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Empujar cioè impellere, ma viene da un impulsare. V. i suoi derivati. Pousser, (pellere) da pulsare, co' suoi derivati. Pujar e certi suoi derivati, sobrepujar parimente, o son fatti da pousser. V. i Diz. spagn. e correggi certe cose che ne ho dette parlando di [4000] pujanza in proposito di potens. La qual voce pujanza ha tutt'altra origine, cred'io, nè viene, come parrebbe a tutti, da pujar, nel modo che puissance, puissant ec. non ha che far niente con pousser e suoi derivati. (24. Dec. Vig. di Nat. 1823.)

 

A proposito della ridondanza del pronome altro nell'italiano e nel greco, notata altrove, osservivi che altro presso noi spesso vale semplicemente alcuna cosa, massime nella negazione, onde senz'altro vale sovente senz'alcuna cosa, cioè senza nulla, e altri quando si usa al modo del franc. on (e dell'ital. l'uomo, uno, la persona, si ec.) vale alcuno, che pur molte volte si dice ne' casi stessi. V'ha un luogo nel Petrarca Canz. Una donna più bella, stanza 3. v.12. dove altro, ben considerando il luogo, mi pare (e non credo che niuno fin qui l'abbia inteso) che non significhi se non alcuna cosa, cioè, poichè sta colla negazione virtualmente presa, nulla.

(24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

 

Diminutivi positivati. Gomitolo, aggomitolare ec. da glomus o glomer. V. la Crus. e il Forcell. col Gloss. ec. e osserva se glomus ec. vale lo stesso.

(24. Dec. 1823.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi ec. italiani. Penzolare e spenzolare coi derivati. Paiono però fatti da penzolo, e questo da pendulus che non è diminutivo. Rotolare, rotolone ec.

(24. Dec. 1823.). Penzigliare, penzigliante. V. il pens. seg.

 

Alla p.3995. princ. Coccolone, o coccoloni da coccare, penzolone o penzoloni (v. il pens. precedente), rotolone ec. Tutte forme frequentative. E questa forma è usitatissima in cotali avverbi in one o oni propri della nostra lingua, che equivalgono a' gerundi [4001]de' rispettivi verbi (sieno frequentativi o diminutivi ec. in olare o comunque, o non lo sieno punto) da cui sono formati (se sono formati da verbo). Dunque la forma in ol breve, è ben propria della nostra lingua, e vi è frequentativa, diminutiva ec. come in latino ec. Ruotolo o rotolo. Coccola, coccolina. Concola (i romani concolina sempre, per quello che noi diciamo catino da lavar le mani e il viso) da conca. V. il Forc. e i Less. gr. dove kogxælion è diminutivo. E vedi alla pag.3636. marg. fromba diminuito in frombola, voci l'una e l'altra, che non hanno a far col latino.[80] V. il Gloss. Goccia e gocciola, gocciolare e gocciare, sgocciolare ec. da gutta, del che altrove.[81] Snocciolare da nócciolo[82] ec.; v. la Crusca: nócciolo par che sia da nucleus che non è diminutivo: quindi neanche snocciolare cioè enucleare.

(24. Dec. 1823.). V. p.4003.

 

A proposito delle divinità benefiche, che altrove ho detto essere ed essere state venerate, inventate ec. dalle nazioni civili, e più quanto più civili, si aggiunga che non solo benefiche, ma graziose, amabili ec. ancorchè non benefiche, o indifferenti ec. come tante divinità, allegorici personaggi, personificazioni di qualità o soggetti ec. naturali, umani ec. nella mitologia greca ec. ec.

(24. Dec. Vigilia del S. Natale. 1823.)

 

Delle colonie greche in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia, avanti il dominio de' romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser rimasto nel volgare latino in quelle parti, e quindi ne' volgari moderni, in quelle parti, e quindi nel comune italiano eziandio, massime che la formazione e letteratura di questo ebbe principio in Sicilia e nel [4002]regno, come mostra il Perticari nell'Apologia, ec. ec., discorrasene proporzionatamente nel modo che altrove s'è discorso delle Colonie greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese non comuni al latino noto ec.

(24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

 

KreÝtton ¥l¡sJai ceèdow µ ŽlhJew kakñn. Menander ap. S. Maxim. Capit. Theolog. serm.35. fin.

(24. Dec. 1823. Vigilia del S. Natale.)

 

Diminutivi greci positivati. Prob‹tion. V. lo Scap. Il luogo d'Ippocrrate quivi cit. è nel principio del lib. de morbo sacro: g‹r ¤stin aétoÝw llo prob‹tion oéd¢n µ aägew kaÜ bñew. „Im‹tion da eåma atow o da un äma atow (come da Žpñspasma atow, Žpospasm‹tion diminutivo e simili), diminutivo positivato, eccetto che eäma. (poetico, cioè a dire antico) è forse un po' più generico. Così forse dicasi di fñrtow e fortÛon. V. lo Scapula.

(25. Dec. dì del Santo Natale. 1823.)

 

Dico altrove del nostro cangiar talora il cul latino in gli, coll'es. di periglio ec. Aggiungi spiraglio da spiraculum che anche si dice spiracolo, come pure pericolo.

(25. Dec. dì del S. Natale. 1823.)

 

Volere per potere, idiotismo greco e italiano, di cui altrove. Ippocrate o chiunque sia l'autore del libro de morbo sacro a lui attribuito, ediz. del Mercuriale Ven. 1588. opp. d'Ippocr. classe 3. p.347. D. terza pag. del detto libello. m¡ntoi ¦gvge ŽjiÇ êpò Jeoè ŽnJrÅpon sÇma miaÛnesJai, êpokhrñtaton êpò toè gnot‹tou, ŽllŒ k„ µn tugx‹nú êpò [4003]¥t¡rou memiasm¡non µ peponJñw, ¤J¡loi (posset) ’n êpò toè deoè kaJaÛresdai kaÜ gnÛzesJai mllon µ miaÛnesJai. Cioè purgaretur et purificaretur magis quam inquinaretur, ovvero posset purgari ec. L'¤J¡loi si potrebbe facilmente ommettere risolvendo nell'ottativo colla particella ’n i verbi infiniti che da lui pendono, e il luogo avrebbe quasi lo stesso valore. Ma la locuzione è elegantissima.

(25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.)

 

Alla p.4001. Nótisi che la desinenza in olare, dove l'ol è breve ec., sia diminutiva, sia frequentativa ec. si dà presso noi a moltissime voci che non hanno nè poterono avere a far col latino. Si unisce eziandio ad altre desinenze e forme affatto italiane e per nulla latine, come da ballonzare, formazione italiana (o toscana) da ballare, si fa ballonzolare (anche la forma in olare sembra essere propriamente o più particolarmente toscana che altro). Così da pallotta pallottola, e simili. Collottola, frottola. Viottolo, viottola (questa è veramente una diminuzione in ottolo tutta italiana tanto è vero che l'olo breve è italiano ec.) diminutivi di via, e molti simili ec. L'uolo poi accoppiasi in mille modi ec. non mi par però che possa esser sopraddiminutivo (al contrario mi par dell'olo), bensì riceverlo ec.

(25. Dec. 1823.). V. qui sotto.

 

Vedi il pensiero precedente, e osserva che la formazione in olare è anche oggi, fra l'altre, al discreto arbitrio dello scrittore, o parlatore ec. e di questo arbitrio se ne prevalgono anche i volgari, specialmente in Toscana ec. che non conoscono il latino ec.

(25. Dec. 1823. dì del S. Natale.)

 

Frequentativi italiani ec. Vedi nell'anteced. pensiero un verbo sopraffrequentativo o sopraddiminutivo ec., come anche altri ve ne sono, o ne possiamo formare a piacere e giudizio dello scrittore parlatore ec.

(25. Dec. 1823.). V. la p. seg.

 

[4004]Diminutivi greci positivati. XvrÛon. V. Scap.

(25. Dec. 1823.)

 

Alla p. preced. - In icare, come verzicare o verdicare (inverzicare attivo a quel che pare) per verdeggiare ed altri molti (qua spetta dimenticare). Questa forma di frequentativi è affatto latina. V. la p.2996. marg., ec. Ed altri molti esempi ve n'hanno, oltre i quivi citati.[83] Particolarmente poi s'usa nel latino appunto in fatto di colori, come quivi altresì puoi conoscere. V. appunto nel Forc. viridicans e viridicatus. Male dice il Forc. che viridicans è per viridans, questo attivo e quello neutro ed equivalente affatto al nostro verzicante o verdicante (Crus.), oltre che se viridans fosse anche neutro, non sarebbe però, come quello, frequentativo ec. V. il Gloss. ec. (25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.). Così da nivo is e da nevare (ital.) nevicare (volgarmente nevigare, e v. il Gloss.) frequentativo alla latina, delle quali voci mi pare aver detto altrove. Morsicare; ma non ha più il senso frequentativo ec. anzi ha quello stessissimo del positivo mordere, sebben la Crusca lo definisce morsecchiare. Vedila, e in morsicatura ec. Masticare. V. Forc. e il Gloss. Vedi la p.4008. capoverso 4. fine. Mordicare co' deriv. Rampicare arrampicare arpicare da rampare-rampante, o da rampa o da rampo. Inerpicare, inarpicare. Luccicare, sbarbicare - lucere, sbarbare. Vedi la pag.4019. capoverso 1. Zoppicare, impetricato, nutrico as e nutricor di cui altrove.

 

Tetta tettare - titJòw o tÛtJh o titJ¯ (che vale anche nutrice ed ava: ora in questi sensi si dice anche thJ¯) coi derivati. V. p.4007. Jç, Jçw ec. per subito ec. - a dirittura, dirittamente ec. per subito.

(26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.)

 

Usi familiari del lat. recte conformissimi a quelli del nostro bene, franc. bien ec. (che secondo il più comune significato di recte, vagliono lo stesso, cioè probe ec.), veggansi nel Forc. in recte ne' due ultimi paragrafi della seconda colonna di detto articolo.

(26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.)

 

Setola per il lat. seta, setoloso setoluto per setosus, e v. gli altri derivati di setola, e il Forc. in setula.

(26. Dec. 1823. Festa di S. Stefano.)

 

Nivitari pass. da nivo is. Gloss. Cang.

(27. Dec. 1823. Festa di S. Giovanni Evangelista.)

 

[4005]Diminutivi greci positivati. EÞrÛon, ¦rion, da eärow

(27. Dec. 1823.)

 

Verbi diminutivi positivati. Ringhiare cioè ringulare da ringere. V. i franc. e spagn. (27. Dec. 1823.). Avvinchiare, avvinghiare, succhiare, succiare (sugo is, suggere, sucer ec.). e molti altri simili verbi italiani in ghiare e chiare, iare ec. sono assoluti diminutivi (quasi tutti e per lo più o tutti e sempre positivati), e diminutivi non in italiano ma in latino donde mostrano assolutamente esser venuti, cioè da de' rispettivi verbi in ulare, noti o ignoti. Così molti verbi spagn. in jar, franc. in iller, ec. Così anche nomi e altre voci ec.[84] (27. Dec. 1823.). - Possono però tali verbi ec. esser fatti anche da nomi o latini o italiani ec. noti o ignoti, come p.e. ringhiare da ringhio (nome usato), il quale quando anche fosse da un ringulus, questo non sarebbe diminutivo, o da nomi che essendo diminutivi in latino, in ulus, non lo sieno in italiano ec. (27. Dec. 1823. Festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista.). Tali sono i verbi rugghiare e mugghiare, mugliare,[85] mugolare, mugiolare, muggiolare coi derivati ec. di questi e di mugghiare, rugghiare ec. del quale però mi ricordo aver parlato altrove e veggasi il detto quivi.

(28. Dec. giorno degl'Innocenti. 1823.). Veggasi la pag.4008. capoversi 4. e ultimo.

 

Diminutivi positivati. Vasello. V. la Crusca, co' suoi derivati, e in Vagello co' derivati.

(28. Dec. 1823.)

 

Plurali italiani in a. Vasella plur. di vasello.

(28. Dec. 1823.). Vasa plur. di vaso. Crus. e Arios. Sat.3.

 

Participii passivi in senso att. o neut. ec. Apercibido per fatto inteso, che sta sull'avviso ec. (D. Quijote). Inteso per informato, intendente, ec. (entendido, entendu. V. spagn. e franc.: se però in questo senso appartenesse al neut. pass. intendersi, entenderse ec. non spetterebbe [4006]al nostro proposito.). Discreto it. spagn. (di cui par che, almeno principalmente sia proprio) e franc. per discernente ec.[86] V. il Gloss. ec.

(29. Dec. 1823.)

 

Alla p.3955. marg. - di questo però particolarmente. - Coltellinaio ec. ec.

(29. Dec. 1823.)

 

Avvisato, avisado ec. nel senso di accorto ec. molto s'ingannerebbe chi lo credesse un significato passivo dall'attivo di avvisare cioè avvertire ec.

(29. Dec. 1823.)

 

Participii passati in senso attivo o neutro, aggettivato. V. Forc. in consultus dove non approvo il modo in ch'egli spiega l'origine del significato attivo o neutro di questa voce, per non aver considerato i tanti altri es. che v'hanno di tali participii così usati, aggettivamente o no, ne' quali non ha punto luogo una simile spiegazione. In particolare poi v'hanno esempi in significati simili a quello di consultus, sì nel latino sì nelle lingue moderne, come cautus, avvisato, avvertito ec. da me sparsamente notati altrove, e consideratus attivamente nel latino e nell'italiano ec. di cui v. il Forc. la Crus. gli spagnuoli e francesi. V. ancora i composti ec. di consultus in tal senso, come jurisconsultus ec. e di consideratus, come inconsideratus ec. e così degli altri tali participii.

(29. Dec. 1823.)

 

Appellito as, apellidar ec.

(30. Dec. 1823.)

 

Diminutivi greci positivati. titJòw ec. titJÛon, (come in lat. mamma e mammilla nello stesso senso, del che altrove), titJ¯ ec. e titJÜw Ûdow, quasi nutricula ec.

(30. Dec. 1823.). Vedi la pag. seg. capoverso 1.

 

Diminutivi positivati. Sencillo da sincerus. Così pretto da purus del che altrove, nel medesimo senso, e ambo diminutivi aggettivi il che è raro ec. Tenellus, tenellulus, lascivulus, blandulus, misellus ec. ec. miserello ec. ec. ma è raro che gli aggettivi diminutivi sieno positivati ec. ec. [4007] Seggiola, seggiolo (v. i derivati sopraddiminutivi, e anche accrescitivi, come seggiolone, fatti dal diminutivo, il che è notabile, nè potrebbe ragionevolmente aver luogo se il diminivo non fosse positivato, o non avesse un senso disgiunto da diminuzione ec. e in tali casi è frequente) per sedia, seggia, seggio, sebbene hanno forse un senso più circoscritto ec. e vedi il detto altrove del lat. sella, e la Crusca ec.

(1. Gen. 1824.)

 

Alla p.4004. Dicesi anche tettola, che la Crus. chiama espressamente diminutivo di tetta, come in lat. mamma e mammilla nel senso stesso, e come appunto in greco tÛtJh ec. e titJÛon, collo stesso significato. Vedi la pag. anteced. fine. e 4001.

(2. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Porcello ec. V. Crus. e nota che questa positivazione è massimamente propria de' nostri antichi e trecentisti più che del moderno linguaggio. Forc. ec.

(2. Gen. 1824.). V. Forc. in Puera, esemp.1.

 

Sopraddiminutivi latini. Agellulus. Asellulus ec.

(2. Gen. 1824.). Tenellulus. Vedi la p.3987.

 

Alle varie alterazioni de' verbi greci quanto alla forma (sia nel tema, sia altrove ec.) senz'alterar punto il significato, delle quali altrove, aggiungi in nnæv o nnumi, come ker‹v, kerannæv, ker‹nnumi; xrÅv, xrvnnæv, xrÅnnumi; che valgono tutti tre lo stesso, e sono un sol verbo. Lascio poi l'alterazione sì comune in mi, ch'è pur di tante forme, e sì di regola e proprietà dell'uso greco ec. ec. e che parimente non muta punto il significato, che moltissime volte ha fatto dimenticare, disusare, o anche ignorare affatto il vero tema in v, che in molti verbi si congettura o si dee congetturare, benchè espressamente non si trovi, essere stata usata ec.

(2. Gen. 1824.)

 

Participii passati in senso attivo o neutro ec. Trascurato, tracutato, tracotato, straccurato ec. V. la Crus. in Tracotare, sebbene quell'etimologia è falsissima perchè tracotare è da cuite o cuyte, cuyter ec. provenz. ec. cuita, cuitar ec. spagn. ant. cuidado cuidar ec. spagn. mod.

(4. Gen. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. froærion. V. Scap.

(4. Gen. Domenica. 1824.)

 

[4008]Alla p.3969. Appunto hanno anche gli spagnuoli il diminutivo in uelo, che come il nostro uolo vale olo e viene dal latino in olus o ulus.

(5. Gen. Vigilia della Santa Epifania. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati: Žkñntion che ha cacciato l'uso del posit. V. Scap. pedÛon. V. Scap.

(5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.)

 

Participi italiani in ito ed uto, del che altrove. Apparito e apparuto (Machiav. Istor. l.7. opp.1550. par.1. p.268. mezzo). Questo secondo però, oltre a non avere, ch'io sappia, altra autorità che di uno scrittore molto poco diligente nella lingua, in particolare nella Storia, dov'anche potrebb'esser fallo di stampa, può essere da apparere (laddove il primo da apparire), onde anche apparso, come da parere, paruto e parso. Comparere non si trova, almeno nella Crus., bensì però comparso, oggi assai più frequente di comparito ch'è di comparire, da cui però non viene comparso, il quale forse è moderno e fatto solo per analogia di apparso e parso, che sono oggi i più usitati.

(5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.)

 

Verbi frequentativi ec. italiani. Sputacchiare, stiracchiare da sputare, stirare. Questa forma in acchiare, e in occhiare, icchiare, ecchiare, ucchiare e in ghiare ec. (v. il pens. ult. di questa pag.) e simili, han tutte origine dal buon latino (essendo equivalenti al lat. culare) nel quale ancora, questa forma è diminutiva o disprezzativa o frequentativa ec., e immediatamente poi hanno forse origine dal latino barbaro, almeno molte di tali voci, p.e. sputacchiare da sputaculare ec. Vedi la pag.4005. capoverso 2. - Al detto altrove di crepolare, aggiungi screpolare ec. - Sghignazzare, ghignazzare da sghignare, ghignare. (6. Gen. Festa della S. Epifania. 1824.). Ammontare - ammonticare (vedi la pag.4004. capoverso 2), ammonticchiare, ammonticellare. Raggruzzare - raggruzzolare.

 

Al detto altrove d'inopinus, necopinus ec. aggiungi odorus, il quale non mi sembra altro che contrazione di odoratus, e in fatti è voce propria de' poeti come le sopraddette ec. V. Forcell.

(6. Gen. 1824.)

 

Quel che altrove si è detto in più luoghi, cangiarsi nell'italiano regolarmente il cul de' latini in chi, dicasi pur del gul in ghi ec. V. la pag.4005. capoverso 2.

(6. Gen. 1824. dì della S. Epifania.). V. p.4109.

 

[4009]Diminutivi positivati. Fragola da fraga. V. Crus. Forc. Gloss. e franc. spagn. ec. Ugola e uvola per uva.

(7. Gen. 1824.)

 

Scambio del v e del g. V. il pensiero precedente.

(7. Gen. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. oÞkÛon per oäkow ed oÞkÛa. Notisi ch'egli è antichissimo, perchè proprio di Omero. O forse degl'ioni, massime antichi. Arriano imitatore di questi l'usa nell'Indica 29.16, 30.9. Lo Scap. non cita che Omero. È positivato anche presso Arriano. (7. Gen. 1824.). Lo stesso discorso o dell'antichità o del dialetto ionico, massime antico, si può fare intorno al diminutivo positivato prob‹tion, ch'è d'Ippocrate, o di chi altro è l'autore del libro ec., e di cui altrove. La quale osservazione unita con questa della voce oÞkÛon, e coll'altre che si potranno fare, può dar luogo a buone conghietture circa l'uso de' diminutivi positivati nell'antico greco o ionico ec. (7. Gen. 1824.). plhmmurÜw Ûdow. fukÛon.

(7. Gen. 1824.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi ec. ital. Morsecchiare, morseggiare (coi derivati ec.) che la Crusca chiama quello diminutivo e questo frequentativo di mordere. Aggrumolare da aggrumare che non è della Crus., bensì aggrumato, digrumare ec.

(8. Gen. 1824.)

 

V aspirazione. Tardivo ital. tardío spagn. (Cervantes D. Quij. par.1. cap.47. principio, ed. di Madrid ch'io ho.).

(8. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove sopra la frase ôlÛgou o polloè deÝn ec. aggiungi Arriano Ind. 43. 6. tosoætou deÝ t‹ ge ¤p¡keia taæthw t°w xÅrhw oÞkeñmena eänai; e altre simili frasi dello stesso genere tosætou ¦dei, ¤d¡hsen, d¡on (Luc. Nigrin. opp.1.35.) pñsou deÝ ec. ec.

(8. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove di juntar aggiungi ayuntar (aggiuntare) co' derivati ec. e fors'anche coyuntar (v. i Dizionari) e simili composti, se ve n'ha. Vedi pur la Crus. in giuntare co' derivati ec.

(8. Gen. 1824.)

 

Alla p.3979. Al detto di k‹rxarow, aggiungi i suoi derivati, e il composto karxarñdouw ec.

(8. Gen. 1824.)

 

Grecismo. Per parte mia, per la mia parte ec. ec. V. la seconda annot. del Gronov. al Nigrino di Luciano, opp. Luc. Amst. 1687. t.1. p.1005. init.

(8. Gen. 1824.)

 

[4010]Participii passati in senso attivo o neutro ec. Entendido per intendente. Cervantes D. Quij. cap.47. o 48. par.1. V. i Diz. Mirado per mirante: mal mirado ec. V. i Diz.

(10. Gen. 1824.)

 

Male per non ec. di cui altrove. V. il pensiero precedente e gli spagnuoli ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Avvi due sorte di coraggio ben contrarie fra loro. L'una che dirittamente e propriamente nasce dalla riflessione, l'altra dall'irriflessione. Quello è sempre e malgrado qualunque sforzo, debole, incerto, breve e da farci poco fondamento sì dagli altri, sì da quello in cui esso si trova ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. kranÛon, in senso di capo per kr‹non o k‹rhnon, (da cui è fatto kr‹non per metatesi) o ec. V. Scap. - teætlion e teutlÜw per teètlon. Appo Ateneo trovo anche seætlion nello stesso senso per seètlon. V. Scap. E appunto noi abbiamo bietola (onde bietolone) da beta, diminutivo positivato, in cui luogo poeticamente si dice anche bieta, come osserva la Crusca ec. V. il Gloss. ec. in betula, se v'è, ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove circa la ridondanza del pronome llow e altro appo i greci e gl'italiani in molte dizioni, e circa il significato di nulla o nessuno ec. assoluto o virtuale ec. che ha molte fiate nel nostro parlare il detto pronome, aggiungi le frasi non ne fece altro, non ne fate altro e simili, dove altro sta per niente, ed aggiungi eziandio che anche siffatto uso di questo pronome, oltre all'essere analogo alla predetta sua ridondanza usitata e nel greco e nell'italiano, è anche analogo a un uso particolare della voce plur. lla che i greci adoprano talora per cose frivole, vane, da nulla, cioè insomma nulla, come in un luogo di Fenice Colofonio, poeta, appresso Ateneo l.12. p.530. F. [4011] gŒr lla khræssv, che il Dalechampio traduce frivola non denuntio: bene, ma propriamente sarebbe non enim nihil (cioè rem o res nihili) denuntio. E certamente qua spetta quel che dice lo Scapula che appresso Euripide lla si spiega per rationi non consentanea. E qua eziandio l'uso dell'avverbio llvw per incassum, frustra, temere ec.; (del qual uso v. lo Scapula e l'indice greco a Dione Cassio coi luoghi quivi indicati, ad uno de' quali v'è una nota, dove si dice che tal uso è stato illustrato, dimostrato ec. dal Perizonio ad Ælian. ec.)[87] e in parte ancora l'uso del medesimo avverbio ne' significati da me notati e illustrati nelle Annotazioni all'Eusebio del Mai, e nelle postille al Fedone di Platone sul fine ec. (10. Gen. 1824.). Presso Euripide il Tusano spiega lla per oék ¤oikñta aberrantia a proposito. Ben può essere che questo sia il proprio senso, e l'origine di tal uso della voce lla sì presso Euripide sì presso Fenice. Con tutto ciò non credo tal uso alieno dal nostro proposito e dall'analogia col sopraddetto uso italiano ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Scintilla e suoi deriv. ec. V. l'etimolog. di scintilla nel Forcell. e nelle note al Timone di Luciano principio, opp. ed. Amstel. 1687. t.1. p.55. not.7.

(11. Gen. Domenica. 1824.)

 

Al detto altrove dell'antico meno (tema di memini) e del nostro rammentare ec. che forse ne deriva ec. aggiungi mentio, verbale dimostrativo del supino mentum, onde noi ec. menzionare ec. - Mentovare ec.

(11. Gen. Domenica. 1824.). V. p.4016.

 

Ayrarse o airarse, airado ec. airarsi, adirarsi ec. da aggiungersi [4012]al detto altrove in proposito dell'antico lat. iror aris. E v. il Gloss. in adirari, irari ec. se ha nulla.

(11. Gen. Domenica. 1824.)

 

Non mi ricordo a qual proposito, ho detto altrove che noi siam soliti di usare gli aggettivi singolari mascolini in forma di avverbi. Così anche gli spagnuoli, p.e. demasiado per demasiadamente (che credo si dica altresì), infinito (D. Quijote par.1. c.49.) per infinitamente (che pur credo si dica) ec. Massime l'antico, cioè il buono e vero, spagnuolo, come pur s'ha a dire circa l'italiano in cui quest'uso è proprio più particolarmente dell'antico, e quindi, anche oggi, familiare singolarmente ai poeti ec. Così i francesi fort per fortement, in senso di molto (come anche noi forte ec.). Pare però che quest'uso sia molto più frequente nell'italiano, massime antico, buono, poetico, elegante ec. che nello spagnuolo qualunque, e massime nel francese.

(12. Gen. 1824.)

 

Uso di porre i genitivi plurali, in vece de' nominativi, col pronome alcuni, ovvero di questo pronome co' detti genitivi, nel qual caso quest'uso verrebbe a essere ellittico. Proprissimo de' francesi, proprio ancor sommamente degli italiani, non solo moderni e francesizzati, come si crede, ma antichi, di tutti i tempi, ed ottimi e purissimi. Credo ancora degli spagnuoli. Mi pare aver detto altrove come quest'uso è un pretto grecismo. Aggiungici ora l'esempio di Luciano, Nigrin. opp. Amstel. 1687. t.1. p.34. lin.15-6. e vedi i grammatici greci dove parlano della Sintassi, che certo denno aver qualche cosa sopra questo genere di frasi ec. (12. Gen. 1824.). Nel cit. esempio tÇn filosofeÝn prospoioum¡nvn si sopprime evidentemente il tinŒw al nostro modo e de' francesi.

(12. Gen. 1824.)[88]

 

Diminutivi greci positivati. ôxeÝon da öxow eow, come ŽggeÝon da ggow.

(12. Gen. 1824.)

 

[4013]A proposito del detto altrove circa il vario modo di significare la probità e bontà degli uomini usato nelle varie nazioni e lingue e tempi, secondo le differenze de' costumi, opinioni, caratteri, istituti e vita e costituzione loro, osserva che come i romani dissero fringi, così i greci oltre kalòw k„ ŽgaJñw anche xrhstòw che propriamente vale utile (e s'usa anche in questo senso ec. v. i Lessici), e per lo contrario xrhstow che propriamente è inutile e così per l'ordinario usato, fu anche detto per cattivo ec. (V. i Lessici, e quivi anche gli altri composti e i derivati di xrhstòw). Ed è ben ragione, perchè l'utilità delle persone doveva esser valutata anche dai greci sommamente, costituiti, come romani, in istato franco ec. secondo che ho detto circa la parola frugi al suo luogo.

(12. Gennaio 1824.)

 

Che i perfetti in ui sien fatti da quelli in avi o evi o ivi ancorchè ignoti, come ho detto altrove, e ciò anche nella terza coniugazione, in cui tal desinenza (come pur quella in ivi, o qualunqu'altra in vi), è sempre anomala, vedi Forcell. in pono is fin. circa l'antico posivi, apposivi ec. per posui, apposui ec.

(13. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove di mescolare ec. aggiungi rimescolare ec. e composti e derivati dell'uno e dell'altro ec.

(13. Gen. 1824.)

 

Digamma eolico. Levis o laevis da leÝow, come si osserva nelle note a Luciano opp. t.1. p.113. not.9.

(14. Gen. 1824.)

 

Verbi italiani frequentativi o diminutivi ec. Abbrostire abbrostolire, abbrustolare, abbrustiare. (14. Gen. 1824.). Bezzicare.

 

Diminut. greci positivati. †Orion, oìria, meJñrion, mesoærion da ÷row.

(14. Gen. 1824.).

 

[4014] Tacendo Un gran piacer (cioè, s'egli è taciuto), non è piacer intero. Machiavelli Asino d'oro, Capitolo 4. verso 86-7.

(14. Gen. 1824.)

 

Senz'altro puntello per senz'alcun puntello. Machiav. Asino d'oro, cap.5. v. penult. Di tal modo di dire, altrove.

(14. Gen. 1824.)

 

Senz'altra (senz'alcuna) disciplina. ibid. capitolo 8. verso 4.

(15. Gen. 1824.)

 

Digamma eolico. Viscum (raro Viscus) da Þjòw colla metatesi delle lettere ks incluse nel j. Nóta che lo spirito è lene, e il genere (almeno in viscum) mutato, come in oänow-vinum ec. Vivo da biÇ (biЬÇ). Forcell. e not. a Lucian. opp.1687. t.1. p.143. not.3.

(15. Gen. 1824.)

 

A quel che ho detto altrove, che talora il cul latino si cangia in gli italiano (come periculum-periglio ec.) in il francese ec. j spagnuolo ec., dicasi ancora del gul. Vedi, se vuoi la pag.4005. capoverso 2., nel marg. al numero 1.

(15. Gen. 1824.)

 

Alla p.2779. lin.1. Da bñrow o boròw ec. vorax ec. V. lo Scapula e il Forcell. Da biÇ vivo. V. il capoverso 3. in questa presente pag. Nelle note quivi citate si fa anche venire vis da biŒ, che altrove parlando del digamma eolico, ho fatto venire, e così credo meglio, da âw Þnòw. V. Forcell. ec.

(15. Gen. 1824.)

 

Intorno al verbo italiano rotolare frequentativo o diminutivo ec. di rotare, (rotolone ec.) del quale mi pare aver detto altrove, osservisi il francese rouler. Se questo verbo co' suoi molti derivati (o anche voci originarie e anteriori ad esso) di cui v. il Diz. e colla voce rôle e derivati (ruotolo o rotolo) non vengono originariamente dall'italiano, come poi noi dal franc. ruolo, arruolare ec. ne segue che la diminuzione latina in ol o ul dovesse anche esser propria in certo modo del francese, non solo dell'italiano come s'è dimostrato altrove, giacchè non pare che queste voci francesi vengano immediatamente dal latino. V. però Forcell. il Gloss. ec. Esse sono certo originariamente diminutive o frequentative ec. Rouler è frequent. anch'oggi in certo modo ec.

(15. Gen. 1824.)

 

[4015]Come la preposizione sub nella composizione spesso dinoti sursum, o sia di sotto in su, del che ho detto altrove in proposito di sustollo ec. vedi nel Forcell. la definizione e gli esempi di subduco, la prova che risulta dal quale non può esser più chiara nè piena.

(16. Gen. 1824.)

 

Errato per errante, come andar errato ec. V. la Crusca. E in ispagn. ir errado (Cervantes), pensamiento errado, (ib.) ec. Fra noi però errare è per lo più neutro, (benchè si dice errar la strada ec.) e così credo in ispagnuolo. Il Forcell. lo chiama attivo. V. Erratus per qui erravit appo il medesimo in erro fin. e vedilo pure esso Forcell. in Certatus a um. (16. Gen. 1824.). Impransus, incoenatus ec. V. il Forc. Si aggiungano al detto altrove di pransus, coenatus ec. e così gli altri loro composti, se ve n'ha.

(16. Gen. 1824.)

 

Ridondanza del pronome altro, ed llow, usitata nell'italiano e nel greco, come altrove. Così otro nello spagnuolo. Cervant. D. Quij. par.1. capit.51. Cerca de aqui tengo mi majada, y en ella tengo fresca leche, y muy sabrosissimo queso, con OTRAS varias y sazonadas frutas, no menos à la vista que al gusto agradables.

(16. Gen. 1824.). Son le ult. parole del capitolo.

 

Al detto altrove di avvedere-avvisare ec. aggiungi divisar spagn. (D. Quij. par.1. cap.51. e v. i Dizionari) e nóta che noi ec. abbiamo anche divedere. E che il participio visus da cui è avvisare, divisare ec. (se non sono da viso sost. o da guisa-visa ec. come altrove) e così avisar, aviser ec. è proprio solo del latino e non dell'italiano nè dello spagnuolo[89] nè del francese. Abbiamo bensì anche avvistare da visto, nostro participio, o da avvisto pur nostro, se non è da vista sostantivo. (16. Gen. 1824.). Avvistato (ch'è però in altro senso da avvistare nella Crus.) par certo venire da vista, come svistare (uso ital.) da esso vista o da svista ec.

(16. Gen. 1824.)

 

[4016]Alla p.4011. Rammentare, ammentare ec. di cui altrove, si paragonino co' verbi latini commentari e s'altri tali ve n'ha, da meno poi memini, o da miniscor o da' composti di questo o quello ec.

(16. Gen. 1824.)

 

Nascere per avvenire, grecismo proprio anche dell'antico latino, come in quello o fortunatam natam cioè genom¡nhn. V. Forcell. ec. È proprissimo dell'italiano. Fra i mille esempi, hassi nel Guicciardini lib. 1. t. 1. p.111. ediz. di Friburgo, 1775-6. nata la perdita di S. Germano, cioè accaduta semplicemente. E in molti altri modi e casi si usa da noi il verbo nascere come il greco gÛgnesJai, p.e. nella frase di qui o da ciò o quindi nasce che ec. il, la ec. ¤k toætou gÛgnetai o gÛnetai. V. i franc. e gli spagn. e il Gloss. e i Less. greci.

(16. Gen. 1824.). V. per seg.

 

Non solo in italiano e in latino, come altrove in più luoghi è detto, ma in ispagnuolo altresì ed in francese adopransi spessissimo i participii, non solo aggettivamente, ma in significazione non propria loro, e propria di aggettivi a loro propinqui o simili, per catacresi o abusione (ch'è l'abuti verbis propinquis, come dice Cic. ap. Forcell. in Abusio, o l'abuti verbo simili et propinquo pro certo et proprio, come dice l'Autore ad Herenn. ibid. p.e. l'aedificare equum di Virgilio Aen. 2. aedificare classem di Cesare, oÞkodomeÝn purgÛon di Luciano in Timone, opp. Amst. 1687. t.1. p.135. dove vedi la nota 6.) come honrado per onorevole, uomo d'onore (D. Quij.), (in it. ancora onorato, e v. i latt. e il Gloss. ec.), simile all'invictus, invitto, invicto o invito spagn. (v. i Diz. spagn.) per invincibile, che però non è participio, voglio dire invitto, benchè fatto da participio.[90] ec. ec.

(16. Gen. 1824.)

 

Bisavolo ec. aggiungasi al detto altrove di avolo, ayeul, abuelo ec. e v. ancora i francesi e gli spagnuoli. Trisavolo, terzavolo e terzavo, quintavolo ec.

(16. Gen. 1824.)

 

[4017]Grecismo dell'italiano. Lucian. Timon. opp.1687. t.1. p.77-79 kaÜ Jiw m¢n sk¡comai, ¤peidŒn tòn keraunòn ¤piskeu‹sv: pl¯n ßkan¯ ¤n tosoætÄ kaÜ aìth timvrÛa ¦stai aétoÝw, cioè in questo mezzo. Noi appunto in tanto, fra tanto, in quel tanto, in questo tanto ec. Vedi gli spagn. e i francesi. Qui ¤n tosoætÄ viene a essere ¤n ÷sÄ (xrñnÄ) õ keraunñw ¤peskeuasm¡now ¦staÛ moi. E di questo genere è ancora la propria significazione del nostro intanto, secondo i casi, e tale si è l'origine di questo modo di dire preso nel senso d'interea, interim. (17. Gen. 1824.). Esempi simili al riferito di Luciano non mancano. V. p.4022.

 

Alla p. anteced. capoverso 2. La frase o fortunatam natam, sembra essere una vera imitazione del modo greco, e così alcune di quelle dove nasci sta per initium ducere ec. ap. il Forcell. Non così certo le nostre frasi sopraddette. E re nata, pro re nata, queste son frasi ben e propriamente latine, (cioè non de' soli letterati, a quel che pare), e spettano al presente proposito.

(17. Gen. 1824.)

 

Alla p.3176. marg. fin. Vedi la Storia del Guicciardini, ediz. di Friburgo, lib. 1. tom.1. p.23. 27-28. 49. 55. 56. 64-5. 105-6. l.2. p.138-9. 142. l.5. p.422. 430. 431. da' quali luoghi si rileva che Carlo ottavo di Francia ebbe inutilmente, come Filippo contro i Persiani, il disegno di passare contro i turchi, e far la grande impresa dell'Asia e Grecia ec. Principe non comparabile per altro a Filippo nè di valore nè di fortuna, la qual ebbe infelicissima all'Italia, anzi indegno di pure esser proposto a tal paragone.

(17. Gen. 1824.). V. p.4025.

 

Esperimentato per che ha fatto esperienza, perito. Guicciard. t.1. p.128. mezzo circa, ediz. di Friburgo, t.2. p.240. principio. e altrove spessissimo e vedi la Crus. Esperimentato nelle guerre, nel governo, a ec. Sperimentato ib. p.131. mezzo circa ec.

(17. Gen. 1824.)

 

Sopraddiminutivi greci. pñliw-polÛxnh-polÛxnion.

(18. Gen. Domenica. 1824.)

 

[4018]Spagn. tragar - trÅgv aor. 2 ¦tragon, onde tr‹ghma ec. e fors'anche tr‹gow.

(18. Gen. 1824. Domenica.)

 

I participii passivi di verbi transitivi usati in forma attiva, sì in lat. sì quelli massime delle lingue moderne, s'usano per lo più (e nelle lingue moderne forse tutti) assolutamente, o almeno senz'accusativo, insomma intransitivamente, sia che s'usino in forma aggettiva o di participio o comunque.

(18. Gen. 1824. Domenica.)

 

Altro per nessuno o alcuno o ridondante, del che altrove. Non sì ch'io speri averne altra corona. Macchiavelli, Capitolo della ingratitudine v.7. cioè averne corona, o averne nessuna o alcuna corona.

(18. Gen. 1824.)

 

Nascere per avvenire, del che altrove non molto addietro. Dunque se spesso qualche cosa è vista Nascere impetuosa ed importuna Che 'l petto di ciascun turba e contrista, Non ne pigliare ammiration alcuna. (qualche tristo avvenimento). Macchiavelli Capitolo dell'Ambitione, v.172-5.

(18. Gen. 1824. Domenica.)

 

Latinismi dell'ortografia italiana nel 500. del che altrove. Macchiavelli opp. 1550. par.5. p.47. fin. adverso; p.49. fin. admiration, e cento simili scritture.

(18. Gen. Domenica. 1824.)

 

Plurali in a. Urla, strida.

(18. Gen. Domenica. 1824.)

 

Alla p.3998. marg. fine. træblion o trublÛon catillus (sebben l'interpretano catinus), patella, trulla, ollula (v. Scap.) tutte voci diminutive. E forse questa voce greca è veramente diminutivo anche per significato, ma la sua voce positiva contuttociò non si trova, il che serve a confermare il nostro sospetto circa gli altri simili vocaboli, che sono però di senso positivo, cioè positivati, secondo noi. Lo stesso dico di JruallÜw diminutivo forse e di origine e di significato, ma che non trovandosene il positivo, non si ha per tale, nè quanto alla prima nè quanto al secondo. Luciano [4019]1. 88. ha JruallÛdion (come 1. 55. JruallÛda) dove puoi veder le note. ƒIsxÛon, forse è diminutivo positivato di àsxiw, o che questo volesse anche dir coscia, ec. o àsxÛon originariamente volesse dir lombo o anche lombo. Certo àsxiw, è voce poco nota, e che si ha, credo io, solamente da Esichio, onde ben potrebbe avere avuto uno o più de' significati d'isxÛon, senza che noi lo sappiamo.

(19. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Bouillon da bulla, bolla. (19. Gen. 1824.). Bouillonnement, bouillonner. Bulicare è corruzione di bollicare, dal quale abbiamo infatti bollicamento, e così bulicame è per bollicame che non si trova, sia che queste voci vengano a dirittura da bolla come le suddette francesi, sia da bollire (che vien da bolla), come par voglia la Crusca, che spiega bollicamento per leggier bollimento (sarebbe dunque diminutivo), e bulicare per bollire, di cui sarebbe frequentativo o diminutivo o frequentativo-diminutivo. Bulicame però non ha che far con bollire, bensì con bolla. Eccetto pigliando bollire, per far bolle senza fervore: v. Bollire §.4. e il Forcell. Pare però che bulicame si dica propriamente delle acque bollenti benchè senza fuoco. ec. (19. Gen. 1824.). Vedi la pag.4004. capoverso 2. Moisson diminutivo positivato di messis.

(19. Gen. 1824.)

 

Sufrido per sofferente.

(20. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Gragnuola. V. Crus. franc. spagn. Gloss. Forc. ec. (20. Gen. 1824.).

 

Passava un pescivendolo, con un paniere di pesci sul capo, vicino a un filare d'alberi che costeggiava la sua strada, e da un ramo d'olmo che sporgeva in fuori, fugli infilzato un pesce. Piscium et summa genus haesit ulmo. Ecco rinovato questo prodigio, o dimostrato possibile questo impossibile, di cui vedi Archiloco appo Stobeo nel capitolo della speranza.

(20. Gen. 1824.)

 

[4020]Al detto altrove di metari aggiungi immetatus.

(21. Gen. 1824.)

 

Della differenza naturale e artificiale del gusto e del bello presso le varie nazioni e tempi, nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi il primo capitolo del Saggio sull'epica poesia del Voltaire ne' suoi opuscoli tradotti e stampati in Venezia appresso il Milocco colla data di Londra nel 1760 (volumi 3), volume 2° principio.

(21. Gen. 1824.)

 

Grecismo. Soplandole, le ponìa (cioè le hazia, lo rendeva) redondo como una pelota, Cervantes, Prologo al Letor de la segunda parte del Don Quijote, p.3. Frase familiare agli spagnuoli e tutta greca. Nel latino ponere per efformare non è col doppio accusativo, cioè sostantivo o pronome ec. e aggettivo, e non equivale a rendere, far divenire, benchè spetti a questo genere di significazione ed uso del greco Jhmi, e del resto è una frase tolta a dirittura dal greco e imitata, laddove la spagnuola è volgare e non è certo imitata dal greco.

(21. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati greci. mhrÛon per mhrñw. Nóta ch'è proprio di Omero e di Esiodo (antichissimo cioè, o ionico, come altrove) da' quali, al suo solito, lo piglia Luciano nel Prometheus sive Caucasus, opp. 1687. Amstelodami, t.1. p.183. e de Sacrificiis p.363.

(21. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. V. Forcell. in Spatha, spatula, spathalium, lo Scap. in sp‹Jh, spaJÛon, spaJÜw ec. la Crus. in spatola, spazzola ec. il Gloss. i franc. gli spagn.

(21. Gen. 1824.)

 

A proposito di fusa lat. ho notato altrove il plur. loci e loca e simili. Da mhròw in plur. mhroÜ et mhrŒ apud poetas per metaplasmum, dice lo Scapula. E così altri plurali assai, greci, o doppi (sia neutri e masc. sia fem. e masc. ec.) o diversi dal genere del sing. ec. de' quali v. i grammatici. (21. Gen. 1824.). Loca in lat. dal sing. locus, è anche de' prosatori.

 

[4021]KakodaÛmvn per che ha gli déi nemici, del che altrove. Luciano de Sacrificiis. t.1. p.362. init.

(21. Gen. 1824.)

 

Figliuolo per figlio, diminutivo o vezzeggiativo positivato, di cui altrove. Credo anche in greco si dica talora teknÛon senza intenzione nè di diminuire nè di vezzeggiare.

(21. Gen. 1824.)

 

Desapercebido per isprovvisto, imprudens. Cervant. D. Quij. par.2. cap.1. p.4. ed. di Madrid. V. il detto altrove di apercebido. E simili altri participii s'intenda che hanno tali significazioni anche coll'aggiunta del des ec. privativo in ispagnuolo, dell'in ec. in italiano ec. ec.

(22. Gen. 1824.)

 

Rinnovellare, innovellare, renouveler, renovello, lat. (v. gli spagn.) ec. diminutivi positivati; si aggiungano al detto altrove di novellus ec.

(22. Gen. 1824.)

 

Quanto allo stile e al bene scrivere, immensa fatica è bisogno per saper fare, ed ottenuto questo, non meno grande si richiede sempre per fare. E tanto è lungi che il saper fare tolga la fatica del fare, che anzi quanto quello è maggiore, con maggior fatica si compone, perchè tanto meglio si vuol fare e si fa, il che costa tanto di più a proporzione. Così nelle arti belle e in altre faccende d'ingegno ec. (23. Gen. 1824.). Non così riguardo all'invenzione sì nello scrivere sì nelle arti. ec. ec.

 

Fora plurale di foro (foramen).

(23. Gen. 1824.)

 

Piacere della vita. Una statua, una pittura ec. con un gesto, un portamento, un moto vivo, spiccato ed ardito, ancorchè non bello questo, nè bene eseguita quella, ci rapisce subito gli occhi a se, ancorchè in una galleria d'altre mille, e ci diletta, almeno a prima vista, più che tutte queste altre, s'elle sono di atto riposato ec., sieno pure perfettissime. E in parità di perfezione, quella, anche in seguito, ci diletta più di queste. [4022]Così non la pensa la Staël nella Corinna dove pretende che sia debito e proprio della pittura e scultura il riposo delle figure, ma s'inganna, testimonio l'esperienza. ec. ec.

(24. Gen. 1824.)

 

Alla p.4017. „O m‹gow ¢n tosoætÄ (intanto) d˜da kaiom¡nhn ¦xvn ec. Luciano in Necyomantia. t.1. p.331.

(25. Gen. Domenica. 1824.)

 

Composti spagnuoli. Cariredondo (facciatonda). D. Quij. par.2. cap.3. principio.

(25. Gen. Domenica. 1824.)

 

Bobo spagn. co' derivati aggiungasi, se v'ha punto che fare, al detto altrove di baubari ec.

(26. Gen. 1824.)

