Empujar cioè impellere, ma viene
da un impulsare. V. i suoi derivati. Pousser, (pellere) da
pulsare, co' suoi derivati. Pujar e certi suoi derivati, sobrepujar
parimente, o son fatti da pousser. V. i Diz. spagn. e correggi certe
cose che ne ho dette parlando di [4000] pujanza in proposito di potens.
La qual voce pujanza ha tutt'altra origine, cred'io, nè viene, come
parrebbe a tutti, da pujar, nel modo che puissance, puissant ec.
non ha che far niente con pousser e suoi derivati. (24. Dec. Vig. di
Nat. 1823.)
A proposito della
ridondanza del pronome altro nell'italiano e nel greco, notata altrove,
osservivi che altro presso noi spesso vale semplicemente alcuna cosa,
massime nella negazione, onde senz'altro vale sovente senz'alcuna
cosa, cioè senza nulla, e altri quando si usa al modo del
franc. on (e dell'ital. l'uomo, uno, la persona, si ec.) vale alcuno,
che pur molte volte si dice ne' casi stessi. V'ha un luogo nel Petrarca Canz. Una
donna più bella, stanza 3. v.12. dove altro, ben considerando il
luogo, mi pare (e non credo che niuno fin qui l'abbia inteso) che non
significhi se non alcuna cosa, cioè, poichè sta colla negazione
virtualmente presa, nulla.
(24. Dec. 1823. Vigil. del S.
Natale.)
Diminutivi
positivati. Gomitolo, aggomitolare ec. da glomus o glomer.
V. la Crus. e il Forcell. col Gloss. ec. e osserva se glomus ec. vale lo
stesso.
(24. Dec. 1823.)
Verbi frequentativi o
diminutivi ec. italiani. Penzolare e spenzolare coi derivati.
Paiono però fatti da penzolo, e questo da pendulus che non è
diminutivo. Rotolare, rotolone ec.
(24. Dec. 1823.). Penzigliare,
penzigliante. V. il pens. seg.
Alla p.3995. princ. Coccolone,
o coccoloni da coccare, penzolone o penzoloni (v. il pens.
precedente), rotolone ec. Tutte forme frequentative. E questa forma è
usitatissima in cotali avverbi in one o oni propri della nostra
lingua, che equivalgono a' gerundi [4001]de' rispettivi verbi (sieno
frequentativi o diminutivi ec. in olare o comunque, o non lo sieno
punto) da cui sono formati (se sono formati da verbo). Dunque la forma in ol
breve, è ben propria della nostra lingua, e vi è frequentativa, diminutiva
ec. come in latino ec. Ruotolo o rotolo. Coccola, coccolina. Concola
(i romani concolina sempre, per quello che noi diciamo catino da
lavar le mani e il viso) da conca. V. il Forc. e i Less. gr. dove kogxælion è diminutivo. E vedi alla pag.3636. marg. fromba diminuito
in frombola, voci l'una e l'altra, che non hanno a far col latino.
V. il Gloss. Goccia e gocciola, gocciolare e gocciare, sgocciolare
ec. da gutta, del che altrove.
Snocciolare da nócciolo
ec.; v. la Crusca: nócciolo par che sia da nucleus che non è
diminutivo: quindi neanche snocciolare cioè enucleare.
(24. Dec. 1823.). V. p.4003.
A proposito delle
divinità benefiche, che altrove ho detto essere ed essere state venerate,
inventate ec. dalle nazioni civili, e più quanto più civili, si aggiunga che
non solo benefiche, ma graziose, amabili ec. ancorchè non benefiche, o
indifferenti ec. come tante divinità, allegorici personaggi, personificazioni
di qualità o soggetti ec. naturali, umani ec. nella mitologia greca ec. ec.
(24. Dec. Vigilia del S. Natale.
1823.)
Delle colonie greche
in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia, avanti il
dominio de' romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi
conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser
rimasto nel volgare latino in quelle parti, e quindi ne' volgari moderni, in
quelle parti, e quindi nel comune italiano eziandio, massime che la formazione
e letteratura di questo ebbe principio in Sicilia e nel [4002]regno,
come mostra il Perticari nell'Apologia, ec. ec., discorrasene
proporzionatamente nel modo che altrove s'è discorso delle Colonie
greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese
non comuni al latino noto ec.
(24. Dec. 1823. Vigil. del S.
Natale.)
KreÝtton ¥l¡sJai ceèdow µ ŽlhJew kakñn. Menander ap. S. Maxim. Capit.
Theolog. serm.35. fin.
(24. Dec. 1823. Vigilia del S.
Natale.)
Diminutivi
greci positivati. Prob‹tion. V. lo Scap. Il luogo
d'Ippocrrate quivi cit. è nel principio del lib. de morbo sacro: oé g‹r ¤stin aétoÝw llo prob‹tion oéd¢n µ aägew kaÜ bñew. „Im‹tion da eåma atow o da un äma atow (come da Žpñspasma atow, Žpospasm‹tion diminutivo e simili), diminutivo
positivato, eccetto che eäma. (poetico, cioè a dire antico) è
forse un po' più generico. Così forse dicasi di fñrtow e fortÛon. V. lo Scapula.
(25. Dec. dì del Santo Natale. 1823.)
Dico altrove del
nostro cangiar talora il cul latino in gli, coll'es. di periglio
ec. Aggiungi spiraglio da spiraculum che anche si dice spiracolo,
come pure pericolo.
(25. Dec. dì del S. Natale.
1823.)
Volere per potere, idiotismo
greco e italiano, di cui altrove. Ippocrate o chiunque sia l'autore del libro de
morbo sacro a lui attribuito, ediz. del Mercuriale Ven. 1588. opp.
d'Ippocr. classe 3. p.347. D. terza pag. del detto libello. Oé m¡ntoi ¦gvge ŽjiÇ êpò Jeoè ŽnJrÅpon sÇma miaÛnesJai, tò êpokhrñtaton êpò toè gnot‹tou, ŽllŒ k„ µn tugx‹nú êpò [4003]¥t¡rou memiasm¡non µ tÜ peponJñw, ¤J¡loi (posset) ’n êpò toè deoè kaJaÛresdai kaÜ gnÛzesJai mllon µ miaÛnesJai. Cioè purgaretur et purificaretur magis quam inquinaretur, ovvero
posset purgari ec. L'¤J¡loi si potrebbe facilmente ommettere risolvendo nell'ottativo colla
particella ’n i verbi infiniti che da lui pendono, e il luogo avrebbe
quasi lo stesso valore. Ma la locuzione è elegantissima.
(25. Dec. Festa del S. Natale.
1823.)
Alla p.4001. Nótisi
che la desinenza in olare, dove l'ol è breve ec., sia diminutiva,
sia frequentativa ec. si dà presso noi a moltissime voci che non hanno nè
poterono avere a far col latino. Si unisce eziandio ad altre desinenze e forme
affatto italiane e per nulla latine, come da ballonzare, formazione
italiana (o toscana) da ballare, si fa ballonzolare (anche la
forma in olare sembra essere propriamente o più particolarmente toscana
che altro). Così da pallotta pallottola, e simili. Collottola,
frottola. Viottolo, viottola (questa è veramente una diminuzione in ottolo
tutta italiana tanto è vero che l'olo breve è italiano ec.) diminutivi
di via, e molti simili ec. L'uolo poi accoppiasi in mille modi ec. non mi
par però che possa esser sopraddiminutivo (al contrario mi par dell'olo),
bensì riceverlo ec.
(25. Dec. 1823.). V. qui sotto.
Vedi il pensiero
precedente, e osserva che la formazione in olare è anche oggi, fra
l'altre, al discreto arbitrio dello scrittore, o parlatore ec. e di questo
arbitrio se ne prevalgono anche i volgari, specialmente in Toscana ec. che non
conoscono il latino ec.
(25. Dec. 1823. dì del S.
Natale.)
Frequentativi
italiani ec. Vedi nell'anteced. pensiero un verbo sopraffrequentativo o
sopraddiminutivo ec., come anche altri ve ne sono, o ne possiamo formare a
piacere e giudizio dello scrittore parlatore ec.
(25. Dec. 1823.). V. la p. seg.
[4004]Diminutivi greci positivati. XvrÛon. V. Scap.
(25. Dec. 1823.)
Alla p. preced. - In icare,
come verzicare o verdicare (inverzicare attivo a quel che
pare) per verdeggiare ed altri molti (qua spetta dimenticare).
Questa forma di frequentativi è affatto latina. V. la p.2996. marg., ec. Ed
altri molti esempi ve n'hanno, oltre i quivi citati.
Particolarmente poi s'usa nel latino appunto in fatto di colori, come quivi
altresì puoi conoscere. V. appunto nel Forc. viridicans e viridicatus.
Male dice il Forc. che viridicans è per viridans, questo attivo e
quello neutro ed equivalente affatto al nostro verzicante o verdicante
(Crus.), oltre che se viridans fosse anche neutro, non sarebbe però,
come quello, frequentativo ec. V. il Gloss. ec. (25. Dec. Festa del S. Natale.
1823.). Così da nivo is e da nevare (ital.) nevicare (volgarmente
nevigare, e v. il Gloss.) frequentativo alla latina, delle quali voci mi
pare aver detto altrove. Morsicare; ma non ha più il senso frequentativo
ec. anzi ha quello stessissimo del positivo mordere, sebben la Crusca lo
definisce morsecchiare. Vedila, e in morsicatura ec. Masticare.
V. Forc. e il Gloss. Vedi la p.4008. capoverso 4. fine. Mordicare co'
deriv. Rampicare arrampicare arpicare da rampare-rampante, o da rampa
o da rampo. Inerpicare, inarpicare. Luccicare, sbarbicare - lucere, sbarbare.
Vedi la pag.4019. capoverso 1. Zoppicare, impetricato, nutrico as e nutricor
di cui altrove.
Tetta tettare - titJòw o tÛtJh o titJ¯ (che vale anche nutrice ed ava: ora in questi sensi si
dice anche thJ¯) coi derivati. V. p.4007. EéJç, eéJçw ec. per subito ec. - a
dirittura, dirittamente ec. per subito.
(26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.)
Usi familiari del
lat. recte conformissimi a quelli del nostro bene, franc. bien
ec. (che secondo il più comune significato di recte, vagliono lo stesso,
cioè probe ec.), veggansi nel Forc. in recte ne' due ultimi
paragrafi della seconda colonna di detto articolo.
(26. Dec. Festa di S. Stefano.
1823.)
Setola per il lat. seta, setoloso
setoluto per setosus, e v. gli altri derivati di setola, e il
Forc. in setula.
(26. Dec. 1823. Festa di S.
Stefano.)
Nivitari pass. da nivo is. Gloss. Cang.
(27. Dec. 1823. Festa di S. Giovanni
Evangelista.)
[4005]Diminutivi greci positivati. EÞrÛon, ¦rion, da eärow
(27. Dec. 1823.)
Verbi diminutivi
positivati. Ringhiare cioè ringulare da ringere. V. i
franc. e spagn. (27. Dec. 1823.). Avvinchiare, avvinghiare, succhiare,
succiare (sugo is, suggere, sucer ec.). e molti altri simili verbi
italiani in ghiare e chiare, iare ec. sono assoluti diminutivi
(quasi tutti e per lo più o tutti e sempre positivati), e diminutivi non in
italiano ma in latino donde mostrano assolutamente esser venuti, cioè da de'
rispettivi verbi in ulare, noti o ignoti. Così molti verbi spagn. in jar,
franc. in iller, ec. Così anche nomi e altre voci ec.
(27. Dec. 1823.). - Possono però tali verbi ec. esser fatti anche da nomi o
latini o italiani ec. noti o ignoti, come p.e. ringhiare da ringhio
(nome usato), il quale quando anche fosse da un ringulus, questo non
sarebbe diminutivo, o da nomi che essendo diminutivi in latino, in ulus,
non lo sieno in italiano ec. (27. Dec. 1823. Festa di San Giovanni Apostolo ed
Evangelista.). Tali sono i verbi rugghiare e mugghiare, mugliare,
mugolare, mugiolare, muggiolare coi derivati ec. di questi e di mugghiare,
rugghiare ec. del quale però mi ricordo aver parlato altrove e veggasi il
detto quivi.
(28. Dec. giorno degl'Innocenti. 1823.).
Veggasi la pag.4008. capoversi 4. e ultimo.
Diminutivi
positivati. Vasello. V. la Crusca, co' suoi derivati, e in Vagello
co' derivati.
(28. Dec. 1823.)
Plurali italiani in a.
Vasella plur. di vasello.
(28. Dec. 1823.). Vasa
plur. di vaso. Crus. e Arios. Sat.3.
Participii passivi in
senso att. o neut. ec. Apercibido per fatto inteso, che sta
sull'avviso ec. (D. Quijote). Inteso per informato, intendente,
ec. (entendido, entendu. V. spagn. e franc.: se però in questo senso
appartenesse al neut. pass. intendersi, entenderse ec. non spetterebbe [4006]al
nostro proposito.). Discreto it. spagn. (di cui par che, almeno
principalmente sia proprio) e franc. per discernente ec.
V. il Gloss. ec.
(29. Dec. 1823.)
Alla p.3955. marg. -
di questo però particolarmente. - Coltellinaio ec. ec.
(29. Dec. 1823.)
Avvisato, avisado ec. nel senso di accorto
ec. molto s'ingannerebbe chi lo credesse un significato passivo dall'attivo di avvisare
cioè avvertire ec.
(29. Dec. 1823.)
Participii passati in
senso attivo o neutro, aggettivato. V. Forc. in consultus dove non
approvo il modo in ch'egli spiega l'origine del significato attivo o neutro di
questa voce, per non aver considerato i tanti altri es. che v'hanno di tali
participii così usati, aggettivamente o no, ne' quali non ha punto luogo una
simile spiegazione. In particolare poi v'hanno esempi in significati simili a
quello di consultus, sì nel latino sì nelle lingue moderne, come cautus,
avvisato, avvertito ec. da me sparsamente notati altrove, e consideratus
attivamente nel latino e nell'italiano ec. di cui v. il Forc. la Crus. gli
spagnuoli e francesi. V. ancora i composti ec. di consultus in tal
senso, come jurisconsultus ec. e di consideratus, come inconsideratus
ec. e così degli altri tali participii.
(29. Dec. 1823.)
Appellito as,
apellidar ec.
(30. Dec. 1823.)
Diminutivi greci
positivati. titJòw ec. titJÛon, (come in lat. mamma e mammilla
nello stesso senso, del che altrove), titJ¯ ec. e titJÜw Ûdow, quasi nutricula ec.
(30. Dec. 1823.). Vedi la pag.
seg. capoverso 1.
Diminutivi
positivati. Sencillo da sincerus. Così pretto da purus
del che altrove, nel medesimo senso, e ambo diminutivi aggettivi il che è raro
ec. Tenellus, tenellulus, lascivulus, blandulus, misellus ec. ec. miserello
ec. ec. ma è raro che gli aggettivi diminutivi sieno positivati ec. ec. [4007]
Seggiola, seggiolo (v. i derivati sopraddiminutivi, e anche accrescitivi,
come seggiolone, fatti dal diminutivo, il che è notabile, nè potrebbe
ragionevolmente aver luogo se il diminivo non fosse positivato, o non avesse un
senso disgiunto da diminuzione ec. e in tali casi è frequente) per sedia,
seggia, seggio, sebbene hanno forse un senso più circoscritto ec. e vedi il
detto altrove del lat. sella, e la Crusca ec.
(1. Gen. 1824.)
Alla p.4004. Dicesi
anche tettola, che la Crus. chiama espressamente diminutivo di tetta,
come in lat. mamma e mammilla nel senso stesso, e come appunto in
greco tÛtJh ec. e titJÛon, collo stesso significato. Vedi la pag. anteced. fine. e 4001.
(2. Gen. 1824.)
Diminutivi
positivati. Porcello ec. V. Crus. e nota che questa positivazione è
massimamente propria de' nostri antichi e trecentisti più che del moderno linguaggio.
Forc. ec.
(2. Gen. 1824.). V. Forc. in Puera, esemp.1.
Sopraddiminutivi
latini. Agellulus. Asellulus ec.
(2.
Gen. 1824.). Tenellulus. Vedi la p.3987.
Alle varie
alterazioni de' verbi greci quanto alla forma (sia nel tema, sia altrove ec.)
senz'alterar punto il significato, delle quali altrove, aggiungi in nnæv o nnumi, come ker‹v, kerannæv, ker‹nnumi; xrÅv, xrvnnæv, xrÅnnumi; che valgono tutti tre lo
stesso, e sono un sol verbo. Lascio poi l'alterazione sì comune in mi, ch'è pur di tante forme, e sì di regola e proprietà dell'uso greco ec.
ec. e che parimente non muta punto il significato, che moltissime volte ha
fatto dimenticare, disusare, o anche ignorare affatto il vero tema in v, che in molti verbi si congettura o si dee congetturare, benchè
espressamente non si trovi, essere stata usata ec.
(2. Gen. 1824.)
Participii passati in
senso attivo o neutro ec. Trascurato, tracutato, tracotato, straccurato
ec. V. la Crus. in Tracotare, sebbene quell'etimologia è falsissima
perchè tracotare è da cuite o cuyte, cuyter ec. provenz.
ec. cuita, cuitar ec. spagn. ant. cuidado cuidar ec. spagn. mod.
(4. Gen. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. froærion. V. Scap.
(4. Gen. Domenica. 1824.)
[4008]Alla p.3969. Appunto hanno anche
gli spagnuoli il diminutivo in uelo, che come il nostro uolo vale
olo e viene dal latino in olus o ulus.
(5. Gen. Vigilia della Santa Epifania. 1824.)
Diminutivi greci positivati:
Žkñntion che ha cacciato l'uso del posit. V. Scap. pedÛon. V. Scap.
(5. Gen. Vigilia della S.
Epifania. 1824.)
Participi italiani in
ito ed uto, del che altrove. Apparito e apparuto
(Machiav. Istor. l.7. opp.1550. par.1. p.268. mezzo). Questo secondo però,
oltre a non avere, ch'io sappia, altra autorità che di uno scrittore molto poco
diligente nella lingua, in particolare nella Storia, dov'anche potrebb'esser
fallo di stampa, può essere da apparere (laddove il primo da apparire),
onde anche apparso, come da parere, paruto e parso. Comparere non
si trova, almeno nella Crus., bensì però comparso, oggi assai più
frequente di comparito ch'è di comparire, da cui però non viene comparso,
il quale forse è moderno e fatto solo per analogia di apparso e parso,
che sono oggi i più usitati.
(5. Gen. Vigilia della S.
Epifania. 1824.)
Verbi frequentativi
ec. italiani. Sputacchiare, stiracchiare da sputare, stirare.
Questa forma in acchiare, e in occhiare, icchiare, ecchiare, ucchiare
e in ghiare ec. (v. il pens. ult. di questa pag.) e simili, han tutte
origine dal buon latino (essendo equivalenti al lat. culare) nel quale
ancora, questa forma è diminutiva o disprezzativa o frequentativa ec., e
immediatamente poi hanno forse origine dal latino barbaro, almeno molte di tali
voci, p.e. sputacchiare da sputaculare ec. Vedi la pag.4005.
capoverso 2. - Al detto altrove di crepolare, aggiungi screpolare
ec. - Sghignazzare, ghignazzare da sghignare, ghignare. (6. Gen.
Festa della S. Epifania. 1824.). Ammontare - ammonticare (vedi la
pag.4004. capoverso 2), ammonticchiare, ammonticellare. Raggruzzare -
raggruzzolare.
Al detto altrove d'inopinus,
necopinus ec. aggiungi odorus, il quale non mi sembra altro che
contrazione di odoratus, e in fatti è voce propria de' poeti come le
sopraddette ec. V. Forcell.
(6. Gen.
1824.)
Quel che altrove si è
detto in più luoghi, cangiarsi nell'italiano regolarmente il cul de'
latini in chi, dicasi pur del gul in ghi ec. V. la
pag.4005. capoverso 2.
(6. Gen. 1824. dì della S. Epifania.).
V. p.4109.
[4009]Diminutivi positivati. Fragola
da fraga. V. Crus. Forc. Gloss. e franc. spagn. ec. Ugola e uvola
per uva.
(7. Gen. 1824.)
Scambio del v
e del g. V. il pensiero precedente.
(7. Gen. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. oÞkÛon per oäkow ed oÞkÛa.
Notisi ch'egli è antichissimo, perchè proprio di Omero. O forse degl'ioni,
massime antichi. Arriano imitatore di questi l'usa nell'Indica 29.16, 30.9. Lo
Scap. non cita che Omero. È positivato anche presso Arriano. (7. Gen. 1824.).
Lo stesso discorso o dell'antichità o del dialetto ionico, massime antico, si
può fare intorno al diminutivo positivato prob‹tion, ch'è d'Ippocrate, o di chi
altro è l'autore del libro ec., e di cui altrove. La quale osservazione unita
con questa della voce oÞkÛon, e coll'altre che si potranno
fare, può dar luogo a buone conghietture circa l'uso de' diminutivi positivati
nell'antico greco o ionico ec. (7. Gen. 1824.). plhmmurÜw Ûdow. fukÛon.
(7. Gen. 1824.)
Verbi frequentativi o
diminutivi ec. ital. Morsecchiare, morseggiare (coi derivati ec.) che la
Crusca chiama quello diminutivo e questo frequentativo di mordere.
Aggrumolare da aggrumare che non è della Crus., bensì aggrumato,
digrumare ec.
(8. Gen. 1824.)
V aspirazione. Tardivo
ital. tardío spagn. (Cervantes D. Quij. par.1. cap.47. principio, ed. di
Madrid ch'io ho.).
(8. Gen. 1824.)
Al detto altrove
sopra la frase ôlÛgou o polloè deÝn ec. aggiungi Arriano Ind. 43. 6.
tosoætou deÝ t‹ ge ¤p¡keia taæthw t°w xÅrhw oÞkeñmena eänai; e altre simili frasi dello
stesso genere tosætou ¦dei, ¤d¡hsen, d¡on (Luc. Nigrin. opp.1.35.) pñsou deÝ ec. ec.
(8. Gen. 1824.)
Al detto altrove di juntar
aggiungi ayuntar (aggiuntare) co' derivati ec. e fors'anche coyuntar
(v. i Dizionari) e simili composti, se ve n'ha. Vedi pur la Crus. in giuntare
co' derivati ec.
(8. Gen. 1824.)
Alla p.3979. Al detto
di k‹rxarow, aggiungi i suoi derivati, e il composto karxarñdouw ec.
(8. Gen. 1824.)
Grecismo. Per
parte mia, per la mia parte ec. ec. V. la seconda annot. del Gronov. al
Nigrino di Luciano, opp. Luc. Amst. 1687. t.1. p.1005.
init.
(8. Gen. 1824.)
[4010]Participii passati in senso
attivo o neutro ec. Entendido per intendente. Cervantes
D. Quij. cap.47. o 48. par.1. V. i Diz. Mirado per mirante: mal mirado ec. V. i Diz.
(10. Gen. 1824.)
Male per non ec. di cui
altrove. V. il pensiero precedente e gli spagnuoli ec.
(10. Gen. 1824.)
Avvi due sorte di
coraggio ben contrarie fra loro. L'una che dirittamente e propriamente nasce
dalla riflessione, l'altra dall'irriflessione. Quello è sempre e malgrado
qualunque sforzo, debole, incerto, breve e da farci poco fondamento sì dagli
altri, sì da quello in cui esso si trova ec.
(10. Gen. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. kranÛon, in senso di capo per kr‹non o k‹rhnon, (da cui è fatto kr‹non per metatesi) o ec. V. Scap. - teætlion e teutlÜw per teètlon. Appo Ateneo trovo anche seætlion nello stesso senso per seètlon. V. Scap. E appunto noi abbiamo bietola
(onde bietolone) da beta, diminutivo positivato, in cui luogo
poeticamente si dice anche bieta, come osserva la Crusca ec. V. il
Gloss. ec. in betula, se v'è, ec.
