativa. E vedendo che il senso continuativo e il frequentativo o diminutivo si confonde in questi verbi più che in ogni altro, per un’accidentale e materiale combinazione di forma, si conchiude che dunque queste due forme per se stesse sono evidentemente distinte di significato, e che quella in itare è frequentatativa o diminutiva, quella in semplice are, continuativa, giacchè quei verbi che casualmente rinchiudono queste due forme, rinchiudono pure questi due significati, e gli altri verbi no.

(29. Nov. giorno della morte di mia Nonna. 1821.).V. p.2285.

Alla p.1154. marg. Sonitare sono incerto se venga da sonatus, o da sonitus di sonare. Perocchè che il verbo sonare avesse [2193]da prima effettivamente questo participio (o supino) sonitus, benchè ignoto a’ buoni autori (anzi a tutti), lo mostra evidentemente, primo il verbale sonitus us, o i, secondo ciò che ho detto p.2146. segg. (in spagn. sonido); secondo il pret. sonui, (raro SONAVI dice il Forcell.) e il vedere che il verbo sono fu anticamente della terza e forse anche della 4. congiugazione V. il Forc. Sono, in fine. Le quali ragioni mi persuadono che sonitare venga certo da sonitus e appartenga a quei verbi de’ quali p.1112. dopo il mezzo-1113. Queste osservazioni si ponno parimente applicare forse anche a domitus, crepitus, (crepitus us si trova similmente), rogitus, e a’ verbi domitare ec. de’ quali p.1154. E chi sa che non si possano estendere a tutti cotali verbi che paiono formati da un participio in atus, cangiato nella formazione in itus? (29. Nov. 1821.). Restitare o vien da restatus o da restitus (partt. o supp. ambedue obsoleti) o forse è una metatesi di resistere, ma non credo ec. Del rimanente sto ha statum e status us, persto perstatum ec. consto atum.

[2194]Alla p.1109. marg. 2da linea-contratto, come in italiano da porrectus, porto partic. di porgere contratto pure da porrigere, il qual porto è in luogo di porretto. Così dunque in ispagn. despertar in vece di desperrectar da un desperto in vece di desperrecto ec. Infatti trovate nello spagnuolo appunto il participio da cui despertar è derivato, cioè despierto (sveglio, vigile), che è lo stesso ch’experrectus.

(29. Nov. 1821.)

Alla p.1115. Così da usus di uti, onde hanno i buoni latini usitari, usitatus, usitate, verbo, nome, avverbio frequentativi, s’è conservato nelle lingue moderne (non solo il freq. usitar spagn. e il nostro usitato ec. e il franc. usité) ma anche il continuativo usare, user ec. vero continuativo non solo per forma, ma per significato eziandio, e che perciò come ho detto altrove, si può creder proprio dell’antico latino almeno volgare. V. il Gloss. in Usare. Così abbiamo abusare ec. Uti è meno continuo di usare, o usari. Si disse anche uto is. Forcell. utor in fine.

(29. Nov. 1821.)

[2195]Alla p.1127. prima del mezzo. Altri esempi di ciò gli ho notati altrove, altri se ne ponno vedere nell’Encycl. Grammaire, non mi ricordo a quale articolo, ma credo all’H. presi da Prisciano, altri p.1276. e quivi in marg. A’ quali tutti aggiungi sulcus fatto da ôlkow (tractus), che però dovette da prima dirsi solcus, come volgus, volpes, come solpur per sulphur pretende il Pontedera, come forse per lo contrario supnus o sumnus ec. Questa etimologia di sulcus da ôlkow è riconosciuta dal Forcell. Vedilo in principio di Sulcus. V. anche sisto p.2143. fine-seg.

Osservo che questi nomi greci che passando in latino hanno mutato lo spirito in s, (siccome quelli che l’hanno mutato in h, e di questi è naturale perchè più recentemente fatti latini) conservano in latino le proprietà, e quasi la forma intera che hanno nel greco p.e. il genere maschile neutro ec. Non così quelli che hanno mutato lo spirito in v [2196]i quali hanno mutato il genere, la forma ec. in modo che appena o certo più difficilmente si ravvisano. Ho detto nomi, e intendo parole d’ogni sorta. Ciò fa credere o 1. che tal pronunzia di v o f in luogo dello spirito sia più antica, che quella in s, e perciò quelle parole più anticamente fatte proprie del latino 2. o ch’elle venendo forse dall’Eolico, avessero in esso dialetto forma diversa dalla greca comune. 3. o che in verità sieno passate dal latino al greco, o piuttosto (ed è verisimilissimo) siano di quelle parole primitivamente comuni ad ambe le lingue, e derivate da comune madre, il che conferma l’opinione della fratellanza del greco e latino. Bisogna però notare che quello che si cambia nel latino in s (o in h) è lo spirito denso, e quello che in v (o forse talvolta in f) il lene. Onde si potrebbe anche concludere che l’uso dello spirito denso, sebbene antichissimo, sia però nelle voci greche più recente, che quello del lene. Che l’uso greco [2197](e quindi anche il latino) del s per lo spirito, sia più recente di quello dell’H, mutato nel latino in v, o del digamma Ƒ ec. Che forse quelle parole greche scritte oggi collo spirito denso, che nel latino hanno il v, anticamente si scrissero o pronunziarono col lene (come „EstÛa ec.), o che così passarono agli Eoli ec.

V.   anche (circa lo spirito denso mutato in s) il Forc. in Sollus, Sollicitare principio, Solitaurilia princ. Solidus princ.

(30. Nov. 1821.)

Solitas è voce latina antica dice il Forc. e significa solitudine. Or eccola ancora vivissima nello spagn. soledad collo stesso significato. V. il Gloss. se ha nulla.

(30. Nov. 1821.)

Quello che altrove ho detto della lingua del Bartoli, dimostra quanto la nostra lingua si presti all’originalità dello stile e degli stili individuali, in tutti i generi, e in tutta l’estensione del termine. Originalità [2198]strettamente vietata dalla lingua francese allo stile ec. dell’individuo, se non pochissima, che a’ francesi pare gran cosa, come la lingua di Bossuet. Perocchè è molto una piccola differenza, in una nazione, in una letteratura, in una lingua, avvezza, e necessariamente conducente all’uniformità, che non può essere alterata se non se menomamente, senza dar bruttamente negli occhi, e uscir de’ limiti del lecito. Laddove nella lingua italiana lo scrittore individuo può essere uniforme agli altri, e difforme se vuole, anzi tutt’altro, e nuovissimo, e originalissimo, senza lasciar di essere e di parere italiano, e ottimo italiano, e insigne nella lingua. Ciascuno colla lingua italiana si può aprire una strada novissima, propria, ignota, e far maravigliare i nazionali di parlare una lingua che si possa esprimere in modo sì differente dal loro, e da loro non mai pensato, [2199]benchè benissimo l’intendano, per nuovo che sia.

(30. Nov. 1821.)

Alla p.1154. marg. Quanto però a mussitare io non credo che venga da mussatus ma da mussus, o quando anche venga da mussare, io non credo che questo sia verbo originario ma continuativo da mussus. Il quale io stimo antico participio di mutire o muttire verbo usato dagli scrittori antichi (come da concutio ec. concussus da sentire sensus, e non sentitus, concutitus ec. ec.) Quantunque in Terenzio se ne trovi (non è però senza controversia) il partic. mutitus. Il Forc. stesso, deriva mussare da mutire. Vedilo in Musso, Mutio, Mutitus. Mussitare però al solito lo dice frequentativo di mussare, ma io lo credo immediato frequentativo di mutire. Potrebb’essere però anche il contrario, trattandosi che mutire è verbo quasi disusato fra’ latini del buon secolo, secondo ciò che ho detto p.1201. dopo il mezzo.

(30. Nov. 1821.)

Alla p.2052. lapsare da lapsus di [2200]labi; (certo è azione più continua per se medesima lo sdrucciolare che il cadere, e sebbene anche labi, ha specialmente in molti casi un significato analogo a sdrucciolare, nondimeno lapsare significa di più in questo senso, ec.).

(30. Nov. 1821.)

Alla p.1112 marg. fine. Forse sentire ebbe un antico part. sentitus, (regolarissimo) in vece di sensus (anomalo). Questo infatti viene da sensi (anomalo); perchè non dunque quello da sentii (regolare come audii)? Forc. però non riconosce punto il pret. sentii.

(30. Nov. 1821.)

Alla p.1167. fine. Potrà far maraviglia il verbo quaeritare, (e il composto requiritare) e indurre a credere che questa sia almeno un’eccezione alla mia regola che i continuativi, e i frequentativi in itare non si formano se non dai part. in us dei verbi originarii. Niente di tutto ciò. Questo esempio invece di distruggere o indebolire la regola, col mezzo della regola [2201]si rettificherà e porrà in chiaro, e si spoglierà eziandio dell’apparenza di anomalia.

Dico che quaeritare viene da un antico quaeritus di quaerere. 1. Questo è regolare come tritus di terere, che è contrazione di teritus, ec. laddove quaesitus è irregolare. Siccome quaesivi, o quaesii in vece di quaerivi, o quaerii, o quaeri.

2. Nello spagnuolo querer che sebbene con diverso significato (per la lontananza de’ tempi, e la varietà de’ dialetti in che si divise il latino nel propagarsi) è però il puro e pretto quaerere, voi trovate appunto il partic. querido, cioè quaeritus. Notate che vi troverete ancora da quisè (cioè quaesivi, o quaesii) il part. anomalo quisto (quisto bien o mal) cioè quaestus, cioè quaesitus, giacchè sebbene non si trova quaestus part., si trova però quaestus us verbale, (e v. p.2146.) e quaestor, e quaestura ec. tutte pure contrazioni [2202]di quaesitus us, quaesitor, quaesitura ec. voci che parimente si dicono. Hanno anche gli spagnuoli da quisto, malquisto (come da querido, malquerido) cioè malvoluto, e quindi malquistar (male quaesitare) cioè rendere odioso, (Solìs) significato figurato e metaforico, o almeno non primitivo.

3.   Avvertite che quaeritare è verbo antico. Il Forc. non ne ha esempi che da Plauto e Terenzio. Quindi forse anche egli non era se non del popolo, eterno conservatore dell’antichità, il quale perciò da quaero non avrà fatto quaesito, ma quaerito dal vecchio quaeritus, che forse conservò parimente come oggi si conserva in ispagnuolo.

4.   Sebbene il Forcellini di quaero e quaeso. faccia due verbi, ed al primo dia il perf. sivi, e sii, col sup. situm, al secondo dia gli stessi perfetti, ma neghi il supino, nondimeno è chiaro che tanto i detti perfetti, quanto il supino e participio non sono in verità di quaero, ma di quaeso. Questo quaeso, dice il Forc. è idem quod quaero: quemadmodum dicebant ARBOREM, CASMEN, VALESII, ASA, etc. pro ARBOREM, CARMEN, VALERII, [2203]ARA, etc. Dunque se quaeso è corruzione di quaero, quaesitus non è che corruzione di quaeritus; quello dunque è particolare di quaeso (cioè di un verbo corrotto da quaero), e questo cioè quaeritus è il proprio part. di quaero; dunque quaeritare è lo stesso che se si dicesse quaesitare, e non osta niente di più alla mia regola; ed è formato nè più nè meno secondo essa, come qualunque altro continuativo o frequentativo (ch’egli può per la sua forma esser l’uno e l’altro); ed è regolare come venditare da vendere; dunque in luogo ch’egli dimostri magagna o eccezione nella mia regola, questa anzi aiuta a conoscere e determinare la vera natura, la vera origine e formazione di questo antico verbo (e forse popolare), e l’antico e proprio participio di quaerere cioè quaeritus, il quale è dimostrato appunto da quaeritare, secondo la mia regola.

Così discorro di queritari da queror, [2204]il cui solo partic. noto questus non è che una sincope dell’ignoto quesitus, il quae non fu se non corruzione del parimente inusitato queritus.

(1. Dic. 1821.)

È degno di esser letto l’ultimo capo del Kunhgetikòw di Senofonte, dove inveisce contro i sofisti, dimostra l’utilità e necessità delle assuefazioni ed esercizi corporei vigorosi, dice particolarmente che bisogna seguir prima di tutto la natura, (§.d.') ec. V. ancora il capo precedente che contiene un bell’elogio della caccia, occupazione naturalissima e primitiva, degna veramente dell’uomo, e conducente alla felicità naturale.

(1. Dic. 1821.)

Come l’amor proprio, così l’odio verso altrui che n’è indivisibile conseguenza, o fratello, si può bensì nascondere, o travisare sotto infiniti aspetti, ma non perdere nè scemare mai in verun individuo della razza animale, nè esser maggiore o minore [2205]in questo individuo che in quello. Se non quanto può esser maggiore o minore l’amor proprio, non così che l’individuo non si ami sempre quanto più può, ma riguardo all’intensità, ed a quella forza maggiore o minore di passione e di sentimento, che la natura ha dato ai diversi individui e specie di animali, e che l’assuefazione ha conservato, o cresciuto o scemato. Sotto questo aspetto l’amor proprio, il grado, la forza, la massa di esso può esser maggiore o minore secondo gl’individui e specie, e quindi anche l’odio verso altrui. Può anche esser maggiore o minore nello stesso individuo secondo le diverse età, assuefazioni successive, circostanze accidentali, giornaliere, momentanee, tanto fisiche che morali. Può parimente esser maggiore o minore in una medesima specie generalmente, nelle diverse sue epoche fisiche e morali, circostanze, ec. [2206]P.e. verso i suoi simili l’odio naturale può talvolta esser maggiore talvolta minore che verso gli altri animali ec.

