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Empujar cioè impellere, ma viene da un impulsare. V. i suoi derivati. Pousser, (pellere) da pulsare, co' suoi derivati. Pujar e certi suoi derivati, sobrepujar parimente, o son fatti da pousser. V. i Diz. spagn. e correggi certe cose che ne ho dette parlando di [4000] pujanza in proposito di potens. La qual voce pujanza ha tutt'altra origine, cred'io, nè viene, come parrebbe a tutti, da pujar, nel modo che puissance, puissant ec. non ha che far niente con pousser e suoi derivati. (24. Dec. Vig. di Nat. 1823.)

 

A proposito della ridondanza del pronome altro nell'italiano e nel greco, notata altrove, osservivi che altro presso noi spesso vale semplicemente alcuna cosa, massime nella negazione, onde senz'altro vale sovente senz'alcuna cosa, cioè senza nulla, e altri quando si usa al modo del franc. on (e dell'ital. l'uomo, uno, la persona, si ec.) vale alcuno, che pur molte volte si dice ne' casi stessi. V'ha un luogo nel Petrarca Canz. Una donna più bella, stanza 3. v.12. dove altro, ben considerando il luogo, mi pare (e non credo che niuno fin qui l'abbia inteso) che non significhi se non alcuna cosa, cioè, poichè sta colla negazione virtualmente presa, nulla.

(24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

 

Diminutivi positivati. Gomitolo, aggomitolare ec. da glomus o glomer. V. la Crus. e il Forcell. col Gloss. ec. e osserva se glomus ec. vale lo stesso.

(24. Dec. 1823.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi ec. italiani. Penzolare e spenzolare coi derivati. Paiono però fatti da penzolo, e questo da pendulus che non è diminutivo. Rotolare, rotolone ec.

(24. Dec. 1823.). Penzigliare, penzigliante. V. il pens. seg.

 

Alla p.3995. princ. Coccolone, o coccoloni da coccare, penzolone o penzoloni (v. il pens. precedente), rotolone ec. Tutte forme frequentative. E questa forma è usitatissima in cotali avverbi in one o oni propri della nostra lingua, che equivalgono a' gerundi [4001]de' rispettivi verbi (sieno frequentativi o diminutivi ec. in olare o comunque, o non lo sieno punto) da cui sono formati (se sono formati da verbo). Dunque la forma in ol breve, è ben propria della nostra lingua, e vi è frequentativa, diminutiva ec. come in latino ec. Ruotolo o rotolo. Coccola, coccolina. Concola (i romani concolina sempre, per quello che noi diciamo catino da lavar le mani e il viso) da conca. V. il Forc. e i Less. gr. dove kogxælion è diminutivo. E vedi alla pag.3636. marg. fromba diminuito in frombola, voci l'una e l'altra, che non hanno a far col latino.[80] V. il Gloss. Goccia e gocciola, gocciolare e gocciare, sgocciolare ec. da gutta, del che altrove.[81] Snocciolare da nócciolo[82] ec.; v. la Crusca: nócciolo par che sia da nucleus che non è diminutivo: quindi neanche snocciolare cioè enucleare.

(24. Dec. 1823.). V. p.4003.

 

A proposito delle divinità benefiche, che altrove ho detto essere ed essere state venerate, inventate ec. dalle nazioni civili, e più quanto più civili, si aggiunga che non solo benefiche, ma graziose, amabili ec. ancorchè non benefiche, o indifferenti ec. come tante divinità, allegorici personaggi, personificazioni di qualità o soggetti ec. naturali, umani ec. nella mitologia greca ec. ec.

(24. Dec. Vigilia del S. Natale. 1823.)

 

Delle colonie greche in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia, avanti il dominio de' romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser rimasto nel volgare latino in quelle parti, e quindi ne' volgari moderni, in quelle parti, e quindi nel comune italiano eziandio, massime che la formazione e letteratura di questo ebbe principio in Sicilia e nel [4002]regno, come mostra il Perticari nell'Apologia, ec. ec., discorrasene proporzionatamente nel modo che altrove s'è discorso delle Colonie greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese non comuni al latino noto ec.

(24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

 

KreÝtton ¥l¡sJai ceèdow µ ŽlhJew kakñn. Menander ap. S. Maxim. Capit. Theolog. serm.35. fin.

(24. Dec. 1823. Vigilia del S. Natale.)

 

Diminutivi greci positivati. Prob‹tion. V. lo Scap. Il luogo d'Ippocrrate quivi cit. è nel principio del lib. de morbo sacro: g‹r ¤stin aétoÝw llo prob‹tion oéd¢n µ aägew kaÜ bñew. „Im‹tion da eåma atow o da un äma atow (come da Žpñspasma atow, Žpospasm‹tion diminutivo e simili), diminutivo positivato, eccetto che eäma. (poetico, cioè a dire antico) è forse un po' più generico. Così forse dicasi di fñrtow e fortÛon. V. lo Scapula.

(25. Dec. dì del Santo Natale. 1823.)

 

Dico altrove del nostro cangiar talora il cul latino in gli, coll'es. di periglio ec. Aggiungi spiraglio da spiraculum che anche si dice spiracolo, come pure pericolo.

(25. Dec. dì del S. Natale. 1823.)

 

Volere per potere, idiotismo greco e italiano, di cui altrove. Ippocrate o chiunque sia l'autore del libro de morbo sacro a lui attribuito, ediz. del Mercuriale Ven. 1588. opp. d'Ippocr. classe 3. p.347. D. terza pag. del detto libello. m¡ntoi ¦gvge ŽjiÇ êpò Jeoè ŽnJrÅpon sÇma miaÛnesJai, êpokhrñtaton êpò toè gnot‹tou, ŽllŒ k„ µn tugx‹nú êpò [4003]¥t¡rou memiasm¡non µ peponJñw, ¤J¡loi (posset) ’n êpò toè deoè kaJaÛresdai kaÜ gnÛzesJai mllon µ miaÛnesJai. Cioè purgaretur et purificaretur magis quam inquinaretur, ovvero posset purgari ec. L'¤J¡loi si potrebbe facilmente ommettere risolvendo nell'ottativo colla particella ’n i verbi infiniti che da lui pendono, e il luogo avrebbe quasi lo stesso valore. Ma la locuzione è elegantissima.

(25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.)

 

Alla p.4001. Nótisi che la desinenza in olare, dove l'ol è breve ec., sia diminutiva, sia frequentativa ec. si dà presso noi a moltissime voci che non hanno nè poterono avere a far col latino. Si unisce eziandio ad altre desinenze e forme affatto italiane e per nulla latine, come da ballonzare, formazione italiana (o toscana) da ballare, si fa ballonzolare (anche la forma in olare sembra essere propriamente o più particolarmente toscana che altro). Così da pallotta pallottola, e simili. Collottola, frottola. Viottolo, viottola (questa è veramente una diminuzione in ottolo tutta italiana tanto è vero che l'olo breve è italiano ec.) diminutivi di via, e molti simili ec. L'uolo poi accoppiasi in mille modi ec. non mi par però che possa esser sopraddiminutivo (al contrario mi par dell'olo), bensì riceverlo ec.

(25. Dec. 1823.). V. qui sotto.

 

Vedi il pensiero precedente, e osserva che la formazione in olare è anche oggi, fra l'altre, al discreto arbitrio dello scrittore, o parlatore ec. e di questo arbitrio se ne prevalgono anche i volgari, specialmente in Toscana ec. che non conoscono il latino ec.

(25. Dec. 1823. dì del S. Natale.)

 

Frequentativi italiani ec. Vedi nell'anteced. pensiero un verbo sopraffrequentativo o sopraddiminutivo ec., come anche altri ve ne sono, o ne possiamo formare a piacere e giudizio dello scrittore parlatore ec.

(25. Dec. 1823.). V. la p. seg.

 

[4004]Diminutivi greci positivati. XvrÛon. V. Scap.

(25. Dec. 1823.)

 

Alla p. preced. - In icare, come verzicare o verdicare (inverzicare attivo a quel che pare) per verdeggiare ed altri molti (qua spetta dimenticare). Questa forma di frequentativi è affatto latina. V. la p.2996. marg., ec. Ed altri molti esempi ve n'hanno, oltre i quivi citati.[83] Particolarmente poi s'usa nel latino appunto in fatto di colori, come quivi altresì puoi conoscere. V. appunto nel Forc. viridicans e viridicatus. Male dice il Forc. che viridicans è per viridans, questo attivo e quello neutro ed equivalente affatto al nostro verzicante o verdicante (Crus.), oltre che se viridans fosse anche neutro, non sarebbe però, come quello, frequentativo ec. V. il Gloss. ec. (25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.). Così da nivo is e da nevare (ital.) nevicare (volgarmente nevigare, e v. il Gloss.) frequentativo alla latina, delle quali voci mi pare aver detto altrove. Morsicare; ma non ha più il senso frequentativo ec. anzi ha quello stessissimo del positivo mordere, sebben la Crusca lo definisce morsecchiare. Vedila, e in morsicatura ec. Masticare. V. Forc. e il Gloss. Vedi la p.4008. capoverso 4. fine. Mordicare co' deriv. Rampicare arrampicare arpicare da rampare-rampante, o da rampa o da rampo. Inerpicare, inarpicare. Luccicare, sbarbicare - lucere, sbarbare. Vedi la pag.4019. capoverso 1. Zoppicare, impetricato, nutrico as e nutricor di cui altrove.

 

Tetta tettare - titJòw o tÛtJh o titJ¯ (che vale anche nutrice ed ava: ora in questi sensi si dice anche thJ¯) coi derivati. V. p.4007. Jç, Jçw ec. per subito ec. - a dirittura, dirittamente ec. per subito.

(26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.)

 

Usi familiari del lat. recte conformissimi a quelli del nostro bene, franc. bien ec. (che secondo il più comune significato di recte, vagliono lo stesso, cioè probe ec.), veggansi nel Forc. in recte ne' due ultimi paragrafi della seconda colonna di detto articolo.

(26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.)

 

Setola per il lat. seta, setoloso setoluto per setosus, e v. gli altri derivati di setola, e il Forc. in setula.

(26. Dec. 1823. Festa di S. Stefano.)

 

Nivitari pass. da nivo is. Gloss. Cang.

(27. Dec. 1823. Festa di S. Giovanni Evangelista.)

 

[4005]Diminutivi greci positivati. EÞrÛon, ¦rion, da eärow

(27. Dec. 1823.)

 

Verbi diminutivi positivati. Ringhiare cioè ringulare da ringere. V. i franc. e spagn. (27. Dec. 1823.). Avvinchiare, avvinghiare, succhiare, succiare (sugo is, suggere, sucer ec.). e molti altri simili verbi italiani in ghiare e chiare, iare ec. sono assoluti diminutivi (quasi tutti e per lo più o tutti e sempre positivati), e diminutivi non in italiano ma in latino donde mostrano assolutamente esser venuti, cioè da de' rispettivi verbi in ulare, noti o ignoti. Così molti verbi spagn. in jar, franc. in iller, ec. Così anche nomi e altre voci ec.[84] (27. Dec. 1823.). - Possono però tali verbi ec. esser fatti anche da nomi o latini o italiani ec. noti o ignoti, come p.e. ringhiare da ringhio (nome usato), il quale quando anche fosse da un ringulus, questo non sarebbe diminutivo, o da nomi che essendo diminutivi in latino, in ulus, non lo sieno in italiano ec. (27. Dec. 1823. Festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista.). Tali sono i verbi rugghiare e mugghiare, mugliare,[85] mugolare, mugiolare, muggiolare coi derivati ec. di questi e di mugghiare, rugghiare ec. del quale però mi ricordo aver parlato altrove e veggasi il detto quivi.

(28. Dec. giorno degl'Innocenti. 1823.). Veggasi la pag.4008. capoversi 4. e ultimo.

 

Diminutivi positivati. Vasello. V. la Crusca, co' suoi derivati, e in Vagello co' derivati.

(28. Dec. 1823.)

 

Plurali italiani in a. Vasella plur. di vasello.

(28. Dec. 1823.). Vasa plur. di vaso. Crus. e Arios. Sat.3.

 

Participii passivi in senso att. o neut. ec. Apercibido per fatto inteso, che sta sull'avviso ec. (D. Quijote). Inteso per informato, intendente, ec. (entendido, entendu. V. spagn. e franc.: se però in questo senso appartenesse al neut. pass. intendersi, entenderse ec. non spetterebbe [4006]al nostro proposito.). Discreto it. spagn. (di cui par che, almeno principalmente sia proprio) e franc. per discernente ec.[86] V. il Gloss. ec.

(29. Dec. 1823.)

 

Alla p.3955. marg. - di questo però particolarmente. - Coltellinaio ec. ec.

(29. Dec. 1823.)

 

Avvisato, avisado ec. nel senso di accorto ec. molto s'ingannerebbe chi lo credesse un significato passivo dall'attivo di avvisare cioè avvertire ec.

(29. Dec. 1823.)

 

Participii passati in senso attivo o neutro, aggettivato. V. Forc. in consultus dove non approvo il modo in ch'egli spiega l'origine del significato attivo o neutro di questa voce, per non aver considerato i tanti altri es. che v'hanno di tali participii così usati, aggettivamente o no, ne' quali non ha punto luogo una simile spiegazione. In particolare poi v'hanno esempi in significati simili a quello di consultus, sì nel latino sì nelle lingue moderne, come cautus, avvisato, avvertito ec. da me sparsamente notati altrove, e consideratus attivamente nel latino e nell'italiano ec. di cui v. il Forc. la Crus. gli spagnuoli e francesi. V. ancora i composti ec. di consultus in tal senso, come jurisconsultus ec. e di consideratus, come inconsideratus ec. e così degli altri tali participii.

(29. Dec. 1823.)

 

Appellito as, apellidar ec.

(30. Dec. 1823.)

 

Diminutivi greci positivati. titJòw ec. titJÛon, (come in lat. mamma e mammilla nello stesso senso, del che altrove), titJ¯ ec. e titJÜw Ûdow, quasi nutricula ec.

(30. Dec. 1823.). Vedi la pag. seg. capoverso 1.

 

Diminutivi positivati. Sencillo da sincerus. Così pretto da purus del che altrove, nel medesimo senso, e ambo diminutivi aggettivi il che è raro ec. Tenellus, tenellulus, lascivulus, blandulus, misellus ec. ec. miserello ec. ec. ma è raro che gli aggettivi diminutivi sieno positivati ec. ec. [4007] Seggiola, seggiolo (v. i derivati sopraddiminutivi, e anche accrescitivi, come seggiolone, fatti dal diminutivo, il che è notabile, nè potrebbe ragionevolmente aver luogo se il diminivo non fosse positivato, o non avesse un senso disgiunto da diminuzione ec. e in tali casi è frequente) per sedia, seggia, seggio, sebbene hanno forse un senso più circoscritto ec. e vedi il detto altrove del lat. sella, e la Crusca ec.

(1. Gen. 1824.)

 

Alla p.4004. Dicesi anche tettola, che la Crus. chiama espressamente diminutivo di tetta, come in lat. mamma e mammilla nel senso stesso, e come appunto in greco tÛtJh ec. e titJÛon, collo stesso significato. Vedi la pag. anteced. fine. e 4001.

(2. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Porcello ec. V. Crus. e nota che questa positivazione è massimamente propria de' nostri antichi e trecentisti più che del moderno linguaggio. Forc. ec.

(2. Gen. 1824.). V. Forc. in Puera, esemp.1.

 

Sopraddiminutivi latini. Agellulus. Asellulus ec.

(2. Gen. 1824.). Tenellulus. Vedi la p.3987.

 

Alle varie alterazioni de' verbi greci quanto alla forma (sia nel tema, sia altrove ec.) senz'alterar punto il significato, delle quali altrove, aggiungi in nnæv o nnumi, come ker‹v, kerannæv, ker‹nnumi; xrÅv, xrvnnæv, xrÅnnumi; che valgono tutti tre lo stesso, e sono un sol verbo. Lascio poi l'alterazione sì comune in mi, ch'è pur di tante forme, e sì di regola e proprietà dell'uso greco ec. ec. e che parimente non muta punto il significato, che moltissime volte ha fatto dimenticare, disusare, o anche ignorare affatto il vero tema in v, che in molti verbi si congettura o si dee congetturare, benchè espressamente non si trovi, essere stata usata ec.

(2. Gen. 1824.)

 

Participii passati in senso attivo o neutro ec. Trascurato, tracutato, tracotato, straccurato ec. V. la Crus. in Tracotare, sebbene quell'etimologia è falsissima perchè tracotare è da cuite o cuyte, cuyter ec. provenz. ec. cuita, cuitar ec. spagn. ant. cuidado cuidar ec. spagn. mod.

(4. Gen. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. froærion. V. Scap.

(4. Gen. Domenica. 1824.)

 

[4008]Alla p.3969. Appunto hanno anche gli spagnuoli il diminutivo in uelo, che come il nostro uolo vale olo e viene dal latino in olus o ulus.

(5. Gen. Vigilia della Santa Epifania. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati: Žkñntion che ha cacciato l'uso del posit. V. Scap. pedÛon. V. Scap.

(5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.)

 

Participi italiani in ito ed uto, del che altrove. Apparito e apparuto (Machiav. Istor. l.7. opp.1550. par.1. p.268. mezzo). Questo secondo però, oltre a non avere, ch'io sappia, altra autorità che di uno scrittore molto poco diligente nella lingua, in particolare nella Storia, dov'anche potrebb'esser fallo di stampa, può essere da apparere (laddove il primo da apparire), onde anche apparso, come da parere, paruto e parso. Comparere non si trova, almeno nella Crus., bensì però comparso, oggi assai più frequente di comparito ch'è di comparire, da cui però non viene comparso, il quale forse è moderno e fatto solo per analogia di apparso e parso, che sono oggi i più usitati.

(5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.)

 

Verbi frequentativi ec. italiani. Sputacchiare, stiracchiare da sputare, stirare. Questa forma in acchiare, e in occhiare, icchiare, ecchiare, ucchiare e in ghiare ec. (v. il pens. ult. di questa pag.) e simili, han tutte origine dal buon latino (essendo equivalenti al lat. culare) nel quale ancora, questa forma è diminutiva o disprezzativa o frequentativa ec., e immediatamente poi hanno forse origine dal latino barbaro, almeno molte di tali voci, p.e. sputacchiare da sputaculare ec. Vedi la pag.4005. capoverso 2. - Al detto altrove di crepolare, aggiungi screpolare ec. - Sghignazzare, ghignazzare da sghignare, ghignare. (6. Gen. Festa della S. Epifania. 1824.). Ammontare - ammonticare (vedi la pag.4004. capoverso 2), ammonticchiare, ammonticellare. Raggruzzare - raggruzzolare.

 

Al detto altrove d'inopinus, necopinus ec. aggiungi odorus, il quale non mi sembra altro che contrazione di odoratus, e in fatti è voce propria de' poeti come le sopraddette ec. V. Forcell.

(6. Gen. 1824.)

 

Quel che altrove si è detto in più luoghi, cangiarsi nell'italiano regolarmente il cul de' latini in chi, dicasi pur del gul in ghi ec. V. la pag.4005. capoverso 2.

(6. Gen. 1824. dì della S. Epifania.). V. p.4109.

 

[4009]Diminutivi positivati. Fragola da fraga. V. Crus. Forc. Gloss. e franc. spagn. ec. Ugola e uvola per uva.

(7. Gen. 1824.)

 

Scambio del v e del g. V. il pensiero precedente.

(7. Gen. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. oÞkÛon per oäkow ed oÞkÛa. Notisi ch'egli è antichissimo, perchè proprio di Omero. O forse degl'ioni, massime antichi. Arriano imitatore di questi l'usa nell'Indica 29.16, 30.9. Lo Scap. non cita che Omero. È positivato anche presso Arriano. (7. Gen. 1824.). Lo stesso discorso o dell'antichità o del dialetto ionico, massime antico, si può fare intorno al diminutivo positivato prob‹tion, ch'è d'Ippocrate, o di chi altro è l'autore del libro ec., e di cui altrove. La quale osservazione unita con questa della voce oÞkÛon, e coll'altre che si potranno fare, può dar luogo a buone conghietture circa l'uso de' diminutivi positivati nell'antico greco o ionico ec. (7. Gen. 1824.). plhmmurÜw Ûdow. fukÛon.

(7. Gen. 1824.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi ec. ital. Morsecchiare, morseggiare (coi derivati ec.) che la Crusca chiama quello diminutivo e questo frequentativo di mordere. Aggrumolare da aggrumare che non è della Crus., bensì aggrumato, digrumare ec.

(8. Gen. 1824.)

 

V aspirazione. Tardivo ital. tardío spagn. (Cervantes D. Quij. par.1. cap.47. principio, ed. di Madrid ch'io ho.).

(8. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove sopra la frase ôlÛgou o polloè deÝn ec. aggiungi Arriano Ind. 43. 6. tosoætou deÝ t‹ ge ¤p¡keia taæthw t°w xÅrhw oÞkeñmena eänai; e altre simili frasi dello stesso genere tosætou ¦dei, ¤d¡hsen, d¡on (Luc. Nigrin. opp.1.35.) pñsou deÝ ec. ec.

(8. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove di juntar aggiungi ayuntar (aggiuntare) co' derivati ec. e fors'anche coyuntar (v. i Dizionari) e simili composti, se ve n'ha. Vedi pur la Crus. in giuntare co' derivati ec.

(8. Gen. 1824.)

 

Alla p.3979. Al detto di k‹rxarow, aggiungi i suoi derivati, e il composto karxarñdouw ec.

(8. Gen. 1824.)

 

Grecismo. Per parte mia, per la mia parte ec. ec. V. la seconda annot. del Gronov. al Nigrino di Luciano, opp. Luc. Amst. 1687. t.1. p.1005. init.

(8. Gen. 1824.)

 

[4010]Participii passati in senso attivo o neutro ec. Entendido per intendente. Cervantes D. Quij. cap.47. o 48. par.1. V. i Diz. Mirado per mirante: mal mirado ec. V. i Diz.

(10. Gen. 1824.)

 

Male per non ec. di cui altrove. V. il pensiero precedente e gli spagnuoli ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Avvi due sorte di coraggio ben contrarie fra loro. L'una che dirittamente e propriamente nasce dalla riflessione, l'altra dall'irriflessione. Quello è sempre e malgrado qualunque sforzo, debole, incerto, breve e da farci poco fondamento sì dagli altri, sì da quello in cui esso si trova ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. kranÛon, in senso di capo per kr‹non o k‹rhnon, (da cui è fatto kr‹non per metatesi) o ec. V. Scap. - teætlion e teutlÜw per teètlon. Appo Ateneo trovo anche seætlion nello stesso senso per seètlon. V. Scap. E appunto noi abbiamo bietola (onde bietolone) da beta, diminutivo positivato, in cui luogo poeticamente si dice anche bieta, come osserva la Crusca ec. V. il Gloss. ec. in betula, se v'è, ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove circa la ridondanza del pronome llow e altro appo i greci e gl'italiani in molte dizioni, e circa il significato di nulla o nessuno ec. assoluto o virtuale ec. che ha molte fiate nel nostro parlare il detto pronome, aggiungi le frasi non ne fece altro, non ne fate altro e simili, dove altro sta per niente, ed aggiungi eziandio che anche siffatto uso di questo pronome, oltre all'essere analogo alla predetta sua ridondanza usitata e nel greco e nell'italiano, è anche analogo a un uso particolare della voce plur. lla che i greci adoprano talora per cose frivole, vane, da nulla, cioè insomma nulla, come in un luogo di Fenice Colofonio, poeta, appresso Ateneo l.12. p.530. F. [4011] gŒr lla khræssv, che il Dalechampio traduce frivola non denuntio: bene, ma propriamente sarebbe non enim nihil (cioè rem o res nihili) denuntio. E certamente qua spetta quel che dice lo Scapula che appresso Euripide lla si spiega per rationi non consentanea. E qua eziandio l'uso dell'avverbio llvw per incassum, frustra, temere ec.; (del qual uso v. lo Scapula e l'indice greco a Dione Cassio coi luoghi quivi indicati, ad uno de' quali v'è una nota, dove si dice che tal uso è stato illustrato, dimostrato ec. dal Perizonio ad Ælian. ec.)[87] e in parte ancora l'uso del medesimo avverbio ne' significati da me notati e illustrati nelle Annotazioni all'Eusebio del Mai, e nelle postille al Fedone di Platone sul fine ec. (10. Gen. 1824.). Presso Euripide il Tusano spiega lla per oék ¤oikñta aberrantia a proposito. Ben può essere che questo sia il proprio senso, e l'origine di tal uso della voce lla sì presso Euripide sì presso Fenice. Con tutto ciò non credo tal uso alieno dal nostro proposito e dall'analogia col sopraddetto uso italiano ec.

(10. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Scintilla e suoi deriv. ec. V. l'etimolog. di scintilla nel Forcell. e nelle note al Timone di Luciano principio, opp. ed. Amstel. 1687. t.1. p.55. not.7.

(11. Gen. Domenica. 1824.)

 

Al detto altrove dell'antico meno (tema di memini) e del nostro rammentare ec. che forse ne deriva ec. aggiungi mentio, verbale dimostrativo del supino mentum, onde noi ec. menzionare ec. - Mentovare ec.

(11. Gen. Domenica. 1824.). V. p.4016.

 

Ayrarse o airarse, airado ec. airarsi, adirarsi ec. da aggiungersi [4012]al detto altrove in proposito dell'antico lat. iror aris. E v. il Gloss. in adirari, irari ec. se ha nulla.

(11. Gen. Domenica. 1824.)

 

Non mi ricordo a qual proposito, ho detto altrove che noi siam soliti di usare gli aggettivi singolari mascolini in forma di avverbi. Così anche gli spagnuoli, p.e. demasiado per demasiadamente (che credo si dica altresì), infinito (D. Quijote par.1. c.49.) per infinitamente (che pur credo si dica) ec. Massime l'antico, cioè il buono e vero, spagnuolo, come pur s'ha a dire circa l'italiano in cui quest'uso è proprio più particolarmente dell'antico, e quindi, anche oggi, familiare singolarmente ai poeti ec. Così i francesi fort per fortement, in senso di molto (come anche noi forte ec.). Pare però che quest'uso sia molto più frequente nell'italiano, massime antico, buono, poetico, elegante ec. che nello spagnuolo qualunque, e massime nel francese.

(12. Gen. 1824.)