(10. Gen. 1824.)
Al detto altrove
circa la ridondanza del pronome llow e altro appo i greci e
gl'italiani in molte dizioni, e circa il significato di nulla o nessuno
ec. assoluto o virtuale ec. che ha molte fiate nel nostro parlare il detto
pronome, aggiungi le frasi non ne fece altro, non ne fate altro e
simili, dove altro sta per niente, ed aggiungi eziandio che anche
siffatto uso di questo pronome, oltre all'essere analogo alla predetta sua
ridondanza usitata e nel greco e nell'italiano, è anche analogo a un uso
particolare della voce plur. lla che i greci adoprano talora per cose
frivole, vane, da nulla, cioè insomma nulla, come in un luogo di
Fenice Colofonio, poeta, appresso Ateneo l.12. p.530. F. [4011]oé gŒr lla khræssv, che il Dalechampio traduce frivola
non denuntio: bene, ma propriamente sarebbe non enim nihil (cioè rem
o res nihili) denuntio. E certamente qua spetta quel che dice lo
Scapula che appresso Euripide lla si spiega per rationi non
consentanea. E qua eziandio l'uso dell'avverbio llvw per incassum, frustra, temere ec.; (del qual uso v. lo Scapula e
l'indice greco a Dione Cassio coi luoghi quivi indicati, ad uno de' quali v'è
una nota, dove si dice che tal uso è stato illustrato, dimostrato ec. dal
Perizonio ad Ælian. ec.)
e in parte ancora l'uso del medesimo avverbio ne' significati da me notati e
illustrati nelle Annotazioni all'Eusebio del Mai, e nelle postille al Fedone di
Platone sul fine ec. (10. Gen. 1824.). Presso Euripide il Tusano spiega lla per oék ¤oikñta aberrantia a proposito.
Ben può essere che questo sia il proprio senso, e l'origine di tal uso della
voce lla sì presso Euripide sì presso Fenice. Con tutto ciò non
credo tal uso alieno dal nostro proposito e dall'analogia col sopraddetto uso
italiano ec.
(10. Gen. 1824.)
Diminutivi
positivati. Scintilla e suoi deriv. ec. V. l'etimolog. di scintilla
nel Forcell. e nelle note al Timone di Luciano principio, opp. ed. Amstel. 1687. t.1. p.55. not.7.
(11. Gen. Domenica. 1824.)
Al detto altrove
dell'antico meno (tema di memini) e del nostro rammentare
ec. che forse ne deriva ec. aggiungi mentio, verbale dimostrativo del
supino mentum, onde noi ec. menzionare ec. - Mentovare ec.
(11. Gen. Domenica. 1824.). V.
p.4016.
Ayrarse o airarse, airado ec. airarsi,
adirarsi ec. da aggiungersi [4012]al detto altrove in proposito
dell'antico lat. iror aris. E v. il Gloss. in adirari, irari ec.
se ha nulla.
(11. Gen. Domenica. 1824.)
Non mi ricordo a qual
proposito, ho detto altrove che noi siam soliti di usare gli aggettivi
singolari mascolini in forma di avverbi. Così anche gli spagnuoli, p.e. demasiado
per demasiadamente (che credo si dica altresì), infinito (D.
Quijote par.1. c.49.) per infinitamente (che pur credo si dica) ec.
Massime l'antico, cioè il buono e vero, spagnuolo, come pur s'ha a dire circa
l'italiano in cui quest'uso è proprio più particolarmente dell'antico, e
quindi, anche oggi, familiare singolarmente ai poeti ec. Così i francesi fort
per fortement, in senso di molto (come anche noi forte
ec.). Pare però che quest'uso sia molto più frequente nell'italiano, massime
antico, buono, poetico, elegante ec. che nello spagnuolo qualunque, e massime
nel francese.
(12. Gen. 1824.)
Uso di porre i
genitivi plurali, in vece de' nominativi, col pronome alcuni, ovvero di
questo pronome co' detti genitivi, nel qual caso quest'uso verrebbe a essere
ellittico. Proprissimo de' francesi, proprio ancor sommamente degli italiani,
non solo moderni e francesizzati, come si crede, ma antichi, di tutti i tempi,
ed ottimi e purissimi. Credo ancora degli spagnuoli. Mi pare aver detto altrove
come quest'uso è un pretto grecismo. Aggiungici ora l'esempio di Luciano,
Nigrin. opp. Amstel. 1687. t.1. p.34. lin.15-6. e vedi i grammatici greci dove
parlano della Sintassi, che certo denno aver qualche cosa sopra questo genere
di frasi ec. (12. Gen. 1824.). Nel cit. esempio tÇn filosofeÝn prospoioum¡nvn si sopprime evidentemente il tinŒw al nostro modo e de' francesi.
(12. Gen. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. ôxeÝon da öxow eow, come ŽggeÝon da ggow.
(12. Gen. 1824.)
[4013]A proposito del detto altrove
circa il vario modo di significare la probità e bontà degli uomini usato nelle
varie nazioni e lingue e tempi, secondo le differenze de' costumi, opinioni, caratteri,
istituti e vita e costituzione loro, osserva che come i romani dissero fringi,
così i greci oltre kalòw k„ ŽgaJñw anche xrhstòw che propriamente vale utile (e
s'usa anche in questo senso ec. v. i Lessici), e per lo contrario xrhstow che propriamente è inutile e così per l'ordinario usato, fu anche
detto per cattivo ec. (V. i Lessici, e quivi anche gli altri composti e i
derivati di xrhstòw). Ed è ben ragione, perchè
l'utilità delle persone doveva esser valutata anche dai greci sommamente,
costituiti, come romani, in istato franco ec. secondo che ho detto circa la
parola frugi al suo luogo.
(12. Gennaio 1824.)
Che i perfetti in ui
sien fatti da quelli in avi o evi o ivi ancorchè ignoti,
come ho detto altrove, e ciò anche nella terza coniugazione, in cui tal
desinenza (come pur quella in ivi, o qualunqu'altra in vi), è
sempre anomala, vedi Forcell. in pono is fin. circa l'antico posivi,
apposivi ec. per posui, apposui ec.
(13. Gen. 1824.)
Al detto altrove di mescolare
ec. aggiungi rimescolare ec. e composti e derivati dell'uno e dell'altro
ec.
(13. Gen. 1824.)
Digamma eolico. Levis
o laevis da leÝow, come si osserva nelle note a
Luciano opp. t.1. p.113. not.9.
(14. Gen. 1824.)
Verbi italiani
frequentativi o diminutivi ec. Abbrostire abbrostolire, abbrustolare,
abbrustiare. (14. Gen. 1824.). Bezzicare.
Diminut. greci
positivati. †Orion, oìria, meJñrion, mesoærion da ÷row.
(14. Gen. 1824.).
[4014] Tacendo Un gran piacer (cioè, s'egli è taciuto), non
è piacer intero. Machiavelli Asino d'oro, Capitolo 4. verso 86-7.
(14. Gen. 1824.)
Senz'altro
puntello per
senz'alcun puntello. Machiav. Asino d'oro, cap.5. v. penult. Di tal modo di
dire, altrove.
(14. Gen. 1824.)
Senz'altra (senz'alcuna) disciplina.
ibid. capitolo 8. verso 4.
(15. Gen. 1824.)
Digamma eolico. Viscum
(raro Viscus) da Þjòw colla metatesi delle lettere ks incluse nel j. Nóta che lo spirito è lene, e
il genere (almeno in viscum) mutato, come in oänow-vinum ec. Vivo da biÇ (biЬÇ). Forcell.
e not. a Lucian. opp.1687. t.1. p.143. not.3.
(15. Gen.
1824.)
A quel che ho detto
altrove, che talora il cul latino si cangia in gli italiano (come
periculum-periglio ec.) in il francese ec. j spagnuolo
ec., dicasi ancora del gul. Vedi, se vuoi la pag.4005. capoverso 2., nel
marg. al numero 1.
(15. Gen. 1824.)
Alla p.2779. lin.1.
Da bñrow o boròw ec. vorax ec. V. lo
Scapula e il Forcell. Da biÇ vivo. V. il capoverso 3.
in questa presente pag. Nelle note quivi citate si fa anche venire vis
da biŒ, che altrove parlando del digamma eolico, ho fatto
venire, e così credo meglio, da âw Þnòw. V.
Forcell. ec.
(15. Gen. 1824.)
Intorno al verbo
italiano rotolare frequentativo o diminutivo ec. di rotare, (rotolone
ec.) del quale mi pare aver detto altrove, osservisi il francese rouler.
Se questo verbo co' suoi molti derivati (o anche voci originarie e anteriori ad
esso) di cui v. il Diz. e colla voce rôle e derivati (ruotolo o rotolo)
non vengono originariamente dall'italiano, come poi noi dal franc. ruolo,
arruolare ec. ne segue che la diminuzione latina in ol o ul
dovesse anche esser propria in certo modo del francese, non solo dell'italiano
come s'è dimostrato altrove, giacchè non pare che queste voci francesi vengano
immediatamente dal latino. V. però Forcell. il Gloss. ec. Esse sono certo
originariamente diminutive o frequentative ec. Rouler è frequent.
anch'oggi in certo modo ec.
(15. Gen. 1824.)
[4015]Come la preposizione sub
nella composizione spesso dinoti sursum, o sia di sotto in su,
del che ho detto altrove in proposito di sustollo ec. vedi nel Forcell.
la definizione e gli esempi di subduco, la prova che risulta dal quale
non può esser più chiara nè piena.
(16. Gen. 1824.)
Errato per errante, come andar
errato ec. V. la Crusca. E in ispagn. ir errado (Cervantes), pensamiento
errado, (ib.) ec. Fra noi però errare è per lo più neutro, (benchè
si dice errar la strada ec.) e così credo in ispagnuolo. Il Forcell. lo
chiama attivo. V. Erratus per qui erravit appo il medesimo in erro
fin. e vedilo pure esso Forcell. in Certatus a um. (16. Gen. 1824.). Impransus, incoenatus ec. V. il Forc. Si aggiungano al
detto altrove di pransus, coenatus ec. e così gli altri loro composti,
se ve n'ha.
(16. Gen. 1824.)
Ridondanza del pronome altro,
ed llow, usitata nell'italiano e nel greco, come altrove. Così otro
nello spagnuolo. Cervant. D. Quij. par.1. capit.51. Cerca de aqui tengo mi majada, y
en ella tengo fresca leche, y muy sabrosissimo queso, con OTRAS varias y
sazonadas frutas, no menos à la vista que al gusto agradables.
(16. Gen. 1824.). Son le ult. parole del capitolo.
Al detto altrove di avvedere-avvisare
ec. aggiungi divisar spagn. (D. Quij. par.1. cap.51. e v. i Dizionari) e
nóta che noi ec. abbiamo anche divedere. E che il participio visus
da cui è avvisare, divisare ec. (se non sono da viso sost. o da guisa-visa
ec. come altrove) e così avisar, aviser ec. è proprio solo del latino e
non dell'italiano nè dello spagnuolo
nè del francese. Abbiamo bensì anche avvistare da visto, nostro
participio, o da avvisto pur nostro, se non è da vista sostantivo.
(16. Gen. 1824.). Avvistato (ch'è però in altro senso da avvistare
nella Crus.) par certo venire da vista, come svistare (uso ital.)
da esso vista o da svista ec.
(16. Gen. 1824.)
[4016]Alla p.4011. Rammentare,
ammentare ec. di cui altrove, si paragonino co' verbi latini commentari
e s'altri tali ve n'ha, da meno poi memini, o da miniscor
o da' composti di questo o quello ec.
(16. Gen. 1824.)
Nascere per avvenire, grecismo
proprio anche dell'antico latino, come in quello o fortunatam natam cioè
genom¡nhn. V. Forcell. ec. È proprissimo dell'italiano. Fra
i mille esempi, hassi nel Guicciardini lib. 1. t. 1. p.111. ediz. di Friburgo,
1775-6. nata la perdita di S. Germano, cioè accaduta
semplicemente. E in molti altri modi e casi si usa da noi il verbo nascere
come il greco gÛgnesJai, p.e. nella frase di qui o da ciò o quindi
nasce che ec. il, la ec. ¤k toætou gÛgnetai o gÛnetai. V. i franc. e gli spagn. e il
Gloss. e i Less. greci.
(16. Gen. 1824.). V. per seg.
Non solo in italiano
e in latino, come altrove in più luoghi è detto, ma in ispagnuolo altresì ed in
francese adopransi spessissimo i participii, non solo aggettivamente, ma in
significazione non propria loro, e propria di aggettivi a loro propinqui o
simili, per catacresi o abusione (ch'è l'abuti verbis propinquis, come
dice Cic. ap. Forcell. in Abusio, o l'abuti verbo simili et propinquo
pro certo et proprio, come dice l'Autore ad Herenn. ibid. p.e. l'aedificare
equum di Virgilio Aen. 2. aedificare classem di Cesare, oÞkodomeÝn purgÛon di Luciano in Timone, opp. Amst.
1687. t.1. p.135. dove vedi la nota 6.) come honrado per onorevole,
uomo d'onore (D. Quij.), (in it. ancora onorato, e v. i latt. e il
Gloss. ec.), simile all'invictus, invitto, invicto o invito spagn.
(v. i Diz. spagn.) per invincibile, che però non è participio, voglio
dire invitto, benchè fatto da participio.
ec. ec.
(16.
Gen. 1824.)
Bisavolo ec. aggiungasi al detto altrove
di avolo, ayeul, abuelo ec. e v. ancora i francesi e gli spagnuoli. Trisavolo,
terzavolo e terzavo, quintavolo ec.
(16. Gen. 1824.)
[4017]Grecismo dell'italiano. Lucian.
Timon. opp.1687. t.1. p.77-79 kaÜ aïJiw m¢n sk¡comai, ¤peidŒn tòn keraunòn ¤piskeu‹sv: pl¯n ßkan¯ ¤n tosoætÄ kaÜ aìth timvrÛa ¦stai aétoÝw, cioè in questo mezzo.
Noi appunto in tanto, fra tanto, in quel tanto, in questo tanto ec. Vedi
gli spagn. e i francesi. Qui ¤n tosoætÄ viene a essere ¤n ÷sÄ (xrñnÄ) õ keraunñw ¤peskeuasm¡now ¦staÛ moi. E di questo genere è ancora la
propria significazione del nostro intanto, secondo i casi, e tale si è
l'origine di questo modo di dire preso nel senso d'interea, interim.
(17. Gen. 1824.). Esempi simili al riferito di Luciano non mancano. V. p.4022.
Alla p. anteced.
capoverso 2. La frase o fortunatam natam, sembra essere una vera
imitazione del modo greco, e così alcune di quelle dove nasci sta per initium
ducere ec. ap. il Forcell. Non così certo le nostre frasi sopraddette. E
re nata, pro re nata, queste son frasi ben e propriamente latine, (cioè non
de' soli letterati, a quel che pare), e spettano al presente proposito.
(17. Gen. 1824.)
Alla p.3176. marg.
fin. Vedi la Storia del Guicciardini, ediz. di Friburgo, lib. 1. tom.1. p.23.
27-28. 49. 55. 56. 64-5. 105-6. l.2. p.138-9. 142. l.5. p.422. 430. 431. da'
quali luoghi si rileva che Carlo ottavo di Francia ebbe inutilmente, come
Filippo contro i Persiani, il disegno di passare contro i turchi, e far la
grande impresa dell'Asia e Grecia ec. Principe non comparabile per altro a
Filippo nè di valore nè di fortuna, la qual ebbe infelicissima all'Italia, anzi
indegno di pure esser proposto a tal paragone.
(17.
Gen. 1824.). V. p.4025.
Esperimentato per che ha fatto esperienza,
perito. Guicciard. t.1. p.128. mezzo circa, ediz. di Friburgo, t.2. p.240.
principio. e altrove spessissimo e vedi la Crus. Esperimentato nelle guerre,
nel governo, a ec. Sperimentato ib. p.131. mezzo circa ec.
(17. Gen. 1824.)
Sopraddiminutivi
greci. pñliw-polÛxnh-polÛxnion.
(18. Gen. Domenica. 1824.)
[4018]Spagn. tragar - trÅgv aor. 2 ¦tragon, onde tr‹ghma ec. e fors'anche tr‹gow.
(18. Gen. 1824. Domenica.)
I participii passivi
di verbi transitivi usati in forma attiva, sì in lat. sì quelli massime delle
lingue moderne, s'usano per lo più (e nelle lingue moderne forse tutti)
assolutamente, o almeno senz'accusativo, insomma intransitivamente, sia che
s'usino in forma aggettiva o di participio o comunque.
(18. Gen. 1824. Domenica.)
Altro per nessuno o alcuno
o ridondante, del che altrove. Non sì ch'io speri averne altra corona.
Macchiavelli, Capitolo della ingratitudine v.7. cioè averne corona, o averne
nessuna o alcuna corona.
(18. Gen. 1824.)
Nascere per avvenire, del che
altrove non molto addietro. Dunque se spesso qualche cosa è vista Nascere
impetuosa ed importuna Che 'l petto di ciascun turba e contrista, Non ne
pigliare ammiration alcuna. (qualche tristo avvenimento). Macchiavelli
Capitolo dell'Ambitione, v.172-5.
(18. Gen. 1824. Domenica.)
Latinismi
dell'ortografia italiana nel 500. del che altrove. Macchiavelli opp. 1550.
par.5. p.47. fin. adverso; p.49. fin. admiration, e cento simili
scritture.
(18. Gen. Domenica. 1824.)
Plurali in a.
Urla, strida.
(18. Gen. Domenica. 1824.)
Alla p.3998. marg.
fine. træblion o trublÛon catillus (sebben
l'interpretano catinus), patella, trulla, ollula (v. Scap.) tutte
voci diminutive. E forse questa voce greca è veramente diminutivo anche per
significato, ma la sua voce positiva contuttociò non si trova, il che serve a
confermare il nostro sospetto circa gli altri simili vocaboli, che sono però di
senso positivo, cioè positivati, secondo noi. Lo stesso dico di JruallÜw diminutivo forse e di origine e di significato, ma che non trovandosene
il positivo, non si ha per tale, nè quanto alla prima nè quanto al secondo.
Luciano [4019]1. 88. ha JruallÛdion (come 1. 55. JruallÛda) dove puoi veder le note. ƒIsxÛon, forse è diminutivo positivato
di àsxiw, o che questo volesse anche dir coscia, ec. o àsxÛon originariamente volesse dir lombo o anche lombo. Certo àsxiw, è voce poco nota, e che si ha, credo io, solamente da Esichio, onde ben
potrebbe avere avuto uno o più de' significati d'isxÛon, senza che noi lo sappiamo.
(19. Gen. 1824.)
Diminutivi
positivati. Bouillon da bulla, bolla. (19. Gen.
1824.). Bouillonnement, bouillonner. Bulicare è corruzione di bollicare, dal quale abbiamo
infatti bollicamento, e così bulicame è per bollicame che
non si trova, sia che queste voci vengano a dirittura da bolla come le
suddette francesi, sia da bollire (che vien da bolla), come par
voglia la Crusca, che spiega bollicamento per leggier bollimento
(sarebbe dunque diminutivo), e bulicare per bollire, di cui
sarebbe frequentativo o diminutivo o frequentativo-diminutivo. Bulicame
però non ha che far con bollire, bensì con bolla. Eccetto
pigliando bollire, per far bolle senza fervore: v. Bollire
§.4. e il Forcell. Pare però che bulicame si dica propriamente delle acque
bollenti benchè senza fuoco. ec. (19. Gen. 1824.). Vedi la pag.4004.
capoverso 2. Moisson diminutivo positivato di messis.
(19. Gen. 1824.)
Sufrido per sofferente.
(20. Gen. 1824.)
Diminutivi
positivati. Gragnuola. V. Crus. franc. spagn. Gloss.
Forc. ec. (20. Gen.
1824.).
Passava un
pescivendolo, con un paniere di pesci sul capo, vicino a un filare d'alberi che
costeggiava la sua strada, e da un ramo d'olmo che sporgeva in fuori, fugli
infilzato un pesce. Piscium et summa genus haesit ulmo. Ecco rinovato questo prodigio, o
dimostrato possibile questo impossibile, di cui vedi Archiloco appo Stobeo nel
capitolo della speranza.
(20. Gen. 1824.)
[4020]Al detto altrove di metari
aggiungi immetatus.
(21. Gen. 1824.)
Della differenza
naturale e artificiale del gusto e del bello presso le varie nazioni e tempi,
nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi il primo capitolo del
Saggio sull'epica poesia del Voltaire ne' suoi opuscoli tradotti e stampati in
Venezia appresso il Milocco colla data di Londra nel 1760 (volumi 3), volume 2°
principio.
(21. Gen. 1824.)
Grecismo. Soplandole,
le ponìa (cioè le hazia, lo rendeva) redondo como una pelota,
Cervantes, Prologo al Letor de la segunda parte del Don Quijote, p.3. Frase
familiare agli spagnuoli e tutta greca. Nel latino ponere per efformare
non è col doppio accusativo, cioè sostantivo o pronome ec. e aggettivo, e non
equivale a rendere, far divenire, benchè spetti a questo genere di
significazione ed uso del greco tÛJhmi, e del resto è una frase tolta a dirittura dal greco e imitata, laddove
la spagnuola è volgare e non è certo imitata dal greco.
(21. Gen. 1824.)
Diminutivi positivati
greci. mhrÛon per mhrñw. Nóta ch'è proprio di Omero e di
Esiodo (antichissimo cioè, o ionico, come altrove) da' quali, al suo solito, lo
piglia Luciano nel Prometheus sive Caucasus, opp. 1687. Amstelodami,
t.1. p.183. e de Sacrificiis p.363.
(21. Gen. 1824.)
Diminutivi
positivati. V. Forcell. in Spatha, spatula, spathalium, lo Scap. in sp‹Jh, spaJÛon, spaJÜw ec. la Crus. in spatola,
spazzola ec. il Gloss. i franc. gli spagn.
(21. Gen. 1824.)
A proposito di fusa
lat. ho notato altrove il plur. loci e loca e simili. Da mhròw in plur. mhroÜ et mhrŒ apud poetas per metaplasmum,
dice lo Scapula. E così altri plurali assai, greci, o doppi (sia neutri e masc.
sia fem. e masc. ec.) o diversi dal genere del sing. ec. de' quali v. i
grammatici. (21. Gen. 1824.). Loca in lat. dal sing. locus, è
anche de' prosatori.
[4021]KakodaÛmvn per che ha gli déi nemici, del che altrove.
Luciano de Sacrificiis. t.1. p.362. init.
(21. Gen. 1824.)
Figliuolo per figlio, diminutivo o
vezzeggiativo positivato, di cui altrove. Credo anche in greco si dica talora teknÛon senza intenzione nè di diminuire nè di vezzeggiare.
(21. Gen. 1824.)
Desapercebido per isprovvisto, imprudens.
Cervant. D. Quij. par.2. cap.1. p.4. ed. di Madrid. V. il detto altrove di apercebido.
E simili altri participii s'intenda che hanno tali significazioni anche
coll'aggiunta del des ec. privativo in ispagnuolo, dell'in ec. in
italiano ec. ec.
(22. Gen. 1824.)
Rinnovellare, innovellare,
renouveler, renovello, lat. (v. gli spagn.) ec. diminutivi positivati; si aggiungano al detto
altrove di novellus ec.
(22. Gen. 1824.)
Quanto allo stile e
al bene scrivere, immensa fatica è bisogno per saper fare, ed ottenuto questo,
non meno grande si richiede sempre per fare. E tanto è lungi che il saper fare
tolga la fatica del fare, che anzi quanto quello è maggiore, con maggior fatica
si compone, perchè tanto meglio si vuol fare e si fa, il che costa tanto di più
a proporzione. Così nelle arti belle e in altre faccende d'ingegno ec. (23.