(1. Dic. 1821.)

Il timore, passione immediatamente figlia dell’amor proprio e della propria conservazione, e quindi inseparabile dall’uomo, ma soprattutto manifesta e propria nell’uomo primitivo, nel fanciullo, in coloro che più conservano dello stato naturale; passione strettissimamente comune all’uomo con ogni specie di animali, e carattere generale de’ viventi; una tal passione, è la più egoistica del mondo. Nel timore l’uomo si isola perfettamente, si stacca da’ suoi più cari, e pena pochissimo (anzi quasi da necessità naturale è portato) a sacrificarli ec. per salvarsi. Nè solo dalle persone, o da tutto ciò ch’è in qualche modo altrui, ma dalle cose stesse più proprie sue, più preziose, più necessarie, l’uomo [2207]si stacca quando teme, come il navigante che getta in mare il frutto de’ suoi più lunghi travagli, e anche di tutta la sua vita, i suoi mezzi di sussistenza. Onde si può dire che il timore è la perfezione e la più pura quintessenza dell’egoismo, perchè riduce l’uomo non solo a curar puramente le cose sue, ma a staccarsi anche da queste per non curar che il puro e nudo se stesso, ossia la nudissima esistenza del suo proprio individuo separata da qualunque altra possibile esistenza. Fino le parti di se medesimo sacrifica l’uomo nel timore per salvarsi la vita, alla quale, e a quel solo che l’è assolutamente necessario in qualunque istante, si riduce e si rannicchia la cura e la passione dell’uomo nel timore. Si può dir che il se stesso diviene allora più piccolo e ristretto che può, affine di conservarsi, e consente a gettare tutte le proprie parti non necessarie, per salvare quel tanto ch’è [2208]inseparabile dal suo essere, che lo forma, e in cui esso necessariamente e sostanzialmente consiste.

L’egoismo del timore spingeva gli Americani (ed altri antichi, massime ne’ grandi disastri ec. o altri popoli barbari) ad immolar vittime umane ai loro Dei, fatti veramente dal timore (primos in orbe deos fecit timor), e non per altra cagione rappresentati e adorati da essi sotto le forme più mostruose e spaventose. Laonde il loro timore essendo abituale, il detto effetto dell’estremo egoismo di questa passione, doveva fra essi e tra coloro che si trovarono o si trovano in simili circostanze, essere un costume.

(1. Dic. 1821.)

Ho detto che l’uomo di gran sentimento più presto degli altri è soggetto a divenire indifferente sì nel resto, sì quanto alle sventure. Ciò vuol dire ch’egli forma l’abito delle sventure (così dite del resto) [2209]più facilmente e prontamente degli altri. E per due cagioni. 1. Perchè più soffre essendo più sensibile, onde le cause dell’assuefazione che sono l’esercizio, e la ripetizion delle sensazioni, essendo in lui maggiori che negli altri, più presto la cagionano. Oltre ch’egli più vivamente le sente ond’è soggetto a sventure maggiori e per numero e per grado di forza ec. 2. Perch’egli è anche per se stesso e indipendentemente dalle circostanze, più assuefabile degli altri. (Massime a questi generi di cose.) Ond’egli impara la sventura più presto degli altri, come gli uomini di talento (che per lo più sono anche di sentimento) imparano le discipline, o quella tale a cui sono inclinati ec. più presto degli altri, e più presto e facilmente intendono, concepiscono ec. perchè più attendono ec. Quindi è che gli uomini di poco o mediocre sentimento, e generalmente i mediocri spiriti, dopo un numero o una massa di sventure, maggiore assai di quella che ha bastato ad assuefare e [2210]rendere imperturbabile l’uomo di gran sentimento, non vi sono ancora assuefatti, sono sempre aperti all’afflizione al dolore, sempre sensibili al male, sempre egualmente teneri e molli (sebbene quegli ch’era assai più molle, sia già del tutto indurato), e restano bene spesso tali per tutta la vita, tanto capaci di soffrire nella decrepitezza, quanto appresso a poco nella prima giovanezza. Anzi di più, perchè meno distratti nelle loro sensazioni, e meno aiutati dalla forza naturale. Laddove all’uomo di sentimento lo stesso esser poco capace di distrazione, lo stesso attender vivamente alle sensazioni, facilita l’assuefazione, e l’acquisto della insensibilità, e incapacità di più attendervi.

(1. Dic. 1821.)

Se la lingua greca nel risorgimento delle lettere avesse prevaluto alla latina, quanto all’uso de’ dotti, alle cose diplomatiche ec. ella sarebbe [2211]stata (oltre gli altri vantaggi) più facile a trattare e a scrivere anche elegantemente, e con quella perfezione con che in Italia fu scritto il latino, e ciò non solo per la sua adattabilità alle cose moderne, ma per la maggior facilità assoluta della sua costituzione e proprietà, che resulta dalla sua naturalezza, semplicità di frase di andamento ec. E la minore anzi niuna somiglianza che avrebbe avuta col materiale delle lingue moderne e viventi, sarebbe stato uno scoglio di meno alla sua purità, ed eleganza, alla conservazione della sua vera indole, e in vece del latino barbaro, si sarebbe scritto un greco puro, e la barbarie non avrebbe dovuto esser cagione di abbandonarla, come la latina, barbara anche oggi negli scrittori tedeschi ec. che la usano.

Oltre il gran vantaggio, scioltezza ec. che avrebbe recato agl’intelletti, alla concezione e all’espressione delle idee, alla chiarezza e facilità dell’una e dell’altra, la familiarità la pratica e l’uso di quella onnipotente [2212]lingua.

(2. Dic. 1821.)

Non si pensa se non parlando. Quindi è certissimo che quanto la lingua di cui ci serviamo pensando, è più lenta, più bisognosa di parole e di circuito per esprimersi, ed esprimersi chiaramente, tanto (in proporzione però della rispettiva facoltà ed abitudine degl’intelletti individuali) è più lenta la nostra concezione, il nostro pensiero, ragionamento e discorso interiore, il nostro modo di concepire e d’intendere, di sentire e concludere una verità, conoscerla, il processo della nostra mente nel sillogizzare, e giungere alle conseguenze. Nella maniera appunto che una testa poco avvezza a ragionare, più lentamente tira da premesse evidenti e ben concepite, e legate ec. una conseguenza parimente manifesta (il che accade tuttodì negli uomini volgari, ed è cagione della loro poca ragionevolezza, della loro piccolezza, tardità nell’intendere le cose più ovvie, piccolezza, volgarità, oscurità di [2213]mente ec.); e nella maniera che la scienza e la pratica delle matematiche, del loro modo di procedere, e di giungere alle conseguenze, del loro linguaggio ec. aiuta infinitamente la facoltà intellettiva e ragionatrice dell’uomo, compendia le operazioni del suo intelletto, lo rende più pronto a concepire, più veloce e spedito nell’arrivare alla conclusione de’ suoi pensieri, e dell’interno suo discorso; insomma per una parte assuefa, per l’altra facilita all’uomo l’uso della ragione ec. Quindi deducete quanto giovi la cognizione di molte lingue, giacchè ciascuna ha qualche proprietà e pregio particolare, questa è più spedita per un verso, quella per un altro, questa è più potente nella tal cosa, quella in tal altra, questa può facilmente esprimere la tale precisa idea, quella non può, o difficilmente. Egli è indubitato: la nuda cognizione di molte lingue [2214]accresce anche per se sola il numero delle idee, e ne feconda poi la mente, e ne facilita il più copioso e più pronto acquisto. Quello che ho detto della lentezza o speditezza delle lingue si deve estendere a tutte le altre loro proprietà; povertà o ricchezza, ec. ec. anche a quelle che spettano all’immaginazione, giacchè da queste è influita la fantasia, e la facoltà delle concezioni fantastiche (e ragionamenti fantastici) e la qualità di esse, come da quelle è influito l’intelletto e la facoltà del discorso. Vedete dunque s’io ho ragione nel dire che la pratica della lingua greca avrebbe giovato agl’intelletti più che non fece quella della latina (lingua non solo non filosofica nè logica, come non lo è neppur la greca, ma non adattabile, senza guastarla, alla filosofia sottile, ed all’esattezza precisa delle espressioni e delle idee, a differenza della greca.). V. la p.2211. fine. E quello che dico della lingua greca, dico di ciascun’altra [2215]per la sua parte, massime di quelle ad essa più analoghe; lo dico dell’italiana, massime in ordine alla facoltà immaginativa, e concettiva del bello, del nobile, del grazioso ec. la qual facoltà da nessuna moderna lingua può tanto essere aiutata come dall’italiana, avendola ben conosciuta e familiare, o materna o no ch’ella ci sia.

(3. Dic. dì di S. Franc. Saverio. 1821.)

Virtù presso i latini era sinonimo di valore, fortezza d’animo, e anche s’applicava in senso di forza alle cose non umane, o inanimate, come virtus Bacchi, cioè del vino, virtus virium, ferri, herbarum. V. onninamente il Forcellini. Anche noi diciamo virtù per potenza, virtù del fuoco, dell’acqua, de’ medicamenti ec. V. la Crusca. Virtù insomma presso i latini non era propriamente altro che fortitudo, applicata particolarmente all’uomo, da vir. E anche dopo il grand’uso [2216]di questa parola presso i latini, tardò ella molto a poter essere applicata alle virtù non forti non vive per gli effetti e la natura loro, alla pazienza (quella che oggi costuma), alla mansuetudine, alla compassione ec. Qualità che gli scrittori latini cristiani chiamarono virtutes, non si potrebbero nemmeno oggi chiamar così volendo scrivere in buon latino, benchè virtù elle si chiamino nelle sue lingue figlie, e con nomi equivalenti nelle altre moderne. Di Žret¯ (da rhw) v. i Lessici, e gli etimografi: sebbene la sua etimologia, perchè parola più antica, o più anticamente frequentata dagli scrittori, sia più scura. E così credo che in tutte le lingue la parola significativa di virtù, non abbia mai originariamente significato altro che forza, vigore, (o d’anima o di corpo, o d’ambedue, o confusamente dell’una e dell’altro, ma certo prima e più di [2217]questo che di quella.). Tanto è vero che l’uomo primitivo, e l’antichità, non riconosce e non riconobbe altra virtù, altra perfezione nell’uomo e nelle cose, fuorchè il vigore e la forza, o certo non ne riconobbe nessuna che fosse scompagnata da queste qualità, e che non avesse in elle la sua essenza, e carattere principale, e forma di essere, e la ragione di esser virtù e perfezioni.

(3. Dic. 1821.)

Didone, Aen. 4.659. seg.

Moriemur inultae,

Sed moriamur, ait. Sic sic iuvat ire sub umbras.

Virgilio volle qui esprimere (fino e profondo sentimento, e degno di un uomo conoscitore de’ cuori, ed esperto delle passioni e delle sventure, come lui) quel piacere che l’animo prova nel considerare e rappresentarsi non solo vivamente, ma minutamente, intimamente, e pienamente la sua disgrazia, i suoi mali; nell’esagerarli, anche, a se stesso, [2218]se può (che se può, certo lo fa), nel riconoscere, o nel figurarsi, ma certo persuadersi e proccurare con ogni sforzo di persuadersi fermamente, ch’essi sono eccessivi, senza fine, senza limiti, senza rimedio nè impedimento nè compenso nè consolazione veruna possibile, senza alcuna circostanza che gli alleggerisca; nel vedere insomma e sentire vivacemente che la sua sventura è propriamente immensa e perfetta e quanta può essere per tutte le parti, e precluso e ben serrato ogni adito o alla speranza o alla consolazione qualunque, in maniera che l’uomo resti propriamente solo colla sua intera sventura. Questi sentimenti si provano negli accessi di disperazione, nel gustare il passeggero conforto del pianto, (dove l’uomo si piglia piacere a immaginarsi più infelice che può), talvolta anche nel primo punto e sentimento o novella ec. del suo male ec.

[2219]L’uomo in tali pensieri ammira, anzi stupisce di se stesso, riguardandosi (o proccurando di riguardarsi, con fare anche forza alla sua ragione, e imponendole espressamente silenzio (nella sua) coll’immaginazione) come per assolutamente straordinario, straordinario o come costante in sì gran calamità, o semplicemente come capace di tanta sventura, di tanto dolore, e tanto straordinariamente oppresso dal destino; o come abbastanza forte da potere pur vedere chiaramente pienamente vivamente e sentire profondamente tutta quanta la sua disgrazia.

E questo è ciò che ci proccura il detto piacere, il quale non è in somma che una pura straordinaria soddisfazione dell’amor proprio. E questa soddisfazione dove la prova egli l’amor proprio? nell’estrema e piena disperazione. E donde gli viene, in che si fonda, che soggetto ha? l’eccesso, l’irremediabilità del proprio male.

La disperazione è molto ma molto più piacevole della noia. La natura ha [2220]provveduto, ha medicato tutti i nostri mali possibili, anche i più crudeli ed estremi, anche la morte (di cui v. i miei pensieri relativi), a tutti ha misto del bene, anzi ne l’ha fatto risultare, l’ha congiunto all’essenza loro; a tutti i mali, dico, fuorchè alla noia. Perchè questa è la passione la più contraria e lontana alla natura, quella a cui non aveva non solo destinato l’uomo, ma neppur sospettato nè preveduto che vi potesse cadere, e destinatolo e incamminatolo dirittamente a tutt’altro possibile che a questa. Tutti i nostri mali infatti possono forse trovare i loro analoghi negli animali: fuorchè la noia. Tanto ell’è stata proscritta dalla natura, ed ignota a lei. Come no infatti? la morte nella vita? la morte sensibile, il nulla nell’esistenza? e il sentimento di esso, e della nullità di ciò che è, e di quegli stesso che la concepisce e sente, e in cui sussiste? e morte e nulla vero, perchè le morti e distruzioni corporali, non sono altro che trasformazioni di sostanze e di qualità, e il fine di esse non è la morte, [2221]ma la vita perpetua della gran macchina naturale, e perciò esse furono volute e ordinate dalla natura.