 

I participii passivi di verbi attivi o neutri usati nelle lingue moderne in senso att. o neutro, sono quelli per lo più o tutti e questi molte volte nell'italiano, e massime nello spagn. ec. di senso non passato, ma presente o significante abitudine di quella tal cosa che è significata dal verbo. Così bien hablado (D. Quij. par.2. cap.7. principio) per buen hablador ec. Così errato, errado per errante, di cui altrove. Sudato per sudante ec. Così pesado per pesante. Così tanti altri participii neutri, massime spagnuoli, che per questa qualità di significazione presente o indicante abitudine ec. meritano di esser considerati, giacchè i participii passivi di verbi neutri in significazione passata, come caduto, morto ec. sono regolari e ordinarissimi e infiniti sì nello spagnuolo che nell'italiano e francese ec. (26. Gen. 1824.), come dico altrove.

 

Al detto altrove di excito, suscito ec. in più luoghi, aggiungi nel Forc. Procitant e Procitare.

(26. Gen. 1824.)

 

Sopraddiminut. franc. Feuilleton (fogliettino).

(27. Gen. 1824.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi o frequentativi-diminutivi o diminutivi positivati, italiani. Rinfocolare, rinfocolamento, da rinfocare ec.

(27. Gen. 1824.)

 

[4023]Diceva il tale che da giovanetto quando da principio entrò nel mondo aveva proposto di non mai adulare, ma che presto se n'era rimosso, perchè essendo stato più tempo senza lodar mai nessuna persona e nessuna cosa, e vedendo che non troverebbe nulla a lodare se voleva durare nel suo proposito, temette disimparare per difetto d'esercizio quella parte della rettorica che tratta dell'encomiastica, la qual cosa, come fresco ch'egli era allora di studi, gli era a cuore che non succedesse, premendogli di conservarsi coll'esercizio le cose che aveva recentemente imparate.

(27. Gen. 1824.)

 

Alla osservazione del Mai sopra il modo in cui ne' codici è scritto il gn indicante esser più vera la pronunzia spagnuola, tedesca ec. cioè g-n, che l'italiana, osservisi, oltre il detto altrove, che molte voci latine o dal latino venute che hanno in latino il gn, in ispagnuolo si scrivono ñ, cioè pronunziansi gn all'italiana, come parmi aver detto altrove coll'esempio di cuñado (cognatus), a cui si può aggiungere leña (ligna) femin. eccetto se tali voci non son prese in ispagnuolo dall'italiano o dal francese piuttosto che dal latino a dirittura da cui hanno la prima origine. Infatti p.e. noi appunto diciamo legna femmin. nel senso spagnuolo, ed è voce propria nostra (lignum si dice in ispagnuolo altrimenti, cioè madera ec. come in francese bois ec.) e cuñado sta nel senso italiano per fratello o sorella della moglie o del marito ec. Ed è a notare che la maggior parte forse delle voci spagnuole derivanti dal latino e che in latino hanno il gn, si scrivono in ispagn. gn, pronunziando g-n, come digno, ignorante, magnifico (però tamaño e quamaño ec.) ec. ovvero n semplice per ellissi della n, che indica l'antica pronunzia spagnuola in quelle voci essere stata g-n e non all'italiana. [4024]

(28. Gen. 1824.). Señal co' derivati ec. è dal latino o dall'italiano?

 

Frequentativo o diminut. positivato ec. Modulor da modus, se già questo e gli altri simili, come nidulor di cui altrove, non sono di formazione in ul non diminutiva, come iaculus, speculum ec. da cui iaculor, speculor ec. ma modulor sarebbe a dirittura da modus, del che non so altro esempio, se modulor è non diminutivo, e così nidulor ec., e se sono da un modulus, nidulus ec. (v. Forcell.) in tal caso sono diminutivi positivati, o frequentativi piuttosto.

(29. Gen. 1824.)

 

I nostri viaggiatori hanno raccolto un dizionario delle loro parole (degli esquimesi popolo verso la Groenlandia, il meno stupido di tutti i selvaggi del Nord), che son più di 500. Quanto ai numeri le loro cognizioni sono molto limitate. Notizia del secondo viaggio (1821-3.) e ritorno del Cap. Parry, estratta dalla gazzetta letteraria di Londra del 25. Ott. e dell'1. Nov. 1824. nell'Antologia di Firenze. num.36. p.120.

(29. Gen. 1824.)

 

Dice per dicono, ovvero per un dice (on cioè un dit), l'uom dice, alcun dice (come hanno buoni autori nello stesso senso), altri dice, la persona dice (Passavanti usa la persona in questo senso), la gente dice (buoni autori) si dice;[91] nel qual caso ella sarebbe un'ellissi, come anche in greco fhsÜ ec. per fasÜ, sarebbe ellissi di fhsÜ tÜw ec. del che altrove. Cervantes nel D. Quijote par.1. cap.50. ed. d'Amberes o Anversa 1697. p.584. tom.1. lin.4. avanti il fine, dove si legge dizen, la mia edizione di Madrid ha dice.

(30. Gen. 1824.). V. p.4026.

 

Al detto altrove di despertar aggiungi che gli spagnuoli hanno anche l'agg. despierto cioè experrectus.

(31. Gen. 1824.)

 

Gli uomini di natura, costume, o circostanza ed occasione, allegri, sono generalmente disposti a far servigio o beneficio, e compatire, [4025]e i malinconici in contrario, o certo meno. Di ciò equivalentemente ho detto altrove molto a lungo.

(31. Gen. 1824.)

 

Qual cosa più snaturata che il non allattare le madri i propri figliuoli? Ma egli è certo per mille esperienze che le donne civilmente nutrite di radissimo possono sostenere senza gran detrimento della salute loro, e pericolo eziandio della vita, il travaglio dell'allattare. Il che è lo stesso quanto a loro che se fossero impotenti a generare. E questo costume è antichissimo (a quel che credo), sin da quando incominciarono le donne nobili o benestanti a far vita sedentaria e non faticata. Raccolgasene se lo stato civile convenga all'uomo.

(1. Feb. 1824.)

 

Abbraciare, bragia, brage, brace ec. co' derivati (e v. i franc. spagn. Forc. Gloss.) aggiungansi al detto altrove in proposito delle lettere br usitate nelle nostre lingue nelle voci significanti arsione ec.

(2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.)

 

Alla p.4017. V. pure il Guicc. l.3. p.271. sopra Massimiliano Imp. in cui quel voler fare l'impresa degl'Infedeli pare fosse un semplice pretesto, e mostra che questo pretesto o discorso qualunque era allora e in simili tempi uno degli spedienti della politica, o diplomatica, un luogo comune, usitato e valevole con tutte le corti o potentati cristiani e con tutti i popoli cristiani.

(2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.). V. p.4044.

 

Altro per niuno ec. come altrove. Guicc. 1. 274. ed. di Friburgo lib.3. senza cercare altra risposta per senza più cercare la risposta.

(2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.)

 

Divisato per déguisé, del che altrove. V. la Crusca in dissimigliato, esempio primo. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria Santissima. 1824.). Divisar per vedere, discernere, scorgere cogli occhi. D. Quij.

 

[4026]Alla p.4024. Del resto anche fasÜ, aiunt, dicen, dicono, narrano, vogliono, credono ec. ec. è un'assoluta ellissi degli stessi nomi o pronomi sopraddetti, o d'altri simili, o diversi, fatti plurali.

(3. Feb. 1824.)

 

AétÛka in modo simile allo spagn. luego, del che altrove. V. Plat. in Phaedro, opp. ed. Astii t.1. p.144. E.

(4. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Gergo-jargon. V. gli spagn. ec.

(7. Feb. 1824.)

 

Nascere per gen¡sJai, di che altrove. V. Guicciardini, ed. Friburgo t.1. p.339. lin.5. a fine.

(7. Feb. 1824.)

 

Altro per niuno, del che altrove. V. il med. ib. p.340. lin.13. (7. Feb. 1824.). E notisi il nostro uso del pronome altri sing. nel significato di cui v. la pag.4024. capoverso 3., significato che spetta a questo proposito, e talora è anche de' francesi, i quali dicono per es. (credo in linguaggio familiare o burlesco) comme dit l'autre, parlando, v.g., d'un proverbio ec., cioè comme on dit. V. i Diz. franc. e spagn.

(9. Feb. 1824.)

 

La eccessiva potenza di attenzione è al tempo stesso e per se medesima, potenza di distrazione, perchè ogni oggetto vi rapisce facilmente e potentemente la attenzione distogliendola dagli altri, e l'attenzione si divide; sicchè è anche, per se medesima, impotenza o difficoltà di attenzione, e facilità di attenzione, cose contrarie dirittamente a lei, onde sembra impossibile ch'ella sia insieme l'uno e l'altro, ma il troppo è sempre padre del nulla o volge al suo contrario, come altrove. Quindi principalmente nasce la incapacità di attenzione ne' fanciulli ec. ec.

(9. Feb. 1824.)

 

Dico altrove[92] che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne' secoli inferiori, alterandone l'armonia, alterarne la costruzione l'ordine e l'indole ec. perchè da un medesimo periodo o costrutto diversamente [4027]pronunziato, non risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che anche indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de' secoli inferiori (come pure i latini, gl'italiani, e tutti gli altri ne' tempi di corrotto gusto e letteratura) amavano e volevano un'armonia diversa per se ed assolutamente e in quanto armonia da quella degli antichi, cioè sonante, alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec. Questa dagli esperti si ravvisa a prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti greci di detti secoli, anche de' migliori, ed anch'essi atticisti, formati sugli antichi, imitatori, ec. Tanto che questo numero, diverso dall'antico e della qualità predetta, che quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e de' principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per discernere gl'imitatori e più recenti, che spesso sono del resto curiosissimamente conformi agli antichi, da' classici originali e de' buoni tempi della greca letteratura. Ora il diverso gusto nell'armonia e numero di prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri, occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad alterare, anche negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l'ordine della lingua, come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in Longino, perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico, e si conosce ch'è fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe risultato, e il quale altresì non è antico. (Così dicasi dell'alterazione cagionata ne' costrutti ec. dalla mutata pronunzia). Questa causa di corruzione è da porsi fra quelle che produssero e producono universalmente l'alterazione e corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi tutte) i secoli di gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di sopra e diverso da quello de' loro antichi. Si [4028]conosce a prima vista, e indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato) per la differenza e per la detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè quello sia de' migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ottimo per se in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e uniformità (vera o apparente, come dico altrove) del numero, alla quale subito si riconosce il suo stile, diverso principalmente per questo (quanto all'estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e concettuzzi che spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano) da' nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti. Che dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di Livio? non che di Cesare, e de' più antichi e semplici, che Cicerone nell'Oratore dice mancar tutti del numero, s'intende del colto, perchè senza un numero non possono essere. V. p. seg. Che dirò di Lucano, dell'autore del Moretum, Stazio ec. rispetto a Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e depravazione del numero dovette necessariamente essere una delle maggiori cagioni dell'alterazione della lingua sì greca, sì latina e italiana, sì ec., massime quanto ai costrutti e l'ordine, e quindi alla frase e frasi, e quindi all'indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le semplici parole per servire al numero, e grattar l'orecchio avido di nuovi e spiccati suoni, o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone, come in greco, o troncandole come tra noi (l'uso de' troncamenti è singolarmente proprio del Pallavicini, e de' secentisti e de' più moderni da loro in poi), avendo riguardo sì al suono della parola in se, sì al suo effetto nella composizione e nel periodo. (9. Feb. 1824.). Veggasi il detto altrove su d'alcuni sforzati costrutti d'Isocrate per evitare il concorso (conflitto) delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo proposito per quanto gli può toccare, il detto altrove sul vario gusto de' greci, lat. e ital. in diversi tempi, circa il concorso, l'abbondanza ec. delle vocali). Ora se questo accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto [a] [4029]migliaia d'altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro della lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran colmo ec. ec. che cosa doveva accadere ne' secoli bassi ne' quali ec. fra gl'imitatori ec. la più parte, com'era allora non greci di patria, ma dell'Asia, e questa anche alta, non la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come Gioseffo, Porfirio e tanti altri ec. ec.?

(10. Feb. 1824.)

 

Alla p. preced. marg. In verità ed essi, e i greci ripresi da Cicerone ibid. di mancar di numero, che sono molti e classici, e i nostri trecentisti, e i cinquecentisti, (la più parte non numerosi, e tutti, [salvo lo Speroni, in ciò affettato e falso, ma diversamente da' posteri,] poco solleciti del numero) hanno pure un numero benchè incolto più o meno, e casuale, pur proprio e certo e riconoscibile, o loro, o della lingua ec. e da questo è diverso quello degl'inferiori corrotti ec. ec.

(10. Feb. 1824.). V. p.4034.

 

Grecismo. Collakñlla e kñllh coi derivati e composti della voce ital. e della greca. E vedi Forc. Gloss. i franc. gli spagn. Potrebbe però essere stata tolta questa voce a dirittura dal greco, anche ne' bassi tempi, se si considera come assolutamente tecnica, ma ella è in verità, almeno oggi, di volgarissimo uso, come ciò che ella significa.

(11. Feb. 1824.)

 

Plurali in a. Mantella plur. di mantello. (11. Feb. 1824.). Peccata. Uscia. (Machiavelli par.5. p.151.).

 

Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare o abbarbicarsi. Al detto altrove sopra i nostri verbi in icare, fatti da verbi originali usati o no, o pur da nomi ec. (11. Feb. 1824.). Barbare-barbicare.

 

Diminutivi greci positivati. Vedi svmtion per sÇma senza niuna causa di diminuzione, in Apollon. Dysc. Mirabil. c.3. ed appresso altri, e v. lo Scapula.

(11. Feb. 1824.)

 

[4030] Claquer-claqueter che l'Alberti chiama frequentativo di quello. Crier-criailler, della qual sorta di verbi dico altrove.

(12. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Clientolo. Maillet-mail, maglio, malleus. Che la et in francese ne' verbi e ne' nomi sia per se diminutivo o frequentativo ec. come la ett in italiano vedesi per lo pensiero precedente e per mille altri esempi ec.

(13. Feb. 1824.)

 

Nascere per accadere. ec. Se altro di meglio non nasce. Machiav. Clitia At.5. sc.2. fine.

(13. Feb. 1824.)

 

Altro per nulla o alcuna cosa ec. V. il pens. preced. e le molte nostre frasi simili.

(13. Feb. 1824.)

 

Faventia-Faenza. (14. Feb. 1824.). Faentini (Guicc. 1. 418. 419. ec. Faventini, come in lat.). Fayence per Faenza e per una città di Francia, lat. Faventia.

 

Immutatus, immixtus affermativi e negativi. Al detto altrove in proposito d'intentatus.

(14. Feb. 1824.)

 

Raddoppiamenti greci, del che altrove. ¤lhlam¡now, ¤lhlegm¡now, ôrvrugm¡now, Žlhleimm¡now, Žl®leimmai ec. rare ec.

(14. Feb. 1824.)

 

Cangiamento del cul lat. in chi ital. Bernoccolo (voce affatto italiana, v. però il Gloss. e i vari dizionari) co' suoi derivati bernocchio che vale lo stesso.

(15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. Suggramm‹tion. V. Luciano in principio dell'Erodoto, dove pare che sia positivato, e lo Scapula ec. se v'ha nulla a proposito.

(15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.)

 

Neanche ad Erodoto par che fosse nativo il dialetto ionico (a proposito del detto altrove), a quanto osservo nella nota del Palmerio al principio dell'Herodotus sive Aetion di Luciano.

(15. Febbraio. 1824.)

 

[4031]Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle varie nazioni, anche contro quello che porterebbe il rispettivo loro clima e l'altre circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che i principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a fare col clima, o ne derivano, o quando anche non ne derivino, e vengano da cagioni affatto diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d'esso clima o dell'altre condizioni naturali d'essa nazione o popolo o cittadinanza ec. Per es. io non dirò che il modo della vita sociale rispetto alla conversazione e all'altre infinite cose che da questa dipendono o sono influite, proceda assolutamente e sia determinato nelle varie nazioni d'Europa dal loro clima, ma certo ne' vari modi tenuti da ciascuna, e propri di ciascuna quasi fin da quando furono ridotte a precisa civiltà e distinta forma nazionale, ovvero da più o men tempo, si scopre una curiosissima conformità generale col rispettivo clima in generale considerato. Il clima d'Italia e di Spagna è clima da passeggiate e massime nelle lor parti più meridionali. Ora queste nazioni non hanno conversazione affatto, nè se ne dilettano: e quel poco che ve n'è in Italia, è nella sua parte più settentrionale, in Lombardia, dove certo si conversa assai più che in Toscana, a Napoli, nel Marchegiano, in Romagna, dove si villeggia [4032]e si fanno tuttodì partite di piacere, ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma non si conversa; in Roma ec. Il clima d'Inghilterra e di Germania chiude gli uomini in casa propria, quindi è loro nazionale e caratteristica la vita domestica, con tutte l'altre infinite qualità di carattere e di costume e di opinione, che nascono o sono modificate da tale abitudine. Pur vi si conversa più assai che in Italia e Spagna (che son l'eccesso contrario alla conversazione) perchè il clima è per tale sua natura meno nemico alla conversazione, poichè obbligandoli a vivere il più del tempo sotto tetto e privandoli de' piaceri della natura, ispira loro il desiderio di stare insieme, per supplire a quelli, e riparare al vôto del tempo ec. Il clima della Francia ch'è il centro della conversazione, e la cui vita e carattere e costumi e opinioni è tutto conversazione, tiene appunto il mezzo tra quelli d'Italia e Spagna, Inghilterra e Germania, non vietando il sortire, e il trasferirsi da luogo a luogo, e rendendo aggradevole il soggiornare al coperto: siccome la vita d'Inghilterra e Germania tiene appunto il mezzo, massime in quest'ultimi tempi, per rispetto alla conversazione, tra la vita d'Italia e Spagna e quella di Francia, e così il carattere ec. che ne dipende. E già in mille altre cose la Francia, siccome il suo clima, tiene il mezzo fra' meridionali e settentrionali, del che altrove in più luoghi. Non parlo delle meno estrinseche e più spirituali influenze del clima sulla complessione e abitudine del corpo e dello spirito, anche fin dalla nascita, che pur grandissimamente [4033]contribuiscono a cagionare e determinare la varietà che si vede nella vita delle nazioni, popolazioni, individui tutti partecipi (come son oggi) di una stessa sorta di civiltà, circa il genio e l'uso della conversazione.

(15. Feb. 1824.)

 

Oéd¢n j¡non pnu ¢spoudakÆw ¢kÜ toÝw ŽrÛstoiw êpò soè gnvrÛzesJai, ¤k t°w gan ¤piJumÛaw eÞw toénantÛon, diataraxJeÛw, ¤n¡peson. Lucian. pro lapsu inter salutandum. opp. t.1. 502. Amstel. 1687.

(16. Feb. 1824.)

 

Appartiene al detto altrove sopra lo spagn. luego ec. la frase Jçw Žrxñmenow, e la corrispondente lat. statim ab initio o a principio ec. e quella di Luciano, loc. sup. cit. p.498. Jçw ¤n Žrx» e prÇton Jçw, e simili che puoi cercare nel Forcell. Scap. ec.

(16. Feb. 1824.)

 

Fiorito, fleuri ec. per fiorente, come età fiorita cioè che fiorisce, floret.

(16. Feb. 1824.)

 

Giuntare per truffare ec. viene da iungo-iunctum come juntar spagn. in altro senso, poichè anche giungere si usa per giuntare che in questo senso, tutto italiano, n'è un continuativo. Pur da iungere viene aggiuntare per giuntare (Machiav. Mandrag. at.3. sc.9. la Crus. ha il verbale aggiuntatore), come il nostro volgare aggiuntare e lo spagn. ayuntar ec. in altro senso. E v. il Gloss. Giunto per giunteria. Crus.

(17. Feb. 1824.)

 

[4034] Imprenta, imprentare ec. impronta, improntare ec. quasi imprimita, imprimitare da imprimitum, supino regolare inusitato, per impressum.

(17. Feb. 1824.)

 

ƒEJ¡lv per dænamai o piuttosto per m¡llv, del che altrove. V. Plat. de Rep. 4. opp. ed. Ast. t.4. p.200. B.

(18. Febbraio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Compagnon.

(20. Feb. 1824.)

 

Bequeter (beccare) frequentativo o diminutivo. Gresset Ver-vert, Chant premier.

(20. Feb. 1824.). Feuilleter.

 

Diminutivi positivati. Avorton, menton mentonnière ec.

(20. Feb. 1824.). Flacon-fiasco.

 

KaÜ ÷lvw p‹ntvn õ poluchfñtatow ¤n paideÛ& ge, kaÜ m‹lista ÷sÄ t¯n leuk¯n ŽeÜ kaÜ sÅzousan f¡reiw (Lucian. in Harmonide ad. fin.) E massime in quanto, o in quanto che. Grecismo dell'italiano in questa e molte simili nostre frasi.

(21. Feb. 1824.). V. franc. e spagn. ec.

 

Alla p.4029. Il numero o suono del periodo de' trecentisti è un tale proprio loro, e ben diverso generalmente da quello de' Cinquecentisti; e così non solo tutte le lingue, ma ciascun secolo di esse, anche quelli in cui non si coltiva il numero, hanno un periodo loro proprio quanto al suono, e diverso da quello degli altri secoli, anzi tanto più proprio loro e più diverso dagli altri, quanto il numero v'è meno studiato, perchè l'arte, sempre la stessa, induce conformità, onde due secoli studiosi del numero, ancorchè distanti, possono facilmente rassomigliarsi insieme, più che gli altri: quando infatti veggiamo anche tra diverse lingue tal somiglianza, come tra greco e latino e tra latino e italiano negli scrittori che sono studiosi [4035]del numero.

(21. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Vallon, coteau, costola ec.

(21. Feb. 1824.). Rayon, pavot.

 

Genitivo plurale in vece dell'accusativo col pronome alcuni o alcuno del che altrove. Luciano in Scytha, opp. 1687. t. I. p.598. init. deÝjai tÇn lñgvn êmÝn cioè ex meis orationibus o doctrinis, il qual luogo è bene interpretato dal Grevio nella fine del tomo, il quale è da vedere.

(22. Feb. Domenica. 1824.)

 

Grecismo dell'italiano. Se non quanto o in quanto o quanto che, o in quanto che par„ ÷son. V. Luciano loc. cit. qui sopra, ad fin. p.599. e lo Scapula ec. e i franc. e spagn. ec.

(22. Feb. 1824. Domenica.)

 

SÛllow, sÛlloi o silloÜ si fa derivare da àllow occhio parŒ diaseÛein toçw àllouw. V. Scap. e Menag. ad Laert. in Timon. IX. 111. Consento che venga da àllow, ma non che ci abbia a fare il seÛein, formazione d'altronde molto inverisimile. Io credo che sÛllow sia lo stesso affatto che àllow in origine, aggiuntoci il sigma in luogo dello spirito, benchè lene, all'uso latino circa lo spirito denso e al modo che gli Eoli usavano il digamma, ossia il v latino (e quindi i latini il v) in vece anche dello spirito lene, nel principio delle parole. Veggasi il detto altrove di sèkon ch'io credo essere venuto da un ðkon o oïkon. Da sÛllow occhio la metafora trasportò il significato a derisione ec. quasi dicesse, come diciamo noi, occhiolino ec. onde sillaÛnein sarebbe quasi far l'occhiolino, in senso però di deridere ec. La metafora è naturale, perchè il riso generalmente, ma in ispezieltà la derisione risiede e si esprime cogli occhi principalmente e molte volte con essi unicamente.

(22. Febbraio 1824. Domenica di Sessagesima.)

 

…Ejv tÇn Êtvn fuorchè l'orecchie. Luciano opp. 1687. p.580. ad fin. t.1. Di quest'uso del greco ¦jv conforme all'italiano fuori, fuorchè, infuori ec. e al francese hors, hormis ec. e allo spagn. fuera, fuera de que (oltre di che) ec. (anche in greco s'usa, mi pare, ¦jv o simil voce per oltre. V. lo Scap. e il Forcell. ec.) dico altrove, se ben mi ricordo. (22. Feb. Domenica di Sessagesima. 1824.)

 

[4036] Accortare, scortare. Al detto altrove di curto as. (23. Feb. 1824.). Accorciare, scorciare ec. co' derivati ec. non sono che corruzioni, e vengono pur da curtare.

(23. Feb. 1824.)

 

Capter, Cattare ec. Al detto altrove di captare.

(25. Feb. 1824.). Riscattare, rescatar ec. catar, di cui altrove, è forse da captare?

 

Faventini, del che altrove. Guicc. t.2. p.34-36.

(25. Feb. 1824.)

 

Rilevato per che rileva, cioè pesa, cioè importa. Nardi spesso nella Vita del Giacomini.

(25. Feb. 1824.).

 

Al detto altrove di suppeditare aggiungi che nel D. Quij. par.2. cap. 18. fine, io trovo supeditar per calpestare.

(28. Feb. 1824.)

 

L'uso della sinizesi da me altrove in moltissimi luoghi distesamente notato ne' latini e dimostrata volgare fra loro e familiare ec. osservisi essere un'altra delle conformità del volgar latino colle nostre lingue, in cui essa sinizesi non è pur volgare, ma regolare ec. ec.

(28. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Struzzo-struzzolo.

(28. Feb. 1824.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi ital. Balzare balzellare.

(28. Feb. 1824.)

 

Pelle per donna ec. nostro modo osceno. V. il Forc. in Scortum e in Pellex ec. e la Crus. se ha nulla.

(28. Feb. 1824.)

 

…Allo per oéd¢n ridondante come in italiano, del qual modo italiano corrispondente anche ad un altro analogo modo greco, ho detto altrove in più luoghi. Luciano nel fine del libretto perÜ ŽsrtrologÛaw (se però è suo): „Upò dÛnú tÇn Žst¡rvn mhd¢n llo gÛgnesJai; per mhd¢n gÛgnesJai. E questo luogo dimostra l'origine di questa frase ed uso del pronome llow altri o llo altro, sì quanto al greco, sì quanto all'italiano. Perocchè viene propriamente a dire: mhd¢n llo µ aétò toèto din¡esJai; così senz'altro val propriamente senz'altro fuor della cosa medesima o delle cose di cui si parla. Vedi il detto da me lungamente circa la frase oéd¢n pl¡on sulla fine del Fedone, nelle mie note sopra Platone. E vedi anche il contesto del cit. luogo di Luciano.

(28. Feb. 1824.). V. la p. seg.

 

[4037]Jçw ¤n Žrx» tÇn lñgvn. Luciano opp. 1687. t.1. p.861: del che altrove.

(28. Febbraio. 1824.)

 

Alla p. preced. Qua spetta quel luogo del Guicc. lib.6. t.2. ed. Friburgo p.74. Ai Veneziani non pareva piccola grazia se non fossero molestati dagli altri. Cioè semplicemente non fossero molestati. Quel dagli altri ha relazione ai Veneziani medesimi, e vale insomma da nessuno, cioè infine ridonda affatto. Questo modo è ordinarissimo massime nel dir familiare.[93] E così credo che sia anche in greco e in latino[94] ed altresì in francese e spagnuolo le quali due lingue si osservino ancora circa gli altri modi notati di sopra ed altrove a questo proposito ec.

(29. Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.)

 

Halo ai avi atum - halitans, alitare (verbo e sostantivo ossia infinito sostantivato), haleter. V. gli Spagn. e il Gloss. ec. (29. Feb. 1824.)

 

Lino linis, livi, et lini, et levi, litum per linitum. Osservisi questo verbo quanto alla sua coniugazione che mi par faccia a proposito d'altri miei pensieri. Ed osservisi ancora insieme con esso il suo compagno linio is ivi linitum, coi composti ec. dell'uno e dell'altro.

(29. Feb. 1824.). Alo alis alui alitum altum alere.

 

Osado o ossado per che osa, ardito per che ardisce (aggettivati), hardi ec. atrevido per quien se atreve presente, anch'esso aggettivato: e simili.

(29. Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.)

 

Parrebbe che gli uomini sciolti, franchi nel conversare, e massime gli sprezzanti avessero più amor proprio degli altri e più stima di se, e i timidi meno. Tutto al contrario. I timidi per eccesso di amor proprio e per il troppo conto che fanno di se, temendo sempre di sfigurare e perdere la stima altrui o desiderando soverchiamente di acquistarla e di figurare, hanno sempre innanzi agli occhi il rischio del proprio onore, del proprio concetto, del proprio amore, e occupati e legati da questo pensiero, sono senza coraggio, e non si ardiscono mai. I franchi e gli sprezzanti fanno al contrario [4038]per la contraria cagione, cioè per aver poca cura e poco concetto di se, o desiderio della stima degli altri (che viene a essere il medesimo), sia che essi sieno tali per natura, o per abito acquisito. Così che essi offendono spesse volte e facilmente, o rischiano di offendere l'amor proprio degli altri, e n'hanno poca cura, per poco amor di se stessi. E i timidi lo risparmiano sempre con mille scrupoli e riguardi, e non impetrano mai da se stessi non che di lederlo menomamente, ma di porsene a rischio benchè leggero e lontano, e ciò per soverchio amor proprio, il quale parrebbe che dovesse principalmente offendere e muoverli ad offendere quello degli altri. E così per soverchia stima di se stessi, si guardano di mostrar dispregio degli altri, e infatti non gli spregiano, anzi gli stimano eccessivamente non per altro che per lo smisurato desiderio e conto che fanno della loro stima, anche conoscendoli di niun valore, o almeno per la gran tema che hanno di perderla, eziandio vedendo che la sarebbe piccola perdita per rispetto al merito di coloro. Tali sono ordinariamente i fanciulli e i giovani ancora inesperti e inesercitati nel commercio umano e nelle palestre dell'amor proprio, dov'esso riporta tanti colpi, che alla fine incallisce; e tali sono più o manco, per più o men lungo tempo, ed alcune per tutta la vita, le persone sensibili e immaginose, le quali restano sovente fanciulle anche in età matura, e vecchia, sì quanto a molte altre cose, sì quanto a questa della timidità nel consorzio umano, che in esse è sempre difficile a vincere più assai che negli altri, e in alcune è assolutamente invincibile, come fu in Rousseau. La cagione si è l'eccesso dell'amor proprio, inseparabile dalla soprabbondanza della vita e forza dell'animo; ed insieme la vivacità della immaginazione, la quale non mai veramente spenta in loro, nè anche quando pare affatto agghiacciata, e quando effettivamente ha cessato affatto di partorire alcun piacere all'individuo medesimo, continuamente, [4039]secondo la sua natura, va fingendo ad esso amor proprio che è per se vivissimo, mille falsi pericoli e difficoltà, o smisuratamente accrescendo e moltiplicando i veri. Sì, Rousseau e gli altri tali uomini sensibili e virtuosi e magnanimi, occupati sempre e legati da un'invincibile e irrepugnabile timidità, anzi mauvaise honte ed erubescenza, non furono e non son tali se non per eccesso di amor proprio e d'immaginazione. Altro danno e infelicità somma della soprabbondanza della vita interna dell'anima (oltre i tanti da me altrove notati), della sensibilità, della squisitezza dell'ingegno, della natura riflessiva, immaginosa ec. Poichè in essa l'amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di successi, e desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che gli altri non fanno, e impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli che gli altri con molto minor desiderio e bisogno conseguono facilissimamente ogni dì, ed evitano con molto minor tema, e che quando nol conseguissero o non lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e infelicitati, per la minore vivacità e sensibilità dell'amor proprio, ed anche della immaginazione, la quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi desiderano naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali successi incontrati nella società, delle Žsxhmosænai, che anche bene spesso non son vere affatto, ma fabbricate di pianta dall'immaginazione, e non esistono se non nell'idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi si propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno ottenuti nè possibili ad ottenere ec. ec.

(1. Marzo. penultimo dì di Carnevale. 1824.)

Ciò che ho detto dell'immaginazione, dico [4040]dell'amor proprio, il quale in questi tali, anche quando sembra rotto e fiaccato dall'uso de' mali, dispiaceri, punture ec. anzi minore assai che non è negli altri, e quasi al tutto agghiacciato, addormentato e spento, è sempre in verità vivissimo assai più che negli altri anche giovani e principianti, caldissimo, e ancora in istato da esser chiamato tenerezza di se stesso (come suol essere nella gioventù) benchè sia in loro più negativo che positivo, più atto a impedire che a cagionare, piuttosto causa di passione che d'azione ec. quale egli è proporzionatamente anche ne' primi anni di questi tali.

(3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.)

 

Infundo infusus-infuser.

(3. Marzo. 1824.).

 

Diminutivi positivati. Lucerta-lucertola, lucertolone.

(3. Marzo. 1824.). Lacerta-lacertola.

 

F‹v, faeÛnv, faeÛnomai. Alterazione di desinenza collo stesso significato, del che altrove.

(3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Fou-follet. V. i Diz. franc. in questa voce, e nóta che questo è un aggettivo. Noi pure folletto benchè per lo più sostantivato per la soppressione del nome spirito. E questa nostra voce (come fors'anche folle) par che venga dal francese o dal provenzale. Del resto v. la Crus. in folletto esem.2. e §.2. e gli spagnuoli.

(3. Marzo. dì delle S. Ceneri. 1824.)

 

Spiare-spieggiare. (3. Marzo, dì delle S. Ceneri. 1824.). Scoppiare, scoppiata sustantivo - scoppiettare, scoppiettata, scoppiettio.

(4. Marzo. 1824.). Incrociare-incrocicchiare, croce-crocicchio ec.

 

Al detto altrove di ôlÛgou o mikroè deÝn ec. aggiungi. Si dice anche assolutamente ôlÛgou (fors'anche mikroè) sottintendendosi il deÝn o d¡on, in senso di sxedòn ec. come appunto in italiano per poco. Plat. in Phaedro ec.

(4. Marzo 1824.)

 

Inadvertido, inavveduto, desconocido per sconoscente, malaccorto e [4041]simili si aggiungano al detto altrove circa i participii avveduto ec. aggettivati ec. Condolido per condolente, participio vero e non in senso d'aggettivo. D. Quij. par.2 cap.21. avanti il mezzo.

(4. Marzo 1824.)

 

Senz'altro patto per senza niun patto. Guicc. l.7. ed. Friburgo t. 2. p.124. principio. ed aggiunge assolutamente ch'è l'interpretazione espressa dell'anzidette parole.

(5. Marzo 1824.)

 

L'ulus de' lat. si cambia ordinariamente dagl'italiani in io (così l'ulum, e in ia l'ula), raddoppiando la consonante che lo precede, se ella in latino è pura, come oculus-occhio, nebula-nebbia ec.; se impura non si raddoppia, come masculus-maschio ec.

(5. Marzo 1824.)

 

Vischio, succhio sost. e molti simili, sembrano esser tutti diminutivi positivati, fatti nel modo detto nel pensiero precedente, e però venuti certo dal latino e probabilmente stati usati nel volgar latino in luogo de' loro positivi succus, viscum o viscus ec. ec. (5. Marzo 1824.). Così ho detto altrove de' nostri verbi in iare ec.

 

Tomber-tombolare, tombolata ec. (5. Marzo 1824.). Di tali verbi italiani, oltre diminutivi frequentativi vezzeggiativi ec. alcuni, anzi forse, almeno in molti casi, non pochi, sono disprezzativi.

(6. Marzo 1824.)

 

Al detto altrove di apparecchiare, aparejar ec. aggiungi sparecchiare e simili composti ec. ital. spagn. e franc.

(6. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. àxnow-àxnion diminutivo assolutamente positivato, e proprio, a quel che sembra, di Omero, (sopra il che altrove) benchè si trovi anche in Senof. nel Cineg. dove bisogna però vedere se è veramente positivato, o se essendo, non è preso da Omero.

(6. Marzo. 1824.)

 

Gli uomini sarebbono felici se non avessero cercato e non cercassero di esserlo. Così molte nazioni o paesi sarebbero ricchi e felici (di felicità nazionale) se il governo, anche con ottima e sincera intenzione, non cercasse [4042]di farli tali, usando a questo effetto dei mezzi (qualunque) in cose dove l'unico mezzo che convenga si è non usarne alcuno, lasciar far la natura, come p.e. nel commercio ch'è più prospero quanto è più libero, e men se ne impaccia il governo. Similmente dicasi de' filosofi ec. Del resto la vita umana è come il commercio; tanto più prospera quanto men gli uomini, i filosofi ec. se ne impacciano, men proccurano la sua felicità, lasciano più far la natura.

(7. Marzo. prima Domenica di Quaresima. 1824.)

 

Altro per nessuno o ridondante. Guicc. t.2. ed. Friburgo p.144. lin. penult.

(7. Marzo. I. Domenica di Quaresima. 1824.)

 

Jçw genñmenow ec. Questa forma è propria del greco, ed usasi eziandio con molti altri avverbi o significanti il med. che Jçw, o d'altro significato, come ‘ma, metajç (i quali ricevono anche il participio presente, secondo la natura del loro significato, ed altri participii, oltre i passati) ec. ed è chiamata, se non erro, propria degli attici (benchè si trova anche in autori anteriori, per dir così, all'atticismo, come in Anacr. od. 33. Jçw traf¡ntew od. 55 Jçw ÞdÅn ec.) - subito nato, dopo nato, appena nato ec. né à peine (vix natus) ec. despues de nacido ec. V. i Diz. franc. e spagn. e il Forcell. negli avv. corrispondenti a subito, dopo ec. simul ec.

(8. Marzo. 1824.)

 

Indigesto per indigeribile o difficile a digerire. - Indigesto per che non ha digerito o che non digerisce.

(8. Marzo. 1824.)

 

MinæJv-minuo, forse l'uno e l'altro da minæv, alterato nel greco colla interposizione del J, (cosa usata), conservato purissimo in latino, eziandio ne' composti: della qual conservazione dell'antichità appo i latini più che appo i greci, dico diffusamente altrove.

(8. Marzo 1824.)

 

[4043]ƒArgeÝow-argi-v-us. Orazio e Ovidio alla greca comune, argeus, l'uno in un luogo, e l'altro in un altro. Così da Žxaiñw, oltre achaeus, achivus che forse è più proprio latino e più volgare, e achaeus sarà solamente letterario, come anche argeus senza fallo; e forse altri simili.

(8. Marzo. 1824.)

 

Nè la occupazione nè il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l'uomo occupato o divertito comunque, è manco infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna. Perchè? se nè questi nè quelli sono punto superiori gli uni agli altri nel godimento e nel piacere, ch'è l'unico bene dell'uomo? Ciò vuol dire che la vita è per se stessa un male. Occupata o divertita, ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene nè piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perchè abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita, benchè questa sia senza alcun altro male particolare. Il sentir meno la vita, e l'abbreviarne l'apparenza è il sommo bene, o vogliam dire la somma minorazione di male e d'infelicità, che l'uomo possa conseguire. La noia è manifestamente un male, e l'annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun male nè dolore particolare, (anzi l'idea e la natura della noia esclude la presenza di qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all'individuo, ed occupantelo. Dunque la vita è semplicemente un male: e il non vivere, o il viver meno, sì per estensione che per intensione è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero preferibile per se ed assolutamente alla vita ec.

(8. Marzo. 1824.). V. p.4074.

 

[4044]Forse diminutivo positivato: sp®laion (spelaeum). V. i Less.

(9. Marzo. 1824.)

 

Alla p.4025. Vedilo pure tom.2. lib.7. p.18. l.8. p.219. analoghi a' quali v'ha diversi altri luoghi nello stesso autore.

(9. Marzo. 1824.). V. qui sotto.

 

Menare, portare, tirare ec. pel naso - t°w =inòw §lkein nello stesso senso. Lucian. Dial. Deor., Iov. et Iunon. t.1. opp. 1687. p.196. V. i Less. e la Crus. e il Forcell. e i francesi e gli spagnuoli (9. Marzo. 1824.). Nóta che Luciano lo usa come proverbio o modo di dire vulgato, colla voce fasÜ.

 

Laiòw - lae-v-us.

(9. Marzo 1824.).skaiñw - scae-v-us.

 

Al detto altrove dei verbali in bilis in ilis ec. ec. si aggiungano quelli formati da essi in ilitas, bilitas, e altri generi, siano del buono o del barbaro latino o delle lingue moderne, sia che i verbali da cui essi sono formati sieno individualmente noti o ignoti ec. ec., sia pure che tali nomi sostantivi verbali, derivino immediatamente dai verbi, e in tal caso bisogna vedere da che voce dei verbi e in che modo, secondo i rispettivi generi d'essi verbali.

(10. Marzo. 1824.)

 

Al capoverso 2. di questa pagina. Anche nella lega di Cambrai contro i Veneziani fu presa per pretesto, o maggior coonestazione, secondo l'uso di quelli e de' passati tempi, il voler far guerra contro i Turchi. V. il Guicc. t.2. p.180. e quivi le note, e p.186. sulla fine. Ed è notabile in questo caso tanto più questo pretesto, quanto per distruggere i Veneziani allegavano la necessità di farlo a volere opprimere i Turchi, de' quali i Veneziani erano i maggiori nemici, e quelli che avevano avuti seco maggiori guerre (come pur n'ebbero appresso), e fatti loro e riportatine maggiori danni. (10. Marzo. 1824.). V. p.4073.

 

Non ne fece altro per non ne fece nulla; non se ne fece altro; non se ne farà, se ne fa altro; modi consueti del nostro favellare. Non volle farne altro cioè nulla: nelle note al Guicciard. t.2. p.183.191.363.

(10. Marzo. 1824.)

 

In tutta l'Europa (massime in Italia, dove tutti gli assurdi e gl'inconvenienti sociali sono maggiori che altrove) non reca infamia l'essere [4045]o essere stato vizioso, nè l'aver commesso delitti (massime trattandosi di alcuni tali vizi e delitti, certi dei quali, anche atroci, fanno piuttosto onore, stima, e rispetto, che altro); ma bensì l'essere o l'essere stato punito di qualsivoglia vizio o misfatto, anzi pure della virtù o di azioni virtuose e degne di lode e di premio.[95] Negli Stati Uniti d'America l'opinione pubblica non attacca veruna infamia alla punizione, e il colpevole che è stato punito e rientra nella società, v'è tanto più esente da obbrobrio che l'impunito che in essa si aggira, quanto che 1. si considera ch'egli ha espiato colla pena subita il suo fallo, e riparato e data soddisfazione del torto fatto alla società, e pagato il debito contratto seco lei: 2. si giudica, come in fatti ordinariamente succede, che la pena, la quale colà si considera e si chiama penitenza (le prigioni si chiamano case di penitenza), e le cure che nel tempo di essa espressamente si usano per curare con rimedi sì fisici che morali il morale del colpevole, abbiano corretto e riformato il suo carattere, i suoi costumi, le sue inclinazioni, i suoi principii, e ridottolo alla buona strada, con che e di diritto e di fatto e di opinione egli torna intieramente a paro e a livello degli altri cittadini o forestieri. Vedi il racconto sulle prigioni di Nuova York nell'Antologia di Firenze num. 37. Gen. 1824. e in particolare la pag.54.

(11. Marzo. 1824.)

 

ƒEJ¡lv ¤grhgor¡v-J¡lv grhgor¡v possono essere esempi o di accrescimenti o di troncamenti fatti da' greci ai loro temi senz'alterazione di significato. Così p. ¤J¡lv, o quella sia la radice, o un troncamento, del che altrove.

(12. Marzo 1824.)

 

[4046] Acertado per que acierta o que suele acertar, tanto di persona, quanto di cosa. D. Quij. par.2. cap.25. verso il fine, cap.26. un poco sotto il principio. ec.

(12. Marzo. 1824.)

 

ƒEJ¡lv per dænamai ec. del che altrove. V. Luciano opp. 1687. tom.1. p.222. linea 10. in Dearum iudicio, e Plat. Phaedon. opp. ed. Astii, t.1. p.478. B.

(12. Marzo. 1824.)

 

Il nostro pronome si, massime nel dir toscano, spessissimo ridonda per grazia e proprietà di lingua e per idiotismo, contro le leggi grammaticali delle favelle. Così fra' latini il pronome sibi (a cui risponde il nostro si, che ne' detti casi non so se tutti, è dativo, come in se n'andò e simili), massime appo gli antichi, e questi, comici, onde siffatto uso dovette esser proprio del dir volgare o familiare. V. il Forcell. in Sui.

(13. Marzo. 1824.). V. qui sotto.

 

Essere in se (être en soi ec. V. i Diz. franc. e spagn.). ¤n ¥auÒ eänai - V. Luciano nel Dial. di Nettuno e Polifemo, opp.1687. t.1. p.241. fine. Così esso ed altri sovente. Il Forcellini non ha nulla in proposito, nè in Sui, nè in Sum.

(13. Marzo. 1824.)

 

Carra plur. di carro.

(14. Marzo. 2.a Domenica di Quaresima. 1824.)

 

Necessitado per que necessita, cioè ha menester, e si unisce anche col genitivo, come il suo verbo. D. Quij. in più luoghi. Quanto ad errado, di cui altrove, notisi che in ispagnuolo si dice anche errarse. D. Quij. par.2. cap.27. se havia errado (avea sbagliato).

(14. Marzo. 1824.)

 

Al capoverso 3. di questa pag. Dubito che anche in franc. e in ispagn. anche più vi sieno usi simili. V. per esempio il fine del pensiero preced.

(14. Marzo. 1824.)

 

I nostri nomi diminutivi o disprezzativi ec. in acchio ecchio ec. e i verbi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in acchiare ecchiare ec. sono di una forma espressamente originata dal latino, cioè dalla forma diminutiva o frequentativa [4047]ec. in culus e culare. Lo stesso dico de' nomi e verbi francesi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in ail aille ailler iller eiller (sommeiller) ec. de' quali altrove. E credo che anche lo spagn. in illo o illar ec. venga da essa forma latina (come periglio péril ec. da periculum, del che in più luoghi) più tosto che da quella in illus illare ec.

(15. Marzo. 1824.)

 

Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza infame che fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria de' barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto tempo (lasciando i romani), e sì propria che sempre che i greci scrivono d'amore in verso o in prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di questo siffatto, voluto fino ridurre in sentimentale da Platone massimamente, nel Convivio e più nel Fedro, e altrove, e da Senofonte poi nel Convivio. E Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata. Quanto noccia questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è manifesto ec. ec. Aggiungansi similmente gli spettacoli de' gladiatori, e l'altre barbarie romane ec. ec.

(15. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. Luciano nel Dialogo di Doride e di Teti dice prima ¤w kibvtòn e poi indifferentemente parlando della medesima arca kibÅtion, e poi di nuovo t¯n kibvtòn ed ² kibvtñw, e così anche nel Dial. di un Tritone e delle Nereidi ¤n kibvtÒ parlando della stessa arca. V. i Lessici ec. Ciò mostra che il significato di questo diminutivo e di questo positivo era conforme, o che anche in greco si usava elegantemente il diminutivo pel positivo o a piacere, o come catacresi o enallage ec., o comunque. Luciano non usa qui il diminutivo se non per variare o per grazia ed eleganza semplicemente senz'altra cagione, e senz'alcuna diversità di significato dal positivo che insieme adopera. (15. Marzo. 1824.)

 

[4048]Duplicazioni greche. gv-³gagen, ghxa, Žg®oxa, ŽgageÝn ec. Si chiamano modi attici, ma sono anche (con certe mutazioni, salvo però il raddoppiamento) anche degli Joni, dei Dori ec. V. lo Schrevel. e lo Scap. nell'indice delle voci de' verbi anomali a' piè del Lessico, ec.

(15. Marzo 1824.)