Gen. 1824.). Non così riguardo all'invenzione sì nello scrivere sì nelle arti.
ec. ec.
Fora plurale di foro (foramen).
(23. Gen. 1824.)
Piacere della vita.
Una statua, una pittura ec. con un gesto, un portamento, un moto vivo, spiccato
ed ardito, ancorchè non bello questo, nè bene eseguita quella, ci rapisce
subito gli occhi a se, ancorchè in una galleria d'altre mille, e ci diletta,
almeno a prima vista, più che tutte queste altre, s'elle sono di atto riposato
ec., sieno pure perfettissime. E in parità di perfezione, quella, anche in
seguito, ci diletta più di queste. [4022]Così non la pensa la Staël
nella Corinna dove pretende che sia debito e proprio della pittura e scultura
il riposo delle figure, ma s'inganna, testimonio l'esperienza. ec. ec.
(24. Gen. 1824.)
Alla p.4017. „O d¢ m‹gow ¢n tosoætÄ (intanto) d˜da kaiom¡nhn ¦xvn ec. Luciano in Necyomantia. t.1.
p.331.
(25. Gen. Domenica. 1824.)
Composti spagnuoli. Cariredondo
(facciatonda). D. Quij. par.2. cap.3. principio.
(25. Gen. Domenica. 1824.)
Bobo spagn. co' derivati aggiungasi,
se v'ha punto che fare, al detto altrove di baubari ec.
(26. Gen. 1824.)
I participii passivi
di verbi attivi o neutri usati nelle lingue moderne in senso att. o neutro,
sono quelli per lo più o tutti e questi molte volte nell'italiano, e massime
nello spagn. ec. di senso non passato, ma presente o significante abitudine di
quella tal cosa che è significata dal verbo. Così bien hablado (D. Quij.
par.2. cap.7. principio) per buen hablador ec. Così errato, errado
per errante, di cui altrove. Sudato per sudante ec. Così pesado
per pesante. Così tanti altri participii neutri, massime spagnuoli, che
per questa qualità di significazione presente o indicante abitudine ec. meritano
di esser considerati, giacchè i participii passivi di verbi neutri in
significazione passata, come caduto, morto ec. sono regolari e
ordinarissimi e infiniti sì nello spagnuolo che nell'italiano e francese ec.
(26. Gen. 1824.), come dico altrove.
Al detto altrove di excito,
suscito ec. in più luoghi, aggiungi nel Forc. Procitant e Procitare.
(26. Gen. 1824.)
Sopraddiminut. franc.
Feuilleton (fogliettino).
(27. Gen. 1824.)
Verbi frequentativi o
diminutivi o frequentativi-diminutivi o diminutivi positivati, italiani. Rinfocolare,
rinfocolamento, da rinfocare ec.
(27. Gen. 1824.)
[4023]Diceva il tale che da giovanetto
quando da principio entrò nel mondo aveva proposto di non mai adulare, ma che
presto se n'era rimosso, perchè essendo stato più tempo senza lodar mai nessuna
persona e nessuna cosa, e vedendo che non troverebbe nulla a lodare se voleva
durare nel suo proposito, temette disimparare per difetto d'esercizio quella
parte della rettorica che tratta dell'encomiastica, la qual cosa, come fresco ch'egli
era allora di studi, gli era a cuore che non succedesse, premendogli di
conservarsi coll'esercizio le cose che aveva recentemente imparate.
(27. Gen. 1824.)
Alla osservazione del
Mai sopra il modo in cui ne' codici è scritto il gn indicante esser più
vera la pronunzia spagnuola, tedesca ec. cioè g-n, che l'italiana,
osservisi, oltre il detto altrove, che molte voci latine o dal latino venute
che hanno in latino il gn, in ispagnuolo si scrivono ñ, cioè
pronunziansi gn all'italiana, come parmi aver detto altrove coll'esempio
di cuñado (cognatus), a cui si può aggiungere leña (ligna)
femin. eccetto se tali voci non son prese in ispagnuolo dall'italiano o dal
francese piuttosto che dal latino a dirittura da cui hanno la prima origine.
Infatti p.e. noi appunto diciamo legna femmin. nel senso spagnuolo, ed è
voce propria nostra (lignum si dice in ispagnuolo altrimenti, cioè madera
ec. come in francese bois ec.) e cuñado sta nel senso italiano
per fratello o sorella della moglie o del marito ec. Ed è a notare che la
maggior parte forse delle voci spagnuole derivanti dal latino e che in latino
hanno il gn, si scrivono in ispagn. gn, pronunziando g-n,
come digno, ignorante, magnifico (però tamaño e quamaño
ec.) ec. ovvero n semplice per ellissi della n, che indica
l'antica pronunzia spagnuola in quelle voci essere stata g-n e non
all'italiana. [4024]
(28. Gen. 1824.). Señal co' derivati
ec. è dal latino o dall'italiano?
Frequentativo o
diminut. positivato ec. Modulor da modus, se già questo e gli
altri simili, come nidulor di cui altrove, non sono di formazione in ul
non diminutiva, come iaculus, speculum ec. da cui iaculor, speculor
ec. ma modulor sarebbe a dirittura da modus, del che non so altro
esempio, se modulor è non diminutivo, e così nidulor ec., e se
sono da un modulus, nidulus ec. (v. Forcell.) in tal caso sono
diminutivi positivati, o frequentativi piuttosto.
(29. Gen. 1824.)
I nostri
viaggiatori hanno raccolto un dizionario delle loro parole (degli esquimesi popolo verso la
Groenlandia, il meno stupido di tutti i selvaggi del Nord), che son
più di 500. Quanto ai numeri le loro cognizioni sono molto limitate.
Notizia del secondo viaggio (1821-3.) e ritorno del Cap. Parry, estratta dalla
gazzetta letteraria di Londra del 25. Ott. e dell'1. Nov. 1824. nell'Antologia
di Firenze. num.36. p.120.
(29. Gen. 1824.)
Dice per dicono, ovvero per un
dice (on cioè un dit), l'uom dice, alcun dice (come
hanno buoni autori nello stesso senso), altri dice, la persona dice (Passavanti
usa la persona in questo senso), la gente dice (buoni autori) si
dice; nel
qual caso ella sarebbe un'ellissi, come anche in greco fhsÜ ec. per fasÜ, sarebbe ellissi di fhsÜ tÜw ec. del che altrove. Cervantes
nel D. Quijote par.1. cap.50. ed. d'Amberes o Anversa 1697. p.584. tom.1.
lin.4. avanti il fine, dove si legge dizen, la mia edizione di Madrid ha
dice.
(30. Gen.
1824.). V. p.4026.
Al detto altrove di despertar
aggiungi che gli spagnuoli hanno anche l'agg. despierto cioè experrectus.
(31. Gen. 1824.)
Gli uomini di natura,
costume, o circostanza ed occasione, allegri, sono generalmente disposti a far
servigio o beneficio, e compatire, [4025]e i malinconici in contrario, o
certo meno. Di ciò equivalentemente ho detto altrove molto a lungo.
(31. Gen. 1824.)
Qual cosa più
snaturata che il non allattare le madri i propri figliuoli? Ma egli è certo per
mille esperienze che le donne civilmente nutrite di radissimo possono sostenere
senza gran detrimento della salute loro, e pericolo eziandio della vita, il
travaglio dell'allattare. Il che è lo stesso quanto a loro che se fossero
impotenti a generare. E questo costume è antichissimo (a quel che credo), sin
da quando incominciarono le donne nobili o benestanti a far vita sedentaria e
non faticata. Raccolgasene se lo stato civile convenga all'uomo.
(1. Feb. 1824.)
Abbraciare,
bragia, brage, brace ec. co' derivati (e v. i franc. spagn. Forc. Gloss.) aggiungansi al
detto altrove in proposito delle lettere br usitate nelle nostre lingue
nelle voci significanti arsione ec.
(2. Feb. Festa della Purificazione di Maria
SS. 1824.)
Alla p.4017. V. pure
il Guicc. l.3. p.271. sopra Massimiliano Imp. in cui quel voler fare l'impresa
degl'Infedeli pare fosse un semplice pretesto, e mostra che questo pretesto o
discorso qualunque era allora e in simili tempi uno degli spedienti della
politica, o diplomatica, un luogo comune, usitato e valevole con tutte le corti
o potentati cristiani e con tutti i popoli cristiani.
(2. Feb. Festa della
Purificazione di Maria SS. 1824.). V. p.4044.
Altro per niuno ec. come
altrove. Guicc. 1. 274. ed. di Friburgo lib.3. senza cercare altra risposta
per senza più cercare la risposta.
(2. Feb. Festa della
Purificazione di Maria SS. 1824.)
Divisato per déguisé, del che
altrove. V. la Crusca in dissimigliato, esempio primo. (2. Feb. Festa
della Purificazione di Maria Santissima. 1824.). Divisar per vedere,
discernere, scorgere cogli occhi. D. Quij.
[4026]Alla p.4024. Del resto anche fasÜ, aiunt, dicen, dicono, narrano, vogliono, credono ec. ec. è
un'assoluta ellissi degli stessi nomi o pronomi sopraddetti, o d'altri simili,
o diversi, fatti plurali.
(3. Feb. 1824.)
AétÛka in modo simile allo spagn. luego, del che
altrove. V. Plat. in Phaedro, opp. ed. Astii t.1. p.144. E.
(4. Feb. 1824.)
Diminutivi
positivati. Gergo-jargon. V. gli spagn. ec.
(7. Feb. 1824.)
Nascere per gen¡sJai, di che altrove. V.
Guicciardini, ed. Friburgo t.1. p.339. lin.5. a fine.
(7. Feb. 1824.)
Altro per niuno, del che
altrove. V. il med. ib. p.340. lin.13. (7. Feb. 1824.). E notisi il nostro uso
del pronome altri sing. nel significato di cui v. la pag.4024. capoverso
3., significato che spetta a questo proposito, e talora è anche de' francesi, i
quali dicono per es. (credo in linguaggio familiare o burlesco) comme dit
l'autre, parlando, v.g., d'un proverbio ec., cioè comme on dit. V. i
Diz. franc. e spagn.
(9. Feb. 1824.)
La eccessiva potenza
di attenzione è al tempo stesso e per se medesima, potenza di distrazione,
perchè ogni oggetto vi rapisce facilmente e potentemente la attenzione
distogliendola dagli altri, e l'attenzione si divide; sicchè è anche, per se
medesima, impotenza o difficoltà di attenzione, e facilità di attenzione, cose
contrarie dirittamente a lei, onde sembra impossibile ch'ella sia insieme l'uno
e l'altro, ma il troppo è sempre padre del nulla o volge al suo contrario, come
altrove. Quindi principalmente nasce la incapacità di attenzione ne' fanciulli
ec. ec.
(9. Feb. 1824.)
Dico altrove
che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne' secoli
inferiori, alterandone l'armonia, alterarne la costruzione l'ordine e l'indole
ec. perchè da un medesimo periodo o costrutto diversamente [4027]pronunziato,
non risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che
anche indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de'
secoli inferiori (come pure i latini, gl'italiani, e tutti gli altri ne' tempi
di corrotto gusto e letteratura) amavano e volevano un'armonia diversa per se
ed assolutamente e in quanto armonia da quella degli antichi, cioè sonante,
alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec. Questa dagli esperti si ravvisa a
prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti greci di detti secoli,
anche de' migliori, ed anch'essi atticisti, formati sugli antichi, imitatori,
ec. Tanto che questo numero, diverso dall'antico e della qualità predetta, che
quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e
de' principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per
discernere gl'imitatori e più recenti, che spesso sono del resto
curiosissimamente conformi agli antichi, da' classici originali e de' buoni
tempi della greca letteratura. Ora il diverso gusto nell'armonia e numero di
prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri, occasionati da tal gusto e
dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad alterare, anche
negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l'ordine della lingua,
come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in
Longino, perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico,
e si conosce ch'è fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe
risultato, e il quale altresì non è antico. (Così dicasi dell'alterazione
cagionata ne' costrutti ec. dalla mutata pronunzia). Questa causa di corruzione
è da porsi fra quelle che produssero e producono universalmente l'alterazione e
corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi tutte) i secoli di
gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di sopra e
diverso da quello de' loro antichi. Si [4028]conosce a prima vista, e
indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato) per la differenza e per
la detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè
quello sia de' migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il
Pallavicini, ottimo per se in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella
sfacciataggine e uniformità (vera o apparente, come dico altrove) del numero,
alla quale subito si riconosce il suo stile, diverso principalmente per questo
(quanto all'estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e concettuzzi che
spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano) da'
nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti.
Che dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di
Livio? non che di Cesare, e de' più antichi e semplici, che Cicerone
nell'Oratore dice mancar tutti del numero, s'intende del colto, perchè senza un
numero non possono essere. V. p. seg. Che dirò di Lucano, dell'autore del Moretum,
Stazio ec. rispetto a Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e
depravazione del numero dovette necessariamente essere una delle maggiori
cagioni dell'alterazione della lingua sì greca, sì latina e italiana, sì ec.,
massime quanto ai costrutti e l'ordine, e quindi alla frase e frasi, e quindi
all'indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le semplici
parole per servire al numero, e grattar l'orecchio avido di nuovi e spiccati
suoni, o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone,
come in greco, o troncandole come tra noi (l'uso de' troncamenti è
singolarmente proprio del Pallavicini, e de' secentisti e de' più moderni da
loro in poi), avendo riguardo sì al suono della parola in se, sì al suo effetto
nella composizione e nel periodo. (9. Feb. 1824.). Veggasi il detto altrove su
d'alcuni sforzati costrutti d'Isocrate per evitare il concorso (conflitto)
delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo proposito
per quanto gli può toccare, il detto altrove sul vario gusto de' greci, lat. e
ital. in diversi tempi, circa il concorso, l'abbondanza ec. delle vocali). Ora
se questo accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto [a] [4029]migliaia
d'altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro della lingua pel tempo
e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran colmo ec. ec.
che cosa doveva accadere ne' secoli bassi ne' quali ec. fra gl'imitatori ec. la
più parte, com'era allora non greci di patria, ma dell'Asia, e questa anche
alta, non la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come
Gioseffo, Porfirio e tanti altri ec. ec.?
(10. Feb. 1824.)
Alla p. preced. marg.
In verità ed essi, e i greci ripresi da Cicerone ibid. di mancar di numero, che
sono molti e classici, e i nostri trecentisti, e i cinquecentisti, (la più
parte non numerosi, e tutti, [salvo lo Speroni, in ciò affettato e falso, ma
diversamente da' posteri,] poco solleciti del numero) hanno pure un numero
benchè incolto più o meno, e casuale, pur proprio e certo e riconoscibile, o
loro, o della lingua ec. e da questo è diverso quello degl'inferiori corrotti
ec. ec.
(10. Feb. 1824.). V. p.4034.
Grecismo. Colla
– kñlla e kñllh coi derivati e composti della voce ital. e della greca. E vedi Forc.
Gloss. i franc. gli spagn. Potrebbe però essere stata tolta questa voce a
dirittura dal greco, anche ne' bassi tempi, se si considera come assolutamente
tecnica, ma ella è in verità, almeno oggi, di volgarissimo uso, come ciò che
ella significa.
(11. Feb. 1824.)
Plurali in a. Mantella
plur. di mantello. (11. Feb. 1824.). Peccata. Uscia. (Machiavelli
par.5. p.151.).
Sbarbare-sbarbicare,
abbarbicare o abbarbicarsi.
Al detto altrove sopra i nostri verbi in icare, fatti da verbi originali
usati o no, o pur da nomi ec. (11. Feb. 1824.). Barbare-barbicare.
Diminutivi greci
positivati. Vedi svm‹tion per sÇma senza niuna causa di diminuzione, in Apollon. Dysc.
Mirabil. c.3. ed appresso altri, e v. lo Scapula.
(11. Feb. 1824.)
[4030] Claquer-claqueter che l'Alberti chiama
frequentativo di quello. Crier-criailler, della qual sorta di verbi dico
altrove.
(12. Feb. 1824.)
Diminutivi
positivati. Clientolo. Maillet-mail, maglio, malleus. Che la et
in francese ne' verbi e ne' nomi sia per se diminutivo o frequentativo ec. come
la ett in italiano vedesi per lo pensiero precedente e per mille altri
esempi ec.
(13. Feb. 1824.)
Nascere per accadere. ec. Se
altro di meglio non nasce. Machiav. Clitia At.5. sc.2.
fine.
(13. Feb. 1824.)
Altro per nulla o alcuna
cosa ec. V. il pens. preced. e le molte nostre frasi simili.
(13. Feb. 1824.)
Faventia-Faenza. (14. Feb. 1824.). Faentini (Guicc.
1. 418. 419. ec. Faventini, come in lat.). Fayence per Faenza
e per una città di Francia, lat. Faventia.
Immutatus,
immixtus
affermativi e negativi. Al detto altrove in proposito d'intentatus.
(14. Feb. 1824.)
Raddoppiamenti greci,
del che altrove. ¤lhlam¡now, ¤lhlegm¡now, ôrvrugm¡now, Žlhleimm¡now, Žl®leimmai ec. rare ec.
(14. Feb. 1824.)
Cangiamento del cul
lat. in chi ital. Bernoccolo (voce affatto italiana, v. però il
Gloss. e i vari dizionari) co' suoi derivati bernocchio che vale lo
stesso.
(15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. Suggramm‹tion. V. Luciano in principio
dell'Erodoto, dove pare che sia positivato, e lo Scapula ec. se v'ha nulla a
proposito.
(15. Feb. Domenica di
Settuagesima. 1824.)
Neanche ad Erodoto
par che fosse nativo il dialetto ionico (a proposito del detto altrove), a
quanto osservo nella nota del Palmerio al principio dell'Herodotus sive
Aetion di Luciano.
(15. Febbraio. 1824.)
[4031]Certo le condizioni sociali e i
governi e ogni sorta di circostanze della vita influiscono sommamente e
modificano il carattere e i costumi delle varie nazioni, anche contro quello
che porterebbe il rispettivo loro clima e l'altre circostanze naturali, ma in
tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o poco contrario
al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che i
principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a
fare col clima, o ne derivano, o quando anche non ne derivino, e vengano da
cagioni affatto diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d'esso
clima o dell'altre condizioni naturali d'essa nazione o popolo o cittadinanza
ec. Per es. io non dirò che il modo della vita sociale rispetto alla
conversazione e all'altre infinite cose che da questa dipendono o sono
influite, proceda assolutamente e sia determinato nelle varie nazioni d'Europa
dal loro clima, ma certo ne' vari modi tenuti da ciascuna, e propri di ciascuna
quasi fin da quando furono ridotte a precisa civiltà e distinta forma
nazionale, ovvero da più o men tempo, si scopre una curiosissima conformità
generale col rispettivo clima in generale considerato. Il clima d'Italia e di
Spagna è clima da passeggiate e massime nelle lor parti più meridionali. Ora
queste nazioni non hanno conversazione affatto, nè se ne dilettano: e quel poco
che ve n'è in Italia, è nella sua parte più settentrionale, in Lombardia, dove
certo si conversa assai più che in Toscana, a Napoli, nel Marchegiano, in
Romagna, dove si villeggia [4032]e si fanno tuttodì partite di piacere,
ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma
non si conversa; in Roma ec. Il clima d'Inghilterra e di Germania chiude gli
uomini in casa propria, quindi è loro nazionale e caratteristica la vita
domestica, con tutte l'altre infinite qualità di carattere e di costume e di
opinione, che nascono o sono modificate da tale abitudine. Pur vi si conversa
più assai che in Italia e Spagna (che son l'eccesso contrario alla
conversazione) perchè il clima è per tale sua natura meno nemico alla
conversazione, poichè obbligandoli a vivere il più del tempo sotto tetto e
privandoli de' piaceri della natura, ispira loro il desiderio di stare insieme,
per supplire a quelli, e riparare al vôto del tempo ec. Il clima della Francia
ch'è il centro della conversazione, e la cui vita e carattere e costumi e
opinioni è tutto conversazione, tiene appunto il mezzo tra quelli d'Italia e
Spagna, Inghilterra e Germania, non vietando il sortire, e il trasferirsi da
luogo a luogo, e rendendo aggradevole il soggiornare al coperto: siccome la
vita d'Inghilterra e Germania tiene appunto il mezzo, massime in quest'ultimi
tempi, per rispetto alla conversazione, tra la vita d'Italia e Spagna e quella
di Francia, e così il carattere ec. che ne dipende. E già in mille altre cose
la Francia, siccome il suo clima, tiene il mezzo fra' meridionali e
settentrionali, del che altrove in più luoghi. Non parlo delle meno estrinseche
e più spirituali influenze del clima sulla complessione e abitudine del corpo e
dello spirito, anche fin dalla nascita, che pur grandissimamente [4033]contribuiscono
a cagionare e determinare la varietà che si vede nella vita delle nazioni,
popolazioni, individui tutti partecipi (come son oggi) di una stessa sorta di
civiltà, circa il genio e l'uso della conversazione.
(15. Feb. 1824.)
Oéd¢n j¡non eÞ p‹nu ¢spoudakÆw ¢kÜ toÝw ŽrÛstoiw êpò
soè
gnvrÛzesJai, ¤k t°w gan ¤piJumÛaw eÞw toénantÛon, diataraxJeÛw, ¤n¡peson. Lucian. pro lapsu inter salutandum. opp. t.1. 502.
Amstel. 1687.
(16. Feb. 1824.)
Appartiene al detto
altrove sopra lo spagn. luego ec. la frase eéJçw Žrxñmenow, e la corrispondente lat. statim ab initio
o a principio ec. e quella di Luciano, loc. sup. cit. p.498. eéJçw ¤n t» Žrx» e prÇton eéJçw, e simili che puoi cercare nel Forcell. Scap. ec.
(16. Feb. 1824.)
Fiorito, fleuri ec. per fiorente, come età
fiorita cioè che fiorisce, floret.
(16. Feb. 1824.)
Giuntare per truffare ec. viene da
iungo-iunctum come juntar spagn. in altro senso, poichè anche giungere
si usa per giuntare che in questo senso, tutto italiano, n'è un
continuativo. Pur da iungere viene aggiuntare per giuntare
(Machiav. Mandrag. at.3. sc.9. la Crus. ha il verbale aggiuntatore),
come il nostro volgare aggiuntare e lo spagn. ayuntar ec. in
altro senso. E v. il Gloss. Giunto per giunteria. Crus.
(17. Feb. 1824.)
[4034] Imprenta, imprentare ec. impronta, improntare ec.
quasi imprimita, imprimitare da imprimitum, supino regolare
inusitato, per impressum.
(17. Feb. 1824.)
ƒEJ¡lv per dænamai o piuttosto per m¡llv, del che altrove. V. Plat. de Rep. 4. opp. ed. Ast. t.4. p.200. B.
(18. Febbraio. 1824.)
Diminutivi
positivati. Compagnon.
(20. Feb. 1824.)
Bequeter (beccare) frequentativo o
diminutivo. Gresset Ver-vert, Chant premier.
(20. Feb. 1824.). Feuilleter.
Diminutivi
positivati. Avorton, menton mentonnière ec.
(20. Feb. 1824.). Flacon-fiasco.
KaÜ ÷lvw p‹ntvn õ poluchfñtatow ¤n paideÛ& sæ ge, kaÜ m‹lista ÷sÄ t¯n leuk¯n ŽeÜ kaÜ sÅzousan f¡reiw (Lucian. in Harmonide ad. fin.) E
massime in quanto, o in quanto che. Grecismo dell'italiano in questa e
molte simili nostre frasi.
(21. Feb. 1824.). V. franc. e spagn. ec.