Osserviamo le bestie. Fanno bene spesso pochissimo o stanno ne’ loro covili ec. ec. ec. senza far nulla. Quanto di più fa l’uomo. L’attività dell’uomo il più inerte, vince quella della bestia più attiva (sia attività interna o esterna). Eppur le bestie non sanno che sia noia, nè desiderano attività maggiore ec. L’uomo si annoia, e sente il suo nulla ogni momento. Ma questo fa e pensa cose non volute dalla natura. Quelle viceversa.

(3. Dic. 1821.)

Non potui abreptum etc.?

Verum anceps pugnae FUERAT fortuna. FUISSET:

Quem metui moritura?

Didone, Aen. 4.600.603. seg. Fuerat qui significa espressamente sarebbe stata. Puoi vedere p.2321. Fuera direbbero appunto gli spagnuoli. Quest’uso dell’indicativo preterito [2222]piucchè perfetto in luogo e in senso del piucchè perfetto dell’ottativo o soggiuntivo, è frequentissimo presso i latini massime allora quando esso va congiunto con altro più che perfetto del soggiuntivo, onde sarebbe stato bisogno il duplicar questo, come nel cit. luogo, dove se in vece di fuerat poneste fuisset, raddoppiereste quel fuisset (fosse stata) che viene subito dopo. V. anche Georg. 2. 132.133. dove però si usa l’imperfetto indicativo (v. p.2348.) V. pure Georg. 3.563. seqq. e Oraz. l.4. od.6. v.16-24. falleret per fefellisset. Così in quell’altro di Virg. Aen. 2. [54]

Et si fata deum, si mens non laeva FUISSET,

IMPULERAT ec.

 

V.   anche Oraz. od.17. l.2. v.28. seqq. e l.3. 16.3. seqq. Così in quel famoso perieram nisi periissem. Cioè sarei perito, se non fossi perito. Or da tali osservazioni io deduco due cose.

1.   Che l’imperfetto ottativo o soggiuntivo spagnuolo terminato nella prima e terza persona in ara o in era, amara, leyera, oyera, non derivi dall’imperfetto latino dello stesso modo, amarem, legerem, audirem, ma dal piucchè perfetto dimostrativo, amaveram, [2223]legeram, audieram E me lo persuade 1. la desinenza e la forma materiale, che in non pochi verbi è similissima, anzi tutt’una coi detti tempi latini, come fueram fuera, quaesieram quisiera (che ha che far quisiera con quaererem?), dixeram dixera (e questo che ha da far con dicerem?) ec. 2. Il veder che il detto tempo spagnolo si forma nè più nè meno, sempre dal passato dimostrativo, sì come appunto il più che perfetto dimostrativo latino, non così il latino imperfetto del congiuntivo. 3. L’uso e il significato di detto tempo spagnuolo; giacchè gli spagnuoli dicono per es. fuera per sarei stato e per fossi stato, per j’aurais été, e si j’avais été, che sono i due significati del piucchè perfetto congiuntivo latino (come fuissem), in luogo del quale appunto abbiamo veduto che spesso si usava dai latini appunto il più che perfetto dimostrativo. (Credo pur che si usi dagli spagnoli [2224]fuera p.e. per fossi, si j’étais, che i latini dicono essem distinto da fuissem, o anche forem; negli altri verbi, usano l’imperfetto congiuntivo, si legerem, se leggessi, si je lisais.)

2.   Che questa proprietà della lingua spagnuola, lingua derivata dal volgare latino, debba dare ad intendere che in esso volgare si costumasse di adoperare regolarmente e ordinariamente il piucchè perfetto del dimostrativo in luogo di quello del congiuntivo, come effettivamente troviamo fatto qua e là dagli stessi scrittori latini. Ma essi lo fanno, quasi per figura o eleganza. Il volgare latino lo doveva fare per costume e proprietà, se osserviamo le dette ragioni, e come quest’uso sia comune e regolare (anzi inviolabile e proprio e necessario) in una lingua moderna e popolare, derivata da quel volgare; e che certo non accaso combina in ciò con l’uso che abbiamo osservato in parecchi passi [2225]degli antichi scrittori.

(4. Dic. 1821.)

Alla p.1167. Similmente abbiamo già notato p.114. fine, il continuativo anomalo visere di videre da visus participio pure o anomalo, o non di primitiva forma ec. E che questo sia veramente continuativo e in se, e ne’ suoi composti vedilo in Virgilio sul principio delle Georg. Tuque adeo quem mox quae sint habitura deorum Concilia incertum est, urbisne INVISERE, (¤piskopeÝn presiedere) Caesar, Terrarumque velis curam, et te maximus orbis Auctorem frugum, tempestatumque potentem Accipiat ec. Non può esser più decisamente continuativo. Ponete invece, videre, o visitare, e sentirete subito la differenza del positivo e del frequentativo dal continuativo. V. p.2273. fine. e Virg. Georg. 4.390. revisit, consideralo bene, e provati di metterci il positivo, o di pigliare revisit per frequentativo. Puoi anche vedere ib. 547. 553. e tal uso di questo verbo è ordinario negli scrittori. Lo stesso dico di questo luogo di Orazio (Od.31. l.1., v.13. seqq.) Dis carus ipsis: (parla del mercante) quippe ter et quater Anno REVISENS (cioè solito di rivedere [2226]ogni anno; che ha che far questo col frequente? o col positivo? ec.) aequor Atlanticum Impune. Ponete revidens se potete. Come potrebbe reggersi in tal luogo questo participio presente, se fosse o positivo o frequentativo? e se non volesse dire solito di ec. ed esprimere consuetudine, la quale è presente in ciascun momento su cui possa cadere la parola o la frase?

Del resto come plectere chi sa che non sieno continuativi anche flectere, nectere, pectere (da ®xv) e tali altri. Ma esamina meglio la cosa e vedi il Forcellini. V. anche texere.

(5. Dic. 1821.)

Alla p.2019. marg. fine. Abbiamo pure pattuire (corrottamente pattovire, come continovo ec.) il qual verbo non è già da pactum i, sostant. nè da pactus participio dai quali avremmo fatto pattare, (abbiamo anche questo infatti, ed impattare, v. i Diz. spagn.) ma dal sust. pactus us, di cui v. nel Dufresne pactibus da Plauto [2227]nella Cistellaria (sebbene il Forcell. nè l’Appendice non ne hanno nulla) e Pactus (non so se i, o us) di bassa latinità. E nota pertanto in questo moderno pattuire un chiaro vestigio, anzi un derivato dell’antico pactus us, manifesto nel luogo di Plauto (però vedilo), e obbliato poi dagli scrittori, e dagli stessi Vocabolaristi. Giacchè il Forc. non la mette neppure fra quelle de’ Lessici antichi da lui scartate. (5. Dic. 1821.). Il nostro eccettuare (v. nel Gloss. Exceptuare) io credo che venga da un ignoto exceptus us sostant. come captus us dal semplice capio, da cui viene excipio, onde exceptare (Gloss.) excepter franc. ed exceptuare. V. i Diz. spagn. Così conceptus us, deceptus us, receptus us, inceptus us, ec.

Coloro che tengono la lingua italiana come morta, vietandogli l’uso attuale, e continuato, e inalienabile delle sue facoltà fanno cosa più assurda de’ nostri libertini, e più dannosa. Gli uni e gli altri tengono la vera lingua italiana per morta; ma questi con buona conseguenza ne deducono che dobbiamo servirci di un’altra viva, cioè di quella barbara che ci pongono avanti, e che adoprano; quelli (cosa stolta) [2228]vogliono che noi vivi scriviamo e parliamo, e trattiamo le cose vive in una lingua morta.

(5. Dic. 1821.)

È cosa facilmente osservabile che nel comporre ec. giova moltissimo, e facilita ec. il leggere abitualmente in quel tempo degli autori di stile, di materia ec. analoga a quella che abbiamo per le mani ec. Da che cosa crediamo noi che ciò derivi? forse dal ricevere quelle tali letture, quegli autori ec. come modelli, come esempi di ciò che dobbiamo fare, dall’averli più in pronto, per mirare in essi, e regolarci nell’imitarli? ec. non già, ma dall’abitudine materiale che la mente acquista a quel tale stile ec. la quale abitudine le rende molto più facile l’eseguir ciò che ha da fare. Tali letture in tal tempo non sono studi, ma esercizi, come la lunga abitudine del comporre facilita la composizione. Ora tali letture fanno appunto allora l’uffizio di quest’abitudine, la facilitano, esercitano insomma la mente in quell’operazione [2229]ch’ella ha da fare. E giovano massimamente quando ella v’è già dentro, e la sua disposizione è sul train di eseguire, di applicare al fatto ec. Così leggendo un ragionatore, per quei giorni si prova una straordinaria tendenza, facilità, frequenza ec. di ragionare sopra qualunque cosa occorrente, anche menoma. Così un pensatore, così uno scrittore d’immaginazione, di sentimento (esso ci avvezza per allora a sentire anche da noi stessi), originale, inventivo ec. E questi effetti li producono essi non in forza di modelli (giacchè li producono quando anche il lettore li disprezzi, o li consideri come tutt’altro che modelli), ma come mezzi di assuefazione. E però, massime nell’atto di comporre, bisogna fuggir le cattive letture, sia in ordine allo stile, o a qualunque altra cosa; perchè la mente senz’avvedersene si abitua a quelle maniere, per quanto le condanni, e per quanto sia abituata già a maniere diverse, abbia formato una maniera [2230]propria, ben radicata nella di lui assuefazione ec.

(6. Dic. 1821.)

Quanto sia vero che la scienza ed ogni facoltà umana non deriva che da pure assuefazioni, e queste quando son relative in qualunque modo all’intelletto, hanno bisogno dell’attenzione. L’uomo di gran talento, e avvezzo soprammodo ad attendere, ed assuefarsi, si trova bene spesso inespertissimo e ignorante di cose che i meno attenti, e più divagati animi conoscono ottimamente. Ciò viene perch’egli in tali cose non suol porre attenzione. Ho detto altrove ch’egli suol essere ignorantissimo di tutte le arti ec. della buona compagnia. Osservatelo ancora nel senso materiale del gusto. Gl’ignoranti l’avranno finissimo, e capacissimo di discernere le menome differenze, pregi, difetti de’ sapori e de’ cibi. Egli al contrario, e se talvolta vi attende, si maraviglia di non capir nulla di ciò che gli altri conoscono benissimo, e gli dimostrano. Eppur questo è un senso materiale. Ma non esercitato da lui con l’attenzione, [2231]benchè materialmente esercitato da lui come dagli altri. Che vuol dir ciò? tutte le facoltà umane le più materiali, e apparentemente naturali, abbisognano di assuefazione ec.

(6. Dic. 1821.)

Alla p.2181. Di quelli che scrivevano in dialetto ionico per pura eleganza e bellezza, dopo già prevaluto universalmente l’attico, con tutte le regole e pedanterie dell’atticismo, v. Luciano pÇw deÝ t¯n istorÛan suggrafeÝn.

(6. Dic. 1821.)

Di quante parole o frasi forestiere antiche o moderne, diciamo giornalmente fra noi stessi, o interrogati del loro valore, questa non si può esprimere in nostra lingua, il significato non ve lo posso precisamente spiegare. Che cosa sono esse? idee, o parti, o qualità e modificazioni d’idee, che quelle lingue e quelle nazioni hanno, e che la nostra non ha, benchè ne sia capacissima, perchè imparando quelle lingue, le comprende benissimo, e chiaramente.

(6. Dic. 1821.)

[2232]La legge Cristiana essenzialmente e capitalmente e in modo che senza ciò ella non sussiste, prescrive di amar Dio sopra tutte le cose, i prossimi come se stesso per amor suo, e se stesso non per se stesso, ma per amor di Dio; ond’è ch’ella comanda ancora l’odio di se stesso ec. Ora torcete la cosa quanto volete, siccome per una parte non potrete mai negare che la legge Cristiana non obblighi assolutamente l’uomo a porre un altro Essere al di sopra di se stesso nel suo amore per ogni verso; così nell’ultima e più sicura ed infallibile analisi della natura (non solo umana, ma vivente, anzi di quella natura che sente in qualunque modo la sua propria esistenza) troverete che questo è dirittamente e precisamente impossibile, e contraddittorio al modo reale di essere delle cose.

(7. Dic. 1821.)

Non esiste nè può esistere nè sommo bene, nè sommo male; tanto come sommo, quanto come bene o male, nessuna cosa essendo per se o buona o cattiva. Bensì il sommo bene o male [2233]può esistere dentro i limiti di una stessa natura, dipendentemente, e posteriormente all’ordine e all’essenza di lei, relativamente ad essa, agli esseri ch’ella comprende, alle qualità che dentro il suo sistema, e dopo il suo sistema, e a cagione e in virtù del suo sistema, sono buone o cattive, più o meno buone o cattive.

(7. Dic. 1821.)