 

Prolato as in senso di differire ec. da profero che ha pur questo senso. V. Forcell. in Prolato, Prolatatio, Prolatatus.

(16. Marzo 1824.)

 

Luciano nel Dialogo di Menippo Amfiloco e Trofonio. M. (lego ut contextus expetit) õ ´rvw ¤stÛn; ŽgnoÇ g‹r. T. ¤j ŽnJrÅpou ti kaÜ Jeoè sænJeton. M. ù m®te nJrvpñw ¤stin, Éw f¹w, m®te Jeñw, kaÜ sunamfñterñn ¤sti. Rechisi al detto altrove sopra l'opinione degli antichi circa i semidei, segno dell'alto concetto che avevano della natura umana.

(16. Marzo 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. =‹kow-=‹kion, se questo non è disprezzativo più di quello.

(20. Marzo 1824.)

 

Alterazioni de' temi greci, senza mutazione di significato. str¡fv-strof‹v, strvf‹v (coi composti), i quali verbi originariamente (come anche poi in parte) dovettero significare ed essere onninamente gli stessi che str¡fv. V. i Lessici. E così si potrà di molti altri tali verbi alterati, che ora di senso differiscono alquanto dal primo tema, o hanno una significazione più determinata, o due ec. mentre quello ne ha di più, o viceversa, ec. ec. ma che in origine forse valsero nè più nè meno altrettanto che esso.

(20. Marzo. 1824.)

 

Una nuova prova dell'antica tradizione, di cui altrove, che la popolazione del mondo, o certo quella d'Europa, venisse dall'Asia, si deduce dalla favola (o storia) che l'Europa pigliasse il nome da una donna d'Asia così chiamata. V. il sogno d'Europa nel 2do idillio di Mosco ec.

(20. Marzo. 1824.). V. ancora i mitologi e critici ec.

 

[4049]StleggÜw forse da principio fu un diminut. di positivo ora ignoto.

(20. Marzo. 1824.)

 

Troia per scrofa, del che altrove. In franc. truye o truie. Mi ricordo ancora aver trovato nella seconda parte del D. Quij. la voce troya, che mi parve dovere aver questo o simile significato, benchè usata, in tal supposizione, metaforicamente.

(20. Marzo. 1824.)

 

Fante per uomo adulto con tutti i suoi derivati e diminutivi ec. (tra' quali è fancello per fanciullo che n'è forse una corruzione, onde fanciullo sarebbe propriamente piccolo uomo, seppur non è corruzione d'infanticello, che non credo; e così dicasi degli altri diminutivi di fante) opposto d'infante, è proprio non solo de' nostri antichi, (v. la Crus.) ma eziandio del volgare e familiar moderno, in cui resta ancora per proverbio lesto fante (il che si trova anche nell'Alberti.). Or questa voce e questo suo significato è certamente affatto latino, poichè fante non è che il partic. fans di for faris, verbo che non si trova nelle lingue moderne, e non dovette neppure esser proprio de' bassi tempi. Oltre ch'egli è l'opposto d'infans cioè non parlante (n®piow), e significa parlante, e perciò solo ha forza e ragione di significare uomo. E nondimeno essa voce non si trova in tal senso negli scrittori latini, se non solamente in senso molto analogo, in un luogo di Plauto, il quale può anche servire a dimostrar l'antichità di questa voce in siffatto senso e come opposta d'infante. Anche in tutti gli altri suoi sensi essa non è che metafora, o ec. di quel di uomo; p.e. fante per soldato pedone val propriamente uomo (così si dice mille uomini, mille bommes ec. per mille soldati; uomini d'arme, cioè soldati grevi a cavallo ec. ec. gente o genti per esercito; gente a piè, d'arme ec. gendarmes ec. ec.). I francesi fantassin, dall'italiano fantaccino ch'è un diminutivo o disprezzativo positivato. Infanterie non sembra che una corruzione di fanteria. V. gli spagn. Così dico del significato di servo o serva, divenuto pur proprio di fante, nel qual senso ne deriva fantesca ec. V. ancor qui gli spagnuoli ec. V. pure il Gloss. e l'articolo di Foscolo sopra l'Odissea [4050]di Pindemonte negli Annali di Scienze e Lettere di Milano 1810.

(21. Marzo. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Taurus-taureau. Fante-fantaccino (forse anche disprezzativo in origine) onde fantassin, cioè fante. V. il pensiero precedente.

(21. Marzo. 1824.)

 

Dell'antiche opinioni circa i semidei e gli eroi, delle quali altrove, vedi ancora il Dialogo di Diogene ed Ercole ne' Dial. de' morti di Luciano.

(21. Marzo. 1824.)

 

Oék ¦sti maJeÝn toèto =–dion, sunJ¡touw dæƒ öntaw „Hrakl¡aw, ¤ktòw Ësper ßppokentaurñw tiw ·te.  ucian. in Dial. mort. Dial. Diog. et Herculis. Di questo italianismo del greco dico altrove.

(21. Marzo. 1824.). V. p.4054. Vedilo ancora in Reviviscent. opp. 1687. t.1. p.393.

 

Yan¡v o J‹nv-Jn®skv. Qui l'alterazione non solo è nella desinenza, ma eziandio nella omissione dell'a, onde Jn®skv per Jan®skv dal fut. Jan®sv donde si fanno questi verbi in skv, secondo il Weller.

(21. Marzo. 1824.)

 

Delle cause della universalità della lingua francese, vedi Voltaire delle Lingue, nelle sue opere scelte Londra (Venezia) a spese del Milocco, tomi 3. in italiano, 1760. tom.3° p.136-9.

(21. Marzo. 1824.)

 

Come anticamente i francesi pronunziassero conforme scrivevano e in parte scrivono, vedi il cit. luogo del Voltaire p.139-140.

(21. Marzo. 1824.)

 

Povertà di parole nella lingua francese appetto all'italiana. V. il cit. tomo di Voltaire p.207. nella nota, numero 3.

(21 Marzo. 1824.)

 

Della superiorità della lingua latina sulla greca per certe parti e qualità, del che ho detto in proposito dei continuativi di cui i greci mancano, cioè non ne hanno un genere determinato, si può dire lo stesso [4051]rispetto agl'incoativi, di cui i greci non hanno un genere e forma così determinata e assegnata come i latini, sebbene si servono molto spesso, a significar l'incoazione, di verbi in Ûzv fatti da quelli che significano l'azione o passione positiva, o aggiungono a' temi in ‹v, ¡v ec. il z facendone ‹zv, ¡zv ec. Ma queste forme non sono così precisamente determinate alla significazione incoativa, perchè infiniti verbi così formati ne hanno tutt'altra, infiniti significano lo stesso che il primo tema (del che altrove, sebben forse in origine potranno avere avuto diverso senso), infiniti non hanno altro tema, almen noto, e non significano cosa incoativa ec. sia che questi e i sopraddetti abbiano perduta col tempo siffatta significazione, e confusala ec. sia che mai non l'abbiano avuta, il che, di moltissimi almeno, è certo, perchè molte volte la desinenza in Ûzv o zv è frequentativa. Anche de' frequentativi determinati ec. mancano i greci, mentre gli hanno non solo i latini ma gl'italiani (e moltissimi generi, come pure in latino ve n'è più d'uno), i francesi ec. Mancano ancora de' verbi disprezzativi, vezzeggiativi ec. ec. che i latini e gl'italiani ec. hanno, e più d'un genere.

(21. Marzo. 1824.)

 

Molti di quelli che io chiamo diminutivi positivati, si potranno chiamare in vece disprezzativi o vezzeggiativi o frequentativi ec. positivati, sì verbi che nomi, sì sostantivi che aggettivi ec. Ma chiamarli generalmente diminutivi non è da potersi riprendere, perchè tali sono propriamente tutti, e la diminuzione è il mezzo con cui essi significano disprezzo, vezzeggiamento ec. secondo che ella è applicata ed intesa.

(21. Marzo 1824.)

 

Imperfezione dell'ortografia italiana ne' passati secoli. È noto che [4052]i manoscritti originali anche de' più dotti uomini de' migliori secoli, e in particolare e nominatamente quelli dell'Ariosto e del Tasso, che son pur tanto ripieni di correzioni, presentano una stortissima e scorrettissima ortografia, con errori tali che oggi non commetterebbe il più imperito scrivano o fanciullo principiante, e una stessa voce v'è scritta ora con una ora con altra ora con altra ortografia. (21. Marzo. Domenica terza di Quaresima. 1824.)

 

La ricchezza e varietà e potenza e fecondità della lingua italiana non solo s'ha a considerare nella copia de' suoi vocaboli e modi e nella gran facoltà di formarne, ma eziandio nella gran moltitudine e varietà di tipi per così dire o coni che ella ha per poter formare voci e modi di uno stesso genere di significazione. (formati già moltissimi, e da potersene formar con giudizio, sempre che si voglia e bisogni). Servano di esempio le tante desinenze frequentative o diminutive o disprezzative ec. de' verbi, da me annoverate altrove. Le tante diminutive de' nomi ec. ec. Nella quale abbondanza di coni la lingua nostra vince d'assai, non che le lingue sorelle, ma la latina e la greca, e forse qualunque lingua del mondo antica o moderna. Nè questa abbondanza produce confusione nè indeterminazione, perchè detti coni sebbene sommamente moltiplici in ciascun genere, sono però di qualità e di valore ben determinato ed applicato e appropriato al suo genere di significazione.

(21. Marzo. 1824.)

 

Kæmbon, kæmbh - kumbÛon, kumbaÝon, kumbeÝon, diminutivi positivati in certe significazioni. V. lo Scapula.

(22. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Limon, limoneux-limus.

(23. Marzo. 1824.). V. la p. seg. capoverso 1.

 

Lixi-v-ia, lixi-v-ium - lexia o legia spagn.

(23. Marzo. 1824.)

 

Tomber, tumbar spagn. co' derivati e composti ec. - tombolare coi medesimi.

(23. Marzo. 1824.)

 

[4053] Tomba da tæmbow, del che altrove. Spagn. tumba, franc. tombeau, ch'è originariamente lo stesso, cioè ne è un diminutivo positivato come tanti altri. (23. Marzo. 1824.). I francesi hanno anche tombe ant. e poet. ed ora con un significato alquanto diverso. V. i Diz. V. p.4076.

 

Venire per essere a modo di verbo ausiliare, congiunto co' participii passivi degli altri verbi, s'usa non solo in italiano, anche antico, del che mi pare aver detto altrove, ma anche in ispagn., forse a imitazione dell'italiano. Vedi D. Quij. par.2. (la qual parte è straordinariamente sparsa di manifestissimi italianismi, più assai che la prima ec.) cap.32. ed. Madrid 1765. tomo 3. p.370.

(23. Marzo. 1824.)

 

La galanteria degli antichi italiani può esser dimostrata dall'etimologia del nome generico di donna, etimologia che in nessun'altra lingua cred'io, nè moderna nè antica si troverà nel corrispondente nome.

(24. Marzo. Vigilia della SS. Annunziata. 1824.). V. p.4067.

 

Al detto altrove di sencillo diminutivo positivato, aggiungi sencillamente, e considerinsi siffatti avverbi anche negli altri nomi ec.

(24. Marzo. 1824.)

 

Origliare, origliere da auricula. Nuova prova del cangiarsi spesso il cul de' latini in gli italiano benchè per auricula noi diciamo orecchia, non oreglia, come i francesi. (25. Marzo. dì della SS. Annunziata 1824.). Diciamo anche, ed oggi meglio, orecchiare.

 

Speculum-speglio antico e poetico.

(26. Marzo. 1824.)

 

Discursos entretenidos per entretenientes, cioè di trattenimento, di passatempo. D. Quij.

(26. Marzo. ultimo Venerdì. 1824.)

 

Continuo per continuamente. D. Quij. Nome aggettivo in luogo d'avverbio, del che altrove.

(26. Marzo. 1824.)

 

Participii in us di verbi neutri. Licitus, licitum est o fuit dall'impersonale licet, come gavisus e gavisus sum dal personale gaudeo. Vedi il Forc. in Licitus, licet ebat, liceor, liceo, licito avverbio fatto da questo participio, ec.

(27. Marzo. 1824.)

 

[4054]Alla p.4050. Noi diciamo eccetto se non, se pure non, se però non, fuorchè se o se non, quando non, salvo se non ec. E queste frasi e la greca rispondono alla latina nisi o nisi si. Il non sì nel greco che nell'italiano vi sta fuor di ragione e per comun proprietà d'ambe le lingue.

(28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

 

Ri-v-us, ri-u-o - ri-g-agnolo ec. - rio ital. e spagn.

(28. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi positivati Rivus - ruisseau e ruscello che sono in parte e sovente positivati. Ascia lat. ascia e asce ital. hâche franc. ec. - accetta quasi ascetta, spesso positivato ec. perchè s'usa promiscuamente ascia e accetta, l'uno in cambio dell'altro, benchè forse abbiano differenza di significato proprio, che non ebbero però in origine, eccetto quanto alla diminuzione.

(28. Marzo. 1824.)

 

Dormido per dormiente (fors'anche durmido). Voz algo dormida. D. Quij. E in altre maniere. Se però dormir non è anche neut. pass.

(28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. teixÛon. Luciano in Reviviscent. t.1. opp. 1687. p.418. Notisi in proposito di questo e altri diminutivi positivati di Luciano, da me altrove segnati, che Luciano usa il linguaggio in gran parte familiare. Nel detto luogo si parla del muro dell'acropoli o cittadella di Atene. In due di Omero (Odiss. p V. 165.343) teixÛon si unisce con m¡ga. Parrebbe ridicolo l'interpretarlo parvus murus, come fa lo Scapula, e sembrerebbe che non si potesse trovar luogo dove fosse più evidente la positivazione di voci diminutive greche. Nondimeno (oltre che v'ha varietà di lezione, o dubbio degli eruditi sulla voce teixÛon, almeno nel primo di questi luoghi, come rilevo dall'Indice delle voci omeriche), si potrà forse dire che teixÛon è detto da Omero a differenza dei muri di città, e simili, detti [4055] teixh, poichè egli quivi parla dei muri di un cortile, e che m¡ga si riferisca alla grandezza di que' muri in quanto muri di cortile. Non per tanto il luogo di Luciano e altri di Tucidide appo lo Scap. mostrano che teixÛon si diceva anche de' muri di città fortezza ec. (moenia), e possono servire a illustrare quelli d'Omero, confermar la lezione, (massime il luogo di Luciano che è evidente), e provando che quivi teixÛon sta semplicemente per teÝxow, benchè unito con m¡ga, aggiungere una insigne prova alla mia opinione circa la positivazione di molti diminutivi greci, in particolare nel dir poetico, o piuttosto antico o ionico ec.

(28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

 

T°w =inòw §lkein menar pel naso proverbio greco conforme all'italiano, del che altrove, con un luogo di Luciano, ove vi si aggiunge il fasÜ. Aggiungi lo stesso Luciano in Reviviscentibus opp. 1687. t.1. p.396. V. il Forcell. i Lessici e gli scrittori di adagi e proverbi ec.

(29. Marzo. 1824.). Lucian. ib. 556. 560.

 

Plurali in a. Martella. Crusca in Asce.

(29. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Lens-lenticula (lente, lenticchia ec.).

(31. Marzo. 1824.)

 

Dita plur. di dito. Nota che il corrispondente nome latino non è neutro ma mascolino.

(1. Aprile. 1824.). Nocca, Uova.

 

Come in italiano l'uomo per on franc., per si ec., del che altrove, così anche in ispagn. el hombre nel modo stesso. D. Quij. par.2. cap.40. ed. Madrid. 1765. tomo 3. p.446.

(1. Apr. 1824.)

 

La lingua spagnuola è già conformissima all'italiana per indole (oltre all'estrinseco) quanto possa esser lingua a lingua. Ma più conforme sarebbe, se ella fosse stata egualmente coltivata, formata e perfezionata, cioè avesse avuto ugual numero e varietà e capacità di [4056]scrittori che ebbe l'italiana. Dalla piega che ella prese effettivamente si raccoglie che quando avesse progredito, la forma e l'indole che avrebbe avuta in uno stato di perfezione non sarebbe stata punto diversa dall'italiana, alla quale per conseguenza la lingua spagnuola sarebbe stata tanta più conforme che ora per la maggior conformità di grado e di perfezione, perchè ora la maggiore, anzi forse unica differenza che passi tra il genio o piuttosto la forma intrinseca di queste due lingue, si è che l'una è molto meno formata e perfezionata dell'altra, e anche men ricca, il che con la copia degli scrittori e delle materie non sarebbe stato.

(1. Aprile. 1824.)

 

Moveo - moto, motito.

(1. Aprile. 1824.)

 

Cessatus partic. di cesso verbo neutro. V. Forc. in Cessatus e in particolare il secondo es. paragonandolo col secondo §. di Cesso.

(3. Aprile 1824.)

 

Al detto di acquistare in proposito di quisto, quaesitus ec. aggiungi lo spagn. aquistar. D. Quij. V. i Dizionari.

(4. Aprile. Domenica di Passione. Nevica. 1824.)

 

Grandissima, e forse la maggior prova e segno del progresso che ha fatto negli ultimi tempi lo spirito e il sapere umano in generale e le scienze fisiche in particolare, è che per ispazio di quasi un secolo e mezzo, quanto ha dalla pubblicazione de' Principii matematici di filosofia naturale a' dì nostri (1687), non è sorto sistema alcuno di fisica che sia prevaluto a quello di Newton, o quasi niun altro sistema di fisica assolutamente, almeno che abbia pur bilanciato nella opinione per un momento quello di Newton, benchè questo sia tutt'altro che certo [4057]e perfetto, anzi riconosciuto ben difettoso in molte parti, oltre alla insufficienza generale de' suoi principii per ispiegare veramente a fondo i fenomeni naturali. Nondimeno i fisici e filosofi moderni, anche spento il primo calor della fama e della scuola e partito di Newton, si sono contentati e contentansi di questo sistema, servendosene in quanto ipotesi opportuna e comoda nelle parti e occasioni de' loro studi che hanno bisogno, o alle quali è utile una ipotesi. Ciò nasce e dimostra che gli spiriti e nella fisica e nell'altre scienze e in ogni ricerca del vero e in ogni andamento dell'intelletto si sono volti all'esame fondato dei particolari (senza cui è impossibile generalizzare con verità e profitto) e alla pratica ed esperienza e alle cose certe, rinunziando all'immaginazione, all'incerto, allo splendido, ai generali arbitrarii, tanto del gusto de' secoli antecedenti e padri di tanti sistemi a quei tempi, che rapidamente brillavano e si spegnevano, e succedevansi e distruggeansi l'un l'altro.

(4. Aprile 1824. Domenica di Passione. Nevica.)

 

Altro per alcuno o ridondante, del che altrove. Aggiungasi quell'uso dell'avv. altrimenti o altramente ec., uso frequentissimo appresso i nostri, massime de' buoni secoli, e non raro neanche oggidì, nel qual uso quell'avverbio sembra un assoluto pleonasmo, quando cioè egli è congiunto alla negazione, p.e. così: non v'andò altrimenti, cioè non v'andò. (In altro modo egli può esser congiunto alla negazione con significati diversi, come quando si dice non altrimenti per parimente, non altrimenti che per come.) Par ch'esso avv. in tali casi equivalga al punto, al guari e simili italiani e francesii ec. aggiunti sì spesso alla negazione senz'alcuna maggior forza. In fatti spesso, o il più [4058]delle volte esso avverbio in questo caso non importa nulla, ma originariamente e veramente, e forse talvolta effettivamente massime presso gli antichi, vale in alcun modo. Gli altri l'usarono e l'usano senza certo aver mai neppure immaginato o sospettato quel che ei significhi in tali casi. Nei quali egli ha alcun chè a fare con quell'uso dell'avverbio llvw, di cui altrove.

(5. Aprile. 1824.)

 

È un grand'errore di quelli che hanno a congetturare o indovinare le risoluzioni o gli andamenti d'altri, sia nelle cose private sia nelle pubbliche, e queste o politiche o militari, e sia con dati o senza dati, il considerare con ogni sorta di acutezza e di prudenza quello che sia più utile a quei tali di risolvere o di fare, più conveniente, più secondo lo stato loro e delle cose, più giusto, più savio, e trovatolo, risolversi che essi faranno o determineranno, ovvero fanno e determinano appunto questa o queste cose o l'una di queste in ogni modo. Diamo uno sguardo all'intorno alla vita, alle azioni e risoluzioni degli uomini, e vedremo che per dieci ben fatte, convenienti ed utili a quei che le fanno, ve n'ha mille malissimo fatte, sconvenientissime, inutilissime, dannosissime a essi medesimi, più o meno, contrarie alla prudenza, a quello che avrebbe risoluto o fatto un uomo savio e perfetto, trovandosi nel caso loro. Vedremo che gli uomini il più delle volte non deliberano maturamente quando v'ha bisogno di maturità, non conoscono l'importanza delle cose che hanno a risolvere o a fare, non sospettano nemmeno che sia loro utile o necessario di consultare intorno ad esse, e non entrano affatto in alcuna consulta. Parlo egualmente de' grandi e de' piccoli, [4059]delle cose pubbliche e delle private, piccole relativamente e grandi. È certissimo che gli affari degli uomini qualunque, che vanno male, non vanno così (se non di rado) senza loro colpa o insufficienza; or come dunque dovrà essere regola per indovinare le opere o risoluzioni loro, il cercare quello che lor sia più utile e conveniente? Il numero o degli sciocchi assolutamente, o degl'inetti ai carichi e alle cose che hanno a maneggiare, benchè valorosi nel resto, o di quelli che anche al loro carico sono adattati, ma non perfetti, o insomma delle risoluzioni e delle azioni mal prese e mal fatte, inutili o dannose a chi le ha fatte o prese, sconvenienti al caso, o finalmente tali che nelle date circostanze non erano le migliori; il numero dico di tali azioni, risoluzioni ed uomini soverchia ed ha sempre soverchiato di grandissima lunga quello delle azioni, risoluzioni ed uomini loro contrarii, come apparisce da tutte le antiche e moderne storie sì civili sì militari sì private, e dall'osservazione della vita e avvenimenti giornalieri privati o pubblici. Onde quella regola in vece di condurre alla probabilità dell'indovinare, conduce chi la segue ad avere cento probabilità per una, contro quella o quelle cose che egli sceglie e quel giudizio o congettura che ei forma. Di più, assolutamente parlando, è falsissimo e malissimo considerato il persuadersi che gli uomini nel caso proprio veggano quel medesimo che in esso caso veggono gli altri posti fuori di esso, e pensino e sentano e sieno disposti allo stesso modo. Onde ancorchè pognamo in due persone perfetta parità di prudenza, di esperienza, insomma di attitudine a risolvere e fare in un dato caso quello che si conviene, è certissimo che se di queste due persone l'una [4060]si troverà nel caso e l'altra fuori considerandolo senza comunicare con quella, il più delle volte la risoluzione o il modo dell'azione dell'una sarà diversissima più o meno da quello che all'altra parrà si fosse convenuto. Aggiungasi la diversità dei principii, delle abitudini e di mille altre cose anche minime che diversificando gli spiriti (giacchè non si dà spirito perfettamente uguale ad un altro, più che si dieno due fisonomie al tutto conformi), diversificano altresì con mille modi le risoluzioni ed azioni di uno da quelle di un altro, anche supponendo in ambedue ugual capacità, e parità di caso, anzi diversificano le risoluzioni e azioni di una persona stessa in casi uguali o simiglianti. Senza poi parlare delle passioni e delle occasioni e circostanze del momento, spesso minime, che così minime modificano sovente e sovente cagionano al tutto e determinano le risoluzioni ed azioni di uno, mentre che l'altro che vuole indovinarle non è affetto da tali circostanze, sia fisiche, sia morali, sia qualunque. La vera regola per isbagliare il meno possibile, e la vera politica in tali casi, è conoscere quanto si può il carattere, le abitudini, le qualità della data persona, applicarle al caso di cui si tratta, e rinunziando a ogni prudenza propria, mettendosi ne' piedi di quella, piuttosto come poeta, che come ragionatore, congetturar quello ch'egli è per fare o risolvere, anzi risolvere, per così dire, in vece sua, come il drammatico congettura quello che un dato uomo di un dato carattere in un dato caso sarebbe per dire, e congetturatolo parla in persona di esso.

(5. Aprile. 1824.). V. il Guicc. ed. Friburgo. t.4. p.106.

 

L'uomo (per l'amor della vita) ama naturalmente e desidera e abbisogna di sentire, o gradevolmente, o comunque purchè sia vivamente (la qual vivezza qualunque, non può essere senza positivo diletto, nè sensazione indifferente [4061]veramente). Sì il sentire dispiacevolmente come il non sentire sono cose assolutamente penose per lui. E talora è men penosa, anzi più grata una sensazione con alquanto di dispiacevole, che la privazion di sensazioni. Se l'uomo potesse sentire infinitamente, di qualunque genere si fosse tal sensazione, purchè non dispiacevole, esso in quel momento sarebbe felice, perchè la sensazione è così viva, il vivo (non dispiacevole in se) è piacevole all'uomo per se stesso e qualunque ei sia. Dunque l'uomo proverebbe in quel momento un piacere infinito, e quella sensazione, benchè d'altronde indifferente, sarebbe un piacere infinito, quindi perfetto, quindi l'uomo ne saria pago, quindi felice.

Segue dal sopraddetto che universalmente non si dà sensazione indifferente. Questo pensiero si sviluppi. (5. Aprile 1824.). Una sensazione (interna o esterna) è necessariamente per se e in quanto sensazione, o piacevole o dispiacevole, e in quanto sensazione senz'altro, è necessariamente e insitamente ed essenzialmente piacere.

(5. Aprile 1824.)

 

Diminutivi positivati. Ghiotto-glouton co' derivati, e anche noi ghiottoneria ec. forse dal francese se viceversa glouton non è da ghiottone che noi pur diciamo per ghiotto e potrebbe anche ghiottone venir dal francese. V. gli spagnuoli ec.[96] Nota che questo diminut. positivato (se è tale) è aggettivo.

(6. Aprile. 1824.)

 

In tanto, gr. ¤n tosoætÄ, del che altrove. Aggiungi intantochè, fra tanto, tra tanto (Guicc.) infra tanto, in quel tanto ec. E lo spagn. en tanto que (Don Quij.), entre tanto ec. v. i Diz. spagn. V. pur la Crus. e i Diz. franc.

(7. Aprile. 1824.). V. p. seg. En este entretanto. D. Quij. Madrid 1765. t.4. p.244.

 

Moggia plur. Lat. modius masc.

(7. Aprile. 1824.)

 

Al detto di moisson, diminutivo positivato di messis, aggiungi i derivati ec. come moissonner, e così ad altri simili diminutivi positivati.

(7. Aprile. 1824.)

 

[4062]Chiunque gode molta fama e la merita, è stimato più dagli altri che da se stesso. E così tutti quei che già furono, e lasciarono degnamente agli uomini la lor gloria, sono più stimati che essi non si stimarono.

(7. Apr. 1824.)

 

Alla p. preced. Finattanto, finattantochè, fin tanto, infinoattantochè ec. - ¤w tosoèton xriw ’n. Lucian. opp. 1687. t.1. p.505. V. Forcell. Crus. franc. spagn. Gloss. ec.

(7. Apr. 1824.)

 

…Ejv per praeter, del che altrove. Lucian. opp. 1687. t.1. p.566. lla ¦jv tÇn lñgvn.

(7. Aprile. 1824.)

 

Il costume latino di servirsi de' participii in us de' verbi neutri e anche attivi in significato neutro o attivo, aggettivato, e ridotto anche a dinotar consuetudine e qualità abituale nel soggetto, come tacitus per qui tacet, cautus, qui solet cavere ec. ec., è se non altro una prova che il corrispondente costume tanto proprio della lingua spagnuola e frequente ancora nell'italiana, e non improprio forse della francese, ha esempio nella latina scritta, e quindi probabilmente viene affatto dal latino parlato e volgare, e di lui fu proprio e familiare.

(8. Aprile 1824.)

 

La vita degli orientali e di coloro che vivono ne' paesi assai caldi è più breve di quella dei popoli che abitano ne' paesi freddi o temperati. Ma ciò non impedisce che la somma della vita di quelli non sia, non che uguale, ma superiore alla somma della vita di questi. Anzi non per altro è più breve la vita degli orientali se non perchè ella è molto più intensa, tanto che in pari spazio di tempo è maggiore la somma della vita che provano gli orientali che non è quella che provano [4063]gli altri popoli. Ora generalmente parlando, si scuopre nella natura quest'ordine che la durata della vita (sì negli animali sì nelle piante) sia in ragione inversa della sua intensità ed attività. La testuggine, l'elefante e altri animali tardissimi hanno lunghissima vita. I più veloci ed attivi, ancorchè più forti degli altri (come è per es. il cavallo rispetto all'uomo) hanno vita più corta. Ed è ben naturale, perchè quell'attività e intensità di vita importa maggiore rapidità di sviluppo della medesima, e quindi di decadenza. Infatti lo sviluppo sì degli uomini, sì degli animali, sì delle piante ne' paesi assai caldi è molto più rapido che negli altri. Or dunque considerando queste condizioni fisiche della vita per rapporto al morale, si può ragionevolmente affermare che la sorte di quelli che vivono ne' paesi assai caldi è preferibile quanto alla felicità a quella degli altri popoli. Primieramente la somma della loro vitalità, quantunque minore nella durata, è però assolutamente maggiore di quella degli altri, presa l'una e l'altra nel totale. Secondariamente, posto ancora che ella fosse uguale, a me par molto preferibile il consumare p.e. in 40 anni una data quantità di vita che il consumarla in 80. Ella riempie i 40, e lascia negli ottanta mille intervalli, gran vuoto, gran freddezza, gran languore. La vita assolutamente non ha nulla di desiderabile sicchè la più lunga sia da preferirsi. Da preferirsi è la meno infelice, e la meno infelice è la più viva. Or la vita degli orientali, pognamola di 40 anni, è molto più viva che quella degli altri, pognamola di 80, quando bene la somma della vivacità dell'una vita e dell'altra sia la stessa. Or questo paragone di [4064]climi io lo applico ai tempi, e mettendo gli antichi in luogo de' popoli di clima caldo e i moderni in cambio de' popoli di clima freddo, dico che sebben la vita degli antichi era forse generalmente più breve che quella dei moderni, per le turbolenze sociali e i continui pericoli dello stato antico, nondimeno perchè molto più intensa, ella è da preferirsi, contenendo nella sua minore durata maggior somma di vitalità, o quando anche in minore spazio contenesse ugual somma che la moderna in ispazio maggiore. Del che, senza il surriferito esempio, ho discorso particolarmente in altro pensiero.

(8. Aprile 1824.). V. p.4092. e v. la pag.4069.

 

Ciascuno, e massimamente gli spiriti più delicati, sensibili e suscettibili, pervenuto a una certa età ha fatto esperienza in se stesso di più e più caratteri. Le circostanze fisiche, morali e intellettuali, cambiandosi continuamente nello spazio della vita di un uomo, e nelle sue diverse età, cambiandosi, dico, per rispetto a lui, cambiano continuamente il suo carattere, di modo che di tempo in tempo egli è uomo veramente nuovo di spirito, come dicono i fisici che di sette in sette anni (se non erro) egli è rinnovato di corpo. Gli uomini sensibili in particolare non solo cambiano carattere e più rapidamente degli altri, ma facilmente e ordinariamente acquistano caratteri contrari tra se, e massime a quel primo carattere che si sviluppò in essi, a quello più conforme alla loro natura, a quello che il primo potè in loro esser chiamato carattere. La coltura dell'intelletto fra l'altre cose cagiona in una persona stessa a proporzione de' suoi progressi, e coll'andar del tempo, una [4065]variazione singolarmente rapida e singolarmente grande. Chi non sa quanto i principii, le opinioni e le persuasioni influiscano e determinino i caratteri degli uomini? Ora ciascuno individuo quando nasce è precisamente, quanto all'intelletto nello stato medesimo in cui fu il primo uomo. Quegl'individui che coll'andar del tempo si sono posti a livello delle cognizioni del nostro tempo, sono necessariamente passati per tutti quegli stati per cui lo spirito umano è passato dal principio del mondo fino al dì d'oggi (almeno per quei gradi per cui egli è passato progredendo e avanzando), e ha sperimentato in se tutti gli avvenimenti dell'intelletto che il genere umano ha sperimentato in tanti secoli quanti sono corsi dalla sua origine insino a ora. La storia del suo intelletto è quella appunto di tutti questi secoli ristretta e compresa in venti o trent'anni di tempo. Laonde da tutti i cambiamenti che il suo intelletto ha provati, cambiamenti che più volte l'hanno portato a persuasioni e stati contrarissimi ai passati, e in ultimo a un sistema di persuasioni ed a uno stato contrarissimo al suo primitivo; da tutti questi cambiamenti, dico, deggiono di necessità essere risultate in lui tante diversità e successivi cambiamenti di carattere, quanti ne sono stati prodotti nelle nazioni e nel genere umano in generale dai diversi principii e opinioni e dal diverso progresso e stato di cognizioni in tutto il tempo che ci è bisognato per portarlo dal suo primitivo stato al presente. (8. Aprile. 1824.). Onde questo tale individuo rinchiude e compendia in se, non solo la storia dello spirito umano, ma quella eziandio de' caratteri successivi delle nazioni, in quanto essi ebbero origine e dipendenza dalle opinioni e conoscenze, che certo è grandissima e forse la massima parte.

(8. Aprile. 1824.)

 

[4066]La maniera familiare che come più volte ho detto, fu necessariamente scelta da' nostri classici antichi, o necessariamente v'incorsero senz'avvedersene ed anche fuggendola, può ora in parte o in tutto sfuggire massimamente alle persone di naso poco acuto, e a quelle non molto esercitate e profonde nella cognizione, nel sentimento e nel gusto dell'antica e buona lingua e stile italiano, che è quanto dire a quasi tutti i presenti italiani. Ciò viene, fra l'altre cose, perchè quello che allora fu familiare nella lingua, or non lo è più, anzi è antico ed elegante, ovvero è arcaismo. Non per tanto è men vero quel che io altrove ho detto. Anzi è tanto vero, che anche dopo che la lingua aveva acquistato la materia e i mezzi e la capacità della eleganza e del parlar distinto da quello del volgo e dall'usuale, si è pur seguitato sì nel 500 e 600 sì nel presente secolo da molti cultori e amatori dello scriver classico, a usare una maniera familiare, sovente non avvedendosene o non intendendo bene la proprietà e qualità della maniera che sceglievano e usavano, e sovente anche intendendo, credendo di usare una maniera elegante. E ciò si è fatto in due modi. O adoperando le stesse forme antiche, le quali oggi non sono più familiari, anzi eleganti, onde n'è risultata opinione di eleganza a tali stili ed opere modellate sull'antico, ma veramente esse hanno del familiare, perchè il totale dello stile antico da essi imitato necessariamente ne aveva anche indipendentemente dalle forme, bensì per cagion loro e per conformarsi e corrispondere ad esse forme che allora erano necessariamente familiari. Ovvero adoperando le forme familiari moderne a esempio e imitazione degli antichi, e della familiarità che nelle forme e nello stile loro si scorgeva, benchè non bene intendendola, e sovente confondendo sì la familiarità imitata sì quella [4067]che adoperavano ad imitarla, colla eleganza, dignità e nobiltà e col dir separato dall'usuale, perciò appunto che la familiarità in genere non era e non è più usuale, e l'uso della medesima è proprio degli antichi. Il terzo modo, che sarebbe quello di usar l'antico e il moderno e tutte le risorse della lingua, in vista e con intenzione di fare uno stile e una maniera nè familiare nè antica, ma elegante in generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir comune, e proprio di una lingua che è già atta allo stile perfetto, quale è appunto quello di Cicerone nella prosa e di Virgilio nella poesia (stile usato quando la lingua latina era appunto in quelle circostanze e quello stato di capacità in cui è ora la lingua nostra); questo terzo modo non è stato non che usato, ma concepito nè inteso da quasi niuno, comechè egli è forse il solo conveniente, il solo perfetto, e convenevole a una lingua e letteratura già perfetta.

(8. Aprile. 1824.)

 

Bien o mal mirado per que bien o mal mira. Anche noi diciamo in simil senso riguardato, mal riguardato, poco riguardato, ec. e così pur gli spagnuoli altri tali participii in simil senso, notati altrove. Così i latini circumspectus in senso att. o neut. da circumspicio, e cautus da caveo att. ec.

(9. Aprile. 1824.)

 

Jçw ¤n Žrx». Lucian. opp. 1687. t.1. p.515.

(9. Aprile, Venerdì di Passione. Festa di Maria SS. Addolorata. 1824.)

 

Alla p.4053. Vedi però i Diz. spagn. buoni, alla voce dueña che mi pare in un luogo del D. Quij. significhi donna, e il Gloss. lat. in domina o domna, e il Forcell. e l'antico francese se hanno nulla in proposito. Del resto non solo etimologicamente ma anche presentemente donna significa pur signora in italiano, e donno, signore, padrone.

(10. Aprile. 1824. Sabato di Passione.)

 

[4068] Divertido cuento ec. per que divierte.

(13. Apr. 1824.)

 

Al detto di quisto, chiesto ec. aggiungi requête, ant. requeste.

(13. Apr. 1824.)

 

Couper-kñptein, aor. 2. kopeÝn, co' derivati, ne' più de' quali si omette il t.

(13. Apr. 1824.)

 

Conforme per conformemente, avv. e preposiz. spagn. e italiano, forse di origine spagnuola. Al detto degli aggettivi usati avverbialmente.

(13. Apr. 1824.)

 

Honrado per onorevole, come in ital. onorato, del che altrove.

(13. Apr. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Laurel-laurus. Laurel non è diminutivo in spagnuolo per la forma, ma lo è in lat. V. il Forc. se ha Laurellus.

 

Abortus-avorton franc.

(14. Aprile. Mercordì Santo. 1824.)

 

Al detto altrove d'ignotus (per innotus) aggiungi ignotitia p. innotitia, di cui v. il Forcell. Vedilo anche in innotus.

(15. Aprile. Giovedì Santo. 1824.)

 

A un giovane sventatello che per iscusarsi di molti errori e cattive riuscite e vergogne e male figure fatte nella società e nel mondo, diceva e ripeteva sovente che la vita è una commedia, replicò un giorno N.N., anche nella commedia è meglio essere applaudito che fischiato, e un commediante che non sappia fare il suo mestiere (professione), all'ultimo si muor di fame.

(17. Aprile 1824.)

 

Le persone avvezze a versarsi sempre al di fuori, esclamano naturalmente anche quando sono solissime, se una mosca le punge, o si versa loro un vaso o si spezza; quelle assuefatte a convivere con se medesime, e ritenersi tutte al di dentro, anche in grande [4069]compagnia, se si sentono cogliere da un accidente non aprono bocca per lamentarsi o chiedere aiuto.

(17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

 

Comidos y hebidos, como suele decirse. D. Quij. par.2. ed. Madrid. 1765. tom.4. p.169. cioè que han comido y bebido. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

 

Non molto addietro ho notato in questi pensieri p.4062. segg. la maggior disposizione naturale alla felicità che hanno i popoli di clima assai caldo e gli orientali, rispetto agli altri. Notisi ora che in verità questi erano i climi destinati dalla natura alla specie umana, come si dimostra quanto all'oriente, dalle antiche tradizioni che provano l'origine del genere umano essere stata in quei paesi, secondo il detto da me altrove in più luoghi, e quanto ai climi assai caldi in generale, dall'essere essi i soli in cui l'uomo possa viver nudo, come la natura lo ha posto, e senza altri soccorsi contro gli elementi, di cui la natura l'ha lasciato sfornitissimo, e che in altri paesi gli sono di prima necessità e non pochi nè facili a procacciare, nè insegnati dalla natura, ma bisognosi di molte esperienze, casi ec. La costruzione ec. degli altri animali qualunque, e delle piante, ci fa conoscere chiaramente la natura de' paesi, de' luoghi, dell'elemento ec. in cui la natura lo ha destinato a vivere, perchè se in diverso clima, luogo, ec. quella costruzione, quella parte, membro ec. e la forma di esso ec. non gli serve, gli è incomoda ec. non si dubita punto che esso naturalmente non è destinato a vivervi, anzi è destinato a non vivervi. Ora perchè simili argomenti saranno invalidi [4070]nell'uomo solo? quasi ei non fosse un figlio della natura, come ogni altra cosa creata, ma di se stesso, come Dio.

(17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

 

Gli uomini governati in pubblico o in privato da altri, e tanto più quanto il governo è più stretto, (i fanciulli, i giovani ec.) accusano sempre, o tendono naturalmente ad accusare de' loro mali o della mancanza de' beni, delle noie e scontentezze loro, quelli che li governano, anche in quelle cose nelle quali è evidentissima l'innocenza di questi, e la impossibilità o d'impedire o rimediare a quei mali o di proccurar quei beni, e la totale indipendenza e irrelazione di queste cose con loro. La cagione è che l'uomo essendo sempre infelice, naturalmente tende ad incolparne altresì sempre non la natura delle cose e degli uomini, molto meno ad astenersi dall'incolpare alcuno, ma ad incolpar sempre qualche persona o cosa particolare in cui possa sfogar l'amarezza che gli cagionano i suoi mali, e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e di querele, le quali sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se non cadessero contro alcuno riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale tendenza opera poi che il misero si persuade anche effettivamente di quello che egli immagina, e quasi desidera che sia vero. Da ciò è nato che egli ha immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati sì lungamente dei mali umani, e sì sinceramente odiati dagli antichi infelici, e contro i quali anche oggi, in mancanza d'altri [4071]oggetti, rivolgiamo seriamente l'odio e le querele delle nostre sventure. Ma molto più dolce fu agli antichi ed è a' moderni l'incolpare qualche cosa sensibile, e massime qualche altro uomo, non solo per la maggior verisimiglianza, e quindi facilità di persuaderci della sua colpa, che è quello che ci bisogna, ma più ancora perchè l'odio e le querele sono più dolci quando si rivolgono sopra cose presenti che ne possano essere testimoni, e sottoposte alla vendetta che noi con esso odio vano e con esse vane querele intendiamo fare di loro. Massimamente poi è dolce l'odio e il lamento quando è rivolto sui nostri simili, sì per altre cagioni, sì perchè la colpa non può veramente appartenere se non a esseri intelligenti. Quelli che ci governano sono da noi facilmente scelti a far questa persona di rei de' nostri mali, che non hanno altro reo manifesto o accusabile, e a servir di soggetto e scopo della vana vendetta che ci è dolce fare de' medesimi mali. Essi sono in fatti in tali casi i più adattati, e quelli di cui ci possiamo dolere esteriormente e interiormente con più di verisimilitudine. Quindi è che chi governa in pubblico o in privato è sempre oggetto d'odio e di querele de' governati. Gli uomini sono sempre scontenti perchè sono sempre infelici. Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li governa. (Essi sentono e sanno bene di essere infelici, di patire, di non godere, e in ciò non s'ingannano. Essi pensano aver diritto di esser felici, di godere, di non patire, e in ciò ancora non avrebbero il torto, se non fosse che in fatto questo che essi pretendono è, non che altro, impossibile.) [4072]E come non si può fare che gli uomini sieno mai felici, e però nè anche che sieno contenti, così niun governante nè pubblico nè privato, qualunque amore abbia a' soggetti, qualunque cura del loro bene, qualunque sollecitudine di scamparli o sollevarli dai mali, qualunque merito insomma verso di loro, non può mai ragionevolmente sperare che essi non l'odino e non lo querelino, anche i più savi, perchè è natura nell'uomo il lagnarsi di qualcuno, quasi altrettanto che l'essere infelice, e questo qualcuno è per l'ordinario e molto naturalmente quello che li governa. Però circa il governare non v'ha pur troppo che due partiti veramente savi, o astenersi dal governo, sia pubblico sia privato, o amministrarlo totalmente a vantaggio proprio e non de' governati.

(17. Aprile. 1824. Sabato Santo.)

 

Diminutivi positivati. Piscis-poisson. Notisi che de' diminutivi positivati delle lingue moderne altri hanno la diminuzione latina e questa o sonante diminuzione anche nelle lingue moderne o no, altre la diminuzione moderna affatto e non latina (18. Aprile. Pasqua. 1824.) e questa talora è diminuzione in quella tal lingua, talora in essa no, ma in altre moderne o in altra, sia sorella sia straniera, e sia che quella tal parola si trovi veramente in quest'altra lingua o non vi si trovi più, almeno con quella diminuzione. P.e. potrebb'essere che alcune voci francesi in in ine ec. in cui questa desinenza è additizia, perchè esse parole si trovano senza tal desinenza in latino o in italiano ec. sieno originariamente diminutivi positivati presi dall'italiano, quando [4073]bene in questo non si trovino più, almeno colla diminuzione, nè positivata nè veramente diminutiva.

(19. Aprile 1824.). Così dicasi de' verbi, ec.

 

Alla p.4044. Ferdinando il Cattolico non solamente al tempo della lega di Cambrai, ma anche più anni dopo, e sciolta già la lega, seguitò sempre a spacciare di volere andar contro gl'infedeli, non pur Mori d'Affrica, come diceva altresì, ma eziandio contro i turchi a Gerusalemme. Vedi Guicc. t.3. p.109.

(19. Aprile. Lunedì di Pasqua. 1824.). Del resto v. ancora ivi p.128. fine. V. p.4081.

 

Senza per oltre (vedi i franc. e gli spagn. i quali dicono anche nel senso stesso a men de, oltre di, e viene a essere il medesimo). V. p.4081. - Così i greci neu. V. Lucian. Ver. Hist. l.1. opp. 1687. p.647. t.1 e lo Scap. in neu e ne' suoi sinonimi e il Forcell. in absque che si usa per eccetto, ma ciò non è precisamente il medesimo.

(19. Aprile 1824. Lunedì di Pasqua.)

 

Diminutivi positivati. =‹fanow, =afanÜw Ûdow co' suoi composti e derivati, i quali vedi nello Scap. che dice =afanÜw per =‹fanow essere attico. In tal caso la positivazione de' diminutivi sarebbe anche propria dell'attico in particolare. I latini dicono rhaphanus. Che =afanÜw sia veramente positivato, v. Luciano Ver. Hist. l.1 opp. 1687. t.1. p.649. =afanÛdaw êpermeg¡Jeiw. E notabile che noi che abbiamo preso dal latino rafano, e più volgarmente benchè corrottamente ravano, l'abbiamo anche come gli attici diminuito e positivato, facendone ravanello, che vale in tutto lo stesso che le due voci suddette, ed è molto più comune di ambedue loro, anzi ormai il solo in uso, almeno nel dir familiare e parlato. V. gli spagnuoli e i francesi.

(19. Apr. 1824.)