 

Uso di porre i genitivi plurali, in vece de' nominativi, col pronome alcuni, ovvero di questo pronome co' detti genitivi, nel qual caso quest'uso verrebbe a essere ellittico. Proprissimo de' francesi, proprio ancor sommamente degli italiani, non solo moderni e francesizzati, come si crede, ma antichi, di tutti i tempi, ed ottimi e purissimi. Credo ancora degli spagnuoli. Mi pare aver detto altrove come quest'uso è un pretto grecismo. Aggiungici ora l'esempio di Luciano, Nigrin. opp. Amstel. 1687. t.1. p.34. lin.15-6. e vedi i grammatici greci dove parlano della Sintassi, che certo denno aver qualche cosa sopra questo genere di frasi ec. (12. Gen. 1824.). Nel cit. esempio tÇn filosofeÝn prospoioum¡nvn si sopprime evidentemente il tinŒw al nostro modo e de' francesi.

(12. Gen. 1824.)[88]

 

Diminutivi greci positivati. ôxeÝon da öxow eow, come ŽggeÝon da ggow.

(12. Gen. 1824.)

 

[4013]A proposito del detto altrove circa il vario modo di significare la probità e bontà degli uomini usato nelle varie nazioni e lingue e tempi, secondo le differenze de' costumi, opinioni, caratteri, istituti e vita e costituzione loro, osserva che come i romani dissero fringi, così i greci oltre kalòw k„ ŽgaJñw anche xrhstòw che propriamente vale utile (e s'usa anche in questo senso ec. v. i Lessici), e per lo contrario xrhstow che propriamente è inutile e così per l'ordinario usato, fu anche detto per cattivo ec. (V. i Lessici, e quivi anche gli altri composti e i derivati di xrhstòw). Ed è ben ragione, perchè l'utilità delle persone doveva esser valutata anche dai greci sommamente, costituiti, come romani, in istato franco ec. secondo che ho detto circa la parola frugi al suo luogo.

(12. Gennaio 1824.)

 

Che i perfetti in ui sien fatti da quelli in avi o evi o ivi ancorchè ignoti, come ho detto altrove, e ciò anche nella terza coniugazione, in cui tal desinenza (come pur quella in ivi, o qualunqu'altra in vi), è sempre anomala, vedi Forcell. in pono is fin. circa l'antico posivi, apposivi ec. per posui, apposui ec.

(13. Gen. 1824.)

 

Al detto altrove di mescolare ec. aggiungi rimescolare ec. e composti e derivati dell'uno e dell'altro ec.

(13. Gen. 1824.)

 

Digamma eolico. Levis o laevis da leÝow, come si osserva nelle note a Luciano opp. t.1. p.113. not.9.

(14. Gen. 1824.)

 

Verbi italiani frequentativi o diminutivi ec. Abbrostire abbrostolire, abbrustolare, abbrustiare. (14. Gen. 1824.). Bezzicare.

 

Diminut. greci positivati. †Orion, oìria, meJñrion, mesoærion da ÷row.

(14. Gen. 1824.).

 

[4014] Tacendo Un gran piacer (cioè, s'egli è taciuto), non è piacer intero. Machiavelli Asino d'oro, Capitolo 4. verso 86-7.

(14. Gen. 1824.)

 

Senz'altro puntello per senz'alcun puntello. Machiav. Asino d'oro, cap.5. v. penult. Di tal modo di dire, altrove.

(14. Gen. 1824.)

 

Senz'altra (senz'alcuna) disciplina. ibid. capitolo 8. verso 4.

(15. Gen. 1824.)

 

Digamma eolico. Viscum (raro Viscus) da Þjòw colla metatesi delle lettere ks incluse nel j. Nóta che lo spirito è lene, e il genere (almeno in viscum) mutato, come in oänow-vinum ec. Vivo da biÇ (biЬÇ). Forcell. e not. a Lucian. opp.1687. t.1. p.143. not.3.

(15. Gen. 1824.)

 

A quel che ho detto altrove, che talora il cul latino si cangia in gli italiano (come periculum-periglio ec.) in il francese ec. j spagnuolo ec., dicasi ancora del gul. Vedi, se vuoi la pag.4005. capoverso 2., nel marg. al numero 1.

(15. Gen. 1824.)

 

Alla p.2779. lin.1. Da bñrow o boròw ec. vorax ec. V. lo Scapula e il Forcell. Da biÇ vivo. V. il capoverso 3. in questa presente pag. Nelle note quivi citate si fa anche venire vis da biŒ, che altrove parlando del digamma eolico, ho fatto venire, e così credo meglio, da âw Þnòw. V. Forcell. ec.

(15. Gen. 1824.)

 

Intorno al verbo italiano rotolare frequentativo o diminutivo ec. di rotare, (rotolone ec.) del quale mi pare aver detto altrove, osservisi il francese rouler. Se questo verbo co' suoi molti derivati (o anche voci originarie e anteriori ad esso) di cui v. il Diz. e colla voce rôle e derivati (ruotolo o rotolo) non vengono originariamente dall'italiano, come poi noi dal franc. ruolo, arruolare ec. ne segue che la diminuzione latina in ol o ul dovesse anche esser propria in certo modo del francese, non solo dell'italiano come s'è dimostrato altrove, giacchè non pare che queste voci francesi vengano immediatamente dal latino. V. però Forcell. il Gloss. ec. Esse sono certo originariamente diminutive o frequentative ec. Rouler è frequent. anch'oggi in certo modo ec.

(15. Gen. 1824.)

 

[4015]Come la preposizione sub nella composizione spesso dinoti sursum, o sia di sotto in su, del che ho detto altrove in proposito di sustollo ec. vedi nel Forcell. la definizione e gli esempi di subduco, la prova che risulta dal quale non può esser più chiara nè piena.

(16. Gen. 1824.)

 

Errato per errante, come andar errato ec. V. la Crusca. E in ispagn. ir errado (Cervantes), pensamiento errado, (ib.) ec. Fra noi però errare è per lo più neutro, (benchè si dice errar la strada ec.) e così credo in ispagnuolo. Il Forcell. lo chiama attivo. V. Erratus per qui erravit appo il medesimo in erro fin. e vedilo pure esso Forcell. in Certatus a um. (16. Gen. 1824.). Impransus, incoenatus ec. V. il Forc. Si aggiungano al detto altrove di pransus, coenatus ec. e così gli altri loro composti, se ve n'ha.

(16. Gen. 1824.)

 

Ridondanza del pronome altro, ed llow, usitata nell'italiano e nel greco, come altrove. Così otro nello spagnuolo. Cervant. D. Quij. par.1. capit.51. Cerca de aqui tengo mi majada, y en ella tengo fresca leche, y muy sabrosissimo queso, con OTRAS varias y sazonadas frutas, no menos à la vista que al gusto agradables.

(16. Gen. 1824.). Son le ult. parole del capitolo.

 

Al detto altrove di avvedere-avvisare ec. aggiungi divisar spagn. (D. Quij. par.1. cap.51. e v. i Dizionari) e nóta che noi ec. abbiamo anche divedere. E che il participio visus da cui è avvisare, divisare ec. (se non sono da viso sost. o da guisa-visa ec. come altrove) e così avisar, aviser ec. è proprio solo del latino e non dell'italiano nè dello spagnuolo[89] nè del francese. Abbiamo bensì anche avvistare da visto, nostro participio, o da avvisto pur nostro, se non è da vista sostantivo. (16. Gen. 1824.). Avvistato (ch'è però in altro senso da avvistare nella Crus.) par certo venire da vista, come svistare (uso ital.) da esso vista o da svista ec.

(16. Gen. 1824.)

 

[4016]Alla p.4011. Rammentare, ammentare ec. di cui altrove, si paragonino co' verbi latini commentari e s'altri tali ve n'ha, da meno poi memini, o da miniscor o da' composti di questo o quello ec.

(16. Gen. 1824.)

 

Nascere per avvenire, grecismo proprio anche dell'antico latino, come in quello o fortunatam natam cioè genom¡nhn. V. Forcell. ec. È proprissimo dell'italiano. Fra i mille esempi, hassi nel Guicciardini lib. 1. t. 1. p.111. ediz. di Friburgo, 1775-6. nata la perdita di S. Germano, cioè accaduta semplicemente. E in molti altri modi e casi si usa da noi il verbo nascere come il greco gÛgnesJai, p.e. nella frase di qui o da ciò o quindi nasce che ec. il, la ec. ¤k toætou gÛgnetai o gÛnetai. V. i franc. e gli spagn. e il Gloss. e i Less. greci.

(16. Gen. 1824.). V. per seg.

 

Non solo in italiano e in latino, come altrove in più luoghi è detto, ma in ispagnuolo altresì ed in francese adopransi spessissimo i participii, non solo aggettivamente, ma in significazione non propria loro, e propria di aggettivi a loro propinqui o simili, per catacresi o abusione (ch'è l'abuti verbis propinquis, come dice Cic. ap. Forcell. in Abusio, o l'abuti verbo simili et propinquo pro certo et proprio, come dice l'Autore ad Herenn. ibid. p.e. l'aedificare equum di Virgilio Aen. 2. aedificare classem di Cesare, oÞkodomeÝn purgÛon di Luciano in Timone, opp. Amst. 1687. t.1. p.135. dove vedi la nota 6.) come honrado per onorevole, uomo d'onore (D. Quij.), (in it. ancora onorato, e v. i latt. e il Gloss. ec.), simile all'invictus, invitto, invicto o invito spagn. (v. i Diz. spagn.) per invincibile, che però non è participio, voglio dire invitto, benchè fatto da participio.[90] ec. ec.

(16. Gen. 1824.)

 

Bisavolo ec. aggiungasi al detto altrove di avolo, ayeul, abuelo ec. e v. ancora i francesi e gli spagnuoli. Trisavolo, terzavolo e terzavo, quintavolo ec.

(16. Gen. 1824.)

 

[4017]Grecismo dell'italiano. Lucian. Timon. opp.1687. t.1. p.77-79 kaÜ Jiw m¢n sk¡comai, ¤peidŒn tòn keraunòn ¤piskeu‹sv: pl¯n ßkan¯ ¤n tosoætÄ kaÜ aìth timvrÛa ¦stai aétoÝw, cioè in questo mezzo. Noi appunto in tanto, fra tanto, in quel tanto, in questo tanto ec. Vedi gli spagn. e i francesi. Qui ¤n tosoætÄ viene a essere ¤n ÷sÄ (xrñnÄ) õ keraunñw ¤peskeuasm¡now ¦staÛ moi. E di questo genere è ancora la propria significazione del nostro intanto, secondo i casi, e tale si è l'origine di questo modo di dire preso nel senso d'interea, interim. (17. Gen. 1824.). Esempi simili al riferito di Luciano non mancano. V. p.4022.

 

Alla p. anteced. capoverso 2. La frase o fortunatam natam, sembra essere una vera imitazione del modo greco, e così alcune di quelle dove nasci sta per initium ducere ec. ap. il Forcell. Non così certo le nostre frasi sopraddette. E re nata, pro re nata, queste son frasi ben e propriamente latine, (cioè non de' soli letterati, a quel che pare), e spettano al presente proposito.

(17. Gen. 1824.)

 

Alla p.3176. marg. fin. Vedi la Storia del Guicciardini, ediz. di Friburgo, lib. 1. tom.1. p.23. 27-28. 49. 55. 56. 64-5. 105-6. l.2. p.138-9. 142. l.5. p.422. 430. 431. da' quali luoghi si rileva che Carlo ottavo di Francia ebbe inutilmente, come Filippo contro i Persiani, il disegno di passare contro i turchi, e far la grande impresa dell'Asia e Grecia ec. Principe non comparabile per altro a Filippo nè di valore nè di fortuna, la qual ebbe infelicissima all'Italia, anzi indegno di pure esser proposto a tal paragone.

(17. Gen. 1824.). V. p.4025.

 

Esperimentato per che ha fatto esperienza, perito. Guicciard. t.1. p.128. mezzo circa, ediz. di Friburgo, t.2. p.240. principio. e altrove spessissimo e vedi la Crus. Esperimentato nelle guerre, nel governo, a ec. Sperimentato ib. p.131. mezzo circa ec.

(17. Gen. 1824.)

 

Sopraddiminutivi greci. pñliw-polÛxnh-polÛxnion.

(18. Gen. Domenica. 1824.)

 

[4018]Spagn. tragar - trÅgv aor. 2 ¦tragon, onde tr‹ghma ec. e fors'anche tr‹gow.

(18. Gen. 1824. Domenica.)

 

I participii passivi di verbi transitivi usati in forma attiva, sì in lat. sì quelli massime delle lingue moderne, s'usano per lo più (e nelle lingue moderne forse tutti) assolutamente, o almeno senz'accusativo, insomma intransitivamente, sia che s'usino in forma aggettiva o di participio o comunque.

(18. Gen. 1824. Domenica.)

 

Altro per nessuno o alcuno o ridondante, del che altrove. Non sì ch'io speri averne altra corona. Macchiavelli, Capitolo della ingratitudine v.7. cioè averne corona, o averne nessuna o alcuna corona.

(18. Gen. 1824.)

 

Nascere per avvenire, del che altrove non molto addietro. Dunque se spesso qualche cosa è vista Nascere impetuosa ed importuna Che 'l petto di ciascun turba e contrista, Non ne pigliare ammiration alcuna. (qualche tristo avvenimento). Macchiavelli Capitolo dell'Ambitione, v.172-5.

(18. Gen. 1824. Domenica.)

 

Latinismi dell'ortografia italiana nel 500. del che altrove. Macchiavelli opp. 1550. par.5. p.47. fin. adverso; p.49. fin. admiration, e cento simili scritture.

(18. Gen. Domenica. 1824.)

 

Plurali in a. Urla, strida.

(18. Gen. Domenica. 1824.)

 

Alla p.3998. marg. fine. træblion o trublÛon catillus (sebben l'interpretano catinus), patella, trulla, ollula (v. Scap.) tutte voci diminutive. E forse questa voce greca è veramente diminutivo anche per significato, ma la sua voce positiva contuttociò non si trova, il che serve a confermare il nostro sospetto circa gli altri simili vocaboli, che sono però di senso positivo, cioè positivati, secondo noi. Lo stesso dico di JruallÜw diminutivo forse e di origine e di significato, ma che non trovandosene il positivo, non si ha per tale, nè quanto alla prima nè quanto al secondo. Luciano [4019]1. 88. ha JruallÛdion (come 1. 55. JruallÛda) dove puoi veder le note. ƒIsxÛon, forse è diminutivo positivato di àsxiw, o che questo volesse anche dir coscia, ec. o àsxÛon originariamente volesse dir lombo o anche lombo. Certo àsxiw, è voce poco nota, e che si ha, credo io, solamente da Esichio, onde ben potrebbe avere avuto uno o più de' significati d'isxÛon, senza che noi lo sappiamo.

(19. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Bouillon da bulla, bolla. (19. Gen. 1824.). Bouillonnement, bouillonner. Bulicare è corruzione di bollicare, dal quale abbiamo infatti bollicamento, e così bulicame è per bollicame che non si trova, sia che queste voci vengano a dirittura da bolla come le suddette francesi, sia da bollire (che vien da bolla), come par voglia la Crusca, che spiega bollicamento per leggier bollimento (sarebbe dunque diminutivo), e bulicare per bollire, di cui sarebbe frequentativo o diminutivo o frequentativo-diminutivo. Bulicame però non ha che far con bollire, bensì con bolla. Eccetto pigliando bollire, per far bolle senza fervore: v. Bollire §.4. e il Forcell. Pare però che bulicame si dica propriamente delle acque bollenti benchè senza fuoco. ec. (19. Gen. 1824.). Vedi la pag.4004. capoverso 2. Moisson diminutivo positivato di messis.

(19. Gen. 1824.)

 

Sufrido per sofferente.

(20. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Gragnuola. V. Crus. franc. spagn. Gloss. Forc. ec. (20. Gen. 1824.).

 

Passava un pescivendolo, con un paniere di pesci sul capo, vicino a un filare d'alberi che costeggiava la sua strada, e da un ramo d'olmo che sporgeva in fuori, fugli infilzato un pesce. Piscium et summa genus haesit ulmo. Ecco rinovato questo prodigio, o dimostrato possibile questo impossibile, di cui vedi Archiloco appo Stobeo nel capitolo della speranza.

(20. Gen. 1824.)

 

[4020]Al detto altrove di metari aggiungi immetatus.

(21. Gen. 1824.)

 

Della differenza naturale e artificiale del gusto e del bello presso le varie nazioni e tempi, nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi il primo capitolo del Saggio sull'epica poesia del Voltaire ne' suoi opuscoli tradotti e stampati in Venezia appresso il Milocco colla data di Londra nel 1760 (volumi 3), volume 2° principio.

(21. Gen. 1824.)

 

Grecismo. Soplandole, le ponìa (cioè le hazia, lo rendeva) redondo como una pelota, Cervantes, Prologo al Letor de la segunda parte del Don Quijote, p.3. Frase familiare agli spagnuoli e tutta greca. Nel latino ponere per efformare non è col doppio accusativo, cioè sostantivo o pronome ec. e aggettivo, e non equivale a rendere, far divenire, benchè spetti a questo genere di significazione ed uso del greco Jhmi, e del resto è una frase tolta a dirittura dal greco e imitata, laddove la spagnuola è volgare e non è certo imitata dal greco.

(21. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati greci. mhrÛon per mhrñw. Nóta ch'è proprio di Omero e di Esiodo (antichissimo cioè, o ionico, come altrove) da' quali, al suo solito, lo piglia Luciano nel Prometheus sive Caucasus, opp. 1687. Amstelodami, t.1. p.183. e de Sacrificiis p.363.

(21. Gen. 1824.)

 

Diminutivi positivati. V. Forcell. in Spatha, spatula, spathalium, lo Scap. in sp‹Jh, spaJÛon, spaJÜw ec. la Crus. in spatola, spazzola ec. il Gloss. i franc. gli spagn.

(21. Gen. 1824.)

 

A proposito di fusa lat. ho notato altrove il plur. loci e loca e simili. Da mhròw in plur. mhroÜ et mhrŒ apud poetas per metaplasmum, dice lo Scapula. E così altri plurali assai, greci, o doppi (sia neutri e masc. sia fem. e masc. ec.) o diversi dal genere del sing. ec. de' quali v. i grammatici. (21. Gen. 1824.). Loca in lat. dal sing. locus, è anche de' prosatori.

 

[4021]KakodaÛmvn per che ha gli déi nemici, del che altrove. Luciano de Sacrificiis. t.1. p.362. init.

(21. Gen. 1824.)

 

Figliuolo per figlio, diminutivo o vezzeggiativo positivato, di cui altrove. Credo anche in greco si dica talora teknÛon senza intenzione nè di diminuire nè di vezzeggiare.

(21. Gen. 1824.)

 

Desapercebido per isprovvisto, imprudens. Cervant. D. Quij. par.2. cap.1. p.4. ed. di Madrid. V. il detto altrove di apercebido. E simili altri participii s'intenda che hanno tali significazioni anche coll'aggiunta del des ec. privativo in ispagnuolo, dell'in ec. in italiano ec. ec.

(22. Gen. 1824.)

 

Rinnovellare, innovellare, renouveler, renovello, lat. (v. gli spagn.) ec. diminutivi positivati; si aggiungano al detto altrove di novellus ec.

(22. Gen. 1824.)

 

Quanto allo stile e al bene scrivere, immensa fatica è bisogno per saper fare, ed ottenuto questo, non meno grande si richiede sempre per fare. E tanto è lungi che il saper fare tolga la fatica del fare, che anzi quanto quello è maggiore, con maggior fatica si compone, perchè tanto meglio si vuol fare e si fa, il che costa tanto di più a proporzione. Così nelle arti belle e in altre faccende d'ingegno ec. (23. Gen. 1824.). Non così riguardo all'invenzione sì nello scrivere sì nelle arti. ec. ec.

 

Fora plurale di foro (foramen).

(23. Gen. 1824.)

 

Piacere della vita. Una statua, una pittura ec. con un gesto, un portamento, un moto vivo, spiccato ed ardito, ancorchè non bello questo, nè bene eseguita quella, ci rapisce subito gli occhi a se, ancorchè in una galleria d'altre mille, e ci diletta, almeno a prima vista, più che tutte queste altre, s'elle sono di atto riposato ec., sieno pure perfettissime. E in parità di perfezione, quella, anche in seguito, ci diletta più di queste. [4022]Così non la pensa la Staël nella Corinna dove pretende che sia debito e proprio della pittura e scultura il riposo delle figure, ma s'inganna, testimonio l'esperienza. ec. ec.

(24. Gen. 1824.)

 

Alla p.4017. „O m‹gow ¢n tosoætÄ (intanto) d˜da kaiom¡nhn ¦xvn ec. Luciano in Necyomantia. t.1. p.331.

(25. Gen. Domenica. 1824.)

 

Composti spagnuoli. Cariredondo (facciatonda). D. Quij. par.2. cap.3. principio.

(25. Gen. Domenica. 1824.)

 

Bobo spagn. co' derivati aggiungasi, se v'ha punto che fare, al detto altrove di baubari ec.

(26. Gen. 1824.)

 

I participii passivi di verbi attivi o neutri usati nelle lingue moderne in senso att. o neutro, sono quelli per lo più o tutti e questi molte volte nell'italiano, e massime nello spagn. ec. di senso non passato, ma presente o significante abitudine di quella tal cosa che è significata dal verbo. Così bien hablado (D. Quij. par.2. cap.7. principio) per buen hablador ec. Così errato, errado per errante, di cui altrove. Sudato per sudante ec. Così pesado per pesante. Così tanti altri participii neutri, massime spagnuoli, che per questa qualità di significazione presente o indicante abitudine ec. meritano di esser considerati, giacchè i participii passivi di verbi neutri in significazione passata, come caduto, morto ec. sono regolari e ordinarissimi e infiniti sì nello spagnuolo che nell'italiano e francese ec. (26. Gen. 1824.), come dico altrove.

 

Al detto altrove di excito, suscito ec. in più luoghi, aggiungi nel Forc. Procitant e Procitare.

(26. Gen. 1824.)

 

Sopraddiminut. franc. Feuilleton (fogliettino).

(27. Gen. 1824.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi o frequentativi-diminutivi o diminutivi positivati, italiani. Rinfocolare, rinfocolamento, da rinfocare ec.

(27. Gen. 1824.)

 

[4023]Diceva il tale che da giovanetto quando da principio entrò nel mondo aveva proposto di non mai adulare, ma che presto se n'era rimosso, perchè essendo stato più tempo senza lodar mai nessuna persona e nessuna cosa, e vedendo che non troverebbe nulla a lodare se voleva durare nel suo proposito, temette disimparare per difetto d'esercizio quella parte della rettorica che tratta dell'encomiastica, la qual cosa, come fresco ch'egli era allora di studi, gli era a cuore che non succedesse, premendogli di conservarsi coll'esercizio le cose che aveva recentemente imparate.

(27. Gen. 1824.)

 

Alla osservazione del Mai sopra il modo in cui ne' codici è scritto il gn indicante esser più vera la pronunzia spagnuola, tedesca ec. cioè g-n, che l'italiana, osservisi, oltre il detto altrove, che molte voci latine o dal latino venute che hanno in latino il gn, in ispagnuolo si scrivono ñ, cioè pronunziansi gn all'italiana, come parmi aver detto altrove coll'esempio di cuñado (cognatus), a cui si può aggiungere leña (ligna) femin. eccetto se tali voci non son prese in ispagnuolo dall'italiano o dal francese piuttosto che dal latino a dirittura da cui hanno la prima origine. Infatti p.e. noi appunto diciamo legna femmin. nel senso spagnuolo, ed è voce propria nostra (lignum si dice in ispagnuolo altrimenti, cioè madera ec. come in francese bois ec.) e cuñado sta nel senso italiano per fratello o sorella della moglie o del marito ec. Ed è a notare che la maggior parte forse delle voci spagnuole derivanti dal latino e che in latino hanno il gn, si scrivono in ispagn. gn, pronunziando g-n, come digno, ignorante, magnifico (però tamaño e quamaño ec.) ec. ovvero n semplice per ellissi della n, che indica l'antica pronunzia spagnuola in quelle voci essere stata g-n e non all'italiana. [4024]

(28. Gen. 1824.). Señal co' derivati ec. è dal latino o dall'italiano?

 

Frequentativo o diminut. positivato ec. Modulor da modus, se già questo e gli altri simili, come nidulor di cui altrove, non sono di formazione in ul non diminutiva, come iaculus, speculum ec. da cui iaculor, speculor ec. ma modulor sarebbe a dirittura da modus, del che non so altro esempio, se modulor è non diminutivo, e così nidulor ec., e se sono da un modulus, nidulus ec. (v. Forcell.) in tal caso sono diminutivi positivati, o frequentativi piuttosto.

(29. Gen. 1824.)

 

I nostri viaggiatori hanno raccolto un dizionario delle loro parole (degli esquimesi popolo verso la Groenlandia, il meno stupido di tutti i selvaggi del Nord), che son più di 500. Quanto ai numeri le loro cognizioni sono molto limitate. Notizia del secondo viaggio (1821-3.) e ritorno del Cap. Parry, estratta dalla gazzetta letteraria di Londra del 25. Ott. e dell'1. Nov. 1824. nell'Antologia di Firenze. num.36. p.120.

(29. Gen. 1824.)

 

Dice per dicono, ovvero per un dice (on cioè un dit), l'uom dice, alcun dice (come hanno buoni autori nello stesso senso), altri dice, la persona dice (Passavanti usa la persona in questo senso), la gente dice (buoni autori) si dice;[91] nel qual caso ella sarebbe un'ellissi, come anche in greco fhsÜ ec. per fasÜ, sarebbe ellissi di fhsÜ tÜw ec. del che altrove. Cervantes nel D. Quijote par.1. cap.50. ed. d'Amberes o Anversa 1697. p.584. tom.1. lin.4. avanti il fine, dove si legge dizen, la mia edizione di Madrid ha dice.

(30. Gen. 1824.). V. p.4026.

 

Al detto altrove di despertar aggiungi che gli spagnuoli hanno anche l'agg. despierto cioè experrectus.

(31. Gen. 1824.)

 

Gli uomini di natura, costume, o circostanza ed occasione, allegri, sono generalmente disposti a far servigio o beneficio, e compatire, [4025]e i malinconici in contrario, o certo meno. Di ciò equivalentemente ho detto altrove molto a lungo.

(31. Gen. 1824.)

 

Qual cosa più snaturata che il non allattare le madri i propri figliuoli? Ma egli è certo per mille esperienze che le donne civilmente nutrite di radissimo possono sostenere senza gran detrimento della salute loro, e pericolo eziandio della vita, il travaglio dell'allattare. Il che è lo stesso quanto a loro che se fossero impotenti a generare. E questo costume è antichissimo (a quel che credo), sin da quando incominciarono le donne nobili o benestanti a far vita sedentaria e non faticata. Raccolgasene se lo stato civile convenga all'uomo.