Ho detto altrove che nel giudizio che il lettore pronunzia sulle poesie (così proporzionatamente si può dire d’ogni altro genere di scrittura), dipende ed è influito moltissimo dall’attuale disposizione del suo animo, e soggetto perciò ad esser falsissimo (sì nel favorevole come nello sfavorevole), per molto che il lettore sia giudizioso, ingegnoso, sensibile, capace di entusiasmo, insomma giudice al tutto competente. Osservate infatti. In una disposizion d’animo fredda e indifferente, ovvero [2234]distratta, o gravata d’altre cure, o scoraggiata, o disingannata ec. sia ella tale attualmente per qualunque cagione, o abitualmente, acquisita o naturale ec. le più belle scene della natura ec. ec. non producono, neppure all’uomo il più sensibile del mondo, il menomo effetto, e quindi nessun piacere; e non però elle sono men belle. Così viceversa. Similmente dunque deve accadere, e similmente si deve discorrere del giudizio che gli uomini, anche i più capaci, pronunziano e concepiscono delle poesie, cose di eloquenza, di sentimento d’immaginazione ec. Giudizio diversissimo e nelle diverse persone, e in una stessa in diversi tempi, e momenti anche della giornata, e molto più in diverse nazioni ec. Aggiungete la sazietà, la scontentezza, il vôto dell’animo, la noia; aggiungete le circostanze degli studi, il trovarsene sazio o annoiato in quel [2235]tal momento, il venire da uno studio o lettura che ti ha stancato o annoiato ec. il che può rendere il giudizio tanto più favorevole del giusto, quanto anche (assai spesso) più sfavorevole.

Ed è cosa generalmente notabile che gli uomini disingannati, e disseccati sono necessariamente cattivi giudici della poesia, eloquenza ec. Or tale è ben presto il caso degli uomini più sensibili e immaginosi, come ho detto altrove. Anzi lo è quasi sempre in quel tempo in cui essi son giunti a formarsi un gusto e un tatto fino e squisito in materie letterarie e in ogni altra cosa, il che non può essere se non dopo lungo studio, esperienza, tempo. Quindi è che oggidì i più competenti giudici delle opere d’immaginazione e sentimento, anzi i soli competenti, vengono pur troppo ad essere incompetenti, per la quasi [2236]inevitabile abitudine di freddezza e noncuranza ch’essi contraggono più presto, più costantemente e durevolmente e continuamente, e più radicalmente, profondamente, e vivamente degli spiriti mediocri. Fra’ quali per conseguenza non isbaglierebbe forse, chi pretendesse di ritrovare i giudici migliori possibili in tali materie, se non altro come mezzi e subbietti d’esperimento.

(8. Dic. dì della Concezione di Maria SS. 1821.)

Spessissimo anzi quasi sempre, dalle voci latine comincianti per ex noi abbiamo tolto la e, e il c, e cominciatele per s, specialmente, anzi propriamente allora quando la ex era seguita da consonante, sicchè la nostra s viene ad essere impura. Nel qual caso che cosa soglian fare gli spagnuoli e i francesi, l’ho detto altrove parlando della s iniziale impura. Parrà che costoro, solendo conservare la e, si accostino [2237]più di noi al latino, e nondimeno chi vuol vedere che l’antico volgare latino, ed anche gli scrittori più antichi, usavano di far nè più nè meno quel che facciamo noi, osservi il Forc. in Stinguo (e forse anche in molti altri luoghi), verbo che anche noi anticamente dicemmo per estinguo, e così stremo per estremo, sperimento, esperimento; sperto, esperto; spremere da exprimere da cui pure abbiamo esprimere; sclamare da exclamare, onde pure esclamare; e così altre tali voci che hanno pur conservata la e, la perdono o a piacer dello scrittore, o nei nostri antichi, o nella bocca del popolo ec. E forse l’avere gli spagnoli e i francesi la e in tali parole, non è tanto conservazione, quanto maggiore e doppia corruzione; vale a dire che, secondo me, essi volgarmente da principio dissero come noi, cioè colla s impura iniziale, e poi per proprietà ed inclinazione de’ loro organi, che mal la soffrivano, o a cui riusciva poco dolce ec. v’aggiunsero, non [2238]prendendola dal latino ma del loro, la e iniziale. Infatti essa si trova sempre o quasi sempre nelle parole che anche nel latino scritto, e dell’aureo secolo, e per loro natura ed etimologia ec. cominciano colla s impura, siccome pur fanno sempre in italiano. V. p.2297.

Del resto non sarebbe maraviglia che posti per estremi da una parte il volgar latino, e lo scritto, dall’altra i volgari italiano spagnolo francese, si trovasse che questi due ultimi si accostano più (nel materiale intendo, e nell’estrinseco, e particolare) allo scritto che al volgare latino, e l’italiano al contrario. Perocchè in Italia il volgare latino era lingua naturale, e come naturale e indigeno venne a noi sotto la nuova spoglia di lingua italiana. In Francia e Spagna esso era forestiero, e quindi imparato, e quindi ec. ec.

(8. Dic. 1821.)

[2239]Alla p.2043. A quello che altrove dico delle cause per cui piace la rapidità ec. dello stile, massime poetico, ec. aggiungi che da quella forma di scrivere, nasce necessariamente a ogni tratto l’inaspettato, il quale deriva dalla collocazione e ordine delle parole, dai sensi metaforici, i quali ti obbligano, seguendo innanzi colla lettura a dare alle parole già lette un senso bene spesso diverso da quello che avevi creduto; dalla stessa novità dei traslati, e dalla naturale lontananza delle idee, ravvicinate dall’autore ec. Tutte cose, che oltre il piacere della sorpresa, dilettano perchè lo stesso trovar sempre cose inaspettate tien l’animo in continuo esercizio ed attività; e di più lo pasce colla novità, colla materiale e parziale maraviglia derivante da questa o quella parola, frase, ardire ec.

(9. Dic. 1821.)

Osservando bene, potrete vedere che la prosa (ed anche la poesia) latina, nelle metafore, [2240]eleganze, ardimenti abituali e solenni, giro della frase, costruzione ec. è molto più poetica della greca, la quale (parlo della classica ed antica) ha un andamento assai più rimesso, posato, piano, semplice, meno ardito, anzi non soffrirebbe in nessun caso quelle metafore ardite e poetiche che a’ prosatori latini sono familiari, e poco meno che volgari. E se non le soffrirebbe, ciò non è perch’ella ne abbia ed usi delle altre equivalenti, ma intendo dire ch’ella non soffrirebbe un’egual misura e grado di ardimento ne’ traslati e in tutta l’elocuzione della prosa la più alta, come è quella di Demostene, a petto a cui Cicerone è un poeta per lo stile e la lingua, laddove egli è quasi un prosatore ne’ concetti, passioni ec. rispetto a Demostene poeta, o certo più poeta di Cicerone. Quindi una frase prosaica latina sarebbe poetica in greco, una frase epica [2241]o elegiaca in latino sarebbe lirica in greco ec. Quasi gl’istessi rispetti ha la lingua latina coll’italiana, similissima in queste parti alla greca, e però non è maraviglia se il latinismo dello stile diede qualche durezza ai cinquecentisti, e sforzò e snaturò alquanto il loro scrivere.

(10. Dic. dì della Venuta della S. Casa. 1821.)

Se la natura è oggi fatta impotente a felicitarci, perchè ha perduto il suo regno su di noi, perchè dev’ella essere ancora potente ad interdirci l’uscita da quella infelicità che non viene da lei, non dipende da lei, non ubbidisce a lei, non può rimediarsi se non colla morte? S’ella non è più l’arbitro nè la regola della nostra vita, perchè dev’esserlo della nostra morte? Se il suo fine è la felicità degli esseri, e questo è perduto per noi vivendo, non ubbidisce meglio alla natura, non [2242]proccura meglio il di lei scopo chi si libera colla morte dall’infelicità altrimenti inevitabile, di chi s’astiene di farlo, osservando il divieto naturale, che non vivendo noi più naturalmente, nè potendo più godere della felicità prescrittaci dalla natura, manca ora affatto del suo fondamento?

(10. Dic. 1821.)

Alla p.1128. sotto il principio. Volete ancora vedere la fratellanza e il facile scambio tra la f e il v? Osservate il nostro schifare e schivare che son lo stesso, e non si sa qual de’ due sia il vero, se non che schifare può sostenersi col sostantivo schifo che forse è sua radice (Crus. Schifo add. §.3.), e che non si dice schivo; così schifezza ec.

(10. Dic. 1821.)

Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s’ella è stata al tempo suo, e familiare a lui. Dico di qualunque cosa soggetta [2243]a finire, come la vita o la compagnia della persona la più indifferente per lui (ed anche molesta, anche odiosa), la gioventù della medesima; un’usanza, un metodo di vita. ec. Fuorchè se questa cosa per sempre finita, non è appunto un dolore, una sventura ec. o una fatica, o se l’esser finita, non è lo stesso che aver conseguito il suo proprio scopo, esser giunta dove per suo fine mirava ec. Sebbene anche, nel caso che a questa ci siamo abituati, proviamo ec. Solamente della noia non possiamo dolerci mai che sia finita.

La cagione di questi sentimenti, è quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una cosa terminata, cioè al di là di cui non v’è più nulla; di una cosa terminata per sempre, e che non tornerà mai più.

(10. Dic. 1821.). V. p.2251.

In proposito di ciò che ho detto circa la famosa scrofa apparsa ad Enea, v. la Vita di Virgilio attribuita a Donato, sul principio, dove racconta il miracolo di una verga accaduto alla madre ec. Il che ha rapporto col caso nostro, perchè dimostra le superstizioni popolari fondate [2244]sulla similitudine dei nomi, e come esse solessero credere rappresentato o simboleggiato (relativamente ai presagi, augurii ec.) il tal uomo, la tal cosa, dalla tal altra che le rassomigliava nel puro nome, come la troia a Troia, e come parecchi altri esempi si troverebbero negli antichi di augurii ec. tratti da pure combinazioni di nomi. Giacchè quella Vita di Virgilio di chiunque sia, e per quanto poca fede meriti, meriterà almeno fede in quanto all’avere semplicemente raccolte le tradizioni popolari e sciocche e mal fondate che correvano, e in quanto al render testimonianza del modo di pensare di que’ tempi, sì in questo soggetto, come ne’ soggetti analoghi.

(11. Dic. 1821.)

Alla p.1563. principio. Il nostro urtare, franc. heurter (v. gli spagn. Il Gloss. non ha nulla), viene evidentemente da urgere alla maniera de’ continuativi, cioè da urtus, suo participio ignoto per se stesso, ma fatto manifesto da [2245]questo verbo comune a due lingue figlie della latina, e dalla voce urto, franc. heurt, che non è altro che un verbale formato dal participio in us di urgere, alla maniera di tanti altri verbali latini, come dirò altrove.

(11. Dic. 1821.)

La sola virtù che sia e costante ed attiva, è quella ch’è amata e professata per natura e per illusioni, non quella che lo è per sola filosofia, quando anche la filosofia porti alla virtù, il che non può fare se non mentre ell’è imperfetta. Del resto osservate i romani. La virtù fondata sulla filosofia non esistè in Roma fino a’ tempi de’ Gracchi. Virtuosi per filosofia non furono mai tanti in Roma, quanti a’ tempi de’ Tiberi, Caligola, Neroni, Domiziani. Troverete nell’antica Roma dei Fabrizi (nemicissima della filosofia, come si sa dal fatto di Cinea) dei Curii ec. ma dei Catoni, dei Bruti stoici non li troverete. [2246]Or bene che giovò a Roma la diffusione l’introduzione della virtù filosofica, e per principii? La distruzione della virtù operativa ed efficace, e quindi della grandezza di Roma.

(11. Dic. 1821.)

Alla p.1148. fine. I latini dicevano obligari votis, ed anche obligari semplicemente nello stesso senso, sottintendendo votis o voto, come nell’addotto passo di Ovidio, e come in questo che segue di Orazio, obligata significa vota, cioè promessa con voto, votis o voto obligata.

Ergo obligatam redde Jovi dapem. (l.2. od.7. v.17.)

Nel passo di Ovidio pertanto quell’ut non vuol dire in italiano a, cioè ad tangendum, ma affinchè ec. secondo il solito.

(12. Dic. 1821.)

Involare che presso noi vale solamente rubare ebbe in fatti questa significazione non presso i latini del secolo di Augusto, ma presso gli anteriori e i posteriori. (V. Forcell.) Fra’ quali l’autor della Vita di Virgilio, innanzi [2247]alla metà, cioè cap.11. V. il Gloss. se ha nulla. Voler dicono i francesi, ed è notabile perchè viene ad essere la radice d’involare in questo senso. V. il Gloss. anche in Volare se ha nulla. V. i Diz. spagn.

Nocchiero voce nostra usuale viene da naukl°row mutato l’au in o e il cl in chi, come appunto da clericus chierico, da clamare chiamare ec. Nauclerus si trova negli scrittori latini ma rara, non usuale; e parrebbe ch’ella fosse stata per loro un grecismo: pure indubitatamente ella fu presso i latini volgarissima, sebben poco usata dagli scrittori, giacchè volgarissima è in italiano fino ab antico. V. il Forcell. e (se ha nulla) l’Append. e il Gloss.

(12. Dic. 1821.)