 

[4074]Alla p.4043. Qualunque poesia o scrittura, o qualunque parte di esse esprime o collo stile o co' sentimenti, il piacere e la voluttà, esprime ancora o collo stile o co' sentimenti formali o con ambedue un abbandono una noncuranza una negligenza una specie di dimenticanza d'ogni cosa. E generalmente non v'ha altro mezzo che questo ad esprimere la voluttà! Tant'è, il piacere non è che un abbandono e un oblio della vita, e una specie di sonno e di morte. Il piacere è piuttosto una privazione o una depressione di sentimento che un sentimento, e molto meno un sentimento vivo. Egli è quasi un'imitazione della insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato contrario alla vita ed alla privazione di essa, perchè la vita per sua natura è dolore. Onde è piacevole l'esserne privato in quanta parte si può, senza dolore e senz'altro patimento che nasca o sia annesso a questa privazione. Quindi il piacere non è veramente piacere, non ha qualità positiva, non essendo che privazione, anzi diminuzione semplice del dispiacere che è il suo contrario. Tali almeno sono i maggiori e più veraci piaceri. I piaceri vivi sono anche manco piaceri. Sempre portano seco qualche pena, qualche sensazione incomoda, qualche turbamento, e ciò annesso cagionato e dipendente essenzialmente da loro. (19. Aprile Lunedì di Pasqua 1824.). Dunque la vita è un male e un dispiacere per se, poichè la privazione di essa in quanto si può è naturalmente piacere. Infatti la vita è naturalmente uno stato violento, poichè naturalmente priva del suo sommo e naturale [4075]bisogno, desiderio, fine, e perfezione che è la felicità. E non cessando mai questa violenza, non v'è un solo momento di vita sentita che sia senza positiva infelicità e positiva pena e dispiacere. (20. Aprile. Martedì di Pasqua. 1824.). Massimamente poi quando da una parte colla civilizzazione è accresciuta la vita interna, la finezza delle facoltà dell'anima e del sentimento, e quindi l'amor proprio e il desiderio della felicità, da altra parte moltiplicata l'impossibilità di conseguirla, i mali fisici e morali, e finalmente diminuita l'occupazione, l'azione fisica, la distrazione viva e continua.

(20. Apr. 1824.)

 

Percussare da percutio. Crusca. V. il Gloss.

(20. Apr. 1824.)

 

Quelli che non hanno bisogni sono ordinariamente molto più bisognosi di coloro che ne hanno. Uno de' grandissimi e principalissimi bisogni dell'uomo è quello di occupare la vita. Questo è altrettanto reale quanto qualunque di quelli a' quali occupandola si provvede; anzi è più reale, e maggiore eziandio assai, perchè il soddisfare a questo bisogno è l'unico o il principal mezzo di far la vita meno infelice che sia possibile, laddove il soddisfare a qualsivoglia di quegli altri per se, non è che un mezzo di mantenere la vita, la qual per se stessa nulla importa. Importa sibbene la felicità, o posta la vita, il menarla meno infelicemente che si possa. Ora al detto massimo bisogno, che è continuo ed inseparabile dalla vita umana, quelli che non hanno bisogni, o che per dir meglio non sono necessitati di provvedere essi medesimi a' bisogni che hanno, gli suppliscono molto più difficilmente, [4076]e più di rado, e per lo più per molto minore spazio della loro vita, e in generale molto più incompletamente di quelli che hanno a provvedere da se a' propri bisogni naturali e della vita.

(20. Aprile. Martedì di Pasqua. 1824.)

 

Cuerpo mal sustentado y peor COMIDO. D. Quij. ed. Madrid 1765. t.4. p.220. Muger parida cioè que ha parido. ib. p.226.

(21. Apr. 1824.)

 

Alla p.4053. Nel Secolo di Luigi 14. di Voltaire ed. della Haye 1752. tome 2. fine del cap.33. du jansénisme, p.254. trovo tombeau e subito dopo tombe due volte, collo stessissimo senso di tombeau.

(21. Apr. 1824.)

 

A proposito del detto altrove circa i semidei dimostranti l'alta opinione che gli antichi avevano della natura umana, osservisi con quanta facilità si divinizzavano appresso i romani gl'imperatori o altri della loro famiglia, o loro liberti e favoriti, o vivi ancora, o morti al tempo e sotto gli occhi di quelli che li divinizzavano, anzi allora allora.[97] Non dirò già io che nè quelli che li divinizzavano, nè le altre persone intelligenti, nè forse anche la più ignorante feccia del popolo e la più superstiziosa, massime in quei tempi già illuminati e disingannati in tante cose (sebbene anche a quei tempi v'aveano persone, eziandio tra' nobili e senatori, di maravigliosa superstizione, come e più che non fu Senofonte, spirito sì colto e istruito, fra' greci in tempi simili) credessero veramente alla divinità di quei tali imperatori o parenti o favoriti di essi, vivi o morti. Ma quest'uso solo di divinizzare delle persone [4077]contemporanee, cosa che poichè era tanto ricercata da un canto dall'ambizione, dall'altro dall'adulazione, non doveva essere al tutto senza qualche effetto di persuasione in qualche parte del popolo, dimostra quanto poca distanza e diversità di natura ponessero gli antichi fra il divino e l'umano, senza di che non sarebbe stato possibile che una tale assurdità fosse pur venuta loro nella mente. Certo nè anche a' più barbari, ignoranti e superstiziosi tempi del Cristianesimo, niuno pensò nè avrebbe potuto pensare o di far credere ad alcuno o solamente di dire per adulazione o per altro qualunque motivo che una persona non solo contemporanea, non solo viva, ma morta ed antica e famosa pure per santità e per qualsivoglia virtù o dignità, potenza ed opere vere o credute, fosse stato trasformato o dovesse trasformarsi, non dirò nella natura divina, ma neanche nell'angelica. E qual Cristiano avrebbe osato fare sopra qualsivoglia Principe Cristiano o no, fosse stato anche molto più grande e formidabile e più despotico di Augusto, ed esso molto più adulatore e più vile di tutti gli uomini di quel secolo, un distico simile a quello attribuito a Virgilio: Nocte pluit tota ec.? Qual Principe Cristiano sarebbesi fatto rappresentare cogli attributi non dirò dell'Eterno Padre o del Figliuolo, ma d'un Angelo o di un Apostolo, come gl'Imperatori, i loro parenti, i loro favoriti, si facevano scolpire, dipingere ec. o erano dipinti e scolpiti per adulazione, non pur dopo morte, ma in vita, cogli attributi e sotto la forma di Ercole, (anche una donna è nel Museo Vaticano rappresentata in istatua sotto questa forma, cioè con clava, pelle di leone ec.) di Venere, di Mercurio e simili. Lascio i templi, gl'idoli ed altari eretti a' viventi appo i Romani, con culto sacrifizi e onori regolari e giornalieri al tutto divini, con flamine apposta [4078]destinato al particolar culto di quella divinità ancor vivente (flamen augustalis ec.), le pene decretate ed eseguite contro i bestemmiatori o violatori qualunque d'esse divinità morte o vive, come rei di religione, non di politica, le accuse e giudizi contro gl'incolpati di tali delitti ec. ec. Anche Alessandro si fece passare per figlio di Giove Ammone, e pare che da qualche parte del popolaccio fosse creduto, non solo de' barbari, ma de' greci e macedoni, ed è ben verisimile, o certo egli usò questa finzione come un mezzo politico per farsi rispettare e temere ec. e tenere in dovere ec. onde mostra che egli giudicò dovergli essere creduto, e ciò dai greci principalmente e dai macedoni, poichè i barbari non riconosceano gli stessi déi. Vedi in Luciano tra i Diall. de' Morti, quello di Alessandro e Diogene, Alessandro e Filippo, Alessandro, Annibale, Scipione e Minosse. (21. Aprile. 1824.). E certo la Grecia allora non era una sciocca nè meno illuminata che fosse Roma al tempo degl'Imperatori.

(21. Apr. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Non solo in franc. pistolet per pistola, ma anche in ispagn. pistolete, forse dal franc. poichè in ispagn. ete non è diminuzione. (22. Aprile. 1824.). Si dice anche in ispagn. pistola. D. Quij. ed. Madrid 1765. t.4. p.237-238. dove poco avanti, p.235. trovi pistolete.

(23. Aprile 1824.)

 

Alla p.3106. Niuna cosa è forse più atta di questa a mostrare la differenza del pensar moderno e del pensare antico (massime molto antico, al qual tempo appartiene Frinico e più che mai Omero) intorno a questi punti di cui qui discorriamo, differenza che tiene strettamente alla diversità generale dello stato dello spirito umano a' tempi antichi e a' moderni. Quando negli ultimi anni, dopo [4079]il ritorno de' Borboni, fu rappresentata a Parigi la Tragedia del Vespro Siciliano, tragedia che ebbe un successo distinto, qual mai o francese o straniero, pensò ad accusare il poeta di poco amor nazionale o di mancamento alcuno verso la patria, per aver commosso o cercato di commuovere sopra una sventura de' suoi nazionali seguìta per opera di stranieri? Anzi chi non riputò e questo proposito e la scelta del soggetto nazionalissima e degnissima quanto qualunque altra di un buon cittadino? perocchè il poeta non volle far piangere sopra i nemici della Francia, ma sopra i Francesi sventurati. Or questo appunto fece Frinico, il quale non commosse le lagrime sopra i barbari nè per li barbari, ma sopra i greci e per li greci. E per questo medesimo fu condannato, e sarebbe stato applaudito per lo contrario, e stimato buon cittadino, se avesse fatto piangere e rivolta la compassione e pietà degli uditori sopra i nemici della nazione, come fece Eschilo ne' Persiani tragedia che ha per soggetto e per materia unica di pietà e di terrore i mali de' nemici della Grecia, nè però fu condannata da alcuno, nè stimata altro che nazionalissima. Tale appunto nè più nè meno si è il caso della Iliade, che fa piangere quasi unicamente o certo principalmente sopra e per li troiani nemici de' suoi.

(23. Aprile. 1824.)

 

Nel Dialogo della Natura e dell'Anima ho considerato come la ragione e l'immaginazione e in somma le facoltà mentali eccellenti nell'uomo sopra quelle di ciascun altro vivente, gli sieno causa di non poter mai o quasi mai, e in ogni modo difficilmente, far uso di tutte le sue forze naturali, come fanno tutto dì e [4080]senza difficultà veruna tutti gli altri animali. Aggiungi. Si dice che i pazzi hanno una forza straordinaria, a cui non si può resistere, massime da solo a solo. Si crede che la loro malattia dia questa forza per se stessa, al contrario di tutte l'altre infermità. Non è egli chiaro che ciò procede dal non aver essi in se medesimi niuno impedimento a usare tutte le loro forze naturali? che i pazzi hanno più forza degli altri, solo perchè usano tutte quelle che hanno, o maggior parte che gli altri non usano? appunto come fa un animale nè più nè meno. Dal che deduco: quanti animali che si dicono fisicamente essere più forti dell'uomo, in verità non lo sono! quante forze debbe avere perdute l'uomo per i progressi del suo spirito, non solo radicalmente, ma anche per essere impedito a usare quelle che gli rimangono! quanto è più forte l'uomo, anche corrotto e indebolito, di quel che egli si crede. I pazzi lo dimostrano, che sovente superano di forze fisiche persone molto più robuste di loro, ed animali creduti ordinariamente più forti dell'uomo a corpo a corpo. L'ubbriachezza accresce le forze non solo radicalmente, ma eziandio negativamente per l'uso, che ella impedisce o turba, della ragione. Senza un'assoluta mancanza o sospensione di quest'uso, niuno uomo nè anche irriflessivo, nè anche fanciullo, nè anche selvaggio, nè anche disperato (i quali però tutti si vede per esperienza che hanno o piuttosto mostrano di avere a proporzione molta più forza de' loro contrari), non usa, nè anche ne' maggiori bisogni, ne' maggiori pericoli, tutte le forze precisamente che egli ha in tutte le loro specie e in tutta la loro estensione. Non così gli animali: o certo essi risparmiano infinitamente minor parte delle loro [4081] forze, anche ne' menomi pericoli, bisogni, desiderii, propositi, che non risparmia l'uomo, anche il più disperato ec., ne' maggiori.

(23. Apr. 1824.). Il detto de' pazzi dicasi proporzionatamente de' disperati. V. p.4090.

 

Alla p.4073. capoverso 2. Così i franc. à moins que... ne, che vale eccetto se... non ec. V. i Diz.

24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.)

 

Alla p.4073. capoverso 1. È noto che per lunghissimo tempo, almeno sino alla fine del 400 e ai principii del 500, si continuò in Ispagna, in Germania, e credo in tutta la Cristianità (che allora era o tutta o quasi tutta Cattolica) a fare questue annue per le crociate da farsi quando che fosse, le quali questue si chiamavano anche crociate, e montavano a grossissime somme (considerata specialmente la maggiore rarità della moneta a quei tempi), che i Pontefici, a cui disposizione pare che esse rimanessero, concedevano talvolta, ma con grandissime difficultà (e non di rado lo negavano) ai rispettivi Re di potere usare ne' loro bisogni, massime quando erano loro collegati aperti od occulti, favoriti, per qualche impresa che premeva al Pontefice ec.[98] Così il Guicc. più volte, e fra l'altre t.3. p.143. (24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.). Io non so però bene se fossero questue o taglie determinate, e forzose, con obblighi di coscienza, o altro. V. gli Storici.

(24. Aprile. 1824.). V. p.4083.

 

A proposito dei verbi in are fatti da quelli della 3., del che altrove, v. il Meurs. t.5. opp. p.419. dove però erra deducendo da vellicare che v'abbia a essere stato un vellare, mentre quello è frequentativo di vellere (o diminutivo ec.) ed è della prima, perchè tutti i frequentativi o diminutivi di questo genere, da qualunque congiugazione di verbi sieno fatti, sono della 1ma .

(24. Apr. Sabato in Albis. 1824.)

 

[4082]Diminutivi positivati. Perpétuel, perpétuellement. Continuel, continuellement. Si dice anche continuement o continûment, e continu. V. i Diz. Nota che questi sono diminutivi aggettivi. Struzzo-struzzolo. Struffo strufolo.

(25. Apr. 1824. Domenica in Albis.)

 

Apprendre plusieurs langues médiocrement, c'est le fruit du travail de quelques années; parler purement et éloquemment la sienne c'est le travail de toute la vie. Così dice Voltaire, la cui lingua pur non era che la francese, riputata la più facile delle lingue antiche e moderne. Histoire du Siècle de Louis XIV. chap.36. Écrivains, art. de Longueruë. (à la Haye 1752-3. t.3. dans les additions. p.195-196.).

(26. Aprile. 1824.)

 

ƒEn tosoætÄ per intanto, del che altrove. Luciano opp. t.1 p.686. verso il fine. Simile è la frase ¤n ÷sÄ taèta ¤logizñmeJa, ib. p.692. ed. Amst. 1687.

(26. Apr. 1824.). En tanto que. D. Quij. Madrid 1765. t.4. p.281.

 

Anche i latini nominavano be ce ec. non bi ci, come confessa il Corticelli nel principio della Gramm. Toscana, il qual vedi, e v. anche il Buommattei e gli altri grammatici latini italiani francesi spagnuoli ec.

(26. Apr. 1824.)

 

Ser-v-ente - ser-g-ente. V. la Crus. Ser-v-ant - ser-g-ent. V. i Diz. franc.

(26. Apr. 1824.)

 

ƒEktòw , della qual frase (simile all'italiana) altrove Luciano, opp. 1687. t.1. p.700. mezzo circa.

(27. Aprile. 1824.). p.701. princ.

 

Compagnon, di cui altrove è anche antico italiano e spagnuolo (D. Quij.) per compagno, forse l'uno e l'altro dal francese.

(28. Aprile 1824.)

 

[4083] Exhaustare. Forc. in Exhaustant.

(28. Apr. 1824.)

 

Metajç per nondimeno, con tutto ciò, al contrario, vedilo in Luciano nel Tirannicida, poco sotto il principio, opp. 1687. t.1. p.694. fine. Questo significato è ignoto allo Scapula. L'interprete lo traduce interim, che è il suo proprio, ma qui non ha che fare. Interim Interea non hanno mai questo senso nel Forcell. Puoi vedere il Gloss. Certo è che in franc. cependant cioè metajç si adopra appunto nel senso ancora di nondimeno. Onde corrottamente gl'italiani moderni dicono e scrivono intanto, frattanto per nondimeno. V. gli Spagnuoli.

(29. Apr. 1824.)

 

Alla p.4081. V. pure il Guicc. 3. 216. e che cosa fosse la decima di cui quivi parla, vedilo ib. p.96. 209. 254.

(30. Aprile 1824.). V. pure il Guicc. 3. 248-53. 395. 397./4. 154. 172-4.

 

ƒEj Žrx°w Jçw. Lucian. opp. 1687. t.1. p.728.

(30. Apr. 1824.)

 

Al detto altrove circa il nostro uso italiano di adoperare pleonasticamente e per idiotismo e grazia di lingua il pronome si, mi, ti, dativo, uso che abbiamo pur trovato nell'antico e familiare latino, aggiungi che noi italiani adoperiamo detto pronome in molti verbi neutri, o attivi, che quando sono congiunti con esso, mal si chiamano da' grammatici e vocabolaristi, neutri passivi, come dimenticare che anche si dice dimenticarsi col genitivo o accusativo o col che ec., immaginare che anche si dice immaginarsi coll'accusat. o col che ec. Questi verbi col si che sono moltissimi, non sono punto neutri passivi, [4084]perchè il si in essi non è accusativo, e però non indica passione nè transizione dell'azione nel suggetto stesso che la fa, ma è dativo e assolutamente ridondante per grazia di lingua, come in lat. il sibi, onde essi verbi col si, restano quali sono senza di esso, neutri assoluti o attivi, e non sono neutri passivi più di quello che sia neutro passivo andarsi o andarsene, starsi o starsene e simili. E però quando i detti verbi sieno attivi, accoppiati col si, non debbono, p.e. nel più che perfetto, fare io me l'era immaginato, come è regola de' neutri e de' neutri passivi, ma io me lo aveva immaginato, io me lo aveva dimenticato, perchè quivi il verbo è tanto attivo quanto se senza il pronome si, mi, ti, che nulla altera e nulla vale in questi casi, si dicesse io l'aveva dimenticato ec. E così in fatti scrivono i buoni scrittori, cioè io me lo aveva immaginato ec. e così si dee scrivere, nè più nè meno che in quei verbi attivi in cui il pronome si, ti, mi ha vero significato, come p.e. io mi avea fabbricata una casa, cioè avea fabbricata una casa a me. Ma moltissime e forse le più volte sbagliano in questo anche gl'intendenti, scrivendo io me l'era immaginato. E non è maraviglia, perchè similmente sogliono per lo più scrivere io m'era fabbricata una casa, come se fabbricarsi fosse qui neutro passivo, quando è manifesto e fuori di controversia, che è assolutissimo attivo come fabbricare, essendo il mi dativo non accusativo, e lo stesso che si dicesse io gli avea fabbricata una casa, [4085]che certo niuno direbbe nè dice, nemmeno i più idioti, io gli era fabbricata. Del resto la detta ridondanza del si, mi, ti, dativo, credo sia anche comune in genere ai francesi e agli spagnoli.

(30. Aprile 1824.). V. p.4098.

 

Come la fisonomia degli uomini, e animali sia determinata dagli occhi, secondo il detto altrove, osserva che se tu disegni un volto umano o animalesco e non vi poni gli occhi, tu non vedi punto che fisonomia abbia quel volto, e appena senti (se ben conosci) che sia un volto. Così i ritratti levati dall'ombra in profilo non paiono ritratti finchè non vi si aggiunga convenientemente quello che dall'ombra non si può ricavare, dico l'occhio. Al contrario se ponendovi gli occhi, lasci qualche altro membro, tu senti benissimo che quello è un volto e ne comprendi la fisonomia; solamente ti parrà mostruosa, ma sempre ti riuscirà un volto e una fisonomia. E così dico a proporzione, del disegnare o accennar gli occhi più o meno imperfettamente, paragonando l'effetto di questa imperfezione in ordine al determinar la fisonomia, coll'effetto di una simile imperfezione in altra qualunque parte del volto. (30. Aprile 1824.).

 

Parƒ ôlÛgon, fere Lucian. opp. 1687. t.1. p.718. V. i Less. per poco nel senso stesso.

(1. Maggio. 1824.)

 

Ignominia per innominia. Come ignotus per innotus ec. del che altrove.

(2. Maggio. 1824. Domenica.)

 

Nascere per accadere del che altrove. 3 Guicc. 3. 255.

(2. Maggio. 1824. Domenica.)

 

[4086] Implicito as. Vedi Forc.

(2. Mag. 1824.)

 

Che da' partic. pass. della prima si facciano i continuativi o frequentativi in itare piuttosto che in atare, non dee parer maraviglia quando si consideri l'uso lat. di scambiare per regola l'a in i breve, in tante altre cose, come ne' composti (facio jacio - conficio, conijcio ec.) ec. Oltre che anche nella prima v'ha molti supini e participii passati in itus, de' quali altrove, come domitus ec.

(2. Mag. Domenica. 1824.). Anche l'ae in i. Ae-quus in-i-quus.

 

En tanto que. D. Quijote ed. Madrid 1765. t.4. p.325. 334. più volte.

(4. Maggio. 1824.)

 

Il verbo stare, che ha tanta relazione al verbo esse per l'uso, pel significato, alcune volte sinonimo ec. che in italiano supplisce col suo participio al difetto del verbo essere, e spesso si usa altresì, come anche più nello spagnuolo, in luogo di questo verbo, ec. non ha tuttavia nessunissima relazione grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare da un antico participio o supino di sum. Similmente in greco ásthmi, st‹v, ec. che in se, e ne' loro composti e derivati, e nel lat. sisto che ne deriva, e suoi composti, come exsisto, subsisto, exsistentia ec. e nella voce êpñstasiw (substantia, subsistentia ec.), ha tanta relazione col verbo essere, non ha alcuna attinenza grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare dal lat. sto, derivato da sum. Anche i composti e derivati di sto (come exsto, exstantia, substantia, substantivus, substo ec. ec.) manifestano nel significato ec. grandissima relazione col verbo essere.

(4. Maggio. 1824.)

 

[4087] Comire-Vomire. Crus.

(6. Maggio. 1824.). Golpe co' derivati, composti ec.

 

Gomita plur. di Gomito.

(6. Maggio. 1824.)

 

Fello-fellico as, fellito as.

(7. Maggio. 1824.)

 

En tanto que. D. Quij. Madrid. 1765. t.4. p.315. titolo.

(9. Maggio. Domenica. 1824.). ƒEn tosoæÄ. Lucian. opp. 1687. 1.777. fin.

 

Enquérir, s'enquérir (inquirere, enquirir, inchiedere) - enquêter, s'enquêter (quasi inquisitare, inchiestare), enquête (inchiesta, come requête richiesta), enquêteur (inquisitor, inchieditore), enquérant, enquis participio. Riferiscasi al detto altrove in proposito di quaeritare, quaesitus, quisto ec.

(10. Maggio. 1824.)

 

Non è forse cosa che tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto i piaceri. E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, poichè non è fatta se non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita, perchè manca del suo fine, ed è una continua pena, perch'ella è naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione in natura?

(11. Maggio. 1824.)

 

L'infinito in luogo dell'imperativo, del che ho detto altrove, si usa in greco massimamente colla negazione, il che è al tutto conforme all'uso italiano. Vedi per es. alcuni pseudoracoli in versi nel Pseudomantis di Luciano, opp. 1687. t.1 pag.765. lin.14. 28. 778. fin. in due de' quali luoghi notisi il nominativo coll'infinito, come in italiano.

(12. Maggio. 1824.)

 

[4088] Bien razonado, cioè que razona bien. Cervantes Novelas exemplares. Milan. p.2.

(13. Maggio. 1824.)

 

Malheureux per scellerato e peggio ancora, cioè aggiuntovi il disprezzo. Aggiungasi al detto altrove in questo proposito.

(14. Maggio. 1824.)

 

Affidé cioè fidato per fido, fedele. Aggiungasi al detto altrove sui participii aggettivati o sostantivati, come anche affidé talora è sostantivo.

(14. Maggio. 1824.)

 

Ai frequentatativi in esso altrove notati, aggiungi petesso o petisso da peto, del quale v. Forcell. aggiungendo a' suoi esempi due che si trovano nel lungo frammento di Cicerone de suo Consulatu, che sta nel primo de Divinat., i quali esempi dimostrano pur la forza frequentativa di petesso.

(15. Maggio. 1824.)

 

Nei frammenti delle poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato, che si trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla greca (come mollipes), gran parte de' quali, se non la massima, non debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva.

(15. Maggio. 1824.)

 

Jçw ¤n Žrx» toè lñgou. Lucian. opp. 1687. t.1. p.887.

(15. Maggio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Ranunculus (onde ranocchio, grénouille ec. di cui altrove). Vedine la definizione nel Forcell. (15. Maggio. 1824.)

 

[4089]Ai composti di jugare notati altrove, aggiungi seiugare, cioè seiungere.

(17. Maggio. 1824.)

 

Clepo is psi ptum - kl¡ptv, quasi clepto as da cleptum di clepo. Il caso è al tutto simile a quel di apo-aptum-apto-‘ptv, di cui lungamente altrove, eccetto che clepto lat. non si conosce (è però ben verisimile), e viceversa clepo è più noto e certo di apo benchè parimente antiquato. Avvi anche clepso is, se è vero. Vedi Forcell.

(17. Maggio. 1824.). V. pag.4115.

 

Il diminuimento spagnuolo in ico ica dee venire dal lat. iculus, icula, iculum, come ho detto altrove di altre diminuzioni spagnuole italiane francesi.

(17. Maggio. 1824.)

 

Cosa cioè causa per res. Uso proprio di tutte tre le lingue figlie. V. Forc. in Causa se ha nulla; il Gloss. ec. Anche causa si dice in italiano e in francese ec. spessissime volte per res, come la causa pubblica, in causa propria, giovava alla sua causa (rei suae o rebus suis), e nel Guicciardini è frequente questo parlare.

(17. Magg. 1824.). Vedi la pag.4294.

 

Premo-pressum-presser, pressare co' derivati. Aggiungilo al detto altrove de' composti oppressare, soppressare ec. e v. gli spagnuoli.

(17. Magg. 1824.)

 

Marceo, ant. marcitum; marcire marcito; marchito spag. - marchitarse, marchitable.

(18. maggio. 1824.)

 

AétÛka nel modo e senso dello spagnuolo luego, del che altrove. Luciano opp. 1687. t.1. p.897. ¤nŽrx»m¢n ¤uJç toè bÛou ib.

(18. Maggio. 1824.)

 

[4090] Altro per niuno, del che altrove. Senz'altro mezzo. Speroni Dialoghi, Ven. 1596. p.275. verso il fine. (20. Maggio. 1824.). Nel Petrarca Canz. Una donna più bella ec. strofe 3. Altro volere o disvoler m'è tolto; altro sta per alcuna cosa, nulla, quidquam.

(20. Maggio 1824.)

 

Si riprende l'uomo che non sia mai contento del suo stato. Ma in vero questo non è che la sua natura sia incontentabile, ma incapace di esser felice. Se fossero veramente felici, il povero, il ricco, il Re, il suddito si contenterebbero egualmente del loro stato, e l'uomo sarebbe contento come possa essere qualunque altra creatura, perch'egli è altrettanto contentabile.

(20. Maggio. 1824.)

 

Rodo-rosum-rosicchiare, rosecchiare, rosicare (volg.). Frequentativo o diminutivo.

(20. Maggio. 1824.)

 

Alla p.4081. L'uomo sarebbe onnipotente se potesse esser disperato tutta la sua vita, o almeno per lungo tempo, cioè se la disperazione fosse uno stato che potesse durare.

(21. Maggio. 1824.)

 

S'è veduto altrove come la irregolarità e i vizi palpabili delle ortografie straniere vengano in gran parte dall'aver voluto accomodare le loro scritture alla latina. Ora egli è pur curioso che gli stranieri vogliano poi pronunziare la scrittura latina nel modo in cui pronunziano la propria. Questa non corrisponde alla parola pronunziata perchè l'hanno voluta scrivere alla latina, e le parole latine le vogliono poi pronunziare [4091]colla stessa differenza dalla scrittura, che usano nel pronunziar le loro parole, perchè sono male scritte. Ma se esse sono male scritte, le latine sono scritte bene; però s'hanno a pronunziar come sono scritte e non altrimenti; e gli stranieri mostrano di non ricordarsi che essi non pronunziano diversamente da quel che scrivono, se non perchè vollero scrivere alla latina, e che l'origine di questa differenza tra il loro scritto e il parlato, e della loro scrittura falsa, fu l'aver voluto scrivere alla latina mentre parlavano in altro modo, e l'aver voluto seguitare materialmente la scrittura latina, non falsa ma vera. Ora avendola malamente voluta prendere per modello, e con ciò falsificata la loro scrittura, pretendono poi per questa cagione medesima che quella sia falsa come la loro, e perchè la loro è falsa perciocchè segue quella; il che è ben lepido. (21. Maggio. 1824.). Quelli poi che non hanno tolta l'ortografia loro da' latini (sebben tutti in parte l'han tolta o immediatamente o mediatamente), e quelli che l'han tolta, in quelle cose in cui la loro non deriva da quella, ma è pur viziosa manifestamente perchè ripugna al lor proprio alfabeto, tralascia lettere e sillabe che s'hanno a profferire, ne scrive che non s'hanno a pronunziare; come mai, dico, questi tali hanno da credere che l'ortografia latina sia e viziosa perchè la loro lo è, e macchiata di quei vizi appunto che ha la loro, diversissimi poi in ciascuna, di modo che ciascuna nazione straniera pronunzia il latino diversamente?

(21. Mag. 1824.)

 

[4092]Alla p.4064. Da questo ragionamento segue che la maggior parte degli altri animali (poichè la vita naturale dell'uomo è delle più lunghe, e il suo sviluppo corporale è de' più tardi)[99] sono anche per questa parte naturalmente più felici di noi, tanto più quanto il loro sviluppo è più rapido, al che corrisponde in ragion diretta la brevità della vita, perchè il Buffon osserva ch'ella è tanto più breve quanto più rapida è la vegetazione dell'animale (s'intende del genere, e spesso anche degl'individui rispetto al genere) l'accrescimento del suo corpo e facoltà, le sue funzioni animali per conseguenza, e il giungere allo stato di perfezione e maturità; e viceversa. Questo si osserva per lo meno in quasi tutti i generi anche vegetali. (Buffon, nel capitolo, se non erro, della Vecchiezza). Ond'è che p.e. i cavalli e poi di mano in mano gli altri di sviluppo più rapido, sino a quegl'insetti che non vivono più d'un giorno (v. il mio Dial. d'un Fisico e di un Metafisico) sieno tutti di mano in mano più e più disposti naturalmente alla felicità che non è l'uomo, nonostante che la brevità della vita loro sia nella stessa proporzione; la qual brevità o lunghezza non aggiunge e non toglie nè cangia un apice nella felicità d'alcun genere di animali (nè anche negl'individui), come ho dimostrato nel Dial. succitato e nel pensiero a cui questo si riferisce.

(21. Maggio. 1824.)

 

[4093] Le mulina. Crus. e Guicc. t.3. p.361. bis.

(23. Maggio. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Sciurus-écureuil (ant. escureuil da sciuriculus o altro simile), schiratto (Pozzi nel Bertoldo; noi volgarmente schiriatto) diminutivo o disprezzativo, scoiatto (Pulci nella Crus.), scoiattolo sopraddiminutivo, o sopraddisprezzativo. Gli spagnuoli harda, hardilla.

(23. Maggio. Domenica. 1824.)

 

En tanto in ispagnuolo (del che altrove) o spesso o sempre vuol dire infino a tanto, come nelle Novelas exemplares di Cervantes p.79. ediz. citata alcuni pensieri più sopra.

(23. Maggio. Domenica. 1824.). Così noi mentre per finchè.

 

Retinere per ricordarsi, come in ital. ec. ritenere. Così anche il suo continuativo retentare sta espressamente per ricordarsi in un luogo di Cic. de Divinat. l.2. c.29. tradotto da Omero, il quale vedi, Il. 2 v.301.

(23. Maggio. 1824. Domenica.)

 

Inconsideratus per non considerans, qui considerare non solet. Vedi Forcell. e Cic. de Divinat. 2. c.27. Così consideratus nel senso contrario. V. Forcellini.

(23. Maggio. Domenica. 1824.)

 

Cieo cies civi citum (diverso da cio iis ivi itum)[100] co' suoi composti, aggiungasi ai verbi della seconda che hanno il perfetto in vi, e il supino in itum breve, de' quali altrove. E v. il Forcell. in cieo fine.

(27. Maggio. Festa dell'Ascensione. 1824.)

 

[4094] Periurus sembra esser contrazione di periuratus o peieratus che pur si trovano, benchè in altro senso (per peiero si disse anche periero e periuro). Così iuratus, coniuratus ec. in sensi analoghi. Exanimus e inanimus debbono esser contrazioni di exanimatus e inanimatus, che pur si trovano. Similmente semianimus di un semianimatus dal semplice animatus. Innumerus debb'esser contrazione di un innumeratus dal semplice numeratus, con significato d'innumerabilis, come invictus per invincibilis e tanti altri simili, di cui altrove, e v. il Forc. in illaudatus. Queste contrazioni aggiungansi al detto d'inopinus necopinus ec. dove si prova che anche in latino vi fu il costume di contrarre il participio della prima colla detrazione delle lettere at, costume frequentatissimo nell'italiano anche in voci per niente latine di origine.

(27.-28. Maggio. 1824.)

 

Non solo gli antichi avevano tanto alta idea della natura umana che la stimavano poco inferiore alla divina, come ho detto altrove parlando de' semidei, ma credevano ancora le anime nostre parenti, emanazioni, parti della divinità, divine esse stesse, e quasi dee ( ¤n ²mÝn JeÝon). Della quale opinione non già volgare, anzi propria de' filosofi, e questi molti e diversi, vedi fra i mille luoghi degli antichi, Cic. de Divin. l.1. c.30. 49. l.2. c.11. 58. Virg. Georg. l.4. v.219. sqq. e quivi Servio ec.

(28. Maggio. 1824.). Cic. de nat. deor. l.1. c.11. 12. Vedilo anche ib. 2. c.53. fin. 62. principio.

 

[4095]Diminutivi greci positivati. kuc¡lh-kuc¡lion, kucelÜw Ûdow. V. Scap. e Luciano in Lexiphane p.2.

(29. Maggio. 1824.)

 

Il tale rassomigliava i piaceri umani a un carcioffo, dicendo che conveniva roderne prima e inghiottirne tutte le foglie per arrivare a dar di morso alla castagna. E che anche di questi carcioffi era grandissima carestia, e la più parte di loro senza castagna. E soggiungeva che esso non volendosi accomodare a roder le foglie si era contentato e contentavasi di non gustarne alcuna castagna.

(30. Maggio. Domenica. 1824.)

 

Rassomigliava qualunque (Comparava ogni) piacere umano a un carcioffo dicendo che ne bisogna rodere e trangugiare tutte le foglie volendo arrivare a dar di morso nella castagna, e che di questi carcioffi è carestia grandissima, ed anche la maggior parte di loro è sole foglie senza castagna. E soggiungeva che esso non si potendo accomodare a ingoiarsi le foglie ec.

(31. Maggio. 1824.)

 

…Eti gŒr toètñ moi loipòn ·n ci mancherebbe questo. Idiotismo comune al greco e italiano. Lucian. opp. 1687. t.1. p.787. init. V. Crus. e Forcell. in supersum se hanno nulla. – par ÷son in quanto che. V. Lucian. ib. 786. e lo Scap. ec. modo pur comune, e del quale o cosa simile ho detto anche altrove.

(31. Maggio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Vedi Creuzer Meletemata e Disciplina antiquitatis Lips. 1817. sqq. par.3. p.112. lin.28. p.130. lin.23-24. dove però s'inganna quanto al supporlo necessario, perchè non sempre [4096]questi tali sono diminutivi, come ho provato altrove coll'esempio di iaculum, speculum ec.

(1. Giugno. 1824.)

 

Sisto in vece di venire dal greco ßst‹v, come si crede e ho detto altrove, ben potrebbe venire da sto per duplicazione, non ignota neppure ai latini (come usitatissimo fra i greci), massime antichi, come ho mostrato altrove coll'es. di titillo da tÛllv, e dei perf. cecidi ec. ec. E la mutazione della coniugazione dalla prima nella terza, sarebbe appunto come nei composti di do (del che pure altrove) anch'esso monosillabo come sto. E quanto al significato e all'uso ec. chi non vede l'analogia fra sto e sisto?

(1. Giugno. 1824.)

 

Il tale diceva non esser ben detto quel che si afferma comunemente che basta l'apparenza p.e. a un letterato per essere stimato, benchè manchi della sostanza. Ora l'apparenza non solo basta, ma è la sola cosa che basti, ed è necessaria e la sola necessaria. Perocchè la sostanza senza l'apparenza non fa effetto alcuno e nulla ottiene, e l'apparenza colla sostanza non fa nè ottiene niente di più che senza essa: onde si vede la sostanza essere inutile, e il tutto stare nella sola apparenza. (1. Giugno. 1824.)

 

Chi vuol vedere la differenza che passa tra l'antica filosofia e la moderna, e quel che di questa ci possiamo promettere, le consideri ambedue sul trono, cioè ¤josuÛan [4097]laboæsaw, la quale non hanno i filosofi privati. Ora se egli è vero che la qualità d'ogni cosa non d'altronde si conosca meglio e più veramente che dagli effetti, da quelli de' principi filosofi si dovrà giudicare delle due filosofie meglio che da' privati, i quali hanno per necessità più parole che effetti, o effetti più deboli, e più desiderii e progetti che esecuzioni, perchè quel che vogliono, massime in cose grandi e rilevanti, nol possono. Paragoninsi dunque fra loro Marcaurelio e Federico, ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in parole e in opere, e corrispondenti ne' loro fatti alle loro massime. E si troverà quello in un secolo inclinante alla barbarie essere stato il padre de' suoi popoli ed esempio di virtù morali d'ogni genere anche a' privati ed a tutti i tempi. Questo in un secolo sommamente civile essere stato il maggior despota possibile, il più freddo egoista verso i suoi popoli, il più indifferente al loro bene e curante del proprio, e solito e determinato ad antepor questo a quello, il maggior disprezzatore dico ne' fatti e in parte eziandio ne' detti, della morale in quanto morale, della virtù in quanto virtù, e del giusto come giusto; in somma, se non il più vizioso (chè egli non l'era per calcolo), certo il men virtuoso principe del suo tempo, e forse di tutti i tempi, perchè non avendo niuna delle virtù che vengono, o vogliamo dir venivano dalla forza della mente, mancava anche di quelle che nascono dalla debolezza (come n'erano in Luigi XV.). Fu anche disaffezionato stranamente alla sua patria, come gli è stato [4098]agramente rimproverato dai Tedeschi e fra gli altri da Klopstock, decisamente vago delle cose straniere, e solito d'antepor gli stranieri ai suoi nell'affetto, nella inclinazione e nei fatti.

(1. Giugno. 1824.)

 

Alla p.4085. Qua si dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il pronome pleonastico nelle frasi indeterminate, coll'ottativo, come, che che egli si voglia, comunque ciò si accada, per quanto egli si dica, non meno che me le sia servitore Caro, lettera a nome del Guidiccioni lett.35. o neutri o attivi che sieno i verbi. Ne' quali casi il pronome è sempre dativo ed accidentale al verbo, e s'inganna a partito chi sopra alcuno esempio sì fatto, battezza quel tal verbo per neutro passivo, come par che voglia fare il Rabbi o il Bandiera ne' Sinonimi v. Affermare, dove allegando il Bocc. Nov. 19. quantunque tu te l'affermi (cioè per quanto tu te lo affermi, maniera indeterminata) e chiamandolo modo toscano, ne cava il verbo affermarselo, verbo nullo, perchè in tale e simili frasi indeterminate tutti o quasi tutti i verbi attivi o neutri passivi possono ricevere questa forma e ricevonla elegantemente (sia ciò proprietà toscana o altrimenti), ma fuor di tali casi in niun modo si direbbe affermarselo o affermarsi, come io mi affermo che tu ec. o egli se lo afferma asseverantemente, (1. Giugno. 1824.); e il luogo del Boccaccio non prova che ciò si possa dire. Chi che si fosse, qual o qualche se ne fosse la cagione, qual si sia o qualsisia, non so chi si fosse che ec. non so [4099] che o quello che si faccia o si voglia ec.

(2. Giugno. 1824.). V. p.4103.

 

Pesado per pesante, que pesa, tanto nel proprio come nel figurato.

(2. Giugno. 1824.)

 

Non si può meglio spiegare l'orribile mistero delle cose e della esistenza universale (v. il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in fine) che dicendo essere insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione, la portata e le forze, ma i principii stessi fondamentali della nostra ragione. Per esempio quel principio, estirpato il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri, dico quel principio. Non può una cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono in natura. L'essere effettivamente, e il non potere in alcun modo esser felice, e ciò per impotenza innata e inseparabile dall'esistenza, anzi pure il non poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe intorno all'uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri principii e la nostra esperienza. Or l'essere, unito all'infelicità, ed unitovi necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a se stessa, alla perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a se stesso e suo proprio inimico. Dunque l'essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria con se [4100]medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell'esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere infelice, e compresa in lei); cioè nell'essere, ed essere per necessità imperfettamente, cioè con esistenza non vera e propria. Di più che una tale essenza comprenda in se una necessaria cagione e principio di essere malamente, come può stare, se il male per sua natura è contrario all'essenza rispettiva delle cose e perciò solo è male? Se l'essere infelicemente non è essere malamente, l'infelicità non sarà dunque un male a chi la soffre nè contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli sarà un bene poichè tutto quello che si contiene nella propria essenza e natura di un ente dev'essere un bene per quell'ente. Chi può comprendere queste mostruosità? Intanto l'infelicità necessaria de' viventi è certa. E però secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto ai viventi il non essere che l'essere. Ma questo ancora come si può comprendere? che il nulla e ciò che non è, sia meglio di qualche cosa? L'amor proprio è incompatibile colla felicità, causa della infelicità necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi sarebbe infelicità, e da altra parte la felicità non può aver luogo senz'amor proprio, come ho provato altrove, e l'idea di quella suppone l'idea e l'esistenza di questo.

Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle dimostrate con tutti i lumi e l'esattezza la più geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (2. Giugno. 1824.). - Vedi un'altra evidente contraddizione della natura, e si può dire, in cose fisiche, [4101]notata alla p.4087. e anche nel citato dialogo.

(3. Giugno. 1824.)

 

KaJ ÷son in senso simile all'italiano in quanto o in quanto che, del che, e simili altre frasi, ho detto altrove. Luciano opp. 1687. t.1. p.800.

(3. Giugno. 1824.)

 

Jçw per primum. Luciano ib. p.805.

(3. Giugno 1824.)

 

Diminutivi positivati. Radium-rayon.

(4. Giugno. 1824.)

 

Oficio descansado, cioè donde el hombre descansa. Cervantes Novelas exemplares, Milan 1615. p.192.

(4. Giugno 1824.)

 

A proposito di quel che ho scritto altrove sopra un luogo di Donato ad Terent. relativo al digamma, dove si parla di Davus, anticamente Daus ec. notisi che i Greci dicevano infatti D‹ow, o D+ow o Dow o Daòw, e v. Lucian. opp. 1687. t.1. p.797. e not. e p.996.

(4. Giugno. 1824.)

 

En el entretanto que. Cervantes loc. cit. qui sopra, p.195.

(5. Giugno. 1824.)

 

Divido-diviser.

(7. Giugno. 1824.)

 

In quanto per poichè alla greca, del che altrove in più luoghi. Vedi Bembo opp. t.3. p.129. col.2. fine e Rabbi Sinonimi v. poichè, e Crusca se ha nulla.

(9. Giugno. 1824.)

 

Altro per nulla ec. V. Caro Lettera a nome del Guidiccioni, lett. 15. fine. finchè non ho altro in contrario (modo comunissimo: avere o non avere altro in contrario, coll'interrogazione o positivo ec.), lett. 7. fine. senza darne altra (niuna) notizia al Padrone.

(10. Giugno. 1824.)

 

Rilevato per rilevante, e così relevado in Cervantes Novelas [4102]exemplares. Milan 1615. p.252.

(11. Giugno. 1824.)

 

Hasta tanto come in ital. fino a tanto ec. di cui altrove. Cervantes loc. cit. qui sopra, p.263.

(11. Giugno. 1824.)

 

Illustratus per illustris, il participio per l'aggettivo. V. l'index latinitatis a Cic. de rep. e il Forcell.

(12. Giugno. 1824.)

 

Il tale negava che si potesse amare senza rivale. E domandato del perchè, rispondeva: perchè sempre l'amato o l'amata è rivale ardentissimo dell'amante (del proprio amante).

(13. Giugno. Domenica della SS. Trinità. 1824.)

 

ƒExtòw . Lucian. op. 1687. t.2. p.28. verso il fine. p.31. princip.

(14. Giugno. Vigilia di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.)

 

Al detto altrove della somma facoltà e fecondità della lingua greca, non ancora esaurita nè spenta, aggiungi che oggidì chi vuol sostituire al suo proprio qualche nome finto espressivo di qualche cosa, o dar nome significativo a qualche personaggio immaginario, come Moliere nel Malato immaginario, nei nomi de' medici, o nominar qualche nuovo essere allegorico, o nuovamente nominare i già consueti ec. ec. non ricorre ordinariamente ad altra lingua (qualunque sia la sua propria, in tutta l'Europa e America civile) che alla greca.

(15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.)

 

m¢n g‹r prÇton Jçw. Luciano opp. 1687. t.1. p.41-42.

(16. Giugno. Vigilia della Festa del Corpus-Domini. 1824.)

 

†Oson ¤n plÓ quanto, per ciò che spetta alla navigazione. Luciano loc. cit. qui sopra. p.34.

(16. Giugno. Vigilia della Festa del Corpus-Domini. 1824.)

 

[4103] Tutto quanto, tutti quanti - pn ÷son, p‹ntew ÷soi, mkròn ÷son, mærioi ÷soi, ôlÛgoi ÷soi, pleÝston ÷son ec. ec. V. lo Scapula ec. ec.

(20. Giugno. Domenica. 1824.)

 

Alla p.4099. Qua spetta il nostro idiotismo sempre comune tra noi, massime nello scritto, dal 300 a oggi, di aggiungere il si (dativo) al verbo essere. Questo si è, questa si fu la cagione ec.

(21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.)

 

Ficulneus - ficulnus appo Orazio, e nóta che l'us vi è breve.

(21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.)

 

Experimentado per esperto, come noi sperimentato ed esperimentato, del che altrove. Cervantes Novelas exemplares. p.354. Milan 1615. 432.

(22. Giug. 1824.)

 

Altro per nulla, cosa alcuna. Guicc. t.4. p.50. ediz. di Friburgo: innanzi tentasse altro: e non aveva ancora tentato niente.

(23. Giugno. Vigilia di S. Giovanni Battista. 1824.)

 

Il est aisé de voir la prodigieuse révolution que cette époque (celle du Christianisme) dut produire dans les moeurs. Les femmes, presque toutes d'une imagination vive et d'une ame ardente, se livrèrent à des vertus qui les flattoient d'autant plus, qu' elles étoient pénibles. Il est presqu'égal pour le bonheur de satisfaire de grandes passions, ou de les vaincre. L'ame est heureuse par ses efforts; et pourvu qu'elle s'exerce, peu lui importe d'exercer son activité contre elle-même. Thomas Essai sur les Femmes. Oeuvres, Amsterdam 1774. tome 4. p.340.

(24. Giugno. Festa di S. Giovanni Battista. 1824.)

 

[4104] Agnomen, cognomen, coi derivati ec. aggiungansi al detto altrove circa il g premesso a varie voci latine, come nosco agnosco ec. Anche nomen viene da nosco.

(25. Giug. 1824.)