Alla p.4029. Il
numero o suono del periodo de' trecentisti è un tale proprio loro, e ben
diverso generalmente da quello de' Cinquecentisti; e così non solo tutte le
lingue, ma ciascun secolo di esse, anche quelli in cui non si coltiva il
numero, hanno un periodo loro proprio quanto al suono, e diverso da quello
degli altri secoli, anzi tanto più proprio loro e più diverso dagli altri,
quanto il numero v'è meno studiato, perchè l'arte, sempre la stessa, induce
conformità, onde due secoli studiosi del numero, ancorchè distanti, possono
facilmente rassomigliarsi insieme, più che gli altri: quando infatti veggiamo
anche tra diverse lingue tal somiglianza, come tra greco e latino e tra latino
e italiano negli scrittori che sono studiosi [4035]del numero.
(21. Feb. 1824.)
Diminutivi
positivati. Vallon, coteau, costola ec.
(21. Feb. 1824.). Rayon, pavot.
Genitivo plurale in
vece dell'accusativo col pronome alcuni o alcuno del che altrove.
Luciano in Scytha, opp. 1687. t. I. p.598. init. deÝjai tÇn lñgvn êmÝn cioè ex meis orationibus
o doctrinis, il qual luogo è bene interpretato dal Grevio nella fine del
tomo, il quale è da vedere.
(22. Feb. Domenica. 1824.)
Grecismo
dell'italiano. Se non quanto o in quanto o quanto che, o in
quanto che par„ ÷son. V. Luciano loc. cit. qui sopra,
ad fin. p.599. e lo Scapula ec. e i franc. e spagn. ec.
(22. Feb. 1824. Domenica.)
SÛllow, sÛlloi o silloÜ si fa derivare da àllow occhio parŒ tò diaseÛein toçw àllouw. V. Scap. e Menag. ad Laert. in
Timon. IX. 111. Consento che venga da àllow, ma non che ci abbia a fare il seÛein, formazione d'altronde molto inverisimile. Io credo che sÛllow sia lo stesso affatto che àllow in origine, aggiuntoci il sigma
in luogo dello spirito, benchè lene, all'uso latino circa lo spirito denso e al
modo che gli Eoli usavano il digamma, ossia il v latino (e quindi i latini il
v) in vece anche dello spirito lene, nel principio delle parole. Veggasi il
detto altrove di sèkon ch'io credo essere venuto da un ðkon o oïkon. Da sÛllow occhio la metafora trasportò il
significato a derisione ec. quasi dicesse, come diciamo noi, occhiolino
ec. onde sillaÛnein sarebbe quasi far l'occhiolino, in senso però di
deridere ec. La metafora è naturale, perchè il riso generalmente, ma in
ispezieltà la derisione risiede e si esprime cogli occhi principalmente e molte
volte con essi unicamente.
(22. Febbraio 1824. Domenica di Sessagesima.)
…Ejv tÇn Êtvn fuorchè l'orecchie.
Luciano opp. 1687. p.580. ad fin. t.1. Di quest'uso del greco ¦jv conforme all'italiano fuori, fuorchè, infuori ec. e al francese hors,
hormis ec. e allo spagn. fuera, fuera de que (oltre di che) ec.
(anche in greco s'usa, mi pare, ¦jv o simil voce per oltre. V. lo
Scap. e il Forcell. ec.) dico altrove, se ben mi ricordo. (22. Feb. Domenica di
Sessagesima. 1824.)
[4036] Accortare, scortare. Al detto altrove di curto as.
(23. Feb. 1824.). Accorciare, scorciare ec. co' derivati ec. non sono
che corruzioni, e vengono pur da curtare.
(23. Feb. 1824.)
Capter, Cattare ec. Al detto altrove di captare.
(25. Feb. 1824.). Riscattare,
rescatar ec. catar, di cui altrove, è forse da captare?
Faventini, del che altrove. Guicc. t.2. p.34-36.
(25. Feb. 1824.)
Rilevato per che rileva, cioè pesa,
cioè importa. Nardi spesso nella Vita del Giacomini.
(25. Feb. 1824.).
Al detto altrove di suppeditare
aggiungi che nel D. Quij. par.2. cap. 18. fine, io trovo supeditar per calpestare.
(28. Feb. 1824.)
L'uso della sinizesi
da me altrove in moltissimi luoghi distesamente notato ne' latini e dimostrata
volgare fra loro e familiare ec. osservisi essere un'altra delle conformità del
volgar latino colle nostre lingue, in cui essa sinizesi non è pur volgare, ma
regolare ec. ec.
(28. Feb. 1824.)
Diminutivi
positivati. Struzzo-struzzolo.
(28. Feb. 1824.)
Verbi frequentativi o
diminutivi ital. Balzare balzellare.
(28. Feb. 1824.)
Pelle per donna ec. nostro modo
osceno. V. il Forc. in Scortum e in Pellex ec. e la Crus. se ha
nulla.
(28. Feb. 1824.)
…Allo per oéd¢n ridondante come in italiano, del
qual modo italiano corrispondente anche ad un altro analogo modo greco, ho
detto altrove in più luoghi. Luciano nel fine del libretto perÜ ŽsrtrologÛaw (se però è suo): „Upò d¢ t» dÛnú tÇn Žst¡rvn mhd¢n llo gÛgnesJai; per mhd¢n gÛgnesJai. E questo luogo dimostra l'origine di questa frase ed uso del pronome llow altri o llo altro, sì quanto al
greco, sì quanto all'italiano. Perocchè viene propriamente a dire: mhd¢n llo µ aétò toèto tò din¡esJai; così senz'altro val propriamente senz'altro fuor della cosa
medesima o delle cose di cui si parla. Vedi il detto da me
lungamente circa la frase oéd¢n pl¡on sulla fine del Fedone, nelle mie
note sopra Platone. E vedi anche il contesto del cit. luogo di Luciano.
(28. Feb. 1824.). V. la p. seg.
[4037]Eé Jçw ¤n Žrx» tÇn lñgvn. Luciano opp. 1687. t.1. p.861:
del che altrove.
(28. Febbraio. 1824.)
Alla p. preced. Qua
spetta quel luogo del Guicc. lib.6. t.2. ed. Friburgo p.74. Ai Veneziani non
pareva piccola grazia se non fossero molestati dagli altri. Cioè
semplicemente non fossero molestati. Quel dagli altri ha
relazione ai Veneziani medesimi, e vale insomma da nessuno, cioè infine ridonda
affatto. Questo modo è ordinarissimo massime nel dir familiare.
E così credo che sia anche in greco e in latino
ed altresì in francese e spagnuolo le quali due lingue si osservino ancora
circa gli altri modi notati di sopra ed altrove a questo proposito ec.
(29. Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.)
Halo ai avi atum -
halitans, alitare
(verbo e sostantivo ossia infinito sostantivato), haleter. V. gli Spagn.
e il Gloss. ec. (29. Feb. 1824.)
Lino linis, livi,
et lini, et levi, litum per linitum. Osservisi questo verbo quanto alla sua coniugazione
che mi par faccia a proposito d'altri miei pensieri. Ed osservisi ancora
insieme con esso il suo compagno linio is ivi linitum, coi composti ec.
dell'uno e dell'altro.
(29. Feb. 1824.). Alo alis
alui alitum altum alere.
Osado o ossado per che osa,
ardito per che ardisce (aggettivati), hardi ec. atrevido
per quien se atreve presente, anch'esso aggettivato: e simili.
(29. Feb. Domenica di
Quinquagesima. 1824.)
Parrebbe che gli
uomini sciolti, franchi nel conversare, e massime gli sprezzanti avessero più
amor proprio degli altri e più stima di se, e i timidi meno. Tutto al
contrario. I timidi per eccesso di amor proprio e per il troppo conto che fanno
di se, temendo sempre di sfigurare e perdere la stima altrui o desiderando
soverchiamente di acquistarla e di figurare, hanno sempre innanzi agli occhi il
rischio del proprio onore, del proprio concetto, del proprio amore, e occupati
e legati da questo pensiero, sono senza coraggio, e non si ardiscono mai. I
franchi e gli sprezzanti fanno al contrario [4038]per la contraria
cagione, cioè per aver poca cura e poco concetto di se, o desiderio della stima
degli altri (che viene a essere il medesimo), sia che essi sieno tali per
natura, o per abito acquisito. Così che essi offendono spesse volte e
facilmente, o rischiano di offendere l'amor proprio degli altri, e n'hanno poca
cura, per poco amor di se stessi. E i timidi lo risparmiano sempre con mille
scrupoli e riguardi, e non impetrano mai da se stessi non che di lederlo
menomamente, ma di porsene a rischio benchè leggero e lontano, e ciò per
soverchio amor proprio, il quale parrebbe che dovesse principalmente offendere
e muoverli ad offendere quello degli altri. E così per soverchia stima di se
stessi, si guardano di mostrar dispregio degli altri, e infatti non gli
spregiano, anzi gli stimano eccessivamente non per altro che per lo smisurato
desiderio e conto che fanno della loro stima, anche conoscendoli di niun
valore, o almeno per la gran tema che hanno di perderla, eziandio vedendo che la
sarebbe piccola perdita per rispetto al merito di coloro. Tali sono
ordinariamente i fanciulli e i giovani ancora inesperti e inesercitati nel
commercio umano e nelle palestre dell'amor proprio, dov'esso riporta tanti
colpi, che alla fine incallisce; e tali sono più o manco, per più o men lungo
tempo, ed alcune per tutta la vita, le persone sensibili e immaginose, le quali
restano sovente fanciulle anche in età matura, e vecchia, sì quanto a molte
altre cose, sì quanto a questa della timidità nel consorzio umano, che in esse
è sempre difficile a vincere più assai che negli altri, e in alcune è
assolutamente invincibile, come fu in Rousseau. La cagione si è l'eccesso
dell'amor proprio, inseparabile dalla soprabbondanza della vita e forza
dell'animo; ed insieme la vivacità della immaginazione, la quale non mai
veramente spenta in loro, nè anche quando pare affatto agghiacciata, e quando
effettivamente ha cessato affatto di partorire alcun piacere all'individuo
medesimo, continuamente, [4039]secondo la sua natura, va fingendo ad
esso amor proprio che è per se vivissimo, mille falsi pericoli e difficoltà, o
smisuratamente accrescendo e moltiplicando i veri. Sì, Rousseau e gli altri
tali uomini sensibili e virtuosi e magnanimi, occupati sempre e legati da
un'invincibile e irrepugnabile timidità, anzi mauvaise honte ed
erubescenza, non furono e non son tali se non per eccesso di amor proprio e
d'immaginazione. Altro danno e infelicità somma della soprabbondanza della vita
interna dell'anima (oltre i tanti da me altrove notati), della sensibilità,
della squisitezza dell'ingegno, della natura riflessiva, immaginosa ec. Poichè
in essa l'amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di
successi, e desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che
gli altri non fanno, e impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli
che gli altri con molto minor desiderio e bisogno conseguono facilissimamente
ogni dì, ed evitano con molto minor tema, e che quando nol conseguissero o non
lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e infelicitati, per la minore
vivacità e sensibilità dell'amor proprio, ed anche della immaginazione, la
quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false
esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi
desiderano naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali
successi incontrati nella società, delle Žsxhmosænai, che anche bene spesso non son
vere affatto, ma fabbricate di pianta dall'immaginazione, e non esistono se non
nell'idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi
si propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno
ottenuti nè possibili ad ottenere ec. ec.
(1. Marzo. penultimo dì di Carnevale. 1824.)
Ciò che ho detto
dell'immaginazione, dico [4040]dell'amor proprio, il quale in questi
tali, anche quando sembra rotto e fiaccato dall'uso de' mali, dispiaceri,
punture ec. anzi minore assai che non è negli altri, e quasi al tutto
agghiacciato, addormentato e spento, è sempre in verità vivissimo assai più che
negli altri anche giovani e principianti, caldissimo, e ancora in istato da
esser chiamato tenerezza di se stesso (come suol essere nella gioventù) benchè
sia in loro più negativo che positivo, più atto a impedire che a cagionare,
piuttosto causa di passione che d'azione ec. quale egli è proporzionatamente
anche ne' primi anni di questi tali.
(3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.)
Infundo infusus-infuser.
(3. Marzo. 1824.).
Diminutivi positivati.
Lucerta-lucertola, lucertolone.
(3. Marzo. 1824.). Lacerta-lacertola.
F‹v, faeÛnv, faeÛnomai. Alterazione di desinenza collo
stesso significato, del che altrove.
(3. Marzo. Mercoledì delle S.
Ceneri. 1824.)
Diminutivi
positivati. Fou-follet. V. i Diz. franc. in questa voce, e nóta che
questo è un aggettivo. Noi pure folletto benchè per lo più sostantivato
per la soppressione del nome spirito. E questa nostra voce (come
fors'anche folle) par che venga dal francese o dal provenzale. Del resto
v. la Crus. in folletto esem.2. e §.2. e gli spagnuoli.
(3. Marzo. dì delle S. Ceneri.
1824.)
Spiare-spieggiare. (3. Marzo, dì delle S. Ceneri.
1824.). Scoppiare, scoppiata sustantivo - scoppiettare, scoppiettata,
scoppiettio.
(4. Marzo. 1824.). Incrociare-incrocicchiare,
croce-crocicchio ec.
Al detto altrove di ôlÛgou o mikroè deÝn ec. aggiungi. Si dice anche
assolutamente ôlÛgou (fors'anche mikroè) sottintendendosi il deÝn o d¡on, in senso di sxedòn ec. come appunto in italiano per poco. Plat. in
Phaedro ec.
(4. Marzo 1824.)
Inadvertido,
inavveduto, desconocido per sconoscente, malaccorto e [4041]simili si aggiungano
al detto altrove circa i participii avveduto ec. aggettivati ec. Condolido
per condolente, participio vero e non in senso d'aggettivo. D. Quij.
par.2 cap.21. avanti il mezzo.
(4. Marzo 1824.)
Senz'altro patto per senza niun patto.
Guicc. l.7. ed. Friburgo t. 2. p.124. principio. ed aggiunge assolutamente
ch'è l'interpretazione espressa dell'anzidette parole.
(5. Marzo 1824.)
L'ulus de'
lat. si cambia ordinariamente dagl'italiani in io (così l'ulum, e
in ia l'ula), raddoppiando la consonante che lo precede, se ella
in latino è pura, come oculus-occhio, nebula-nebbia ec.; se impura non
si raddoppia, come masculus-maschio ec.
(5. Marzo 1824.)
Vischio, succhio sost. e molti simili, sembrano
esser tutti diminutivi positivati, fatti nel modo detto nel pensiero
precedente, e però venuti certo dal latino e probabilmente stati usati nel
volgar latino in luogo de' loro positivi succus, viscum o viscus
ec. ec. (5. Marzo 1824.). Così ho detto altrove de' nostri verbi in iare
ec.
Tomber-tombolare,
tombolata ec.
(5. Marzo 1824.). Di tali verbi italiani, oltre diminutivi frequentativi
vezzeggiativi ec. alcuni, anzi forse, almeno in molti casi, non pochi, sono
disprezzativi.
(6. Marzo 1824.)
Al detto altrove di apparecchiare,
aparejar ec. aggiungi sparecchiare e simili composti ec. ital.
spagn. e franc.
(6. Marzo. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. àxnow-àxnion diminutivo assolutamente
positivato, e proprio, a quel che sembra, di Omero, (sopra il che altrove)
benchè si trovi anche in Senof. nel Cineg. dove bisogna però vedere se è
veramente positivato, o se essendo, non è preso da Omero.
(6. Marzo. 1824.)
Gli uomini sarebbono
felici se non avessero cercato e non cercassero di esserlo. Così molte nazioni
o paesi sarebbero ricchi e felici (di felicità nazionale) se il governo, anche
con ottima e sincera intenzione, non cercasse [4042]di farli tali, usando
a questo effetto dei mezzi (qualunque) in cose dove l'unico mezzo che convenga
si è non usarne alcuno, lasciar far la natura, come p.e. nel commercio ch'è più
prospero quanto è più libero, e men se ne impaccia il governo. Similmente
dicasi de' filosofi ec. Del resto la vita umana è come il commercio; tanto più
prospera quanto men gli uomini, i filosofi ec. se ne impacciano, men proccurano
la sua felicità, lasciano più far la natura.
(7. Marzo. prima Domenica di Quaresima.
1824.)
Altro per nessuno o ridondante.
Guicc. t.2. ed. Friburgo p.144. lin. penult.
(7. Marzo. I. Domenica di
Quaresima. 1824.)
EéJçw genñmenow ec. Questa forma è propria del
greco, ed usasi eziandio con molti altri avverbi o significanti il med. che eéJçw, o d'altro significato, come ‘ma, metajç (i quali ricevono anche il
participio presente, secondo la natura del loro significato, ed altri
participii, oltre i passati) ec. ed è chiamata, se non erro, propria degli
attici (benchè si trova anche in autori anteriori, per dir così, all'atticismo,
come in Anacr. od. 33. eéJçw traf¡ntew od. 55 eéJçw ÞdÅn ec.) - subito nato, dopo nato, appena nato ec. né
à peine (vix natus) ec. despues de nacido ec. V. i Diz.
franc. e spagn. e il Forcell. negli avv. corrispondenti a subito, dopo
ec. simul ec.
(8. Marzo. 1824.)
Indigesto per indigeribile o difficile
a digerire. - Indigesto per che non ha digerito o che non
digerisce.
(8. Marzo. 1824.)
MinæJv-minuo, forse l'uno e
l'altro da minæv, alterato nel greco colla interposizione del J, (cosa usata), conservato
purissimo in latino, eziandio ne' composti: della qual conservazione
dell'antichità appo i latini più che appo i greci, dico diffusamente altrove.
(8. Marzo 1824.)
[4043]ƒArgeÝow-argi-v-us. Orazio e Ovidio alla greca comune, argeus,
l'uno in un luogo, e l'altro in un altro. Così da Žxaiñw, oltre achaeus, achivus che forse è più proprio
latino e più volgare, e achaeus sarà solamente letterario, come anche argeus
senza fallo; e forse altri simili.
(8. Marzo. 1824.)
Nè la occupazione nè
il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno.
Nondimeno è certo che l'uomo occupato o divertito comunque, è manco infelice
del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna.
Perchè? se nè questi nè quelli sono punto superiori gli uni agli altri nel
godimento e nel piacere, ch'è l'unico bene dell'uomo? Ciò vuol dire che la vita
è per se stessa un male. Occupata o divertita, ella si sente e si conosce meno,
e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o
divertiti, non avendo alcun bene nè piacere più degli altri, sono però manco
infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non
perchè abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior
sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita, benchè questa
sia senza alcun altro male particolare. Il sentir meno la vita, e l'abbreviarne
l'apparenza è il sommo bene, o vogliam dire la somma minorazione di male e
d'infelicità, che l'uomo possa conseguire. La noia è manifestamente un male, e
l'annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun male nè dolore
particolare, (anzi l'idea e la natura della noia esclude la presenza di
qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita,
provata, conosciuta, pienamente presente all'individuo, ed occupantelo. Dunque
la vita è semplicemente un male: e il non vivere, o il viver meno, sì per
estensione che per intensione è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero
preferibile per se ed assolutamente alla vita ec.
(8. Marzo. 1824.). V. p.4074.
[4044]Forse diminutivo positivato: sp®laion (spelaeum). V. i Less.
(9. Marzo. 1824.)
Alla p.4025. Vedilo
pure tom.2. lib.7. p.18. l.8. p.219. analoghi a' quali v'ha diversi altri
luoghi nello stesso autore.
(9. Marzo. 1824.). V. qui sotto.
Menare, portare,
tirare ec. pel
naso - t°w =inòw §lkein nello stesso senso. Lucian.
Dial. Deor., Iov. et Iunon. t.1. opp. 1687. p.196. V. i Less. e la Crus. e il
Forcell. e i francesi e gli spagnuoli (9. Marzo. 1824.). Nóta che Luciano lo
usa come proverbio o modo di dire vulgato, colla voce fasÜ.
Laiòw - lae-v-us.
(9. Marzo 1824.).skaiñw - scae-v-us.
Al detto altrove dei
verbali in bilis in ilis ec. ec. si aggiungano quelli formati da
essi in ilitas, bilitas, e altri generi, siano del buono o del barbaro
latino o delle lingue moderne, sia che i verbali da cui essi sono formati sieno
individualmente noti o ignoti ec. ec., sia pure che tali nomi sostantivi
verbali, derivino immediatamente dai verbi, e in tal caso bisogna vedere da che
voce dei verbi e in che modo, secondo i rispettivi generi d'essi verbali.
(10. Marzo. 1824.)
Al capoverso 2. di
questa pagina. Anche nella lega di Cambrai contro i Veneziani fu presa per
pretesto, o maggior coonestazione, secondo l'uso di quelli e de' passati tempi,
il voler far guerra contro i Turchi. V. il Guicc. t.2. p.180. e quivi le note,
e p.186. sulla fine. Ed è notabile in questo caso tanto più questo pretesto,
quanto per distruggere i Veneziani allegavano la necessità di farlo a volere
opprimere i Turchi, de' quali i Veneziani erano i maggiori nemici, e quelli che
avevano avuti seco maggiori guerre (come pur n'ebbero appresso), e fatti loro e
riportatine maggiori danni. (10. Marzo. 1824.). V. p.4073.
Non ne fece altro per non ne fece nulla; non se
ne fece altro; non se ne farà, se ne fa altro; modi consueti del nostro
favellare. Non volle farne altro cioè nulla: nelle note al Guicciard.
t.2. p.183.191.363.
(10. Marzo. 1824.)
In tutta l'Europa
(massime in Italia, dove tutti gli assurdi e gl'inconvenienti sociali sono
maggiori che altrove) non reca infamia l'essere [4045]o essere stato
vizioso, nè l'aver commesso delitti (massime trattandosi di alcuni tali vizi e
delitti, certi dei quali, anche atroci, fanno piuttosto onore, stima, e
rispetto, che altro); ma bensì l'essere o l'essere stato punito di qualsivoglia
vizio o misfatto, anzi pure della virtù o di azioni virtuose e degne di lode e
di premio.
Negli Stati Uniti d'America l'opinione pubblica non attacca veruna infamia alla
punizione, e il colpevole che è stato punito e rientra nella società, v'è tanto
più esente da obbrobrio che l'impunito che in essa si aggira, quanto che 1. si
considera ch'egli ha espiato colla pena subita il suo fallo, e riparato e data
soddisfazione del torto fatto alla società, e pagato il debito contratto seco
lei: 2. si giudica, come in fatti ordinariamente succede, che la pena, la quale
colà si considera e si chiama penitenza (le prigioni si chiamano case di
penitenza), e le cure che nel tempo di essa espressamente si usano per curare
con rimedi sì fisici che morali il morale del colpevole, abbiano corretto e
riformato il suo carattere, i suoi costumi, le sue inclinazioni, i suoi
principii, e ridottolo alla buona strada, con che e di diritto e di fatto e di
opinione egli torna intieramente a paro e a livello degli altri cittadini o
forestieri. Vedi il racconto sulle prigioni di Nuova York nell'Antologia di
Firenze num. 37. Gen. 1824. e in particolare la pag.54.
(11. Marzo. 1824.)
ƒEJ¡lv ¤grhgor¡v-J¡lv grhgor¡v possono essere esempi o di
accrescimenti o di troncamenti fatti da' greci ai loro temi senz'alterazione di
significato. Così lÇ p. ¤J¡lv, o quella sia la radice, o un troncamento, del che altrove.
(12. Marzo 1824.)
[4046] Acertado per que acierta o que
suele acertar, tanto di persona, quanto di cosa. D. Quij. par.2. cap.25.
verso il fine, cap.26. un poco sotto il principio. ec.
(12. Marzo. 1824.)
ƒEJ¡lv per dænamai ec. del che altrove. V. Luciano opp. 1687. tom.1. p.222. linea 10. in
Dearum iudicio, e Plat. Phaedon. opp. ed. Astii, t.1.
p.478. B.
(12. Marzo. 1824.)