Alla p.1124. marg. Tutto quello che ho detto della monosillabìa di tali vocali successive, quantunque non connumerate fra’ dittonghi, cresce di forza, se queste vocali doppie, triple ec. sieno le stesse, cioè due e, due i ec. e massimamente se sono due i (l’esilissima lettera dell’alfabeto). Giacchè non solo i poeti giambici, comici ec. ma gli epici, i lirici ec. consideravano spessissimo il [2248]doppio i come una sola sillaba, secondochè si può vedere in Dii Diis; anzi più spesso, cred’io, per una sola sillaba che per due. Anzi lo scrivevano ancora con una sola lettera, e questo fu proprio degli antichi, e seguitato poi da’ poeti. (V. il Forcell. il Cellar. l’Encyclop. Grammaire, in I, o J.) Ora appunto il caso nostro ne’ preteriti della 4ta. è di un doppio i, il quale pure cred’io che spesso troveremo e nelle antiche scritture latine e ne’ poeti, e scritto e computato per vocale semplice, ovvero per sillaba unica; e forse più spesso così che altrimenti, cioè più spesso audi che audii ec. Osservate che anche i nostri antichi solevano scrivere udì, partì per udii partii ec. I latini facevano similmente ed anche scrivevano semplice il doppio i di ii, iidem, iisdem, ec. V. fra gli altri infiniti, Virg. En. 2.654. 3.158. E quante volte troverete ne’ poeti o negli antichi prosatori audisse audissem ec. ec. Ovvero p.e. petiisse trisillabo ec. Forse più spesso che quadrisillabo.

Osservate ancora che au, il quale non è uno de’ dittonghi latini, e si pronunzia sciolto (almeno così fanno gl’italiani, e insegnano gli antichi gramatici, o lo mostrano quando [2249]non lo contano fra’ dittonghi chiusi), tuttavia forma sempre una sola sillaba. V. p.2350. fine. Suadeo, suesco ec. credo che li troveremo talvolta ne’ poeti, massime ne’ più antichi, in modo che sua sue siano computate per una sillaba ciascuna. Così è infatti assai spesso. V. il marg. della pagina seguente Suadeo ha la seconda lunga. Però in Virg. Ecl. 1. v.55. En. 2. v.9. ec. suadebit, suadentque sono trisillabi. V. la Regia Parnasi in Suadeo, Suesco ec. ec. e gli esempi de’ poeti nel Forcell. adeo in teneris consuescere multum est. Virg. Georg. 2.272. ec. Abiete in Virg. Aen. 2. principio e 5.663. ec. è trisillabo. Ariete parimente ib. l.2. v.492. V. la Regia Parnasi, e il Forcell. anche in Arieto as. E che cos’è l’esser l’i così spesso consonante, se non esser egli computato per formante una sola sillaba colla vocale o vocali seguenti? Giacchè i consonante per se stesso non si dà, ma egli è sempre un suono vocale (a differenza del v, il quale per natura si distingue dal suono dell’u.) Tutti gli j consonanti latini (che anticamente si scrissero sempre i) non sono dunque altro che formanti tanti dittonghi, secondo quello ch’io dico delle vocali doppie. Dejicere quadrisillabo, ha effettivamente cinque vocali. Così Jacere ec. ec. ec.

[2250]Non liquidi gregibus fontes, non gramina DEERUNT (dissillabo). Virg. Georg. 2.200. E di tali esempi ne troverete infiniti presso i più colti e rigorosi versificatori latini. Il che prova che la pronunzia di tali parole li favoriva. (13. Dic. 1821.). Corticibusque cavis vitiosaeque ilicis alvEO. Quid ec. Georg. 2.453. V. p.2266. e 2316. fine. MiscUEruntque herbas et non innoxia verba. Georg. 2.129. 3.283. Vir gregis ipse caper DEErraverat: atque ego Daphnim. Virg. Ecl. 7. v.7. Tum celerare fugam, patriaque excedere SUAdet. En. 1.357. Atria: dependent lychni laquearibus aurEIS. En. 1.726. V. En. 3.373.450.486.541. 5 269.773. 6.201.678.[7]33. (e vedi quivi le varianti). 5.532.

Sponte sua quae se tollunt in luminis auras, Infoecunda quidem, sed laeta et fortia surgunt. Quippe solo natura subest. Georg. 2.47. seqq. Parla delle piante che nascono dove che sia, naturalmente, e crescono per loro stesse senza coltura.

(13. Dic. 1821.)

Quell’antica e si famosa opinione del secol d’oro, della perduta felicità di quel tempo, dove i costumi erano semplicissimi e rozzissimi, e non pertanto gli uomini fortunatissimi, di quel tempo, dove i soli cibi erano quelli che dava la natura, le ghiande le quai fuggendo tutto ‘l mondo onora, ec. ec. quest’opinione sì celebre presso gli antichi e i moderni poeti, ed anche fuor della poesia, non può ella molto bene servire a conferma [2251]del mio sistema, a dimostrare l’antichissima tradizione di una degenerazione dell’uomo, di una felicità perduta dal genere umano, e felicità non consistente in altro che in uno stato di natura, e simile a quello delle bestie, e non goduta in altro tempo che nel primitivo, e in quello che precedette i cominciamenti della civilizzazione, anzi le prime alterazioni della natura umana derivate dalla società? (13. Dic. 1821.). Puoi vedere in tal proposito la Vita antica di Virgil. dove parla delle sue Bucoliche, c.21. e il principio del 22.

Alla p.2243. Tutto ciò che è finito, tutto ciò che è ultimo, desta sempre naturalmente nell’uomo un sentimento di dolore, e di malinconia. Nel tempo stesso eccita un sentimento piacevole, e piacevole nel medesimo dolore, e ciò a causa dell’infinità dell’idea che si contiene in queste parole finito, ultimo ec. (le quali però sono di lor natura, e saranno sempre poeticissime, per usuali e volgari che sieno, in qualunque lingua e stile. E tali son pure [2252]in qualsivoglia lingua ec. quelle altre parole e idee, che ho notate in vari luoghi, come poetiche per se, e per l’infinità che essenzialmente contengono.)

(13. Dic. 1821.). V. p.2451.

Che il privato verso il privato straniero, e massimamente nemico, sia tenuto nè più nè meno a quei medesimi doveri sociali, morali, di commercio ec. a’ quali è tenuto verso il compatriota o concittadino, e verso quelli che sono sottoposti ad una legislazione comune con lui; che esista insomma una legge, un corpo di diritto universale che abbracci tutte le nazioni, ed obblighi l’individuo nè più nè meno verso lo straniero che verso il nazionale; questa è un’opinione che non ha mai esistito prima del Cristianesimo; ignota ai filosofi antichi i più filantropi, ignota non solo, ma evidentemente e positivamente esclusa da tutti gli antichi legislatori i più severi, e pii, e religiosi, da tutti i più puri moralisti (come Platone) da tutte le più sante religioni e legislazioni, [2253]compresa quella degli Ebrei. Se in qualche nazione antica, o moderna selvaggia, la legge o l’uso vieta il rubare, ciò s’intende a’ proprii compatrioti, (secondo quanto si estende questa qualità; perciocchè ora si stringe a una sola città, ora ad una nazione benchè divisa, come in Grecia ec.) e non mica al forestiere che capita, o se vi trovate in paese forestiere. V. il Feith, Antiquitates homericae, nel Gronovio, sopra la pirateria ec. lh+steÛa, usata dagli antichissimi legalmente e onoratamente cogli stranieri. Così dico dell’ingannare, mentire ec. ec. Infatti osservate che fra popoli selvaggi, ordinariamente virtuosissimi al loro modo, e pieni de’ principii di onore e di coscienza verso i loro paesani ec. i viaggiatori hanno sempre o assai spesso trovato molta inclinazione a derubarli, ingannarli ec. eppure i loro costumi non erano certamente corrotti. V. le storie della conquista del Messico circa l’usanza menzognera di quei popoli i meno civilizzati. Parimente trovandosi gli antichi o i selvaggi in terra forestiera, non [2254]hanno mai creduto di mancare alla legge, danneggiando gli abitatori in qualunque modo.

Che se l’ospitalità, e il diritto degli ospiti fu garantito ordinariamente dalle leggi antiche, in quanto non si permetteva di violare colui (forestiero o nazionale, ma per lo più nazionale) che si ammetteva in sua casa, ec. ec. questa legge, questa opinione, che faceva considerar l’ospizio come sacro, e raccomandava i diritti degli ospiti agli Dei Signori e legislatori universali del mondo, non era effetto di natura, nè innata, ma opera del puro ragionamento, il quale dimostrava, che avendo l’uomo in società, spesse volte bisogno di portarsi o trovarsi fra forestieri, e sotto legislazioni diverse dalla sua, egli sarebbe stato sempre in pericolo, se viceversa ai forestieri che capitavano in sua patria, non avesse renduto i doveri dell’ospitalità ec. E queste considerazioni non innate, non derivate da una legge [2255]naturale, da una morale ingenita, ma dal puro raziocinio e calcolo dell’utile e del necessario, dietro le circostanze esistenti nella società, queste considerazioni, dico, sono tutto il fondamento delle pretese leggi eterne ed universali costituenti il diritto (preteso assoluto) delle genti, dell’uomo, della guerra e della pace ec.

(15. Dic. 1821.)

Circa il costume antico di celebrare il dì natalizio o genetliaco delle persone insigni per letteratura ec. anche dopo la loro morte (oltre quello dei viventi, degli amici ec. del che puoi vedere parecchie odi d’Orazio, e gli antiquarii ec. ec. nè solo circa il genetliaco, ma circa molte altre ricorrenze anniversarie, o pubbliche o private, celebrate pubblicamente o privatamente come festive); v. l’Heyne, Vita Virgilii per annos digesta, anno Virgilii I. e gli autori ch’ei cita, e le note ai medici (15. Dic. 1821.). V. in particolare Oraz. od. II. lib.4. v.13- 20. e quivi i comentatori, ed osserva il costume di celebrare, e aver per sacro e festivo anche il dì proprio natalizio o anniversario.

[2256]Ciò che dice Virg. Georg. 2. 420-30. paragonato a ciò che precedentemente scrive della difficilissima e laboriosissima cultura delle vigne, e loro inevitabile decadenza, può applicarsi a dimostrare quali cibi e bevande, e qual vita la natura avesse destinato all’uomo; e quanto i suoi presenti (acquisiti e fattizi) bisogni, sieno contrarii alla natura, e per soddisfarli convenga far forza alla natura; e quanto per conseguenza si debba credere che la nostra presente vita corrisponda all’ordine destinatoci da chi ci formò.

(15. Dic. 1821.)

Ante etiam sceptrum Dictaei regis, et ante Impia quam caesis gens est epulata juvencis, Aureus hanc vitam in terris Saturnus agebat. Nec dum etiam audierant inflari classica, nec dum Impositos duris crepitare incudibus enses. Sed nos immensum spatiis confecimus aequor. (nota questo verso detto però da Virgilio in altro senso.) Georg. 2. fine.

(15. Dic. 1821.)

[2257]Dico altrove (p.1970.) del futuro congiuntivo adoperato probabilmente dal volgo latino in vece del dimostrativo. V. Virg. Georg. 2. 49-52. dove exuerint non vale se non se si spoglieranno, o cosa tanto simile, che ben si rende probabile lo scambio di questi due futuri nel dialetto volgare romano. (16. Dic. 1821.). V. pure Oraz. Epod. 15. 23-4. moerebis-risero, e p.2340. e Virg. En. 6.92.

L’altezza di un edifizio o di una fabbrica qualunque sì di fuori che di dentro, di un monte ec. è piacevole sempre a vedere, tanto che si perdona in favor suo anche la sproporzione. Come in una guglia altissima e sottilissima. Anzi quella stessa sproporzione piace, perchè dà risalto all’altezza, e ne accresce l’apparenza e l’impressione e la percezione e il sentimento e il concetto. Ad uno il quale udiva che l’altezza straordinaria di un certo tempio era ripresa come sproporzionata alla grandezza ec. sentii dire che se questo era un difetto, era bel difetto, ed appagava e ricreava [2258]l’animo dello spettatore. La causa naturale ed intrinseca e metafisica di questi effetti l’intendi già bene.

(16. Dic. 1821.)

Altra somiglianza fra il mondo e le donne. Quanto più sinceramente queste e quello si amano, quanto più si ha vera e forte intenzione di giovar loro, e sacrificarsi per loro, tanto più bisogna esser certi di non riuscire a nulla presso di essi. Odiarli, disprezzarli, trattarli al solo fine de’ proprii vantaggi e piaceri, questo è l’unico e indispensabil mezzo di far qualche cosa nella galanteria, come in qualunque carriera mondana, con qualunque persona, o società, in qualunque parte della vita, in qualunque scopo ec. ec.

(18. Dic. 1821.)

Puoi vedere il Forcell. in cilium ed osservare come anche presso gli antichi autori latini si trovi vestigio evidente e di questa voce, e del significato che essa ha nella nostra lingua. Voce e significato venuto dal volgare latino indubitatamente. E la voce buona latina supercilium dimostra l’esistenza del semplice [2259]cilium significante qualcosa che appartenesse all’occhio. V. pure il Gloss. e i Diz. franc. e spagn.

(18. Dic. 1821.)