(1. Feb. 1824.)

 

Abbraciare, bragia, brage, brace ec. co' derivati (e v. i franc. spagn. Forc. Gloss.) aggiungansi al detto altrove in proposito delle lettere br usitate nelle nostre lingue nelle voci significanti arsione ec.

(2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.)

 

Alla p.4017. V. pure il Guicc. l.3. p.271. sopra Massimiliano Imp. in cui quel voler fare l'impresa degl'Infedeli pare fosse un semplice pretesto, e mostra che questo pretesto o discorso qualunque era allora e in simili tempi uno degli spedienti della politica, o diplomatica, un luogo comune, usitato e valevole con tutte le corti o potentati cristiani e con tutti i popoli cristiani.

(2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.). V. p.4044.

 

Altro per niuno ec. come altrove. Guicc. 1. 274. ed. di Friburgo lib.3. senza cercare altra risposta per senza più cercare la risposta.

(2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.)

 

Divisato per déguisé, del che altrove. V. la Crusca in dissimigliato, esempio primo. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria Santissima. 1824.). Divisar per vedere, discernere, scorgere cogli occhi. D. Quij.

 

[4026]Alla p.4024. Del resto anche fasÜ, aiunt, dicen, dicono, narrano, vogliono, credono ec. ec. è un'assoluta ellissi degli stessi nomi o pronomi sopraddetti, o d'altri simili, o diversi, fatti plurali.

(3. Feb. 1824.)

 

AétÛka in modo simile allo spagn. luego, del che altrove. V. Plat. in Phaedro, opp. ed. Astii t.1. p.144. E.

(4. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Gergo-jargon. V. gli spagn. ec.

(7. Feb. 1824.)

 

Nascere per gen¡sJai, di che altrove. V. Guicciardini, ed. Friburgo t.1. p.339. lin.5. a fine.

(7. Feb. 1824.)

 

Altro per niuno, del che altrove. V. il med. ib. p.340. lin.13. (7. Feb. 1824.). E notisi il nostro uso del pronome altri sing. nel significato di cui v. la pag.4024. capoverso 3., significato che spetta a questo proposito, e talora è anche de' francesi, i quali dicono per es. (credo in linguaggio familiare o burlesco) comme dit l'autre, parlando, v.g., d'un proverbio ec., cioè comme on dit. V. i Diz. franc. e spagn.

(9. Feb. 1824.)

 

La eccessiva potenza di attenzione è al tempo stesso e per se medesima, potenza di distrazione, perchè ogni oggetto vi rapisce facilmente e potentemente la attenzione distogliendola dagli altri, e l'attenzione si divide; sicchè è anche, per se medesima, impotenza o difficoltà di attenzione, e facilità di attenzione, cose contrarie dirittamente a lei, onde sembra impossibile ch'ella sia insieme l'uno e l'altro, ma il troppo è sempre padre del nulla o volge al suo contrario, come altrove. Quindi principalmente nasce la incapacità di attenzione ne' fanciulli ec. ec.

(9. Feb. 1824.)

 

Dico altrove[92] che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne' secoli inferiori, alterandone l'armonia, alterarne la costruzione l'ordine e l'indole ec. perchè da un medesimo periodo o costrutto diversamente [4027]pronunziato, non risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che anche indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de' secoli inferiori (come pure i latini, gl'italiani, e tutti gli altri ne' tempi di corrotto gusto e letteratura) amavano e volevano un'armonia diversa per se ed assolutamente e in quanto armonia da quella degli antichi, cioè sonante, alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec. Questa dagli esperti si ravvisa a prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti greci di detti secoli, anche de' migliori, ed anch'essi atticisti, formati sugli antichi, imitatori, ec. Tanto che questo numero, diverso dall'antico e della qualità predetta, che quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e de' principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per discernere gl'imitatori e più recenti, che spesso sono del resto curiosissimamente conformi agli antichi, da' classici originali e de' buoni tempi della greca letteratura. Ora il diverso gusto nell'armonia e numero di prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri, occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad alterare, anche negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l'ordine della lingua, come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in Longino, perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico, e si conosce ch'è fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe risultato, e il quale altresì non è antico. (Così dicasi dell'alterazione cagionata ne' costrutti ec. dalla mutata pronunzia). Questa causa di corruzione è da porsi fra quelle che produssero e producono universalmente l'alterazione e corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi tutte) i secoli di gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di sopra e diverso da quello de' loro antichi. Si [4028]conosce a prima vista, e indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato) per la differenza e per la detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè quello sia de' migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ottimo per se in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e uniformità (vera o apparente, come dico altrove) del numero, alla quale subito si riconosce il suo stile, diverso principalmente per questo (quanto all'estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e concettuzzi che spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano) da' nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti. Che dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di Livio? non che di Cesare, e de' più antichi e semplici, che Cicerone nell'Oratore dice mancar tutti del numero, s'intende del colto, perchè senza un numero non possono essere. V. p. seg. Che dirò di Lucano, dell'autore del Moretum, Stazio ec. rispetto a Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e depravazione del numero dovette necessariamente essere una delle maggiori cagioni dell'alterazione della lingua sì greca, sì latina e italiana, sì ec., massime quanto ai costrutti e l'ordine, e quindi alla frase e frasi, e quindi all'indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le semplici parole per servire al numero, e grattar l'orecchio avido di nuovi e spiccati suoni, o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone, come in greco, o troncandole come tra noi (l'uso de' troncamenti è singolarmente proprio del Pallavicini, e de' secentisti e de' più moderni da loro in poi), avendo riguardo sì al suono della parola in se, sì al suo effetto nella composizione e nel periodo. (9. Feb. 1824.). Veggasi il detto altrove su d'alcuni sforzati costrutti d'Isocrate per evitare il concorso (conflitto) delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo proposito per quanto gli può toccare, il detto altrove sul vario gusto de' greci, lat. e ital. in diversi tempi, circa il concorso, l'abbondanza ec. delle vocali). Ora se questo accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto [a] [4029]migliaia d'altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro della lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran colmo ec. ec. che cosa doveva accadere ne' secoli bassi ne' quali ec. fra gl'imitatori ec. la più parte, com'era allora non greci di patria, ma dell'Asia, e questa anche alta, non la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come Gioseffo, Porfirio e tanti altri ec. ec.?

(10. Feb. 1824.)

 

Alla p. preced. marg. In verità ed essi, e i greci ripresi da Cicerone ibid. di mancar di numero, che sono molti e classici, e i nostri trecentisti, e i cinquecentisti, (la più parte non numerosi, e tutti, [salvo lo Speroni, in ciò affettato e falso, ma diversamente da' posteri,] poco solleciti del numero) hanno pure un numero benchè incolto più o meno, e casuale, pur proprio e certo e riconoscibile, o loro, o della lingua ec. e da questo è diverso quello degl'inferiori corrotti ec. ec.

(10. Feb. 1824.). V. p.4034.

 

Grecismo. Collakñlla e kñllh coi derivati e composti della voce ital. e della greca. E vedi Forc. Gloss. i franc. gli spagn. Potrebbe però essere stata tolta questa voce a dirittura dal greco, anche ne' bassi tempi, se si considera come assolutamente tecnica, ma ella è in verità, almeno oggi, di volgarissimo uso, come ciò che ella significa.

(11. Feb. 1824.)

 

Plurali in a. Mantella plur. di mantello. (11. Feb. 1824.). Peccata. Uscia. (Machiavelli par.5. p.151.).

 

Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare o abbarbicarsi. Al detto altrove sopra i nostri verbi in icare, fatti da verbi originali usati o no, o pur da nomi ec. (11. Feb. 1824.). Barbare-barbicare.

 

Diminutivi greci positivati. Vedi svmtion per sÇma senza niuna causa di diminuzione, in Apollon. Dysc. Mirabil. c.3. ed appresso altri, e v. lo Scapula.

(11. Feb. 1824.)

 

[4030] Claquer-claqueter che l'Alberti chiama frequentativo di quello. Crier-criailler, della qual sorta di verbi dico altrove.

(12. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Clientolo. Maillet-mail, maglio, malleus. Che la et in francese ne' verbi e ne' nomi sia per se diminutivo o frequentativo ec. come la ett in italiano vedesi per lo pensiero precedente e per mille altri esempi ec.

(13. Feb. 1824.)

 

Nascere per accadere. ec. Se altro di meglio non nasce. Machiav. Clitia At.5. sc.2. fine.

(13. Feb. 1824.)

 

Altro per nulla o alcuna cosa ec. V. il pens. preced. e le molte nostre frasi simili.

(13. Feb. 1824.)

 

Faventia-Faenza. (14. Feb. 1824.). Faentini (Guicc. 1. 418. 419. ec. Faventini, come in lat.). Fayence per Faenza e per una città di Francia, lat. Faventia.

 

Immutatus, immixtus affermativi e negativi. Al detto altrove in proposito d'intentatus.

(14. Feb. 1824.)

 

Raddoppiamenti greci, del che altrove. ¤lhlam¡now, ¤lhlegm¡now, ôrvrugm¡now, Žlhleimm¡now, Žl®leimmai ec. rare ec.

(14. Feb. 1824.)

 

Cangiamento del cul lat. in chi ital. Bernoccolo (voce affatto italiana, v. però il Gloss. e i vari dizionari) co' suoi derivati bernocchio che vale lo stesso.

(15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. Suggramm‹tion. V. Luciano in principio dell'Erodoto, dove pare che sia positivato, e lo Scapula ec. se v'ha nulla a proposito.

(15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.)

 

Neanche ad Erodoto par che fosse nativo il dialetto ionico (a proposito del detto altrove), a quanto osservo nella nota del Palmerio al principio dell'Herodotus sive Aetion di Luciano.

(15. Febbraio. 1824.)

 

[4031]Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle varie nazioni, anche contro quello che porterebbe il rispettivo loro clima e l'altre circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che i principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a fare col clima, o ne derivano, o quando anche non ne derivino, e vengano da cagioni affatto diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d'esso clima o dell'altre condizioni naturali d'essa nazione o popolo o cittadinanza ec. Per es. io non dirò che il modo della vita sociale rispetto alla conversazione e all'altre infinite cose che da questa dipendono o sono influite, proceda assolutamente e sia determinato nelle varie nazioni d'Europa dal loro clima, ma certo ne' vari modi tenuti da ciascuna, e propri di ciascuna quasi fin da quando furono ridotte a precisa civiltà e distinta forma nazionale, ovvero da più o men tempo, si scopre una curiosissima conformità generale col rispettivo clima in generale considerato. Il clima d'Italia e di Spagna è clima da passeggiate e massime nelle lor parti più meridionali. Ora queste nazioni non hanno conversazione affatto, nè se ne dilettano: e quel poco che ve n'è in Italia, è nella sua parte più settentrionale, in Lombardia, dove certo si conversa assai più che in Toscana, a Napoli, nel Marchegiano, in Romagna, dove si villeggia [4032]e si fanno tuttodì partite di piacere, ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma non si conversa; in Roma ec. Il clima d'Inghilterra e di Germania chiude gli uomini in casa propria, quindi è loro nazionale e caratteristica la vita domestica, con tutte l'altre infinite qualità di carattere e di costume e di opinione, che nascono o sono modificate da tale abitudine. Pur vi si conversa più assai che in Italia e Spagna (che son l'eccesso contrario alla conversazione) perchè il clima è per tale sua natura meno nemico alla conversazione, poichè obbligandoli a vivere il più del tempo sotto tetto e privandoli de' piaceri della natura, ispira loro il desiderio di stare insieme, per supplire a quelli, e riparare al vôto del tempo ec. Il clima della Francia ch'è il centro della conversazione, e la cui vita e carattere e costumi e opinioni è tutto conversazione, tiene appunto il mezzo tra quelli d'Italia e Spagna, Inghilterra e Germania, non vietando il sortire, e il trasferirsi da luogo a luogo, e rendendo aggradevole il soggiornare al coperto: siccome la vita d'Inghilterra e Germania tiene appunto il mezzo, massime in quest'ultimi tempi, per rispetto alla conversazione, tra la vita d'Italia e Spagna e quella di Francia, e così il carattere ec. che ne dipende. E già in mille altre cose la Francia, siccome il suo clima, tiene il mezzo fra' meridionali e settentrionali, del che altrove in più luoghi. Non parlo delle meno estrinseche e più spirituali influenze del clima sulla complessione e abitudine del corpo e dello spirito, anche fin dalla nascita, che pur grandissimamente [4033]contribuiscono a cagionare e determinare la varietà che si vede nella vita delle nazioni, popolazioni, individui tutti partecipi (come son oggi) di una stessa sorta di civiltà, circa il genio e l'uso della conversazione.

(15. Feb. 1824.)

 

Oéd¢n j¡non pnu ¢spoudakÆw ¢kÜ toÝw ŽrÛstoiw êpò soè gnvrÛzesJai, ¤k t°w gan ¤piJumÛaw eÞw toénantÛon, diataraxJeÛw, ¤n¡peson. Lucian. pro lapsu inter salutandum. opp. t.1. 502. Amstel. 1687.

(16. Feb. 1824.)

 

Appartiene al detto altrove sopra lo spagn. luego ec. la frase Jçw Žrxñmenow, e la corrispondente lat. statim ab initio o a principio ec. e quella di Luciano, loc. sup. cit. p.498. Jçw ¤n Žrx» e prÇton Jçw, e simili che puoi cercare nel Forcell. Scap. ec.

(16. Feb. 1824.)

 

Fiorito, fleuri ec. per fiorente, come età fiorita cioè che fiorisce, floret.

(16. Feb. 1824.)

 

Giuntare per truffare ec. viene da iungo-iunctum come juntar spagn. in altro senso, poichè anche giungere si usa per giuntare che in questo senso, tutto italiano, n'è un continuativo. Pur da iungere viene aggiuntare per giuntare (Machiav. Mandrag. at.3. sc.9. la Crus. ha il verbale aggiuntatore), come il nostro volgare aggiuntare e lo spagn. ayuntar ec. in altro senso. E v. il Gloss. Giunto per giunteria. Crus.

(17. Feb. 1824.)

 

[4034] Imprenta, imprentare ec. impronta, improntare ec. quasi imprimita, imprimitare da imprimitum, supino regolare inusitato, per impressum.

(17. Feb. 1824.)

 

ƒEJ¡lv per dænamai o piuttosto per m¡llv, del che altrove. V. Plat. de Rep. 4. opp. ed. Ast. t.4. p.200. B.

(18. Febbraio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Compagnon.

(20. Feb. 1824.)

 

Bequeter (beccare) frequentativo o diminutivo. Gresset Ver-vert, Chant premier.

(20. Feb. 1824.). Feuilleter.

 

Diminutivi positivati. Avorton, menton mentonnière ec.

(20. Feb. 1824.). Flacon-fiasco.

 

KaÜ ÷lvw p‹ntvn õ poluchfñtatow ¤n paideÛ& ge, kaÜ m‹lista ÷sÄ t¯n leuk¯n ŽeÜ kaÜ sÅzousan f¡reiw (Lucian. in Harmonide ad. fin.) E massime in quanto, o in quanto che. Grecismo dell'italiano in questa e molte simili nostre frasi.

(21. Feb. 1824.). V. franc. e spagn. ec.

 

Alla p.4029. Il numero o suono del periodo de' trecentisti è un tale proprio loro, e ben diverso generalmente da quello de' Cinquecentisti; e così non solo tutte le lingue, ma ciascun secolo di esse, anche quelli in cui non si coltiva il numero, hanno un periodo loro proprio quanto al suono, e diverso da quello degli altri secoli, anzi tanto più proprio loro e più diverso dagli altri, quanto il numero v'è meno studiato, perchè l'arte, sempre la stessa, induce conformità, onde due secoli studiosi del numero, ancorchè distanti, possono facilmente rassomigliarsi insieme, più che gli altri: quando infatti veggiamo anche tra diverse lingue tal somiglianza, come tra greco e latino e tra latino e italiano negli scrittori che sono studiosi [4035]del numero.

(21. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Vallon, coteau, costola ec.

(21. Feb. 1824.). Rayon, pavot.

 

Genitivo plurale in vece dell'accusativo col pronome alcuni o alcuno del che altrove. Luciano in Scytha, opp. 1687. t. I. p.598. init. deÝjai tÇn lñgvn êmÝn cioè ex meis orationibus o doctrinis, il qual luogo è bene interpretato dal Grevio nella fine del tomo, il quale è da vedere.

(22. Feb. Domenica. 1824.)

 

Grecismo dell'italiano. Se non quanto o in quanto o quanto che, o in quanto che par„ ÷son. V. Luciano loc. cit. qui sopra, ad fin. p.599. e lo Scapula ec. e i franc. e spagn. ec.

(22. Feb. 1824. Domenica.)

 

SÛllow, sÛlloi o silloÜ si fa derivare da àllow occhio parŒ diaseÛein toçw àllouw. V. Scap. e Menag. ad Laert. in Timon. IX. 111. Consento che venga da àllow, ma non che ci abbia a fare il seÛein, formazione d'altronde molto inverisimile. Io credo che sÛllow sia lo stesso affatto che àllow in origine, aggiuntoci il sigma in luogo dello spirito, benchè lene, all'uso latino circa lo spirito denso e al modo che gli Eoli usavano il digamma, ossia il v latino (e quindi i latini il v) in vece anche dello spirito lene, nel principio delle parole. Veggasi il detto altrove di sèkon ch'io credo essere venuto da un ðkon o oïkon. Da sÛllow occhio la metafora trasportò il significato a derisione ec. quasi dicesse, come diciamo noi, occhiolino ec. onde sillaÛnein sarebbe quasi far l'occhiolino, in senso però di deridere ec. La metafora è naturale, perchè il riso generalmente, ma in ispezieltà la derisione risiede e si esprime cogli occhi principalmente e molte volte con essi unicamente.

(22. Febbraio 1824. Domenica di Sessagesima.)

 

…Ejv tÇn Êtvn fuorchè l'orecchie. Luciano opp. 1687. p.580. ad fin. t.1. Di quest'uso del greco ¦jv conforme all'italiano fuori, fuorchè, infuori ec. e al francese hors, hormis ec. e allo spagn. fuera, fuera de que (oltre di che) ec. (anche in greco s'usa, mi pare, ¦jv o simil voce per oltre. V. lo Scap. e il Forcell. ec.) dico altrove, se ben mi ricordo. (22. Feb. Domenica di Sessagesima. 1824.)

 

[4036] Accortare, scortare. Al detto altrove di curto as. (23. Feb. 1824.). Accorciare, scorciare ec. co' derivati ec. non sono che corruzioni, e vengono pur da curtare.

(23. Feb. 1824.)

 

Capter, Cattare ec. Al detto altrove di captare.

(25. Feb. 1824.). Riscattare, rescatar ec. catar, di cui altrove, è forse da captare?

 

Faventini, del che altrove. Guicc. t.2. p.34-36.

(25. Feb. 1824.)

 

Rilevato per che rileva, cioè pesa, cioè importa. Nardi spesso nella Vita del Giacomini.

(25. Feb. 1824.).

 

Al detto altrove di suppeditare aggiungi che nel D. Quij. par.2. cap. 18. fine, io trovo supeditar per calpestare.

(28. Feb. 1824.)

 

L'uso della sinizesi da me altrove in moltissimi luoghi distesamente notato ne' latini e dimostrata volgare fra loro e familiare ec. osservisi essere un'altra delle conformità del volgar latino colle nostre lingue, in cui essa sinizesi non è pur volgare, ma regolare ec. ec.

(28. Feb. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Struzzo-struzzolo.

(28. Feb. 1824.)

 

Verbi frequentativi o diminutivi ital. Balzare balzellare.

(28. Feb. 1824.)

 

Pelle per donna ec. nostro modo osceno. V. il Forc. in Scortum e in Pellex ec. e la Crus. se ha nulla.

(28. Feb. 1824.)

 

…Allo per oéd¢n ridondante come in italiano, del qual modo italiano corrispondente anche ad un altro analogo modo greco, ho detto altrove in più luoghi. Luciano nel fine del libretto perÜ ŽsrtrologÛaw (se però è suo): „Upò dÛnú tÇn Žst¡rvn mhd¢n llo gÛgnesJai; per mhd¢n gÛgnesJai. E questo luogo dimostra l'origine di questa frase ed uso del pronome llow altri o llo altro, sì quanto al greco, sì quanto all'italiano. Perocchè viene propriamente a dire: mhd¢n llo µ aétò toèto din¡esJai; così senz'altro val propriamente senz'altro fuor della cosa medesima o delle cose di cui si parla. Vedi il detto da me lungamente circa la frase oéd¢n pl¡on sulla fine del Fedone, nelle mie note sopra Platone. E vedi anche il contesto del cit. luogo di Luciano.

(28. Feb. 1824.). V. la p. seg.

 

[4037]Jçw ¤n Žrx» tÇn lñgvn. Luciano opp. 1687. t.1. p.861: del che altrove.

(28. Febbraio. 1824.)

 

Alla p. preced. Qua spetta quel luogo del Guicc. lib.6. t.2. ed. Friburgo p.74. Ai Veneziani non pareva piccola grazia se non fossero molestati dagli altri. Cioè semplicemente non fossero molestati. Quel dagli altri ha relazione ai Veneziani medesimi, e vale insomma da nessuno, cioè infine ridonda affatto. Questo modo è ordinarissimo massime nel dir familiare.[93] E così credo che sia anche in greco e in latino[94] ed altresì in francese e spagnuolo le quali due lingue si osservino ancora circa gli altri modi notati di sopra ed altrove a questo proposito ec.

(29. Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.)

 

Halo ai avi atum - halitans, alitare (verbo e sostantivo ossia infinito sostantivato), haleter. V. gli Spagn. e il Gloss. ec. (29. Feb. 1824.)

 

Lino linis, livi, et lini, et levi, litum per linitum. Osservisi questo verbo quanto alla sua coniugazione che mi par faccia a proposito d'altri miei pensieri. Ed osservisi ancora insieme con esso il suo compagno linio is ivi linitum, coi composti ec. dell'uno e dell'altro.

(29. Feb. 1824.). Alo alis alui alitum altum alere.

 

Osado o ossado per che osa, ardito per che ardisce (aggettivati), hardi ec. atrevido per quien se atreve presente, anch'esso aggettivato: e simili.

(29. Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.)

 

Parrebbe che gli uomini sciolti, franchi nel conversare, e massime gli sprezzanti avessero più amor proprio degli altri e più stima di se, e i timidi meno. Tutto al contrario. I timidi per eccesso di amor proprio e per il troppo conto che fanno di se, temendo sempre di sfigurare e perdere la stima altrui o desiderando soverchiamente di acquistarla e di figurare, hanno sempre innanzi agli occhi il rischio del proprio onore, del proprio concetto, del proprio amore, e occupati e legati da questo pensiero, sono senza coraggio, e non si ardiscono mai. I franchi e gli sprezzanti fanno al contrario [4038]per la contraria cagione, cioè per aver poca cura e poco concetto di se, o desiderio della stima degli altri (che viene a essere il medesimo), sia che essi sieno tali per natura, o per abito acquisito. Così che essi offendono spesse volte e facilmente, o rischiano di offendere l'amor proprio degli altri, e n'hanno poca cura, per poco amor di se stessi. E i timidi lo risparmiano sempre con mille scrupoli e riguardi, e non impetrano mai da se stessi non che di lederlo menomamente, ma di porsene a rischio benchè leggero e lontano, e ciò per soverchio amor proprio, il quale parrebbe che dovesse principalmente offendere e muoverli ad offendere quello degli altri. E così per soverchia stima di se stessi, si guardano di mostrar dispregio degli altri, e infatti non gli spregiano, anzi gli stimano eccessivamente non per altro che per lo smisurato desiderio e conto che fanno della loro stima, anche conoscendoli di niun valore, o almeno per la gran tema che hanno di perderla, eziandio vedendo che la sarebbe piccola perdita per rispetto al merito di coloro. Tali sono ordinariamente i fanciulli e i giovani ancora inesperti e inesercitati nel commercio umano e nelle palestre dell'amor proprio, dov'esso riporta tanti colpi, che alla fine incallisce; e tali sono più o manco, per più o men lungo tempo, ed alcune per tutta la vita, le persone sensibili e immaginose, le quali restano sovente fanciulle anche in età matura, e vecchia, sì quanto a molte altre cose, sì quanto a questa della timidità nel consorzio umano, che in esse è sempre difficile a vincere più assai che negli altri, e in alcune è assolutamente invincibile, come fu in Rousseau. La cagione si è l'eccesso dell'amor proprio, inseparabile dalla soprabbondanza della vita e forza dell'animo; ed insieme la vivacità della immaginazione, la quale non mai veramente spenta in loro, nè anche quando pare affatto agghiacciata, e quando effettivamente ha cessato affatto di partorire alcun piacere all'individuo medesimo, continuamente, [4039]secondo la sua natura, va fingendo ad esso amor proprio che è per se vivissimo, mille falsi pericoli e difficoltà, o smisuratamente accrescendo e moltiplicando i veri. Sì, Rousseau e gli altri tali uomini sensibili e virtuosi e magnanimi, occupati sempre e legati da un'invincibile e irrepugnabile timidità, anzi mauvaise honte ed erubescenza, non furono e non son tali se non per eccesso di amor proprio e d'immaginazione. Altro danno e infelicità somma della soprabbondanza della vita interna dell'anima (oltre i tanti da me altrove notati), della sensibilità, della squisitezza dell'ingegno, della natura riflessiva, immaginosa ec. Poichè in essa l'amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di successi, e desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che gli altri non fanno, e impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli che gli altri con molto minor desiderio e bisogno conseguono facilissimamente ogni dì, ed evitano con molto minor tema, e che quando nol conseguissero o non lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e infelicitati, per la minore vivacità e sensibilità dell'amor proprio, ed anche della immaginazione, la quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi desiderano naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali successi incontrati nella società, delle Žsxhmosænai, che anche bene spesso non son vere affatto, ma fabbricate di pianta dall'immaginazione, e non esistono se non nell'idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi si propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno ottenuti nè possibili ad ottenere ec. ec.

(1. Marzo. penultimo dì di Carnevale. 1824.)

Ciò che ho detto dell'immaginazione, dico [4040]dell'amor proprio, il quale in questi tali, anche quando sembra rotto e fiaccato dall'uso de' mali, dispiaceri, punture ec. anzi minore assai che non è negli altri, e quasi al tutto agghiacciato, addormentato e spento, è sempre in verità vivissimo assai più che negli altri anche giovani e principianti, caldissimo, e ancora in istato da esser chiamato tenerezza di se stesso (come suol essere nella gioventù) benchè sia in loro più negativo che positivo, più atto a impedire che a cagionare, piuttosto causa di passione che d'azione ec. quale egli è proporzionatamente anche ne' primi anni di questi tali.