Il nostro pronome si,
massime nel dir toscano, spessissimo ridonda per grazia e proprietà di lingua e
per idiotismo, contro le leggi grammaticali delle favelle. Così fra' latini il
pronome sibi (a cui risponde il nostro si, che ne' detti casi non
so se tutti, è dativo, come in se n'andò e simili), massime appo gli
antichi, e questi, comici, onde siffatto uso dovette esser proprio del dir
volgare o familiare. V. il Forcell. in Sui.
(13. Marzo. 1824.). V. qui sotto.
Essere in se (être en soi ec. V. i Diz. franc. e spagn.). ¤n ¥auÒ eänai - V. Luciano nel Dial. di
Nettuno e Polifemo, opp.1687. t.1. p.241. fine. Così esso ed altri sovente. Il
Forcellini non ha nulla in proposito, nè in Sui, nè in Sum.
(13. Marzo. 1824.)
Carra plur. di carro.
(14. Marzo. 2.a Domenica di Quaresima. 1824.)
Necessitado per que necessita, cioè ha
menester, e si unisce anche col genitivo, come il suo verbo. D. Quij. in
più luoghi. Quanto ad errado, di cui altrove, notisi che in ispagnuolo
si dice anche errarse. D. Quij. par.2. cap.27. se havia errado
(avea sbagliato).
(14. Marzo. 1824.)
Al capoverso 3. di
questa pag. Dubito che anche in franc. e in ispagn. anche più vi sieno usi
simili. V. per esempio il fine del pensiero preced.
(14. Marzo. 1824.)
I nostri nomi
diminutivi o disprezzativi ec. in acchio ecchio ec. e i verbi diminutivi
o frequentativi o disprezzativi ec. in acchiare ecchiare ec. sono di una
forma espressamente originata dal latino, cioè dalla forma diminutiva o
frequentativa [4047]ec. in culus e culare. Lo stesso dico
de' nomi e verbi francesi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in ail
aille ailler iller eiller (sommeiller) ec. de' quali altrove. E
credo che anche lo spagn. in illo o illar ec. venga da essa forma
latina (come periglio péril ec. da periculum, del che in più
luoghi) più tosto che da quella in illus illare ec.
(15. Marzo. 1824.)
Alle altre barbarie
umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza infame che
fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria
de' barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto
tempo (lasciando i romani), e sì propria che sempre che i greci scrivono
d'amore in verso o in prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di
questo siffatto, voluto fino ridurre in sentimentale da Platone massimamente,
nel Convivio e più nel Fedro, e altrove, e da Senofonte poi nel Convivio. E
Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata. Quanto noccia questo infame
vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è manifesto ec.
ec. Aggiungansi similmente gli spettacoli de' gladiatori, e l'altre barbarie
romane ec. ec.
(15. Marzo. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. Luciano nel Dialogo di Doride e di Teti dice prima ¤w kibvtòn e poi indifferentemente parlando della medesima arca tò kibÅtion, e poi di nuovo t¯n kibvtòn ed ² kibvtñw, e così anche nel Dial. di un Tritone e delle Nereidi ¤n t» kibvtÒ parlando della stessa arca. V. i
Lessici ec. Ciò mostra che il significato di questo diminutivo e di questo
positivo era conforme, o che anche in greco si usava elegantemente il
diminutivo pel positivo o a piacere, o come catacresi o enallage ec., o comunque.
Luciano non usa qui il diminutivo se non per variare o per grazia ed eleganza
semplicemente senz'altra cagione, e senz'alcuna diversità di significato dal
positivo che insieme adopera. (15. Marzo. 1824.)
[4048]Duplicazioni greche. gv-³gagen, ghxa, Žg®oxa, ŽgageÝn ec. Si chiamano modi attici, ma
sono anche (con certe mutazioni, salvo però il raddoppiamento) anche degli
Joni, dei Dori ec. V. lo Schrevel. e lo Scap. nell'indice delle voci de' verbi
anomali a' piè del Lessico, ec.
(15. Marzo 1824.)
Prolato as in senso di differire ec.
da profero che ha pur questo senso. V. Forcell. in Prolato,
Prolatatio, Prolatatus.
(16. Marzo 1824.)
Luciano nel Dialogo
di Menippo Amfiloco e Trofonio. M. tÛ d¢ (lego d¯ ut contextus expetit) õ ´rvw ¤stÛn; ŽgnoÇ g‹r. T. ¤j ŽnJrÅpou ti kaÜ Jeoè sænJeton. M. ù m®te nJrvpñw ¤stin, Éw f¹w, m®te Jeñw, kaÜ sunamfñterñn ¤sti. Rechisi al detto altrove sopra
l'opinione degli antichi circa i semidei, segno dell'alto concetto che avevano
della natura umana.
(16. Marzo 1824.)
Diminutivi greci
positivati. =‹kow-=‹kion, se questo non è disprezzativo
più di quello.
(20. Marzo 1824.)
Alterazioni de' temi
greci, senza mutazione di significato. str¡fv-strof‹v,
strvf‹v (coi
composti), i quali verbi originariamente (come anche poi in parte) dovettero
significare ed essere onninamente gli stessi che str¡fv. V. i Lessici. E così si potrà
di molti altri tali verbi alterati, che ora di senso differiscono alquanto dal
primo tema, o hanno una significazione più determinata, o due ec. mentre quello
ne ha di più, o viceversa, ec. ec. ma che in origine forse valsero nè più nè
meno altrettanto che esso.
(20. Marzo. 1824.)
Una nuova prova
dell'antica tradizione, di cui altrove, che la popolazione del mondo, o certo
quella d'Europa, venisse dall'Asia, si deduce dalla favola (o storia) che
l'Europa pigliasse il nome da una donna d'Asia così chiamata. V. il sogno
d'Europa nel 2do idillio di Mosco ec.
(20. Marzo. 1824.). V. ancora i
mitologi e critici ec.
[4049]StleggÜw forse da principio fu un diminut. di positivo ora ignoto.
(20. Marzo. 1824.)
Troia per scrofa, del che
altrove. In franc. truye o truie. Mi ricordo ancora aver trovato
nella seconda parte del D. Quij. la voce troya, che mi parve dovere aver
questo o simile significato, benchè usata, in tal supposizione,
metaforicamente.
(20. Marzo. 1824.)
Fante per uomo adulto con tutti
i suoi derivati e diminutivi ec. (tra' quali è fancello per fanciullo
che n'è forse una corruzione, onde fanciullo sarebbe propriamente piccolo
uomo, seppur non è corruzione d'infanticello, che non credo; e così
dicasi degli altri diminutivi di fante) opposto d'infante, è
proprio non solo de' nostri antichi, (v. la Crus.) ma eziandio del volgare e
familiar moderno, in cui resta ancora per proverbio lesto fante (il che
si trova anche nell'Alberti.). Or questa voce e questo suo significato è
certamente affatto latino, poichè fante non è che il partic. fans
di for faris, verbo che non si trova nelle lingue moderne, e non dovette
neppure esser proprio de' bassi tempi. Oltre ch'egli è l'opposto d'infans
cioè non parlante (n®piow), e significa parlante, e
perciò solo ha forza e ragione di significare uomo. E nondimeno essa voce non
si trova in tal senso negli scrittori latini, se non solamente in senso molto
analogo, in un luogo di Plauto, il quale può anche servire a dimostrar
l'antichità di questa voce in siffatto senso e come opposta d'infante.
Anche in tutti gli altri suoi sensi essa non è che metafora, o ec. di quel di uomo;
p.e. fante per soldato pedone val propriamente uomo (così
si dice mille uomini, mille bommes ec. per mille soldati; uomini
d'arme, cioè soldati grevi a cavallo ec. ec. gente o genti
per esercito; gente a piè, d'arme ec. gendarmes ec. ec.). I
francesi fantassin, dall'italiano fantaccino ch'è un diminutivo o
disprezzativo positivato. Infanterie non sembra che una corruzione di fanteria.
V. gli spagn. Così dico del significato di servo o serva,
divenuto pur proprio di fante, nel qual senso ne deriva fantesca
ec. V. ancor qui gli spagnuoli ec. V. pure il Gloss. e l'articolo di Foscolo
sopra l'Odissea [4050]di Pindemonte negli Annali di Scienze e Lettere di
Milano 1810.
(21. Marzo. Domenica. 1824.)
Diminutivi
positivati. Taurus-taureau. Fante-fantaccino (forse anche disprezzativo
in origine) onde fantassin, cioè fante. V. il pensiero
precedente.
(21. Marzo. 1824.)
Dell'antiche opinioni
circa i semidei e gli eroi, delle quali altrove, vedi ancora il Dialogo di
Diogene ed Ercole ne' Dial. de' morti di Luciano.
(21. Marzo. 1824.)
Oék ¦sti maJeÝn toèto =–dion, sunJ¡touw dæƒ öntaw „Hrakl¡aw, ¤ktòw eÞ m¯ Ësper ßppokentaurñw tiw ·te.
ucian. in Dial. mort. Dial. Diog. et Herculis. Di questo italianismo del greco
dico altrove.
(21. Marzo. 1824.). V. p.4054.
Vedilo ancora in Reviviscent. opp. 1687. t.1. p.393.
Yan¡v o J‹nv-Jn®skv. Qui l'alterazione non solo è nella desinenza, ma eziandio nella
omissione dell'a, onde Jn®skv per Jan®skv dal fut. Jan®sv donde si fanno questi verbi in skv, secondo il Weller.
(21. Marzo. 1824.)
Delle cause della
universalità della lingua francese, vedi Voltaire delle Lingue, nelle sue
opere scelte Londra (Venezia) a spese del Milocco, tomi 3. in italiano, 1760.
tom.3° p.136-9.
(21. Marzo. 1824.)
Come anticamente i
francesi pronunziassero conforme scrivevano e in parte scrivono, vedi il cit.
luogo del Voltaire p.139-140.
(21. Marzo. 1824.)
Povertà di parole
nella lingua francese appetto all'italiana. V. il cit. tomo di Voltaire p.207.
nella nota, numero 3.
(21 Marzo. 1824.)
Della superiorità
della lingua latina sulla greca per certe parti e qualità, del che ho detto in
proposito dei continuativi di cui i greci mancano, cioè non ne hanno un genere
determinato, si può dire lo stesso [4051]rispetto agl'incoativi, di cui
i greci non hanno un genere e forma così determinata e assegnata come i latini,
sebbene si servono molto spesso, a significar l'incoazione, di verbi in Ûzv fatti da quelli che significano l'azione o passione positiva, o
aggiungono a' temi in ‹v, ¡v ec. il z facendone ‹zv, ¡zv ec. Ma queste forme non sono
così precisamente determinate alla significazione incoativa, perchè infiniti
verbi così formati ne hanno tutt'altra, infiniti significano lo stesso che il
primo tema (del che altrove, sebben forse in origine potranno avere avuto
diverso senso), infiniti non hanno altro tema, almen noto, e non significano
cosa incoativa ec. sia che questi e i sopraddetti abbiano perduta col tempo
siffatta significazione, e confusala ec. sia che mai non l'abbiano avuta, il
che, di moltissimi almeno, è certo, perchè molte volte la desinenza in Ûzv o zv è frequentativa. Anche de' frequentativi determinati
ec. mancano i greci, mentre gli hanno non solo i latini ma gl'italiani (e
moltissimi generi, come pure in latino ve n'è più d'uno), i francesi ec.
Mancano ancora de' verbi disprezzativi, vezzeggiativi ec. ec. che i latini e
gl'italiani ec. hanno, e più d'un genere.
(21. Marzo. 1824.)
Molti di quelli che
io chiamo diminutivi positivati, si potranno chiamare in vece disprezzativi o
vezzeggiativi o frequentativi ec. positivati, sì verbi che nomi, sì sostantivi
che aggettivi ec. Ma chiamarli generalmente diminutivi non è da potersi
riprendere, perchè tali sono propriamente tutti, e la diminuzione è il mezzo
con cui essi significano disprezzo, vezzeggiamento ec. secondo che ella è
applicata ed intesa.
(21. Marzo 1824.)
Imperfezione
dell'ortografia italiana ne' passati secoli. È noto che [4052]i
manoscritti originali anche de' più dotti uomini de' migliori secoli, e in
particolare e nominatamente quelli dell'Ariosto e del Tasso, che son pur tanto
ripieni di correzioni, presentano una stortissima e scorrettissima ortografia,
con errori tali che oggi non commetterebbe il più imperito scrivano o fanciullo
principiante, e una stessa voce v'è scritta ora con una ora con altra ora con
altra ortografia. (21. Marzo. Domenica terza di Quaresima. 1824.)
La ricchezza e
varietà e potenza e fecondità della lingua italiana non solo s'ha a considerare
nella copia de' suoi vocaboli e modi e nella gran facoltà di formarne, ma
eziandio nella gran moltitudine e varietà di tipi per così dire o coni che ella
ha per poter formare voci e modi di uno stesso genere di significazione.
(formati già moltissimi, e da potersene formar con giudizio, sempre che si
voglia e bisogni). Servano di esempio le tante desinenze frequentative o
diminutive o disprezzative ec. de' verbi, da me annoverate altrove. Le tante
diminutive de' nomi ec. ec. Nella quale abbondanza di coni la lingua nostra
vince d'assai, non che le lingue sorelle, ma la latina e la greca, e forse
qualunque lingua del mondo antica o moderna. Nè questa abbondanza produce
confusione nè indeterminazione, perchè detti coni sebbene sommamente moltiplici
in ciascun genere, sono però di qualità e di valore ben determinato ed
applicato e appropriato al suo genere di significazione.
(21. Marzo. 1824.)
Kæmbon, kæmbh - kumbÛon, kumbaÝon, kumbeÝon, diminutivi positivati in certe
significazioni. V. lo Scapula.
(22. Marzo. 1824.)
Diminutivi
positivati. Limon, limoneux-limus.
(23. Marzo. 1824.). V. la p. seg. capoverso
1.
Lixi-v-ia, lixi-v-ium
- lexia o legia
spagn.
(23. Marzo. 1824.)
Tomber, tumbar spagn. co' derivati e composti
ec. - tombolare coi medesimi.
(23. Marzo. 1824.)
[4053] Tomba da tæmbow, del che altrove. Spagn. tumba, franc. tombeau, ch'è
originariamente lo stesso, cioè ne è un diminutivo positivato come tanti altri.
(23. Marzo. 1824.). I francesi hanno anche tombe ant. e poet. ed ora con
un significato alquanto diverso. V. i Diz. V. p.4076.
Venire per essere a modo di
verbo ausiliare, congiunto co' participii passivi degli altri verbi, s'usa non
solo in italiano, anche antico, del che mi pare aver detto altrove, ma anche in
ispagn., forse a imitazione dell'italiano. Vedi D. Quij. par.2. (la qual parte
è straordinariamente sparsa di manifestissimi italianismi, più assai che la
prima ec.) cap.32. ed. Madrid 1765. tomo 3. p.370.
(23. Marzo. 1824.)
La galanteria degli
antichi italiani può esser dimostrata dall'etimologia del nome generico di donna,
etimologia che in nessun'altra lingua cred'io, nè moderna nè antica si troverà
nel corrispondente nome.
(24. Marzo. Vigilia della SS. Annunziata.
1824.). V. p.4067.
Al detto altrove di sencillo
diminutivo positivato, aggiungi sencillamente, e considerinsi siffatti
avverbi anche negli altri nomi ec.
(24. Marzo. 1824.)
Origliare,
origliere da auricula.
Nuova prova del cangiarsi spesso il cul de' latini in gli
italiano benchè per auricula noi diciamo orecchia, non oreglia,
come i francesi. (25. Marzo. dì della SS. Annunziata 1824.). Diciamo anche, ed
oggi meglio, orecchiare.
Speculum-speglio antico e poetico.
(26. Marzo. 1824.)
Discursos
entretenidos per
entretenientes, cioè di trattenimento, di passatempo. D. Quij.
(26. Marzo. ultimo Venerdì.
1824.)
Continuo per continuamente. D.
Quij. Nome aggettivo in luogo d'avverbio, del che altrove.
(26. Marzo. 1824.)
Participii in us
di verbi neutri. Licitus, licitum est o fuit dall'impersonale licet,
come gavisus e gavisus sum dal personale gaudeo. Vedi il
Forc. in Licitus, licet ebat, liceor, liceo, licito avverbio fatto da
questo participio, ec.
(27. Marzo. 1824.)
[4054]Alla p.4050. Noi diciamo eccetto
se non, se pure non, se però non, fuorchè se o se non, quando non, salvo
se non ec. E queste frasi e la greca rispondono alla latina nisi o nisi
si. Il non sì nel greco che nell'italiano vi sta fuor di ragione e
per comun proprietà d'ambe le lingue.
(28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima.
1824.)
Ri-v-us, ri-u-o -
ri-g-agnolo ec.
- rio ital. e spagn.
(28. Marzo. 1824.)
Diminutivi positivati
Rivus - ruisseau e ruscello che sono in parte e sovente
positivati. Ascia lat. ascia e asce ital. hâche
franc. ec. - accetta quasi ascetta, spesso positivato ec. perchè
s'usa promiscuamente ascia e accetta, l'uno in cambio dell'altro,
benchè forse abbiano differenza di significato proprio, che non ebbero però in
origine, eccetto quanto alla diminuzione.
(28. Marzo. 1824.)
Dormido per dormiente (fors'anche
durmido). Voz algo dormida. D. Quij. E in altre maniere. Se però dormir
non è anche neut. pass.
(28. Marzo. Domenica quarta di
Quaresima. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. teixÛon. Luciano in Reviviscent. t.1.
opp. 1687. p.418. Notisi in proposito di questo e altri diminutivi positivati
di Luciano, da me altrove segnati, che Luciano usa il linguaggio in gran parte
familiare. Nel detto luogo si parla del muro dell'acropoli o cittadella di
Atene. In due di Omero (Odiss. p V. 165.343) teixÛon si unisce con m¡ga. Parrebbe ridicolo
l'interpretarlo parvus murus, come fa lo Scapula, e sembrerebbe che non
si potesse trovar luogo dove fosse più evidente la positivazione di voci diminutive
greche. Nondimeno (oltre che v'ha varietà di lezione, o dubbio degli eruditi
sulla voce teixÛon, almeno nel primo di questi luoghi, come rilevo
dall'Indice delle voci omeriche), si potrà forse dire che teixÛon è detto da Omero a differenza dei muri di città, e simili, detti [4055]
teixh, poichè egli quivi parla dei muri di un cortile, e che m¡ga si riferisca alla grandezza di que' muri in quanto muri di cortile. Non
per tanto il luogo di Luciano e altri di Tucidide appo lo Scap. mostrano che teixÛon si diceva anche de' muri di città fortezza ec. (moenia), e possono
servire a illustrare quelli d'Omero, confermar la lezione, (massime il luogo di
Luciano che è evidente), e provando che quivi teixÛon sta semplicemente per teÝxow, benchè unito con m¡ga, aggiungere una insigne prova
alla mia opinione circa la positivazione di molti diminutivi greci, in
particolare nel dir poetico, o piuttosto antico o ionico ec.
(28. Marzo. Domenica quarta di
Quaresima. 1824.)
T°w =inòw §lkein menar pel naso proverbio
greco conforme all'italiano, del che altrove, con un luogo di Luciano, ove vi
si aggiunge il fasÜ. Aggiungi lo stesso Luciano in
Reviviscentibus opp. 1687. t.1. p.396. V. il Forcell. i Lessici e gli scrittori
di adagi e proverbi ec.
(29. Marzo. 1824.). Lucian. ib. 556. 560.
Plurali in a.
Martella. Crusca in Asce.
(29. Marzo. 1824.)
Diminutivi
positivati. Lens-lenticula (lente, lenticchia ec.).
(31. Marzo. 1824.)
Dita plur. di dito. Nota che
il corrispondente nome latino non è neutro ma mascolino.
(1. Aprile. 1824.). Nocca, Uova.
Come in italiano l'uomo
per on franc., per si ec., del che altrove, così anche in ispagn.
el hombre nel modo stesso. D. Quij. par.2. cap.40. ed. Madrid. 1765.
tomo 3. p.446.
(1. Apr. 1824.)
La lingua spagnuola è
già conformissima all'italiana per indole (oltre all'estrinseco) quanto possa
esser lingua a lingua. Ma più conforme sarebbe, se ella fosse stata egualmente
coltivata, formata e perfezionata, cioè avesse avuto ugual numero e varietà e
capacità di [4056]scrittori che ebbe l'italiana. Dalla piega che ella
prese effettivamente si raccoglie che quando avesse progredito, la forma e
l'indole che avrebbe avuta in uno stato di perfezione non sarebbe stata punto
diversa dall'italiana, alla quale per conseguenza la lingua spagnuola sarebbe
stata tanta più conforme che ora per la maggior conformità di grado e di
perfezione, perchè ora la maggiore, anzi forse unica differenza che passi tra
il genio o piuttosto la forma intrinseca di queste due lingue, si è che l'una è
molto meno formata e perfezionata dell'altra, e anche men ricca, il che con la
copia degli scrittori e delle materie non sarebbe stato.
(1. Aprile. 1824.)
Moveo - moto,
motito.
(1. Aprile. 1824.)
Cessatus partic. di cesso verbo
neutro. V. Forc. in Cessatus e in particolare il secondo es.
paragonandolo col secondo §. di Cesso.
(3. Aprile 1824.)
Al detto di acquistare
in proposito di quisto, quaesitus ec. aggiungi lo spagn. aquistar.
D. Quij. V. i Dizionari.
(4. Aprile. Domenica di Passione. Nevica.
1824.)
Grandissima, e forse
la maggior prova e segno del progresso che ha fatto negli ultimi tempi lo
spirito e il sapere umano in generale e le scienze fisiche in particolare, è
che per ispazio di quasi un secolo e mezzo, quanto ha dalla pubblicazione de'
Principii matematici di filosofia naturale a' dì nostri (1687), non è sorto
sistema alcuno di fisica che sia prevaluto a quello di Newton, o quasi niun
altro sistema di fisica assolutamente, almeno che abbia pur bilanciato nella
opinione per un momento quello di Newton, benchè questo sia tutt'altro che
certo [4057]e perfetto, anzi riconosciuto ben difettoso in molte parti,
oltre alla insufficienza generale de' suoi principii per ispiegare veramente a
fondo i fenomeni naturali. Nondimeno i fisici e filosofi moderni, anche spento
il primo calor della fama e della scuola e partito di Newton, si sono
contentati e contentansi di questo sistema, servendosene in quanto ipotesi
opportuna e comoda nelle parti e occasioni de' loro studi che hanno bisogno, o
alle quali è utile una ipotesi. Ciò nasce e dimostra che gli spiriti e nella
fisica e nell'altre scienze e in ogni ricerca del vero e in ogni andamento
dell'intelletto si sono volti all'esame fondato dei particolari (senza cui è
impossibile generalizzare con verità e profitto) e alla pratica ed esperienza e
alle cose certe, rinunziando all'immaginazione, all'incerto, allo splendido, ai
generali arbitrarii, tanto del gusto de' secoli antecedenti e padri di tanti
sistemi a quei tempi, che rapidamente brillavano e si spegnevano, e succedevansi
e distruggeansi l'un l'altro.
(4. Aprile 1824. Domenica di
Passione. Nevica.)
Altro per alcuno o ridondante,
del che altrove. Aggiungasi quell'uso dell'avv. altrimenti o altramente
ec., uso frequentissimo appresso i nostri, massime de' buoni secoli, e non
raro neanche oggidì, nel qual uso quell'avverbio sembra un assoluto pleonasmo,
quando cioè egli è congiunto alla negazione, p.e. così: non v'andò
altrimenti, cioè non v'andò. (In altro modo egli può esser congiunto
alla negazione con significati diversi, come quando si dice non altrimenti
per parimente, non altrimenti che per come.) Par ch'esso avv. in
tali casi equivalga al punto, al guari e simili italiani e
francesii ec. aggiunti sì spesso alla negazione senz'alcuna maggior forza. In
fatti spesso, o il più [4058]delle volte esso avverbio in questo caso
non importa nulla, ma originariamente e veramente, e forse talvolta
effettivamente massime presso gli antichi, vale in alcun modo. Gli altri
l'usarono e l'usano senza certo aver mai neppure immaginato o sospettato quel
che ei significhi in tali casi. Nei quali egli ha alcun chè a fare con
quell'uso dell'avverbio llvw, di cui altrove.