 

Il tale diceva che noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento volte da ogni parte, e proccura in vari modi di appianare, ammollire ec. il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finchè senz'aver dormito nè riposato vien l'ora di alzarsi. Tale e da simil cagione è la nostra inquietudine nella vita, naturale e giusta scontentezza d'ogni stato; cure, studi ec. di mille generi per accomodarci e mitigare un poco questo letto; speranza di felicità o almen di riposo, e morte che previen l'effetto della speranza.

(25. Giugno. 1824.)

 

ƒEn tosoætÄ - intanto, del che altrove. Luciano opp. 1687. t.2. p.48. principio, 51. dopo il mezzo. 64.

(25. Giugno. 1824.)

 

Plus le lien général s'étend, plus tous les liens particuliers se relâchent. On paroît tenir à tout le monde, et l'on ne tient à personne. Ainsi la fausseté s'augmente. Moins on sent, plus il faut paroître sentir. Thomas, loc. cit. qui dietro, p.448. Questo ch'ei dice dei legami di società sostituiti a quei di famiglia, di ristrette amicizie ec. ben puossi applicare all'amore universale sostituito al patrio al domestico ec.

(27. Giugno. Domenica. 1824.)

 

Callado per tacente, come tacitus da taceo-itum, del [4105]che altrove. Cervantes Novelas exemplares, Milan 1615. p.431.

(27. Giugno. 1824.)

 

Dilettare-dileticare coi derivati ec. frequentativo o diminutivo alla latina, e può anche aggiungersi agli esempi delle forme frequentative italiane di verbi, da me altrove raccolte.[101] Avvertasi però che ha un significato diverso da dilettare, e forse è corruzione di solleticare, e così diletico, che altrimenti sarà un diminutivo o frequentativo di diletto.

(29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio. 1824.)

 

L'infelicità abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che lusinghino l'amor proprio, estingue a lungo andare nell'anima la più squisita ogn'immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile disperazione, e contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, nè altro produce in lui la natura stessa ed il tempo, che un abito di tener continuamente represso e prostrato l'amor proprio, perchè l'infelicità offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un'indifferenza e insensibilità verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta morte dell'animo e delle sue facoltà. L'uomo che non s'interessa a se stesso, non e capace d'interessarsi a nulla, perchè nulla può interessar l'uomo se non in relazione a se stesso, più o men vicina e palese, e di qualunque sorte ella sia. Le bellezze della [4106]natura, la musica, le poesie più belle, gli avvenimenti del mondo, felici o tragici, le sventure o le fortune altrui, anche dei suoi più stretti, non fanno in lui nessuna impressione viva, non lo risvegliano, non lo riscaldano, non gli destano immagine, sentimento, interesse alcuno, non gli danno nè piacere nè dolore, se bene pochi anni avanti lo empievano di entusiasmo e lo eccitavano a mille creazioni. Egli stupisce stupidamente della sua sterilità e della sua immobilità e freddezza. Egli è divenuto incapace di tutto, inutile a se e agli altri, di capacissimo ch'egli era. La vita è finita quando l'amor proprio ha perduto il suo ressort. Ogni potenza dell'anima si estingue colla speranza. Voglio dire colla disperazione placida, perchè la furiosa è pienissima di speranza, o almeno di desiderio, ed anela smaniosamente alla felicità nell'atto stesso che impugna il ferro o il veleno contro se medesimo. Ma il desiderio è più spento che sia possibile in un'anima avvezza a vederli sempre contrariati, e ridotta o per riflessione o per abito o per ambedue a sopirli e premerli. L'uomo che non desidera per se stesso e non ama se stesso non è buono agli altri. Tutti i piaceri, i dolori, i sentimenti e le azioni che gl'inspiravano le cose dette di sopra, cioè la natura e il resto, si riferivano in un modo o nell'altro a se stesso, e la loro vivezza consisteva in un ritorno vivo sopra se medesimo. Sacrificandosi ancora agli altri, non d'altronde egli ne aveva la forza se non da questo ritorno e rivolgimento sopra di se. Ora [4107]senz'alcuna ferocia, nè misantropia nè rancore nè risentimento, senza neppure egoismo, quell'anima già poco prima sì tenera è insensibile alle lagrime, inaccessibile alla compassione. Si moverà anche a soccorrere, ma non a compatire. Beneficherà o sovverrà, ma per una fredda idea di dovere o piuttosto di costume, senza un sentimento che ve lo sproni, un piacere che gliene venga. La noncuranza vera e pacifica di se stesso è noncuranza di tutto, e quindi incapacità di tutto, ed annichilamento dell'anima la più grande e fertile per natura.

Questo medesimo effetto che produce la infelicità, lo produce, come ho detto, l'abito di non provare o non vedersi d'innanzi alcuna apparenza di felicità, alcun dolce futuro, alcun piacere grande o piccolo, alcuna fortuna della giornata o durevole, alcuna carezza e lusinga degli uomini o delle cose. L'amor proprio non mai lusingato, si distacca inevitabilmente dalle cose e dagli uomini (fosse pur sommamente filantropo e tenero), e l'uomo abituandosi a non veder nella vita e nel mondo nulla per se, si abitua a non interessarvisi, e tutto divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri, infecondi, secchi ed inetti. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio. 1824.). Il che sempre più privandolo d'ogni illusione e successo dell'amor proprio, sempre più conferma in lui l'abito di noncuranza, e d'inettitudine e spiacevolezza. Trista condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo stato (che certo [4108]non è strettamente proprio se non di lui), quanto da principio il suo amor proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e speranze, meno facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli altri bastano, e più sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono.

(29. Giugno. Festa di S. Pietro. dì mio natalizio. 1824.). V. p.4109.

 

Fræssv o frættv-frissonner. Notinsi in questo verbo due cose. La derivazione manifesta dal greco, e la forma diminutiva o frequentativa.

(30. Giugno. 1824. Anniversario del mio Battesimo.)

 

Della lingua universale, o piuttosto scrittura universale progettata da alcuni filosofi, vedi Thomas Éloge de Descartes, Oeuvres, Amsterdam 1774, t.4. p.72.

(2. Luglio, Festa della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.)

 

Come tutte le facoltà dell'uomo siano acquisite per mezzo dell'assuefazione, e nessuna innata, fin quella di far uso de' sensi, da' quali ci vengono tutte le facoltà; insomma, come l'uomo impari a vedere, e nascendo non abbia questa facoltà, benchè egli non si accorga mai d'impararla, e naturalmente creda che ella sia nata con lui, vedi fra gli altri il Thomas loc. cit. qui sopra, p.59-60.

(2. Luglio. dì della S. Visitazione di Maria. 1824.)

 

C'est ainsi que les grands Hommes découvrent, comme par inspiration, des vérités que les hommes ordinaires n'entendent quelquefois qu'au bout de cent ans de pratique et d'étude; et celui qui démontre ces vérités après eux, acquiert encore une gloire immortelle. Thomas [4109]loc. cit. qui dietro, p.37. Sa géometrie étoit si fort au dessus de son siècle qu'il n'y avoit réellement que très peu d'hommes en état de l'entendre. C'est ce qui arriva depuis à Newton; c'est ce qui arrive à presque tous les grands hommes. Il faut que leur siècle coure après eux pour les atteindre. Id. ib. not.22. p.143.

(2. Luglio. Festa della Visitazione di Maria Santissima. 1824.)

 

Alla p.2811. marg. E così anche deÛdv potrà esser fatto da un preterito di d¡v o d¡omai, da d¡dia ec.

(2. Luglio. Festa della Visitazione della Beatissima Vergine Maria. 1824.)

 

Alla p.4008. fine. Così il bul in bbi, (nebula, nebbia), ec. Insomma generalmente l'ul in i, con duplicazione della consonante precedente, se la sillaba in latino è pura come in ne-BU-la, e non impura, come in misculare (mi-SCU-lare), onde si fa mi-SCHI-are, e non mis-CCHI-are.

(3. Luglio. 1824.)

 

Alla p.4108. Come l'uomo non è capace d'imprender nulla che non abbia in qualunque modo per fine se stesso, così i cattivi successi continui in quanto a se stesso, o la continua mancanza di successi qualunque dell'amor proprio, scoraggisce naturalmente l'uomo dall'intraprender più nulla, nè anche il sacrifizio di se stesso, e lo rende incapace e inabile a tutto per la mancanza di coraggio. Lo scoraggimento è proprio e facile sopra tutto agli animi dilicati e grandi. (3. Luglio. 1824.). V. p. seg.

 

Anche tra i greci fu in uso in certi luoghi lo spettacolo di combattenti mercenarii. V. Luciano sulla fine del Toxaris sive de Amicitia, opp. 1687. t.2. p.72. Furono poi introdotti a' tempi romani in alcune città greche (d'Asia o d'Europa) i circhi e i ludi gladiatorii [4110]usati in Roma. E forse di questi tempi intende Luciano di parlare, anzi certo, poichè dal resto del Dialogo apparisce che egli finge il Dialogo a' tempi romani. Del rimanente, v. Fusconi Dissertat. de Monomachia Rom. 1821. p.9. not.43. (4. Luglio. Domenica. 1824. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima.). V. anche Luciano 2. 111.

 

Calcagna

(4. Luglio. 1824.)

 

Alla pag. antecedente. Un tal uomo ha tanto coraggio a operare o a risolversi di operare quanto chi è certo o quasi certo di non conseguire il fine di una operazione particolare.

(4. Luglio. Domenica infraottava della Visitazione. 1824.)

 

Il titolo di divino (divinamente ec.) solito darsi in greco, in latino e nelle lingue moderne per una conseguenza dell'uso di quelle, agli uomini e alle cose singolari, eccellenti ec. ancorchè in niente sacre nè appartenenti alla Divinità, non avrebbe certamente avuto mai principio nè luogo nel Cristianesimo. Esso uso è un residuo dell'antica opinione che innalzava gli uomini poco più sotto degli Dei ec., del che altrove in più luoghi.

(6. Luglio. 1824.)

 

Al detto altrove circa l'uso latino conforme all'italiano di usare pleonasticamente il pronome dativo sibi, v. anche il Forcell. in mihi, tibi, nobis e simili altri dativi di pronomi personali.

(7. Luglio. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Sommolo. V. la Crusca.

(7. Luglio. 1824.)

 

[4111] Expérimenté (instruit par l'expérience) inexpérimenté (qui n'a point d'expérience).

(11. Luglio. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Myrtus, - mortella (se è però la stessa pianta). V. franc. spagn. ec. ec.

(11. Luglio. Domenica. 1824.)

 

Quando noi diciamo che l'anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è materia, e pronunziamo in sostanza una negazione, non un'affermazione. Il che è quanto dire che spirito è una parola senza idea, come tante altre. Ma perocchè noi abbiamo trovato questa parola grammaticalmente positiva, crediamo, come accade, avere anche un'idea positiva della natura dell'anima che con quella voce si esprime. Nel metterci però a definire questo spirito, potremo bene accumulare mille negazioni o visibili o nascoste, tratte dalle idee e proprietà della materia, che si negano nello spirito, ma non potremo aggiungervi niuna vera affermazione, niuna qualità positiva, se non tratta dagli effetti sensibili, e quindi in certa guisa materiali, (il pensiero, il senso ec.) che noi gratis ascriviamo esclusivamente a esso spirito. E quel che dico dell'anima dico degli altri enti immateriali, compreso il Supremo. (11. Luglio. Domenica. 1824.). - Tanto è dire spirituale, quanto immateriale; questa, voce affatto negativa grammaticalmente, quella ideologicamente.

(11. Luglio. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. stæph o stæpph-stuppeÝon o stupeÝon V. Scapula e Luciano opp. Amsterdam 1687. t.2. p.98.99. più volte.

(12. Luglio. 1824.)

 

[4112] Sensato per sentito o per sensibile (come invitto per invincibile ec. del che altrove) quasi da un senso as continuativo di sentio sensum, vedilo nella Crusca. Vedi ancora Forcell. Gloss. ec.

(14. Luglio. 1824.)

 

Al detto altrove che i derivativi latini si formano dagli obbliqui e non dal retto dei nomi originali, aggiungi una prova evidente più che mai Jovialis e simili da Juppiter Jovis. (Vi saranno ancora altri simili esempi da simili nomi). Così in greco Diiòw da Zeçw Diòw. (Plat. in Phaedro ec.) (14. Luglio. 1824.). Anche in greco i derivativi sono sempre, se non erro, dal genitivo (o noto o ignoto, o di un dialetto o comune ec.) fusikòw non è da fæsi-w (gen. fæsevw) ma o da fæsi-ow (genit.), o piuttosto è come mous-ijòw da moèsa ec. ec.

(15. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. gñnu-gon‹tion. (V. Lucian. opp. 1687. 2. 83.) gounÜw Ûdow. Così ginocchio è diminutivo positivato di genu.

(14. Luglio. 1824.)

 

Descansado, che ha riposato, detto di persona. Cervantes, Novelas exemplares, Milan. p.580.

(15. Luglio. 1824.)

 

Adultus o venga da adolesco o da adoleo è originariamente participio neutro passato, di un verbo neutro.

(15. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Muscus-muschio.

 

Desatentado. Cervantes loc. cit. qui sopra p.605.

(16. Luglio. 1824.)

 

[4113] Entreabrir, entre oscuro (Cervantes loc. cit. qui dietro, p.588.) e simili (v. il Diz. spagnuolo in entre...) aggiungasi al detto altrove dell'antico uso d'inter per fere ec., conservato ne volgari moderni. Così in franc. entrevoir ec. ec.

(16. Luglio. 1824.)

 

Apercebido, di cui altrove, notisi che non è participio di verbo neutro, ma attivo, ed è participio passivo.

(17. Lugl. 1824.)

 

Del bello esterno come sia relativo vedi un luogo insigne di Cicerone De Natura Deorum 1. 27-29.

(19. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. s‹kxar-sakx‹rion.

(20. Luglio 1824.)

 

Frequentativo. Tâter - tâtonner coi derivati.

(20. Lugl. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Capella, capretta coi derivati, metafore ec. Così oveja (ovicula) per ovis. Così ouaille ec. Così vitello per vitulus. Così agnello, agneau per agnus. Così mulet per mulus. Così asellus per asinus. Così femelle per femina di bestie. (v. Forc. in Femella). Così catellus per catulus. Così uccello, augello ec. oiseau, per avis. Così poulet per pullus. Così noi muletto, muletta. (V. la Crusca.) Così usignuolo, rosignuolo ec. rossignol franc. (v. gli spagnuoli e Forcellini in Lusciniola) per luscinia. Così cardellino, cardelletto, calderugio, caderino, calderello (v. gli spagnuoli e i francesi) per carduelis. Così poisson per piscis. Così taureau per taurus. (v. la Crus. in torello se ha niente a proposito). ec. ec. (22. Luglio. 1824.). Così chiocciola ec. Così allodola, lodola ec. (v. spagnuoli e francesi) per alauda. Così poÛmnion, prob‹tion ec. Così hirondelle, pecchia, abeille ec. struzzolo, passereau, passerculus, strouJÛon ec. [4114]Così forse anche nei nomi di piante, come bietola ec., e d'altri generi di cose naturali, usuali ec.

(22. Luglio. 1824.). V. p.4115.

 

Diminutivi greci positivati. k‹lvw-kalÅdion. V. Scap.

(22. Luglio 1824.)

 

Al detto altrove delle porpore ec. in proposito di vermiglio, aggiungi k‹lxh che è quel donde si fa il colore, come vermis, e k‹lxion diminutivo che è quel che si tinge, come vermiglio. V. lo Scapula.

(22. Luglio. 1824.)

 

Coltare, coltato da colo-cultum. V. la Crusca, e il Gloss. Forcellini, Dizionari franc. e spagn.

(23. Luglio. 1824.)

 

Immensus, smisurato ec. per immensurabile.

(24. Lugl. 1824.)

 

Amaricare frequentativo alla latina, come fodicare ec. V. Crus. Forcell. ec. ec.

(24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apost.)

 

Diminutivi greci positivati. KÆw o kÇaw o kÇow-kvýdion o kÐdion, kvd‹rion. V. i Lessici, e Luciano opp. 1687. init. Galli, t.2. p.158. fine.

(24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apostolo, mio omonimo.)

 

ƒEn Žrx» Jçw toè ec. Luciano ib. p.165.

(24. Luglio. 1824. Vigilia di San Giacomo Apostolo.)

 

Absortar da absorbeo. Cervantes Novelas exemplares. Milan 1615 p.733.

(27. Lugl. 1824.)

 

Verbo diminutivo. Rado-rasum-raschiare.

(27. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Chorea, carola, caroletta, quasi choreola. V. il Forc. e gli etimologisti, e nóta che carola è propriamente ballo tondo, com'era quello dei cori, onde xoreÛa, xoreæein, e chorea ec.

(27. Luglio. 1824.)

 

[4115]Un notabile esempio di verbo continuativo usato in senso affatto continuativo ec. vedilo in Cic. de Nat. Deor. 2. 49. fine, ut in pastu circumspectent.

(29. Luglio. 1824.)

 

Alla p.4114. principio. Così cornacchia, corneille ec. per cornix; araneola, araneolus (v. gli spagnuoli) per aranea, araneus; Žr‹xnion; ranocchio, grénouille ec. per rana.

(29. Luglio. 1824.)

 

Tosoèton ra ¤d¡hs‹n me - Žpall‹jai, Öste kaÜ - ¤n¡balon. Lucian. opp. 1687. t.2. p.189. fine.

(29. Luglio. 1824.)

 

Inauditus per qui non audit. V. Forc. Odorus, inodorus per qui odoratur ec. (odorus ec. è lo stesso che odoratus ec.) in senso abituale. V. Forcellini.

(2. Agosto, secondo dì del Perdono. 1824.)

 

YarrÇ ti poieÝn - mi rincuoro, mi assicuro, ec. di fare una cosa, cioè confido di poterla fare. V. Lucian. opp. 1687. 2. 226. lo Scap. ec. Un altro italianismo vedilo ib. p.884. fin. dove ¤pÜ kefalaÛÄ tÇn pñnvn credo ben che sia la vera lezione ma falsissima la interpretazione del Grevio, e tengo che significhi al cabo de los trabajos, come noi pur diciamo in capo a o di, cioè in termine, alla fine di.

(5. Agos. 1824.)

 

Percussare. Crusca.

(6. Agosto. 1824.)

 

Alla p.4089. Clepo-cleptum onde clepso is, ben potrebbe esser esso l'origine del gr. kl¡ptv in vece che viceversa, come apo di ‘ptv ec. O se ciò in clepo non si ammette, neppure in apo, sebbene di questo veggiamo anche in latino il continuativo apto, laddove clepto, onde kl¡ptv, non sarebbe stato conservato dai latini. [4116]Del resto clepso is potrebb'essere un continuativo anomalo di clepo da clepsum per cleptum, come vexo da vexum per vectum ec. del che altrove.

(10. Agos. 1824.)

 

Dell'amor dei vecchi alla vita v. il capo 118. di Stobeo (ed. Gesn.) Laus vitae, e massime il luogo di Licofrone.

(10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire. 1824.)

 

KaÜ d°gma laJraÝon, ÷sÄ (in quanto che, cioè poichè ¤peÜ) kaÜ gelÇn ‘ga ¦dakne. Lucian. opp. 1687. t.2. p.236.

(10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire. 1824.)

 

Vinciturus. Forc. in Vinco fin.

(12. Agosto. 1824.)

 

Dissimulatus in senso attivo. Forcell.

(12. Agos. 1824.)

 

Reconocido per riconoscente. Omisso per que omite, trascurato. Nota che il participio di omitir, se vi ha questo verbo in ispagnuolo, è omitido. Idea de un Principe politico Christiano representada en cien empresas por Don Diego de Saavedra Faxardo. Amstelodami. Apud Joh. Janssonium iuniorem 1659. p.115. lin.23. Trascurato, straccurato ec. per che suol trascurare, negligente ec.

(13. Agosto. 1824.)

 

PvgÅnion diminutivo positivato per pÅgvn. Lucian. opp. 1687. p.263. t.2. Anzi è aggiunto all'aggettivo makròn. Forse però è disprezzativo, e così, o come un diminutivo positivato di JÅraj, intendo nella per antecedente verso il fine la parola Jvr‹kion, piuttosto che nel senso distinto che lo Scap. le attribuisce, il quale non debbe esser proprio se non degli Scrittori militari, se pur nello Scap. lorica sta per arma di uomo, e non per riparo murale ec. Vedilo. PvgÅnion non è dello Scapula, nè del Tusano, Budeo, Schrevelio. (13. Agosto. 1824.). Svm‹tion. V. lo Scap., Longino sect.9. p.24. e quivi il Toup. p.174. ec.

(14. Agos. Vigilia dell'Assunta. 1824.)

 

[4117]†Omhrow g‹r moi dokeÝ... toçw m¢n ¤pÜ tÇn ƒIliakÇn ŽnJrÅpouw, ÷son ¤pÜ dun‹mei, Jeoçw pepoihk¡nai, toçw Jeoçw ŽnJrÅpouw. Longin. sect.9. ed. Toup. Oxon. 1778. p.21.

(14. Agos. Vigilia dell'Assunzione di Maria Santiss. 1824.)

 

S'enquérir (inquirere). Al detto di quaerito.

(17. Agos. 1824.)

 

Vermiglione, vermillon. Al detto di vermiglio.

 

Verbo diminutivo o frequentativo. Trembloter.

(17. Agos. 1824.)

 

KatarxŒw Jçw. Lucian. init. lib. De Gymnas.

(17. Agos. 1824.). Jçw ¤n Žrx». t.2. p.536.

 

Scappare-scapolare.

 

Uomo ben considerato, per savio, prudente ec. Tacit. Davanz. Stor. l.3. c.3.

(18. Agos. 1824.)

 

ƒEjarx°w Jçw. Lucian. opp. 1687. t.2. p.280.

 

Della pretesa aétoxJonÛa degli ateniesi ed attici, v. Luciano l.c. e quivi la nota.

(19. Agosto. 1824.)

 

Retinere per ricordarsi, del che altrove, è anche dei francesi, e vedi gli spagnuoli.

(24. Agos. Vigilia di S. Bartolomeo Apostolo. 1824.)

 

Delle idee concomitanti annesse a certe parole, del che dico altrove, v. Thomas, Essai sur les Éloges, chap.7. fin. p.78. oeuvres t.1. Amst. 1774. Dell'influenza della letteratura e filosofia sulla lingua, e della formazione della lingua latina ib. p.112-6. chap.10.

(25. Agosto. Festa di S. Bartolomeo Apostolo. 1824.). e p.214-215.

 

[4118] Resabido, spagnuolo, saputo, saputello ec. per saccente, cioè sapiente, che sa, ec. V. la Crus. ec.

(25. Agos. 1824.)

 

Compassione nata dalla bellezza anche verso chi per molti capi non la merita, perpetuata anche nella posterità che si stima esser sempre un giudice giusto. Vedi Thomas loc. cit. qui dietro, chapitre 26. p.46-47.

(26. Agos. 1824.)

 

Delle vicende della lingua francese, v. Thomas l.c. chap.28. p.85-97.

(26. Agosto. 1824.)

 

ƒEktòw . Lucian. opp. 1687. t.2. p.306. principio.

(28. Agosto. 1824.) p.516.

 

Pl¯n÷son se non quanto per se non che ec. V. un luogo di Eliodoro nelle Var. Lez. del Mureto l.9. c.4. Il luogo è delle Etiopiche lib.3.

(28 Agos. 1824.)

 

Jçw ¤j Žrx°w. Senofonte Žpomnhmoneum‹tvn l.1. cap.2. §.39.

(29. Agosto. Domenica. 1824.). Luciano 2. p.545.

 

Pendo-penso as, pesare, pesar, peser.

 

Declamitare.

(31. Agosto. 1824.).

 

ƒEn toætà in questo, in questa (avverbio), en esto. Senof. loc. sup. cit. l.2. c.1. §.27. init. Lucian. t.2. p.638. 652.

(1. Sett. 1824.)

 

Jçw per luego, ib. c.6. §.32. luogo notabile, non inteso dal Leunclavio.

(1. Sett. 1824.)

 

Perpétuel, éternel ec. non sono diminutivi positivati, come dico altrove, ma vengono da perpetualis, aeternalis ec.

(2. Sett. 1824.)

 

ƒEJ¡lein per dænasJai ec. V. Senofonte Žpomnhmoneum‹tvn l.3. cap.12. §.8. fin. del capo.

(3. Settembre. 1824.)

 

Dispettare, rispettare, respecter ec. da despicio despectum ec.

(3. Settembre. 1824.)

 

Osservato per osservante. V. la Crusca.

(5. Sett. 1824. Domenica.)

 

[4119] Observito as. Forcellini.

(5. Sett. Domenica. 1824.)

 

ƒΩw gŒr sunelñnti eÞpeÝn, oéd¢n Žjiñlogon neu puròw nJrvpoi tÇn pròw tòn bÛon xrhsÛmvn kataskeu‹zontai. Socrates ap. Xenoph. Žpomn. IV. 3.7.

(7. Sett. Vigilia della Natività di Maria Vergine SS. 1824.)

 

AétÛka per primum o verbigratia, luogo notabile. Senof. Žpomn. IV. 7. 2

(7. Sett. Vigilia della Natività di Maria Vergine Santissima. 1824.)

 

A quello che ho detto altrove sul proposito che tra gli antichi felicità e bontà si stimavano per lo più o sempre congiunte, e per lo contrario infelicità e malvagità, v. fra l'altre cose Senofonte nel fine dei Memorabili e dell'Apologia dove prova che Socrate fu fortunato nella morte, mostrando che il provare la sua felicità anche a' suoi tempi era parte e forma di apologia e di lode. E mille altri esempi se ne trovano negli antichi, chi ha pratica di loro ed osserva bene.

(7. Sett. 1824.)

 

Cura spagn. per curato. V. un es. simile di Ovid. e altri nel Forcell. in Cura fine.

(11. Sett. 1824.)

 

Curato, curé per qui curat, curator.

(11. Sett. 1824.)

 

ƒOlÛgou deÝn ec. - la lunghezza di lei di poco non aggiugne a cento miglia. Porzio Congiura de' Baroni ec. Lucca 1816. lib.1. p.35.

 

ƒEktòw Luciano opp. 1687, t.2. p.338. mezzo.

(15. Sett. 1824.)

 

Della stolta opinione che negli animali la natura sia stata più larga di bellezza a' maschi che alle femmine, come è ragione, ma negli uomini per lo contrario, il che è assurdo, e nasce questa opinione dalla idea del bello assoluto, e dal credere che assolutamente sia bellezza maggiore quella che a noi per cagioni relative par tale, onde il donnesco è chiamato il bel sesso, laddove se le sole donne giudicassero, o chi non fosse donna nè uomo, chiamerebbe senza dubbio bello il sesso degli uomini maschi, come negli altri animali, vedi il Tasso Dial. del Padre di famiglia, opp. Venezia 1735. ec. vol.7. p.379. che è prima del mezzo del Dialogo.

(15. Sett. 1824.)

 

ƒElkñmenoi t°w =inñw. Luciano opp. 1687. t.2. p.342.

(16. Sett. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. ƒOJñnh - ôJñnion. V. ib. 350. e notisi che Luciano è solito usare tali positivazioni.

(16. Sett. 1824.)

 

[4120]AétÛka per primum. Luciano ib. 363. fine (19. Sett. Festa di Maria Vergine Santissima Addolorata. 1824.) 666. 669. Plato Lugd. 1590. p.745. B. 744. G.

 

Sentimenta.

(20. Sett. 1824.). Vizia, moggia.

 

Sedeo es, sido is - sedo as.

(21. Sett. 1824.)

 

Necessitado per bisognoso, que necessita.

(22. Sett. 1824.)

 

Verberito as.

(22. Sett. 1824.)

 

Lucian. 2. 385. parƒ ÷son - se non quanto, eccetto che. Male l'interprete. Bene p.559. parƒ ÷son nisi quod.

 

Diciamo volgarmente quanto per solo, come un po' d'acqua quanto per estinguere la sete ec. Così in greco ÷son, e oéx ÷son non solo.

(25. Sett. 1824.)

 

T°w =inòw §lkesJai. Luciano 2. 389.

 

P‹nta ¤n braxeÝ - in breve, brevemente, (cioè in una parola, uno verbo, e non brevi temporis spatio, come l'interprete) ogni cosa. Luciano 2. 390. 361. 567. e ivi not. Di tal frase greco-italiana, altrove.

(25. Sett. 1824.)

 

Turbo-tourbillon, diminutivo positivato.

(29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo. 1824.)

 

Simulato, dissimulato, disimulado ec. per che simula ec. V. Forcell. e i Diz. spagnuoli e francesi.

(30. Sett. 1824.)

 

For, fatum-fator fataris.

(1. Ott. 1824.)

 

Pl¯nparƒ ÷son se non quanto, eccetto che. Lucian. 2.455. fine.

bast‹zv - bastasiare, bastaggiator oris. Voci latino-barbare usitate negli annali antichi e carte antiche pubbliche di Recanati, per facchino ec. Basto sost. viene dalla stessa fonte. V. Forc. Gloss. Crus. ec.

(3. Ott. Festa di Maria Vergine Santissima del Rosario. Domenica. 1824.)

 

Jçw ¢n prÅtú ¤pib‹sei. Lucian. 2. 496.

(4. Ott. 1824. Festa di San Francesco di Assisi.). Jçw prÇton. ib. 500. fine.

 

Parƒ ÷son, ¤w÷son - in quanto, poichè. Lucian. 2.510.512.

 

ƒEn tosoætÄ - intanto. Luciano 2. 507.

(6. Ottobre. 1824.). 536.557.640.

 

Storno-stornello, étourneau - (sturnus). V. gli spagnuoli.

(8. Ottobre. 1824.)

 

„RutÜw Ûdow probabilmente diminutivo positivato - ride (franc.).

(10. Ott. 1824.)

 

Non solo, come ho detto altrove, nessun secolo barbaro si credette esser tale, ma ogni secolo si credette e si crede essere il non plus ultra dei progressi dello spirito umano, e che le sue cognizioni, scoperte ec. e massime la sua civilizzazione difficilmente o in niun modo possano essere superate dai posteri, certo non dai passati. (10. Ott. Domenica. 1824.). V. la p.4124. Così non v'è nazione nè popoletto così barbaro e selvaggio che [4121]non si creda la prima delle nazioni, e il suo stato, il più perfetto, civile, felice, e quel delle altre tanto peggiore quanto più diverso dal proprio. V. Robertson Stor. d'America, Venez. 1794. t.2. p.116. 232-33. Così le nazioni mezzo civili, o imperfette, anche in Europa ec. E così sempre fu.

(15. Ottobre. Festa di Santa Teresa di Gesù. 1824.)

 

Sfidato per diffidente. Crusca. (22. Ottobre. 1824.). Provveduto per provvido, provvidente. Pandolfini, Mil. 1811. p.114. 169. e altrove, sebbene non così formalmente o evidentemente. V. la Crusca. (22. Ott. 1824.). Biasimato per biasimevole. Pandolfini p.194.

(24. Ottobre. Domenica. 1824.)

 

TrÛbvn-tribÅnion.

(25. Ott. 1824.). Mhl¡amhlÜw Ûdow.

 

m¢n prÇton Jçw ¤lJoèsan. Luciano, o di chiunque è il Dialogo, in Fugitivis, t.2. opp. p.595.

(26. Ott. 1824.)

 

OétvsÜ ridondante, nel significato e modo che noi pur diciamo, massime toscanamente così, del che mi pare aver detto anche altrove; vedi Luciano, o chiunque è l'autore, nei Fuggitivi, t.2. opp. p.598.

 

Presumido per presuntuoso.

(28. Ott. 1824.)

 

Della pretesa autoxJonÛa degli Ateniesi vedi Goguet Origine ec. ed. di Lucca 1761. p.52. not. a. tom.1.

(7. Novembre. Domenica. 1824.)

 

Della invenzione dell'uso del fuoco, della quale ho parlato altrove, quanto fosse difficile e tarda ec. v. Goguet loc. cit. qui sopra, p.58-60.

(7. Nov. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Succus, succo-succhio.

(10. Nov. 1824.)

 

Risentito, sentito in senso neutro. V. la Crus.

 

KaÜ m‹lista ÷sÄ ec. - massime in quanto o in quanto che ec. Luciano 2. 634.

(12. Nov. 1824.)

 

Issuto, essuto, antichi participii italiani per stato del verbo essere. Aggiungansi al detto altrove di suto, sido ec.

(14. Nov. Festa della B. Vergine del Patrocinio. 1824. Domenica.)

 

Diminutivi positivati. Rastrum-rastello ec.

(14. Nov. Festa del Patrocinio di Maria Santissima. 1824. Domenica.)

 

Scossare da scuotere. Poliziano Orfeo atto I, ed. dell'Affò, verso 14.

 

Esoso in senso attivo. Guicciard. 4. p.373. V. Forc. ec.

(17. Nov. 1824.)

 

[4122] Altro per niuno. Guicciard. 4. 378. 389. Casa Galateo capo 1. fine. opp. Ven. 1752. t.3. p.239.

 

Deficere-difettare.

(19. Nov. 1824.)

 

ƒEfñdion-fodero, usato, in senso di provvisione di città o piazza per assedio, anche dal Botta nella Storia d'Italia libro 7. Ital. 1824. tom.1. p.514.

(19. Nov. 1824.)

 

Abundado, voce antica spagnuola per abbondante. Saavedra Faxardo, Idea de un principe politico Christiano, Amsterdam 1659. in 16mo p.655. 663. bis.

(20. Nov. 1824.)

 

Implicitus, implicatus.

 

Implicito as.

(24. Nov. Festa di San Flaviano Protettore di Recanati. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Nepeta lat. - nepitella ec. ital., aratrum-aratolo.

 

Altro per nessuno o ridondante. Guicc. 4.398. Di quella altra (cioè niuna) dichiarazione v. la pag. preced. di esso Guicc.

 

Privus per privatus, participio. V. Forc. in privus fine.

(30. Nov. Festa di S. Andrea. 1824.)

 

Vilipeso per disprezzabile. Crusca. Contemtus nello stesso senso. V. Forcell.

 

Liceor-licitor.

(5. Dic. Domenica. 1824.). Solito as.

 

Dell'italianismo ¤ktòw , pl¯n ec. dove il ridonda, vedi Luciano, Soloeicist. opp. 1687. t.2. p.748. nota 1. del Grevio.

(6. Dic. 1824. ottava dell'anniversario della morte di mia nonna.)

 

Gli occhi infra 'l mare sospinse (stando sul lido), cioè nel mare. Bocc. Novella di Mad. Beritola e dei cavriuoli. 30. nov. scelte, Ven. 1770. p.68.

 

Andava disposto di fargli vituperosamente morire. Bocc. loc. cit. p.76.

 

Trasandato per negligente, che trasanda.

(8. Dic. Concezione di Maria V. Santiss. 1824.)

Mhròw-mhrÛon, diminutivo positivato, (9. Dic. Vigilia della Venuta della S. Casa di Loreto. 1824.), poetico. …Ixnow-àxnion.

(10. Dic. Festa della Venuta. 1824.)

 

Pseudo-Luciano nella fine del Philopatris. ¤dusx¡rainon gŒr toÝw t¡knoiw katalipeÝn p. katalÛpoimi. Italianismo.

(13. Dic. 1824.). V. la p.4163. capoverso 5.

 

Altro per alcuna cosa o per nulla in senso di aliquid. V. la Crus. in Altro §.1. e Bocc. 30. nov. scelte Ven. 1770. p.173. principio.

(18. Dic. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Germen-germoglio, germogliare ec. V. gli spagnuoli e il Gloss. ec. Rejet-rejeton ec.

(23. Dic. Antivigilia di Natale. 1824.)

 

[4123]KleÛv-kleýzv, klhýzv, kl®+zv.

 

Diminutivi positivati. BvmÛon per bvmòw in Luciano, Tragopodagr. p.812. lin.14. se non è sbaglio di bvmÛoiw per bvmoÝw, come pare in fatti che voglia il metro, (25. Dic. dì di Natale. 1824.), poichè non credo che ivi BvmÛoiw sia aggettivo ed ¤mpæroiw sostantivo.

 

Sfondare-sfondolare coi derivati ec.

(30. Dic. 1824.)

 

Conviso is.

 

Soverchiare, soperchiare, quasi superculare, da supero as che vale lo stesso. V. il Glossario ec.

(2. Gen. 1825.)

 

Pesado per pesante. E v. la Crus. in pesato.

(3. Gen. 1825.)

 

Honoratus, honorate per onorevole, onorevolmente, come in italiano.

 

Honorus per honoratus in senso di honorabilis honorificus.

(10. Gen. 1825.)

 

Che gli uomini siano più inclinati al timore che alla speranza, o provino almeno assai più spesso quello che questa, si può anche dedurre dal considerar la grande abbondanza di parole che hanno le lingue (almeno quelle che io conosco, e in particolare il greco, il latino lo spagnuolo l'italiano e l'inglese) per esprimere il timore, il temere, lo intimorire, lo spaventoso, il timoroso, ec. e i suoi diversi gradi qualità ec. laddove esse lingue non hanno che una parola o al più due per esprimere la speranza, lo sperare ec. e queste stesse voci sono originariamente di significato comune anche al timore, perchè significano solo l'aspettazione del futuro, e però anche del male, in latino in greco, in italiano in ispagnuolo (anche nello spagnuolo moderno) e credo anche in francese e forse pure in inglese antico, del che ho detto altrove.

(21. Gennaio. 1825.)

 

Corpusculum per corpus, come svm‹tion per sÇma. V. l'indice dei Papiri diplomatici del Marini.

(22. Gennaio. 1825.). V. anche Longin. sect.9. e ivi il Toup.

 

Diminutivi positivati. Caudillo. Jçw ¤n eÞsbol». Longin. sect.9. 38.

(3. Feb. 1825.)

 

Digiuna (ieiunia), cioè le 4 tempora (v. Crus. in Digiune). Dino Compagni Cron. [4124]ed. Pisa. 1818. p.98.

(6. Feb. Domenica penultima di Carnevale. 1825.)

 

…Ejv per eccetto. Longino sect.34.

(8. Feb. 1825.). ¤ktòw. Plat. Gorg. p.328. D. opp. ed. Astii.

 

AétÛka per luego ec. Procopio Gazeo Proem. scholior. in 1. Reg. in Meurs. opp. t.8.

(11. Feb. 1825.). Platone Gorg. p.322. D. 354. D. opp. ed. Astii.

 

Corpusculum per corpus, sebbene con qualche significanza diminutiva o dispregiativa. S. Girolamo ap. Menag. ad Laert. VI. 38.

(13. Feb. ultima Domenica di Carnevale. 1825.)

 

A proposito di quello che altrove ho detto (p.4120-1.) della opinione avuta da tutti i secoli (e così dalle nazioni) anche i più barbari, di essere superiori in civiltà, in perfezione, anche in letteratura (benchè ignorantissimi), a tutti i secoli precedenti, e a ciascun d'essi, anche civilissimo e letteratissimo, vedi un bel luogo del Petrarca, citato e tradotto elegantemente da Perticari nel Trattato degli Scrittori del 300, lib.1. capit.16. p.92.93.

(14. Feb. 1825.)

 

ƒEj Žrx°w per rursus, appunto come noi da capo (che altrimenti si disse p‹lin ¤j Žrx°w). V. Flegone de Mirabil. c.1. ap. Meurs. opp. t.7. col.81. lin.32-3. 62. Dissero i nostri antichi anche di ricapo. V. anche Arrian. Alexand. l.5. c.27. §.14. Dissero ancora Jiw ¤j Žrx°w, come ha lo stesso Arriano l.5. c.26. §.6. ovvero ¤jarx°w unito, come in Demost. Jiw ¤xarx°w. Tusano.

(15. Feb. ultima di Carnevale. 1825.). V. le mie Observationes a Flegone loc. cit.

 

Altro ridondante. Ricordano Malespini Cronica o Storia Fiorentina ed. Fir. 1816. di Vincenzio Follini, p.219. nota 2. al capitolo 12. Ora incomincieremo a dire delle divisioni grandi le quali vennono in Roma tra il popolo minuto e gli ALTRI maggiori (cioè i grandi, i potenti, gli ottimati, i reggenti) di Roma. Appunto alla greca.

(17. Feb. primo Giovedì di Quaresima 1825.)

 

Svm‹tion per sÇma. Apollon. Dyscol. Histor. commentit. c.3. due volte, dove anche 2 volte sÇma indifferentemente e col senso stesso.

(17. Feb. 1825.)

 

Anche i greci dissero (almeno in tempi alquanto bassi) Èt‹rion auricula per oïw auris. V. Apollon. Dysc. l.c. c.28. ex Aristot. V. anche lo Scap. in Èt‹rion e ÈtÛon. Vedi pure il Gloss. se ha nulla.

(17. Feb. 1825.)

 

Le prime sillabe di chri-stianisme e di cry-pte si pronunziano al modo stessissimo. Perchè dunque sì diversamente scrivonsi? Ciò non accade certo in italiano (dove, eccetto alcuni pochissimi casi in cui si scrive diversamente per distinzione, come ho, - o, quel che è diversamente scritto, diversamente sempre si pronunzia, e viceversa) e non è da credersi che accadesse nè in latino nè in greco. Questo è un altro dei principali difetti [4125]che può avere un'ortografia, che le parole o sillabe ugualmente pronunziate, diversamente si scrivano; e viceversa che le ugualmente scritte si pronunzino diversamente. Il che per ambe le parti accade spessissimo in francese in inglese ec. e anche in ispagnuolo.

(18. Feb. 1. Venerdì di Quaresima 1825.)

 

Trovasi nella storia commentizia d'Apollonio Discolo cap.24. un tratto il quale fa credere che anche gli antichi conoscessero quella razza d'uomini detti mori bianchi, della quale v. Voltaire opere scelte, Londra (Venezia) 1760. in 3. tomi, tom.1, p.113.[102] e Robertson Stor. d'Amer. Ven. 1794. tom.2. p.125. seg. e che questa razza si trovasse anche in Europa. Vi si cita Eudosso rodio. V. anche Plin. Buffon ec. se hanno cosa in proposito.

(18. Feb. 1825.)

 

SmhnÛon diminutivo per sm°now Scap. Così in Apollon. loc. sup. cit. c.44. smhniÇnow, dove forse s'ha a leggere smhnÛvnow da smhnÛvn diminutivo V. i grammatici i Lessici e Aristotele nel luogo quivi cit. dall'aut. e dal Meurs.

 

Verbi attivi richiedenti l'accusativo, usati col genitivo al modo italiano, francese ec. (come mangiar del pane, prendere della tersa). V. Antigono Caristio. Hist. mirabil. c.40.41.44.56.fine.

 

Nel detto Antigono c.56. pare che si trovi kainòn usato avverbialmente per di nuovo. Il luogo è corrotto e bisogna vederlo nelle ult. edizioni.

(20. Feb. Domenica. 1825)

 

iminutivi positivati ³ruggon-±ræggion. V. Meurs. ad Antig. Caryst. Mirabil. cap.115. KÅrukow-kvrukÜw. Scap. PetrÛdion. V. Scap. et Antigon. l.c. cap.174.

 

TiJ¡nai per efficere, reddere, come in ispagnuolo poner, del che altrove, v. Plat. Gorgia, opp. ed. Astii, tom.1. p.360. lin.24.

(27. Feb. 1825.)

 

Mille-mila plur. da millia: e così miglio-miglia.

 

Gerere - belli-gerare, fami-gerare ec.

 

Altro ridondante. Ricordano Malispini Stor. Fior. Firenze 1816. c.96. fine. Il Villani nel luogo parallelo lib.5. c.33. omette altri.

(3. Marzo. 1825.)

 

ƒEmbaloèsa eÞw kælika toè farm‹kou, il genitivo per l'accusativo. Herodian. Histor. lib.1. ed. Lugd. 1611. p.50.

(5. Marzo. 1825.)

 

Diminutivi positivati. ƒAtmòw-ŽtmÜw Ûdow. Scap. ed Erodiano l.c. p.13. fin. ÷row-÷rion.

 

Svm‹tion per sÇma (come dice poco dopo). Erodiano Histor. l.2. init.

 

[4126]XvrÜw, neu per oltre, praeter, come il nostro senza, e il franc. sans, e à moins e lo spagn. sin e a men (o amen) de ec. V. Forcell. se ha nulla ec.

(8. Mar. 1825.)

 

Ferramenta, vasellamenta, e simili, da' nomi in ento. Comandamenta.

 

Dalla mia teoria del piacere séguita che l'uomo e il vivente anche nel momento del maggior piacere della sua vita, desidera non solo di più, ma infinitamente di più che egli non ha, cioè maggior piacere in infinito, e un infinitamente maggior piacere, perocchè egli sempre desidera una felicità e quindi un piacere infinito. E che l'uomo in ciascuno istante della sua vita pensante e sentita desidera infinitamente di più o di meglio di ciò ch'egli ha.

(12. Marzo. 1825.)

 

Discordato per discordante, discorde.

 

Cinta plurale di cinto. Ricordano Malespini c.162.

 

Circa l'origine, se non della religione (cioè dell'opinione della divinità), almeno del culto, dal timore v. nell'Abrégé de l'origine de tous les cultes, par Dupuis. Parigi 1821. chap.4. p.86-93. come quasi tutti i popoli avendo ammesso due principii, due generi di divinità, le une buone e benefiche, le altre cattive e malefiche, i più selvaggi riducevano o riducono del tutto o principalmente il loro culto alle seconde, ed alcuni anche le stimavano più potenti delle prime, laddove i più civilizzati, (come i Greci nella favola dei Giganti) hanno supposto il principio cattivo vinto e sottomesso dal buono.

(19. Marzo. 1825. Festa di S. Giuseppe.)

 

Improvviso per qui non providit, o non providet, sprovvisto (e questo ancora è piuttosto per chi non ha provvisto che per chi non si è o non è provvisto, e così sprovveduto). Ricordano Malespini. Fir. 1816. c.49. p.44. fine. c.168. p.134. non provveduto nello stesso senso. Ricordano c.198. G. Vill. l.7. c.24. V. Forc. Crusca ec.

(21. Marzo. 1825.)

 

Gioia-gioiello, jewel (ingl.). Vedi Franc. Spagn. ec. Bush (ingl.) - buisson. V. i Diz. franc.

Porfiado per que porfia. Profuso per che profonde. V. Crus. Forc. spagn. franc. ingl.

 

Obliviscor da un perduto verbo oblivio-obbliare per obbliviare, mangiato il v al solito, e congiunti i due i in uno, come obblio da oblivium. V. Forc. ec.

 

Sporgere - sportare. (23. Marzo. 1825.). Che porto as venga da [4127] porrigo, contratto il suo porrectus in portus (v. Forcell. ec.) come appresso di noi (porgere - pórto, sporgere - spórto), e come perrectus è contratto in pertus nel despierto e despertar spagn. da espergiscor, del che abbiamo detto altrove?

(24. Marzo. Vigilia dell'Annunziazione di Maria SS. 1825.)

 

Bollito per bollente. Fiorito per fiorente: florido spagn. fleuri.

 

Particolare, particulier ec. (come chose particulière ec.) si dice spesso per singolare, straordinario, non comune ec. V. questo medesimo uso del greco àdiow nelle mie osservazioncelle sugli autori greci de mirabilibus meursiani, p.9. linea 6. di esse osservazioni e la giunta fattavi in un polizzino.