(3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.)

 

Infundo infusus-infuser.

(3. Marzo. 1824.).

 

Diminutivi positivati. Lucerta-lucertola, lucertolone.

(3. Marzo. 1824.). Lacerta-lacertola.

 

F‹v, faeÛnv, faeÛnomai. Alterazione di desinenza collo stesso significato, del che altrove.

(3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Fou-follet. V. i Diz. franc. in questa voce, e nóta che questo è un aggettivo. Noi pure folletto benchè per lo più sostantivato per la soppressione del nome spirito. E questa nostra voce (come fors'anche folle) par che venga dal francese o dal provenzale. Del resto v. la Crus. in folletto esem.2. e §.2. e gli spagnuoli.

(3. Marzo. dì delle S. Ceneri. 1824.)

 

Spiare-spieggiare. (3. Marzo, dì delle S. Ceneri. 1824.). Scoppiare, scoppiata sustantivo - scoppiettare, scoppiettata, scoppiettio.

(4. Marzo. 1824.). Incrociare-incrocicchiare, croce-crocicchio ec.

 

Al detto altrove di ôlÛgou o mikroè deÝn ec. aggiungi. Si dice anche assolutamente ôlÛgou (fors'anche mikroè) sottintendendosi il deÝn o d¡on, in senso di sxedòn ec. come appunto in italiano per poco. Plat. in Phaedro ec.

(4. Marzo 1824.)

 

Inadvertido, inavveduto, desconocido per sconoscente, malaccorto e [4041]simili si aggiungano al detto altrove circa i participii avveduto ec. aggettivati ec. Condolido per condolente, participio vero e non in senso d'aggettivo. D. Quij. par.2 cap.21. avanti il mezzo.

(4. Marzo 1824.)

 

Senz'altro patto per senza niun patto. Guicc. l.7. ed. Friburgo t. 2. p.124. principio. ed aggiunge assolutamente ch'è l'interpretazione espressa dell'anzidette parole.

(5. Marzo 1824.)

 

L'ulus de' lat. si cambia ordinariamente dagl'italiani in io (così l'ulum, e in ia l'ula), raddoppiando la consonante che lo precede, se ella in latino è pura, come oculus-occhio, nebula-nebbia ec.; se impura non si raddoppia, come masculus-maschio ec.

(5. Marzo 1824.)

 

Vischio, succhio sost. e molti simili, sembrano esser tutti diminutivi positivati, fatti nel modo detto nel pensiero precedente, e però venuti certo dal latino e probabilmente stati usati nel volgar latino in luogo de' loro positivi succus, viscum o viscus ec. ec. (5. Marzo 1824.). Così ho detto altrove de' nostri verbi in iare ec.

 

Tomber-tombolare, tombolata ec. (5. Marzo 1824.). Di tali verbi italiani, oltre diminutivi frequentativi vezzeggiativi ec. alcuni, anzi forse, almeno in molti casi, non pochi, sono disprezzativi.

(6. Marzo 1824.)

 

Al detto altrove di apparecchiare, aparejar ec. aggiungi sparecchiare e simili composti ec. ital. spagn. e franc.

(6. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. àxnow-àxnion diminutivo assolutamente positivato, e proprio, a quel che sembra, di Omero, (sopra il che altrove) benchè si trovi anche in Senof. nel Cineg. dove bisogna però vedere se è veramente positivato, o se essendo, non è preso da Omero.

(6. Marzo. 1824.)

 

Gli uomini sarebbono felici se non avessero cercato e non cercassero di esserlo. Così molte nazioni o paesi sarebbero ricchi e felici (di felicità nazionale) se il governo, anche con ottima e sincera intenzione, non cercasse [4042]di farli tali, usando a questo effetto dei mezzi (qualunque) in cose dove l'unico mezzo che convenga si è non usarne alcuno, lasciar far la natura, come p.e. nel commercio ch'è più prospero quanto è più libero, e men se ne impaccia il governo. Similmente dicasi de' filosofi ec. Del resto la vita umana è come il commercio; tanto più prospera quanto men gli uomini, i filosofi ec. se ne impacciano, men proccurano la sua felicità, lasciano più far la natura.

(7. Marzo. prima Domenica di Quaresima. 1824.)

 

Altro per nessuno o ridondante. Guicc. t.2. ed. Friburgo p.144. lin. penult.

(7. Marzo. I. Domenica di Quaresima. 1824.)

 

Jçw genñmenow ec. Questa forma è propria del greco, ed usasi eziandio con molti altri avverbi o significanti il med. che Jçw, o d'altro significato, come ‘ma, metajç (i quali ricevono anche il participio presente, secondo la natura del loro significato, ed altri participii, oltre i passati) ec. ed è chiamata, se non erro, propria degli attici (benchè si trova anche in autori anteriori, per dir così, all'atticismo, come in Anacr. od. 33. Jçw traf¡ntew od. 55 Jçw ÞdÅn ec.) - subito nato, dopo nato, appena nato ec. né à peine (vix natus) ec. despues de nacido ec. V. i Diz. franc. e spagn. e il Forcell. negli avv. corrispondenti a subito, dopo ec. simul ec.

(8. Marzo. 1824.)

 

Indigesto per indigeribile o difficile a digerire. - Indigesto per che non ha digerito o che non digerisce.

(8. Marzo. 1824.)

 

MinæJv-minuo, forse l'uno e l'altro da minæv, alterato nel greco colla interposizione del J, (cosa usata), conservato purissimo in latino, eziandio ne' composti: della qual conservazione dell'antichità appo i latini più che appo i greci, dico diffusamente altrove.

(8. Marzo 1824.)

 

[4043]ƒArgeÝow-argi-v-us. Orazio e Ovidio alla greca comune, argeus, l'uno in un luogo, e l'altro in un altro. Così da Žxaiñw, oltre achaeus, achivus che forse è più proprio latino e più volgare, e achaeus sarà solamente letterario, come anche argeus senza fallo; e forse altri simili.

(8. Marzo. 1824.)

 

Nè la occupazione nè il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l'uomo occupato o divertito comunque, è manco infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna. Perchè? se nè questi nè quelli sono punto superiori gli uni agli altri nel godimento e nel piacere, ch'è l'unico bene dell'uomo? Ciò vuol dire che la vita è per se stessa un male. Occupata o divertita, ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene nè piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perchè abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita, benchè questa sia senza alcun altro male particolare. Il sentir meno la vita, e l'abbreviarne l'apparenza è il sommo bene, o vogliam dire la somma minorazione di male e d'infelicità, che l'uomo possa conseguire. La noia è manifestamente un male, e l'annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun male nè dolore particolare, (anzi l'idea e la natura della noia esclude la presenza di qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all'individuo, ed occupantelo. Dunque la vita è semplicemente un male: e il non vivere, o il viver meno, sì per estensione che per intensione è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero preferibile per se ed assolutamente alla vita ec.

(8. Marzo. 1824.). V. p.4074.

 

[4044]Forse diminutivo positivato: sp®laion (spelaeum). V. i Less.

(9. Marzo. 1824.)

 

Alla p.4025. Vedilo pure tom.2. lib.7. p.18. l.8. p.219. analoghi a' quali v'ha diversi altri luoghi nello stesso autore.

(9. Marzo. 1824.). V. qui sotto.

 

Menare, portare, tirare ec. pel naso - t°w =inòw §lkein nello stesso senso. Lucian. Dial. Deor., Iov. et Iunon. t.1. opp. 1687. p.196. V. i Less. e la Crus. e il Forcell. e i francesi e gli spagnuoli (9. Marzo. 1824.). Nóta che Luciano lo usa come proverbio o modo di dire vulgato, colla voce fasÜ.

 

Laiòw - lae-v-us.

(9. Marzo 1824.).skaiñw - scae-v-us.

 

Al detto altrove dei verbali in bilis in ilis ec. ec. si aggiungano quelli formati da essi in ilitas, bilitas, e altri generi, siano del buono o del barbaro latino o delle lingue moderne, sia che i verbali da cui essi sono formati sieno individualmente noti o ignoti ec. ec., sia pure che tali nomi sostantivi verbali, derivino immediatamente dai verbi, e in tal caso bisogna vedere da che voce dei verbi e in che modo, secondo i rispettivi generi d'essi verbali.

(10. Marzo. 1824.)

 

Al capoverso 2. di questa pagina. Anche nella lega di Cambrai contro i Veneziani fu presa per pretesto, o maggior coonestazione, secondo l'uso di quelli e de' passati tempi, il voler far guerra contro i Turchi. V. il Guicc. t.2. p.180. e quivi le note, e p.186. sulla fine. Ed è notabile in questo caso tanto più questo pretesto, quanto per distruggere i Veneziani allegavano la necessità di farlo a volere opprimere i Turchi, de' quali i Veneziani erano i maggiori nemici, e quelli che avevano avuti seco maggiori guerre (come pur n'ebbero appresso), e fatti loro e riportatine maggiori danni. (10. Marzo. 1824.). V. p.4073.

 

Non ne fece altro per non ne fece nulla; non se ne fece altro; non se ne farà, se ne fa altro; modi consueti del nostro favellare. Non volle farne altro cioè nulla: nelle note al Guicciard. t.2. p.183.191.363.

(10. Marzo. 1824.)

 

In tutta l'Europa (massime in Italia, dove tutti gli assurdi e gl'inconvenienti sociali sono maggiori che altrove) non reca infamia l'essere [4045]o essere stato vizioso, nè l'aver commesso delitti (massime trattandosi di alcuni tali vizi e delitti, certi dei quali, anche atroci, fanno piuttosto onore, stima, e rispetto, che altro); ma bensì l'essere o l'essere stato punito di qualsivoglia vizio o misfatto, anzi pure della virtù o di azioni virtuose e degne di lode e di premio.[95] Negli Stati Uniti d'America l'opinione pubblica non attacca veruna infamia alla punizione, e il colpevole che è stato punito e rientra nella società, v'è tanto più esente da obbrobrio che l'impunito che in essa si aggira, quanto che 1. si considera ch'egli ha espiato colla pena subita il suo fallo, e riparato e data soddisfazione del torto fatto alla società, e pagato il debito contratto seco lei: 2. si giudica, come in fatti ordinariamente succede, che la pena, la quale colà si considera e si chiama penitenza (le prigioni si chiamano case di penitenza), e le cure che nel tempo di essa espressamente si usano per curare con rimedi sì fisici che morali il morale del colpevole, abbiano corretto e riformato il suo carattere, i suoi costumi, le sue inclinazioni, i suoi principii, e ridottolo alla buona strada, con che e di diritto e di fatto e di opinione egli torna intieramente a paro e a livello degli altri cittadini o forestieri. Vedi il racconto sulle prigioni di Nuova York nell'Antologia di Firenze num. 37. Gen. 1824. e in particolare la pag.54.

(11. Marzo. 1824.)

 

ƒEJ¡lv ¤grhgor¡v-J¡lv grhgor¡v possono essere esempi o di accrescimenti o di troncamenti fatti da' greci ai loro temi senz'alterazione di significato. Così p. ¤J¡lv, o quella sia la radice, o un troncamento, del che altrove.

(12. Marzo 1824.)

 

[4046] Acertado per que acierta o que suele acertar, tanto di persona, quanto di cosa. D. Quij. par.2. cap.25. verso il fine, cap.26. un poco sotto il principio. ec.

(12. Marzo. 1824.)

 

ƒEJ¡lv per dænamai ec. del che altrove. V. Luciano opp. 1687. tom.1. p.222. linea 10. in Dearum iudicio, e Plat. Phaedon. opp. ed. Astii, t.1. p.478. B.

(12. Marzo. 1824.)

 

Il nostro pronome si, massime nel dir toscano, spessissimo ridonda per grazia e proprietà di lingua e per idiotismo, contro le leggi grammaticali delle favelle. Così fra' latini il pronome sibi (a cui risponde il nostro si, che ne' detti casi non so se tutti, è dativo, come in se n'andò e simili), massime appo gli antichi, e questi, comici, onde siffatto uso dovette esser proprio del dir volgare o familiare. V. il Forcell. in Sui.

(13. Marzo. 1824.). V. qui sotto.

 

Essere in se (être en soi ec. V. i Diz. franc. e spagn.). ¤n ¥auÒ eänai - V. Luciano nel Dial. di Nettuno e Polifemo, opp.1687. t.1. p.241. fine. Così esso ed altri sovente. Il Forcellini non ha nulla in proposito, nè in Sui, nè in Sum.

(13. Marzo. 1824.)

 

Carra plur. di carro.

(14. Marzo. 2.a Domenica di Quaresima. 1824.)

 

Necessitado per que necessita, cioè ha menester, e si unisce anche col genitivo, come il suo verbo. D. Quij. in più luoghi. Quanto ad errado, di cui altrove, notisi che in ispagnuolo si dice anche errarse. D. Quij. par.2. cap.27. se havia errado (avea sbagliato).

(14. Marzo. 1824.)

 

Al capoverso 3. di questa pag. Dubito che anche in franc. e in ispagn. anche più vi sieno usi simili. V. per esempio il fine del pensiero preced.

(14. Marzo. 1824.)

 

I nostri nomi diminutivi o disprezzativi ec. in acchio ecchio ec. e i verbi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in acchiare ecchiare ec. sono di una forma espressamente originata dal latino, cioè dalla forma diminutiva o frequentativa [4047]ec. in culus e culare. Lo stesso dico de' nomi e verbi francesi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in ail aille ailler iller eiller (sommeiller) ec. de' quali altrove. E credo che anche lo spagn. in illo o illar ec. venga da essa forma latina (come periglio péril ec. da periculum, del che in più luoghi) più tosto che da quella in illus illare ec.

(15. Marzo. 1824.)

 

Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza infame che fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria de' barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto tempo (lasciando i romani), e sì propria che sempre che i greci scrivono d'amore in verso o in prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di questo siffatto, voluto fino ridurre in sentimentale da Platone massimamente, nel Convivio e più nel Fedro, e altrove, e da Senofonte poi nel Convivio. E Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata. Quanto noccia questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è manifesto ec. ec. Aggiungansi similmente gli spettacoli de' gladiatori, e l'altre barbarie romane ec. ec.

(15. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. Luciano nel Dialogo di Doride e di Teti dice prima ¤w kibvtòn e poi indifferentemente parlando della medesima arca kibÅtion, e poi di nuovo t¯n kibvtòn ed ² kibvtñw, e così anche nel Dial. di un Tritone e delle Nereidi ¤n kibvtÒ parlando della stessa arca. V. i Lessici ec. Ciò mostra che il significato di questo diminutivo e di questo positivo era conforme, o che anche in greco si usava elegantemente il diminutivo pel positivo o a piacere, o come catacresi o enallage ec., o comunque. Luciano non usa qui il diminutivo se non per variare o per grazia ed eleganza semplicemente senz'altra cagione, e senz'alcuna diversità di significato dal positivo che insieme adopera. (15. Marzo. 1824.)

 

[4048]Duplicazioni greche. gv-³gagen, ghxa, Žg®oxa, ŽgageÝn ec. Si chiamano modi attici, ma sono anche (con certe mutazioni, salvo però il raddoppiamento) anche degli Joni, dei Dori ec. V. lo Schrevel. e lo Scap. nell'indice delle voci de' verbi anomali a' piè del Lessico, ec.

(15. Marzo 1824.)

 

Prolato as in senso di differire ec. da profero che ha pur questo senso. V. Forcell. in Prolato, Prolatatio, Prolatatus.

(16. Marzo 1824.)

 

Luciano nel Dialogo di Menippo Amfiloco e Trofonio. M. (lego ut contextus expetit) õ ´rvw ¤stÛn; ŽgnoÇ g‹r. T. ¤j ŽnJrÅpou ti kaÜ Jeoè sænJeton. M. ù m®te nJrvpñw ¤stin, Éw f¹w, m®te Jeñw, kaÜ sunamfñterñn ¤sti. Rechisi al detto altrove sopra l'opinione degli antichi circa i semidei, segno dell'alto concetto che avevano della natura umana.

(16. Marzo 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. =‹kow-=‹kion, se questo non è disprezzativo più di quello.

(20. Marzo 1824.)

 

Alterazioni de' temi greci, senza mutazione di significato. str¡fv-strof‹v, strvf‹v (coi composti), i quali verbi originariamente (come anche poi in parte) dovettero significare ed essere onninamente gli stessi che str¡fv. V. i Lessici. E così si potrà di molti altri tali verbi alterati, che ora di senso differiscono alquanto dal primo tema, o hanno una significazione più determinata, o due ec. mentre quello ne ha di più, o viceversa, ec. ec. ma che in origine forse valsero nè più nè meno altrettanto che esso.

(20. Marzo. 1824.)

 

Una nuova prova dell'antica tradizione, di cui altrove, che la popolazione del mondo, o certo quella d'Europa, venisse dall'Asia, si deduce dalla favola (o storia) che l'Europa pigliasse il nome da una donna d'Asia così chiamata. V. il sogno d'Europa nel 2do idillio di Mosco ec.

(20. Marzo. 1824.). V. ancora i mitologi e critici ec.

 

[4049]StleggÜw forse da principio fu un diminut. di positivo ora ignoto.

(20. Marzo. 1824.)

 

Troia per scrofa, del che altrove. In franc. truye o truie. Mi ricordo ancora aver trovato nella seconda parte del D. Quij. la voce troya, che mi parve dovere aver questo o simile significato, benchè usata, in tal supposizione, metaforicamente.

(20. Marzo. 1824.)

 

Fante per uomo adulto con tutti i suoi derivati e diminutivi ec. (tra' quali è fancello per fanciullo che n'è forse una corruzione, onde fanciullo sarebbe propriamente piccolo uomo, seppur non è corruzione d'infanticello, che non credo; e così dicasi degli altri diminutivi di fante) opposto d'infante, è proprio non solo de' nostri antichi, (v. la Crus.) ma eziandio del volgare e familiar moderno, in cui resta ancora per proverbio lesto fante (il che si trova anche nell'Alberti.). Or questa voce e questo suo significato è certamente affatto latino, poichè fante non è che il partic. fans di for faris, verbo che non si trova nelle lingue moderne, e non dovette neppure esser proprio de' bassi tempi. Oltre ch'egli è l'opposto d'infans cioè non parlante (n®piow), e significa parlante, e perciò solo ha forza e ragione di significare uomo. E nondimeno essa voce non si trova in tal senso negli scrittori latini, se non solamente in senso molto analogo, in un luogo di Plauto, il quale può anche servire a dimostrar l'antichità di questa voce in siffatto senso e come opposta d'infante. Anche in tutti gli altri suoi sensi essa non è che metafora, o ec. di quel di uomo; p.e. fante per soldato pedone val propriamente uomo (così si dice mille uomini, mille bommes ec. per mille soldati; uomini d'arme, cioè soldati grevi a cavallo ec. ec. gente o genti per esercito; gente a piè, d'arme ec. gendarmes ec. ec.). I francesi fantassin, dall'italiano fantaccino ch'è un diminutivo o disprezzativo positivato. Infanterie non sembra che una corruzione di fanteria. V. gli spagn. Così dico del significato di servo o serva, divenuto pur proprio di fante, nel qual senso ne deriva fantesca ec. V. ancor qui gli spagnuoli ec. V. pure il Gloss. e l'articolo di Foscolo sopra l'Odissea [4050]di Pindemonte negli Annali di Scienze e Lettere di Milano 1810.

(21. Marzo. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Taurus-taureau. Fante-fantaccino (forse anche disprezzativo in origine) onde fantassin, cioè fante. V. il pensiero precedente.

(21. Marzo. 1824.)

 

Dell'antiche opinioni circa i semidei e gli eroi, delle quali altrove, vedi ancora il Dialogo di Diogene ed Ercole ne' Dial. de' morti di Luciano.

(21. Marzo. 1824.)

 

Oék ¦sti maJeÝn toèto =–dion, sunJ¡touw dæƒ öntaw „Hrakl¡aw, ¤ktòw Ësper ßppokentaurñw tiw ·te.  ucian. in Dial. mort. Dial. Diog. et Herculis. Di questo italianismo del greco dico altrove.

(21. Marzo. 1824.). V. p.4054. Vedilo ancora in Reviviscent. opp. 1687. t.1. p.393.

 

Yan¡v o J‹nv-Jn®skv. Qui l'alterazione non solo è nella desinenza, ma eziandio nella omissione dell'a, onde Jn®skv per Jan®skv dal fut. Jan®sv donde si fanno questi verbi in skv, secondo il Weller.

(21. Marzo. 1824.)

 

Delle cause della universalità della lingua francese, vedi Voltaire delle Lingue, nelle sue opere scelte Londra (Venezia) a spese del Milocco, tomi 3. in italiano, 1760. tom.3° p.136-9.

(21. Marzo. 1824.)

 

Come anticamente i francesi pronunziassero conforme scrivevano e in parte scrivono, vedi il cit. luogo del Voltaire p.139-140.

(21. Marzo. 1824.)

 

Povertà di parole nella lingua francese appetto all'italiana. V. il cit. tomo di Voltaire p.207. nella nota, numero 3.

(21 Marzo. 1824.)

 

Della superiorità della lingua latina sulla greca per certe parti e qualità, del che ho detto in proposito dei continuativi di cui i greci mancano, cioè non ne hanno un genere determinato, si può dire lo stesso [4051]rispetto agl'incoativi, di cui i greci non hanno un genere e forma così determinata e assegnata come i latini, sebbene si servono molto spesso, a significar l'incoazione, di verbi in Ûzv fatti da quelli che significano l'azione o passione positiva, o aggiungono a' temi in ‹v, ¡v ec. il z facendone ‹zv, ¡zv ec. Ma queste forme non sono così precisamente determinate alla significazione incoativa, perchè infiniti verbi così formati ne hanno tutt'altra, infiniti significano lo stesso che il primo tema (del che altrove, sebben forse in origine potranno avere avuto diverso senso), infiniti non hanno altro tema, almen noto, e non significano cosa incoativa ec. sia che questi e i sopraddetti abbiano perduta col tempo siffatta significazione, e confusala ec. sia che mai non l'abbiano avuta, il che, di moltissimi almeno, è certo, perchè molte volte la desinenza in Ûzv o zv è frequentativa. Anche de' frequentativi determinati ec. mancano i greci, mentre gli hanno non solo i latini ma gl'italiani (e moltissimi generi, come pure in latino ve n'è più d'uno), i francesi ec. Mancano ancora de' verbi disprezzativi, vezzeggiativi ec. ec. che i latini e gl'italiani ec. hanno, e più d'un genere.

(21. Marzo. 1824.)

 

Molti di quelli che io chiamo diminutivi positivati, si potranno chiamare in vece disprezzativi o vezzeggiativi o frequentativi ec. positivati, sì verbi che nomi, sì sostantivi che aggettivi ec. Ma chiamarli generalmente diminutivi non è da potersi riprendere, perchè tali sono propriamente tutti, e la diminuzione è il mezzo con cui essi significano disprezzo, vezzeggiamento ec. secondo che ella è applicata ed intesa.

(21. Marzo 1824.)

 

Imperfezione dell'ortografia italiana ne' passati secoli. È noto che [4052]i manoscritti originali anche de' più dotti uomini de' migliori secoli, e in particolare e nominatamente quelli dell'Ariosto e del Tasso, che son pur tanto ripieni di correzioni, presentano una stortissima e scorrettissima ortografia, con errori tali che oggi non commetterebbe il più imperito scrivano o fanciullo principiante, e una stessa voce v'è scritta ora con una ora con altra ora con altra ortografia. (21. Marzo. Domenica terza di Quaresima. 1824.)

 

La ricchezza e varietà e potenza e fecondità della lingua italiana non solo s'ha a considerare nella copia de' suoi vocaboli e modi e nella gran facoltà di formarne, ma eziandio nella gran moltitudine e varietà di tipi per così dire o coni che ella ha per poter formare voci e modi di uno stesso genere di significazione. (formati già moltissimi, e da potersene formar con giudizio, sempre che si voglia e bisogni). Servano di esempio le tante desinenze frequentative o diminutive o disprezzative ec. de' verbi, da me annoverate altrove. Le tante diminutive de' nomi ec. ec. Nella quale abbondanza di coni la lingua nostra vince d'assai, non che le lingue sorelle, ma la latina e la greca, e forse qualunque lingua del mondo antica o moderna. Nè questa abbondanza produce confusione nè indeterminazione, perchè detti coni sebbene sommamente moltiplici in ciascun genere, sono però di qualità e di valore ben determinato ed applicato e appropriato al suo genere di significazione.

(21. Marzo. 1824.)

 

Kæmbon, kæmbh - kumbÛon, kumbaÝon, kumbeÝon, diminutivi positivati in certe significazioni. V. lo Scapula.

(22. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Limon, limoneux-limus.

(23. Marzo. 1824.). V. la p. seg. capoverso 1.

 

Lixi-v-ia, lixi-v-ium - lexia o legia spagn.

(23. Marzo. 1824.)

 

Tomber, tumbar spagn. co' derivati e composti ec. - tombolare coi medesimi.

(23. Marzo. 1824.)

 

[4053] Tomba da tæmbow, del che altrove. Spagn. tumba, franc. tombeau, ch'è originariamente lo stesso, cioè ne è un diminutivo positivato come tanti altri. (23. Marzo. 1824.). I francesi hanno anche tombe ant. e poet. ed ora con un significato alquanto diverso. V. i Diz. V. p.4076.

 

Venire per essere a modo di verbo ausiliare, congiunto co' participii passivi degli altri verbi, s'usa non solo in italiano, anche antico, del che mi pare aver detto altrove, ma anche in ispagn., forse a imitazione dell'italiano. Vedi D. Quij. par.2. (la qual parte è straordinariamente sparsa di manifestissimi italianismi, più assai che la prima ec.) cap.32. ed. Madrid 1765. tomo 3. p.370.

(23. Marzo. 1824.)

 

La galanteria degli antichi italiani può esser dimostrata dall'etimologia del nome generico di donna, etimologia che in nessun'altra lingua cred'io, nè moderna nè antica si troverà nel corrispondente nome.

(24. Marzo. Vigilia della SS. Annunziata. 1824.). V. p.4067.

 

Al detto altrove di sencillo diminutivo positivato, aggiungi sencillamente, e considerinsi siffatti avverbi anche negli altri nomi ec.

(24. Marzo. 1824.)