(5. Aprile. 1824.)
È un grand'errore di
quelli che hanno a congetturare o indovinare le risoluzioni o gli andamenti
d'altri, sia nelle cose private sia nelle pubbliche, e queste o politiche o
militari, e sia con dati o senza dati, il considerare con ogni sorta di
acutezza e di prudenza quello che sia più utile a quei tali di risolvere o di
fare, più conveniente, più secondo lo stato loro e delle cose, più giusto, più
savio, e trovatolo, risolversi che essi faranno o determineranno, ovvero fanno
e determinano appunto questa o queste cose o l'una di queste in ogni modo.
Diamo uno sguardo all'intorno alla vita, alle azioni e risoluzioni degli
uomini, e vedremo che per dieci ben fatte, convenienti ed utili a quei che le
fanno, ve n'ha mille malissimo fatte, sconvenientissime, inutilissime,
dannosissime a essi medesimi, più o meno, contrarie alla prudenza, a quello che
avrebbe risoluto o fatto un uomo savio e perfetto, trovandosi nel caso loro.
Vedremo che gli uomini il più delle volte non deliberano maturamente quando
v'ha bisogno di maturità, non conoscono l'importanza delle cose che hanno a
risolvere o a fare, non sospettano nemmeno che sia loro utile o necessario di
consultare intorno ad esse, e non entrano affatto in alcuna consulta. Parlo
egualmente de' grandi e de' piccoli, [4059]delle cose pubbliche e delle
private, piccole relativamente e grandi. È certissimo che gli affari degli
uomini qualunque, che vanno male, non vanno così (se non di rado) senza loro
colpa o insufficienza; or come dunque dovrà essere regola per indovinare le
opere o risoluzioni loro, il cercare quello che lor sia più utile e
conveniente? Il numero o degli sciocchi assolutamente, o degl'inetti ai carichi
e alle cose che hanno a maneggiare, benchè valorosi nel resto, o di quelli che
anche al loro carico sono adattati, ma non perfetti, o insomma delle
risoluzioni e delle azioni mal prese e mal fatte, inutili o dannose a chi le ha
fatte o prese, sconvenienti al caso, o finalmente tali che nelle date
circostanze non erano le migliori; il numero dico di tali azioni, risoluzioni
ed uomini soverchia ed ha sempre soverchiato di grandissima lunga quello delle
azioni, risoluzioni ed uomini loro contrarii, come apparisce da tutte le
antiche e moderne storie sì civili sì militari sì private, e dall'osservazione
della vita e avvenimenti giornalieri privati o pubblici. Onde quella regola in
vece di condurre alla probabilità dell'indovinare, conduce chi la segue ad
avere cento probabilità per una, contro quella o quelle cose che egli sceglie e
quel giudizio o congettura che ei forma. Di più, assolutamente parlando, è
falsissimo e malissimo considerato il persuadersi che gli uomini nel caso
proprio veggano quel medesimo che in esso caso veggono gli altri posti fuori di
esso, e pensino e sentano e sieno disposti allo stesso modo. Onde ancorchè
pognamo in due persone perfetta parità di prudenza, di esperienza, insomma di
attitudine a risolvere e fare in un dato caso quello che si conviene, è
certissimo che se di queste due persone l'una [4060]si troverà nel caso
e l'altra fuori considerandolo senza comunicare con quella, il più delle volte
la risoluzione o il modo dell'azione dell'una sarà diversissima più o meno da
quello che all'altra parrà si fosse convenuto. Aggiungasi la diversità dei
principii, delle abitudini e di mille altre cose anche minime che
diversificando gli spiriti (giacchè non si dà spirito perfettamente uguale ad
un altro, più che si dieno due fisonomie al tutto conformi), diversificano
altresì con mille modi le risoluzioni ed azioni di uno da quelle di un altro,
anche supponendo in ambedue ugual capacità, e parità di caso, anzi
diversificano le risoluzioni e azioni di una persona stessa in casi uguali o
simiglianti. Senza poi parlare delle passioni e delle occasioni e circostanze
del momento, spesso minime, che così minime modificano sovente e sovente
cagionano al tutto e determinano le risoluzioni ed azioni di uno, mentre che
l'altro che vuole indovinarle non è affetto da tali circostanze, sia fisiche,
sia morali, sia qualunque. La vera regola per isbagliare il meno possibile, e
la vera politica in tali casi, è conoscere quanto si può il carattere, le
abitudini, le qualità della data persona, applicarle al caso di cui si tratta,
e rinunziando a ogni prudenza propria, mettendosi ne' piedi di quella,
piuttosto come poeta, che come ragionatore, congetturar quello ch'egli è per
fare o risolvere, anzi risolvere, per così dire, in vece sua, come il
drammatico congettura quello che un dato uomo di un dato carattere in un dato caso
sarebbe per dire, e congetturatolo parla in persona di esso.
(5. Aprile. 1824.). V. il Guicc.
ed. Friburgo. t.4. p.106.
L'uomo (per l'amor
della vita) ama naturalmente e desidera e abbisogna di sentire, o
gradevolmente, o comunque purchè sia vivamente (la qual vivezza qualunque, non
può essere senza positivo diletto, nè sensazione indifferente [4061]veramente).
Sì il sentire dispiacevolmente come il non sentire sono cose assolutamente
penose per lui. E talora è men penosa, anzi più grata una sensazione con
alquanto di dispiacevole, che la privazion di sensazioni. Se l'uomo potesse
sentire infinitamente, di qualunque genere si fosse tal sensazione, purchè non
dispiacevole, esso in quel momento sarebbe felice, perchè la sensazione è così
viva, il vivo (non dispiacevole in se) è piacevole all'uomo per se stesso e
qualunque ei sia. Dunque l'uomo proverebbe in quel momento un piacere infinito,
e quella sensazione, benchè d'altronde indifferente, sarebbe un piacere
infinito, quindi perfetto, quindi l'uomo ne saria pago, quindi felice.
Segue dal sopraddetto
che universalmente non si dà sensazione indifferente. Questo pensiero si
sviluppi. (5. Aprile 1824.). Una sensazione (interna o esterna) è
necessariamente per se e in quanto sensazione, o piacevole o dispiacevole, e in
quanto sensazione senz'altro, è necessariamente e insitamente ed essenzialmente
piacere.
(5. Aprile 1824.)
Diminutivi
positivati. Ghiotto-glouton co' derivati, e anche noi ghiottoneria
ec. forse dal francese se viceversa glouton non è da ghiottone
che noi pur diciamo per ghiotto e potrebbe anche ghiottone venir
dal francese. V. gli spagnuoli ec.
Nota che questo diminut. positivato (se è tale) è aggettivo.
(6. Aprile. 1824.)
In tanto, gr. ¤n tosoætÄ, del che altrove. Aggiungi intantochè, fra tanto,
tra tanto (Guicc.) infra tanto, in quel tanto ec. E lo spagn. en
tanto que (Don Quij.), entre tanto ec. v. i Diz. spagn. V. pur la
Crus. e i Diz. franc.
(7. Aprile. 1824.). V. p. seg. En
este entretanto. D. Quij. Madrid 1765. t.4. p.244.
Moggia plur. Lat. modius masc.
(7. Aprile. 1824.)
Al detto di moisson,
diminutivo positivato di messis, aggiungi i derivati ec. come moissonner,
e così ad altri simili diminutivi positivati.
(7. Aprile. 1824.)
[4062]Chiunque gode molta fama e la
merita, è stimato più dagli altri che da se stesso. E così tutti quei che già
furono, e lasciarono degnamente agli uomini la lor gloria, sono più stimati che
essi non si stimarono.
(7. Apr. 1824.)
Alla p. preced. Finattanto,
finattantochè, fin tanto, infinoattantochè ec. - ¤w tosoèton xriw ’n. Lucian. opp. 1687. t.1. p.505. V. Forcell. Crus. franc. spagn. Gloss. ec.
(7. Apr. 1824.)
…Ejv per praeter, del che altrove. Lucian. opp. 1687.
t.1. p.566. tŒ lla ¦jv tÇn lñgvn.
(7. Aprile. 1824.)
Il costume latino di
servirsi de' participii in us de' verbi neutri e anche attivi in
significato neutro o attivo, aggettivato, e ridotto anche a dinotar
consuetudine e qualità abituale nel soggetto, come tacitus per qui
tacet, cautus, qui solet cavere ec. ec., è se non altro una prova che il
corrispondente costume tanto proprio della lingua spagnuola e frequente ancora
nell'italiana, e non improprio forse della francese, ha esempio nella latina
scritta, e quindi probabilmente viene affatto dal latino parlato e volgare, e
di lui fu proprio e familiare.
(8. Aprile 1824.)
La vita degli
orientali e di coloro che vivono ne' paesi assai caldi è più breve di quella
dei popoli che abitano ne' paesi freddi o temperati. Ma ciò non impedisce che
la somma della vita di quelli non sia, non che uguale, ma superiore alla somma
della vita di questi. Anzi non per altro è più breve la vita degli orientali se
non perchè ella è molto più intensa, tanto che in pari spazio di tempo è
maggiore la somma della vita che provano gli orientali che non è quella che
provano [4063]gli altri popoli. Ora generalmente parlando, si scuopre
nella natura quest'ordine che la durata della vita (sì negli animali sì nelle
piante) sia in ragione inversa della sua intensità ed attività. La testuggine,
l'elefante e altri animali tardissimi hanno lunghissima vita. I più veloci ed
attivi, ancorchè più forti degli altri (come è per es. il cavallo rispetto
all'uomo) hanno vita più corta. Ed è ben naturale, perchè quell'attività e
intensità di vita importa maggiore rapidità di sviluppo della medesima, e
quindi di decadenza. Infatti lo sviluppo sì degli uomini, sì degli animali, sì
delle piante ne' paesi assai caldi è molto più rapido che negli altri. Or
dunque considerando queste condizioni fisiche della vita per rapporto al
morale, si può ragionevolmente affermare che la sorte di quelli che vivono ne'
paesi assai caldi è preferibile quanto alla felicità a quella degli altri
popoli. Primieramente la somma della loro vitalità, quantunque minore nella
durata, è però assolutamente maggiore di quella degli altri, presa l'una e
l'altra nel totale. Secondariamente, posto ancora che ella fosse uguale, a me
par molto preferibile il consumare p.e. in 40 anni una data quantità di vita
che il consumarla in 80. Ella riempie i 40, e lascia negli ottanta mille
intervalli, gran vuoto, gran freddezza, gran languore. La vita assolutamente
non ha nulla di desiderabile sicchè la più lunga sia da preferirsi. Da
preferirsi è la meno infelice, e la meno infelice è la più viva. Or la vita
degli orientali, pognamola di 40 anni, è molto più viva che quella degli altri,
pognamola di 80, quando bene la somma della vivacità dell'una vita e dell'altra
sia la stessa. Or questo paragone di [4064]climi io lo applico ai tempi,
e mettendo gli antichi in luogo de' popoli di clima caldo e i moderni in cambio
de' popoli di clima freddo, dico che sebben la vita degli antichi era forse
generalmente più breve che quella dei moderni, per le turbolenze sociali e i
continui pericoli dello stato antico, nondimeno perchè molto più intensa, ella
è da preferirsi, contenendo nella sua minore durata maggior somma di vitalità,
o quando anche in minore spazio contenesse ugual somma che la moderna in
ispazio maggiore. Del che, senza il surriferito esempio, ho discorso
particolarmente in altro pensiero.
(8. Aprile 1824.). V. p.4092. e
v. la pag.4069.
Ciascuno, e
massimamente gli spiriti più delicati, sensibili e suscettibili, pervenuto a
una certa età ha fatto esperienza in se stesso di più e più caratteri. Le
circostanze fisiche, morali e intellettuali, cambiandosi continuamente nello
spazio della vita di un uomo, e nelle sue diverse età, cambiandosi, dico, per
rispetto a lui, cambiano continuamente il suo carattere, di modo che di tempo in
tempo egli è uomo veramente nuovo di spirito, come dicono i fisici che di sette
in sette anni (se non erro) egli è rinnovato di corpo. Gli uomini sensibili in
particolare non solo cambiano carattere e più rapidamente degli altri, ma
facilmente e ordinariamente acquistano caratteri contrari tra se, e massime a
quel primo carattere che si sviluppò in essi, a quello più conforme alla loro
natura, a quello che il primo potè in loro esser chiamato carattere. La coltura
dell'intelletto fra l'altre cose cagiona in una persona stessa a proporzione
de' suoi progressi, e coll'andar del tempo, una [4065]variazione
singolarmente rapida e singolarmente grande. Chi non sa quanto i principii, le
opinioni e le persuasioni influiscano e determinino i caratteri degli uomini?
Ora ciascuno individuo quando nasce è precisamente, quanto all'intelletto nello
stato medesimo in cui fu il primo uomo. Quegl'individui che coll'andar del
tempo si sono posti a livello delle cognizioni del nostro tempo, sono
necessariamente passati per tutti quegli stati per cui lo spirito umano è
passato dal principio del mondo fino al dì d'oggi (almeno per quei gradi per
cui egli è passato progredendo e avanzando), e ha sperimentato in se tutti gli
avvenimenti dell'intelletto che il genere umano ha sperimentato in tanti secoli
quanti sono corsi dalla sua origine insino a ora. La storia del suo intelletto
è quella appunto di tutti questi secoli ristretta e compresa in venti o
trent'anni di tempo. Laonde da tutti i cambiamenti che il suo intelletto ha provati,
cambiamenti che più volte l'hanno portato a persuasioni e stati contrarissimi
ai passati, e in ultimo a un sistema di persuasioni ed a uno stato
contrarissimo al suo primitivo; da tutti questi cambiamenti, dico, deggiono di
necessità essere risultate in lui tante diversità e successivi cambiamenti di
carattere, quanti ne sono stati prodotti nelle nazioni e nel genere umano in
generale dai diversi principii e opinioni e dal diverso progresso e stato di
cognizioni in tutto il tempo che ci è bisognato per portarlo dal suo primitivo
stato al presente. (8. Aprile. 1824.). Onde questo tale individuo rinchiude e
compendia in se, non solo la storia dello spirito umano, ma quella eziandio de'
caratteri successivi delle nazioni, in quanto essi ebbero origine e dipendenza
dalle opinioni e conoscenze, che certo è grandissima e forse la massima parte.
(8. Aprile. 1824.)
[4066]La maniera familiare che come più
volte ho detto, fu necessariamente scelta da' nostri classici antichi, o
necessariamente v'incorsero senz'avvedersene ed anche fuggendola, può ora in
parte o in tutto sfuggire massimamente alle persone di naso poco acuto, e a
quelle non molto esercitate e profonde nella cognizione, nel sentimento e nel
gusto dell'antica e buona lingua e stile italiano, che è quanto dire a quasi
tutti i presenti italiani. Ciò viene, fra l'altre cose, perchè quello che
allora fu familiare nella lingua, or non lo è più, anzi è antico ed elegante,
ovvero è arcaismo. Non per tanto è men vero quel che io altrove ho detto. Anzi
è tanto vero, che anche dopo che la lingua aveva acquistato la materia e i
mezzi e la capacità della eleganza e del parlar distinto da quello del volgo e
dall'usuale, si è pur seguitato sì nel 500 e 600 sì nel presente secolo da
molti cultori e amatori dello scriver classico, a usare una maniera familiare,
sovente non avvedendosene o non intendendo bene la proprietà e qualità della
maniera che sceglievano e usavano, e sovente anche intendendo, credendo di
usare una maniera elegante. E ciò si è fatto in due modi. O adoperando le
stesse forme antiche, le quali oggi non sono più familiari, anzi eleganti, onde
n'è risultata opinione di eleganza a tali stili ed opere modellate sull'antico,
ma veramente esse hanno del familiare, perchè il totale dello stile antico da essi
imitato necessariamente ne aveva anche indipendentemente dalle forme, bensì per
cagion loro e per conformarsi e corrispondere ad esse forme che allora erano
necessariamente familiari. Ovvero adoperando le forme familiari moderne a
esempio e imitazione degli antichi, e della familiarità che nelle forme e nello
stile loro si scorgeva, benchè non bene intendendola, e sovente confondendo sì
la familiarità imitata sì quella [4067]che adoperavano ad imitarla,
colla eleganza, dignità e nobiltà e col dir separato dall'usuale, perciò
appunto che la familiarità in genere non era e non è più usuale, e l'uso della
medesima è proprio degli antichi. Il terzo modo, che sarebbe quello di usar
l'antico e il moderno e tutte le risorse della lingua, in vista e con intenzione
di fare uno stile e una maniera nè familiare nè antica, ma elegante in
generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir comune, e proprio di una
lingua che è già atta allo stile perfetto, quale è appunto quello di Cicerone
nella prosa e di Virgilio nella poesia (stile usato quando la lingua latina era
appunto in quelle circostanze e quello stato di capacità in cui è ora la lingua
nostra); questo terzo modo non è stato non che usato, ma concepito nè inteso da
quasi niuno, comechè egli è forse il solo conveniente, il solo perfetto, e
convenevole a una lingua e letteratura già perfetta.
(8. Aprile. 1824.)
Bien o mal mirado per que
bien o mal mira. Anche noi diciamo in simil senso riguardato, mal
riguardato, poco riguardato, ec. e così pur gli spagnuoli altri tali
participii in simil senso, notati altrove. Così i latini circumspectus
in senso att. o neut. da circumspicio, e cautus da caveo
att. ec.
(9. Aprile. 1824.)
EéJçw ¤n Žrx». Lucian. opp. 1687. t.1. p.515.
(9. Aprile, Venerdì di Passione.
Festa di Maria SS. Addolorata. 1824.)
Alla p.4053. Vedi
però i Diz. spagn. buoni, alla voce dueña che mi pare in un luogo del D.
Quij. significhi donna, e il Gloss. lat. in domina o domna,
e il Forcell. e l'antico francese se hanno nulla in proposito. Del resto non
solo etimologicamente ma anche presentemente donna significa pur signora
in italiano, e donno, signore, padrone.
(10. Aprile. 1824. Sabato di Passione.)
[4068] Divertido cuento ec. per que divierte.
(13. Apr. 1824.)
Al detto di quisto,
chiesto ec. aggiungi requête, ant. requeste.
(13.
Apr. 1824.)
Couper-kñptein,
aor. 2. kopeÝn, co' derivati, ne' più de' quali si omette il t.
(13. Apr. 1824.)
Conforme per conformemente, avv. e
preposiz. spagn. e italiano, forse di origine spagnuola. Al detto degli
aggettivi usati avverbialmente.
(13. Apr. 1824.)
Honrado per onorevole, come in
ital. onorato, del che altrove.
(13. Apr. 1824.)
Diminutivi
positivati. Laurel-laurus. Laurel non è diminutivo in spagnuolo per la
forma, ma lo è in lat. V. il Forc. se ha Laurellus.
Abortus-avorton franc.
(14. Aprile. Mercordì Santo. 1824.)
Al detto altrove d'ignotus
(per innotus) aggiungi ignotitia p. innotitia, di cui v.
il Forcell. Vedilo anche in innotus.
(15. Aprile. Giovedì Santo. 1824.)
A un giovane
sventatello che per iscusarsi di molti errori e cattive riuscite e vergogne e
male figure fatte nella società e nel mondo, diceva e ripeteva sovente che la
vita è una commedia, replicò un giorno N.N., anche nella commedia è meglio
essere applaudito che fischiato, e un commediante che non sappia fare il suo
mestiere (professione), all'ultimo si muor di fame.
(17. Aprile 1824.)
Le persone avvezze a
versarsi sempre al di fuori, esclamano naturalmente anche quando sono
solissime, se una mosca le punge, o si versa loro un vaso o si spezza; quelle
assuefatte a convivere con se medesime, e ritenersi tutte al di dentro, anche
in grande [4069]compagnia, se si sentono cogliere da un accidente non
aprono bocca per lamentarsi o chiedere aiuto.
(17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)
Comidos y hebidos,
como suele decirse. D. Quij. par.2. ed. Madrid. 1765. tom.4. p.169. cioè que han comido y
bebido. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)
Non molto addietro ho
notato in questi pensieri p.4062. segg. la maggior disposizione naturale alla
felicità che hanno i popoli di clima assai caldo e gli orientali, rispetto agli
altri. Notisi ora che in verità questi erano i climi destinati dalla natura
alla specie umana, come si dimostra quanto all'oriente, dalle antiche
tradizioni che provano l'origine del genere umano essere stata in quei paesi,
secondo il detto da me altrove in più luoghi, e quanto ai climi assai caldi in
generale, dall'essere essi i soli in cui l'uomo possa viver nudo, come la
natura lo ha posto, e senza altri soccorsi contro gli elementi, di cui la
natura l'ha lasciato sfornitissimo, e che in altri paesi gli sono di prima
necessità e non pochi nè facili a procacciare, nè insegnati dalla natura, ma
bisognosi di molte esperienze, casi ec. La costruzione ec. degli altri animali
qualunque, e delle piante, ci fa conoscere chiaramente la natura de' paesi, de'
luoghi, dell'elemento ec. in cui la natura lo ha destinato a vivere, perchè se
in diverso clima, luogo, ec. quella costruzione, quella parte, membro ec. e la
forma di esso ec. non gli serve, gli è incomoda ec. non si dubita punto che
esso naturalmente non è destinato a vivervi, anzi è destinato a non vivervi.
Ora perchè simili argomenti saranno invalidi [4070]nell'uomo solo? quasi
ei non fosse un figlio della natura, come ogni altra cosa creata, ma di se
stesso, come Dio.
(17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)
Gli uomini governati
in pubblico o in privato da altri, e tanto più quanto il governo è più stretto,
(i fanciulli, i giovani ec.) accusano sempre, o tendono naturalmente ad
accusare de' loro mali o della mancanza de' beni, delle noie e scontentezze
loro, quelli che li governano, anche in quelle cose nelle quali è evidentissima
l'innocenza di questi, e la impossibilità o d'impedire o rimediare a quei mali
o di proccurar quei beni, e la totale indipendenza e irrelazione di queste cose
con loro. La cagione è che l'uomo essendo sempre infelice, naturalmente tende
ad incolparne altresì sempre non la natura delle cose e degli uomini, molto
meno ad astenersi dall'incolpare alcuno, ma ad incolpar sempre qualche persona
o cosa particolare in cui possa sfogar l'amarezza che gli cagionano i suoi
mali, e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e di
querele, le quali sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se
non cadessero contro alcuno riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale
tendenza opera poi che il misero si persuade anche effettivamente di quello che
egli immagina, e quasi desidera che sia vero. Da ciò è nato che egli ha
immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati sì lungamente dei
mali umani, e sì sinceramente odiati dagli antichi infelici, e contro i quali
anche oggi, in mancanza d'altri [4071]oggetti, rivolgiamo seriamente
l'odio e le querele delle nostre sventure. Ma molto più dolce fu agli antichi
ed è a' moderni l'incolpare qualche cosa sensibile, e massime qualche altro
uomo, non solo per la maggior verisimiglianza, e quindi facilità di persuaderci
della sua colpa, che è quello che ci bisogna, ma più ancora perchè l'odio e le
querele sono più dolci quando si rivolgono sopra cose presenti che ne possano
essere testimoni, e sottoposte alla vendetta che noi con esso odio vano e con
esse vane querele intendiamo fare di loro. Massimamente poi è dolce l'odio e il
lamento quando è rivolto sui nostri simili, sì per altre cagioni, sì perchè la colpa
non può veramente appartenere se non a esseri intelligenti. Quelli che ci
governano sono da noi facilmente scelti a far questa persona di rei de' nostri
mali, che non hanno altro reo manifesto o accusabile, e a servir di soggetto e
scopo della vana vendetta che ci è dolce fare de' medesimi mali. Essi sono in
fatti in tali casi i più adattati, e quelli di cui ci possiamo dolere
esteriormente e interiormente con più di verisimilitudine. Quindi è che chi
governa in pubblico o in privato è sempre oggetto d'odio e di querele de'
governati. Gli uomini sono sempre scontenti perchè sono sempre infelici.
Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li governa. (Essi
sentono e sanno bene di essere infelici, di patire, di non godere, e in ciò non
s'ingannano. Essi pensano aver diritto di esser felici, di godere, di non
patire, e in ciò ancora non avrebbero il torto, se non fosse che in fatto
questo che essi pretendono è, non che altro, impossibile.) [4072]E come
non si può fare che gli uomini sieno mai felici, e però nè anche che sieno
contenti, così niun governante nè pubblico nè privato, qualunque amore abbia a'
soggetti, qualunque cura del loro bene, qualunque sollecitudine di scamparli o
sollevarli dai mali, qualunque merito insomma verso di loro, non può mai
ragionevolmente sperare che essi non l'odino e non lo querelino, anche i più
savi, perchè è natura nell'uomo il lagnarsi di qualcuno, quasi altrettanto che
l'essere infelice, e questo qualcuno è per l'ordinario e molto naturalmente
quello che li governa. Però circa il governare non v'ha pur troppo che due
partiti veramente savi, o astenersi dal governo, sia pubblico sia privato, o
amministrarlo totalmente a vantaggio proprio e non de' governati.
(17. Aprile. 1824. Sabato Santo.)
Diminutivi positivati.
Piscis-poisson. Notisi che de' diminutivi positivati delle lingue
moderne altri hanno la diminuzione latina e questa o sonante diminuzione anche
nelle lingue moderne o no, altre la diminuzione moderna affatto e non latina
(18. Aprile. Pasqua. 1824.) e questa talora è diminuzione in quella tal lingua,
talora in essa no, ma in altre moderne o in altra, sia sorella sia straniera, e
sia che quella tal parola si trovi veramente in quest'altra lingua o non vi si
trovi più, almeno con quella diminuzione. P.e. potrebb'essere che alcune voci
francesi in in ine ec. in cui questa desinenza è additizia, perchè esse
parole si trovano senza tal desinenza in latino o in italiano ec. sieno
originariamente diminutivi positivati presi dall'italiano, quando [4073]bene
in questo non si trovino più, almeno colla diminuzione, nè positivata nè
veramente diminutiva.
(19. Aprile 1824.). Così dicasi de' verbi,
ec.
Alla p.4044.
Ferdinando il Cattolico non solamente al tempo della lega di Cambrai, ma anche
più anni dopo, e sciolta già la lega, seguitò sempre a spacciare di volere
andar contro gl'infedeli, non pur Mori d'Affrica, come diceva altresì, ma
eziandio contro i turchi a Gerusalemme. Vedi Guicc. t.3. p.109.
(19. Aprile. Lunedì di Pasqua.
1824.). Del resto v. ancora ivi p.128. fine. V. p.4081.
Senza per oltre (vedi i franc.
e gli spagn. i quali dicono anche nel senso stesso a men de, oltre di, e
viene a essere il medesimo). V. p.4081. - Così i greci neu. V. Lucian. Ver. Hist. l.1. opp. 1687. p.647. t.1 e lo Scap. in neu e ne' suoi sinonimi e il Forcell. in absque che si usa per eccetto,
ma ciò non è precisamente il medesimo.
(19. Aprile 1824. Lunedì di
Pasqua.)
Diminutivi positivati.
=‹fanow, =afanÜw Ûdow co'
suoi composti e derivati, i quali vedi nello Scap. che dice =afanÜw per =‹fanow essere attico. In tal caso la positivazione de'
diminutivi sarebbe anche propria dell'attico in particolare. I latini dicono rhaphanus.
Che =afanÜw sia veramente positivato,
v. Luciano Ver. Hist. l.1 opp. 1687. t.1. p.649. =afanÛdaw êpermeg¡Jeiw. E notabile che noi che abbiamo preso dal latino rafano,
e più volgarmente benchè corrottamente ravano, l'abbiamo anche come gli
attici diminuito e positivato, facendone ravanello, che vale in tutto lo
stesso che le due voci suddette, ed è molto più comune di ambedue loro, anzi
ormai il solo in uso, almeno nel dir familiare e parlato. V. gli spagnuoli e i
francesi.
(19.
Apr. 1824.)
[4074]Alla p.4043. Qualunque poesia o
scrittura, o qualunque parte di esse esprime o collo stile o co' sentimenti, il
piacere e la voluttà, esprime ancora o collo stile o co' sentimenti formali o
con ambedue un abbandono una noncuranza una negligenza una specie di
dimenticanza d'ogni cosa. E generalmente non v'ha altro mezzo che questo ad
esprimere la voluttà! Tant'è, il piacere non è che un abbandono e un oblio
della vita, e una specie di sonno e di morte. Il piacere è piuttosto una
privazione o una depressione di sentimento che un sentimento, e molto meno un
sentimento vivo. Egli è quasi un'imitazione della insensibilità e della morte,
un accostarsi più che si possa allo stato contrario alla vita ed alla
privazione di essa, perchè la vita per sua natura è dolore. Onde è piacevole
l'esserne privato in quanta parte si può, senza dolore e senz'altro patimento
che nasca o sia annesso a questa privazione. Quindi il piacere non è veramente
piacere, non ha qualità positiva, non essendo che privazione, anzi diminuzione
semplice del dispiacere che è il suo contrario. Tali almeno sono i maggiori e
più veraci piaceri. I piaceri vivi sono anche manco piaceri. Sempre portano
seco qualche pena, qualche sensazione incomoda, qualche turbamento, e ciò
annesso cagionato e dipendente essenzialmente da loro. (19. Aprile Lunedì di
Pasqua 1824.). Dunque la vita è un male e un dispiacere per se, poichè la
privazione di essa in quanto si può è naturalmente piacere. Infatti la vita è
naturalmente uno stato violento, poichè naturalmente priva del suo sommo e
naturale [4075]bisogno, desiderio, fine, e perfezione che è la felicità.
E non cessando mai questa violenza, non v'è un solo momento di vita sentita che
sia senza positiva infelicità e positiva pena e dispiacere. (20. Aprile.
Martedì di Pasqua. 1824.). Massimamente poi quando da una parte colla
civilizzazione è accresciuta la vita interna, la finezza delle facoltà
dell'anima e del sentimento, e quindi l'amor proprio e il desiderio della
felicità, da altra parte moltiplicata l'impossibilità di conseguirla, i mali
fisici e morali, e finalmente diminuita l'occupazione, l'azione fisica, la
distrazione viva e continua.
(20. Apr. 1824.)
Percussare da percutio. Crusca. V.
il Gloss.
(20. Apr. 1824.)
Quelli che non hanno
bisogni sono ordinariamente molto più bisognosi di coloro che ne hanno. Uno de'
grandissimi e principalissimi bisogni dell'uomo è quello di occupare la vita.
Questo è altrettanto reale quanto qualunque di quelli a' quali occupandola si
provvede; anzi è più reale, e maggiore eziandio assai, perchè il soddisfare a questo
bisogno è l'unico o il principal mezzo di far la vita meno infelice che sia
possibile, laddove il soddisfare a qualsivoglia di quegli altri per se, non è
che un mezzo di mantenere la vita, la qual per se stessa nulla importa. Importa
sibbene la felicità, o posta la vita, il menarla meno infelicemente che si
possa. Ora al detto massimo bisogno, che è continuo ed inseparabile dalla vita
umana, quelli che non hanno bisogni, o che per dir meglio non sono necessitati
di provvedere essi medesimi a' bisogni che hanno, gli suppliscono molto più
difficilmente, [4076]e più di rado, e per lo più per molto minore spazio
della loro vita, e in generale molto più incompletamente di quelli che hanno a
provvedere da se a' propri bisogni naturali e della vita.
(20. Aprile. Martedì di Pasqua.
1824.)
Cuerpo mal
sustentado y peor COMIDO. D. Quij. ed. Madrid 1765. t.4. p.220. Muger parida cioè que ha
parido. ib. p.226.
(21. Apr. 1824.)
Alla p.4053. Nel
Secolo di Luigi 14. di Voltaire ed. della Haye 1752. tome 2. fine del cap.33.
du jansénisme, p.254. trovo tombeau e subito dopo tombe due
volte, collo stessissimo senso di tombeau.
(21. Apr. 1824.)
A proposito del detto
altrove circa i semidei dimostranti l'alta opinione che gli antichi avevano
della natura umana, osservisi con quanta facilità si divinizzavano appresso i
romani gl'imperatori o altri della loro famiglia, o loro liberti e favoriti, o
vivi ancora, o morti al tempo e sotto gli occhi di quelli che li divinizzavano,
anzi allora allora.
Non dirò già io che nè quelli che li divinizzavano, nè le altre persone
intelligenti, nè forse anche la più ignorante feccia del popolo e la più
superstiziosa, massime in quei tempi già illuminati e disingannati in tante
cose (sebbene anche a quei tempi v'aveano persone, eziandio tra' nobili e
senatori, di maravigliosa superstizione, come e più che non fu Senofonte,
spirito sì colto e istruito, fra' greci in tempi simili) credessero veramente
alla divinità di quei tali imperatori o parenti o favoriti di essi, vivi o
morti. Ma quest'uso solo di divinizzare delle persone [4077]contemporanee,
cosa che poichè era tanto ricercata da un canto dall'ambizione, dall'altro
dall'adulazione, non doveva essere al tutto senza qualche effetto di
persuasione in qualche parte del popolo, dimostra quanto poca distanza e
diversità di natura ponessero gli antichi fra il divino e l'umano, senza di che
non sarebbe stato possibile che una tale assurdità fosse pur venuta loro nella
mente. Certo nè anche a' più barbari, ignoranti e superstiziosi tempi del Cristianesimo,
niuno pensò nè avrebbe potuto pensare o di far credere ad alcuno o solamente di
dire per adulazione o per altro qualunque motivo che una persona non solo
contemporanea, non solo viva, ma morta ed antica e famosa pure per santità e
per qualsivoglia virtù o dignità, potenza ed opere vere o credute, fosse stato
trasformato o dovesse trasformarsi, non dirò nella natura divina, ma neanche
nell'angelica. E qual Cristiano avrebbe osato fare sopra qualsivoglia Principe
Cristiano o no, fosse stato anche molto più grande e formidabile e più
despotico di Augusto, ed esso molto più adulatore e più vile di tutti gli
uomini di quel secolo, un distico simile a quello attribuito a Virgilio: Nocte
pluit tota ec.? Qual Principe Cristiano sarebbesi fatto rappresentare cogli
attributi non dirò dell'Eterno Padre o del Figliuolo, ma d'un Angelo o di un
Apostolo, come gl'Imperatori, i loro parenti, i loro favoriti, si facevano
scolpire, dipingere ec. o erano dipinti e scolpiti per adulazione, non pur dopo
morte, ma in vita, cogli attributi e sotto la forma di Ercole, (anche una donna
è nel Museo Vaticano rappresentata in istatua sotto questa forma, cioè con
clava, pelle di leone ec.) di Venere, di Mercurio e simili. Lascio i templi,
gl'idoli ed altari eretti a' viventi appo i Romani, con culto sacrifizi e onori
regolari e giornalieri al tutto divini, con flamine apposta [4078]destinato
al particolar culto di quella divinità ancor vivente (flamen augustalis ec.),
le pene decretate ed eseguite contro i bestemmiatori o violatori qualunque
d'esse divinità morte o vive, come rei di religione, non di politica, le accuse
e giudizi contro gl'incolpati di tali delitti ec. ec. Anche Alessandro si fece
passare per figlio di Giove Ammone, e pare che da qualche parte del popolaccio
fosse creduto, non solo de' barbari, ma de' greci e macedoni, ed è ben
verisimile, o certo egli usò questa finzione come un mezzo politico per farsi
rispettare e temere ec. e tenere in dovere ec. onde mostra che egli giudicò
dovergli essere creduto, e ciò dai greci principalmente e dai macedoni, poichè
i barbari non riconosceano gli stessi déi. Vedi in Luciano tra i Diall. de'
Morti, quello di Alessandro e Diogene, Alessandro e Filippo, Alessandro,
Annibale, Scipione e Minosse. (21. Aprile. 1824.). E certo la Grecia allora non
era una sciocca nè meno illuminata che fosse Roma al tempo degl'Imperatori.
(21. Apr. 1824.)
Diminutivi
positivati. Non solo in franc. pistolet per pistola, ma anche in
ispagn. pistolete, forse dal franc. poichè in ispagn. ete non è
diminuzione. (22. Aprile. 1824.). Si dice anche in ispagn. pistola. D.
Quij. ed. Madrid 1765. t.4. p.237-238. dove poco avanti, p.235. trovi pistolete.
(23. Aprile 1824.)
Alla p.3106. Niuna
cosa è forse più atta di questa a mostrare la differenza del pensar moderno e
del pensare antico (massime molto antico, al qual tempo appartiene Frinico e
più che mai Omero) intorno a questi punti di cui qui discorriamo, differenza
che tiene strettamente alla diversità generale dello stato dello spirito umano
a' tempi antichi e a' moderni. Quando negli ultimi anni, dopo [4079]il
ritorno de' Borboni, fu rappresentata a Parigi la Tragedia del Vespro
Siciliano, tragedia che ebbe un successo distinto, qual mai o francese o
straniero, pensò ad accusare il poeta di poco amor nazionale o di mancamento
alcuno verso la patria, per aver commosso o cercato di commuovere sopra una
sventura de' suoi nazionali seguìta per opera di stranieri? Anzi chi non riputò
e questo proposito e la scelta del soggetto nazionalissima e degnissima quanto
qualunque altra di un buon cittadino? perocchè il poeta non volle far piangere
sopra i nemici della Francia, ma sopra i Francesi sventurati. Or questo appunto
fece Frinico, il quale non commosse le lagrime sopra i barbari nè per li
barbari, ma sopra i greci e per li greci. E per questo medesimo fu condannato,
e sarebbe stato applaudito per lo contrario, e stimato buon cittadino, se
avesse fatto piangere e rivolta la compassione e pietà degli uditori sopra i
nemici della nazione, come fece Eschilo ne' Persiani tragedia che ha per
soggetto e per materia unica di pietà e di terrore i mali de' nemici della
Grecia, nè però fu condannata da alcuno, nè stimata altro che nazionalissima.
Tale appunto nè più nè meno si è il caso della Iliade, che fa piangere quasi unicamente
o certo principalmente sopra e per li troiani nemici de' suoi.
(23. Aprile. 1824.)
Nel Dialogo della
Natura e dell'Anima ho considerato come la ragione e l'immaginazione e in somma
le facoltà mentali eccellenti nell'uomo sopra quelle di ciascun altro vivente,
gli sieno causa di non poter mai o quasi mai, e in ogni modo difficilmente, far
uso di tutte le sue forze naturali, come fanno tutto dì e [4080]senza
difficultà veruna tutti gli altri animali. Aggiungi. Si dice che i pazzi hanno
una forza straordinaria, a cui non si può resistere, massime da solo a solo. Si
crede che la loro malattia dia questa forza per se stessa, al contrario di
tutte l'altre infermità. Non è egli chiaro che ciò procede dal non aver essi in
se medesimi niuno impedimento a usare tutte le loro forze naturali? che i pazzi
hanno più forza degli altri, solo perchè usano tutte quelle che hanno, o
maggior parte che gli altri non usano? appunto come fa un animale nè più nè
meno. Dal che deduco: quanti animali che si dicono fisicamente essere più forti
dell'uomo, in verità non lo sono! quante forze debbe avere perdute l'uomo per i
progressi del suo spirito, non solo radicalmente, ma anche per essere impedito
a usare quelle che gli rimangono! quanto è più forte l'uomo, anche corrotto e
indebolito, di quel che egli si crede. I pazzi lo dimostrano, che sovente
superano di forze fisiche persone molto più robuste di loro, ed animali creduti
ordinariamente più forti dell'uomo a corpo a corpo. L'ubbriachezza accresce le
forze non solo radicalmente, ma eziandio negativamente per l'uso, che ella
impedisce o turba, della ragione. Senza un'assoluta mancanza o sospensione di
quest'uso, niuno uomo nè anche irriflessivo, nè anche fanciullo, nè anche
selvaggio, nè anche disperato (i quali però tutti si vede per esperienza che
hanno o piuttosto mostrano di avere a proporzione molta più forza de' loro
contrari), non usa, nè anche ne' maggiori bisogni, ne' maggiori pericoli, tutte
le forze precisamente che egli ha in tutte le loro specie e in tutta la loro
estensione. Non così gli animali: o certo essi risparmiano infinitamente minor
parte delle loro [4081] forze, anche ne' menomi pericoli, bisogni,
desiderii, propositi, che non risparmia l'uomo, anche il più disperato ec., ne'
maggiori.
(23. Apr. 1824.). Il detto de'
pazzi dicasi proporzionatamente de' disperati. V. p.4090.
Alla p.4073.
capoverso 2. Così i franc. à moins que... ne, che vale eccetto se...
non ec. V. i Diz.
24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.)
Alla p.4073.
capoverso 1. È noto che per lunghissimo tempo, almeno sino alla fine del 400 e
ai principii del 500, si continuò in Ispagna, in Germania, e credo in tutta la
Cristianità (che allora era o tutta o quasi tutta Cattolica) a fare questue
annue per le crociate da farsi quando che fosse, le quali questue si chiamavano
anche crociate, e montavano a grossissime somme (considerata
specialmente la maggiore rarità della moneta a quei tempi), che i Pontefici, a
cui disposizione pare che esse rimanessero, concedevano talvolta, ma con
grandissime difficultà (e non di rado lo negavano) ai rispettivi Re di potere
usare ne' loro bisogni, massime quando erano loro collegati aperti od occulti,
favoriti, per qualche impresa che premeva al Pontefice ec.
Così il Guicc. più volte, e fra l'altre t.3. p.143. (24. Aprile. Sabato in
Albis. 1824.). Io non so però bene se fossero questue o taglie determinate, e
forzose, con obblighi di coscienza, o altro. V. gli Storici.
(24. Aprile. 1824.). V. p.4083.
A proposito dei verbi
in are fatti da quelli della 3., del che altrove, v. il Meurs. t.5. opp.
p.419. dove però erra deducendo da vellicare che v'abbia a essere stato
un vellare, mentre quello è frequentativo di vellere (o
diminutivo ec.) ed è della prima, perchè tutti i frequentativi o diminutivi di
questo genere, da qualunque congiugazione di verbi sieno fatti, sono della 1ma
.
(24. Apr. Sabato in Albis. 1824.)
[4082]Diminutivi positivati. Perpétuel,
perpétuellement. Continuel, continuellement. Si dice anche continuement
o continûment, e continu. V. i Diz. Nota che questi sono
diminutivi aggettivi. Struzzo-struzzolo. Struffo strufolo.
(25. Apr. 1824. Domenica in Albis.)
Apprendre plusieurs langues médiocrement, c'est le fruit du travail de
quelques années; parler purement et éloquemment la sienne c'est le travail de
toute la vie. Così
dice Voltaire, la cui lingua pur non era che la francese, riputata la più
facile delle lingue antiche e moderne. Histoire du Siècle de Louis
XIV. chap.36. Écrivains, art. de Longueruë. (à la Haye 1752-3. t.3. dans les
additions. p.195-196.).
(26. Aprile. 1824.)
ƒEn tosoætÄ per intanto, del che
altrove. Luciano opp. t.1 p.686. verso il fine. Simile è la frase ¤n ÷sÄ d¢ taèta ¤logizñmeJa, ib. p.692. ed. Amst. 1687.
(26.
Apr. 1824.). En tanto que. D. Quij. Madrid 1765. t.4. p.281.
Anche i latini
nominavano be ce ec. non bi ci, come confessa il Corticelli nel
principio della Gramm. Toscana, il qual vedi, e v. anche il Buommattei e gli
altri grammatici latini italiani francesi spagnuoli ec.
(26.
Apr. 1824.)
Ser-v-ente - ser-g-ente. V. la Crus. Ser-v-ant -
ser-g-ent. V. i
Diz. franc.
(26. Apr. 1824.)
ƒEktòw eÜ m¯, della qual frase (simile
all'italiana) altrove Luciano, opp. 1687. t.1. p.700. mezzo circa.
(27. Aprile. 1824.). p.701. princ.
Compagnon, di cui altrove è anche antico
italiano e spagnuolo (D. Quij.) per compagno, forse l'uno e l'altro dal francese.
(28. Aprile 1824.)
[4083] Exhaustare. Forc. in Exhaustant.
(28. Apr. 1824.)
Metajç per nondimeno, con tutto ciò, al contrario,
vedilo in Luciano nel Tirannicida, poco sotto il principio, opp. 1687. t.1.
p.694. fine. Questo significato è ignoto allo Scapula. L'interprete lo traduce interim,
che è il suo proprio, ma qui non ha che fare. Interim Interea non hanno
mai questo senso nel Forcell. Puoi vedere il Gloss. Certo è che in franc. cependant
cioè metajç si adopra appunto nel senso ancora di nondimeno.
Onde corrottamente gl'italiani moderni dicono e scrivono intanto, frattanto per
nondimeno. V. gli Spagnuoli.
(29. Apr. 1824.)
Alla p.4081. V. pure
il Guicc. 3. 216. e che cosa fosse la decima di cui quivi parla, vedilo ib.
p.96. 209. 254.
(30. Aprile 1824.). V. pure il Guicc. 3.
248-53. 395. 397./4. 154. 172-4.
ƒEj Žrx°w eéJçw. Lucian. opp. 1687. t.1. p.728.
(30. Apr. 1824.)
Al detto altrove
circa il nostro uso italiano di adoperare pleonasticamente e per idiotismo e
grazia di lingua il pronome si, mi, ti, dativo, uso che abbiamo pur
trovato nell'antico e familiare latino, aggiungi che noi italiani adoperiamo
detto pronome in molti verbi neutri, o attivi, che quando sono congiunti con
esso, mal si chiamano da' grammatici e vocabolaristi, neutri passivi, come dimenticare
che anche si dice dimenticarsi col genitivo o accusativo o col che
ec., immaginare che anche si dice immaginarsi coll'accusat. o col
che ec. Questi verbi col si che sono moltissimi, non sono punto
neutri passivi, [4084]perchè il si in essi non è accusativo, e
però non indica passione nè transizione dell'azione nel suggetto stesso che la
fa, ma è dativo e assolutamente ridondante per grazia di lingua, come in lat.
il sibi, onde essi verbi col si, restano quali sono senza di
esso, neutri assoluti o attivi, e non sono neutri passivi più di quello che sia
neutro passivo andarsi o andarsene, starsi o starsene e
simili. E però quando i detti verbi sieno attivi, accoppiati col si, non
debbono, p.e. nel più che perfetto, fare io me l'era immaginato, come è
regola de' neutri e de' neutri passivi, ma io me lo aveva immaginato, io me
lo aveva dimenticato, perchè quivi il verbo è tanto attivo quanto se senza
il pronome si, mi, ti, che nulla altera e nulla vale in questi casi, si
dicesse io l'aveva dimenticato ec. E così in fatti scrivono i buoni
scrittori, cioè io me lo aveva immaginato ec. e così si dee scrivere, nè
più nè meno che in quei verbi attivi in cui il pronome si, ti, mi ha
vero significato, come p.e. io mi avea fabbricata una casa, cioè avea
fabbricata una casa a me. Ma moltissime e forse le più volte sbagliano in
questo anche gl'intendenti, scrivendo io me l'era immaginato. E non è
maraviglia, perchè similmente sogliono per lo più scrivere io m'era
fabbricata una casa, come se fabbricarsi fosse qui neutro passivo,
quando è manifesto e fuori di controversia, che è assolutissimo attivo come fabbricare,
essendo il mi dativo non accusativo, e lo stesso che si dicesse io
gli avea fabbricata una casa, [4085]che certo niuno direbbe nè dice,
nemmeno i più idioti, io gli era fabbricata. Del resto la detta ridondanza
del si, mi, ti, dativo, credo sia anche comune in genere ai francesi e
agli spagnoli.