Per qual cagione le donne sono ordinariamente maliziose, furbe, raggiratrici, ingannatrici, astute, impostore, e nella galanteria, e nella devozione, e in tutto ciò che imprendono, e in qualunque carriera si mettono? Perchè acquistano così presto e l’inclinazione e l’arte d’ingannare, dissimulare, fingere, cogliere le occasioni ec. ec.? Perchè l’astuzia di una donna di mediocre talento e pratica di mondo, vince bene spesso l’arte e la furberia dell’uomo il più capace per natura e per esercizio? Crediamo noi che l’ingegno delle donne sia naturalmente e meccanicamente disposto ad amare, e facilmente acquistare queste qualità, a differenza dello spirito degli uomini? Crediamo noi che queste facoltà (poichè sono pur facoltà) sieno ingenerate nelle femmine più che ne’ maschi, e proprie della [2260]natura donnesca? Non già. Lo spirito naturale e primitivo delle donne, non ha nè vestigio alcuno di tali facoltà, nè disposizione ad acquistarle, maggiore per nessun grado di quella che ne abbiano gli uomini. Ma la facilità e la perfezione con cui esse le acquistano, non viene da altra cagione che dalla loro natural debolezza, e inferiorità di forze a quelle degli uomini, e dal non poter esse sperare se non dall’arte e dall’astuzia essendo inferiori nella forza, ed inferiori ancora ne’ diritti che la legge e il costume comparte fra gli uomini e le donne. Questo è tutto ciò che v’ha di naturale e d’innato nel carattere malizioso delle femmine: vale a dire che nè questo carattere, nè alcuna particolar disposizione ad acquistarlo esiste nella natura donnesca, ma solo una qualità, una circostanza che la proccura, affatto estranea al talento, all’indole dello spirito, al meccanismo dell’ingegno e dell’animo. Infatti ponete le donne in altre circostanze; [2261]vale a dire fate o ch’esse non sieno mai entrate a dirittura in verun genere di società, massimamente cogli uomini, o che le leggi e i costumi non sottopongano la loro condizione a quella de’ maschi (come accadeva primitivamente, e come accade forse anche oggi in qualche paese barbaro), o che dette leggi e costumi le favoriscano alquanto più, o le mettano anche al di sopra degli uomini (come so di un paese dov’elle son tenute per esseri sacri), o che esse generalmente per qualche circostanza (come si raccontava del paese delle amazzoni ec.), o individualmente sieno o uguali o superiori agli uomini con cui trattano, per forze o corporali, o intellettuali, naturali o acquisite, per ricchezze, per rango, per nascita ec. ec. e troverete la loro arte ed astuzia o nulla, o poca, o non superiore o inferiore ancora a quella degli uomini, almeno di quelli con cui hanno a fare; o certo proporzionatamente, e secondo la qualità di dette circostanze, minore di quella delle altre donne, [2262]poste nelle circostanze contrarie, ancorchè meno ingegnose, e meno cattive ec. L’esperienza quotidiana lo dimostra. Nè solo nelle donne, ma anche negli uomini, o deboli, o poveri, o brutti, o difettosi, o non colti, o inferiori per qualunque verso agli altri con cui trattano, come sono i cortigiani avvezzi a trattare con superiori, e però sempre furbi, e ingannatori, e simulatori ec. Nè solo degli uomini, ma delle nazioni intere (come quelle soggette al dispotismo), delle città o provincie, delle famiglie, ec. lo dimostra la storia, i viaggi ec. ec. E cambiate le circostanze e i tempi quella stessa nazione o città o individuo maschio o femmina, perde, minora, acquista, accresce l’astuzia e la doppiezza, che si credono proprie del loro carattere, quando si osservano superficialmente. I selvaggi ordinariamente son doppi, impostori, finti verso gli stranieri più forti di loro fisicamente o moralmente. Ed osservate che la furberia è propria dell’ingegno. Ora ell’è spessissimo maggiore appunto in chi ha svantaggio [2263]dagli altri per ingegno o coltura ed esercizio di esso. (Così nelle donne in genere, meno colte degli uomini, negl’individui maschi o femmine, plebei, mal educati ec. ne’ selvaggi rispetto ai civilizzati ec.). Qual prova maggiore e più chiara che l’ingegno complessivamente preso, e ciascuna sua facoltà, non sono opera se non delle circostanze, quando si vede che la stessa circostanza dell’aver poco ingegno, proccura ad esso ingegno una facoltà (tutta propria di esso), che maggiori ingegni non hanno, o in minor grado?

(19. Dic. 1821.)

Antichi, antico, antichità; posteri, posterità sono parole poeticissime ec. perchè contengono un’idea 1. vasta, 2. indefinita ed incerta, massime posterità della quale non sappiamo nulla, ed antichità similmente è cosa oscurissima per noi. Del resto tutte le parole che esprimono generalità, o una cosa in generale, appartengono a queste considerazioni.

(20. Dic. 1821.)

Soglion dire i teologi, i Padri, e gl’interpreti in proposito di molte parti dell’antica divina legislazione ebraica, che il legislatore [2264]si adattava alla rozzezza, materialità, incapacità, e spesso (così pur dicono) alla durezza, indocilità, sensualità, tendenza, ostinazione, caparbietà ec. del popolo ebraico. Or questo medesimo non dimostra dunque evidentemente la non esistenza di una morale eterna, assoluta, antecedente (il cui dettato non avrebbe il divino legislatore potuto mai preterire d’un apice); e che essa, come ha bisogno di adattarsi alle diverse circostanze e delle nazioni e de’ tempi (e delle specie, se diverse specie di esseri avessero morale, e legislazione), così per conseguenza da esse dipende, e da esse sole deriva?

(20. Dic. 1821.)

Suole la lingua italiana de’ nomi sostantivi retti dalla preposizione con servirsi in modo di avverbi, come con verità per veramente, con gentilezza per gentilmente, con effetto per effettivamente, con facilità per facilmente (Casa, let.43. di esortazione). Molto più questa facoltà è adoperata dalla lingua spagnuola (dalla quale, almeno in parte, ell’è forse derivata nell’italiana). Tale usanza [2265]è poco o niente familiare ai latini, anzi si può giudicar quasi barbara in quella lingua. E nondimeno io son persuaso ch’ella fosse solenne al volgare latino. Eccovi Orazio, 3.29. carm. V. 33. seqq.

cetera fluminis

Ritu feruntur, nunc medio alveo

CUM PACE (cioè pacificamente) delabentis Etruscum

In mare: nunc lapides adesos ec.

 

Il qual esempio non portato dal Forcell. credo che difficilmente troverà il simile negli scrittori latini Nel Forcell. non trovo alla voce Cum cosa che faccia al proposito, se non forse il §. Aliquando redundare videtur. Vedilo, e l’Append. se ha nulla, e il Glossar. e i comentatori di Orazio. Solamente trovo nel Forcell. in Pax alquanto sopra la fine, un esempio di Livio citato, e un altro accennato, dove si legge cum bona pace, e potrebbe riferirsi al mio proposito, ma propriamente non vale pacificamente, ma senza far guerra, senza molestare, in pace in somma come noi diciamo. Osservo ancora che questo costume proprio dell’italiano e dello spagnolo è anche proprio del greco, certo assai più di questo che del latino scritto. E siccome è certo che le dette lingue moderne non possono averlo derivato dal greco, così è ben verisimile [2266]che l’abbiano dal volgare latino, tanto più simile al greco che non è il latino scritto (per la qual cosa anche l’indole dello spagnolo e dell’italiano somiglia più al greco che al latino scritto). E più simile per due cagioni 1. che egli è più antico, serba meglio i caratteri della sua origine, di quel tempo cioè in cui esso insieme col greco derivò da una stessa fonte, 2. che il greco scritto, cioè quel solo che noi ben conosciamo, fu senza paragone più simile al greco parlato, di quello che il latino parlato allo scritto.

(21. Dic. 1821.)

Alla p.2250. marg. E il qu non formava sempre una sillaba sola, qualunque vocale egli precedesse? aequus, aequa, aequi, aequos, aeque ec. Non accade dire che il qu si considerava come consonante semplice. (V. il Forcell. in U, e in Q.) Nella pronunzia esso era (ed è anche oggi in italiano) non una semplice consonante, ma una vera sillaba, come cu, e lo sarà sempre per natura della [2267]favella umana; e quindi aequus, era naturalmente parlando, assolutamente trisillabo. E nondimeno i latini lo facevano sempre dissillabo.

La considerazione dei dittonghi (fra’ quali il qua que ec. non fu mai contato) mostra essa sola che i latini avevano realmente nella natura della loro pronunzia, massime anticamente, la proprietà di esprimere il suono delle vocali doppie in un solo tempo, cioè come una sola sillaba. Giacchè senza dubbio ai (antico) ae oe ec. si pronunziarono da principio sciolti, ma come una sola sillaba, dal che poi nacque, che si cominciassero a pronunziar legati, come accadde in Grecia. Che l’antico dittongo ai si pronunziasse sciolto, e per conseguenza i dittonghi latini si pronunziassero così, ma che al tempo di Virgilio già si pronunziassero chiusi, osserva En. 3.354. dove Virgilio avendo bisogno di una voce trisillaba, dice Aulai per aulae: e v. pure En. 6.747. e p.2367. (L’italiano ha molti dittonghi e tutti si pronunziano sciolti: ma il volgo bene spesso li riduce ad una sola vocale, come in latino, dicendo p.e. celo per cielo, sono per suono. Questo è anche costume de’ poeti, e di altri ancora fra gli antichi. V. la pagina seguente ec. ec.). Sottoposta poi a regola la quantità delle sillabe, quelle vocali doppie che nell’uso eran divenute una sola (cioè ae ec.), si [2268]considerarono come formanti una sola sillaba, quelle che benchè in un sol tempo, tuttavia si pronunziavano tutte due (o fossero più di due) distintamente (come accade anche nell’italiano dove neppure il volgo, se non forse in qualche parte, dice pensero ec. e pure pensiero è per tutti trisillabo: gli antichi poeti, cinquecentisti ec. scrivevano anche volentieri pensero ec. v. le rime del Casa e il Petrarca di Marsand), si considerarono come altrettante sillabe quante vocali erano ec. (21. Dic. 1821.). V. la Regia Parnassi in Aaron, e il Forcell. ibid.

Per mostrare come le facoltà umane e animali derivino tutte dall’assuefazione e di che cosa sia ella capace, e come lo spirito, e gli organi esteriori e interiori dell’uomo sieno maravigliosamente modificabili secondo le circostanze variabilissime e indipendenti affatto dall’ordine primitivo, voluto, e generale della natura, ho citato le facoltà dei ciechi, sordi, ec. Aggiungo. Non è egli evidente che la natura ha destinato le mani ad operare, e [2269]i piedi non ad altro che a camminare ec.? Chi dirà ch’ella abbia dato ai piedi la facoltà delle stesse cose che può farla mano? Eppure i piedi l’acquistano; e risiede in essi o altrettanta o poco minore disposizione che nelle mani, a tutte le facoltà e funzioni di questa. Io ho veduto un fanciullo nato senza braccia, far coi piedi le operazioni tutte delle mani, anche le più difficili, e che non s’imparano senza studio. Ho inteso da un testimonio di vista, di una donzella benestante che ricamava coi piedi. Che vuol dir ciò? Tanta facoltà naturale risiede nelle mani quanta nei piedi, cioè nessuna in nessuno dei due. L’assuefazione sola e le circostanze la proccurano alle une, e la possono proccurare agli altri.

Similmente dite delle facoltà della mano e parte destra rispetto alla sinistra.

(21. Dic. dì di S. Tommaso. 1821.)

[2270]Come dunque sarebbe assurdo il dire che la natura abbia dato al piede le facoltà della mano, e nondimeno vediamo che esso le acquista; così parimente è stolto il dire che la natura abbia dato alla mano alcuna facoltà, ma solamente la disposizione e la capacità di acquistarne; disposizione ch’ella ha pur dato al piede, bench’ella resti non solo inutile, ma sconosciuta e neppur sospettata in quasi tutti gli uomini; disposizione che non è quasi altro che possibilità; disposizione maggiore certo nella mano, che la natura aveva espressamente destinata ad acquistare le sue facoltà ec. (altro è però destinarla, altro porvi essa stessa veruna facoltà ingenita); e però l’aveva provveduta di maggior numero di articolazioni, e postala in parte più adattata ad operare ec. Discorrete allo stesso modo di tutte le facoltà umane, e di tutti gli organi intellettuali, esteriori, interiori ec. L’argomento va in regola, e dalle cose più materiali chiare e visibili, si può e si deve [2271]inferire e spiegare la natura ec. delle meno chiare e facili, e meno materiali in apparenza.

(22. Dic. 1821.)

Il partire, il restare contenti di una persona, non vuol dire, e non è altro in sostanza che il restar contenti di se medesimi. Noi amiamo la conversazione, usciamo soddisfatti dal colloquio ec. di coloro che ci fanno restar contenti di noi medesimi, in qualunque modo, o perchè essi lo proccurino, o perchè non sappiano altrimenti, ci diano campo di figurare. ec. Quindi è che quando tu resti contento di un altro, ciò vuol dire in ultima analisi che tu ne riporti l’idea di te stesso superiore all’idea di colui. Così che se questo può giovare all’amore verso quella tal persona, ordinariamente però non giova nè alla stima, nè al timore, nè al peso, nè al conto, nè all’alta opinione ec. cose che gli uomini in società desiderano di riscuotere dagli altri uomini assai più che l’amore. [2272](E con ragione, perchè l’amore verso gli altri è inoperoso, non così il timore, l’opinione, il buon conto ec.) E però volendo farsi largo nel mondo, solamente i giovanetti e i principianti cercano sempre di lasciar la gente soddisfatta di se. Chi ben pensa, proccura tutto il contrario, e sebben pare a prima vista che quegli il quale parte malcontento di voi porti con se de’ sentimenti a voi sfavorevoli, nondimeno il fatto è che egli suo malgrado, e senza punto avvedersene, anzi e desiderando e cercando e credendo il contrario, porta de’ sentimenti a voi favorevolissimi secondo il mondo, giacchè l’esser malcontento di voi, non è per lui altro che esser malcontento di se stesso rispetto a voi, e quindi in un modo o nell’altro tu nella sua idea resti superiore a lui stesso (che è quello appunto che gli dà pena); e gl’impedisci di ecclissar la opinione di te, con l’opinione e l’estimazione di se. Ne seguirà l’odio, ma non mai il disprezzo [2273](neppur quando tu l’abbia fatto scontento con maniere biasimevoli, ed anche villane); e il disprezzo, o la poca opinione, è quello che in società importa soprattutto di evitare; e il solo che si possa evitare, perchè l’odio non è schivabile; essendo innato nell’uomo e nel vivente l’odiare gli altri viventi, e massime i compagni; non è schivabile per quanta cura si voglia mai porre nel soddisfare a tutti colle opere, colle parole, colle maniere, e nel ménager, e cattivare, e studiare, e secondare l’amor proprio di tutti. Laddove il disprezzo verso gli altri non è punto innato nell’uomo: bensì egli desidera di concepirlo, e lo desidera in virtù dell’odio che porta loro; ma dipendendo esso dall’intelletto, e da’ fatti, e non dalla volontà, si può benissimo impedire. Tutti questi effetti sono maggiori oggidì di quello che mai fossero nella società, a causa del sistema di assoluto e universale e accanito e sempre crescente egoismo, che forma il carattere del secolo.