 

Origliare, origliere da auricula. Nuova prova del cangiarsi spesso il cul de' latini in gli italiano benchè per auricula noi diciamo orecchia, non oreglia, come i francesi. (25. Marzo. dì della SS. Annunziata 1824.). Diciamo anche, ed oggi meglio, orecchiare.

 

Speculum-speglio antico e poetico.

(26. Marzo. 1824.)

 

Discursos entretenidos per entretenientes, cioè di trattenimento, di passatempo. D. Quij.

(26. Marzo. ultimo Venerdì. 1824.)

 

Continuo per continuamente. D. Quij. Nome aggettivo in luogo d'avverbio, del che altrove.

(26. Marzo. 1824.)

 

Participii in us di verbi neutri. Licitus, licitum est o fuit dall'impersonale licet, come gavisus e gavisus sum dal personale gaudeo. Vedi il Forc. in Licitus, licet ebat, liceor, liceo, licito avverbio fatto da questo participio, ec.

(27. Marzo. 1824.)

 

[4054]Alla p.4050. Noi diciamo eccetto se non, se pure non, se però non, fuorchè se o se non, quando non, salvo se non ec. E queste frasi e la greca rispondono alla latina nisi o nisi si. Il non sì nel greco che nell'italiano vi sta fuor di ragione e per comun proprietà d'ambe le lingue.

(28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

 

Ri-v-us, ri-u-o - ri-g-agnolo ec. - rio ital. e spagn.

(28. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi positivati Rivus - ruisseau e ruscello che sono in parte e sovente positivati. Ascia lat. ascia e asce ital. hâche franc. ec. - accetta quasi ascetta, spesso positivato ec. perchè s'usa promiscuamente ascia e accetta, l'uno in cambio dell'altro, benchè forse abbiano differenza di significato proprio, che non ebbero però in origine, eccetto quanto alla diminuzione.

(28. Marzo. 1824.)

 

Dormido per dormiente (fors'anche durmido). Voz algo dormida. D. Quij. E in altre maniere. Se però dormir non è anche neut. pass.

(28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. teixÛon. Luciano in Reviviscent. t.1. opp. 1687. p.418. Notisi in proposito di questo e altri diminutivi positivati di Luciano, da me altrove segnati, che Luciano usa il linguaggio in gran parte familiare. Nel detto luogo si parla del muro dell'acropoli o cittadella di Atene. In due di Omero (Odiss. p V. 165.343) teixÛon si unisce con m¡ga. Parrebbe ridicolo l'interpretarlo parvus murus, come fa lo Scapula, e sembrerebbe che non si potesse trovar luogo dove fosse più evidente la positivazione di voci diminutive greche. Nondimeno (oltre che v'ha varietà di lezione, o dubbio degli eruditi sulla voce teixÛon, almeno nel primo di questi luoghi, come rilevo dall'Indice delle voci omeriche), si potrà forse dire che teixÛon è detto da Omero a differenza dei muri di città, e simili, detti [4055] teixh, poichè egli quivi parla dei muri di un cortile, e che m¡ga si riferisca alla grandezza di que' muri in quanto muri di cortile. Non per tanto il luogo di Luciano e altri di Tucidide appo lo Scap. mostrano che teixÛon si diceva anche de' muri di città fortezza ec. (moenia), e possono servire a illustrare quelli d'Omero, confermar la lezione, (massime il luogo di Luciano che è evidente), e provando che quivi teixÛon sta semplicemente per teÝxow, benchè unito con m¡ga, aggiungere una insigne prova alla mia opinione circa la positivazione di molti diminutivi greci, in particolare nel dir poetico, o piuttosto antico o ionico ec.

(28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

 

T°w =inòw §lkein menar pel naso proverbio greco conforme all'italiano, del che altrove, con un luogo di Luciano, ove vi si aggiunge il fasÜ. Aggiungi lo stesso Luciano in Reviviscentibus opp. 1687. t.1. p.396. V. il Forcell. i Lessici e gli scrittori di adagi e proverbi ec.

(29. Marzo. 1824.). Lucian. ib. 556. 560.

 

Plurali in a. Martella. Crusca in Asce.

(29. Marzo. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Lens-lenticula (lente, lenticchia ec.).

(31. Marzo. 1824.)

 

Dita plur. di dito. Nota che il corrispondente nome latino non è neutro ma mascolino.

(1. Aprile. 1824.). Nocca, Uova.

 

Come in italiano l'uomo per on franc., per si ec., del che altrove, così anche in ispagn. el hombre nel modo stesso. D. Quij. par.2. cap.40. ed. Madrid. 1765. tomo 3. p.446.

(1. Apr. 1824.)

 

La lingua spagnuola è già conformissima all'italiana per indole (oltre all'estrinseco) quanto possa esser lingua a lingua. Ma più conforme sarebbe, se ella fosse stata egualmente coltivata, formata e perfezionata, cioè avesse avuto ugual numero e varietà e capacità di [4056]scrittori che ebbe l'italiana. Dalla piega che ella prese effettivamente si raccoglie che quando avesse progredito, la forma e l'indole che avrebbe avuta in uno stato di perfezione non sarebbe stata punto diversa dall'italiana, alla quale per conseguenza la lingua spagnuola sarebbe stata tanta più conforme che ora per la maggior conformità di grado e di perfezione, perchè ora la maggiore, anzi forse unica differenza che passi tra il genio o piuttosto la forma intrinseca di queste due lingue, si è che l'una è molto meno formata e perfezionata dell'altra, e anche men ricca, il che con la copia degli scrittori e delle materie non sarebbe stato.

(1. Aprile. 1824.)

 

Moveo - moto, motito.

(1. Aprile. 1824.)

 

Cessatus partic. di cesso verbo neutro. V. Forc. in Cessatus e in particolare il secondo es. paragonandolo col secondo §. di Cesso.

(3. Aprile 1824.)

 

Al detto di acquistare in proposito di quisto, quaesitus ec. aggiungi lo spagn. aquistar. D. Quij. V. i Dizionari.

(4. Aprile. Domenica di Passione. Nevica. 1824.)

 

Grandissima, e forse la maggior prova e segno del progresso che ha fatto negli ultimi tempi lo spirito e il sapere umano in generale e le scienze fisiche in particolare, è che per ispazio di quasi un secolo e mezzo, quanto ha dalla pubblicazione de' Principii matematici di filosofia naturale a' dì nostri (1687), non è sorto sistema alcuno di fisica che sia prevaluto a quello di Newton, o quasi niun altro sistema di fisica assolutamente, almeno che abbia pur bilanciato nella opinione per un momento quello di Newton, benchè questo sia tutt'altro che certo [4057]e perfetto, anzi riconosciuto ben difettoso in molte parti, oltre alla insufficienza generale de' suoi principii per ispiegare veramente a fondo i fenomeni naturali. Nondimeno i fisici e filosofi moderni, anche spento il primo calor della fama e della scuola e partito di Newton, si sono contentati e contentansi di questo sistema, servendosene in quanto ipotesi opportuna e comoda nelle parti e occasioni de' loro studi che hanno bisogno, o alle quali è utile una ipotesi. Ciò nasce e dimostra che gli spiriti e nella fisica e nell'altre scienze e in ogni ricerca del vero e in ogni andamento dell'intelletto si sono volti all'esame fondato dei particolari (senza cui è impossibile generalizzare con verità e profitto) e alla pratica ed esperienza e alle cose certe, rinunziando all'immaginazione, all'incerto, allo splendido, ai generali arbitrarii, tanto del gusto de' secoli antecedenti e padri di tanti sistemi a quei tempi, che rapidamente brillavano e si spegnevano, e succedevansi e distruggeansi l'un l'altro.

(4. Aprile 1824. Domenica di Passione. Nevica.)

 

Altro per alcuno o ridondante, del che altrove. Aggiungasi quell'uso dell'avv. altrimenti o altramente ec., uso frequentissimo appresso i nostri, massime de' buoni secoli, e non raro neanche oggidì, nel qual uso quell'avverbio sembra un assoluto pleonasmo, quando cioè egli è congiunto alla negazione, p.e. così: non v'andò altrimenti, cioè non v'andò. (In altro modo egli può esser congiunto alla negazione con significati diversi, come quando si dice non altrimenti per parimente, non altrimenti che per come.) Par ch'esso avv. in tali casi equivalga al punto, al guari e simili italiani e francesii ec. aggiunti sì spesso alla negazione senz'alcuna maggior forza. In fatti spesso, o il più [4058]delle volte esso avverbio in questo caso non importa nulla, ma originariamente e veramente, e forse talvolta effettivamente massime presso gli antichi, vale in alcun modo. Gli altri l'usarono e l'usano senza certo aver mai neppure immaginato o sospettato quel che ei significhi in tali casi. Nei quali egli ha alcun chè a fare con quell'uso dell'avverbio llvw, di cui altrove.

(5. Aprile. 1824.)

 

È un grand'errore di quelli che hanno a congetturare o indovinare le risoluzioni o gli andamenti d'altri, sia nelle cose private sia nelle pubbliche, e queste o politiche o militari, e sia con dati o senza dati, il considerare con ogni sorta di acutezza e di prudenza quello che sia più utile a quei tali di risolvere o di fare, più conveniente, più secondo lo stato loro e delle cose, più giusto, più savio, e trovatolo, risolversi che essi faranno o determineranno, ovvero fanno e determinano appunto questa o queste cose o l'una di queste in ogni modo. Diamo uno sguardo all'intorno alla vita, alle azioni e risoluzioni degli uomini, e vedremo che per dieci ben fatte, convenienti ed utili a quei che le fanno, ve n'ha mille malissimo fatte, sconvenientissime, inutilissime, dannosissime a essi medesimi, più o meno, contrarie alla prudenza, a quello che avrebbe risoluto o fatto un uomo savio e perfetto, trovandosi nel caso loro. Vedremo che gli uomini il più delle volte non deliberano maturamente quando v'ha bisogno di maturità, non conoscono l'importanza delle cose che hanno a risolvere o a fare, non sospettano nemmeno che sia loro utile o necessario di consultare intorno ad esse, e non entrano affatto in alcuna consulta. Parlo egualmente de' grandi e de' piccoli, [4059]delle cose pubbliche e delle private, piccole relativamente e grandi. È certissimo che gli affari degli uomini qualunque, che vanno male, non vanno così (se non di rado) senza loro colpa o insufficienza; or come dunque dovrà essere regola per indovinare le opere o risoluzioni loro, il cercare quello che lor sia più utile e conveniente? Il numero o degli sciocchi assolutamente, o degl'inetti ai carichi e alle cose che hanno a maneggiare, benchè valorosi nel resto, o di quelli che anche al loro carico sono adattati, ma non perfetti, o insomma delle risoluzioni e delle azioni mal prese e mal fatte, inutili o dannose a chi le ha fatte o prese, sconvenienti al caso, o finalmente tali che nelle date circostanze non erano le migliori; il numero dico di tali azioni, risoluzioni ed uomini soverchia ed ha sempre soverchiato di grandissima lunga quello delle azioni, risoluzioni ed uomini loro contrarii, come apparisce da tutte le antiche e moderne storie sì civili sì militari sì private, e dall'osservazione della vita e avvenimenti giornalieri privati o pubblici. Onde quella regola in vece di condurre alla probabilità dell'indovinare, conduce chi la segue ad avere cento probabilità per una, contro quella o quelle cose che egli sceglie e quel giudizio o congettura che ei forma. Di più, assolutamente parlando, è falsissimo e malissimo considerato il persuadersi che gli uomini nel caso proprio veggano quel medesimo che in esso caso veggono gli altri posti fuori di esso, e pensino e sentano e sieno disposti allo stesso modo. Onde ancorchè pognamo in due persone perfetta parità di prudenza, di esperienza, insomma di attitudine a risolvere e fare in un dato caso quello che si conviene, è certissimo che se di queste due persone l'una [4060]si troverà nel caso e l'altra fuori considerandolo senza comunicare con quella, il più delle volte la risoluzione o il modo dell'azione dell'una sarà diversissima più o meno da quello che all'altra parrà si fosse convenuto. Aggiungasi la diversità dei principii, delle abitudini e di mille altre cose anche minime che diversificando gli spiriti (giacchè non si dà spirito perfettamente uguale ad un altro, più che si dieno due fisonomie al tutto conformi), diversificano altresì con mille modi le risoluzioni ed azioni di uno da quelle di un altro, anche supponendo in ambedue ugual capacità, e parità di caso, anzi diversificano le risoluzioni e azioni di una persona stessa in casi uguali o simiglianti. Senza poi parlare delle passioni e delle occasioni e circostanze del momento, spesso minime, che così minime modificano sovente e sovente cagionano al tutto e determinano le risoluzioni ed azioni di uno, mentre che l'altro che vuole indovinarle non è affetto da tali circostanze, sia fisiche, sia morali, sia qualunque. La vera regola per isbagliare il meno possibile, e la vera politica in tali casi, è conoscere quanto si può il carattere, le abitudini, le qualità della data persona, applicarle al caso di cui si tratta, e rinunziando a ogni prudenza propria, mettendosi ne' piedi di quella, piuttosto come poeta, che come ragionatore, congetturar quello ch'egli è per fare o risolvere, anzi risolvere, per così dire, in vece sua, come il drammatico congettura quello che un dato uomo di un dato carattere in un dato caso sarebbe per dire, e congetturatolo parla in persona di esso.

(5. Aprile. 1824.). V. il Guicc. ed. Friburgo. t.4. p.106.

 

L'uomo (per l'amor della vita) ama naturalmente e desidera e abbisogna di sentire, o gradevolmente, o comunque purchè sia vivamente (la qual vivezza qualunque, non può essere senza positivo diletto, nè sensazione indifferente [4061]veramente). Sì il sentire dispiacevolmente come il non sentire sono cose assolutamente penose per lui. E talora è men penosa, anzi più grata una sensazione con alquanto di dispiacevole, che la privazion di sensazioni. Se l'uomo potesse sentire infinitamente, di qualunque genere si fosse tal sensazione, purchè non dispiacevole, esso in quel momento sarebbe felice, perchè la sensazione è così viva, il vivo (non dispiacevole in se) è piacevole all'uomo per se stesso e qualunque ei sia. Dunque l'uomo proverebbe in quel momento un piacere infinito, e quella sensazione, benchè d'altronde indifferente, sarebbe un piacere infinito, quindi perfetto, quindi l'uomo ne saria pago, quindi felice.

Segue dal sopraddetto che universalmente non si dà sensazione indifferente. Questo pensiero si sviluppi. (5. Aprile 1824.). Una sensazione (interna o esterna) è necessariamente per se e in quanto sensazione, o piacevole o dispiacevole, e in quanto sensazione senz'altro, è necessariamente e insitamente ed essenzialmente piacere.

(5. Aprile 1824.)

 

Diminutivi positivati. Ghiotto-glouton co' derivati, e anche noi ghiottoneria ec. forse dal francese se viceversa glouton non è da ghiottone che noi pur diciamo per ghiotto e potrebbe anche ghiottone venir dal francese. V. gli spagnuoli ec.[96] Nota che questo diminut. positivato (se è tale) è aggettivo.

(6. Aprile. 1824.)

 

In tanto, gr. ¤n tosoætÄ, del che altrove. Aggiungi intantochè, fra tanto, tra tanto (Guicc.) infra tanto, in quel tanto ec. E lo spagn. en tanto que (Don Quij.), entre tanto ec. v. i Diz. spagn. V. pur la Crus. e i Diz. franc.

(7. Aprile. 1824.). V. p. seg. En este entretanto. D. Quij. Madrid 1765. t.4. p.244.

 

Moggia plur. Lat. modius masc.

(7. Aprile. 1824.)

 

Al detto di moisson, diminutivo positivato di messis, aggiungi i derivati ec. come moissonner, e così ad altri simili diminutivi positivati.

(7. Aprile. 1824.)

 

[4062]Chiunque gode molta fama e la merita, è stimato più dagli altri che da se stesso. E così tutti quei che già furono, e lasciarono degnamente agli uomini la lor gloria, sono più stimati che essi non si stimarono.

(7. Apr. 1824.)

 

Alla p. preced. Finattanto, finattantochè, fin tanto, infinoattantochè ec. - ¤w tosoèton xriw ’n. Lucian. opp. 1687. t.1. p.505. V. Forcell. Crus. franc. spagn. Gloss. ec.

(7. Apr. 1824.)

 

…Ejv per praeter, del che altrove. Lucian. opp. 1687. t.1. p.566. lla ¦jv tÇn lñgvn.

(7. Aprile. 1824.)

 

Il costume latino di servirsi de' participii in us de' verbi neutri e anche attivi in significato neutro o attivo, aggettivato, e ridotto anche a dinotar consuetudine e qualità abituale nel soggetto, come tacitus per qui tacet, cautus, qui solet cavere ec. ec., è se non altro una prova che il corrispondente costume tanto proprio della lingua spagnuola e frequente ancora nell'italiana, e non improprio forse della francese, ha esempio nella latina scritta, e quindi probabilmente viene affatto dal latino parlato e volgare, e di lui fu proprio e familiare.

(8. Aprile 1824.)

 

La vita degli orientali e di coloro che vivono ne' paesi assai caldi è più breve di quella dei popoli che abitano ne' paesi freddi o temperati. Ma ciò non impedisce che la somma della vita di quelli non sia, non che uguale, ma superiore alla somma della vita di questi. Anzi non per altro è più breve la vita degli orientali se non perchè ella è molto più intensa, tanto che in pari spazio di tempo è maggiore la somma della vita che provano gli orientali che non è quella che provano [4063]gli altri popoli. Ora generalmente parlando, si scuopre nella natura quest'ordine che la durata della vita (sì negli animali sì nelle piante) sia in ragione inversa della sua intensità ed attività. La testuggine, l'elefante e altri animali tardissimi hanno lunghissima vita. I più veloci ed attivi, ancorchè più forti degli altri (come è per es. il cavallo rispetto all'uomo) hanno vita più corta. Ed è ben naturale, perchè quell'attività e intensità di vita importa maggiore rapidità di sviluppo della medesima, e quindi di decadenza. Infatti lo sviluppo sì degli uomini, sì degli animali, sì delle piante ne' paesi assai caldi è molto più rapido che negli altri. Or dunque considerando queste condizioni fisiche della vita per rapporto al morale, si può ragionevolmente affermare che la sorte di quelli che vivono ne' paesi assai caldi è preferibile quanto alla felicità a quella degli altri popoli. Primieramente la somma della loro vitalità, quantunque minore nella durata, è però assolutamente maggiore di quella degli altri, presa l'una e l'altra nel totale. Secondariamente, posto ancora che ella fosse uguale, a me par molto preferibile il consumare p.e. in 40 anni una data quantità di vita che il consumarla in 80. Ella riempie i 40, e lascia negli ottanta mille intervalli, gran vuoto, gran freddezza, gran languore. La vita assolutamente non ha nulla di desiderabile sicchè la più lunga sia da preferirsi. Da preferirsi è la meno infelice, e la meno infelice è la più viva. Or la vita degli orientali, pognamola di 40 anni, è molto più viva che quella degli altri, pognamola di 80, quando bene la somma della vivacità dell'una vita e dell'altra sia la stessa. Or questo paragone di [4064]climi io lo applico ai tempi, e mettendo gli antichi in luogo de' popoli di clima caldo e i moderni in cambio de' popoli di clima freddo, dico che sebben la vita degli antichi era forse generalmente più breve che quella dei moderni, per le turbolenze sociali e i continui pericoli dello stato antico, nondimeno perchè molto più intensa, ella è da preferirsi, contenendo nella sua minore durata maggior somma di vitalità, o quando anche in minore spazio contenesse ugual somma che la moderna in ispazio maggiore. Del che, senza il surriferito esempio, ho discorso particolarmente in altro pensiero.

(8. Aprile 1824.). V. p.4092. e v. la pag.4069.

 

Ciascuno, e massimamente gli spiriti più delicati, sensibili e suscettibili, pervenuto a una certa età ha fatto esperienza in se stesso di più e più caratteri. Le circostanze fisiche, morali e intellettuali, cambiandosi continuamente nello spazio della vita di un uomo, e nelle sue diverse età, cambiandosi, dico, per rispetto a lui, cambiano continuamente il suo carattere, di modo che di tempo in tempo egli è uomo veramente nuovo di spirito, come dicono i fisici che di sette in sette anni (se non erro) egli è rinnovato di corpo. Gli uomini sensibili in particolare non solo cambiano carattere e più rapidamente degli altri, ma facilmente e ordinariamente acquistano caratteri contrari tra se, e massime a quel primo carattere che si sviluppò in essi, a quello più conforme alla loro natura, a quello che il primo potè in loro esser chiamato carattere. La coltura dell'intelletto fra l'altre cose cagiona in una persona stessa a proporzione de' suoi progressi, e coll'andar del tempo, una [4065]variazione singolarmente rapida e singolarmente grande. Chi non sa quanto i principii, le opinioni e le persuasioni influiscano e determinino i caratteri degli uomini? Ora ciascuno individuo quando nasce è precisamente, quanto all'intelletto nello stato medesimo in cui fu il primo uomo. Quegl'individui che coll'andar del tempo si sono posti a livello delle cognizioni del nostro tempo, sono necessariamente passati per tutti quegli stati per cui lo spirito umano è passato dal principio del mondo fino al dì d'oggi (almeno per quei gradi per cui egli è passato progredendo e avanzando), e ha sperimentato in se tutti gli avvenimenti dell'intelletto che il genere umano ha sperimentato in tanti secoli quanti sono corsi dalla sua origine insino a ora. La storia del suo intelletto è quella appunto di tutti questi secoli ristretta e compresa in venti o trent'anni di tempo. Laonde da tutti i cambiamenti che il suo intelletto ha provati, cambiamenti che più volte l'hanno portato a persuasioni e stati contrarissimi ai passati, e in ultimo a un sistema di persuasioni ed a uno stato contrarissimo al suo primitivo; da tutti questi cambiamenti, dico, deggiono di necessità essere risultate in lui tante diversità e successivi cambiamenti di carattere, quanti ne sono stati prodotti nelle nazioni e nel genere umano in generale dai diversi principii e opinioni e dal diverso progresso e stato di cognizioni in tutto il tempo che ci è bisognato per portarlo dal suo primitivo stato al presente. (8. Aprile. 1824.). Onde questo tale individuo rinchiude e compendia in se, non solo la storia dello spirito umano, ma quella eziandio de' caratteri successivi delle nazioni, in quanto essi ebbero origine e dipendenza dalle opinioni e conoscenze, che certo è grandissima e forse la massima parte.

(8. Aprile. 1824.)

 

[4066]La maniera familiare che come più volte ho detto, fu necessariamente scelta da' nostri classici antichi, o necessariamente v'incorsero senz'avvedersene ed anche fuggendola, può ora in parte o in tutto sfuggire massimamente alle persone di naso poco acuto, e a quelle non molto esercitate e profonde nella cognizione, nel sentimento e nel gusto dell'antica e buona lingua e stile italiano, che è quanto dire a quasi tutti i presenti italiani. Ciò viene, fra l'altre cose, perchè quello che allora fu familiare nella lingua, or non lo è più, anzi è antico ed elegante, ovvero è arcaismo. Non per tanto è men vero quel che io altrove ho detto. Anzi è tanto vero, che anche dopo che la lingua aveva acquistato la materia e i mezzi e la capacità della eleganza e del parlar distinto da quello del volgo e dall'usuale, si è pur seguitato sì nel 500 e 600 sì nel presente secolo da molti cultori e amatori dello scriver classico, a usare una maniera familiare, sovente non avvedendosene o non intendendo bene la proprietà e qualità della maniera che sceglievano e usavano, e sovente anche intendendo, credendo di usare una maniera elegante. E ciò si è fatto in due modi. O adoperando le stesse forme antiche, le quali oggi non sono più familiari, anzi eleganti, onde n'è risultata opinione di eleganza a tali stili ed opere modellate sull'antico, ma veramente esse hanno del familiare, perchè il totale dello stile antico da essi imitato necessariamente ne aveva anche indipendentemente dalle forme, bensì per cagion loro e per conformarsi e corrispondere ad esse forme che allora erano necessariamente familiari. Ovvero adoperando le forme familiari moderne a esempio e imitazione degli antichi, e della familiarità che nelle forme e nello stile loro si scorgeva, benchè non bene intendendola, e sovente confondendo sì la familiarità imitata sì quella [4067]che adoperavano ad imitarla, colla eleganza, dignità e nobiltà e col dir separato dall'usuale, perciò appunto che la familiarità in genere non era e non è più usuale, e l'uso della medesima è proprio degli antichi. Il terzo modo, che sarebbe quello di usar l'antico e il moderno e tutte le risorse della lingua, in vista e con intenzione di fare uno stile e una maniera nè familiare nè antica, ma elegante in generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir comune, e proprio di una lingua che è già atta allo stile perfetto, quale è appunto quello di Cicerone nella prosa e di Virgilio nella poesia (stile usato quando la lingua latina era appunto in quelle circostanze e quello stato di capacità in cui è ora la lingua nostra); questo terzo modo non è stato non che usato, ma concepito nè inteso da quasi niuno, comechè egli è forse il solo conveniente, il solo perfetto, e convenevole a una lingua e letteratura già perfetta.

(8. Aprile. 1824.)

 

Bien o mal mirado per que bien o mal mira. Anche noi diciamo in simil senso riguardato, mal riguardato, poco riguardato, ec. e così pur gli spagnuoli altri tali participii in simil senso, notati altrove. Così i latini circumspectus in senso att. o neut. da circumspicio, e cautus da caveo att. ec.

(9. Aprile. 1824.)

 

Jçw ¤n Žrx». Lucian. opp. 1687. t.1. p.515.

(9. Aprile, Venerdì di Passione. Festa di Maria SS. Addolorata. 1824.)

 

Alla p.4053. Vedi però i Diz. spagn. buoni, alla voce dueña che mi pare in un luogo del D. Quij. significhi donna, e il Gloss. lat. in domina o domna, e il Forcell. e l'antico francese se hanno nulla in proposito. Del resto non solo etimologicamente ma anche presentemente donna significa pur signora in italiano, e donno, signore, padrone.

(10. Aprile. 1824. Sabato di Passione.)

 

[4068] Divertido cuento ec. per que divierte.

(13. Apr. 1824.)

 

Al detto di quisto, chiesto ec. aggiungi requête, ant. requeste.

(13. Apr. 1824.)

 

Couper-kñptein, aor. 2. kopeÝn, co' derivati, ne' più de' quali si omette il t.

(13. Apr. 1824.)

 

Conforme per conformemente, avv. e preposiz. spagn. e italiano, forse di origine spagnuola. Al detto degli aggettivi usati avverbialmente.