(27. Marzo 1825. Domenica delle Palme.)

 

Detenido per que se detiene, cunctator (otro detenido Fabio), e così ritenuto ec.

 

Reprimo is - repressar spagn.

 

Ciascun vizio per se senza altra cagione (cioè senza estrinseca cagione, senza cagione alcuna di fuori di lui). Casa Galat. c.28. opp. Ven. 1752. t.3. p.298.

(29. Marzo. Martedì Santo. 1825.)

 

Diminutivi positivati. Vallon franc.

 

Senza altro pane o biada per senza punto di pane o biada. G. Villani l.7. c.7.

 

Arrojado hombre, Uomo avventato.

(2. Apr. Sab. Santo. 1825.)

 

D. Le plaisir est-il l'objet principal et immédiat de notre existence, comme l'ont dit quelques philosophes? R. Non: il ne l'est pas plus que la douleur; le plaisir est un encouragement à vivre, comme la douleur est un repoussement à mourir. D. Comment prouvez-vous cette assertion? R. Par deux faits palpables: l'un, que le plaisir, s'il est pris au-delà du besoin, conduit à la destruction: par exemple, un homme qui abuse du plaisir de manger ou de boire, attaque sa santé, et nuit à sa vie. L'autre, [4128]que la douleur conduit quelquefois à la conservation: par exemple un homme qui se fait couper un membre gangrené, souffre de la douleur, et c'est afin de ne pas périr tout entier. Volney, La loi naturelle, ou Catéchisme du citoyen français, chap.3. à la suite des Ruines (Les Ruines) ou Méditation sur les Révolutions des Empires, par le même auteur, 4me édition. Paris 1808. p.359-360. Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e quello della umana, il fine dell'esistenza universale, e quello della esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale dell'uomo, e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell'uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita, non è nè può essere altro che la felicità, e quindi il piacere, suo proprio; e questo è anche il fine unico del vivente in quanto a tutta la somma della sua vita, azione, pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l'esistenza degli altri enti, e in somma il fine dell'esistenza generale, e di quell'ordine e modo di essere che hanno le cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità nè il piacere dei viventi, non solo perchè questa felicità è impossibile (Teoria del piacere), ma anche perchè sebbene la natura nella modificazione di ciascuno animale e delle altre cose per rapporto a loro, ha provveduto e forse avuto la mira ad alcuni piaceri di essi animali, queste cose sono un nulla rispetto a quelle nelle quali il modo di essere di ciascun vivente, e delle altre cose rispetto a loro, risultano necessariamente e costantemente in loro dispiacere; sicchè e la somma e la intensità del dispiacere nella vita intera di ogni animale, passa senza comparazione [4129]la somma e intensità del suo piacere. Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere nè la felicità degli animali; piuttosto al contrario; ma ciò non toglie che ogni animale abbia di sua natura per necessario, perpetuo e solo suo fine il suo piacere, e la sua felicità, e così ciascuna specie presa insieme, e così la università dei viventi. Contraddizione evidente e innegabile nell'ordine delle cose e nel modo della esistenza, contraddizione spaventevole; ma non perciò men vera: misterio grande, da non potersi mai spiegare, se non negando (giusta il mio sistema) ogni verità o falsità assoluta, e rinunziando in certo modo anche al principio di cognizione, non potest idem simul esse et non esse. Un'altra contraddizione, o in altro modo considerata, in questo essere gli animali necessariamente e regolarmente e per natura loro e per natura universale, infelici (essere - infelicità, cose contraddittorie), si è da me dichiarata altrove.

Del resto l'argomento di Volney vale egualmente contro quello che egli dice essere le but immédiat et direct de la nature (intenderà, credo, la natura dell'uomo), cioè la conservation de soimême, (negando espressamente che le bonheur sia le but immédiat et direct de la nature, bensì un objet de luxe, surajouté à l'objet NÉCESSAIRE ET FONDAMENTAL de la conservation). Poichè, dato ancora, che è falsissimo, che la propria conservazione sia l'oggetto immediato e necessario della natura dell'animale, certo essa non lo è della natura universale, nè di quella degli altri animali rispetto a ciascuno di loro (il che dee servire anche per il detto [4130]di sopra). Anzi il fine della natura universale è la vita dell'universo, la quale consiste ugualmente in produzione conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di ogni animale entra nel fine della detta natura almen tanto quanto la conservazione di esso, ma anche assai più che la conservazione, in quanto si vede che sono più assai quelle cose che cospirano alla distruzione di ciascuno animale che non quelle che favoriscono la sua conservazione; in quanto naturalmente nella vita dell'animale occupa maggiore spazio la declinazione e consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell'uomo anche prima dei trent'anni) che tutte le altre età insieme (v. Dial. della natura e di un Islandese, e Cantico del Gallo silvestre), e ciò anche in esso animale medesimo indipendentemente dall'azione delle cose di fuori; in quanto finalmente lo spazio della conservazione cioè durata di un animale è un nulla rispetto all'eternità del suo non essere cioè della conseguenza e quasi durata della sua distruzione. Similmente mille cose e mille animali che non hanno in niun modo per fine la conservazione di un tale animale, hanno bensì una tendenza assoluta a distruggerlo, o per la conservazione propria o per altro. E ciò s'intenda di individui e di specie. E il numero di tali individui o specie animali o no, tendenti naturalmente alla distruzione di una qualsisia specie o individuo di animale (siccome di quelle tendenti al suo dispiacere) è maggiore di quello tendente alla sua conservazione (siccome al suo piacere).

Del resto che il fine naturale dell'animale non sia la propria conservazione direttamente e immediatamente cioè per causa di se medesima, [4131]si è dimostrato nel Dial. di un Fisico e un Metafisico. L'uomo ama naturalmente e immediatamente solo il suo bene, e il suo maggior bene, e fugge naturalmente e immediatamente solo il suo male e il suo maggior male: cioè quello che per tale egli giudica. Se gli uomini preferiscono la vita a ogni cosa, e fuggono la morte sopra ogni cosa, ciò avviene solo perchè ed in quanto essi giudicano la vita essere il loro maggior bene (o in se, o in quanto senza la vita niun bene si può godere), e la morte essere il loro maggior male. Così l'amor della vita, lo studio della propria conservazione, l'odio e la fuga della morte, il timore di essa e dei pericoli d'incontrarla, non è nell'uomo l'effetto di una tendenza immediata della natura, ma di un raziocinio, di un giudizio formato da essi preliminarmente, sul quale si fondano questo amore e questa fuga; e quindi l'una e l'altra non hanno altro principio naturale e innato, se non l'amore del proprio bene il che viene a dire della propria felicità, e quindi del piacere, principio dal quale derivano similmente tutti gli altri affetti ed atti dell'uomo. (E quel che dico dell'uomo intendasi di tutti i viventi). Questo principio non è un'idea, esso è una tendenza, esso è innato. Quel giudizio è un'idea, per tanto non può essere innato. Bensì egli è universale, e gli uomini e gli animali lo fanno naturalmente, nel qual senso egli si può chiamar naturale. Ma ciò non prova che egli sia nè innato nè vero. P.e. l'uomo crede e giudica naturalmente che il sole vada da oriente a occidente, e che la terra non si muova: tutti i fanciulli, tutti gli uomini che veggano da prima il fenomeno del [4132]giorno e che vi pongano mente, (se non sono già preoccupati dalla istruzione) concepiscono questa idea, formano questo giudizio, ciò immantinente, ciò immancabilmente, ciò con loro piena certezza: questo giudizio è dunque naturale e universale, e pure non è nè innato (perocchè è posteriore alla esperienza dei sensi, e da essa deriva), nè vero, perocchè in fatti la cosa è al contrario. Così di mille altri errori e illusioni, mille falsi giudizi, in cose fisiche, e più in cose morali, naturali, universali, immancabilmente concepiti da tutti, e ciò con piena certezza di persuasione, e la cui naturalità e universalità non per tanto non prova per niente la loro verità nè il loro essere innati. Conchiudo che l'amore e studio della propria conservazione non è nell'uomo una qualità ec. immediata, ma derivante dall'amore della propria felicità (che è veramente immediato), e derivantene per mezzo di un'idea, di un giudizio (e questo falso), il quale mancando o cangiandosi, l'uomo manca dell'amore della propria conservazione, lo converte in odio della medesima, fugge la vita, segue la morte; il che egli non fa nè può fare mai, nè pure un momento, verso la sua propria felicità, ossia piacere, da un lato, e la sua propria infelicità dall'altro; nè anche quando egli sia pazzo e furioso; nel quale stato bene egli talvolta volontariamente si uccide, ma non lascia mai di amare sopra ogni cosa e proccurare altresì quello che egli giudica essere sua felicità, e sua maggiore felicità.

(5-6. Aprile. 1825.)

 

Sa-v-ona. Molti antichi, come G. Villani (per es. l.7. c.23.) Sa-ona, come Faenza anche oggi per Faventia, dicendosi però dal Guicc. e altri antichi Faventino per Faentino, del che altrove.

(6. Aprile. 1825.)

 

[4133]Diminutivi positivati. Nñnna-nonÜw. V. Du Cange Gloss. graec. e Fabric. B. G. ed. vet. t.7. p.682. not. a. Probabilmente corrotto da Domna (siccome il Nonne dei Francesi), come stima il Du Cange, Gloss. lat. in Nonnus, e non venuto dall'egiziano, come dice il Fabricio, se pure anche in Egitto non si usò questa medesima corruzione, o se ella non fu fatta originariamente in Egitto, cioè nella lingua copta, ma sempre però dalla voce latina Domnus e Domna. (6. Aprile. 1825.). I francesi hanno anche Nonnette, ma Nonne e Nonnette sono ambedue burleschi e disprezzativi al presente, sicchè tra l'uno e l'altro vi ha poca o niuna differenza di significato. (6. Apr. 1825.). - SxoÝnow-sxoinÛon. V. l'indice graecitatis di Dione Cassio.

(8. Apr. 1825.)

 

Tutta la natura è insensibile, fuorchè solamente gli animali. E questi soli sono infelici, ed è meglio per essi il non essere che l'essere, o vogliamo dire il non vivere che il vivere. Infelici però tanto meno quanto meno sono sensibili (ciò dico delle specie e degli individui) e viceversa. La natura tutta, e l'ordine eterno delle cose non è in alcun modo diretto alla felicità degli esseri sensibili o degli animali. Esso vi è anzi contrario. Non vi è neppur diretta la natura loro propria e l'ordine eterno del loro essere. Gli enti sensibili sono per natura enti souffrants, una parte essenzialmente souffrante dello universo. Poichè essi esistono e le loro specie si perpetuano, convien dire che essi siano un anello necessario alla gran catena degli esseri, e all'ordine e alla esistenza di questo tale universo, al quale sia utile il loro danno, poichè la loro esistenza è un danno per loro, essendo essenzialmente una souffrance. Quindi questa loro necessità è un'imperfezione della natura, e dell'ordine universale, imperfezione essenziale ed eterna, non accidentale. Se però la souffrance d'una menoma parte della [4134]natura, qual è tutto il genere animale preso insieme, merita di esser chiamata un'imperfezione. Almeno ella è piccolissima e quasi un menomo neo nella natura universale nell'ordine ed esistenza del gran tutto. Menomo perchè gli animali rispetto alla somma di tutti gli altri esseri, e alla immensità del gran tutto sono un nulla. E se noi li consideriamo come la parte principale delle cose, gli esseri più considerabili, e perciò come una parte non minima, anzi massima, perchè grande per valore se minima per estensione; questo nostro giudizio viene dal nostro modo di considerar le cose, di pesarne i rapporti, di valutarle comparativamente, di estimare e riguardare il gran sistema del tutto; modo e giudizio naturale a noi che facciamo parte noi stessi del genere animale e sensibile, ma non vero, nè fondato sopra basi indipendenti e assolute, nè conveniente colla realtà delle cose, nè conforme al giudizio e modo (diciamo così) di pensare della natura universale, nè corrispondente all'andamento del mondo, nè al vedere che tutta la natura, fuor di questa sua menoma parte, è insensibile, e che gli esseri sensibili sono per necessità souffrants, e tanto più sempre, quanto più sensibili. Onde anzi si dovrebbe conchiudere, che essi stessi, o la sensibilità astrattamente, sono una imperfezione della natura, o vero gli ultimi, cioè infimi di grado e di nobiltà e dignità nella serie degli esseri e delle proprietà delle cose.

(9. Aprile. Sabato in Albis. 1825.). V. p.4137.

 

Sentido de la perdita per que siente (senziente, che si duole) la perdida. Penato per penante. Crus. in penato e in penare es. ult.

 

Halo as-halitans.

(10. Apr. Domenica in Albis. 1825.). Alitare.

 

SanÜw Ûdow, forse in origine diminutivo, poscia positivato.

 

Più tempo per del tempo, frase frequente presso i nostri (p.e. Ricordano, [4135]cap.178. Villani l.6. c.88. principio) sì del 300, sì del 500. - pleÛona xrñnon nello stesso senso. V. le mie osservazioni a Flegonte de mirabil. c.1. col.81. lin.2.

(14. Aprile. 1825.)

 

Calza-calzetta, calzino. Bruzzo-bruzzolo.

 

Filo-fila. Uova.

 

Senza altra (cioè niuna) considerazione avere dei suoi meriti. Casa Galateo c.14. opp. Ven. 1752. t.3. p.261. fine.

 

FhsÜ, f®sei, sottinteso tiw, per fasÜ, f®sousi. V. Toup. ad Longinum sect.2. init. sect.9. init. sect.29. fin. 44. p.234. fin. dove non approvo le sue emendazioni.

 

La società contiene ora più che mai facesse, semi di distruzione e qualità incompatibili colla sua conservazione ed esistenza, e di ciò è debitrice principalmente alla cognizione del vero e alla filosofia. Questa veramente non ha fatto quasi altro, massime nella moltitudine, che insegnare e stabilire verità negative e non positive, cioè distruggere pregiudizi, insomma torre e non dare. Con che ella ha purificato gli animi, e ridottigli quanto alle cognizioni in uno stato simile al naturale, nel quale niuno o ben pochi esistevano dei pregiudizi che ella ha distrutto. Come dunque può ella aver nociuto alla società? La verità, vale a dire l'assenza di questo o di quell'errore, come può nuocere? Sia nociva la cognizione di qualche verità che la natura ha nascosto, ma come sarà nocivo l'esser purificato da un errore che gli uomini per natura non avevano, e che il bambino non ha? Rispondo: l'uomo in natura non ha nemmeno società stretta. Quegli errori che non sono necessari all'uomo nello stato naturale, possono ben essergli necessari nello stato sociale; egli non gli aveva per natura; ciò non prova nulla; mille altre cose egli non aveva in natura, che gli sono necessarie per conservar lo stato sociale. Ritornare gli uomini alla condizione naturale [4136]in alcune cose, lasciandolo nel tempo stesso nella società, può non esser buono, può esser dannosissimo, perchè quella parte della condizione naturale può essere ripugnante allo stato di stretta società, il quale altresì non è in natura. Non sono naturali molte medicine, ma come non sono in natura quei morbi a cui elle rimediano, può ben essere ch'elle sieno convenienti all'uomo, posti quei morbi. La distruzione delle illusioni, quantunque non naturali, ha distrutto l'amor di patria, di gloria, di virtù ec. Quindi è nato, anzi rinato, uno universale egoismo. L'egoismo è naturale, proprio dell'uomo: tutti i fanciulli, tutti i veri selvaggi sono pretti egoisti. Ma l'egoismo è incompatibile colla società. Questo effettivo ritorno allo stato naturale per questa parte, è distruttivo dello stato sociale. Così dicasi della religione, così di mille altre cose. Conchiudo che la filosofia la quale sgombra dalla vita umana mille errori non naturali che la società aveva fatti nascere (e ciò naturalmente), la filosofia la quale riduce gl'intelletti della moltitudine alla purità naturale, e l'uomo alla maniera naturale di pensare e di agire in molte cose, può essere, ed effettivamente è, dannosa e distruttiva della società, perchè quegli errori possono essere, ed effettivamente sono, necessari alla sussistenza e conservazione della società, la quale per l'addietro gli ha sempre avuti in un modo o nell'altro, e presso tutti i popoli; e perchè quella purità e quello stato naturale, ottimi in se, possono esser pessimi all'uomo, posta la società; e questa può non poter sussistere in compagnia loro, o sussisterne in pessimo modo, come avviene in fatti al presente.

(18. Aprile 1825.)

 

AétÛka per luego. V. Toup. ad Longin. sect.23. init.

 

SakkÛa dr‹. V. ib. p.229. fine. Diminutivo positivato.

(27. Apr. 1825.)

 

[4137]Alla p.4134. Siccome la felicità non pare possa sussistere se non in esseri senzienti se medesimi, cioè viventi; e il sentimento di se medesimo non si può concepire senza amor proprio; e l'amor proprio necessariamente desidera un bene infinito; e questo non pare possa essere al mondo, resta che non solo gli uomini e gli animali, ma niun essere vi sia, che possa essere nè sia felice, che la felicità (la quale di natura sua non potrebb'essere altro che un bene ossia un piacere infinito) sia di sua natura impossibile, e che l'universo sia di propria natura incapace della felicità, la quale viene a essere un ente di ragione e una pura immaginazione degli uomini. E siccome d'altronde l'assenza della felicità negli esseri amanti se medesimi importa infelicità, segue che la vita, ossia il sentimento di questa esistenza divisa fra tutti gli esseri dell'universo, sia di natura sua, e per virtù dell'ordine eterno e del modo di essere delle cose, inseparabile e quasi tutt'uno colla infelicità e importante infelicità, onde vivente e infelice sieno quasi sinonimi.

(3. Maggio. Festa della Invenzione della Santa Croce. 1825.). V. p.4168.

 

Una corona d'oro, che, secondo una tradizione degli Ungheri era discesa dal cielo, e che conferiva a chi la portava un diritto incontrastabile al trono. Robertson Stor. del regno dell'Imp. Carlo V. lib.10. traduz. ital. dal franc. Colonia 1788. t.5. p.440. Ecco pur finalmente il vero fondamento dei diritti al trono e della legittimità di tutti i Sovrani antichi e moderni. Esso consiste nella corona che portano. E chiunque la toglie loro e se la può mettere in capo, sottentra ipso facto nella pienezza dei loro diritti e legittimità.

(3. Mag. 1825.)

 

[4138] Pauso as forse da un antico pauo o pavo (paæv, paæomai), pausum.

(7. Mag. 1825.)

 

Quanto più l'uomo cresce (massime di esperienza e di senno, perchè molti sono sempre bambini), e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa più proclive e domestico al riso, e più straniero al pianto. Molti in una certa età (dove le sventure sono pur tanto maggiori che nella fanciullezza) hanno quasi assolutamente perduta la facoltà di piangere. Le più terribili disgrazie gli affliggeranno, ma non gli potranno trarre una lagrima. Questa è cosa molto ordinaria. Tanta occasione ha l'uomo di farsi familiare il dolore.

(12. Maggio 1825.)

 

Ad ogni filosofo, ma più di tutto al metafisico è bisogno la solitudine. L'uomo speculativo e riflessivo, vivendo attualmente, o anche solendo vivere nel mondo, si gitta naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli, e sopra se stesso nei suoi rapporti cogli uomini. Questo è il soggetto che lo interessa sopra ogni altro, e dal quale non sa staccare le sue riflessioni. Così egli viene naturalmente ad avere un campo molto ristretto, e viste in sostanza molto limitate, perchè alla fine che cosa è tutto il genere umano (considerato solo nei suoi rapporti con se stesso) appetto alla natura, e nella università delle cose? Quegli al contrario che ha l'abito della solitudine, pochissimo s'interessa, pochissimo è mosso a curiosità dai rapporti degli uomini tra loro, e di se cogli uomini; ciò gli pare naturalmente un soggetto e piccolo e frivolo. Al contrario moltissimo l'interessano i suoi rapporti col resto della natura, i quali tengono per lui il primo luogo, come per chi vive nel mondo i più interessanti e quasi soli interessanti rapporti sono quelli cogli uomini; l'interessa la speculazione e cognizion di se stesso come se stesso; degli uomini come parte dell'universo; della [4139]natura, del mondo, dell'esistenza, cose per lui (ed effettivamente) ben più gravi che i più profondi soggetti relativi alla società. E in somma si può dire che il filosofo e l'uomo riflessivo coll'abito della vita sociale non può quasi a meno di non essere un filosofo di società (o psicologo, o politico ec.) coll'abito della solitudine riesce necessariamente un metafisico. E se da prima egli era filosofo di società, da poi, contratto l'abito della solitudine, a lungo andare egli si volge insensibilmente alla metafisica e finalmente ne fa il principale oggetto dei suoi pensieri e il più favorito e grato.

(12. Maggio. Festa dell'Ascensione. 1825.)

 

Tetta, tettare ec. - titJ¯ ec.

 

Diminutivi positivati. Brachium - braxÛvn quasi da un br‹xion o br‹xiow o braxiòw ec. perduto.

(21. Maggio Vigilia della Pentecoste. 1825.)

 

Parƒ ôlÛgon diafJareÛhn. Joseph. de vita sua §.59.

(27. Mag. 1825.). §.68. J‹naton aétoè parƒ olÛgaw c®fouw kat¡gnvsan c. Apion. 2.37. p.493. lin.7.

 

KatŒ nÅtou aétòn lamb‹nousin ¤k t°w ¤n¡draw. Italianismo. Lo prendono (cioè lo colgono, lo soprapprendono) alle spalle. Joseph. de vita sua §.72.

 

Senz'altro (niun) fine. Casa Istruz. al Card. Caraffa. opp. t.2. p.4. lin.19. ed. Ven. 1752.

 

AétÛka per primum, luego ec. Pseudo-Joseph. de Maccabeis §.1. fin. §.3. p.499. lin.4. ante fin.

(31. Maggio 1825.)

 

Grado-gradino. Pisum-pisello. Struffo-strufolo ec. V. Crus.

 

Monosillabi latini. Flo.

 

Arrischiato (Baldi Vita di Federigo di Montefeltro, Roma 1824. tom.1. p.89. princ.), arrisicato (Crus.) per che suole arrischiarsi, che si arrischia.

 

Disonorato, Inonorato, Inhonoratus ec. per disonorevole.

 

Honorus, inhonorus per honoratus, inhonoratus.

 

…Ejv per praeter. Isocr. Paneg. ed. Cantabrig. 1729. p.175. lin.1.

 

[4140] Stella quasi astella o astellum da Žst¯r o da stron.

(12. Luglio. dì di S. Gio. Gualberto. 1825.)

 

Tanto è necessaria l'arte nel viver con gli uomini che anche la sincerità e la schiettezza conviene usarla seco loro con artificio.

(Milano. 22. Sett. 1825.)

 

Spasimato per spasimante. Crus. Entendu per intendente. Innamorato per che innamora. Petr. Son. Ma poi che 'l dolce riso. v. penult. e Canz. Poi che per mio destino, stanza 5. v.9.

 

Sì ch'io vo già della speranza altiero. Petr. Son. Quando fra l'altre dame. V. anche Sestina A qualunque animale, v. penult. e Canz. Sì è debile il filo, stanza 6. v.2 e Canz. Lasso me, st.4. v.9.

 

Gaio, gai franc. ec. - gaÛvn.

 

Miglio, milium ec. - millet, diminutivo positivato. Entrailles - ¦nteron, interiora ec. Ladrillo spagn. Laterculus ec. - later. Scalino - scala, scaglione ec.

 

Tra via, per in via. Petr. Son. A piè de' colli. e altrove spessissimo fra via, e tra via, esso Petrarca, ed altri, prosatori e poeti.

 

Poi per eäta, cioè nondimeno ec. del che altrove. Petr. Son. Perch'io t'abbia guardato.

 

Jç prÇton. Eupolis Comicus ap. Stob. lñg. b€. p.32. ed. princeps Gesneri, Tiguri 1543.

 

„Hsshm¡nvn ŽndrÇn oék ¤J¡lousin gnÇmai pròw toçw aétoçw kindænouw ÷moiai eänai. Thucydid. ap. Stob. serm.6. perÜ deilÛaw. (Milano. 22. Sett. 1825.) lib.2. in concione Phormionis. V. Plat. ed. Astii. t.4. p.228. lin.12. p.236. lin.30. p.358. lin.20.23.

 

Se Dio facesse altro di me, vale, facesse alcuna cosa, nulla. Così, Machiavelli, Commedia in prosa senza titolo, opp. Italia 1819. vol.e 6° at.2. sc.1. p.328. Io guarderei molto ben chi egli fusse, prima ch'io facessi altro, cioè nulla, cioè cosa alcuna. Senza pensare altro, io mi avvierò là. ib. 2. 7. 337-8. E del vecchio eramo come certissimi che prestatomi indubitata fede, ne dovesse andar la senza pensare altro. Cioè nulla. 3. 1. 340. La padrona subito si spoglia, e senza pensare ad altro (a nulla) nel letto si corica. ib. 341. (Milano.).

 

[4141]AGGRESSER, v. a. (verbe actif). Attaquer, être aggresseur. Jean Molinet, Dicts et faits notables, p.125. Articolo dell'Archéologie française par Charles Pougens, appendice à la suite de la lettre a. Paris 1821-25. tom. I. p.48.

(Bologna. 6. Ottobre. 1825.)

 

Dissimulato, Simulato, Dissimulé ec. per dissimulatore ec. V. Forcellini.

 

Nel corso del sesto lustro l'uomo prova tra gli altri un cangiamento sensibile e doloroso nella sua vita, il quale è che laddove egli per lo passato era solito a trattare per lo più con uomini di età o maggiore o almeno uguale alla sua, e di rado con uomini più giovani di se, perchè i più giovani di lui non erano che fanciulli, allora spessissimo si trova a trattare con uomini più giovani, perchè egli ha già molti inferiori di età, che non sono però fanciulli, di modo che egli si trova quasi cangiato il mondo dattorno, e non senza sorpresa, se egli vi pensa, si avvede di essere riguardato da una gran parte dei suoi compagni come più provetto di loro, cosa tanto contraria alla sua abitudine che spesso accade che per un certo tempo egli non si avveda ancora di questa cosa, e séguiti a stimarsi generalmente o più giovane o coetaneo dei suoi compagni, come egli soleva, e con verità, per l'addietro.

(Bologna. 8. Ottobre. 1825.)

 

Chi di noi sarebbe atto a immaginare, non che ad eseguire, il piano dell'universo, l'ordine, la concatenazione, l'artifizio, l'esattezza mirabile delle sue parti ec. ec.? Segno certo che l'universo è [4142]opera di un intelletto infinito. - Ma sapete voi che dalla estensione e forza dell'intelletto dell'uomo, a un'estensione e forza infinita ci corre uno spazio infinito? L'intelletto umano non è atto a immaginare un piano come quello dell'universo. Ma un intelletto mille volte più forte ed esteso dell'umano, potrà pure immaginarlo. Non vi pare che possa? Dite dunque un intelletto maggiore dell'umano un millone di volte, un bilione, un trilione, un trilione di trilioni. Non arriverete mai ad un intelletto infinito, e però mai ad un intelletto grande, se non relativamente (giacchè un intelletto anche un trilion di volte maggior del nostro, non sarebbe già un intelletto grande per se, ma solo relativamente al nostro, e sarebbe infinitamente minore di un intelletto infinito), e però mai ad un intelletto divino. Lo stesso dico della potenza. L'uomo non può fare il mondo. Non però il farlo richiede una potenza infinita, ma solo maggiore assai dell'umana. Deducendo dalla esistenza del mondo la infinità e quindi la divinità del suo creatore, voi mostrate supporre che il mondo sia infinito, e d'infinita perfezione, e che manifesti un'arte infinita, il che è falso, e se ciò è falso, niente d'infinito si dee attribuire all'autore della natura. V. p.4177. Lascio anche stare le innumerabili imperfezioni che si ravvisano, non pur fisicamente, ma metafisicamente e logicamente parlando, nell'universo.

Del resto quello che nella struttura ec. del mondo e delle sue parti, p.e. di un animale, a noi pare ammirabile, e di estrema difficoltà ad essere immaginato, non fu infatti niente difficile. Le cose [4143]sono come sono perchè così debbono essere, stante la natura loro assoluta, o quella delle forze e dei principii (qualunque essi sieno) che le hanno prodotte. Se questa natura fosse stata diversa, se le cose dovessero essere altrimenti, altrimenti sarebbero, nè però sarebbero men buone e men bene andrebbero (o vogliamo dir più cattive e camminerebbero peggio) di quel che fanno ora che sono così come noi le veggiamo. Anzi allora questo che noi chiamiamo ordine e che ci pare artifizio mirabile, sarebbe (e se noi lo potessimo concepire, ci parrebbe) disordine e inartifizio totale ed estremo. Niuno artifizio insomma è nella natura, perchè la natura stessa è cagione che le cose vadan bene essendo ordinate in un tal modo piuttosto che in un altro, e questo modo non è necessario assolutamente all'andar bene, ma solo relativamente al tale e non altrimenti essere della natura, la quale se altrimenti fosse, le cose non andrebbero bene, non potrebbero conservarsi ec., se non con altro modo ec.

(Bologna. 8. Ottobre. 1825.)

 

Jçw per primum. Epictet. Enchirid. Cap.V.

 

Kt°sai oïn (para, acquire, compara tibi), fhsÜn, ána kaÜ ²meÝw ¦xvmen. Epictet. Enchirid. cap.31.

 

Kn sçn toætoiw ¤lJeÝn kaJ®kú, f¡re ginñmena. E se con queste cose, cioè con tutto questo, ti conviene andare, porta in pace quel che ti accadrà, che te ne accade. Così il Bartoli nel Mogol, con essere, per con tutto l'essere, non ostante l'essere. Italianismo di Epitteto, Enchiridio, cap.52.

(Bologna. 9. Ott. Domenica. 1825.). La stessa frase col senso medesimo si trova anche cap.39. fin.

 

[4144] m¢n svmatÛÄ ( p. sÅmati) p‹nta Ždi‹fora. M. Antonin. VI.2. Del resto amant stoici extenuandarum rerum causa, deminutiva (Simpson not. in Epictet. c.12.): e in Arriano et Epicteto diminutiva significant extenuationem et vilitatem ipsius rei, non autem parvitatem (id. ad c.24.). V. p.4145.

 

Museau - muso. Goupil o golpil, e per la femmina goupille, quasi vulpilla, cangiato al solito il v in g; antica voce francese per renard, appresso Pougens, Archéologie française, art. Goupil, con parecchi derivati, cioè goupiller verbo neutro, goupillage e goupilleur, dei quali pur si hanno esempi loc. cit. t.1.

(Bologna. 10. Ott. 1825.)

 

Si sa quanto poco fossero considerate le donne presso i Greci e i Romani, e come il servirle e trattarle quasi superiori agli uomini, come si fa oggi, non avesse origine, secondo il Thomas (Essai sur les femmes), se non nei tempi cavallereschi dai costumi dei settentrionali conquistatori di Europa, i quali avevano un'antica loro superstizione che riguardava le donne come tante deità. Nondimeno pare che a tempo degl'Imperatori romani la condizione delle donne fosse già molto simile alla presente. Lascio le odi di Orazio e i libri di Ovidio, Tibullo, Properzio ec. Epitteto Enchirid. cap.62. gunaÝkew Jçw Žpò tessareskaÛdeka ¤tÇn êpò tÇn ŽndrÇn kurÛai kaloèntai. toigaroèn õrÇsai ÷ti llo m¢n oéd¢n aétaÝw prñsesti, mñnon sugkoimsJai toÝw Žndr‹sin, rxontai kallotÛzesJai kaÜ ¤n toætÄ p‹saw ¦xein tŒw ¤lpÛdaw. Dove trovo nelle note: V. Serv. ad. Virg. En. 6.397. Suet. in Claud. c.39.

(Bologna. 1825. 10. Ottobre.). V. p.4246.

 

Somiglianza di costumi antichi e moderni, ovvero antichità di costumi che si credono moderni. - La lucerna di terra cotta (fittile) [4145]di cui si era servito Epitteto, fu venduta per 3000 dramme. V. p.4166. fin. I ricchi Ateniesi per lusso usavano di tener servi negri. Teofrasto Caratteri cap.21. Terenz. Eunuch. 1. 2. 85. Auctor ad Herenn. IV. 50. Visconti Museo Pio Clem. t.3. fig. 35. rappresentante la statua di un Negro servente al bagno. Negli spettacoli antichi si gridava da capo (Jiw) come da noi. V. le mie noterelle latine sul Simposio di Senofonte. Similmente di tenere in casa una scimmia o più d'una ancora. Ib. c.5. V. p.4170.4298.

 

Alla p.4144. capoverso 1. In questo senso bisogna intendere quel luogo di Epitteto Enchirid. c.24. toætvn ¤moÜ oéd¢n ¤pishmaÛnetai, Žllƒ µ kthsidÛÄ mou µ dojarÛÄ µ toÝw t¡knoiw µ gunaikÛ.

 

E comandolle che senza altro (nulla) dire, per sua propria l'allevasse. Caro Gli Amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista, ragionamento primo, p.6. ediz. di Crisopoli (Pisa) 1814. nel volume 2do della Collezione degli Erotici greci tradotti in volgare.

 

MORDILLER. Mordre légèrement et frequemment; faire un grand nombre de petites morsures. Pougens Archéologie française art. mordiller, Paris 1821-5. tom.2. p.29. Antica voce francese, adoperata anche da Scarron e dalla Sévigné, e inserita anche nel Dizionario dell'Accademia francese nell'ediz. del 1798.

 

Ella è cosa forse o poco o nulla o non abbastanza osservata che la speranza è una passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile dal sentimento della vita, cioè dalla vita propriamente detta, come il pensiero, e come l'amor di se stesso, e il desiderio del proprio bene. Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo, eccetto quando la vita non si sente, come nel sonno ec. Disperazione, rigorosamente parlando, non si dà, ed è così impossibile a ogni [4146]vivente, come l'odio vero di se medesimo. Chi si uccide da se, non è veramente senza speranza, non più che egli odii veramente se stesso, o che egli sia senz'amor di se stesso. Noi speriamo sempre e in ciascun momento della nostra vita. Ogni momento è un pensiero, e così ogni momento è in certo modo un atto di desiderio, e altresì un atto di speranza, atto che benchè si possa sempre distinguere logicamente, nondimeno in pratica è ordinariamente un tuttuno, quasi, coll'atto di desiderio, e la speranza una quasi stessa, o certo inseparabil, cosa col desiderio. (Bologna. 18. Ottobre. 1825.).

 

Voleter per volitare. Gill. Durant antico poeta francese, ap. Pougens Archéolog. franç. art. oiselet, tom.2. p.63. ed. Ét. Pasquier ap. lo stesso, t.2. p.162. art. Pucette.

(Bologna. 19. Ott. 1825.)

 

Diminutivi greci positivati. Teètlon-teætlion, teutlÜw Ûdow; o vero seètlon-seutlÛon, seutlÜw Ûdow.

 

Il genitivo per l'accusativo. Teofrasto Caratteri, cap.16. perÜ deisidaimonÛaw: d‹fnhw eÞw stñma labÅn, preso del lauro in bocca.

 

Faux-faucille. Clientolo. Truogo-truogolo-trogolo. Grillon. V. i Diz. francesi.

 

PILLOTER, verbe actif et neutre. Exercer de petits pillages multipliés; piller de côté et d'autre par petites portions. Antico verbo francese, col suo derivato pilloterie, ap. Pougens, Archéologie française, art. pilloter, tom.2. p.119-120.

(21. Ottobre. 1825. Bologna.)

 

Contemptus, contemptior ec. per contemptibilis ec. Infamato per infame. V. Crus.

 

Profusus per che profonde. (Sallust. Catil. 5. alieni appetens, sui profusus). V. Forcell. Ital. profuso. Spagn. profuso. Franc. antico profus, ap. Pougens, Archéologie française tom.2. p.152. art. profus. Inglese, profuse. Tutti nello stesso senso attivo.

(Bologna. 23. Ott. Domenica. 1825.)

 

Vivuola-vivola viola: strumento musico, e fiore. Spagn. viHuela. V. la giunta L. nella Crus. Veron. all'articolo H. e la Crus. V. vivuola e gargagliare.

 

KhlÜw Ûdow, probabilmente diminutivo positivato.

 

[4147] Réviser, raviser franc. da aggiungersi al detto da me sopra divisare avvisare ec.

 

Rétentive per faculté de retenir, mémoire, substantif fém. antica voce francese presso Pougens Archéol. franç. tom.2. p.203. Appendice à la suite de la lettre R. art. Rétenteur. Retentiva spagn. e retentive ingl. col senso stesso. Da aggiungersi al detto altrove di retinere ec.

 

…Agnvstow per che non conosce, attivo, come in lat. ignotus, del che altrove. Teofrasto, Caratt. cap.23. mezzo, dove male il Coray cogli altri interpreti lo spiega passivamente, inconnu. La Bruyere des gens qu'il ne connoît point et dont il n'est pas mieux connu.

(Bologna. 26. Ottobre. 1825.)

 

Trafelato per che trafela, trafelante. Scialacquato v. Crus. §.1. e 2.

 

Moscolo, muschio-muscus, musco. Lucerta-lucertola, lucertolone ec.

 

Posidippe, rival de Ménandre, reproche aux Athéniens comme une grande incivilité leur affectation de considérer l'accent et le langage d'Athènes comme le seul qu'il soit permis d'avoir et de parler, et de reprendre ou de tourner en ridicule les étrangers qui y manquoient. L'atticisme, dit-il à cette occasion, dans un fragment cité par ce Dicéarque, ami de Théophraste, dont j'ai parlé plus haut (credo, nei Geografi greci minori si trova il pezzo di Dicearco),[103] est le langage d'une des villes de la Grèce; l'hellénisme celui des autres. I. G. Schweighaeuser, note 24. sur le Discours de La Bruyere sur Théophraste. Les Caractères de Théophraste, traduits par La Bruyere, avec des additions et des notes nouvelles par I. G. Schweighaeuser. Paris Renouard. 1856. tome 3e des oeuvres de La Bruyere, p. LIII-IV. (Bologna. 26. Ottob. 1825.).

 

[4148] Verba plur. Autore del poema La Passione di Cristo N. S. attribuito al Boccaccio, presso il Perticari, opp. Lugo 1823. vol.3. p.453. - Calcagna. Lineamenta. Sacca.

 

Ogli si disse anticamente per occhi (come periglio da periculum) (e quindi forse anche oglio per occhio), benchè manchi ne' Vocabolari, e ciò con tre esempi provò il Perticari in una sua lettera, opp. Lugo 1823. vol.3. p.577. nota.

(Bologna. 1825. 27. Ott.)

 

Ronzino, ronzone, probabilmente diminutivi positivati. Così sillon, sillonner ec.

 

TROTTINER, trotter à petits pas. Antico verbo francese, portato anche nel Diz. di Richelet e in quello di Trévoux, e usato anche da Piron. Pougens, Archéol. franç. art. trottiner, t.2. p.249. - Sautiller.

 

Tance-tançon. Parole sinonime, francesi antiche, significanti action de tancer, de réprimander; gronderie, dispute, querelle. Id. ib. Appendice à la suite de la lett. T. art. Tanceur, t.2. p.251.

(Bologna. 1825. 28. Ott.)

 

Pouvoir - francese antico pooir, sostantivo, come si vede ib. art. Triplication, t.2. p.248. Gengia gengiva.

 

Rado, rasum-raser francese, raschiare frequentativo-diminutivo quasi rasculare, raschiatura ec.

 

Adulater, antico verbo franc. per adulare, usato da Brantôme, Dam. gal., t.1. p.322. ap. Pougens, Archéol. franç. Additions et corrections du tome premier, page 8. art. Aduler, tom.2. p.274.

(Bologna. 1825. 29. Ottob.).

 

Tournoyer frequentativo ec. come flamboyer ec. Numéroter.

 

Voglioloso, vogliolosamente. Freddoloso.

 

Nonpareil, o non pareil (v. i Diz. franc.) - Teofr. Caratt. cap.28. „H ponhrÛa oéd¢n ÷moion (il man. Vaticano ha ÷moion). La sua spilorceria, miseria (così va qui spiegato ponhrÛa) è cosa senza uguale, senza pari.

 

Enfantiller. Faire des enfantillages, jouer d'une manière enfantine. Antico verbo franc. ap. Pougens Archéol. franç. Appendice à la suite de la lettre E, art. [4149] Enfantiller tom.1. p.194. - Fendiller (se). Se gercer, s'entr'ouvrir par de petites fentes ou crevasses. Antico verbo franc. ap. le même, même ouvrage, art. Fendiller p.202. tom.1. et dans les Additions et corrections du tome premier, page 202. ligne 16. tom.2. p.300.

(Bologna. 1825. 30. Ott.).

 

Strascinare - strascicare, strascico ec. Biasciare biascicare.

 

Nota il Coray (Notes sur les Caractères de Théophraste, ch.26. note 9. à Paris 1799. p.314.) che paxçw GROS signifie au figuré RICHE, citando appiè di pagina Schol. Aristoph. Vesp. 287 e però nel 26. capo dei Caratteri di Teofrasto, rende par PAUVRE le mot lepròw qui signifie au propre MINCE ou MAGRE, in quelle parole cioè di Teofrasto sopra il partisan de l'oligarchie (perÜ ôligarxÛaw), kaÜ Éw aÞsxænetai ¤n ¤kklhsÛ& (dice õ ôlÛgarxow di se medesimo) ÷tƒ n tiw parak‹Jhtai aétÒ lepròw kaÜ aéxmÇn (pauvre, mal mis et sale. Coray). V. i Lessici in paxçw. Similmente appunto noi diciamo grosso mercante, possidente grosso, famiglia grossa e simili, per ricca. (Bologna. 31. Ottobre. 1825.). V. i francesi e spagnuoli.

 

Soletto diminutivo positivato aggettivo, e così nell'antico francese, seulet. Timon, cest insigne et beau haysseur d'homme, qui, tant envieusement, mangea son pain seulet. Noël Dufail. Cont. d'Eutrapel (gros débat entre Lupold etc.) fol. 154. V. ap. Pougens Archéol. franç. Additions et correct. tom.2. p.302. à la page 243, ligne 6. du tome 1r.

 

Coccola. Rastro-rastrello ec. Fraga-fragola. Cocuzzolo o cucuzzolo. Razzare-razzolare. Curata o corata coratella o curatella o coradella ec. V. la Crusca.

 

Fiasco-flacon. Pila-pilon. V. i Diz. franc. Radium rayon.

 

Io sono, si perdoni la metafora, un sepolcro ambulante, che porto dentro di me un uomo morto, un cuore già sensibilissimo che più non sente ec.

(Bologna. 3. Nov. 1825.)

 

[4150] Satollo diminutivo positivato aggettivo da satur, quasi saturellus, o satullus, formandosi dalla desinenza in ur la diminutiva in ullus, collo stesso andamento con cui da quella in er si forma la diminutiva in ellus (puer-puellus) e forse da quella in ir quella in illus, del che per ora non mi sovvengono esempi. V. Forc. e Gloss. in satullus se hanno nulla.

(Bologna. 3. Novembre. 1825.)

 

ƒOrJÛa ÞsxurÇw fortemente, cioè molto, erta. Senofonte ƒAnab‹w 1. 2. 21.

 

Arrampicare, rampicare, arpicare (forse piuttosto da §rpv, come inerpicare ec.) - rampare, ramper ec. Biancicare. Luccicare.

 

Variato o vaiato, svariato, disvariato, divariato per vario o vaio (Bologna. 4. Nov. 1825.) o svario, agg.

 

Uva-ugola. Notisi, oltre alla positivazione del diminutivo il cambiamento del v in g. I nostri antichi dissero anche uvola.

 

Scalprum, scalpro-scarpello coi derivati. V. i francesi e gli spagnuoli.

 

Rinfocolare. Razzare-Razzolare. Brancolare. Ruzzare ruzzolare.

 

Anche i verbi desiderativi (o comunque li chiamino) si formano dai supini. Edo-esum-esurio, pario-partum-parturio, mingo-mictum-micturio.

 

Agiato, agiatamente, disagiato ec. aisé, aisément, mal-aisé ec. per agevole cioè agibilis (che corrisponde a facilis, cioè fattibile), non sono altro che participii in luogo di aggettivi, cioè actus in cambio e in senso di agibilis ec.

(Bologna. 6. Nov. 1825.). Inexoratus per inexorabilis.

 

Burchio-burchiello. Marco, marca-marchio; marcare marchiare. Sarda-sardella, e noi volgarmente sardone.

 

Tratteggiare frequentativo. Atteggiare. Tasteggiare. Aleggiare.

 

Adombrato neutro, per che adombra. V. la Crus. e anche aombrato. Trasognato per che trasogna.

 

Ghignare, sghignare - ghignazzare, sghignazzare. Svolazzare. Ammalazzato. Strombazzare.

 

[4151] Germer, germinare lat. e ital. - germogliare quasi germiculare o germuculare, o germinuculare. Così germoglio, quasi germiculus o germuculus, diminutivo positivato di germen, germe. - Spiccare-spicciolare, spicciolato ec. Abbrustolare, abbrustolire ec. Aggrumolare. Aggroppare-aggrovigliare.

 

Strida, grida, pera, mela plur. V. la Crus. Staia (sextaria).

 

Scricchio-scricchiolo. Nubes, nube-nuvola, nuvolo, nugolo ec. V. Crus.

 

Scricchiolare. Suggere-succhiare, succiare ec. Disgocciolare.

 

Visco, viscoso, vesco, viscus o viscum-vischio, vischioso, veschio. Lens-lenticula; lente-lenticchia, lentille franc. V. gli spagn. Inviscare - invischiare ec. invescare - inveschiare.

 

Prezzolare. Trombettare e strombettare, coi derivati.

 

Sacrato per sacro, e così sacré e sagrado per sacer. V. Forc. in sacratus.

 

Tero is tritum-tritare ital. (V. Forcell.) - stritolare.

 

Al detto altrove di dicere-dicare aggiungansi i composti praedicare, dedicare ec. E notisi che sedare sebbene è della stessa famiglia che sedere, nondimeno non appartiene al nostro discorso più che fugare - fugere. Gli uni (sedare-fugare) sono attivi, gli altri (sedere-fugere) neutri.

(Bologna. 13. Nov. 1825. Domenica.). Così placere-placare.

 

Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare.

 

kaleÝtai katŒ m¢n tòn …Araton ƒHridanñw: oédemÛan Žpñdeijin perÜ aétoè f¡rei (…Aratow non porta di ciò alcuna prova. Eratostene. Catasterismi cap.37.

(Bologna. 14. Nov. 1825.)

 

Più tempo per del tempo come più anni per parecchi anni (plures anni) frase di classici. - V. le giunte alle mie osservazioni sui taumasiografi greci, cioè al cap.1. col.81. lin.2. di Flegone; pleÛona xrñnon ec. (Bologna, 14. Nov. 1825.). Similmente i più, le più ec. - pl¡iouw p. pleÝstoi. V. le cit. osservaz. ad Antigono, cap.127.

 

[4152]PrÅton m¢n Ùn xr¯ toèto ginÅskein÷ti õ m¢n ŽgaJòw Žn¯r oék J¡vw (idcirco, luego, non statim, come rende il Gesnero) eédaÛmvn ¤j Žn‹gkaw ¤stÛn. Archytas Pythagoreus, de viro bono et beato ap. Stob. serm.1. ed. Gesner. Basileae 1549. p.13.