(22. Dic. 1821.)

Alla p.2225. marg. Oraz. l.4. od.13. v.22- sino al fine dell’ode:

[2274]Sed Cynarae breves

Annos fata dederunt,

Servatura diu parem

Cornicis vetulae temporibus Lycen:

Possent ut iuvenes visere fervidi,

Multo non sine risu

Dilapsam in cineres facem.

(22. Dic. 1821.)

Se tu prendi a leggere un libro qualunque, il più facile ancora, o ad ascoltare un discorso il più chiaro del mondo, con un’attenzione eccessiva, e con una smodata contenzione di mente; non solo ti si rende difficile il facile, non solo ti maravigli tu stesso e ti sorprendi e ti duoli di una difficoltà non aspettata, non solo tu stenti assai più ad intendere, di quello che avresti fatto con minore attenzione, non solo tu capisci meno, ma se l’attenzione e il timore di non intendere o di lasciarsi sfuggire qualche cosa, è propriamente estremo, tu non intendi assolutamente nulla, come se tu non leggessi, e non ascoltassi, e come se la tua mente fosse del tutto intesa ad un altro affare: perocchè dal troppo viene il nulla, e il troppo attendere ad una cosa equivale effettivamente al non [2275]attenderci, e all’avere un’altra occupazione tutta diversa, cioè la stessa attenzione. Nè tu potrai ottenere il tuo fine se non rilascerai, ed allenterai la tua mente, ponendola in uno stato naturale e rimetterai, ed appianerai la tua cura d’intendere, la quale solo in tal caso sarà utile. (22. Dic. 1821.). V. p.2296.

Alla p.1106. marg. Oraz. Epod. 2.13. Aut in reducta valle mugientium PROSPECTAT errantes greges, il rustico, o il campagnuolo, colui insomma che abita in campagna. Che ne dite? vi par questo un frequentativo? Spectare dicevano i latini quello stesso che noi diciamo guardare, riguardare, riuscire, rispondere, mettere ec. in un luogo, da una parte, come guardare a ponente, cioè esser situato a ponente, mettere sul, o nel giardino, rispondere (una finestra) alla strada. ec. Che vi pare? questo pure sarà un frequentativo? Altri significati continuativissimi di Spectare v. nel Forcell. [2276]E domando se un muro, una casa la quale spectat orientem, o ad orientem faccia cosa frequente o continua. Se si è mai trovato alcun verbo in itare adoperato ad esprimere azioni di questo genere. Qui si deve riferire anche l’uso di spectare per appartenere, che noi pure (oltre spettare) diciamo riguardare, ragguardare, risguardare nello stesso senso. E quell’adspectabant di Virgilio è frequentativo o continuativo? Alcun verbo in itare è stato mai adoperato, o può mai adoperarsi in tal significato? Che ve ne dice l’orecchio per nulla che intendiate di latinità? Così dite di cento altri esempi di verbi continuativi da me addotti.

(23. Dic. 1821.)

V.   nel Forcell. in Non, principio, nell’esempio di Quintiliano una frase uguale al non plus ec. de’ francesi. Vedilo anche in magis e in plus se ha nulla. [2277]V. anche il Gloss. (23. Dic. 1821.).

 

Alla p.1107. fine - e v. Offensus, massime nel principio e nel fine, sul qual proposito vedi gl’interpreti di Oraz. Epod. 15. v.15. V. p.2291. e 2299. fine.

Alla p.2141. fine. Il greco ‘ptv è tutt’un verbo col lat. apto. Questo deriva manifestamente da un apo. E questo apo non è greco ma latino. E quando anche si volesse supporre o si potesse trovare un apo nell’antico greco, il greco ‘ptv non avrebbe potuto esserne formato per le ragioni dette di sopra. Dunque l’apto latino non può derivar dal greco, e l’‘ptv greco essendo evidentemente lo stesso verbo non par che possa essere stato preso altronde che dal Lazio.

(23 Dic. 1821.)

Alla p.2079. principio. I verbi latini semplici derivarono certo, almeno per la massima parte, dai nomi: antichissimamente [2278]però, ed in modo che grandissima parte delle loro radici nominative è ignota, e passano essi per radici. In altri verbi si trova la radice nominativa, ed alcuni, anzi non pochi di questi si veggono formati dai latini di mano in mano, anche in tempi recenti, cioè a’ secoli di Cicerone, degli Antonini, ec. Ma da poi che la lingua formandosi e ordinandosi, adottò il costume de’ verbi composti, essa inclinò sempre a formarli da’ verbi semplici, unendoli alle opportune preposizioni avverbi, particelle, nomi, ec. Pochissimo si compiacque di trar fuori di netto un verbo nuovo, composto di preposizioni ec. e di un nome nuovamente e appostatamente ridotto a conjugazione (Bella facoltà del greco italiano spagnolo) Se ne trovano alcuni di questi, ma pochissimi (massime fatti da nomi sustantivi) in confronto specialmente della immensa quantità degli altri verbi composti da verbi semplici. Dealbare (per altro la radice è aggettiva) è fra questi [2279]pochi.

(23. Dic. 1821.)

Si trova in lat. obsidium per assedio, obsidiare per insidiare. (V. e consulta il Forcell.) Parrebbe pur tuttavia ch’egli dovesse valere assediare. Fatto sta che questo verbo e quel nome sono composti. Dunque è naturale che una volta avessero i loro semplici. E quali? sidium, o sedium, e sidiare ec. Ora io credo che questi in realtà vivessero nel volgare latino benchè morti nelle scritture, e lo deduco dallo spagn. sitio, e sitiar (assedio, assediare) mutato il d in t, scambio consueto. Osservate anche il franc. siège, il Glossar. in Sedius il med. in Assedium, e Assediare, parole italiane e francesi formate dalla stessa radice di obsidium, obsidiari, ma con diversa preposizione.

(23. Dic. 1821.)

Alla p.2078. fine. V. il pensiero precedente il quale dimostra che p.e. obsidiari, che sembra formato da nome (sia obsidium, o sedes ec.), fu [2280]composto da un verbo semplice, sidiari, o sidiare.

(23. Dic. 1821.)

L’ital. mescolare, il francese mêler, anticamente mesler, lo spagn. mezclar derivano evidentemente da un latino misculare o misculari, il quale è tanto ben formato da miscere (da cui abbiamo pur mescere) quanto joculari da jocari, speculari da specere, gratulari da gratari, ed altri molti. E questo misculari trovandosi in tre diverse lingue figlie della latina, dovè per necessità trovarsi in quella fonte da cui tutte tre (ciascuna indipendentemente dall’altra) derivarono, cioè nel volgare latino. Massimamente che le dette voci sono proprissime ciascuna della sua lingua, fino da’ principii di questa. V. il Forcell. il Glossar. ec. che non ho consultati. Aggiungete che il francese e lo spagnolo non hanno altro verbo che risponda a miscere, onde si vede che misculare prevalse nell’uso volgare latino come infatti prevale [2281]nel med. uso volgare, il mescolare italiano al mescere. Similmente prevale (e questo è veramente il più volgare), prevale dico il mischiare, e questo è in anima e in corpo il misculare, o misculari latino, cambiato per proprietà di nostra pronunzia il cul, in chi, del che v. p.980. marg. Diciamo anche meschiare, ma è meno usuale, e l’adoprarlo non è senza qualche affettazione o d’eleganza o d’altro. V. il Gloss. se ha nulla, e p.2385.

Era costume del volgare latino, costume conservato nelle tre figlie di usare i diminutivi in luogo e significato de’ positivi. Molto di ciò si potrebbe dire. Gli scrittori usavano il positivo, ma moltissime sono quelle parole diminutive che anche nell’uso dell’ottima latinità scritta sono sottentrate ai positivi, o disusati affatto, o anche ignorati, o poco usati. Oculus è diminutivo di un occus, di cui per miracolo resta notizia. Annulus, paxillus, axilla, maxilla (contraz. palus, mala, ala ec. V. il Forc. in X. e a’ rispettivi luoghi) capella, e cento altri nomi e verbi positivi nell’uso latino da noi conosciuto, non sono in origine che diminutivi di altri positivi antichi o ignoti, o poco noti. Nei volgari moderni poi, non trovi auris, ma auricula (orecchia, oreja, oreille); non ovis, ma ovicula o ovecula [2282](oveja); non agnus, ma agnulus o agnellus (agnello, agneau ec.); non avis fuorchè nello spagn. ma avicula, o aviculus, o avicellus, (augello, ausciello ec. v. il Vocabolar. Veronese, uccello, oiseau); v. il Forc. in Aucella, e Gloss. non apis, ma apicula o apecula (pecchia, abeille ec.); non genu, ma genuculum ec. v. il Gloss. e il Forc. (ginocchio, genouille) ec. ec. Ranocchia, ranocchio, grenouille (diciamo noi pure volgarmente granocchio) ec. non sono che ranacula o ranucula, o ranocula ec. V. il Gloss. i Diz. spagn. ec. e il Forcell. se hanno nulla. V. p.2358. Cento e mille altri esempi si potrebbero addurre dei positivi latini abbandonati nelle lingue moderne per abbracciare i loro diminutivi; cosa che credo già notata da altri, ma che non si deve creder tanto moderna, quanto derivata dall’antico uso latino volgare, giacchè troviamo effettivamente quest’uso e questa inclinazione nel latino antico, anche scritto e purissimo. Nè questi tali diminutivi si sono formati a parte a parte nelle lingue figlie, ma nello stesso grembo del volgar latino comune alle tre nazioni; come apparisce dai citati esempi, dove i [2283]positivi moderni si trovano esser manifeste corruzioni di diminutivi latini, anteriori per conseguenza a tali moderni positivi; e si trovano essere stati diversamente corrotti nelle tre lingue, secondo il particolar costume di ciascheduna, e per conseguenza si riconoscono per derivati da un’origine comune, cioè dal volgare latino. Abbiamo anche pascolare (diminutivo di pascere, che pure abbiamo, ma equivalente nel significato) del quale vedi Forcell., Glossar. ec. ec.

(24. Dic. Vigilia del Natale 1821.)

Antica pronunzia e scrittura del verbo che poi ordinariamente si disse claudere, fu cludere, conservata sempre ne’ composti, recludere, includere, concludere, excludere, e in tutti o quasi tutti gli altri. Vedi il Forcell. e Frontone sulla fine dei Principia Orationum (quem iubes CLUDI) il qual Frontone era studiosissimo dell’antica ortografia, e il codice che lo contiene è antichissimo. Or questa antica maniera, e ad esclusione della più moderna, si è conservata nell’ital. chiudere, mutato il cl in chi al nostro solito. Dunque il volgo latino [2284]continuò sempre (certo in Italia) nell’antica pronunzia di quella voce. V. il Gloss. se ha nulla.

(24. Dic. 1821.)

Alla p.2052. fine - conflictare da conflictus o um, di confligere.

(24. Dic. 1821.)

Qual autor greco più facile di Senofonte? anzi qual autor latino? e forse anche qual autore in qualunque lingua, massime antica, può essere, o avrebbe potuto esser più facile, figurandoci anche una lingua a nostro talento? E pure egli è pienissimo di locuzioni, modi, forme figuratissime, irregolarissime. Ma esse sono naturali, e ciascuno le comprende, e qualunque principiante di greco, proverà gran facilità ad intender Senofonte (forse sopra qualunque altro autore, massime della stessa antichità), di qualunque nazione egli sia, e quantunque quelle frequentissime e stranissime figure di Senofonte, non sieno meno contrarie alle regole della sintassi greca, che all’ordine [2285]logico universale del discorso. Tanto è vero che la natura non è meno universale della ragione, e che adoperando naturalmente le facoltà proprie di una lingua, per molto ch’elle si allontanino dalla logica, non si corre rischio di oscurità, e che una lingua di andamento naturale, se non è così facile come quella di andamento logico, certo non è oscura, e fra le antiche poteva (e può) esser giudicata facilissima, e servire anche alla universalità.

(25. Dic. dì di Natale. 1821.)