(13. Apr. 1824.)

 

Honrado per onorevole, come in ital. onorato, del che altrove.

(13. Apr. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Laurel-laurus. Laurel non è diminutivo in spagnuolo per la forma, ma lo è in lat. V. il Forc. se ha Laurellus.

 

Abortus-avorton franc.

(14. Aprile. Mercordì Santo. 1824.)

 

Al detto altrove d'ignotus (per innotus) aggiungi ignotitia p. innotitia, di cui v. il Forcell. Vedilo anche in innotus.

(15. Aprile. Giovedì Santo. 1824.)

 

A un giovane sventatello che per iscusarsi di molti errori e cattive riuscite e vergogne e male figure fatte nella società e nel mondo, diceva e ripeteva sovente che la vita è una commedia, replicò un giorno N.N., anche nella commedia è meglio essere applaudito che fischiato, e un commediante che non sappia fare il suo mestiere (professione), all'ultimo si muor di fame.

(17. Aprile 1824.)

 

Le persone avvezze a versarsi sempre al di fuori, esclamano naturalmente anche quando sono solissime, se una mosca le punge, o si versa loro un vaso o si spezza; quelle assuefatte a convivere con se medesime, e ritenersi tutte al di dentro, anche in grande [4069]compagnia, se si sentono cogliere da un accidente non aprono bocca per lamentarsi o chiedere aiuto.

(17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

 

Comidos y hebidos, como suele decirse. D. Quij. par.2. ed. Madrid. 1765. tom.4. p.169. cioè que han comido y bebido. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

 

Non molto addietro ho notato in questi pensieri p.4062. segg. la maggior disposizione naturale alla felicità che hanno i popoli di clima assai caldo e gli orientali, rispetto agli altri. Notisi ora che in verità questi erano i climi destinati dalla natura alla specie umana, come si dimostra quanto all'oriente, dalle antiche tradizioni che provano l'origine del genere umano essere stata in quei paesi, secondo il detto da me altrove in più luoghi, e quanto ai climi assai caldi in generale, dall'essere essi i soli in cui l'uomo possa viver nudo, come la natura lo ha posto, e senza altri soccorsi contro gli elementi, di cui la natura l'ha lasciato sfornitissimo, e che in altri paesi gli sono di prima necessità e non pochi nè facili a procacciare, nè insegnati dalla natura, ma bisognosi di molte esperienze, casi ec. La costruzione ec. degli altri animali qualunque, e delle piante, ci fa conoscere chiaramente la natura de' paesi, de' luoghi, dell'elemento ec. in cui la natura lo ha destinato a vivere, perchè se in diverso clima, luogo, ec. quella costruzione, quella parte, membro ec. e la forma di esso ec. non gli serve, gli è incomoda ec. non si dubita punto che esso naturalmente non è destinato a vivervi, anzi è destinato a non vivervi. Ora perchè simili argomenti saranno invalidi [4070]nell'uomo solo? quasi ei non fosse un figlio della natura, come ogni altra cosa creata, ma di se stesso, come Dio.

(17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

 

Gli uomini governati in pubblico o in privato da altri, e tanto più quanto il governo è più stretto, (i fanciulli, i giovani ec.) accusano sempre, o tendono naturalmente ad accusare de' loro mali o della mancanza de' beni, delle noie e scontentezze loro, quelli che li governano, anche in quelle cose nelle quali è evidentissima l'innocenza di questi, e la impossibilità o d'impedire o rimediare a quei mali o di proccurar quei beni, e la totale indipendenza e irrelazione di queste cose con loro. La cagione è che l'uomo essendo sempre infelice, naturalmente tende ad incolparne altresì sempre non la natura delle cose e degli uomini, molto meno ad astenersi dall'incolpare alcuno, ma ad incolpar sempre qualche persona o cosa particolare in cui possa sfogar l'amarezza che gli cagionano i suoi mali, e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e di querele, le quali sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se non cadessero contro alcuno riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale tendenza opera poi che il misero si persuade anche effettivamente di quello che egli immagina, e quasi desidera che sia vero. Da ciò è nato che egli ha immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati sì lungamente dei mali umani, e sì sinceramente odiati dagli antichi infelici, e contro i quali anche oggi, in mancanza d'altri [4071]oggetti, rivolgiamo seriamente l'odio e le querele delle nostre sventure. Ma molto più dolce fu agli antichi ed è a' moderni l'incolpare qualche cosa sensibile, e massime qualche altro uomo, non solo per la maggior verisimiglianza, e quindi facilità di persuaderci della sua colpa, che è quello che ci bisogna, ma più ancora perchè l'odio e le querele sono più dolci quando si rivolgono sopra cose presenti che ne possano essere testimoni, e sottoposte alla vendetta che noi con esso odio vano e con esse vane querele intendiamo fare di loro. Massimamente poi è dolce l'odio e il lamento quando è rivolto sui nostri simili, sì per altre cagioni, sì perchè la colpa non può veramente appartenere se non a esseri intelligenti. Quelli che ci governano sono da noi facilmente scelti a far questa persona di rei de' nostri mali, che non hanno altro reo manifesto o accusabile, e a servir di soggetto e scopo della vana vendetta che ci è dolce fare de' medesimi mali. Essi sono in fatti in tali casi i più adattati, e quelli di cui ci possiamo dolere esteriormente e interiormente con più di verisimilitudine. Quindi è che chi governa in pubblico o in privato è sempre oggetto d'odio e di querele de' governati. Gli uomini sono sempre scontenti perchè sono sempre infelici. Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li governa. (Essi sentono e sanno bene di essere infelici, di patire, di non godere, e in ciò non s'ingannano. Essi pensano aver diritto di esser felici, di godere, di non patire, e in ciò ancora non avrebbero il torto, se non fosse che in fatto questo che essi pretendono è, non che altro, impossibile.) [4072]E come non si può fare che gli uomini sieno mai felici, e però nè anche che sieno contenti, così niun governante nè pubblico nè privato, qualunque amore abbia a' soggetti, qualunque cura del loro bene, qualunque sollecitudine di scamparli o sollevarli dai mali, qualunque merito insomma verso di loro, non può mai ragionevolmente sperare che essi non l'odino e non lo querelino, anche i più savi, perchè è natura nell'uomo il lagnarsi di qualcuno, quasi altrettanto che l'essere infelice, e questo qualcuno è per l'ordinario e molto naturalmente quello che li governa. Però circa il governare non v'ha pur troppo che due partiti veramente savi, o astenersi dal governo, sia pubblico sia privato, o amministrarlo totalmente a vantaggio proprio e non de' governati.

(17. Aprile. 1824. Sabato Santo.)

 

Diminutivi positivati. Piscis-poisson. Notisi che de' diminutivi positivati delle lingue moderne altri hanno la diminuzione latina e questa o sonante diminuzione anche nelle lingue moderne o no, altre la diminuzione moderna affatto e non latina (18. Aprile. Pasqua. 1824.) e questa talora è diminuzione in quella tal lingua, talora in essa no, ma in altre moderne o in altra, sia sorella sia straniera, e sia che quella tal parola si trovi veramente in quest'altra lingua o non vi si trovi più, almeno con quella diminuzione. P.e. potrebb'essere che alcune voci francesi in in ine ec. in cui questa desinenza è additizia, perchè esse parole si trovano senza tal desinenza in latino o in italiano ec. sieno originariamente diminutivi positivati presi dall'italiano, quando [4073]bene in questo non si trovino più, almeno colla diminuzione, nè positivata nè veramente diminutiva.

(19. Aprile 1824.). Così dicasi de' verbi, ec.

 

Alla p.4044. Ferdinando il Cattolico non solamente al tempo della lega di Cambrai, ma anche più anni dopo, e sciolta già la lega, seguitò sempre a spacciare di volere andar contro gl'infedeli, non pur Mori d'Affrica, come diceva altresì, ma eziandio contro i turchi a Gerusalemme. Vedi Guicc. t.3. p.109.

(19. Aprile. Lunedì di Pasqua. 1824.). Del resto v. ancora ivi p.128. fine. V. p.4081.

 

Senza per oltre (vedi i franc. e gli spagn. i quali dicono anche nel senso stesso a men de, oltre di, e viene a essere il medesimo). V. p.4081. - Così i greci neu. V. Lucian. Ver. Hist. l.1. opp. 1687. p.647. t.1 e lo Scap. in neu e ne' suoi sinonimi e il Forcell. in absque che si usa per eccetto, ma ciò non è precisamente il medesimo.

(19. Aprile 1824. Lunedì di Pasqua.)

 

Diminutivi positivati. =‹fanow, =afanÜw Ûdow co' suoi composti e derivati, i quali vedi nello Scap. che dice =afanÜw per =‹fanow essere attico. In tal caso la positivazione de' diminutivi sarebbe anche propria dell'attico in particolare. I latini dicono rhaphanus. Che =afanÜw sia veramente positivato, v. Luciano Ver. Hist. l.1 opp. 1687. t.1. p.649. =afanÛdaw êpermeg¡Jeiw. E notabile che noi che abbiamo preso dal latino rafano, e più volgarmente benchè corrottamente ravano, l'abbiamo anche come gli attici diminuito e positivato, facendone ravanello, che vale in tutto lo stesso che le due voci suddette, ed è molto più comune di ambedue loro, anzi ormai il solo in uso, almeno nel dir familiare e parlato. V. gli spagnuoli e i francesi.

(19. Apr. 1824.)

 

[4074]Alla p.4043. Qualunque poesia o scrittura, o qualunque parte di esse esprime o collo stile o co' sentimenti, il piacere e la voluttà, esprime ancora o collo stile o co' sentimenti formali o con ambedue un abbandono una noncuranza una negligenza una specie di dimenticanza d'ogni cosa. E generalmente non v'ha altro mezzo che questo ad esprimere la voluttà! Tant'è, il piacere non è che un abbandono e un oblio della vita, e una specie di sonno e di morte. Il piacere è piuttosto una privazione o una depressione di sentimento che un sentimento, e molto meno un sentimento vivo. Egli è quasi un'imitazione della insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato contrario alla vita ed alla privazione di essa, perchè la vita per sua natura è dolore. Onde è piacevole l'esserne privato in quanta parte si può, senza dolore e senz'altro patimento che nasca o sia annesso a questa privazione. Quindi il piacere non è veramente piacere, non ha qualità positiva, non essendo che privazione, anzi diminuzione semplice del dispiacere che è il suo contrario. Tali almeno sono i maggiori e più veraci piaceri. I piaceri vivi sono anche manco piaceri. Sempre portano seco qualche pena, qualche sensazione incomoda, qualche turbamento, e ciò annesso cagionato e dipendente essenzialmente da loro. (19. Aprile Lunedì di Pasqua 1824.). Dunque la vita è un male e un dispiacere per se, poichè la privazione di essa in quanto si può è naturalmente piacere. Infatti la vita è naturalmente uno stato violento, poichè naturalmente priva del suo sommo e naturale [4075]bisogno, desiderio, fine, e perfezione che è la felicità. E non cessando mai questa violenza, non v'è un solo momento di vita sentita che sia senza positiva infelicità e positiva pena e dispiacere. (20. Aprile. Martedì di Pasqua. 1824.). Massimamente poi quando da una parte colla civilizzazione è accresciuta la vita interna, la finezza delle facoltà dell'anima e del sentimento, e quindi l'amor proprio e il desiderio della felicità, da altra parte moltiplicata l'impossibilità di conseguirla, i mali fisici e morali, e finalmente diminuita l'occupazione, l'azione fisica, la distrazione viva e continua.

(20. Apr. 1824.)

 

Percussare da percutio. Crusca. V. il Gloss.

(20. Apr. 1824.)

 

Quelli che non hanno bisogni sono ordinariamente molto più bisognosi di coloro che ne hanno. Uno de' grandissimi e principalissimi bisogni dell'uomo è quello di occupare la vita. Questo è altrettanto reale quanto qualunque di quelli a' quali occupandola si provvede; anzi è più reale, e maggiore eziandio assai, perchè il soddisfare a questo bisogno è l'unico o il principal mezzo di far la vita meno infelice che sia possibile, laddove il soddisfare a qualsivoglia di quegli altri per se, non è che un mezzo di mantenere la vita, la qual per se stessa nulla importa. Importa sibbene la felicità, o posta la vita, il menarla meno infelicemente che si possa. Ora al detto massimo bisogno, che è continuo ed inseparabile dalla vita umana, quelli che non hanno bisogni, o che per dir meglio non sono necessitati di provvedere essi medesimi a' bisogni che hanno, gli suppliscono molto più difficilmente, [4076]e più di rado, e per lo più per molto minore spazio della loro vita, e in generale molto più incompletamente di quelli che hanno a provvedere da se a' propri bisogni naturali e della vita.

(20. Aprile. Martedì di Pasqua. 1824.)

 

Cuerpo mal sustentado y peor COMIDO. D. Quij. ed. Madrid 1765. t.4. p.220. Muger parida cioè que ha parido. ib. p.226.

(21. Apr. 1824.)

 

Alla p.4053. Nel Secolo di Luigi 14. di Voltaire ed. della Haye 1752. tome 2. fine del cap.33. du jansénisme, p.254. trovo tombeau e subito dopo tombe due volte, collo stessissimo senso di tombeau.

(21. Apr. 1824.)

 

A proposito del detto altrove circa i semidei dimostranti l'alta opinione che gli antichi avevano della natura umana, osservisi con quanta facilità si divinizzavano appresso i romani gl'imperatori o altri della loro famiglia, o loro liberti e favoriti, o vivi ancora, o morti al tempo e sotto gli occhi di quelli che li divinizzavano, anzi allora allora.[97] Non dirò già io che nè quelli che li divinizzavano, nè le altre persone intelligenti, nè forse anche la più ignorante feccia del popolo e la più superstiziosa, massime in quei tempi già illuminati e disingannati in tante cose (sebbene anche a quei tempi v'aveano persone, eziandio tra' nobili e senatori, di maravigliosa superstizione, come e più che non fu Senofonte, spirito sì colto e istruito, fra' greci in tempi simili) credessero veramente alla divinità di quei tali imperatori o parenti o favoriti di essi, vivi o morti. Ma quest'uso solo di divinizzare delle persone [4077]contemporanee, cosa che poichè era tanto ricercata da un canto dall'ambizione, dall'altro dall'adulazione, non doveva essere al tutto senza qualche effetto di persuasione in qualche parte del popolo, dimostra quanto poca distanza e diversità di natura ponessero gli antichi fra il divino e l'umano, senza di che non sarebbe stato possibile che una tale assurdità fosse pur venuta loro nella mente. Certo nè anche a' più barbari, ignoranti e superstiziosi tempi del Cristianesimo, niuno pensò nè avrebbe potuto pensare o di far credere ad alcuno o solamente di dire per adulazione o per altro qualunque motivo che una persona non solo contemporanea, non solo viva, ma morta ed antica e famosa pure per santità e per qualsivoglia virtù o dignità, potenza ed opere vere o credute, fosse stato trasformato o dovesse trasformarsi, non dirò nella natura divina, ma neanche nell'angelica. E qual Cristiano avrebbe osato fare sopra qualsivoglia Principe Cristiano o no, fosse stato anche molto più grande e formidabile e più despotico di Augusto, ed esso molto più adulatore e più vile di tutti gli uomini di quel secolo, un distico simile a quello attribuito a Virgilio: Nocte pluit tota ec.? Qual Principe Cristiano sarebbesi fatto rappresentare cogli attributi non dirò dell'Eterno Padre o del Figliuolo, ma d'un Angelo o di un Apostolo, come gl'Imperatori, i loro parenti, i loro favoriti, si facevano scolpire, dipingere ec. o erano dipinti e scolpiti per adulazione, non pur dopo morte, ma in vita, cogli attributi e sotto la forma di Ercole, (anche una donna è nel Museo Vaticano rappresentata in istatua sotto questa forma, cioè con clava, pelle di leone ec.) di Venere, di Mercurio e simili. Lascio i templi, gl'idoli ed altari eretti a' viventi appo i Romani, con culto sacrifizi e onori regolari e giornalieri al tutto divini, con flamine apposta [4078]destinato al particolar culto di quella divinità ancor vivente (flamen augustalis ec.), le pene decretate ed eseguite contro i bestemmiatori o violatori qualunque d'esse divinità morte o vive, come rei di religione, non di politica, le accuse e giudizi contro gl'incolpati di tali delitti ec. ec. Anche Alessandro si fece passare per figlio di Giove Ammone, e pare che da qualche parte del popolaccio fosse creduto, non solo de' barbari, ma de' greci e macedoni, ed è ben verisimile, o certo egli usò questa finzione come un mezzo politico per farsi rispettare e temere ec. e tenere in dovere ec. onde mostra che egli giudicò dovergli essere creduto, e ciò dai greci principalmente e dai macedoni, poichè i barbari non riconosceano gli stessi déi. Vedi in Luciano tra i Diall. de' Morti, quello di Alessandro e Diogene, Alessandro e Filippo, Alessandro, Annibale, Scipione e Minosse. (21. Aprile. 1824.). E certo la Grecia allora non era una sciocca nè meno illuminata che fosse Roma al tempo degl'Imperatori.

(21. Apr. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Non solo in franc. pistolet per pistola, ma anche in ispagn. pistolete, forse dal franc. poichè in ispagn. ete non è diminuzione. (22. Aprile. 1824.). Si dice anche in ispagn. pistola. D. Quij. ed. Madrid 1765. t.4. p.237-238. dove poco avanti, p.235. trovi pistolete.

(23. Aprile 1824.)

 

Alla p.3106. Niuna cosa è forse più atta di questa a mostrare la differenza del pensar moderno e del pensare antico (massime molto antico, al qual tempo appartiene Frinico e più che mai Omero) intorno a questi punti di cui qui discorriamo, differenza che tiene strettamente alla diversità generale dello stato dello spirito umano a' tempi antichi e a' moderni. Quando negli ultimi anni, dopo [4079]il ritorno de' Borboni, fu rappresentata a Parigi la Tragedia del Vespro Siciliano, tragedia che ebbe un successo distinto, qual mai o francese o straniero, pensò ad accusare il poeta di poco amor nazionale o di mancamento alcuno verso la patria, per aver commosso o cercato di commuovere sopra una sventura de' suoi nazionali seguìta per opera di stranieri? Anzi chi non riputò e questo proposito e la scelta del soggetto nazionalissima e degnissima quanto qualunque altra di un buon cittadino? perocchè il poeta non volle far piangere sopra i nemici della Francia, ma sopra i Francesi sventurati. Or questo appunto fece Frinico, il quale non commosse le lagrime sopra i barbari nè per li barbari, ma sopra i greci e per li greci. E per questo medesimo fu condannato, e sarebbe stato applaudito per lo contrario, e stimato buon cittadino, se avesse fatto piangere e rivolta la compassione e pietà degli uditori sopra i nemici della nazione, come fece Eschilo ne' Persiani tragedia che ha per soggetto e per materia unica di pietà e di terrore i mali de' nemici della Grecia, nè però fu condannata da alcuno, nè stimata altro che nazionalissima. Tale appunto nè più nè meno si è il caso della Iliade, che fa piangere quasi unicamente o certo principalmente sopra e per li troiani nemici de' suoi.

(23. Aprile. 1824.)

 

Nel Dialogo della Natura e dell'Anima ho considerato come la ragione e l'immaginazione e in somma le facoltà mentali eccellenti nell'uomo sopra quelle di ciascun altro vivente, gli sieno causa di non poter mai o quasi mai, e in ogni modo difficilmente, far uso di tutte le sue forze naturali, come fanno tutto dì e [4080]senza difficultà veruna tutti gli altri animali. Aggiungi. Si dice che i pazzi hanno una forza straordinaria, a cui non si può resistere, massime da solo a solo. Si crede che la loro malattia dia questa forza per se stessa, al contrario di tutte l'altre infermità. Non è egli chiaro che ciò procede dal non aver essi in se medesimi niuno impedimento a usare tutte le loro forze naturali? che i pazzi hanno più forza degli altri, solo perchè usano tutte quelle che hanno, o maggior parte che gli altri non usano? appunto come fa un animale nè più nè meno. Dal che deduco: quanti animali che si dicono fisicamente essere più forti dell'uomo, in verità non lo sono! quante forze debbe avere perdute l'uomo per i progressi del suo spirito, non solo radicalmente, ma anche per essere impedito a usare quelle che gli rimangono! quanto è più forte l'uomo, anche corrotto e indebolito, di quel che egli si crede. I pazzi lo dimostrano, che sovente superano di forze fisiche persone molto più robuste di loro, ed animali creduti ordinariamente più forti dell'uomo a corpo a corpo. L'ubbriachezza accresce le forze non solo radicalmente, ma eziandio negativamente per l'uso, che ella impedisce o turba, della ragione. Senza un'assoluta mancanza o sospensione di quest'uso, niuno uomo nè anche irriflessivo, nè anche fanciullo, nè anche selvaggio, nè anche disperato (i quali però tutti si vede per esperienza che hanno o piuttosto mostrano di avere a proporzione molta più forza de' loro contrari), non usa, nè anche ne' maggiori bisogni, ne' maggiori pericoli, tutte le forze precisamente che egli ha in tutte le loro specie e in tutta la loro estensione. Non così gli animali: o certo essi risparmiano infinitamente minor parte delle loro [4081] forze, anche ne' menomi pericoli, bisogni, desiderii, propositi, che non risparmia l'uomo, anche il più disperato ec., ne' maggiori.

(23. Apr. 1824.). Il detto de' pazzi dicasi proporzionatamente de' disperati. V. p.4090.

 

Alla p.4073. capoverso 2. Così i franc. à moins que... ne, che vale eccetto se... non ec. V. i Diz.

24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.)

 

Alla p.4073. capoverso 1. È noto che per lunghissimo tempo, almeno sino alla fine del 400 e ai principii del 500, si continuò in Ispagna, in Germania, e credo in tutta la Cristianità (che allora era o tutta o quasi tutta Cattolica) a fare questue annue per le crociate da farsi quando che fosse, le quali questue si chiamavano anche crociate, e montavano a grossissime somme (considerata specialmente la maggiore rarità della moneta a quei tempi), che i Pontefici, a cui disposizione pare che esse rimanessero, concedevano talvolta, ma con grandissime difficultà (e non di rado lo negavano) ai rispettivi Re di potere usare ne' loro bisogni, massime quando erano loro collegati aperti od occulti, favoriti, per qualche impresa che premeva al Pontefice ec.[98] Così il Guicc. più volte, e fra l'altre t.3. p.143. (24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.). Io non so però bene se fossero questue o taglie determinate, e forzose, con obblighi di coscienza, o altro. V. gli Storici.

(24. Aprile. 1824.). V. p.4083.

 

A proposito dei verbi in are fatti da quelli della 3., del che altrove, v. il Meurs. t.5. opp. p.419. dove però erra deducendo da vellicare che v'abbia a essere stato un vellare, mentre quello è frequentativo di vellere (o diminutivo ec.) ed è della prima, perchè tutti i frequentativi o diminutivi di questo genere, da qualunque congiugazione di verbi sieno fatti, sono della 1ma .

(24. Apr. Sabato in Albis. 1824.)

 

[4082]Diminutivi positivati. Perpétuel, perpétuellement. Continuel, continuellement. Si dice anche continuement o continûment, e continu. V. i Diz. Nota che questi sono diminutivi aggettivi. Struzzo-struzzolo. Struffo strufolo.

(25. Apr. 1824. Domenica in Albis.)

 

Apprendre plusieurs langues médiocrement, c'est le fruit du travail de quelques années; parler purement et éloquemment la sienne c'est le travail de toute la vie. Così dice Voltaire, la cui lingua pur non era che la francese, riputata la più facile delle lingue antiche e moderne. Histoire du Siècle de Louis XIV. chap.36. Écrivains, art. de Longueruë. (à la Haye 1752-3. t.3. dans les additions. p.195-196.).

(26. Aprile. 1824.)

 

ƒEn tosoætÄ per intanto, del che altrove. Luciano opp. t.1 p.686. verso il fine. Simile è la frase ¤n ÷sÄ taèta ¤logizñmeJa, ib. p.692. ed. Amst. 1687.

(26. Apr. 1824.). En tanto que. D. Quij. Madrid 1765. t.4. p.281.

 

Anche i latini nominavano be ce ec. non bi ci, come confessa il Corticelli nel principio della Gramm. Toscana, il qual vedi, e v. anche il Buommattei e gli altri grammatici latini italiani francesi spagnuoli ec.

(26. Apr. 1824.)

 

Ser-v-ente - ser-g-ente. V. la Crus. Ser-v-ant - ser-g-ent. V. i Diz. franc.

(26. Apr. 1824.)

 

ƒEktòw , della qual frase (simile all'italiana) altrove Luciano, opp. 1687. t.1. p.700. mezzo circa.

(27. Aprile. 1824.). p.701. princ.

 

Compagnon, di cui altrove è anche antico italiano e spagnuolo (D. Quij.) per compagno, forse l'uno e l'altro dal francese.

(28. Aprile 1824.)

 

[4083] Exhaustare. Forc. in Exhaustant.

(28. Apr. 1824.)

 

Metajç per nondimeno, con tutto ciò, al contrario, vedilo in Luciano nel Tirannicida, poco sotto il principio, opp. 1687. t.1. p.694. fine. Questo significato è ignoto allo Scapula. L'interprete lo traduce interim, che è il suo proprio, ma qui non ha che fare. Interim Interea non hanno mai questo senso nel Forcell. Puoi vedere il Gloss. Certo è che in franc. cependant cioè metajç si adopra appunto nel senso ancora di nondimeno. Onde corrottamente gl'italiani moderni dicono e scrivono intanto, frattanto per nondimeno. V. gli Spagnuoli.

(29. Apr. 1824.)

 

Alla p.4081. V. pure il Guicc. 3. 216. e che cosa fosse la decima di cui quivi parla, vedilo ib. p.96. 209. 254.

(30. Aprile 1824.). V. pure il Guicc. 3. 248-53. 395. 397./4. 154. 172-4.

 

ƒEj Žrx°w Jçw. Lucian. opp. 1687. t.1. p.728.

(30. Apr. 1824.)