 

ƒAgkærion per gkura áncora. Socrate ap. Stob. loc. cit. p.21. e c.2. p.33.

 

Bozzo volg. - bozzolo; e bozzolo in altri significati, coi derivati. V. Crus.

 

Una delle maggiori difficoltà ec. consiste nella soppressione delle vocali e nel non essersi scoperta sin ad ora la regola costante per poterle supplire, dice il Ciampi parlando della lingua etrusca in generale nell'Antologia di Firenze N.58. Ottobre 1825. p.55. Quali regole sicure abbiamo, non per la lezione letterale ma per la grammaticale? (della scrittura etrusca). È certo che le vocali spesso son tralasciate; ma ciò facevasi egli a capriccio degli scarpellini, o per seguitare la pronunzia, ovvero per qualche regola stenografica od ortografica, come la scrittura massoretica degli Ebrei? Nulla ne sappiamo; e molto meno sappiamo in qual modo si abbiano da supplire. Ib. p.57. Ciò serva per il mio discorso sopra la cagione della soppression delle vocali nelle scritture più antiche e più rozze e imperfette.

(Bologna. 15. Nov. 1825.)

 

In questo (in questa) in quello (in quella) ec. avverbi di tempo. - grec. ¤n toætÄ. KaÜ ¤ntoætÄ ² ¥t¡ra gun¯ proselJoèsa eäpen. Senofonte, Memorab. nella favola dell'Ercole di Prodico.

 

Stobeo, sermone 7. perÜ ŽnodreÛaw de Fortitudine, ed. Gesner. Basilea 1549. p.91. In margine: Agatarsidae (sic) Samii in 4. rerum Persicarum. Nel testo: X¡rjhw metŒ pentakosÛvn muri‹dvn ƒArtemisÛÄ  prosormÛsaw [4153]pñlemon toÝw ¤gxvrÛoiw kat®ggeilen. ƒAJhnaÝoi sugkexum¡noi, kat‹skopon ¦pemcan „HghsÛlaon (in marg. ƒAghsÛlaon) tòn Yemistokl¡ouw Ždelfñn: kaÜ per Neokl¡ouw toè patròw aétoè katƒ önar ¥vrakñtow Žmfot¡raw Žpobebhk¡nai (in marg. Žpobeblhkñta) tŒw xeÝraw. paragenñmenow õ Žn¯r eÜw pl°Jow tÇn barb‹rvn ¤n ox®mati PersikÒ, MardÅnion §na tÇn svmatoful‹kvn ŽneÝlen, êpolabÆn j¡rjhn êp‹rxein. sullhfJeÜw êtò tÇn dorufñrvn (Gesn. a satellitibus) pròw tòn basil¡a d¡smiow ³xJh. bouJuteÝn toè proeirhm¡nou m¡llontow, ¤pÜ tòn bvmòn toè ²lÛou t¯n dejiŒn ¤p¡Jhke xeÝra, kaÜ Žst¡naktow êpomeÛnaw t¯n Žn‹gkhn tÇn bas‹nvn, ¤leuJerÅJh tÇn desmÇn eÞpÅn: Toioètoi p‹ntew ¤sm¢n ƒAJhnaÝoi: ŽpisteÝw, kaÜ t¯n ŽristerŒn ¤piJ®sv. fobhJeÜw õ j¡rjhw, froureÝsJai tòn ƒAghsÛlaon pros¡tajen. Il fatto di Regolo è stato condannato per favola; quello di Muzio Scevola potrà esserlo parimente, se non altro, col confronto di questo luogo, forse non osservato finora.

(Bologna. 19. Nov. 1825.). V. p.4193.

Meg‹la gŒr pr®gmata meg‹loisi kundænoisin ¤J¡lei kaÜ aßr¡esJai Herodot. l.7. c.50. ap. Stob. serm.7. perÜ ŽndreÛaw. In Erodoto si legge ¤J¡lei katair¡esJai.

(Bologna. 9 Nov. 1825.)

 

Exhaustare ec. V. Forcell. Coltare da colo. Crus.

 

Inhonorus - inhonoratus. V. Forcell.

 

AétÛka per verbigrazia ec. Eschine, Dial. 2. cioè perÜ ploætou, sect.24. bis.

 

Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già famoso.

(Bologna. 21. Nov. 1825.)

Analogo e confermativo [4154]di questo detto è quello di Labruyère, che più facile è far passare un'opera mediocre in grazia di una riputazione dell'autore già ottenuta e stabilita, che l'ottenere o stabilire una riputazione con un'opera eccellente.

 

Stefano Bizantino in …Itvn dice che la città d'Itone fu anche detta SÛtvn Sitone.

 

Eschine, Dialogo 3. Assioco, sezione 8. parlando dei mali della vita nelle diverse età: kaÜ toÝw (rispetto, appetto a) ìsteron xalepoÝw ¤f‹nh prÇta paidikŒ, kaÜ nhpÛvn Éw ŽlhJÇw fñbhtra. Il Wolfio stampò xalepoÝw paraballñlena ¤f‹nh, e disse che in vece di paraballñlena si poteva anche supplire suikrinñmena o Žntejetazñmena. Il Fischer, not. 52. ed. Lips. (Aeschin. Socrat. Diall. tres) 1766. non approva il Wolfio, e dice nam Dativus ille quidni pendere a verbo ¤f‹nh possit? Fatto è che questo è un italianismo, cioè il dativo solo in vece di rispetto o appetto a. V. Forcell. in ad se ha nulla a proposito.

(Bologna. 1825. 22. Nov.)

 

To look for. - aspettare (ad-spectare).

 

Rubacchiare. Scrivacchiare. Sforacchiare. Schiamazzare. Mormoracchiare.

 

Crocire-crocitare. V. Forcellini. Sorbire-sorsare. V. Crus. e Forc. e Gloss.

 

Vagina-gUaina, eVaginare-sgUainare ec. Spagn. vayna ec.

 

Sopracciglia.

 

Bruttòn-brættion (bevanda d'orzo, birra) diminutivo positivato. Significano ambedue le voci lo stesso. Esichio.

(Bologna. 27. Nov. 1825.)

 

Juxta meam sententiam bræv et bræzv idem verbum est, ut blæv et blæzv, bæv bæzv, mæv mæzv, flæv flæzv et alia. Ignatius Liebel ad Archilochi fragm.5. p.70. ed. Vindobon. 1818.

 

Freno-Frenello. V. Crusca.

 

Plutarch. de Exil. t.8. p.383. ed. Reiske: ƒArxÛloxow t°w [4155]Y‹sou karpofñra kaÜ oÞnñpeda parorÇn, diŒ traxç kaÜ ŽnÅmalon di¡bale t¯n n°son, eÞpÅn.

†Hde Éw önou =axiw

†Esthken ìlhw ŽgrÛaw Žpistef®w.

(Taso era nome di un'isola aggiacente alla Tracia.) A questo frammento di Archiloco il Jacobs fa questa osservazione. …Onou =axiw. Propter montium iuga poeta sic appellasse videtur insulam. Plurimas partium corporis appellationes ad terrarum situm et conditionem significandam translatas diligenter collegit Eustath. ad. Il. p.233. seqq. quaedam schol. Sophocl. in Oed. Col.691. conf. Wesseling ad Herod. 1. p.35. 86. Promontorium Laconiae ënou gn‹Jon appellatum commemorat Pausanias III. 22. p.431. edit. Facii. Nec hoc önou =axiw tam Archilocho proprium fuisse puto, quam potius montosarum regionum appellationem. Jacobs, Animadverss. in Antholog. vol.1. par.1. p.165. seq. ap. Liebel loc. cit. qui dietro, fragm.9. p.79. Or notisi il nostro schiena d'asino o a schiena d'asino, detto di strade ec.

(Bologna 27. Nov. 1825. Domenica.)

 

†Esthken i. e. ¤stÜn Odyss. r. 439. perÜ kakŒ p‹ntoJen ¦sth. Chariton l. 3 c.5. p.52. 10. tñte gŒr ¦ti xeimÆn ¥st®kei, ubi vid. Dorvillium, qui ostendit hoc ve saepe pro eÞmÜ cum emphasi adhiberi, ut stare apud Latinos p.303. Sic Horat l.2. od.9. 5. Nec stat glacies iners Menses per omnes. Cfr. ibi Mitscherlich (interprete ossia commentatore di Orazio) Liebel, loc. cit. qui sopra.

 

Mercari, it. mercare-mercatare, (spagn. se non fallo, mercatar), onde mercatante particip. sostantivato, e quindi mercatantare, mercatanzia ec. e mercadante ec.

 

[4156] Sfallare, sfalsare, sfallire, aggiungansi al mio discorso sopra falsare ec.

 

Calcagna.

 

Sorbillo as. V. Forc.

 

Frega-fregola.

 

ƒAllƒ na per ma su, coraggio. Omero Il. i V. 247. Odyss. s. 13. …Ana (su) dusdaÛmon pedñJen kefal¯n ¤p‹eire. Eurip. in Troasi, v.98. (Liebel, l. sup. cit. p.105. fragm.32.) - Su, orsu ec.

 

ƒEpeid¯ Zeçw pat¯r ƒOlumpÛvn ƒEk meshmbrÛaw ¦Jhke (fece) nuktƒ, Žpokræcaw f‹ow „HlÛou l‹mpontow. Archiloch. ap. Stob. serm. CIX. perÜ ¤lpÛdow, ap. Liebel. fragm.31. p.100., loc. sup. cit.

 

KardÛhw pl¡vw, dice Archiloco (fragm.34. p.110. loc. sup. cit. ap. Galen. Dion. Schol. Theocr. ec.) che dev'essere un Generale, e noi diremmo, pien di cuore. Italianismo. V. i Lessici.

 

Dolore antico. Era frase usitata per esprimere le sventure ec. il dire che il tale giaceva in terra, cioè si voltolava tra la polvere, e Archiloco (ap. Stob., serm.20. perÜ ôrg°w, fragm.32. p.103. loc. sup. cit.) dice: kaÜ m¡te nikÇn Žmf‹dhn (fanerÇw) Žg‹lleo, Mhd¢ nikhJeÜw ¤n oàkÄ katapesÆn ôdæreo. Aristofane, Nub. v.126. ƒAllƒ oédƒ ¤gÆ m¡ntoi pesÅn ge keÛsomai i.e. ŽJum®sv (Liebel, loc. sup. cit. p.106. ad fragm.32.) Archiloco medesimo (fragm.33. p.107. ap. Stob. serm.103.) volendo dire uomini sventurati e calamitosi, dice: …Andraw melaÛnú keim¡nouw ¤pÜ xJonÛ. Presso Omero (Il. s 26.) Achille udita la morte di Patroclo si gitta in terra, e così Priamo per quella di Ettore; ed Ecuba (nell'Ecuba di Sofocle o di Euripide v.486.496.) sta prostesa in terra piangendo le sventure sue e dei suoi, e Sisigambe madre di Dario, udita la morte di Alessandro, si gittò in terra. Curt. X. 5. p.4243.

 

[4157]…Allƒ ¦ni lñgow (ratio docet) kaÜ sçn toætoiw (con tutto questo, ciò non ostante, con questo) parÛstasJai fÛlÄ kaÜ patrÛdi sugkinduneæein. Epictet. Enchirid. c.39. Kòn sçn toætoiw (e se contuttociò) ¤lJeÝn kaJ®kú, f¡re ginñmena. Ib. cap.52.

(Bologna 3. Dic. Festa di S. F. Saverio. 1825.)

 

Roma, la prima e più potente città che sia stata al mondo, è stata anche l'unica destinata e quasi condannata a ubbidire a signori stranieri regolarmente, e non per conquista nè per alcuno accidente straordinario. Ciò negli antichi tempi, sotto gl'Impp. (Traiano, Massimino ec. ec.), e ciò di nuovo ne' moderni sotto i Papi (moltissimi dei quali furono non italiani), e l'una e l'altra volta ciò passò in costumanza ed ordine fondamentale dello Stato, cioè che il Principe di Roma potesse essere non romano e non italiano. Così la prima città del mondo, e così l'Italia, prima provincia del mondo, pare per una strana contraddizione e capriccio della fortuna essere stata (nel tempo medesimo del maggior fiorire del suo impero, sì del temporale e sì dello spirituale) condannata a differenza di tutte le altre ad una legittima e pacifica e non cruenta schiavitù, e quasi conquista.

(Bologna 1. Dec. 1825.)

 

Onestato per onesto. Crus. Curato, curè ec. per che cura, participio sostantivato.

 

Causado per que causa. Divertido per que divierte.

 

Laurus-laurel. (spagn.).

 

Skætow o skæth ec. - skutÜw. kærth-kurtÜw. kiJ‹ra-Jariw.

 

[4158]Eustathius Odyss. e t.3. p.1542. ed. rom. ubi docet trÜw in compositis multitudinem polç, poll‹kiw, gan significare, ad quod illustrandum Archilochi hunc locum adfert (Y‹son t¯n trisoózur¯n pñlin), et per lÛan ôózurŒn explicat. Item t.1. p.725. Sic et Virgil. O ter quaterque beati. Et poeta Germanus: O dreymal glückliches Land! Liebel, loc. sup. cit. fragm.92. p.202. Così trisiñlbiow, trism‹kar ec. ec.

(Bologna, 6. Dic. 1825.). Francesismo.

 

Perocchè (l'uomo) non era servo se non di Dio, il quale doveva amare con tutto il cuore, senza altro compagno. Cavalca Specchio di croce, capit.4. verso il fine, ediz. di Brescia, 1822. p.13.

 

Uomo pesato cioè considerato ec. Crus. e v. la Crus. veron. in posato. Riposato, posato. V. la Crusca. Riserbato ib. Perversato per perverso.

 

Spiare-spieggiare. Sortire-sorteggiare. Stormeggiare, stormeggiata.

 

Divenire-diventare (da ventum sup. di venio). Cupio cupitum-cupitare, covidare, convitare (Crus.), convoiter ec. v. gli spagn. Pervertire-perversare. V. Crus. in perversare e perversato.

 

FaVola-faola-fola.

 

Invaghire-invaghicchiare.

 

Notasi che gli antichi greci diedero spesso il nome di pñliw a regioni e paesi. P‹row, n°sow, ¶n kaÜ pñlin ƒArxÛloxow aét¯n kaleÝ ¤n ¤pÄdoÝw. Steph. Byz. voc. P‹row. Insulas et regiones etiam pñleiw ab auctoribus dictas esse, observat Strabo l.8. p.546. SthsÛxorow kaleÝ pñlin t¯n xÅran PÛsan legom¡nhn, Éw õ poiht¯w t¯n L¡sbon M‹karow pñlin. EéripÛdhw ¤n …Ivni: Eëboiƒ ƒAJ®naiw ¤stÜ tiw geÛtvn pñliw. ktl. quae vid. Cf. ibid. Casaub. not.2. Sic et insula Cos Il. b, 676. et Lemnus, Od. J [4159]284. ab Homero nominatur. Ipse Archilochus fragm.92. (Y‹son t¯n trisoózur¯n pñlin, ap. Eustath. Od. e t.3. p.1542. ed. Rom.) insulam Thasum pñlin dicit. Lysias contra Andocid. ¦peita kaÜ diÅxlhke pñleiw pollŒw ¤n ŽpodhmÛ&. SikelÛan, ƒItalÛan, Pelopñnnhson k. t. l. Aristides de Neptuno t.1. p.20. ed. Jebbii Oxon. 1722. kaÜ pñleiw ¤polÛsato toÝw ŽnJrÅpoiw, “w kaÜ n®souw nunÜ kaloèmen Aeschil. Eémen. 75. insulas peri==ætouw pñleiw vocat. Sic Propert. l.3. el.9.16. observante Huschke Miscell. philol. P. 1. p.24. Praxitelem Paria vindicat urbe lapis. - Liebel loc. sup. cit. fragm.76. p.179-80. Simili cause, simili effetti: tempi simili, costumi simili, e lingua e parole sempre analoghe ai costumi. Questo chiamar città i paesi, probabilmente derivò dal modo in cui vivevano gli uomini prima delle prime città; già bastantemente civili, bastantemente riuniti insieme, ma non però tanto da far città in corpo, bensì borghi, e villette in gran numero, occupanti gran tratto di paese. Tutto questo tratto si dovette da principio chiamar pñliw, onde poi fu trasferita la significazione a città (quando cioè le città vi furono), e non già viceversa. Questi erano i tempi in cui Atene non era altro che quattro (Plutar. in Thes. Euripid. Heraclid. 81.), o 11. (Steph. Byz. ƒAJ°nai) o 12. (Theophr. Charact. c.26. fin. in addition. ex ms. Vat.) borgate sparse per l'Attica, poi riunite da Teseo, (v. Meurs. in Theseo) e chiamate con un solo nome Atene; e Mantinea similmente in Arcadia ec. Ora sappiamo dalla storia che lo stesso modo di abitare a borgate si usò nei bassi tempi; allo stesso modo poi, crescendo la nuova civiltà, le città si formarono (v. Robertson, introduz. alla [4160]Stor. di Carlo V), ed appunto allo stesso modo, troviamo negli antichi fino al 500, ec. le città chiamate generalmente con nome di terre, voce significativa propriamente di paesi, nel qual modo si chiamano anche oggi nello scrivere con eleganza, eziandio le città grandi, in volgar comune e favellato, i castelli, e i così detti paesi. Così in francese anche oggi pays per città, benchè proprio nome di regione. (V. del resto i Diz. franc. e spagn. e ingl. ec. in Terra ec. e nei nomi di città, e così Forcell. Gloss. ec. Da terra per città, terrazzano p. cittadino. ec.) Cosa che anche conferma la mia opinione sopra il vero primitivo significato di pñliw.

(Bologna. 1825. 9. Dec. Vigilia della Venuta della Santa Casa.)

 

Tiglio-tilleul.

 

Selva per albero cioè per lauro. Petr. Sestina 1. stanza 6. E per legno, ib. chiusa.

 

Sentido per que siente, (così risentito ec.), e quindi sostantivato per sentimento, senso. Esclarecido. V. i Diz. spagn. Pausar spagn.

 

Sentimenta.

 

Aerugo o rubigo o robigo-rouille.

 

„Htthm¡nh toÝw prÅhn ² tæxh kaJƒ ©na tÇn ŽgÅnvn prosf¡rousa, nèn ti kainòn ¤texn‹sato kaJƒ ²mÇn. Severus Sophista Alexandrinus in Ethopoeiis editis a Galeo in libello cui tit. Rhetores selecti nempe cum Demetrio perÜ ¥rmhneÛaw ec. Oxon. 1676., Ethop. 3. pag.221. Il genitivo per l'accusativo.

(Bologna. 16. Dic. 1825.)

 

Summittere per mandare in alto; o vero submittere. V. Forcell.

 

Marceo o marcesco, marcitum; marcire, marcito marchitar spagn.

 

Siccome ad essere vero e grande filosofo si richiedono i naturali doni [4161]di grande immaginativa e gran sensibilità, quindi segue che i grandi filosofi sono di natura la più antifilosofica che dar si possa quanto alla pratica e all'uso della filosofia nella vita loro, e per lo contrario le più goffe o dure, fredde e antifilosofiche teste sono di natura le più disposte all'esercizio pratico della filosofia. Sommo filosofo fu il Tasso pei suoi tempi quanto alla contemplazione. Ma chi meno di lui disposto per natura alla pratica della filosofia? chi più disposto anzi alla pratica delle dottrine più illusorie, di quelle dell'entusiasmo ec.? E infatti chi meno filosofo di lui nella pratica, e nell'effetto che gli accidenti della vita producevano nel suo spirito? Viceversa chi meno filosofo in teoria che certi spensierati e imperturbabili e sempre lieti e tranquilli uomini, che pur nella pratica sono il modello e il tipo del carattere e della vita filosofica? Veramente, siccome la natura trionfa sempre, accade generalmente che i più filosofi per teoria, sono in pratica i meno filosofi, e che i men disposti alla filosofia teorica, sono i più filosofi nell'effetto. E si potrebbe anzi dire che la mira, l'intenzione e la somma della filosofia teorica e de' suoi precetti ec. non consiste effettivamente in altro che nel proposito di rendere la vita e il carattere di quelli che la posseggono, conforme a quello di coloro che non ne sono capaci per natura. Effetto che ella difficilmente ottiene.

(Bologna. 20. Dic. 1825.)

 

Bebido per que ha bebido. Estar reñidos. Lucido per luciente, spagn.

 

ProVidens-prUdens.

 

NikÛaw õ zvgr‹fow kaÜ toèto Jçw ¦legen eänai t°w grafik°w [4162] t¡xnhw mikròn m¡row, labñnta ìlhn eémeg¡Jh gr‹fein. Demetr. de Elocut. sect.76. ed. Gale p.53. (Bologna. 22. Dic. 1825). Jéw oïn prÅth ¤stÜ x‹riw ² ¤k suntomÛaw. Ib. sect.137. p.85.

(24. Dic. 1825.)

 

Gradito, aggradito ec. per gradevole, grato.

(25. Dic. dì del S. Natale. 1825.)

 

Favorito per favorevole. V. le Giunte Veron. alla Crus. in Favoritissimo, e la Crus. in Favorato per prospero. Scaltrito da scaltrire per scaltro. Scalterito; scalteritamente o scaltritamente per scaltramente ec.

 

Degnò mostrar del suo lavoro in terra. Petr. Canz. Gentil mia donna, l'veggio, stanza 2. v.3.

(27. Dic. Festa di S. Giovanni Evangelista. 1825. Bologna.)

 

Comparatus per par, comparabilis. V. Forc. Crus. ec.

 

Demetrio perÜ ¥rmhneÛaw, sect.240. ed. Gale, Oxon. 1676. p.134. filofrñnhsiw g‹r tiw boæletai (vuol essere, cioè dev'essere) ² ¤pistol¯ sæntomow. Id. sect.2. p.2. boæletai (vogliono cioè debbono) m¡ntoi di‹noian ŽpartÛzein kÇla taèta.

(Bologna. 28. Dic. 1825.). V. la per seg. capoverso 8. e qui sotto e p.4224.

 

Al detto di J¡lein o ¤J¡lein per potere ha attinenza il nostro malvolentieri per difficilmente (Crus.) e volentieri per facilmente (Giunte Veronesi).

 

„Aploèn gŒr eänai boæletai (vuole cioè dee) kaÜ ŽpoÛhton p‹Jow. Demetr. de elocut. sect.28. p.22.

(Bologna. 31. Dic. 1825.)

 

Onde per dove, quo. Petr. Son. Occhi piangete, v.6.

(Bologna 1. del 1826.)

 

Crates, grata, grada-graticcio, graticcia, gradella, graticola, ingraticolato, craticcio (Crus. Veron.) ec. V. Forc. in craticula, i franc. spagn. ec.

 

Éploré per qui plorat da s'épleurer. Zélé per qui zèle, zelante. Homme réfléchi o irréfléchi.

 

Così avestu riposti De' bei vestigi sparsi. Petr. Canz. Se 'l pensier che mi strugge. Stanz. 5. v.7. 8.

 

Smoccare (Crus. Veron.) - Smoccolare, coi derivati.

 

Boves, bovi - buoi.

 

Che cosa è la vita? Il viaggio di un zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all'ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate [4163]per arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere.

(Bologna. 17. Gen. 1826.)

 

Homme réservé. Riservato. V. gli spagn. Enjoué. Cabalgado per que cabalga o que està a caballo.

 

Torso-torsolo. Bitorzo-bitorsolo, bitortolato, bitortoluto.

 

Incrociare-incrocicchiare ec.

 

Segnalato, señalado, signalé per da segnalarsi o che si segnala o si è segnalato ec. coi derivati. Valido per que vale appresso qualcuno ec. V. i Diz. Desvalido.

 

Parafulakt¡on (cavendum) kaÜ parall®louw tiJ¡nai tŒw ptÅseiw (pares casus) ¤pÜ diafñrvn prosÅpvn: ŽmfÛbolon (anceps, dubium) gŒr gÛnetai ¤pÜ tÛna f¡resJai, a chi riferire i detti casi. Theo sophist. Progymnasm. 2. hoc est de narrat. ed. Basileae 1541. p.36. L'infinito usato in modo affatto italiano.

(Bologna. 24. Gen. 1826.). V. p. seg. capoverso 3.

 

Hombre o cosa arriesgada, arrischiato, arrisicato ec. per rischioso o che si arrischia. V. i francesi in hasardé ec. Agiato per pigro, cioè che opera ad agio, che si adagia ec.

 

Affettato, affecté ec. per che affetta, o che ha affettazione.

 

Alla p.4162. capoverso 5. ƒEn m¢n toÝw ¤gkvmÛoiw kaÜ cñgoiw frontiwt¡on kaÜ prooimÛvn, ¤pÜ toè tñpou (in loco communi) ¤pÛnoia toiaæth tÜw eänai boæletai (absolute) Ëste Žpokop¯n eänai dokeÝn, kaÜ m¡row lñgou ¥t¡rou proeirhm¡nou. In laudando et vituperando, ne exordia quidem negligenda, loci vero huiusmodi quaedam est consideratio, ut amputatum quiddam videatur, atque pars orationis alterius iam habitae. (versio Joachimi Camerarii). Theo sophista, Progymnasm. 5. de loco communi, ed. Basileae 1541. p.71.

(30. Gen. 1826. Bologna.). V. p.4212. fin.

 

Gli spagnuoli dicono mas ridondante o vero per niuno come noi altro. Sin mas oro ni mas seda, cioè senza punto d'oro nè di seta. Augustin de Roxas, Viage entretenido.

(Bologna. 1. Feb. 1826.)

 

Il genitivo per l'accusativo Epitteto cap.70. ¤pÛspasai cuxroè ìdatow, piglia una boccata d'acqua fresca.

 

[4164] Avenido, estar avenidos ec. per conveniente, concorde, avvenente ec. V. i Diz. Visto spagn. per avveduto ec. Terencio fuè mas visto en los preceptos (poco sotto dice: Porque en esto Terencio fuè mas CAUTO). Lope de Vega, Arte nuevo de hacer comedias. Négligé, Desabrido. Consigliato, sconsigliato, bene o mal consigliato.

 

Spessissimo noi, come un malato, un convalescente, che si cura, un povero che si procaccia il vitto con gran fatica, usando una infinita pazienza per solo conservarci la vita, non facciamo altro che patire infinitamente per conservarci, per non perdere, la facoltà di patire, ed esercitar la pazienza per preservarci il potere di esercitarla, per continuarla ad esercitare. (Bologna. 4. Feb. 1826.).

 

Alla p.4163. capoverso 5. Analogo è questo luogo del medesimo Teone, Exempl. progymnasm. chria 1. p.116. ¤n taÝw ŽpobolaÝw tÇn paÛdvn kaÜ tÇn Žnagkaiot‹tvn, (ubi) poll‹kiw p‹Jow meÝzon µ f¡rein V. p.4190.4299.

 

Homme mésuré, misurato, smisurato, mesurado, desmedido ec. V. i Diz.

Affidato, sfidato per che si affida o sconfida ec. Confiado, desconfiado ec. Desasosegado. Resentido.

 

Coyuntar, descoyuntar da coniunctus, come juntar ec. V. i Diz. Compulser, expulser.

 

AétÇn ge tÇn êpoJ®kvn (monitorum) tŒw m¢n ¤n gr‹mmasi, tŒw Žpò stñmatow oêtvsÜ (così ridondante, della qual frase, altrove) pròw toçw sunñntaw eÞpÆn, ¤n mn®mú kat¡lipe (ƒIsokr‹thw). Theo sophist. Exempl. progymnasm. chria 3. sub init. ed. Basil. 1541. p.129-30.

 

TÛw oék ’n Jaum‹seie prò tÇn llvn Jçw t¯n Žl®Jeian (primum ante cetera veritatem huius sententiae Isocratis). Theo, loc. sup. cit. p.130.

 

Jaumastòn prosdeÝtai pñnvn ¤keÛnh (² paideÛa), mhd¢ tÇn ¤lattñnvn neu talaipvrÛaw ¤Jelñntvn perigÛnesJai. Ib. p.137.

 

Dilatado per latus, v. p.4167. come éloigné per lontano: dénué, assuré, rapproché, reculé, varié, prématuré, approfondi, élevé, prolongé, rembruni, azuré, rafiné, arrondi, infecté, participii in luogo di aggettivi.

 

ƒEn lloiw te oék ôlÛgoiw, kaÜ oçx ³kista toÝw prÅtoiw t°w ƒIli‹dow Jçw.Ib. sentent. 2. p.151.

Malinteso per male, cioè poco, intendente. V. i franc. ec. Homme etc. recherché.

 

…Hkoue gŒr àsvw (õ Xræshw) t¯n perÜ gænaion (t°w Bris®ódow) toè basil¡vw (ƒAgam¡mnonow) spoud®n. Theo loc. sup. cit. Destruct. p.152. V. p. seg. e p.4166.

 

TÇn Žpolvlñtvn, ¤keÛnou m¡row, che erano periti, per la sua parte, cioè per quanto era in lui. Ib. Assert. 1. p.158 V. p.4166.

 

[4165] Sperimentato, experimentado, expérimenté, inexpérimenté, esperimentato, inesperimentato ec. per che ha o non ha sperimentato. V. anche provato nella Crusca. Circospetto per qui circumspicit. V. Forc. Gloss. i francesi spagnuoli ec.

 

Risentire-risensare. V. Crusca.

 

Ωste kaÜ eÞkñtvw sig˜ t¯n prÅthn, kaÜ metŒ toèto fJ¡ggetai. Theo, loc. sup. cit. Assert. 2. p.164. Alla prima. T¯n prÅthn per da prima, da principio ec. è usato dallo stesso anche Loc. commun. 1 p.171. V. p.4211.4226.

(Bologna 16. Feb. 1826.)

 

Oìtvw ÞÆn (andando, procedendo, cioè governandosi, adoperando) svfrñnvw (prudentemente, saviamente) õ basileçw, êpereÝde t°w ÞkethrÛaw (õ ƒAgam¡mnvn toè Xræsou). Ib. p.162. Itaque considerate progressus rex, supplicationem illam despexit. (Versio Camerarii.). V. p.4464.

 

Alla p.4164. capoverso penult. Così anche Loc. commun. 1. p.172. lin.2.

 

Sbadato coi derivati per che non bada, non suol badare. Accorto, avveduto, malaccorto, malavveduto, inaccorto ec. disavveduto. Saporito per saporoso.

 

Mulina plur. V. le Giunte Veronesi alla Crusca. Le fata, le fondamenta, le pera ec. le prestigia. V. Monti Proposta, in questa voce. Le uova.

 

KeÝnow f¡riostow ÷stiw ŽgnoeÝ brotÇn

Ωw ¦stin ¤jamartñnta doènai dÛkhn:

XeÛristow õ megÛsthn ¤jousÛan labÅn.

(N¡vnta oédeÜw ÷stiw dokeÝ brotÇn. Simonid. ap. Stob.).

(18. Feb. 1826.)

 

Diminutivi positivati. Chiovo-chiovello coi derivati, chiavo-chiavello coi derivati, chiavare-chiavellare ec. Sommeil, soleil, (somniculus, soliculus), e simili.

 

Spe-cu-lum - spe-gli-o - spe-cchi-o. Ventricolo - ventriglio.

 

Ratto per rapido è il lat. raptus da rapio (v. questi pensieri p.2789.), e vale qui rapit in senso att. o neutro, ed è un participio aggettivato.

 

Idolum aliquandiu RETRO (qualche tempo addietro) non erat. Tertull. de Idololat. c.3. V. Forc. ec.

(Bologna 19. Feb. Domenica 2. di Quaresima. 1826.)

 

[4166] Vinco-vinciglio. Avvincere - avvinchiare, avvinghiare, avvincigliare.

Alla p.4164. capoverso ult. ƒEleeÝsJai ŽjioÝw parŒ toètvn , sòn m¡row, oék eÞsÛ; (non esistono più, cioè sono periti). V. p.4211.

 

…AJliow vale a un tempo infelice, e malvagio, del che altrove.

 

Non solo noi (Tanto è lungi che ec.) non possiamo sapere nè anche sufficientemente congetturare tutto quello di cui sia capace, aiutata da circostanze favorevoli, la natura umana in universale, ma eziandio di un solo individuo, o passato o presente o futuro, noi non possiamo sapere esattamente nè congetturare quanta estensione, in circostanze appropriate, avessero potuto o pur potranno acquistare le sue facoltà. (Bologna. 21. Feb. 1826.).

 

AétÛka in principio di periodo ec. del che altrove. Teone Sofista, loc. sup. cit. Comparat. 2. h. e. Achillis et Diomedis, initio, p.204. lin.1.

(Bologna. 22. Feb. 1826.)

 

Scempio-scempiato, coi derivati.

 

Fugio-fugito. V. Forcell.

 

Diminutivi greci positivati. rnow-rneion (come in ital. agnello, e agneau ec.).

 

Alla p.4164. capoverso penult. Così in Proposito p.221. lin.4 a fin. e 225. lin.3. gænaion per moglie semplicemente.

 

Ventolare att. e neutro. Sventolare. Bezzicare. Bazzicare.

 

Altro per alcuno, niuno. V. Crus. in Fare contrappunto.

 

Conto, sincope di cognitus, per conoscente, ammaestrato ec. V. la Crus. ed anche acconto. Sparuto per sparvente poichè in origine non è che il contrario di parvente, appariscente, vistoso ec.

 

Fondamenta.

 

Concordato per concorde, o concordante, coi derivati. Accordato, discordato, scordato per che scorda, scordante. V. Crus. Riguardato per che ha riguardo.

 

Frettoloso. Freddoloso. Meticulosus. Formidolosus. Fraudulentus. Frauduleux. Turbulentus. Truculentus. Succulentus.

 

Tigna, tinea-tignuola. Aranea-araneola ec.

 

Alla p.4145. lin.1. Ciò è riferito da Luciano adversus indoctum plures libros ementem, dove narra anche di un'altra compera simile, che fa anche più al caso di esser paragonata con quelle che fanno i curiosi inglesi di oggidì.

 

[4167] Voveo-votum-votare, ital. V. Forcell. spagn. ec. Transire-transitare.

Senza altrimenti (cioè punto, in niun modo) ordinare sua famiglia. Vit. SS. PP. nelle Giunte Veronesi v. In trasatto.

 

Cutretta-cutrettola. Costa lat. e ital. costola. Ragnolo, ragnuolo.

Indefessus, indefesso ec. per infaticabile. V. anche Forcell. in indefatigatus, infatigatus ec. (Bologna. 4. Marzo. 1826.). Rilevato, relevé per alto. Inexhaustus ec.

 

Alla p.4164. capoverso 9. Così étendu nello stesso senso; disteso, distesamente ec. E v. l'es. di Dante e del Tasso nella Crusca in Dilatato.

 

Sbevazzare.

 

Fare con accusativo di tempo, per passare, vedi la Crusca. - Schol. Euripid. ad Hippolyt. v.35. ¦Jow gŒr toÝw ¤fƒ aámati (ob caedem patratam) feægousi (exulantibus) ¤niautòn poieÝn ¤ktòw t°w patrÛdow. V. p.4210. fin.

 

Serpere lat. e ital. - serpeggiare. Pasteggiare cioè far pasti ec.

 

Riferisce Cicerone de Divinat. un detto di Catone che egli si maravigliava come l'uno aruspice scontrandosi coll'altro si tenesse dal ridere. Applichisi questo detto ai Principi nei loro congressi, e massimamente in quelli degli ultimi tempi.

(Bologna. 6. Marzo. 1826.)

 

Scappare-scapolare.

 

Curvatus per curvus. Virgil. nella descrizione del turbo giuoco dei fanciulli. V. Forcell.

 

Molti divengono insensibili alle lodi, e restano però sensibili al biasimo ed al ridicolo, sensibilità che essi perdono assai più tardi o non mai. E ben più difficilmente si perde questa sensibilità che quella. Certamente poi niuno si trova che essendo sensibile alle lodi, sia insensibile ai biasimi, alle censure, alle male voci o calunnie, ai motteggi; bensì viceversa si trovano molti. Tanto, anche nelle cose puramente sociali, la facoltà di provar piacere è nell'uomo più caduca e più limitata che quella di sentir dispiacere.

(Bologna. 9. Marzo. 1826.)

 

[4168] Pece-pegola, impegolare ec.

 

Maledetto, esecrato, odiato, abbominato, abborrito ec. per degno di maledizione ec., o che suole essere maledetto ec. e v. Forcell. E per contrario amato, desiderato, sospirato ec.

 

Alla p.4137. L'uomo tende ad un fine principale e unico. Ogni suo atto volontario o di pensiero o d'opera è indirizzato a questo fine. Questo fine è dunque il suo sommo bene. E questo sommo bene che è? Certamente la felicità. Sin qui tutti i filosofi sono d'accordo, antichi e moderni. Ma che è, ed in che consiste, e di che natura è la felicità conveniente e propria alla natura dell'uomo, desiderata sommamente e supremamente, anzi per verità unicamente, dall'uomo, cercata e procacciata continuamente dall'uomo? Che cosa è per conseguenza il sommo bene dell'uomo, il fine dell'uomo? Qui non v'è setta, non v'è filosofo, nè tra gli antichi nè tra i moderni, che non discordi dagli altri. Sonovi alcuni che si maravigliano di tanta discordia dei filosofi in questo punto, dopo tanta loro concordia nel rimanente. Ma che maraviglia? Come trovare, come determinare, quello che non esiste, che non ha natura nè essenza alcuna, ch'è un ente di ragione? Il fine dell'uomo, il sommo suo bene, la sua felicità, non esistono. Ed egli cerca e cercherà sempre sommamente ed unicamente queste cose, ma le cerca senza sapere di che natura sieno, in che consistano, nè mai lo saprà, perchè infatti queste cose non esistono, benchè per natura dell'uomo sieno il necessario fine dell'uomo. Ecco spiegate le famose controversie intorno al sommo bene. Il sommo bene è voluto, desiderato, cercato di necessità, e ciò sempre e sommamente anzi unicamente, dall'uomo; ma egli nel volerlo, cercarlo, desiderarlo, non ha mai saputo nè mai saprà che cosa esso sia (le dette controversie medesime ne sono prova); e ciò perchè il suo sommo bene non esiste in niun modo. Il fine della natura dell'uomo esisterà forse in natura. Ma bisogna ben distinguerlo dal fine cercato [4169]dalla natura dell'uomo. Questo fine non esiste in natura, e non può esistere per natura. E questo discorso debbe estendersi al sommo bene di tutti gli animali e viventi.

(11. Marzo. Vigil. della Domenica di Passione. 1826. Bologna.)

 

L'uomo (e così gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Nè esso, nè la vita, nè oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. - Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica. L'esistenza non è per l'esistente, non ha per suo fine l'esistente, nè il bene dell'esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l'esistente è per l'esistenza, tutto per l'esistenza, questa è il suo puro fine reale. Gli esistenti esistono perchè si esista, l'individuo esistente nasce ed esiste perchè si continui ad esistere e l'esistenza si conservi in lui e dopo di lui. Tutto ciò è manifesto dal vedere che il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione nè la felicità degl'individui; la qual felicità non esiste neppur punto al mondo, nè per gl'individui nè per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in ultimo grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra.

(Bologna 11. Marzo. 1826.)

 

Negletto, contemptus (v. Fedro, fab. Calvus et musca), spregiato, dispregiato o disprezzato ec. ec. per dispregevole. Implacato per implacabile. V. Forc. ec. Provvisto per che provvede o ha provveduto, del che altrove. V. Monti Proposta, in provvisto, dove nel 2do esempio trovi anche avvisato in senso simile.

 

Puretto diminutivo positivato, aggettivo per puro, come pretto. V. Crusca.

 

[4170]Inconcusso per inconcutibile. V. Forc. ec. Inaccessus, inaccesso ec. per inaccessibile. Rampare; radice di rampicare, di cui altrove. V. Monti Proposta, v. rampare. Fastello, affastellare ec. diminutivi positivati da fascio per peso. Cespo-cespuglio. Vituperato per vituperoso, ec. o degno di vitupero, di esser vituperato, vituperevole ec. V. la Crus. non solo nel  §.2. ma in tutti gli altri esempi.

 

Poco restò per poco mancò o manca ec. V. Monti Proposta, in Restare.

 

pÝlow-pilÛon, s‹ndalon-sand‹lion, trÛbvn-tribÅnion, ÷rkow-÷rkion.

 

Corona-corolla, lat. diminut. come da asinus, asellus, ec.

 

Abbreviato per breve.

 

Febbricare o febricare per febricitare. V. Crus. in febbricare, febbricante, febricante ec. Sembra esser la radice di febricito. V. Forc. Erpicare per inerpicare o inarpicare. Crus.

 

Per poco è o fu ec. che non. V. Dante Inf. c.30.

 

Rocco-Rocchetto. V. Monti Proposta, v. Rocco. Pelliccia da pellicula per pelle di animali ec. V. i franc. spagn. ec. Benda - bandeau. Floccus-flocon. Linon.

 

Infamato per infame. Crus. Incolpato per incolpabile o per colpevole ec. V. Crus. e Monti Proposta v. Incolpato, e nella Bibliot. ital. Dial. di Matteo, Taddeo ec. Temuto, formidatus, paventato ec. per formidabile, massime in poesia.

 

svm‹tion p. sÇma. Ateneo l.4. p.178 E. ed. Commelin. 1598.

 

Praetexo, praetextum-prétexter. Eximo, exemptum exempter.

 

Alla p.4145. lin.4. Quin et factitii canes ad fores collocati; quales illi quos ex auro et argento fabricarat Vulcanus Odyss. 7. 93. DÇma fulass¡menai megal®torow ƒAlkinñoio Domum ut custodirent magnanimi Alcinoi. Quod Romanis etiam in more fuisse docet Petronius Arbiter, c.29. p.104. ed. Burman. Non longe, inquit, ab ostiarii cella canis ingens catena vinctus in pariete erat pictus, superque quadrata litera scriptum: Cave, Cave Canem. Feithius, Antiquitat. Homericar. lib.3. c.11. §.2. Uso conservato dai moderni. V. p.4364.

(20. Marzo. Lunedì Santo. Bologna. 1826.)

 

Rinegato, renegado ec. per che ha rinegato. Homme déterminé. Pensées, o idées suivies, per qui se suivent, conséquentes, conseguenti le une dalle altre. [4171] Raisonnement suivi etc.

 

La civiltà moderna non deve esser considerata come una semplice continuazione dell'antica, come un progresso della medesima. Questo è il punto di vista sotto cui e gli scrittori e gli uomini generalmente la sogliono riguardare; e da ciò segue che si considera la civiltà degli Ateniesi e dei Romani nei loro più floridi tempi, come incompleta, e per ogni sua parte inferiore alla nostra. Ma qualunque sia la filiazione che, istoricamente parlando, abbia la civiltà moderna verso l'antica, e l'influenza esercitata da questa sopra quella, massime nel suo nascimento e nei suoi primi sviluppi; logicamente parlando però, queste due civiltà, avendo essenziali differenze tra loro, sono, e debbono essere considerate come due civiltà diverse, o vogliamo dire due diverse e distinte specie di civiltà, ambedue realmente complete in se stesse. Sotto questo punto di vista, diviene più che mai utile e interessante il parallelo tra l'una e l'altra. E veramente l'uomo e le nazioni sono capaci, come di stato selvaggio, di barbarie, di civiltà, tutti stati ben distinti tra loro per genere, così di diverse specie di civiltà, distinte non solo per semplici nuances, come quelle che distinguono ora la civiltà presso le diverse nazioni colte, ma per caratteri speciali, essenziali, determinati dalle circostanze, e spesso e in gran parte dal caso. Ed è quasi impossibile, come il trovare due fisonomie perfettamente uguali, benchè tutti sieno generati in uno stesso modo, così il trovare in due popoli qualunque, (o in due tempi) che non abbiano avuto grande ed intima relazione scambievole, una civiltà medesima, e non due [4172]distinte di specie. - Intendo per civiltà antica, e per termine di comparazione colla moderna, la civiltà dei Greci e dei Romani, e dei popoli antichi da essi governati e civilizzati, o ridotti ai loro costumi. - Può servir di preliminare ad una Comparazione degli antichi e dei moderni.

(Bologna. Martedì Santo. 1826. 21. Marzo.)

 

Mando, mansum-mansare corrotto in mangiare, manger, manjar. V. Forc. e Gloss. Manducare (che noi dicemmo anche manicare, quasi mandicare) sembra un frequentativo di mandere, come fodicare di fodere ec. Credo però che l'u di manduco sia lungo. Del resto dello scambio dell'u coll'i, ho detto altrove.

 

Colpire-colpeggiare.

 

En métaphysique, en morale, les anciens ont tout dit. Nous nous rencontrons avec eux, ou nous les répétons. Tous les livres modernes de ce genre ne sont que des redites. Voltaire, Dict. philosoph. art. Emblème. (Bologna. Giovedì Santo. 1826. 23. Marzo.).

 

Eruca-ruchetta, roquette ec. Falco-faucon, falcone ec. Nepita o nepeta lat. nepitella, nipitella.

 

Entortiller. Naziller. Bouillir-bouillonner.

 

Maereo o moereo - moestus o maestus per maerens.

 

Attorcere - attorcigliare, attortigliare, intorticciato. Squartare-écarteler.

 

Et qui rit de nos moeurs ne fait que prévenir Ce qu'en doivent penser les siècles à venir. M. de Rulière, Discours en vers sur les Disputes, rapporté par Voltaire Dict. phil. au mot Dispute.

 

Dieu puissant! permettez que ces tems déplorables Un jour par nos neveux soient mis au rang des fables. Ibidem.

 

Corata-coratella, curatella, coradella ec.

 

Grattare-grattugiare. Sciorinare verbo diminut. V. Monti Proposta.

Macinare, macerare, macina-maciullare, maciulla. Spilluzzicare (da spelare).

 

Sarmata, stando all'etimologia del nome, significa carrettiere da ‘rma, che in greco vuol dir carro, ed aggiuntavi l'aspirazione sarma. Dal non aver usato que' popoli (dell'alto ed ultimo settentrione dell'Europa e dell'Asia) abitazioni fisse, per aver avuto case traslocabili come specie di carri, [4173]furono da' Greci chiamati Sarmati. Ciampi, nell'Antolog. di Firenze. Febbraio 1826. num.62. p.28. not.6.

(30. Marzo. 1826. Bologna.)

 

Piaggia, spiaggia, diminutivi positivati di plaga, da plagula, come nebbia da nebula, ec. ec.

 

Elevato, sollevato, per alto. V. Crus. in Elevatissimo e Sollevatissimo.

 

A voler che uno possa esser buon comico o buon satirico, è di tutta necessità che questo tale sia, o sia stato degno di satira e di commedia, e ciò per non poco tempo, e in quelle cose medesime che egli ha da porre in riso.

(Bologna. Domenica in Albis. 2. Aprile. 1826.)

 

Homme emporté per qui s'emporte, che è solito s'emporter. Empressé.

 

Accuratus, accurato ec. per qui curat, o qui accurat.

 

Sappiamo da Plinio che chiamavansi pernae dalla lor forma di presciutto alcune conchiglie frequentissime nelle isole Ponticae, o come altri leggono Pontiae. Da esse traevasi la madre perla: e questo nome italiano di perla non viene certamente da altro che da perna o pernula. (Diminutivo positivato.) Amati, Iscrizioni antiche scoperte da non molto tempo, e meritevoli di esser poste a notizia de' dotti. (Articolo del Giornale arcadico, Roma Dicembre 1825. N.84. tom.28.) num.25. p.358.