Alla p.2192. fine. Se alcuno volesse dire che i verbi ch’io chiamo continuativi, quando presso gli scrittori, si trovano, come non di rado avviene, in significato frequentativo o diminutivo, fossero contrazioni de’ verbi in itare, (come prensare di prensitare) noti o ignoti, stieno in somma in vece di essi, e così vengano ad esser [2286]derivati dai frequentativi anzi veri frequentativi non solo per significazione ma anche per formazione ed origine gramaticale; non lo contrasterei più che tanto: benchè mi paia naturalissima e più verisimile quell’altra ragione ch’io adduco di tale uso de’ continuativi, cioè le solite metamorfosi che nelle parole, frasi, forme, formazioni, significati ec. produce inevitabilmente il tempo e il vario uso de’ vari generi di scrittori, e parlatori. Chi può dubitare che le desinenze in ulus, e altre tali non fossero espressamente diminutive, e che i nomi o verbi ec. così formati, originariamente e propriamente non significassero diminuzione di quella cosa o azione, ch’era significata dal verbo o nome positivo? E nondimeno v. la p.2281. dove ho dimostrato come questi diminutivi sì nell’antico ottimo latino scritto, sì nel volgare, sì nelle lingue sue figlie, sieno passati spessissimo a significazione positiva, divenuta [2287]loro così propria, che oltre che non significano più alcuna diminuzione, volendoli ridurre a diminuire, bisogna, come spesso si fa, soprattaccargli un’altra desinenza diminutiva. E ho mostrato ancora che perduti affatto i loro positivi, restano essi in luogo di questi, e con lo stesso preciso valore dei medesimi ec.

Del resto ho fatto vedere in più luoghi, e notato anche espressamente, che i verbi continuativi, in un modo o nell’altro indicano o sempre o quasi sempre accrescimento di quell’azione ch’è significata dai positivi, o sarebbe significata se essi tuttora esistessero. L’indicano, dico, per loro natura, e l’indicano o riguardo al tempo e alla durata, o a qualunque altra di quelle cose che ho notate. Or come dunque si vorrà confondere la proprietà e la natura, e la forma stessa di quei verbi (come fa il Forc.) con quelle de’ verbi in itare, forma che porta con [2288]se una forza diminutiva, che a prima giunta è manifesta e sensibile a qualunque orecchio men che mediocremente assuefatto al latino?

(26. Dic. 1821.)

La lingua latina così esatta, così regolata, e definita, ha nondimeno moltissime frasi ec. che per la stessa natura loro, e del linguaggio latino, sono di significato così vago, che a determinarlo, e renderlo preciso non basta qualsivoglia scienza di latino, e non avrebbe bastato l’esser nato latino, perocch’elle son vaghe per se medesime, e quella tal frase e la vaghezza della significazione sono per essenza loro inseparabili, nè quella può sussistere senza questa. Come Georg. 1.44.

et Zephyro putris se gleba resolvit.

Quest’è una frase regolarissima, e nondimeno regolarmente e gramaticalmente indefinita di significazione, perocchè nessuno potrà dire se quel Zephyro significhi al zefiro, per lo zefiro, [2289]col zefiro ec. Così quell’altra: Sunt lacrimae rerum ec. della quale altrove ho parlato. E cento mila di questa e simili nature, regolarissime, latinissime, conformissime alla gramatica, e alla costruzione latina, prive o affatto, o quasi affatto d’ogni figura di dizione, e tuttavolta vaghissime e indefinibili di significato, non solo a noi, ma agli stessi latini. Di tali frasi abbonda assai più la lingua greca. Vedete come dovevano esser poetiche le lingue antiche: anche le più colte, raffinate, adoperate, regolate. Qual è la lingua moderna, che abbia o possa ricevere non dico molte, ma qualche frasi ec. di significato indefinibile, e per la sua propria natura vago, senz’alcuna offesa ec. della gramatica? La italiana forse alcun poco, ma molto al di sotto della latina. La tedesca credo che in questa facoltà vinca la nostra, e tutte le altre moderne. Ma ciò solo perch’ella non [2290]è ancora bastantemente o pienamente formata; perch’ella stessa non è definita, è capace di locuzioni indefinite, anzi, volendo, non potrebbe mancarne. Così accade in qualunque lingua, nè solo nelle locuzioni, ma nelle parole. La vaghezza di queste va in ragion diretta della poca formazione, uniformità, unità ec. della lingua, e questa, della letteratura e conversazione, e queste, della nazione. Ho notato altrove come la letteratura tedesca non avendo alcuna unità, non abbia forma, giacchè per confessione dei conoscitori, il di lei carattere è appunto il non aver carattere. Non si può dunque dir nulla circa le facoltà del tedesco, che non può esser formato nè definito, non essendo tale la letteratura, (per vastissima ch’ella sia, e fosse anche il decuplo di quel che è) e mancando affatto la conversazione. Quindi anche le loro parole e frasi denno per necessità avere (come hanno) moltissimo d’indefinito. [2291]

(26. Dic. 1821.)

Alla p.2138. marg. Odoratus che significa odoroso, ed è aggettivo nell’uso, che altro è in origine fuorchè un participio? E beatus? V. ciò che ho detto di vastus. Fare de’ participii in us tanti aggettivi, è così frequente nel latino, quant’altra cosa mai. Gli usavano ancora comparativamente e superlativamente come beatior, beatissimus, cumulatior, cumulatissimus; cosa propria degli aggettivi: nondimeno l’usavano di fare anche a veri participii, anche a quelli del presente attivo, come amantior, amantissimus; i quali però in tal forma pigliavano la natura di aggettivi. (26. Dic. 1821.). Similmente densus onde densare non fu forse che un participio, come prehensus, mensus, intensus per intentus (così forse densus per dentus; v. il Forcell.) ec.

Alla p.2277. sul principio. V. il pensiero precedente sulla voce odoratus, vero participio (in origine) di odorare, cioè spargere odore, o di odore (v. Forcell.); participio usato attivamente, perciocchè significa quello che sparge odore, cioè odorifero.

(26. Dic. 1821.)

[2292]Chi deve governare gli uomini, dovrebbe conoscerli più che alcun altro mai. I principi per lo contrario, cresciuti fra l’adulazione, e vedendo gli uomini sempre diversi da quello che sono, (per le infinite simulazioni della corte) e da giovani avendo poca voglia, più tardi poco tempo di attendere agli studi, non possono conoscer gli uomini nè come li conoscono i filosofi, nè come li conosce chi ha praticato e sperimentato il mondo qual egli è. Quindi nella cognizione degli uomini, dote in essi di prima necessità per il bene de’ sudditi, i principi non solo non sono superiori, ma necessariamente inferiori ai più meschini e ignoranti che vivono nel mondo. A questo gran difetto rimedierebbero gli studi: e infatti quanti principi sono stati studiosi o in gioventù o in seguito, quanti principi sono stati filosofi, tanti sono stati buoni principi, avendo appreso dai libri a conoscer quel mondo e [2293]quelle cose che avevano a governare. Marcaurelio, Augusto, Giuliano ec. Parrebbe questo un grandissimo pregio e un vero trionfo della filosofia, e dimostrazione della sua utilità. Ma io dico che la filosofia non ha fatto nè farà mai questo buon effetto di darci dei buoni principi, se non fino ch’ella fu, o quando ella è imperfetta: allo stesso modo che solo in questo caso ella può darci de’ buoni privati, e ce ne diede e ce ne dà. Vengo a dire che la filosofia moderna (la quale può dirsi che nella sua natura, cioè in quanto filosofia, o scienza della ragione e del vero, sia perfetta) non farà de’ buoni principi, come non farà mai de’ buoni privati; anzi ne farà dei pessimi, perchè la perfezione della filosofia, non è insomma altro che l’egoismo; e però la filosofia moderna non farà de’ principi (come [2294]vediamo de’ privati) se non de’ puri e perfetti egoisti. Tanto peggiori de’ principi ignoranti, quanto che in questi l’egoismo ha una base meno salda; la natura che lo cagiona, v’aggiunge molti lenitivi e modificativi; le illusioni della virtù della grandezza d’animo, della compassione, della gloria non sono irrevocabilmente chiuse per loro, come per un principe filosofo moderno: e se non altro in quelli la coscienza e l’opinione ripugna al costume, e al vizio; in questi li rassoda, li protegge (essendo un filosofo moderno, necessariamente egoista, e quindi malvagio, per principii), anzi li comanda, e condannerebbe il principe se non fosse egoista dopo aver conosciute le cose e gli uomini. Così che anche un principe inclinatissimo alla virtù, divenendo filosofo alla moderna, diverrebbe quasi per forza e suo malgrado vizioso, [2295]come accade ne’ privati. Volete una prova di fatto? Volete conoscere che cosa sia un principe filosofo moderno? Osservate Federico II. e paragonatelo con M. Aurelio. Di maniera che è da desiderarsi sommamente oggidì che un principe non sia filosofo, il che tanto sarebbe, quanto freddo e feroce e inesorabile egoista, ed un egoista che ha in mano, e può disporre a’ suoi vantaggi una nazione, è quanto dire un tiranno. Ecco il bel frutto e pregio della filosofia moderna, la quale finisce d’impossibilitare i principi ad esser virtuosi (siccome fa ne’ privati), e a conoscer gli uomini, senza il che non possono esser buoni principi. Ma siccome questo effetto della filosofia moderna, non è in quanto moderna, ma in quanto vera e perfezionata filosofia (giacchè niente di falso le possiamo imputare), e siccome le cose si denno considerare e giudicare nella [2296]loro perfezione cioè nella pienezza del loro essere, e delle loro qualità e proprietà, così giudicate che cosa sia per essenza la filosofia, la sapienza, la ragione, la cognizione del vero, tanto riguardo al regolare le nazioni, cioè riguardo a’ principi, quanto assolutamente parlando.

(27. Dic. 1821.)

Alla p.2275. Chi di noi volendosi mettere per una stanza a camminare dentro due linee in uno spazio di un palmo e mezzo, ed anche meno, non è capace di farlo, senza neppur pensare di squilibrarsi? (Eccetto il caso che vi pensino, per qualche circostanza che li metta o nel puntiglio, o nella necessità ec. di non isquilibrarsi; perocchè allora correranno parimente rischio di patirlo.) Or ponete che questo medesimo spazio sia un trave, o una tavola posta a modo di ponte sopra un altissimo precipizio, o sopra un fiume, senza ripari nè appoggi da veruna parte. Quanti sono coloro che non si fiderebbero di passarvi, o passandovi perderebbero l’equilibrio, o correrebbero più volte vicinissimo rischio di perderlo! E pure a questi medesimi non manca nè la facoltà nè [2297]l’abito giornaliero, di far tutto quello che bisogna perchè quel passaggio non faccia loro alcun male; cioè l’abito di camminare allo stessissimo modo tuttogiorno senza punto squilibrarsi, quando lo squilibrarsi non è pericoloso.

(27. Dic. 1821.)

Alla p.2238. I preliminari di questo pensiero si applichino a quello che segue ora, perocchè quanto a stinguo esso non è aferesi di exstinguo, ma la radice del medesimo, e di restinguo ec.; altrimenti si direbbe extinguo, e allora stinguo sarebbe per aferesi. -

Quindi si può congetturare che quelli fra tali composti i quali da’ buoni latini si scrivevano non colla ex ma colla semplice e come enervare, e che in italiano (così se in franc. o spagn.) cominciano colla s impura, come snervare, si pronunziassero volgarmente colla ex, cioè exnervare ec. [2298]I latini scrittori a’ buoni tempi, solevano in tali composti servirsi della preposizione e (tralasciando l’x) avanti il b, il d, la f, il g, la l, la m, la n, la r, il v. Io credo che il volgo latino avanti a queste medesime lettere dicesse ex, p.e. exbibo, exfodio, exgregius, exmoveo, exnervo (come ho detto), exrogare, exveho, in vece di ebibo, effodio, egregius, emoveo, enervo, erogo, eveho. Infatti di queste e di altre simili voci così scritte si trovano esempi in Plauto o in altri de’ più antichi, o viceversa ne’ più moderni, come Apuleio ec. V. poi il Glossar. circa i latinobarbari. E me ne persuade il vedere in tali o simili voci conservate in italiano, la s impura, (o se in ispagnuolo, la es, se in francese la es antica, e la é moderna) come svellere da evellere, svolgere da evolvere, smuovere da emovere, che appunto scritto exmovere si trova in Plauto Trucul. 1.1. 59. sfuggire da effugere. Sempre fedelmente [2299]troverete gli antichi scrittori latini più conformi all’italiano che quelli del secol d’oro, segno evidente d’essersi perpetuato l’antico costume, ed esser passato fino a noi, le quali cose non ponno essere state per altro mezzo che del linguaggio volgare latino, tenacissimo, al solito, dell’antichità. Sempre troverete il volgare italiano (così proporzionatamente il francese e lo spagnolo) più conforme al volgare latino in tutto ciò che se ne può scoprire (qual è il linguaggio de’ comici latini in qualche parte), di quello che agli scrittori: segno chiaro che da esso volgare e non dal latino scritto o civile sono nate le tre moderne sorelle.

(28. Dic. 1821.)

Alla p.2277. V. il Forc. in Exululatus. E nota che non si dice nè Exululor, nè Ululor ec. deponente. (28. Dic. 1821.). V. pure in Virg. En. 2. 218-9. circum-dati (vero partic. passato, in significazione attiva, come amplexi nel verso stesso), 444. Protecti per protegentes; lib.4.659. impressa, per cum impressisset, e consulta il Forcell. circa questi esempi, intorno ai quali però io non mi acquieto alla sua spiegazione e degl’interpreti. Ma soprattutto v. En. 4.589-90. percussa, ed abscissa, e 1.320. (e gl’interpreti), 481.

Lamia era una voce (dal greco, o comune al greco) e significava un’idea





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