 

Al detto altrove circa il nostro uso italiano di adoperare pleonasticamente e per idiotismo e grazia di lingua il pronome si, mi, ti, dativo, uso che abbiamo pur trovato nell'antico e familiare latino, aggiungi che noi italiani adoperiamo detto pronome in molti verbi neutri, o attivi, che quando sono congiunti con esso, mal si chiamano da' grammatici e vocabolaristi, neutri passivi, come dimenticare che anche si dice dimenticarsi col genitivo o accusativo o col che ec., immaginare che anche si dice immaginarsi coll'accusat. o col che ec. Questi verbi col si che sono moltissimi, non sono punto neutri passivi, [4084]perchè il si in essi non è accusativo, e però non indica passione nè transizione dell'azione nel suggetto stesso che la fa, ma è dativo e assolutamente ridondante per grazia di lingua, come in lat. il sibi, onde essi verbi col si, restano quali sono senza di esso, neutri assoluti o attivi, e non sono neutri passivi più di quello che sia neutro passivo andarsi o andarsene, starsi o starsene e simili. E però quando i detti verbi sieno attivi, accoppiati col si, non debbono, p.e. nel più che perfetto, fare io me l'era immaginato, come è regola de' neutri e de' neutri passivi, ma io me lo aveva immaginato, io me lo aveva dimenticato, perchè quivi il verbo è tanto attivo quanto se senza il pronome si, mi, ti, che nulla altera e nulla vale in questi casi, si dicesse io l'aveva dimenticato ec. E così in fatti scrivono i buoni scrittori, cioè io me lo aveva immaginato ec. e così si dee scrivere, nè più nè meno che in quei verbi attivi in cui il pronome si, ti, mi ha vero significato, come p.e. io mi avea fabbricata una casa, cioè avea fabbricata una casa a me. Ma moltissime e forse le più volte sbagliano in questo anche gl'intendenti, scrivendo io me l'era immaginato. E non è maraviglia, perchè similmente sogliono per lo più scrivere io m'era fabbricata una casa, come se fabbricarsi fosse qui neutro passivo, quando è manifesto e fuori di controversia, che è assolutissimo attivo come fabbricare, essendo il mi dativo non accusativo, e lo stesso che si dicesse io gli avea fabbricata una casa, [4085]che certo niuno direbbe nè dice, nemmeno i più idioti, io gli era fabbricata. Del resto la detta ridondanza del si, mi, ti, dativo, credo sia anche comune in genere ai francesi e agli spagnoli.

(30. Aprile 1824.). V. p.4098.

 

Come la fisonomia degli uomini, e animali sia determinata dagli occhi, secondo il detto altrove, osserva che se tu disegni un volto umano o animalesco e non vi poni gli occhi, tu non vedi punto che fisonomia abbia quel volto, e appena senti (se ben conosci) che sia un volto. Così i ritratti levati dall'ombra in profilo non paiono ritratti finchè non vi si aggiunga convenientemente quello che dall'ombra non si può ricavare, dico l'occhio. Al contrario se ponendovi gli occhi, lasci qualche altro membro, tu senti benissimo che quello è un volto e ne comprendi la fisonomia; solamente ti parrà mostruosa, ma sempre ti riuscirà un volto e una fisonomia. E così dico a proporzione, del disegnare o accennar gli occhi più o meno imperfettamente, paragonando l'effetto di questa imperfezione in ordine al determinar la fisonomia, coll'effetto di una simile imperfezione in altra qualunque parte del volto. (30. Aprile 1824.).

 

Parƒ ôlÛgon, fere Lucian. opp. 1687. t.1. p.718. V. i Less. per poco nel senso stesso.

(1. Maggio. 1824.)

 

Ignominia per innominia. Come ignotus per innotus ec. del che altrove.

(2. Maggio. 1824. Domenica.)

 

Nascere per accadere del che altrove. 3 Guicc. 3. 255.

(2. Maggio. 1824. Domenica.)

 

[4086] Implicito as. Vedi Forc.

(2. Mag. 1824.)

 

Che da' partic. pass. della prima si facciano i continuativi o frequentativi in itare piuttosto che in atare, non dee parer maraviglia quando si consideri l'uso lat. di scambiare per regola l'a in i breve, in tante altre cose, come ne' composti (facio jacio - conficio, conijcio ec.) ec. Oltre che anche nella prima v'ha molti supini e participii passati in itus, de' quali altrove, come domitus ec.

(2. Mag. Domenica. 1824.). Anche l'ae in i. Ae-quus in-i-quus.

 

En tanto que. D. Quijote ed. Madrid 1765. t.4. p.325. 334. più volte.

(4. Maggio. 1824.)

 

Il verbo stare, che ha tanta relazione al verbo esse per l'uso, pel significato, alcune volte sinonimo ec. che in italiano supplisce col suo participio al difetto del verbo essere, e spesso si usa altresì, come anche più nello spagnuolo, in luogo di questo verbo, ec. non ha tuttavia nessunissima relazione grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare da un antico participio o supino di sum. Similmente in greco ásthmi, st‹v, ec. che in se, e ne' loro composti e derivati, e nel lat. sisto che ne deriva, e suoi composti, come exsisto, subsisto, exsistentia ec. e nella voce êpñstasiw (substantia, subsistentia ec.), ha tanta relazione col verbo essere, non ha alcuna attinenza grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare dal lat. sto, derivato da sum. Anche i composti e derivati di sto (come exsto, exstantia, substantia, substantivus, substo ec. ec.) manifestano nel significato ec. grandissima relazione col verbo essere.

(4. Maggio. 1824.)

 

[4087] Comire-Vomire. Crus.

(6. Maggio. 1824.). Golpe co' derivati, composti ec.

 

Gomita plur. di Gomito.

(6. Maggio. 1824.)

 

Fello-fellico as, fellito as.

(7. Maggio. 1824.)

 

En tanto que. D. Quij. Madrid. 1765. t.4. p.315. titolo.

(9. Maggio. Domenica. 1824.). ƒEn tosoæÄ. Lucian. opp. 1687. 1.777. fin.

 

Enquérir, s'enquérir (inquirere, enquirir, inchiedere) - enquêter, s'enquêter (quasi inquisitare, inchiestare), enquête (inchiesta, come requête richiesta), enquêteur (inquisitor, inchieditore), enquérant, enquis participio. Riferiscasi al detto altrove in proposito di quaeritare, quaesitus, quisto ec.

(10. Maggio. 1824.)

 

Non è forse cosa che tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto i piaceri. E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, poichè non è fatta se non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita, perchè manca del suo fine, ed è una continua pena, perch'ella è naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione in natura?

(11. Maggio. 1824.)

 

L'infinito in luogo dell'imperativo, del che ho detto altrove, si usa in greco massimamente colla negazione, il che è al tutto conforme all'uso italiano. Vedi per es. alcuni pseudoracoli in versi nel Pseudomantis di Luciano, opp. 1687. t.1 pag.765. lin.14. 28. 778. fin. in due de' quali luoghi notisi il nominativo coll'infinito, come in italiano.

(12. Maggio. 1824.)

 

[4088] Bien razonado, cioè que razona bien. Cervantes Novelas exemplares. Milan. p.2.

(13. Maggio. 1824.)

 

Malheureux per scellerato e peggio ancora, cioè aggiuntovi il disprezzo. Aggiungasi al detto altrove in questo proposito.

(14. Maggio. 1824.)

 

Affidé cioè fidato per fido, fedele. Aggiungasi al detto altrove sui participii aggettivati o sostantivati, come anche affidé talora è sostantivo.

(14. Maggio. 1824.)

 

Ai frequentatativi in esso altrove notati, aggiungi petesso o petisso da peto, del quale v. Forcell. aggiungendo a' suoi esempi due che si trovano nel lungo frammento di Cicerone de suo Consulatu, che sta nel primo de Divinat., i quali esempi dimostrano pur la forza frequentativa di petesso.

(15. Maggio. 1824.)

 

Nei frammenti delle poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato, che si trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla greca (come mollipes), gran parte de' quali, se non la massima, non debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva.

(15. Maggio. 1824.)

 

Jçw ¤n Žrx» toè lñgou. Lucian. opp. 1687. t.1. p.887.

(15. Maggio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Ranunculus (onde ranocchio, grénouille ec. di cui altrove). Vedine la definizione nel Forcell. (15. Maggio. 1824.)

 

[4089]Ai composti di jugare notati altrove, aggiungi seiugare, cioè seiungere.

(17. Maggio. 1824.)

 

Clepo is psi ptum - kl¡ptv, quasi clepto as da cleptum di clepo. Il caso è al tutto simile a quel di apo-aptum-apto-‘ptv, di cui lungamente altrove, eccetto che clepto lat. non si conosce (è però ben verisimile), e viceversa clepo è più noto e certo di apo benchè parimente antiquato. Avvi anche clepso is, se è vero. Vedi Forcell.

(17. Maggio. 1824.). V. pag.4115.

 

Il diminuimento spagnuolo in ico ica dee venire dal lat. iculus, icula, iculum, come ho detto altrove di altre diminuzioni spagnuole italiane francesi.

(17. Maggio. 1824.)

 

Cosa cioè causa per res. Uso proprio di tutte tre le lingue figlie. V. Forc. in Causa se ha nulla; il Gloss. ec. Anche causa si dice in italiano e in francese ec. spessissime volte per res, come la causa pubblica, in causa propria, giovava alla sua causa (rei suae o rebus suis), e nel Guicciardini è frequente questo parlare.

(17. Magg. 1824.). Vedi la pag.4294.

 

Premo-pressum-presser, pressare co' derivati. Aggiungilo al detto altrove de' composti oppressare, soppressare ec. e v. gli spagnuoli.

(17. Magg. 1824.)

 

Marceo, ant. marcitum; marcire marcito; marchito spag. - marchitarse, marchitable.

(18. maggio. 1824.)

 

AétÛka nel modo e senso dello spagnuolo luego, del che altrove. Luciano opp. 1687. t.1. p.897. ¤nŽrx»m¢n ¤uJç toè bÛou ib.

(18. Maggio. 1824.)

 

[4090] Altro per niuno, del che altrove. Senz'altro mezzo. Speroni Dialoghi, Ven. 1596. p.275. verso il fine. (20. Maggio. 1824.). Nel Petrarca Canz. Una donna più bella ec. strofe 3. Altro volere o disvoler m'è tolto; altro sta per alcuna cosa, nulla, quidquam.

(20. Maggio 1824.)

 

Si riprende l'uomo che non sia mai contento del suo stato. Ma in vero questo non è che la sua natura sia incontentabile, ma incapace di esser felice. Se fossero veramente felici, il povero, il ricco, il Re, il suddito si contenterebbero egualmente del loro stato, e l'uomo sarebbe contento come possa essere qualunque altra creatura, perch'egli è altrettanto contentabile.

(20. Maggio. 1824.)

 

Rodo-rosum-rosicchiare, rosecchiare, rosicare (volg.). Frequentativo o diminutivo.

(20. Maggio. 1824.)

 

Alla p.4081. L'uomo sarebbe onnipotente se potesse esser disperato tutta la sua vita, o almeno per lungo tempo, cioè se la disperazione fosse uno stato che potesse durare.

(21. Maggio. 1824.)

 

S'è veduto altrove come la irregolarità e i vizi palpabili delle ortografie straniere vengano in gran parte dall'aver voluto accomodare le loro scritture alla latina. Ora egli è pur curioso che gli stranieri vogliano poi pronunziare la scrittura latina nel modo in cui pronunziano la propria. Questa non corrisponde alla parola pronunziata perchè l'hanno voluta scrivere alla latina, e le parole latine le vogliono poi pronunziare [4091]colla stessa differenza dalla scrittura, che usano nel pronunziar le loro parole, perchè sono male scritte. Ma se esse sono male scritte, le latine sono scritte bene; però s'hanno a pronunziar come sono scritte e non altrimenti; e gli stranieri mostrano di non ricordarsi che essi non pronunziano diversamente da quel che scrivono, se non perchè vollero scrivere alla latina, e che l'origine di questa differenza tra il loro scritto e il parlato, e della loro scrittura falsa, fu l'aver voluto scrivere alla latina mentre parlavano in altro modo, e l'aver voluto seguitare materialmente la scrittura latina, non falsa ma vera. Ora avendola malamente voluta prendere per modello, e con ciò falsificata la loro scrittura, pretendono poi per questa cagione medesima che quella sia falsa come la loro, e perchè la loro è falsa perciocchè segue quella; il che è ben lepido. (21. Maggio. 1824.). Quelli poi che non hanno tolta l'ortografia loro da' latini (sebben tutti in parte l'han tolta o immediatamente o mediatamente), e quelli che l'han tolta, in quelle cose in cui la loro non deriva da quella, ma è pur viziosa manifestamente perchè ripugna al lor proprio alfabeto, tralascia lettere e sillabe che s'hanno a profferire, ne scrive che non s'hanno a pronunziare; come mai, dico, questi tali hanno da credere che l'ortografia latina sia e viziosa perchè la loro lo è, e macchiata di quei vizi appunto che ha la loro, diversissimi poi in ciascuna, di modo che ciascuna nazione straniera pronunzia il latino diversamente?

(21. Mag. 1824.)

 

[4092]Alla p.4064. Da questo ragionamento segue che la maggior parte degli altri animali (poichè la vita naturale dell'uomo è delle più lunghe, e il suo sviluppo corporale è de' più tardi)[99] sono anche per questa parte naturalmente più felici di noi, tanto più quanto il loro sviluppo è più rapido, al che corrisponde in ragion diretta la brevità della vita, perchè il Buffon osserva ch'ella è tanto più breve quanto più rapida è la vegetazione dell'animale (s'intende del genere, e spesso anche degl'individui rispetto al genere) l'accrescimento del suo corpo e facoltà, le sue funzioni animali per conseguenza, e il giungere allo stato di perfezione e maturità; e viceversa. Questo si osserva per lo meno in quasi tutti i generi anche vegetali. (Buffon, nel capitolo, se non erro, della Vecchiezza). Ond'è che p.e. i cavalli e poi di mano in mano gli altri di sviluppo più rapido, sino a quegl'insetti che non vivono più d'un giorno (v. il mio Dial. d'un Fisico e di un Metafisico) sieno tutti di mano in mano più e più disposti naturalmente alla felicità che non è l'uomo, nonostante che la brevità della vita loro sia nella stessa proporzione; la qual brevità o lunghezza non aggiunge e non toglie nè cangia un apice nella felicità d'alcun genere di animali (nè anche negl'individui), come ho dimostrato nel Dial. succitato e nel pensiero a cui questo si riferisce.

(21. Maggio. 1824.)

 

[4093] Le mulina. Crus. e Guicc. t.3. p.361. bis.

(23. Maggio. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Sciurus-écureuil (ant. escureuil da sciuriculus o altro simile), schiratto (Pozzi nel Bertoldo; noi volgarmente schiriatto) diminutivo o disprezzativo, scoiatto (Pulci nella Crus.), scoiattolo sopraddiminutivo, o sopraddisprezzativo. Gli spagnuoli harda, hardilla.

(23. Maggio. Domenica. 1824.)

 

En tanto in ispagnuolo (del che altrove) o spesso o sempre vuol dire infino a tanto, come nelle Novelas exemplares di Cervantes p.79. ediz. citata alcuni pensieri più sopra.

(23. Maggio. Domenica. 1824.). Così noi mentre per finchè.

 

Retinere per ricordarsi, come in ital. ec. ritenere. Così anche il suo continuativo retentare sta espressamente per ricordarsi in un luogo di Cic. de Divinat. l.2. c.29. tradotto da Omero, il quale vedi, Il. 2 v.301.

(23. Maggio. 1824. Domenica.)

 

Inconsideratus per non considerans, qui considerare non solet. Vedi Forcell. e Cic. de Divinat. 2. c.27. Così consideratus nel senso contrario. V. Forcellini.

(23. Maggio. Domenica. 1824.)

 

Cieo cies civi citum (diverso da cio iis ivi itum)[100] co' suoi composti, aggiungasi ai verbi della seconda che hanno il perfetto in vi, e il supino in itum breve, de' quali altrove. E v. il Forcell. in cieo fine.

(27. Maggio. Festa dell'Ascensione. 1824.)

 

[4094] Periurus sembra esser contrazione di periuratus o peieratus che pur si trovano, benchè in altro senso (per peiero si disse anche periero e periuro). Così iuratus, coniuratus ec. in sensi analoghi. Exanimus e inanimus debbono esser contrazioni di exanimatus e inanimatus, che pur si trovano. Similmente semianimus di un semianimatus dal semplice animatus. Innumerus debb'esser contrazione di un innumeratus dal semplice numeratus, con significato d'innumerabilis, come invictus per invincibilis e tanti altri simili, di cui altrove, e v. il Forc. in illaudatus. Queste contrazioni aggiungansi al detto d'inopinus necopinus ec. dove si prova che anche in latino vi fu il costume di contrarre il participio della prima colla detrazione delle lettere at, costume frequentatissimo nell'italiano anche in voci per niente latine di origine.

(27.-28. Maggio. 1824.)

 

Non solo gli antichi avevano tanto alta idea della natura umana che la stimavano poco inferiore alla divina, come ho detto altrove parlando de' semidei, ma credevano ancora le anime nostre parenti, emanazioni, parti della divinità, divine esse stesse, e quasi dee ( ¤n ²mÝn JeÝon). Della quale opinione non già volgare, anzi propria de' filosofi, e questi molti e diversi, vedi fra i mille luoghi degli antichi, Cic. de Divin. l.1. c.30. 49. l.2. c.11. 58. Virg. Georg. l.4. v.219. sqq. e quivi Servio ec.

(28. Maggio. 1824.). Cic. de nat. deor. l.1. c.11. 12. Vedilo anche ib. 2. c.53. fin. 62. principio.

 

[4095]Diminutivi greci positivati. kuc¡lh-kuc¡lion, kucelÜw Ûdow. V. Scap. e Luciano in Lexiphane p.2.

(29. Maggio. 1824.)

 

Il tale rassomigliava i piaceri umani a un carcioffo, dicendo che conveniva roderne prima e inghiottirne tutte le foglie per arrivare a dar di morso alla castagna. E che anche di questi carcioffi era grandissima carestia, e la più parte di loro senza castagna. E soggiungeva che esso non volendosi accomodare a roder le foglie si era contentato e contentavasi di non gustarne alcuna castagna.

(30. Maggio. Domenica. 1824.)

 

Rassomigliava qualunque (Comparava ogni) piacere umano a un carcioffo dicendo che ne bisogna rodere e trangugiare tutte le foglie volendo arrivare a dar di morso nella castagna, e che di questi carcioffi è carestia grandissima, ed anche la maggior parte di loro è sole foglie senza castagna. E soggiungeva che esso non si potendo accomodare a ingoiarsi le foglie ec.

(31. Maggio. 1824.)

 

…Eti gŒr toètñ moi loipòn ·n ci mancherebbe questo. Idiotismo comune al greco e italiano. Lucian. opp. 1687. t.1. p.787. init. V. Crus. e Forcell. in supersum se hanno nulla. – par ÷son in quanto che. V. Lucian. ib. 786. e lo Scap. ec. modo pur comune, e del quale o cosa simile ho detto anche altrove.

(31. Maggio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Vedi Creuzer Meletemata e Disciplina antiquitatis Lips. 1817. sqq. par.3. p.112. lin.28. p.130. lin.23-24. dove però s'inganna quanto al supporlo necessario, perchè non sempre [4096]questi tali sono diminutivi, come ho provato altrove coll'esempio di iaculum, speculum ec.

(1. Giugno. 1824.)

 

Sisto in vece di venire dal greco ßst‹v, come si crede e ho detto altrove, ben potrebbe venire da sto per duplicazione, non ignota neppure ai latini (come usitatissimo fra i greci), massime antichi, come ho mostrato altrove coll'es. di titillo da tÛllv, e dei perf. cecidi ec. ec. E la mutazione della coniugazione dalla prima nella terza, sarebbe appunto come nei composti di do (del che pure altrove) anch'esso monosillabo come sto. E quanto al significato e all'uso ec. chi non vede l'analogia fra sto e sisto?

(1. Giugno. 1824.)

 

Il tale diceva non esser ben detto quel che si afferma comunemente che basta l'apparenza p.e. a un letterato per essere stimato, benchè manchi della sostanza. Ora l'apparenza non solo basta, ma è la sola cosa che basti, ed è necessaria e la sola necessaria. Perocchè la sostanza senza l'apparenza non fa effetto alcuno e nulla ottiene, e l'apparenza colla sostanza non fa nè ottiene niente di più che senza essa: onde si vede la sostanza essere inutile, e il tutto stare nella sola apparenza. (1. Giugno. 1824.)

 

Chi vuol vedere la differenza che passa tra l'antica filosofia e la moderna, e quel che di questa ci possiamo promettere, le consideri ambedue sul trono, cioè ¤josuÛan [4097]laboæsaw, la quale non hanno i filosofi privati. Ora se egli è vero che la qualità d'ogni cosa non d'altronde si conosca meglio e più veramente che dagli effetti, da quelli de' principi filosofi si dovrà giudicare delle due filosofie meglio che da' privati, i quali hanno per necessità più parole che effetti, o effetti più deboli, e più desiderii e progetti che esecuzioni, perchè quel che vogliono, massime in cose grandi e rilevanti, nol possono. Paragoninsi dunque fra loro Marcaurelio e Federico, ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in parole e in opere, e corrispondenti ne' loro fatti alle loro massime. E si troverà quello in un secolo inclinante alla barbarie essere stato il padre de' suoi popoli ed esempio di virtù morali d'ogni genere anche a' privati ed a tutti i tempi. Questo in un secolo sommamente civile essere stato il maggior despota possibile, il più freddo egoista verso i suoi popoli, il più indifferente al loro bene e curante del proprio, e solito e determinato ad antepor questo a quello, il maggior disprezzatore dico ne' fatti e in parte eziandio ne' detti, della morale in quanto morale, della virtù in quanto virtù, e del giusto come giusto; in somma, se non il più vizioso (chè egli non l'era per calcolo), certo il men virtuoso principe del suo tempo, e forse di tutti i tempi, perchè non avendo niuna delle virtù che vengono, o vogliamo dir venivano dalla forza della mente, mancava anche di quelle che nascono dalla debolezza (come n'erano in Luigi XV.). Fu anche disaffezionato stranamente alla sua patria, come gli è stato [4098]agramente rimproverato dai Tedeschi e fra gli altri da Klopstock, decisamente vago delle cose straniere, e solito d'antepor gli stranieri ai suoi nell'affetto, nella inclinazione e nei fatti.

(1. Giugno. 1824.)

 

Alla p.4085. Qua si dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il pronome pleonastico nelle frasi indeterminate, coll'ottativo, come, che che egli si voglia, comunque ciò si accada, per quanto egli si dica, non meno che me le sia servitore Caro, lettera a nome del Guidiccioni lett.35. o neutri o attivi che sieno i verbi. Ne' quali casi il pronome è sempre dativo ed accidentale al verbo, e s'inganna a partito chi sopra alcuno esempio sì fatto, battezza quel tal verbo per neutro passivo, come par che voglia fare il Rabbi o il Bandiera ne' Sinonimi v. Affermare, dove allegando il Bocc. Nov. 19. quantunque tu te l'affermi (cioè per quanto tu te lo affermi, maniera indeterminata) e chiamandolo modo toscano, ne cava il verbo affermarselo, verbo nullo, perchè in tale e simili frasi indeterminate tutti o quasi tutti i verbi attivi o neutri passivi possono ricevere questa forma e ricevonla elegantemente (sia ciò proprietà toscana o altrimenti), ma fuor di tali casi in niun modo si direbbe affermarselo o affermarsi, come io mi affermo che tu ec. o egli se lo afferma asseverantemente, (1. Giugno. 1824.); e il luogo del Boccaccio non prova che ciò si possa dire. Chi che si fosse, qual o qualche se ne fosse la cagione, qual si sia o qualsisia, non so chi si fosse che ec. non so [4099] che o quello che si faccia o si voglia ec.

(2. Giugno. 1824.). V. p.4103.

 

Pesado per pesante, que pesa, tanto nel proprio come nel figurato.

(2. Giugno. 1824.)

 

Non si può meglio spiegare l'orribile mistero delle cose e della esistenza universale (v. il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in fine) che dicendo essere insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione, la portata e le forze, ma i principii stessi fondamentali della nostra ragione. Per esempio quel principio, estirpato il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri, dico quel principio. Non può una cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono in natura. L'essere effettivamente, e il non potere in alcun modo esser felice, e ciò per impotenza innata e inseparabile dall'esistenza, anzi pure il non poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe intorno all'uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri principii e la nostra esperienza. Or l'essere, unito all'infelicità, ed unitovi necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a se stessa, alla perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a se stesso e suo proprio inimico. Dunque l'essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria con se [4100]medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell'esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere infelice, e compresa in lei); cioè nell'essere, ed essere per necessità imperfettamente, cioè con esistenza non vera e propria. Di più che una tale essenza comprenda in se una necessaria cagione e principio di essere malamente, come può stare, se il male per sua natura è contrario all'essenza rispettiva delle cose e perciò solo è male? Se l'essere infelicemente non è essere malamente, l'infelicità non sarà dunque un male a chi la soffre nè contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli sarà un bene poichè tutto quello che si contiene nella propria essenza e natura di un ente dev'essere un bene per quell'ente. Chi può comprendere queste mostruosità? Intanto l'infelicità necessaria de' viventi è certa. E però secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto ai viventi il non essere che l'essere. Ma questo ancora come si può comprendere? che il nulla e ciò che non è, sia meglio di qualche cosa? L'amor proprio è incompatibile colla felicità, causa della infelicità necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi sarebbe infelicità, e da altra parte la felicità non può aver luogo senz'amor proprio, come ho provato altrove, e l'idea di quella suppone l'idea e l'esistenza di questo.

Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle dimostrate con tutti i lumi e l'esattezza la più geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (2. Giugno. 1824.). - Vedi un'altra evidente contraddizione della natura, e si può dire, in cose fisiche, [4101]notata alla p.4087. e anche nel citato dialogo.

(3. Giugno. 1824.)

 

KaJ ÷son in senso simile all'italiano in quanto o in quanto che, del che, e simili altre frasi, ho detto altrove. Luciano opp. 1687. t.1. p.800.

(3. Giugno. 1824.)

 

Jçw per primum. Luciano ib. p.805.

(3. Giugno 1824.)

 

Diminutivi positivati. Radium-rayon.

(4. Giugno. 1824.)

 

Oficio descansado, cioè donde el hombre descansa. Cervantes Novelas exemplares, Milan 1615. p.192.

(4. Giugno 1824.)

 

A proposito di quel che ho scritto altrove sopra un luogo di Donato ad Terent. relativo al digamma, dove si parla di Davus, anticamente Daus ec. notisi che i Greci dicevano infatti D‹ow, o D+ow o Dow o Daòw, e v. Lucian. opp. 1687. t.1. p.797. e not. e p.996.

(4. Giugno. 1824.)

 

En el entretanto que. Cervantes loc. cit. qui sopra, p.195.

(5. Giugno. 1824.)

 

Divido-diviser.