(Bologna 7. Aprile. 1826.)

 

Testis-testiculus, testicolo, testicule ec. Citrus citron. Hirundo-hirondelle.

 

Magnum videlicet illis (Athenaei) temporibus videbatur, duabus linguis posse loqui: quod in nescio quo habitum loco miraculi refert Galenus: dÛglvttñw tiw, inquit, ¤l¡geto p‹lai, kaÜ Jaèma toètƒ ·n, nJrvpow eåw, ŽkribÇn dial¡ktouw dæo. Bilinguis olim quidam dicebatur: eratque res miraculo mortalibus, homo unus duas exacte linguas tenens. Haec Galenus in secundo de Differentiis pulsuum. Casaub. Animadv. in Athenae. lib.1. cap.2.

(Bologna 14. Aprile. 1826.)

 

[4174]Oék ¤J¡lein per non potere, pefuk¡nai, vedilo nel Casaub. loc. sup. cit. cap.5. in un verso di Filosseno.

(Bologna 17. Aprile. 1826.)

 

Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla.

Questo sistema, benchè urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a dire che l'universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all'ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?

 

[4175]Si potrebbe esporre e sviluppare questo sistema in qualche frammento che si supponesse di un filosofo antico, indiano ec.

Cosa certa e non da burla si è che l'esistenza è un male per tutte le parti che compongono l'universo (e quindi è ben difficile il supporre ch'ella non sia un male anche per l'universo intero, e più ancora difficile si è il comporre, come fanno i filosofi, Des malheurs de chaque être un bonheur général. Voltaire, épître sur le désastre de Lisbonne. Non si comprende come dal male di tutti gl'individui senza eccezione, possa risultare il bene dell'universalità; come dalla riunione e dal complesso di molti mali e non d'altro, possa risultare un bene.) Ciò è manifesto dal veder che tutte le cose al lor modo patiscono necessariamente, e necessariamente non godono, perchè il piacere non esiste esattamente parlando. Or ciò essendo, come non sì dovrà dire che l'esistere è per se un male?

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.

Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. [4176]Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177]sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.

(Bologna. 22. Apr. 1826.)

 

Avisé per accorto ec. Être osé per oser. Voltaire.

 

Il piacere delle odi di Anacreonte è tanto fuggitivo, e così ribelle ad ogni analisi, che per gustarlo, bisogna espressamente leggerle con una certa rapidità, e con poca o ben leggera attenzione. Chi le legge posatamente, chi si ferma sulle parti, chi esamina, chi attende, non vede nessuna bellezza, non sente nessun piacere. La bellezza non istà che nel tutto, sì fattamente che ella non è nelle parti per modo alcuno. Il piacere non risulta che dall'insieme, dall'impressione improvvisa e indefinibile dell'intero.

(Bologna. 22. Aprile. 1826.)

 

Poi che s'accorse chiusa dalla spera Dell'amico più bello. Petrar. Son. 79. della I. Parte: In mezzo di duo amanti onesta, altera. Grecismo manifesto. Notisi che il Petrarca non sapeva il greco.

 

Transgredior, transgressus-transgresser.

 

Réviser (rivedere): al detto altrove di avvisare ec.

 

Frango is - nau-fragor aris.

 

Alla p.4142. Niente infatti nella natura annunzia l'infinito, l'esistenza di alcuna cosa infinita. L'infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia. Noi abbiam veduto delle cose inconcepibilmente maggiori di noi, del nostro mondo ec., delle forze inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi maggiori del nostro ec. Ciò non vuol dire che esse sieno grandi, ma che noi siamo minimi a rispetto loro. Or quelle grandezze (sia d'intelligenza, sia di forza, sia d'estensione ec.) che noi [4178]non possiamo concepire, noi le abbiam credute infinite; quello che era incomparabilmente maggior di noi e delle cose nostre che sono minime, noi l'abbiam creduto infinito; quasi che al di sopra di noi non vi sia che l'infinito, questo solo non possa esser abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo possa essere maggior di noi. Ma l'infinito è un'idea, un sogno, non una realtà: almeno niuna prova abbiamo noi dell'esistenza di esso, neppur per analogia, e possiam dire di essere a un'infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione di tale esistenza: si potrebbe anche disputare non poco se l'infinito sia possibile (cosa che alcuni moderni hanno ben negato), e se questa idea, figlia della nostra immaginazione, non sia contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. Certo secondo le leggi dell'esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalle cose esistenti che noi conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l'infinito cioè una cosa senza limiti, non può esistere, non sarebbe cosa ec. (Bologna 1. Maggio. Festa dei SS. Filippo e Giacomo. 1826.). Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l'infinito venga in sostanza a esserlo stesso che il nulla. Pare soprattutto  che l'individualità dell'esistenza importi naturalmente una qualsivoglia circoscrizione, di modo che l'infinito non ammetta individualità e questi due termini sieno contraddittorii; quindi non si possa supporre un ente individuo che non abbia limiti.

(2. Maggio 1826.). V. p.4181. e p.4274. capoverso ult.

 

Tetta-teton (come da mamma, mammella ec.).

 

[4179]Fammi sentir di quell'aura gentile. Petr. Canz. Amor, se vuo' ch'i' torni al giogo antico. v.31. cioè stanza 3. v.1. Il genitivo per l'accusativo. V. ancora Canz. Quando il soave, stanza 4. v.4 e Son. S'io fossi, v. ult.

(3. Maggio. Festa della S. Croce. Vigilia dell'Ascensione. Bolog. 1826.)

 

Scorto per accorto, da scorgere per vedere ec. ovvero da scorgere per guidare, avvisare ec. come avisé ec. V. la Crusca.

 

ƒAllŒ kaÜ l¡sxhw (confabulationis) oänow (i.e. potatio) ¦xein ¤J¡lei. Ap. Athenaeum. Vid. Casaub. Animadvers. l.1. cap. ult. init. Volere per dovere.

(Bologna. 6. Maggio. 1826.). Non vogliono per non debbono. V. Rucellai, Api v.621.

 

Già è gran tempo che nè i principi nominano, nè ai principi si nomina, sia lodandoli, sia consigliandoli, sia in qualsivoglia discorso, la loro patria. È gran tempo che le città e le nazioni hanno cessato di esser le patrie dei principi. Esse sono i loro stati, o nativi o no che i principi sieno. Ciò è tanto vero che anche in Inghilterra, anche in Francia, dove, ed esiste una patria, ed i principi, vogliano o non vogliano, sono per li sudditi, e non i sudditi pel principe, pure nè essi nè altri parlando o scrivendo ad essi (e di raro anche, di essi), chiamano o l'Inghilterra o la Francia, loro patria. Si crederebbe abbassarli, offenderli, se si pronunziasse loro questo nome che mostra di avere una certa superiorità sopra di essi. I principi già da gran tempo si stimano, e da molti sono stimati essere, la patria essi medesimi. Distinguendoli dalla patria, si crederebbe oltraggiarli. Non così gli antichi. I Neroni e i Domiziani con nome falso, e di più superbo, ma che pur conservava l'idea della patria, s'intitolavano P. P. pater patriae (nelle medaglie, iscrizioni ec.). (Bologna 10. Maggio. 1826.).

 

[4180]Del digamma eolico vedi Casaubon. animadv. in Athenae. lib.2. cap.16.

 

Picus-picchio, da un piculus, e non dal picchiare come dice la Crusca e stimasi comunemente. V. i franc. spagn. ec.

 

Tre stati della gioventù: 1. speranza, forse il più affannoso di tutti: 2. disperazione furibonda e renitente: 3. disperazione rassegnata.

(Bologna. 3. Giugno. 1826.)

 

Che guadagno fa l'uomo perfezionandosi? Incorrere ogni giorno in nuovi patimenti (i bisogni non sono per lo più altro che patimenti) che prima non aveva, e poi trovarvi il rimedio, il quale senza il perfezionamento dell'uomo non saria stato necessario nè utile, perchè quei patimenti non avrebbero avuto luogo. Proccurarsi nuovi piaceri, forse più vivi che i naturali, non però altrettanto 1. comuni, 2. durevoli, 3. facili ad acquistarsi, anzi i più, difficilissimi, perchè, se non altro, esigono una studiatissima educazione, e una lunga formazione dell'animo, e per ciò stesso non possono esser comuni a tutti, anzi ristretti a certe classi solamente, ed alcuni a certi individui. Nel tempo stesso distruggere in se la facoltà di provare, almeno durevolmente, i piaceri naturali. Lo stato naturale dell'uomo ha veramente dei piaceri, facili, comuni a tutti, durevoli, che non sono men veri perciò che noi non li possiamo più sentire, e però non concepiamo come sieno piaceri. Il solo stato di quiete e d'inazione sì frequente e lungo nel selvaggio (insopportabile al civile) è certamente un piacere, non vivo, ma atto e sufficiente a riempiere una grande e forse massima parte della vita del selvaggio. Vedesi ciò anche negli altri animali. Vedesi (tra i domestici, e più a portata della nostra osservazione) nei cani, che se non sono turbati o forzati a muoversi, passano volentierissimo [4181]le ore intiere, sdraiati con gran placidezza e serenità di atti e di viso, sulle loro zampe. (Bologna. 3. Giugno. 1826.). Moltissimi patimenti poi, massime morali, che senza la civilizzazione non avrebbero luogo, quantunque abbiano il loro rimedio, proccurato dalla stessa civilizzazione, p.e. la filosofia pratica, è ben noto che sono senza comparazione più facili, più frequenti, più comuni essi, che l'applicazione effettiva e l'uso efficace di tali rimedi.

(Bologna. 3. Giugno. 1826.)

 

Alla p.4178. fine. L'ipotesi dell'eternità della materia non sarebbe un'obbiezione a queste proposizioni. L'eternità, il tempo, cose sulle quali tanto disputarono gli antichi, non sono, come hanno osservato i metafisici moderni, non altrimenti che lo spazio, altro che un'espressione di una nostra idea, relativa al modo di essere delle cose, e non già cose nè enti, come parvero stimare gli antichi, anzi i filosofi fino ai nostri giorni. La materia sarebbe eterna, e nulla perciò vi sarebbe d'infinito. Ciò non vorrebbe dire altro, se non che la materia, cosa finita, non avrebbe mai cominciato ad essere, nè mai lascerebbe di essere; che il finito è sempre stato e sempre sarà. Qui non vi avrebbe d'infinito che il tempo, il quale non è cosa alcuna, è nulla, e però la infinità del tempo non proverebbe nè l'esistenza nè la possibilità di enti infiniti, più di quel che lo provi la infinità del nulla, infinità che non esiste nè può esistere se non nella immaginazione o nel linguaggio, ma che è pure una qualità propria ed inseparabile dalla idea o dalla parola nulla, il quale pur non può essere se non nel pensiero o nella lingua, e quanto al pensiero o [4182]alla lingua.

(Bologna. 4. Giugno. 1826. Domenica.)

 

êrÛskow - surÛskow. V. Casaubon. ad Athen. l.3. c.4. init.

 

Litterato per letterario. Petr. Tr. della Fama, cap.3. v.102. V. Crusca. Tasso opp. ed. del Mauro, tom.4. p.304. t.10. p.297. t.9. p.419.

 

Oreglia, origliare, origliere, per orecchia, orecchiare, orecchiere.

 

grafeçw (scriba) - greffier (se non viene da grief.).

 

Fallir la promessa. Petr. Tr. d. Divinità. v.4-5.

 

Senz'altra pompa, per senza niuna. ib. V. 120. V. anche Son. Il successor di Carlo, v.7. e Canz. Una donna più bella, st.3. v.12.

 

Mantua, Genua, Mantuanus ec. - Mantova, Genova, ec.

 

Vergheggiare. V. Crus. Vagheggiare.

 

Burchiellesco. Genere burchiellesco, Frottole, in uso anche tra i greci. Demetr. de elocut., sect.153. …Esti tiw kaÜ ² parŒ t¯n prosdokÛan x‹riw: Éw ² toè Kæklvpow, ÷ti ìstaton ¦domai Oétin. gŒr prosedñka toioèto j¡nion oëte ƒOdusseçw oëte õ ŽnaginÅskvn. kaÜ õ ƒAristof‹new ¤pÜ toè Svkr‹touw, K‹mcaw, ôbelÛskon, fhsÜn, eäta diab®thn lab n, ƒEk t°w palaÛstraw Joim‹tion êfeÛleto. sect. 154. …Hdh m¡n toi ¤k dæo tñpvn ¤ntaèJa ¤g¡neto ² x‹riw. gŒr parŒ prosdokÛan mñnon ¤phn¡xJh, llƒ Jƒ ±koloæJei toÝw prot¡roiw. ² toiaæth ŽnakolouJÛa kaleÝtai grÝfow. Ësper õ parŒ SÅfroni =htoreævn boulÛaw: (oéd¢n gŒr ŽkñlouJon aêtÒ l¡gei). kaÜ parŒ Men‹ndrÄ õ prñlogow t°w MesshnÛaw. I versi di Aristofane sono i 53. 54. della scena 2. atto 1. delle Nubi, edit. Aureliae Allobrogum 1608. Gli Scoli antichi però, dànno loro un senso, e gli spiegano come il resto. Simili ai commentatori della frottola del Petrarca. (Bologna. 5. Luglio. 1826.). Dei grifi v. Casaub. ad Athenae. indice delle materie.

 

[4183]Esempio curioso di costanza spartana mista di bêtise. Lacone dignum est apophthegma illius Spartani, qui in os iniecto per summam rerum imperitiam, echino (pesce) cum omnibus spinis, Î f‹ghma, inquit, miaròn, oëte nèn se Žf¡v malakisJeÜw, oëtƒ Jiw ¦ti l‹boimi. O cibe impure, neque nunc ego te prae mollitie animi dimittam, neque iterum posthac sumam. (sono parole riferite da Ateneo.) Putavit homo durus suae constantiae interesse, ne vinci ab echini aculeis videretur. Casaub. ad Athenae. l.3. c.13.

(Bologna. 6. Luglio. 1826.).V. p.4206.

 

Il mangiar soli, monofageÝn, era infame presso i greci e i latini, e stimato inhumanum, e il titolo di monof‹gow si dava ad alcuno per vituperio, come quello di toixvræxow, cioè di ladro. V. Casaub. ad Athenae. l.2. c.8. e gli Addenda a quel luogo. Io avrei meritata quest'infamia presso gli antichi. (Bologna. 6. Luglio. 1826.). Gli antichi però avevano ragione, perchè essi non conversavano insieme a tavola, se non dopo mangiato, e nel tempo del simposio propriamente detto, cioè della comessazione, ossia di una compotazione, usata da loro dopo il mangiare, come oggi dagl'inglesi, e accompagnata al più da uno spilluzzicare di qualche poco di cibo per destar la voglia del bere. Quello è il tempo in cui si avrebbe più allegria, più brio, più spirito, più buon umore, e più voglia di conversare e di ciarlare.[104] Ma nel tempo delle vivande tacevano, o parlavano assai poco. Noi abbiamo dismesso l'uso naturalissimo e allegrissimo della compotazione, e parliamo mangiando. Ora io non posso mettermi nella testa che quell'unica ora [4184]del giorno in cui si ha la bocca impedita, in cui gli organi esteriori della favella hanno un'altra occupazione (occupazione interessantissima, e la quale importa moltissimo che sia fatta bene, perchè dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell'uomo, e la digestione non può esser buona se non e ben cominciata nella bocca, secondo il noto proverbio o aforismo medico), abbia da esser quell'ora appunto in cui più che mai si debba favellare; giacchè molti si trovano, che dando allo studio o al ritiro per qualunque causa tutto il resto del giorno, non conversano che a tavola, e sarebbero bien fachés di trovarsi soli e di tacere in quell'ora. Ma io che ho a cuore la buona digestione, non credo di essere inumano se in quell'ora voglio parlare meno che mai, e se però pranzo solo. Tanto più che voglio potere smaltire il mio cibo in bocca secondo il mio bisogno, e non secondo quello degli altri, che spesso divorano e non fanno altro che imboccare e ingoiare. Del che se il loro stomaco si contenta, non segue che il mio se ne debba contentare, come pur bisognerebbe, mangiando in compagnia, per non fare aspettare, e per osservar le bienséances che gli antichi non credo curassero troppo in questo caso; altra ragione per cui essi facevano molto bene a mangiare in compagnia, come io credo fare ottimamente a mangiar da me.

(Bologna. 6. Luglio. 1826.). V. p.4245. 4248. 4275.

 

[4185]La barbarie suppone un principio di civiltà, una civiltà incoata, imperfetta; anzi l'include. Lo stato selvaggio puro, non è punto barbaro. Le tribù selvagge d'America che si distruggono scambievolmente con guerre micidiali, e si spengono altresì da se medesime a forza di ebrietà, non fanno questo perchè sono selvagge, ma perchè hanno un principio di civiltà, una civiltà imperfettissima e rozzissima; perchè sono incominciate ad incivilire, insomma perchè sono barbare. Lo stato naturale non insegna questo, e non è il loro. I loro mali provengono da un principio di civiltà. Niente di peggio certamente, che una civiltà o incoata, o più che matura, degenerata, corrotta. L'una e l'altra sono stati barbari, ma nè l'una nè l'altra sono stato selvaggio puro e propriamente detto.

(Bologna. 7. Luglio. 1826.)

 

Pare affatto contraddittorio nel mio sistema sopra la felicità umana, il lodare io sì grandemente l'azione, l'attività, l'abbondanza della vita, e quindi preferire il costume e lo stato antico al moderno, e nel tempo stesso considerare come il più felice o il meno infelice di tutti i modi di vita, quello degli uomini i più stupidi, degli animali meno animali, ossia più poveri di vita, l'inazione e la infingardaggine dei selvaggi; insomma esaltare sopra tutti gli stati quello di somma vita, e quello di tanta morte quanta è compatibile coll'esistenza animale. Ma in vero queste due cose si accordano molto bene insieme, procedono da uno stesso principio, e ne sono conseguenze necessarie non meno l'una [4186]che l'altra. Riconosciuta la impossibilità tanto dell'esser felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria tendenza della vita dell'anima ad un fine impossibile a conseguirsi; riconosciuto che l'infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro nè deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d'infelicità, consista nel minor possibile sentimento di detta tendenza. Le specie e gl'individui animali meno sensibili, men vivi per natura loro, hanno il minor grado possibile di tal sentimento. Gli stati di animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell'animo, sono i meno sensibili, e quindi i meno infelici degli stati umani. Tale è quello del primitivo o selvaggio. Ecco perchè io preferisco lo stato selvaggio al civile. Ma incominciato ed arrivato fino a un certo segno lo sviluppo dell'animo, è impossibile il farlo tornare indietro, impossibile, tanto negl'individui che nei popoli, l'impedirne il progresso. Gl'individui e le nazioni d'Europa e di una gran parte del mondo, hanno da tempo incalcolabile l'animo sviluppato. Ridurli allo stato primitivo e selvaggio è impossibile. Intanto dallo [4187]sviluppo e dalla vita del loro animo, segue una maggior sensibilità, quindi un maggior sentimento della suddetta tendenza, quindi maggiore infelicità. Resta un solo rimedio: La distrazione. Questa consiste nella maggior somma possibile di attività, di azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell'animo. Per tal modo il sentimento della detta tendenza sarà o interrotto, o quasi oscurato, confuso, coperta e soffocata la sua voce, ecclissato. Il rimedio è ben lungi dall'equivalere allo stato primitivo, ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è il miglior possibile, da che l'uomo è incivilito. - Questo delle nazioni. Degl'individui similmente. P.e. il più felice italiano è quello che per natura e per abito è più stupido, meno sensibile, di animo più morto. Ma un italiano che o per natura o per abito abbia l'animo vivo, non può in modo alcuno acquistare o ricuperare la insensibilità. Per tanto io lo consiglio di occupare quanto può più la sua sensibilità. - Da questo discorso segue che il mio sistema, in vece di esser contrario all'attività, allo spirito di energia che ora domina una gran parte di Europa, agli sforzi diretti a far progredire la civilizzazione in modo da render le nazioni e gli uomini sempre più attivi e più occupati, gli è anzi direttamente e fondamentalmente favorevole (quanto al principio, dico, di attività e quanto alla civilizzazione considerata come aumentatrice di occupazione, di movimento, di vita reale, di azione, e somministratrice dei mezzi analoghi), non ostante e nel tempo stesso che esso sistema considera lo stato selvaggio, l'animo il meno sviluppato, il meno sensibile, il meno attivo, come la miglior condizione possibile [4188]per la felicità umana.

(Bologna 13. Luglio 1826.)

 

Tabacco. Sua utilità. Suoi piaceri: più innocenti di tutti gli altri al corpo e all'animo; meno vergognosi a confessarsi, immuni dal lato dell'opinione; più facili a conseguirsi, di poco prezzo e adattati a tutte le fortune; più durevoli, più replicabili.

(Bologna 13. Lug. 1826.)

 

Ser-g-ius - Ser-v-ius.

 

Smiris - smeriglio.

 

Lampare-lampeggiare. Volgere-voltare-volteggiare, voltiger.

 

Avvolticchiare. Smiracchiare. V. Monti Proposta p. XXXIV. v. not.

 

Malastroso, cioè infelice, per ribaldo. V. Monti Proposta t.6. p. XLIX. not.

 

Caro Eneide l.4. v.452. E più non disse, Nè più (nè altra, cioè nè alcuna) risposta attese; anzi dicendo, Uscìo d'umana forma e dileguossi.

(Bologna. 15. Luglio. 1826.)

 

Propterea dicebat Bion dunatòn eänai toÝw polloÝw Žr¡skein, plakoènta genñmenon µ Y‹sion: non posse aliquem vulgo omnibus placere, nisi placenta fieret aut vinum Thasium. Casaub. ad Athenae. l.3. c.29.

(Bologna. 17. Luglio. 1826.)

 

‰Htron-³trion.

 

V. plænein e suoi composti usati per biasimare, sparlare ec. ap. Casaub. ad Athenae. l.3. c.32. modo analogo al nostro lavare il capo ec.

(Bologna. 20 Luglio. 1826.)

 

Tero-tritum-tritare-stritolare, triturare.

 

Sclamare-schiamazzare.

 

E ciò che forse potrebbe sorprendere si è che l'insalubrità dell'aria è quasi sempre sicuro indizio di straordinaria fertilità del suolo. Gioia, [4189]Filosofia della statistica, Milano 1826. tom.1. ap. l'Antologia di Fir. Giugno 1826. N.66. p.84. Narra (il Gioia) dell'Harmattan, vento soffiante sopra una parte della costa d'Affrica fra il capo Verde e il capo Lopez, pestifero a' vegetabili e saluberrimo agli animali. Quelli che sono travagliati dal flusso di ventre, dalle febbri intermittenti, guariscono al soffio dell'Harmattan. Quelli le cui forze furono esauste da eccessive cavate di sangue, ricuperano le loro forze a dispetto e con grande sorpresa del medico. Questo vento discaccia le epidemie, fa sparire il vaiuolo affatto, e non si riesce a comunicarne il contagio neanche col soccorso dell'arte. Tanto è vero che ciò che nuoce alla vita vegetativa è utilissimo alla vita animale, ed all'opposto. (Journal des voyages t.19, p.111.) Ivi, p.85. Questa opposizione tra due regni così analoghi, così vicini, anzi prossimi, nell'ordine naturale; e così necessarii reciprocamente; così inevitabilmente, per dir così, conviventi; è una nuova prova della somma provvidenza, bontà, benevolenza della Natura verso i suoi parti.

(28. Luglio. 1826. Bologna.)

 

Nominiamo francamente tutto giorno le leggi della natura (anche per rigettare come impossibile questo o quel fatto) quasi che noi conoscessimo della natura altro che fatti, e pochi fatti. Le pretese leggi della natura non sono altro che i fatti che noi conosciamo. - Oggi, con molta ragione, i veri filosofi, all'udir fatti incredibili, sospendono il loro giudizio, senza osar di pronunziare della loro impossibilità. Così accade p.e. nel Mesmerismo, che tempo addietro, ogni filosofo avrebbe rigettato come assurdo, senz'altro esame, come contrario alle leggi della natura. Oggi si sa abbastanza generalmente che le leggi della natura non si sanno. Tanto è vero che il progresso [4190]dello spirito umano consiste, o certo ha consistito finora, non nell'imparare ma nel disimparare principalmente, nel conoscere sempre più di non conoscere, nell'avvedersi di saper sempre meno, nel diminuire il numero delle cognizioni, ristringere l'ampiezza della scienza umana. Questo è veramente lo spirito e la sostanza principale dei nostri progressi dal 1700 in qua, benchè non tutti, anzi non molti, se ne avveggano.

(Bologna. 28. Luglio. 1826.)

 

Insatiatus per insatiabilis. Stazio Thebaid. l.6. nel luogo cit. alla nota 7. del mio Inno a Nettuno.

 

Smerletto, diminutivo positivato di smerlo o forse di merlo. Folgore da S. Geminiano, Corona 1. di Sonetti, Sonetto di Settembre, v.2. nei Poeti del primo secolo della lingua italiana, Firenze 1816. ap. il Monti, Proposta, vol. ult. p. CXCIX.

(Bologna 31. Luglio. 1826.)

 

Concordanza delle antiche filosofie pratiche (anche discordi) nella mia; p.e. della Socratica primitiva, della cirenaica, della stoica, della cinica, oltre l'accademica e la scettica ec.

(Bologna 1. Agosto, Giorno del Perdono. 1826.)

 

Offensus per qui offendit neutro. V. Catullo l.1. eleg.3. v.20.- e Forcell. Similmente inoffensus, come inoffenso pede ec.

 

Le destina, plur. V. Monti Proposta vol. ult. p. CCXIV. col.2. lin.3.

 

Alla p.4164. capoverso 3. Luogo notabile di Fazio degli Uberti presso il Monti loc. cit. qui sopra, p. CCXVII. col.2. lin.6. Che mi vendrei se fosse chi comprare, cioè chi mi comperasse. Parla Roma, che riferisce il detto di Giugurta sopra di lei: urbem venalem, et mature perituram si emptorem invenerit. (Bologna 13. Agosto. 1826. Domenica; tornato questa mattina or ora da Ravenna.).

 

ƒEn tosoætÄ intanto. Vetus argument. Ranarum Aristophanis, circa medium, et Argument. Pacis Aristophan.

 

Prñteron per potius, come noi prima, anzi, innanzi ec. Aristophan. Nub. v.24. (Act.1. sc.1.). Dio Chrysost. Orat. 1. de Regno, init., p.2. A. ed. Lutet. 1604. Morell.

 

[4191]kaÜ toèton êp¡rxetai tòn ŽgÇna õ lñgow (DÛvnow toè xrusostñmou, pròw NikomhdeÝw perÜ õmonoÛaw pròw toçw NikaeÝw), eékaÛrvw diŒ t°w ²don°w proenhnegm¡now. mllon gŒr oëtv taÝw cuxaÝw piJanòn ¤d¡lei diadæein. Phot. Biblioth. Cod.209. ed. gr.-lat. 1611. col.533.

(Bologna. 18. Agosto. 1826.)

 

Tacheté, Marqueté. Déchiqueter.

 

Immotus, immoto ec. per immobile.

 

Altro è che una lingua sia pieghevole, adattabile, duttile; altro ch'ella sia molle come una pasta. Quello è un pregio, questo non può essere senza informità, voglio dire, senza che la lingua manchi di una forma e di un carattere determinato, di compimento, di perfezione. Questa informe mollezza pare che si debba necessariamente attribuire alla presente lingua tedesca, se è vero, come per modo di elogio predicano gli alemanni, che ella possa nelle traduzioni prendere tutte le possibili forme delle lingue e degli autori i più disparati tra se, senza ricevere alcuna violenza. Ciò vuol dire ch'ella è una pasta informe e senza consistenza alcuna; per conseguente, priva di tutte le bellezze e di tutti i pregi che risultano dalla determinata proprietà, e dall'indole e forma compiuta, naturale, nativa, caratteristica di una lingua. La pieghevolezza, la duttilità, la elasticità (per così dire), non escludono nè la forma determinata e compiuta nè la consistenza; ma certo non ammettono i vantati miracoli delle traduzioni tedesche. La lingua italiana possiede questa pieghevolezza in sommo grado fra le moderne colte. La greca non possedeva quella vantata facoltà della tedesca.

(Bologna 26. Agosto. 1826.)

 

Felicità non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato si sia, e fosse pur anco il più spregevole. Ora da questa [4192]sola definizione si può comprendere che la felicità è di sua natura impossibile in un ente che ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura tutti i viventi, soli capaci d'altronde di felicità. Un amor di se stesso che non può cessare e che non ha limiti, è incompatibile colla contentezza, colla soddisfazione. Qualunque sia il bene di cui goda un vivente, egli si desidererà sempre un ben maggiore, perchè il suo amor proprio non cesserà, e perchè quel bene, per grande che sia, sarà sempre limitato, e il suo amor proprio non può aver limite. Per amabile che sia il vostro stato, voi amerete voi stesso più che esso stato, quindi voi desidererete uno stato migliore. Quindi non sarete mai contento, mai in uno stato di soddisfazione, di perfetto amore del vostro modo di essere, di perfetta compiacenza di esso. Quindi non sarete mai e non potete esser felice, (30. Agosto. 1826. Bologna.) nè in questo mondo, nè in un altro.

 

Il detto del Bayle, che la ragione è piuttosto uno strumento di distruzione che di costruzione, si applica molto bene, anzi ritorna a quello che mi par di avere osservato altrove, che il progresso dello spirito umano dal risorgimento in poi, e massime in questi ultimi tempi, è consistito, e consiste tutto giorno principalmente, non nella scoperta di verità positive, ma negative in sostanza; ossia, in altri termini, nel conoscere la falsità di quello che per lo passato, da più o men tempo addietro, si era tenuto per fermo, ovvero l'ignoranza di quello che si era creduto conoscere: benchè del resto, faute de bien observer ou raisonner, molte di siffatte scoperte negative, si abbiano per positive. E che gli antichi, in metafisica e in morale principalmente, ed anche in politica (uno de' cui più veri principii è quello di lasciar fare più che si può, libertà più che si può), erano o al pari, o più avanzati di noi, unicamente perchè ed in quanto anteriori alle pretese [4193]scoperte e cognizioni di verità positive, alle quali noi lentamente e a gran fatica, siamo venuti e veniamo di continuo rinunziando, e scoprendone, conoscendone la falsità, e persuadendocene, e promulgando tali nuove scoperte e popolarizzandole.

(Bologna 1. Settembre. 1826.)

 

†Oti aétòw (õ Loukianòw) tÇn mhd¢n ·n ÷lvw dojazñntvn, kaÜ t°w bÛblou ¤pÛgramma dÛdvsin êpolamb‹nein: ¦xei gŒr Úde. ec. Photius, Biblioth. cod.128. - Dare a vedere, dare a conoscere, ad intendere ec. V. p.4196. fin.

 

Alla p.4153. Questo passo di Agatarchide è un nuovo esempio di quello che la critica osserva o deve osservar nella storia, cioè che spessissimo la storia d'una nazione s'è appropriata i fatti, veri o finti, narrati dagli storici di un'altra. Tale è ancor quello di Suetonio, Octav. Caes. Augustus, cap.94. Auctor est Julius Marathus, ante paucos quam (Augustus) nasceretur menses, prodigium Romae factum publice, quo denuntiabatur regem populo romano naturam parturire; senatum exterritum censuisse ne quis illo anno genitus educaretur; eos qui gravidas uxores haberent, quod ad se quisque spem traheret, curasse ne senatusconsultum ad aerarium referretur (que le décret ne passât et ne fût mis dans les archives. La Harpe). Questa istorietta è visibilmente sorella di quella d'Erode e degl'innocenti, qualunque delle due sia l'ainée. Nè mancano esempi simili nelle più moderne storie, anzi abbondano più che mai. Tra mille, si può citare l'avventura del pomo attribuita dagli storici svizzeri a Guglielmo Tell, benchè già narrata da un Saxo Grammaticus, Danese, morto del 1204, che scrisse in latino una storia della sua nazione, più di un secolo prima della nascita di Tell, e attribuì la detta avventura ad un Danese, ponendola in Danimarca, con altri nomi di persone; e che probabilmente non fu neppur esso l'inventore di tal novella, nè la storia di Danimarca fu la prima ad attribuirsela. [4194]La sua storia danica è stampata. (Des dragons et des serpens monstrueux etc. trattatello di Eusebio Salverte nella Rivista Enciclopedica di Parigi, tom.30. Maggio e Giugno, 1826. degno di esser veduto al nostro proposito).

(Bologna. 1826. 3. Settembre. Domenica.). V. p.4209. 4264. fin.

 

La condotta di Tiberio nell'impero, da principio non pur affabile, benigna, moderata, ma eziandio umile; insomma più che civilis (v. Sueton. Tiber. c.24-33), le sue difficoltà di accettar l'impero ec. paragonate colla seguente condotta tirannica, si attribuiscono a profonda politica, dissimulazione e simulazione. Io non vi so veder niente di finto, nè di artifiziale. Tiberio era certamente, a differenza di Cesare, di natura timida. A differenza poi e di Cesare che fin da giovanetto andò continuamente elevandosi, ed abituando successivamente l'animo e il carattere a grandezze sempre maggiori; e di Augusto che pure fin da giovanetto si vide alla testa degli affari; Tiberio, nato privato, vissuto la gioventù e l'età matura in sospetto di Augusto e de' costui parenti, ed anche in non piccolo pericolo (otto anni passò ritirato in Rodi per fuggirlo o scemarlo), non aveva l'animo nè il carattere formato al potere, quando la fortuna gliel pose in mano. Però nel principio fu modesto, anzi timido ed umile, anche dopo liberato da ogni timore, come dice espressamente Suetonio (c.26.); v. p.4197. capoverso 6. nè qui v'era dissimulazione: io non ci veggo altro che un uomo avvezzo a soggiacere, avvezzo a temere ed evitar di offendere, che ridotto a soprastare, conserva ancora l'abito di tal timore e di tale evitamento. Egli lo perdè col tempo, e coll'esperienza continuata del suo potere, e della soggezione, anzi abbiezione, degli altri. Questo non è smascherarsi; questo è mutar carattere e natura, per mutazione di circostanze. [4195]Tiberio era certamente cattivo, perchè vile, e debole. V. p.4197. capoverso 7. Questo fu causa che il potere lo rendesse un tiranno, perchè la sua natura era tale che l'influenza del principato doveva farne un cattivo carattere di principe. Ma qui non ci entra simulazione. Io non sono mai stato nè principe nè cattivo. Pur disprezzato e soggetto sempre fino all'età quasi matura; vedutomi poi per le circostanze, uguale a molti e superiore ad alcuni; da principio benignissimo ed umile cogl'inferiori, sono poi divenuto verso loro un poco esigente, un poco intollerante, filñneikow, memcÛmoiros, ed anche cogli uguali un poco chagrin, e più difficile a perdonare un'ingiuria, una piccola mancanza, più risentito, più facile a concepir qualche seme di avversione, più desideroso, se non altro, di vendettucce, ec. Se la mia natura fosse stata cattiva, io sarei divenuto tanto più insopportabile quanto più tardi sono pervenuto alla superiorità, ed in età men facile ad accostumarmici. Noi siamo tutti inclinati a suppor negli uomini antichi o moderni, assenti o presenti, noti o ignoti, e nelle loro azioni e condotta, una politica, un'arte, una simulazione quasi continua, e qualche fine occulto. Ma credete a me che v'è al mondo assai meno politica, assai meno finzione, assai meno tendenze occulte, meno intrighi, meno maneggi, meno arte, e più di sincerità e di vero che non si crede. 1. Gli uomini di talento (indispensabile fondamento a simil condotta) sono assai più rari che non si stima. 2. Anche gli uomini i più persuasi della necessità o utilità dell'arte nel consorzio umano, e i più disposti ad essa per volontà, non hanno la pazienza di usarla troppo spesso, di fingere, di nascondere e dissimulare troppo a lungo. 3. Condotte calcolate e dirette costantemente a qualche fine, sono più immaginarie che reali, perchè è natura di qualunque uomo d'essere incostante, ne' suoi gusti, desiderii, opinioni, in tutto; di esser contraddittorio [4196]ed incoerente nelle sue azioni, massime ec.; di operare contro i proprii principii; di operare contro i proprii interessi. ec. 4. Finalmente la natura per combattuta che sia, per quanto la vogliam credere abbattuta, può ancora, ed opera nel mondo, assai più che non si crede. Ora la natura è l'opposto dell'arte: la finzione tende a nasconder la natura, ma questa trapela ad ogni momento, in dispetto d'ogni massima, d'ogni volontà, d'ogni disciplina. (Bologna. 3. Sett. Domenica. 1826.). Del resto le atrocissime crudeltà usate scopertamente in seguito da Tiberio, e gran parte di queste senza nessuna utilità proposta, ma per solo piacere e soddisfazione del gusto e dell'animo suo, mostrano che l'anima di Tiberio era più vile che doppia per sua natura, e col regno era divenuta più malvagia che politica.

(Bologna 4. Sett. 1826.)

 

Dove parlo di repo, repto, inerpicare ec. osservisi che i Latini hanno anche erepo. Sueton. Tiber. cap.60. V. Forcellini. Irrepo, subrepo, adrepo ec.

 

Gerere-belligerare, morigerare, famigeratus ec. Laevo as - laevigo.

 

k¡xrhtai („Hrñdotow) muJologÛaiw kaÜ parekb‹sesi pollaÝw, diƒ Ïn aétÒ ² katŒ di‹noian glukæthw dia==eÝ (per quae sensus ipsi atque sententiae dulcedo fluit. Schott.), kaÜ pròw t¯n t°w istorÛaw katalhcin kaÜ tòn oÞkeÝon aét°w kaÜ kat‹llhlon (convenientem ita Photius usurpare solitus hanc vocem, et ita reddit Schott.) tæpon ¤nÛote taèta ¤piskoteÝ, oék ¤Jeloæshw t°w ŽlhJeÛaw Joiw aét°w ŽmauroèsJai t¯n ŽkrÛbeian, oéd¢ pl¡on toè pros®kontow ŽpoplansJai taÝw parekb‹sesin (digressionibus). Phot. Biblioth. cod.60.

(Bologna. 5. Sett. 1826.)

 

Egesta-Segesta. V. Forcellini.

 

Alla p.4193. …Esti õ lñgow aétÒ (AÞsxÛnú =®tori) Ësper aétofu¯w kaÜ aétosx¡diow, tosoèton didoçw ŽpoJaum‹zein t¯n t¡xnhn toè Žndrñw, ÷son t¯n fæsin. Phot. Biblioth. cod.61. V. p.4208.

 

 [4197] Subire Tiberim, remonter le Tibre. Sueton. Claud. cap.38.

 

Diminutivi positivati aggettivi. Bimulus, trimulus, quadrimulus. V. Forcell.

 

Conspiratus per qui conspiravit, o conspirat, Sueton. Galba, c.19. Domitian. c.17.

 

Rasitare. Sueton. Otho, c. ult. i.e. 12.

 

ƒEj Žrx°w da capo, per di nuovo ec. Di ciò altrove. Si dice anche Jiw ¤j êparx°w. Vedi. per es. Sueton. Vespas. c.23. ƒEpŒn ŽpoJ‹núw, Jiw ¤j Žrx°w ¦sú. Menander ap. Stob. serm.104. perÜ tÇn parƒ ŽjÛan eêtuxoæntvn.

 

Alla p.4194 - il quale frattanto attribuisce anch'esso a politica e simulazione la sua moderazione nel principio del suo governo (cap.57.).

 

Alla p.4195. Teodoro Gadareno, suo maestro di rettorica in fanciullezza, subinde in obiurgando appellabat eum phlòn aámati pefuram¡non. Sueton. cap.57. E Suetonio stesso chiama la sua indole saeva ac lenta natura. (ib. init.)

 

Che gli uomini abbiano trovate e pongano in opera delle arti per combattere, soggiogare, recare al loro uso e servigio il resto della natura animata o inanimata, non è cosa strana. Ma che abbiano trovato ed usino arti e regole per combattere e vincere gli uomini stessi, che queste arti sieno esposte a tutti gli uomini, e tutti ugualmente le apprendano ed usino, o le possano apprendere e usare, questo ha dell'assurdo; perchè se due uomini sanno ugualmente di scherma, che giova la loro arte a ciascuno de' due? che superiorità ne riceve l'uno sopra l'altro? non sarebbe per ambedue lo stesso, che ambedue fossero ignoranti della scherma, o che tutti e due combattessero alla naturale? V. p.4214. Un libro, una scoperta di Tattica o di strategica o di poliorcetica ec. pubblicata ed esposta all'uso comune, a che giova? se l'amico e il nemico l'apprendono del pari, ambedue con più arte e più fatica di prima, si trovano nella stessissima condizione rispettiva di prima. Il coltivare queste tali arti, o scienze che si vogliano dire, il proccurarne l'incremento, [4198]e molto più il diffonderne la coltura e la conoscenza, è la più inutile e strana cosa che si possa fare; è propriamente il metodo di ottener con fatica e spesa quello che si può ottenere senza fatica nè spesa; di eseguire artificialmente e di render necessaria l'arte laddove la natura bastava, e laddove col metodo artificiale non si ottiene il menomo vantaggio sopra il naturale. Insomma è il metodo di moltiplicare e complicar le ruote e le molle di un orologio, e di far con più quel medesimo che si poteva fare e già si faceva con meno. Il simile dico della politica, del macchiavellismo ec. e di tutte le arti inventate per combattere e superchiare i nostri simili.

(Bologna. 10. Sett. 1826.)

 

Se una volta in processo di tempo l'invenzione p.e. dei parafulmini (che ora bisogna convenire esser di molto poca utilità), piglierà più consistenza ed estensione, diverrà di uso più sicuro, più considerabile e più generale; se i palloni aereostatici, e l'aeronautica acquisterà un grado di scienza, e l'uso ne diverrà comune, e la utilità (che ora è nessuna) vi si aggiungerà ec.; se tanti altri trovati moderni, come quei della navigazione a vapore, dei telegrafi ec. riceveranno applicazioni e perfezionamenti tali da cangiare in gran parte la faccia della vita civile, come non è inverisimile; e se in ultimo altri nuovi trovati concorreranno a questo effetto; certamente gli uomini che verranno di qua a mille anni, appena chiameranno civile la età presente, diranno che noi vivevamo in continui ed estremi timori e difficoltà, stenteranno a comprendere come si potesse menare e sopportar la vita essendo di continuo esposti ai pericoli delle tempeste, dei fulmini ec., navigare con tanto rischio di sommergersi, commerciare [4199]e comunicar coi lontani essendo sconosciuta o imperfetta la navigazione aerea, l'uso dei telegrafi ec., considereranno con meraviglia la lentezza dei nostri presenti mezzi di comunicazione, la loro incertezza ec. Eppur noi non sentiamo, non ci accorgiamo di questa tanta impossibilità o difficoltà di vivere che ci verrà attribuita; ci par di fare una vita assai comoda, di comunicare insieme assai facilmente e speditamente, di abbondar di piaceri e di comodità, in fine di essere in un secolo raffinatissimo e lussurioso. Or credete pure a me che altrettanto pensavano quegli uomini che vivevano avanti l'uso del fuoco, della navigazione ec. ec. quegli uomini che noi, specialmente in questo secolo, con magnifiche dicerie rettoriche predichiamo come esposti a continui pericoli, continui ed immensi disagi, bestie feroci, intemperie, fame, sete; come continuamente palpitanti e tremanti dalla paura, e tra perpetui patimenti ec. E credete a me che la considerazione detta di sopra è una perfetta soluzione del ridicolo problema che noi ci facciamo: come potevano mai vivere gli uomini in quello stato; come si poteva mai vivere avanti la tale o la tal altra invenzione.

(Bologna. 10. Settembre. Domenica. 1826.)

 

Paragrandini, parafulmini ec. Fozio, Biblioteca, cod.72. analizzando KthsÛou ƒIndikŒ, e parlando di una fonte che Ctesia diceva esser nell'India, senz'altra indicazione di luogo, dice fra l'altre cose: kaÜ (l¡gei KthsÛaw) perÜ toè ¤n puJm¡ni t°w kr®nhw sid®rou, ¤j kaÜ dæo jÛfh KthsÛaw fhsÜn ¤sxhk¡nai, ©n parŒ basil¡vw (ƒArtaj¡rjou toè Mn®monow ¤piklhJ¡ntow), kaÜ ©n parŒ t°w toè basil¡vw mhtròw Parus‹tidow (¸w Þatròw g¡gonen õ KthsÛaw). fhsÜ perÜ aétoè, ÷ti pegnæmenow ¤n , n¡fouw kaÜ xal‹zhw kaÜ prhst®rvn [4200] ¤stÜn Žpotrñpaiow. kaÜ ideÝn aétòn taèta fhsÜ, basil¡vw dÜw poi®santow. De ferro, quod in huius fontis fundo reperitur; ex quo duos se habuisse aliquando gladios ipse Ctesias commemorat; unum a rege, (in marg. Artaxerxe, Mnemone), alterum a Parysatide regis ipsius matre sibi donatum. Ferri autem huius eam esse vim, ut in terram depactum nebulas, et grandines, turbinesque avertat. Hoc semel se iterumque vidisse, cum rex ipse eius rei periculum faceret. Versio Andreae Schotti.

(Bologna. 1826. 12. Settembre.)

 

Inesorato ec. per inesorabile.

 

kaÜ tropaÝw m¢n k¡xrhtai (Eén‹piow ¤n xronik» istorÛa) parabñlvw, ÷per õ t°w istorÛaw J¡lei nñmow. Tropos ad haec praeter modum adhibet, quod historiae lex vetat (Schott.) Phot. Biblioth. Cod.77.

 

Il genitivo per l'accusativo. Petr. Sestina 6. Anzi tre dì, v.3. Di state vi sono DE' papaveri, DELLE pere e DI quante mele si trovano (genitivo pel nominativo). Caro, Gli amori pastorali di Dafni e Cloe, lib.2. non lungi dal principio, p.8. ediz. di Pisa 1814. Presentando loro per primizia della vendemmia a ciascuna statua il suo tralcio con DI molti grappoli e con DE' pampini suvvi. (genitivo per l'ablativo). ib. p.27. E così assai spesso il medesimo ed altri classici. V. p.4214.

 

È stato negli eserciti e provveduto capitano e coraggioso guerriero. ib. p.41.

 

Riavere per ricreare, ristorare, fare riavere. Vedi Crus. §.1. Caro l.c. lib.2. p.38. poichè col cibo l'ebbe alquanto confortato, con saporitissimi baci ed altre dolcissime accoglienze tutto lo riebbe. Cioè lo ristorò, non come dice il Monti nella Proposta, lo fece tornare nei sensi, chè Dafni non era punto venuto meno, ma percosso, battuto e malconcio da alcuni giovani. - Similmente dicono i greci ŽnaktsJai, per poieÝn ŽnaktsJai ¥autñn, come molto elegantemente Fozio Bibliot. cod.83. parlando delle Antichità Romane di Dionigi d'Alicarnasso: k¡xrhtai kaÜ parekb‹sei oék ôlÛgú (digressionibus utitur non raro), tòn Žkroat¯n Žpò toè perÜ t¯n istorÛan kñrou dialamb‹nvn taætú, kaÜ Žnapaævn kaÜ ŽnaktÅmenow (reficiens). V. p.4217.

 

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