(7. Giugno. 1824.)

 

In quanto per poichè alla greca, del che altrove in più luoghi. Vedi Bembo opp. t.3. p.129. col.2. fine e Rabbi Sinonimi v. poichè, e Crusca se ha nulla.

(9. Giugno. 1824.)

 

Altro per nulla ec. V. Caro Lettera a nome del Guidiccioni, lett. 15. fine. finchè non ho altro in contrario (modo comunissimo: avere o non avere altro in contrario, coll'interrogazione o positivo ec.), lett. 7. fine. senza darne altra (niuna) notizia al Padrone.

(10. Giugno. 1824.)

 

Rilevato per rilevante, e così relevado in Cervantes Novelas [4102]exemplares. Milan 1615. p.252.

(11. Giugno. 1824.)

 

Hasta tanto come in ital. fino a tanto ec. di cui altrove. Cervantes loc. cit. qui sopra, p.263.

(11. Giugno. 1824.)

 

Illustratus per illustris, il participio per l'aggettivo. V. l'index latinitatis a Cic. de rep. e il Forcell.

(12. Giugno. 1824.)

 

Il tale negava che si potesse amare senza rivale. E domandato del perchè, rispondeva: perchè sempre l'amato o l'amata è rivale ardentissimo dell'amante (del proprio amante).

(13. Giugno. Domenica della SS. Trinità. 1824.)

 

ƒExtòw . Lucian. op. 1687. t.2. p.28. verso il fine. p.31. princip.

(14. Giugno. Vigilia di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.)

 

Al detto altrove della somma facoltà e fecondità della lingua greca, non ancora esaurita nè spenta, aggiungi che oggidì chi vuol sostituire al suo proprio qualche nome finto espressivo di qualche cosa, o dar nome significativo a qualche personaggio immaginario, come Moliere nel Malato immaginario, nei nomi de' medici, o nominar qualche nuovo essere allegorico, o nuovamente nominare i già consueti ec. ec. non ricorre ordinariamente ad altra lingua (qualunque sia la sua propria, in tutta l'Europa e America civile) che alla greca.

(15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.)

 

m¢n g‹r prÇton Jçw. Luciano opp. 1687. t.1. p.41-42.

(16. Giugno. Vigilia della Festa del Corpus-Domini. 1824.)

 

†Oson ¤n plÓ quanto, per ciò che spetta alla navigazione. Luciano loc. cit. qui sopra. p.34.

(16. Giugno. Vigilia della Festa del Corpus-Domini. 1824.)

 

[4103] Tutto quanto, tutti quanti - pn ÷son, p‹ntew ÷soi, mkròn ÷son, mærioi ÷soi, ôlÛgoi ÷soi, pleÝston ÷son ec. ec. V. lo Scapula ec. ec.

(20. Giugno. Domenica. 1824.)

 

Alla p.4099. Qua spetta il nostro idiotismo sempre comune tra noi, massime nello scritto, dal 300 a oggi, di aggiungere il si (dativo) al verbo essere. Questo si è, questa si fu la cagione ec.

(21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.)

 

Ficulneus - ficulnus appo Orazio, e nóta che l'us vi è breve.

(21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.)

 

Experimentado per esperto, come noi sperimentato ed esperimentato, del che altrove. Cervantes Novelas exemplares. p.354. Milan 1615. 432.

(22. Giug. 1824.)

 

Altro per nulla, cosa alcuna. Guicc. t.4. p.50. ediz. di Friburgo: innanzi tentasse altro: e non aveva ancora tentato niente.

(23. Giugno. Vigilia di S. Giovanni Battista. 1824.)

 

Il est aisé de voir la prodigieuse révolution que cette époque (celle du Christianisme) dut produire dans les moeurs. Les femmes, presque toutes d'une imagination vive et d'une ame ardente, se livrèrent à des vertus qui les flattoient d'autant plus, qu' elles étoient pénibles. Il est presqu'égal pour le bonheur de satisfaire de grandes passions, ou de les vaincre. L'ame est heureuse par ses efforts; et pourvu qu'elle s'exerce, peu lui importe d'exercer son activité contre elle-même. Thomas Essai sur les Femmes. Oeuvres, Amsterdam 1774. tome 4. p.340.

(24. Giugno. Festa di S. Giovanni Battista. 1824.)

 

[4104] Agnomen, cognomen, coi derivati ec. aggiungansi al detto altrove circa il g premesso a varie voci latine, come nosco agnosco ec. Anche nomen viene da nosco.

(25. Giug. 1824.)

 

Il tale diceva che noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento volte da ogni parte, e proccura in vari modi di appianare, ammollire ec. il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finchè senz'aver dormito nè riposato vien l'ora di alzarsi. Tale e da simil cagione è la nostra inquietudine nella vita, naturale e giusta scontentezza d'ogni stato; cure, studi ec. di mille generi per accomodarci e mitigare un poco questo letto; speranza di felicità o almen di riposo, e morte che previen l'effetto della speranza.

(25. Giugno. 1824.)

 

ƒEn tosoætÄ - intanto, del che altrove. Luciano opp. 1687. t.2. p.48. principio, 51. dopo il mezzo. 64.

(25. Giugno. 1824.)

 

Plus le lien général s'étend, plus tous les liens particuliers se relâchent. On paroît tenir à tout le monde, et l'on ne tient à personne. Ainsi la fausseté s'augmente. Moins on sent, plus il faut paroître sentir. Thomas, loc. cit. qui dietro, p.448. Questo ch'ei dice dei legami di società sostituiti a quei di famiglia, di ristrette amicizie ec. ben puossi applicare all'amore universale sostituito al patrio al domestico ec.

(27. Giugno. Domenica. 1824.)

 

Callado per tacente, come tacitus da taceo-itum, del [4105]che altrove. Cervantes Novelas exemplares, Milan 1615. p.431.

(27. Giugno. 1824.)

 

Dilettare-dileticare coi derivati ec. frequentativo o diminutivo alla latina, e può anche aggiungersi agli esempi delle forme frequentative italiane di verbi, da me altrove raccolte.[101] Avvertasi però che ha un significato diverso da dilettare, e forse è corruzione di solleticare, e così diletico, che altrimenti sarà un diminutivo o frequentativo di diletto.

(29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio. 1824.)

 

L'infelicità abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che lusinghino l'amor proprio, estingue a lungo andare nell'anima la più squisita ogn'immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile disperazione, e contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, nè altro produce in lui la natura stessa ed il tempo, che un abito di tener continuamente represso e prostrato l'amor proprio, perchè l'infelicità offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un'indifferenza e insensibilità verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta morte dell'animo e delle sue facoltà. L'uomo che non s'interessa a se stesso, non e capace d'interessarsi a nulla, perchè nulla può interessar l'uomo se non in relazione a se stesso, più o men vicina e palese, e di qualunque sorte ella sia. Le bellezze della [4106]natura, la musica, le poesie più belle, gli avvenimenti del mondo, felici o tragici, le sventure o le fortune altrui, anche dei suoi più stretti, non fanno in lui nessuna impressione viva, non lo risvegliano, non lo riscaldano, non gli destano immagine, sentimento, interesse alcuno, non gli danno nè piacere nè dolore, se bene pochi anni avanti lo empievano di entusiasmo e lo eccitavano a mille creazioni. Egli stupisce stupidamente della sua sterilità e della sua immobilità e freddezza. Egli è divenuto incapace di tutto, inutile a se e agli altri, di capacissimo ch'egli era. La vita è finita quando l'amor proprio ha perduto il suo ressort. Ogni potenza dell'anima si estingue colla speranza. Voglio dire colla disperazione placida, perchè la furiosa è pienissima di speranza, o almeno di desiderio, ed anela smaniosamente alla felicità nell'atto stesso che impugna il ferro o il veleno contro se medesimo. Ma il desiderio è più spento che sia possibile in un'anima avvezza a vederli sempre contrariati, e ridotta o per riflessione o per abito o per ambedue a sopirli e premerli. L'uomo che non desidera per se stesso e non ama se stesso non è buono agli altri. Tutti i piaceri, i dolori, i sentimenti e le azioni che gl'inspiravano le cose dette di sopra, cioè la natura e il resto, si riferivano in un modo o nell'altro a se stesso, e la loro vivezza consisteva in un ritorno vivo sopra se medesimo. Sacrificandosi ancora agli altri, non d'altronde egli ne aveva la forza se non da questo ritorno e rivolgimento sopra di se. Ora [4107]senz'alcuna ferocia, nè misantropia nè rancore nè risentimento, senza neppure egoismo, quell'anima già poco prima sì tenera è insensibile alle lagrime, inaccessibile alla compassione. Si moverà anche a soccorrere, ma non a compatire. Beneficherà o sovverrà, ma per una fredda idea di dovere o piuttosto di costume, senza un sentimento che ve lo sproni, un piacere che gliene venga. La noncuranza vera e pacifica di se stesso è noncuranza di tutto, e quindi incapacità di tutto, ed annichilamento dell'anima la più grande e fertile per natura.

Questo medesimo effetto che produce la infelicità, lo produce, come ho detto, l'abito di non provare o non vedersi d'innanzi alcuna apparenza di felicità, alcun dolce futuro, alcun piacere grande o piccolo, alcuna fortuna della giornata o durevole, alcuna carezza e lusinga degli uomini o delle cose. L'amor proprio non mai lusingato, si distacca inevitabilmente dalle cose e dagli uomini (fosse pur sommamente filantropo e tenero), e l'uomo abituandosi a non veder nella vita e nel mondo nulla per se, si abitua a non interessarvisi, e tutto divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri, infecondi, secchi ed inetti. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio. 1824.). Il che sempre più privandolo d'ogni illusione e successo dell'amor proprio, sempre più conferma in lui l'abito di noncuranza, e d'inettitudine e spiacevolezza. Trista condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo stato (che certo [4108]non è strettamente proprio se non di lui), quanto da principio il suo amor proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e speranze, meno facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli altri bastano, e più sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono.

(29. Giugno. Festa di S. Pietro. dì mio natalizio. 1824.). V. p.4109.

 

Fræssv o frættv-frissonner. Notinsi in questo verbo due cose. La derivazione manifesta dal greco, e la forma diminutiva o frequentativa.

(30. Giugno. 1824. Anniversario del mio Battesimo.)

 

Della lingua universale, o piuttosto scrittura universale progettata da alcuni filosofi, vedi Thomas Éloge de Descartes, Oeuvres, Amsterdam 1774, t.4. p.72.

(2. Luglio, Festa della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.)

 

Come tutte le facoltà dell'uomo siano acquisite per mezzo dell'assuefazione, e nessuna innata, fin quella di far uso de' sensi, da' quali ci vengono tutte le facoltà; insomma, come l'uomo impari a vedere, e nascendo non abbia questa facoltà, benchè egli non si accorga mai d'impararla, e naturalmente creda che ella sia nata con lui, vedi fra gli altri il Thomas loc. cit. qui sopra, p.59-60.

(2. Luglio. dì della S. Visitazione di Maria. 1824.)

 

C'est ainsi que les grands Hommes découvrent, comme par inspiration, des vérités que les hommes ordinaires n'entendent quelquefois qu'au bout de cent ans de pratique et d'étude; et celui qui démontre ces vérités après eux, acquiert encore une gloire immortelle. Thomas [4109]loc. cit. qui dietro, p.37. Sa géometrie étoit si fort au dessus de son siècle qu'il n'y avoit réellement que très peu d'hommes en état de l'entendre. C'est ce qui arriva depuis à Newton; c'est ce qui arrive à presque tous les grands hommes. Il faut que leur siècle coure après eux pour les atteindre. Id. ib. not.22. p.143.

(2. Luglio. Festa della Visitazione di Maria Santissima. 1824.)

 

Alla p.2811. marg. E così anche deÛdv potrà esser fatto da un preterito di d¡v o d¡omai, da d¡dia ec.

(2. Luglio. Festa della Visitazione della Beatissima Vergine Maria. 1824.)

 

Alla p.4008. fine. Così il bul in bbi, (nebula, nebbia), ec. Insomma generalmente l'ul in i, con duplicazione della consonante precedente, se la sillaba in latino è pura come in ne-BU-la, e non impura, come in misculare (mi-SCU-lare), onde si fa mi-SCHI-are, e non mis-CCHI-are.

(3. Luglio. 1824.)

 

Alla p.4108. Come l'uomo non è capace d'imprender nulla che non abbia in qualunque modo per fine se stesso, così i cattivi successi continui in quanto a se stesso, o la continua mancanza di successi qualunque dell'amor proprio, scoraggisce naturalmente l'uomo dall'intraprender più nulla, nè anche il sacrifizio di se stesso, e lo rende incapace e inabile a tutto per la mancanza di coraggio. Lo scoraggimento è proprio e facile sopra tutto agli animi dilicati e grandi. (3. Luglio. 1824.). V. p. seg.

 

Anche tra i greci fu in uso in certi luoghi lo spettacolo di combattenti mercenarii. V. Luciano sulla fine del Toxaris sive de Amicitia, opp. 1687. t.2. p.72. Furono poi introdotti a' tempi romani in alcune città greche (d'Asia o d'Europa) i circhi e i ludi gladiatorii [4110]usati in Roma. E forse di questi tempi intende Luciano di parlare, anzi certo, poichè dal resto del Dialogo apparisce che egli finge il Dialogo a' tempi romani. Del rimanente, v. Fusconi Dissertat. de Monomachia Rom. 1821. p.9. not.43. (4. Luglio. Domenica. 1824. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima.). V. anche Luciano 2. 111.

 

Calcagna

(4. Luglio. 1824.)

 

Alla pag. antecedente. Un tal uomo ha tanto coraggio a operare o a risolversi di operare quanto chi è certo o quasi certo di non conseguire il fine di una operazione particolare.

(4. Luglio. Domenica infraottava della Visitazione. 1824.)

 

Il titolo di divino (divinamente ec.) solito darsi in greco, in latino e nelle lingue moderne per una conseguenza dell'uso di quelle, agli uomini e alle cose singolari, eccellenti ec. ancorchè in niente sacre nè appartenenti alla Divinità, non avrebbe certamente avuto mai principio nè luogo nel Cristianesimo. Esso uso è un residuo dell'antica opinione che innalzava gli uomini poco più sotto degli Dei ec., del che altrove in più luoghi.

(6. Luglio. 1824.)

 

Al detto altrove circa l'uso latino conforme all'italiano di usare pleonasticamente il pronome dativo sibi, v. anche il Forcell. in mihi, tibi, nobis e simili altri dativi di pronomi personali.

(7. Luglio. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Sommolo. V. la Crusca.

(7. Luglio. 1824.)

 

[4111] Expérimenté (instruit par l'expérience) inexpérimenté (qui n'a point d'expérience).

(11. Luglio. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Myrtus, - mortella (se è però la stessa pianta). V. franc. spagn. ec. ec.

(11. Luglio. Domenica. 1824.)

 

Quando noi diciamo che l'anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è materia, e pronunziamo in sostanza una negazione, non un'affermazione. Il che è quanto dire che spirito è una parola senza idea, come tante altre. Ma perocchè noi abbiamo trovato questa parola grammaticalmente positiva, crediamo, come accade, avere anche un'idea positiva della natura dell'anima che con quella voce si esprime. Nel metterci però a definire questo spirito, potremo bene accumulare mille negazioni o visibili o nascoste, tratte dalle idee e proprietà della materia, che si negano nello spirito, ma non potremo aggiungervi niuna vera affermazione, niuna qualità positiva, se non tratta dagli effetti sensibili, e quindi in certa guisa materiali, (il pensiero, il senso ec.) che noi gratis ascriviamo esclusivamente a esso spirito. E quel che dico dell'anima dico degli altri enti immateriali, compreso il Supremo. (11. Luglio. Domenica. 1824.). - Tanto è dire spirituale, quanto immateriale; questa, voce affatto negativa grammaticalmente, quella ideologicamente.

(11. Luglio. Domenica. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. stæph o stæpph-stuppeÝon o stupeÝon V. Scapula e Luciano opp. Amsterdam 1687. t.2. p.98.99. più volte.

(12. Luglio. 1824.)

 

[4112] Sensato per sentito o per sensibile (come invitto per invincibile ec. del che altrove) quasi da un senso as continuativo di sentio sensum, vedilo nella Crusca. Vedi ancora Forcell. Gloss. ec.

(14. Luglio. 1824.)

 

Al detto altrove che i derivativi latini si formano dagli obbliqui e non dal retto dei nomi originali, aggiungi una prova evidente più che mai Jovialis e simili da Juppiter Jovis. (Vi saranno ancora altri simili esempi da simili nomi). Così in greco Diiòw da Zeçw Diòw. (Plat. in Phaedro ec.) (14. Luglio. 1824.). Anche in greco i derivativi sono sempre, se non erro, dal genitivo (o noto o ignoto, o di un dialetto o comune ec.) fusikòw non è da fæsi-w (gen. fæsevw) ma o da fæsi-ow (genit.), o piuttosto è come mous-ijòw da moèsa ec. ec.

(15. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. gñnu-gon‹tion. (V. Lucian. opp. 1687. 2. 83.) gounÜw Ûdow. Così ginocchio è diminutivo positivato di genu.

(14. Luglio. 1824.)

 

Descansado, che ha riposato, detto di persona. Cervantes, Novelas exemplares, Milan. p.580.

(15. Luglio. 1824.)

 

Adultus o venga da adolesco o da adoleo è originariamente participio neutro passato, di un verbo neutro.

(15. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Muscus-muschio.

 

Desatentado. Cervantes loc. cit. qui sopra p.605.

(16. Luglio. 1824.)

 

[4113] Entreabrir, entre oscuro (Cervantes loc. cit. qui dietro, p.588.) e simili (v. il Diz. spagnuolo in entre...) aggiungasi al detto altrove dell'antico uso d'inter per fere ec., conservato ne volgari moderni. Così in franc. entrevoir ec. ec.

(16. Luglio. 1824.)

 

Apercebido, di cui altrove, notisi che non è participio di verbo neutro, ma attivo, ed è participio passivo.

(17. Lugl. 1824.)

 

Del bello esterno come sia relativo vedi un luogo insigne di Cicerone De Natura Deorum 1. 27-29.

(19. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi greci positivati. s‹kxar-sakx‹rion.

(20. Luglio 1824.)

 

Frequentativo. Tâter - tâtonner coi derivati.

(20. Lugl. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Capella, capretta coi derivati, metafore ec. Così oveja (ovicula) per ovis. Così ouaille ec. Così vitello per vitulus. Così agnello, agneau per agnus. Così mulet per mulus. Così asellus per asinus. Così femelle per femina di bestie. (v. Forc. in Femella). Così catellus per catulus. Così uccello, augello ec. oiseau, per avis. Così poulet per pullus. Così noi muletto, muletta. (V. la Crusca.) Così usignuolo, rosignuolo ec. rossignol franc. (v. gli spagnuoli e Forcellini in Lusciniola) per luscinia. Così cardellino, cardelletto, calderugio, caderino, calderello (v. gli spagnuoli e i francesi) per carduelis. Così poisson per piscis. Così taureau per taurus. (v. la Crus. in torello se ha niente a proposito). ec. ec. (22. Luglio. 1824.). Così chiocciola ec. Così allodola, lodola ec. (v. spagnuoli e francesi) per alauda. Così poÛmnion, prob‹tion ec. Così hirondelle, pecchia, abeille ec. struzzolo, passereau, passerculus, strouJÛon ec. [4114]Così forse anche nei nomi di piante, come bietola ec., e d'altri generi di cose naturali, usuali ec.

(22. Luglio. 1824.). V. p.4115.

 

Diminutivi greci positivati. k‹lvw-kalÅdion. V. Scap.

(22. Luglio 1824.)

 

Al detto altrove delle porpore ec. in proposito di vermiglio, aggiungi k‹lxh che è quel donde si fa il colore, come vermis, e k‹lxion diminutivo che è quel che si tinge, come vermiglio. V. lo Scapula.

(22. Luglio. 1824.)

 

Coltare, coltato da colo-cultum. V. la Crusca, e il Gloss. Forcellini, Dizionari franc. e spagn.

(23. Luglio. 1824.)

 

Immensus, smisurato ec. per immensurabile.

(24. Lugl. 1824.)

 

Amaricare frequentativo alla latina, come fodicare ec. V. Crus. Forcell. ec. ec.

(24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apost.)

 

Diminutivi greci positivati. KÆw o kÇaw o kÇow-kvýdion o kÐdion, kvd‹rion. V. i Lessici, e Luciano opp. 1687. init. Galli, t.2. p.158. fine.

(24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apostolo, mio omonimo.)

 

ƒEn Žrx» Jçw toè ec. Luciano ib. p.165.

(24. Luglio. 1824. Vigilia di San Giacomo Apostolo.)

 

Absortar da absorbeo. Cervantes Novelas exemplares. Milan 1615 p.733.

(27. Lugl. 1824.)

 

Verbo diminutivo. Rado-rasum-raschiare.

(27. Luglio. 1824.)

 

Diminutivi positivati. Chorea, carola, caroletta, quasi choreola. V. il Forc. e gli etimologisti, e nóta che carola è propriamente ballo tondo, com'era quello dei cori, onde xoreÛa, xoreæein, e chorea ec.

(27. Luglio. 1824.)

 

[4115]Un notabile esempio di verbo continuativo usato in senso affatto continuativo ec. vedilo in Cic. de Nat. Deor. 2. 49. fine, ut in pastu circumspectent.

(29. Luglio. 1824.)

 

Alla p.4114. principio. Così cornacchia, corneille ec. per cornix; araneola, araneolus (v. gli spagnuoli) per aranea, araneus; Žr‹xnion; ranocchio, grénouille ec. per rana.

(29. Luglio. 1824.)

 

Tosoèton ra ¤d¡hs‹n me - Žpall‹jai, Öste kaÜ - ¤n¡balon. Lucian. opp. 1687. t.2. p.189. fine.

(29. Luglio. 1824.)

 

Inauditus per qui non audit. V. Forc. Odorus, inodorus per qui odoratur ec. (odorus ec. è lo stesso che odoratus ec.) in senso abituale. V. Forcellini.

(2. Agosto, secondo dì del Perdono. 1824.)

 

YarrÇ ti poieÝn - mi rincuoro, mi assicuro, ec. di fare una cosa, cioè confido di poterla fare. V. Lucian. opp. 1687. 2. 226. lo Scap. ec. Un altro italianismo vedilo ib. p.884. fin. dove ¤pÜ kefalaÛÄ tÇn pñnvn credo ben che sia la vera lezione ma falsissima la interpretazione del Grevio, e tengo che significhi al cabo de los trabajos, come noi pur diciamo in capo a o di, cioè in termine, alla fine di.

(5. Agos. 1824.)

 

Percussare. Crusca.

(6. Agosto. 1824.)

 

Alla p.4089. Clepo-cleptum onde clepso is, ben potrebbe esser esso l'origine del gr. kl¡ptv in vece che viceversa, come apo di ‘ptv ec. O se ciò in clepo non si ammette, neppure in apo, sebbene di questo veggiamo anche in latino il continuativo apto, laddove clepto, onde kl¡ptv, non sarebbe stato conservato dai latini. [4116]Del resto clepso is potrebb'essere un continuativo anomalo di clepo da clepsum per cleptum, come vexo da vexum per vectum ec. del che altrove.

(10. Agos. 1824.)

 

Dell'amor dei vecchi alla vita v. il capo 118. di Stobeo (ed. Gesn.) Laus vitae, e massime il luogo di Licofrone.

(10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire. 1824.)

 

KaÜ d°gma laJraÝon, ÷sÄ (in quanto che, cioè poichè ¤peÜ) kaÜ gelÇn ‘ga ¦dakne. Lucian. opp. 1687. t.2. p.236.

(10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire. 1824.)

 

Vinciturus. Forc. in Vinco fin.

(12. Agosto. 1824.)

 

Dissimulatus in senso attivo. Forcell.

(12. Agos. 1824.)

 

Reconocido per riconoscente. Omisso per que omite, trascurato. Nota che il participio di omitir, se vi ha questo verbo in ispagnuolo, è omitido. Idea de un Principe politico Christiano representada en cien empresas por Don Diego de Saavedra Faxardo. Amstelodami. Apud Joh. Janssonium iuniorem 1659. p.115. lin.23. Trascurato, straccurato ec. per che suol trascurare, negligente ec.

(13. Agosto. 1824.)

 

PvgÅnion diminutivo positivato per pÅgvn. Lucian. opp. 1687. p.263. t.2. Anzi è aggiunto all'aggettivo makròn. Forse però è disprezzativo, e così, o come un diminutivo positivato di JÅraj, intendo nella per antecedente verso il fine la parola Jvr‹kion, piuttosto che nel senso distinto che lo Scap. le attribuisce, il quale non debbe esser proprio se non degli Scrittori militari, se pur nello Scap. lorica sta per arma di uomo, e non per riparo murale ec. Vedilo. PvgÅnion non è dello Scapula, nè del Tusano, Budeo, Schrevelio. (13. Agosto. 1824.). Svm‹tion. V. lo Scap., Longino sect.9. p.24. e quivi il Toup. p.174. ec.

(14. Agos. Vigilia dell'Assunta. 1824.)

 

[4117]†Omhrow g‹r moi dokeÝ... toçw m¢n ¤pÜ tÇn ƒIliakÇn ŽnJrÅpouw, ÷son ¤pÜ dun‹mei, Jeoçw pepoihk¡nai, toçw Jeoçw ŽnJrÅpouw. Longin. sect.9. ed. Toup. Oxon. 1778. p.21.

(14. Agos. Vigilia dell'Assunzione di Maria Santiss. 1824.)

 

S'enquérir (inquirere). Al detto di quaerito.

(17. Agos. 1824.)

 

Vermiglione, vermillon. Al detto di vermiglio.

 

Verbo diminutivo o frequentativo. Trembloter.

(17. Agos. 1824.)

 

KatarxŒw Jçw. Lucian. init. lib. De Gymnas.

(17. Agos. 1824.). Jçw ¤n Žrx». t.2. p.536.

 

Scappare-scapolare.

 

Uomo ben considerato, per savio, prudente ec. Tacit. Davanz. Stor. l.3. c.3.

(18. Agos. 1824.)

 

ƒEjarx°w Jçw. Lucian. opp. 1687. t.2. p.280.

 

Della pretesa aétoxJonÛa degli ateniesi ed attici, v. Luciano l.c. e quivi la nota.

(19. Agosto. 1824.)

 

Retinere per ricordarsi, del che altrove, è anche dei francesi, e vedi gli spagnuoli.

(24. Agos. Vigilia di S. Bartolomeo Apostolo. 1824.)