(30. Aprile 1824.). V. p.4098.
Come la fisonomia
degli uomini, e animali sia determinata dagli occhi, secondo il detto altrove,
osserva che se tu disegni un volto umano o animalesco e non vi poni gli occhi,
tu non vedi punto che fisonomia abbia quel volto, e appena senti (se ben
conosci) che sia un volto. Così i ritratti levati dall'ombra in profilo non
paiono ritratti finchè non vi si aggiunga convenientemente quello che
dall'ombra non si può ricavare, dico l'occhio. Al contrario se ponendovi gli
occhi, lasci qualche altro membro, tu senti benissimo che quello è un volto e
ne comprendi la fisonomia; solamente ti parrà mostruosa, ma sempre ti riuscirà
un volto e una fisonomia. E così dico a proporzione, del disegnare o accennar
gli occhi più o meno imperfettamente, paragonando l'effetto di questa
imperfezione in ordine al determinar la fisonomia, coll'effetto di una simile
imperfezione in altra qualunque parte del volto. (30. Aprile 1824.).
Parƒ ôlÛgon, fere Lucian. opp. 1687.
t.1. p.718. V. i Less. per poco nel senso stesso.
(1. Maggio. 1824.)
Ignominia per innominia. Come ignotus
per innotus ec. del che altrove.
(2. Maggio. 1824. Domenica.)
Nascere per accadere del che
altrove. 3 Guicc. 3. 255.
(2. Maggio. 1824. Domenica.)
[4086] Implicito as. Vedi Forc.
(2. Mag. 1824.)
Che da' partic. pass.
della prima si facciano i continuativi o frequentativi in itare
piuttosto che in atare, non dee parer maraviglia quando si consideri
l'uso lat. di scambiare per regola l'a in i breve, in tante altre
cose, come ne' composti (facio jacio - conficio, conijcio ec.) ec. Oltre
che anche nella prima v'ha molti supini e participii passati in itus,
de' quali altrove, come domitus ec.
(2. Mag. Domenica. 1824.). Anche
l'ae in i. Ae-quus in-i-quus.
En tanto que. D. Quijote ed. Madrid 1765. t.4. p.325. 334. più volte.
(4. Maggio. 1824.)
Il verbo stare,
che ha tanta relazione al verbo esse per l'uso, pel significato, alcune
volte sinonimo ec. che in italiano supplisce col suo participio al difetto del
verbo essere, e spesso si usa altresì, come anche più nello spagnuolo,
in luogo di questo verbo, ec. non ha tuttavia nessunissima relazione
grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare da un antico
participio o supino di sum. Similmente in greco ásthmi, st‹v, ec. che in se, e ne' loro composti e derivati, e nel
lat. sisto che ne deriva, e suoi composti, come exsisto, subsisto,
exsistentia ec. e nella voce êpñstasiw (substantia, subsistentia
ec.), ha tanta relazione col verbo essere, non ha alcuna attinenza
grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare dal lat. sto,
derivato da sum. Anche i composti e derivati di sto (come exsto,
exstantia, substantia, substantivus, substo ec. ec.) manifestano nel
significato ec. grandissima relazione col verbo essere.
(4. Maggio. 1824.)
[4087] Comire-Vomire. Crus.
(6. Maggio. 1824.). Golpe co'
derivati, composti ec.
Gomita plur. di Gomito.
(6. Maggio. 1824.)
Fello-fellico as,
fellito as.
(7. Maggio. 1824.)
En tanto que. D. Quij. Madrid. 1765. t.4.
p.315. titolo.
(9. Maggio. Domenica. 1824.). ƒEn tosoæÄ.
Lucian. opp. 1687. 1.777. fin.
Enquérir,
s'enquérir (inquirere,
enquirir, inchiedere) - enquêter, s'enquêter (quasi inquisitare,
inchiestare), enquête (inchiesta, come requête richiesta),
enquêteur (inquisitor, inchieditore), enquérant, enquis
participio. Riferiscasi al detto altrove in proposito di quaeritare,
quaesitus, quisto ec.
(10. Maggio. 1824.)
Non è forse cosa che
tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto i piaceri.
E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, poichè non è fatta se
non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta
la vita, perchè manca del suo fine, ed è una continua pena, perch'ella è
naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e
bisogno di felicità cioè di piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione
in natura?
(11. Maggio. 1824.)
L'infinito in luogo
dell'imperativo, del che ho detto altrove, si usa in greco massimamente colla
negazione, il che è al tutto conforme all'uso italiano. Vedi per es. alcuni
pseudoracoli in versi nel Pseudomantis di Luciano, opp. 1687. t.1 pag.765. lin.14.
28. 778. fin. in due de' quali luoghi notisi il nominativo coll'infinito, come
in italiano.
(12. Maggio. 1824.)
[4088] Bien razonado, cioè que razona bien. Cervantes
Novelas exemplares. Milan.
p.2.
(13. Maggio. 1824.)
Malheureux per scellerato e peggio
ancora, cioè aggiuntovi il disprezzo. Aggiungasi al detto altrove in questo
proposito.
(14. Maggio. 1824.)
Affidé cioè fidato per fido,
fedele. Aggiungasi al detto altrove sui participii aggettivati o
sostantivati, come anche affidé talora è sostantivo.
(14. Maggio. 1824.)
Ai frequentatativi in
esso altrove notati, aggiungi petesso o petisso da peto,
del quale v. Forcell. aggiungendo a' suoi esempi due che si trovano nel lungo
frammento di Cicerone de suo Consulatu, che sta nel primo de Divinat., i quali
esempi dimostrano pur la forza frequentativa di petesso.
(15. Maggio. 1824.)
Nei frammenti delle
poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato, che si
trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono
abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla
greca (come mollipes), gran parte de' quali, se non la massima, non
debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio
del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva.
(15. Maggio. 1824.)
EéJçw ¤n Žrx» toè lñgou. Lucian. opp. 1687. t.1. p.887.
(15. Maggio. 1824.)
Diminutivi
positivati. Ranunculus (onde ranocchio, grénouille ec. di cui
altrove). Vedine la definizione nel Forcell. (15. Maggio. 1824.)
[4089]Ai composti di jugare
notati altrove, aggiungi seiugare, cioè seiungere.
(17. Maggio. 1824.)
Clepo is psi ptum - kl¡ptv, quasi clepto as da cleptum
di clepo. Il caso è al tutto simile a quel di apo-aptum-apto-‘ptv, di cui lungamente altrove, eccetto che clepto lat. non si
conosce (è però ben verisimile), e viceversa clepo è più noto e certo di
apo benchè parimente antiquato. Avvi anche clepso is, se è vero.
Vedi Forcell.
(17. Maggio. 1824.). V. pag.4115.
Il diminuimento
spagnuolo in ico ica dee venire dal lat. iculus, icula, iculum,
come ho detto altrove di altre diminuzioni spagnuole italiane francesi.
(17. Maggio. 1824.)
Cosa cioè causa per res.
Uso proprio di tutte tre le lingue figlie. V. Forc. in Causa se ha
nulla; il Gloss. ec. Anche causa si dice in italiano e in francese ec.
spessissime volte per res, come la causa pubblica, in causa propria,
giovava alla sua causa (rei suae o rebus suis), e nel Guicciardini è
frequente questo parlare.
(17. Magg. 1824.). Vedi la
pag.4294.
Premo-pressum-presser,
pressare co'
derivati. Aggiungilo al detto altrove de' composti oppressare, soppressare
ec. e v. gli spagnuoli.
(17. Magg. 1824.)
Marceo, ant. marcitum; marcire
marcito; marchito spag. - marchitarse, marchitable.
(18. maggio. 1824.)
AétÛka nel modo e senso dello spagnuolo luego, del che
altrove. Luciano opp. 1687. t.1. p.897. ¤nŽrx»m¢n ¤uJç toè bÛou ib.
(18. Maggio. 1824.)
[4090] Altro per niuno, del che
altrove. Senz'altro mezzo. Speroni Dialoghi, Ven. 1596. p.275. verso il
fine. (20. Maggio. 1824.). Nel Petrarca Canz. Una donna più bella ec.
strofe 3. Altro volere o disvoler m'è tolto; altro sta per alcuna
cosa, nulla, quidquam.
(20. Maggio 1824.)
Si riprende l'uomo
che non sia mai contento del suo stato. Ma in vero questo non è che la sua
natura sia incontentabile, ma incapace di esser felice. Se fossero veramente
felici, il povero, il ricco, il Re, il suddito si contenterebbero egualmente
del loro stato, e l'uomo sarebbe contento come possa essere qualunque altra
creatura, perch'egli è altrettanto contentabile.
(20. Maggio. 1824.)
Rodo-rosum-rosicchiare,
rosecchiare, rosicare (volg.). Frequentativo o diminutivo.
(20. Maggio. 1824.)
Alla p.4081. L'uomo
sarebbe onnipotente se potesse esser disperato tutta la sua vita, o almeno per
lungo tempo, cioè se la disperazione fosse uno stato che potesse durare.
(21. Maggio. 1824.)
S'è veduto altrove
come la irregolarità e i vizi palpabili delle ortografie straniere vengano in
gran parte dall'aver voluto accomodare le loro scritture alla latina. Ora egli
è pur curioso che gli stranieri vogliano poi pronunziare la scrittura latina
nel modo in cui pronunziano la propria. Questa non corrisponde alla parola
pronunziata perchè l'hanno voluta scrivere alla latina, e le parole latine le
vogliono poi pronunziare [4091]colla stessa differenza dalla scrittura,
che usano nel pronunziar le loro parole, perchè sono male scritte. Ma se esse
sono male scritte, le latine sono scritte bene; però s'hanno a pronunziar come
sono scritte e non altrimenti; e gli stranieri mostrano di non ricordarsi che
essi non pronunziano diversamente da quel che scrivono, se non perchè vollero
scrivere alla latina, e che l'origine di questa differenza tra il loro scritto
e il parlato, e della loro scrittura falsa, fu l'aver voluto scrivere alla
latina mentre parlavano in altro modo, e l'aver voluto seguitare materialmente
la scrittura latina, non falsa ma vera. Ora avendola malamente voluta prendere
per modello, e con ciò falsificata la loro scrittura, pretendono poi per questa
cagione medesima che quella sia falsa come la loro, e perchè la loro è falsa
perciocchè segue quella; il che è ben lepido. (21. Maggio. 1824.). Quelli poi
che non hanno tolta l'ortografia loro da' latini (sebben tutti in parte l'han
tolta o immediatamente o mediatamente), e quelli che l'han tolta, in quelle
cose in cui la loro non deriva da quella, ma è pur viziosa manifestamente
perchè ripugna al lor proprio alfabeto, tralascia lettere e sillabe che s'hanno
a profferire, ne scrive che non s'hanno a pronunziare; come mai, dico, questi
tali hanno da credere che l'ortografia latina sia e viziosa perchè la loro lo
è, e macchiata di quei vizi appunto che ha la loro, diversissimi poi in
ciascuna, di modo che ciascuna nazione straniera pronunzia il latino diversamente?
(21. Mag. 1824.)
[4092]Alla p.4064. Da questo
ragionamento segue che la maggior parte degli altri animali (poichè la vita
naturale dell'uomo è delle più lunghe, e il suo sviluppo corporale è de' più
tardi)
sono anche per questa parte naturalmente più felici di noi, tanto più quanto il
loro sviluppo è più rapido, al che corrisponde in ragion diretta la brevità
della vita, perchè il Buffon osserva ch'ella è tanto più breve quanto più
rapida è la vegetazione dell'animale (s'intende del genere, e spesso anche
degl'individui rispetto al genere) l'accrescimento del suo corpo e facoltà, le
sue funzioni animali per conseguenza, e il giungere allo stato di perfezione e
maturità; e viceversa. Questo si osserva per lo meno in quasi tutti i generi
anche vegetali. (Buffon, nel capitolo, se non erro, della Vecchiezza). Ond'è
che p.e. i cavalli e poi di mano in mano gli altri di sviluppo più rapido, sino
a quegl'insetti che non vivono più d'un giorno (v. il mio Dial. d'un Fisico e
di un Metafisico) sieno tutti di mano in mano più e più disposti naturalmente
alla felicità che non è l'uomo, nonostante che la brevità della vita loro sia
nella stessa proporzione; la qual brevità o lunghezza non aggiunge e non toglie
nè cangia un apice nella felicità d'alcun genere di animali (nè anche
negl'individui), come ho dimostrato nel Dial. succitato e nel pensiero a cui
questo si riferisce.
(21. Maggio. 1824.)
[4093] Le mulina. Crus. e Guicc. t.3. p.361. bis.
(23. Maggio. Domenica. 1824.)
Diminutivi
positivati. Sciurus-écureuil (ant. escureuil da sciuriculus
o altro simile), schiratto (Pozzi nel Bertoldo; noi volgarmente schiriatto)
diminutivo o disprezzativo, scoiatto (Pulci nella Crus.), scoiattolo
sopraddiminutivo, o sopraddisprezzativo. Gli spagnuoli harda, hardilla.
(23. Maggio. Domenica. 1824.)
En tanto in ispagnuolo (del che altrove)
o spesso o sempre vuol dire infino a tanto, come nelle Novelas
exemplares di Cervantes p.79. ediz. citata alcuni pensieri più sopra.
(23. Maggio. Domenica. 1824.).
Così noi mentre per finchè.
Retinere per ricordarsi, come in
ital. ec. ritenere. Così anche il suo continuativo retentare sta
espressamente per ricordarsi in un luogo di Cic. de Divinat. l.2. c.29.
tradotto da Omero, il quale vedi, Il. 2 v.301.
(23. Maggio. 1824. Domenica.)
Inconsideratus per non considerans, qui
considerare non solet. Vedi Forcell. e Cic. de Divinat. 2. c.27. Così consideratus
nel senso contrario. V. Forcellini.
(23. Maggio. Domenica. 1824.)
Cieo cies civi
citum (diverso
da cio iis ivi itum)
co' suoi composti, aggiungasi ai verbi della seconda che hanno il perfetto in vi,
e il supino in itum breve, de' quali altrove. E v. il Forcell. in cieo
fine.
(27. Maggio. Festa dell'Ascensione. 1824.)
[4094] Periurus sembra esser contrazione di periuratus
o peieratus che pur si trovano, benchè in altro senso (per peiero
si disse anche periero e periuro). Così iuratus, coniuratus
ec. in sensi analoghi. Exanimus e inanimus debbono esser
contrazioni di exanimatus e inanimatus, che pur si trovano.
Similmente semianimus di un semianimatus dal semplice animatus.
Innumerus debb'esser contrazione di un innumeratus dal semplice numeratus,
con significato d'innumerabilis, come invictus per invincibilis
e tanti altri simili, di cui altrove, e v. il Forc. in illaudatus.
Queste contrazioni aggiungansi al detto d'inopinus necopinus ec. dove si
prova che anche in latino vi fu il costume di contrarre il participio della
prima colla detrazione delle lettere at, costume frequentatissimo
nell'italiano anche in voci per niente latine di origine.
(27.-28. Maggio. 1824.)
Non solo gli antichi
avevano tanto alta idea della natura umana che la stimavano poco inferiore alla
divina, come ho detto altrove parlando de' semidei, ma credevano ancora le
anime nostre parenti, emanazioni, parti della divinità, divine esse stesse, e
quasi dee (tò ¤n ²mÝn JeÝon). Della quale opinione non già
volgare, anzi propria de' filosofi, e questi molti e diversi, vedi fra i mille
luoghi degli antichi, Cic. de Divin. l.1. c.30. 49. l.2. c.11. 58. Virg. Georg.
l.4. v.219. sqq. e quivi Servio ec.
(28. Maggio. 1824.). Cic. de nat. deor. l.1.
c.11. 12. Vedilo anche ib. 2. c.53. fin. 62. principio.
[4095]Diminutivi greci positivati. kuc¡lh-kuc¡lion, kucelÜw Ûdow. V. Scap. e Luciano in Lexiphane
p.2.
(29. Maggio. 1824.)
Il tale rassomigliava
i piaceri umani a un carcioffo, dicendo che conveniva roderne prima e
inghiottirne tutte le foglie per arrivare a dar di morso alla castagna. E che
anche di questi carcioffi era grandissima carestia, e la più parte di loro
senza castagna. E soggiungeva che esso non volendosi accomodare a roder le
foglie si era contentato e contentavasi di non gustarne alcuna castagna.
(30. Maggio. Domenica. 1824.)
Rassomigliava
qualunque (Comparava ogni) piacere umano a un carcioffo dicendo che ne bisogna
rodere e trangugiare tutte le foglie volendo arrivare a dar di morso nella
castagna, e che di questi carcioffi è carestia grandissima, ed anche la maggior
parte di loro è sole foglie senza castagna. E soggiungeva che esso non si
potendo accomodare a ingoiarsi le foglie ec.
(31. Maggio. 1824.)
…Eti gŒr toètñ moi loipòn ·n ci mancherebbe questo.
Idiotismo comune al greco e italiano. Lucian. opp. 1687. t.1.
p.787. init. V.
Crus. e Forcell. in supersum se hanno nulla. – par„ ÷son in quanto che. V. Lucian.
ib. 786. e lo Scap. ec. modo pur comune, e del quale o cosa simile ho detto
anche altrove.
(31. Maggio. 1824.)
Diminutivi
positivati. Vedi Creuzer Meletemata e Disciplina antiquitatis Lips. 1817. sqq.
par.3. p.112. lin.28. p.130. lin.23-24. dove però s'inganna quanto al supporlo
necessario, perchè non sempre [4096]questi tali sono diminutivi, come ho
provato altrove coll'esempio di iaculum, speculum ec.
(1. Giugno. 1824.)
Sisto in vece di venire dal greco ßst‹v, come si crede e ho detto altrove, ben potrebbe venire
da sto per duplicazione, non ignota neppure ai latini (come usitatissimo
fra i greci), massime antichi, come ho mostrato altrove coll'es. di titillo
da tÛllv, e dei perf. cecidi ec. ec. E la mutazione della
coniugazione dalla prima nella terza, sarebbe appunto come nei composti di do
(del che pure altrove) anch'esso monosillabo come sto. E quanto al
significato e all'uso ec. chi non vede l'analogia fra sto e sisto?
(1. Giugno. 1824.)
Il tale diceva non
esser ben detto quel che si afferma comunemente che basta l'apparenza p.e. a un
letterato per essere stimato, benchè manchi della sostanza. Ora l'apparenza non
solo basta, ma è la sola cosa che basti, ed è necessaria e la sola necessaria.
Perocchè la sostanza senza l'apparenza non fa effetto alcuno e nulla ottiene, e
l'apparenza colla sostanza non fa nè ottiene niente di più che senza essa: onde
si vede la sostanza essere inutile, e il tutto stare nella sola apparenza. (1.
Giugno. 1824.)
Chi vuol vedere la
differenza che passa tra l'antica filosofia e la moderna, e quel che di questa
ci possiamo promettere, le consideri ambedue sul trono, cioè ¤josuÛan [4097]laboæsaw, la quale non hanno i filosofi
privati. Ora se egli è vero che la qualità d'ogni cosa non d'altronde si
conosca meglio e più veramente che dagli effetti, da quelli de' principi
filosofi si dovrà giudicare delle due filosofie meglio che da' privati, i quali
hanno per necessità più parole che effetti, o effetti più deboli, e più
desiderii e progetti che esecuzioni, perchè quel che vogliono, massime in cose
grandi e rilevanti, nol possono. Paragoninsi dunque fra loro Marcaurelio e Federico,
ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in
parole e in opere, e corrispondenti ne' loro fatti alle loro massime. E si
troverà quello in un secolo inclinante alla barbarie essere stato il padre de'
suoi popoli ed esempio di virtù morali d'ogni genere anche a' privati ed a
tutti i tempi. Questo in un secolo sommamente civile essere stato il maggior
despota possibile, il più freddo egoista verso i suoi popoli, il più
indifferente al loro bene e curante del proprio, e solito e determinato ad
antepor questo a quello, il maggior disprezzatore dico ne' fatti e in parte
eziandio ne' detti, della morale in quanto morale, della virtù in quanto virtù,
e del giusto come giusto; in somma, se non il più vizioso (chè egli non l'era per
calcolo), certo il men virtuoso principe del suo tempo, e forse di tutti i
tempi, perchè non avendo niuna delle virtù che vengono, o vogliamo dir venivano
dalla forza della mente, mancava anche di quelle che nascono dalla debolezza
(come n'erano in Luigi XV.). Fu anche disaffezionato stranamente alla sua
patria, come gli è stato [4098]agramente rimproverato dai Tedeschi e fra
gli altri da Klopstock, decisamente vago delle cose straniere, e solito
d'antepor gli stranieri ai suoi nell'affetto, nella inclinazione e nei fatti.
(1. Giugno. 1824.)
Alla p.4085. Qua si
dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il pronome pleonastico nelle
frasi indeterminate, coll'ottativo, come, che che egli si voglia, comunque
ciò si accada, per quanto egli si dica, non meno che me le sia servitore
Caro, lettera a nome del Guidiccioni lett.35. o neutri o attivi che sieno i
verbi. Ne' quali casi il pronome è sempre dativo ed accidentale al verbo, e
s'inganna a partito chi sopra alcuno esempio sì fatto, battezza quel tal verbo
per neutro passivo, come par che voglia fare il Rabbi o il Bandiera ne'
Sinonimi v. Affermare, dove allegando il Bocc. Nov. 19. quantunque tu
te l'affermi (cioè per quanto tu te lo affermi, maniera
indeterminata) e chiamandolo modo toscano, ne cava il verbo affermarselo,
verbo nullo, perchè in tale e simili frasi indeterminate tutti o quasi tutti i
verbi attivi o neutri passivi possono ricevere questa forma e ricevonla
elegantemente (sia ciò proprietà toscana o altrimenti), ma fuor di tali casi in
niun modo si direbbe affermarselo o affermarsi, come io mi
affermo che tu ec. o egli se lo afferma asseverantemente, (1.
Giugno. 1824.); e il luogo del Boccaccio non prova che ciò si possa dire. Chi
che si fosse, qual o qualche se ne fosse la cagione, qual si sia o qualsisia,
non so chi si fosse che ec. non so [4099] che o quello
che si faccia o si voglia ec.
(2. Giugno. 1824.). V. p.4103.
Pesado per pesante, que pesa,
tanto nel proprio come nel figurato.
(2. Giugno. 1824.)
Non si può meglio
spiegare l'orribile mistero delle cose e della esistenza universale (v. il mio
Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in fine) che dicendo essere
insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione, la portata e le forze, ma
i principii stessi fondamentali della nostra ragione. Per esempio quel
principio, estirpato il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni
nostra proposizione, e la facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri,
dico quel principio. Non può una cosa insieme essere e non essere, pare
assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono
in natura. L'essere effettivamente, e il non potere in alcun modo esser felice,
e ciò per impotenza innata e inseparabile dall'esistenza, anzi pure il non
poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe intorno
all'uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri
principii e la nostra esperienza. Or l'essere, unito all'infelicità, ed unitovi
necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a se
stessa, alla perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a se
stesso e suo proprio inimico. Dunque l'essere dei viventi è in contraddizione
naturale essenziale e necessaria con se [4100]medesimo. La qual
contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell'esistenza
(imperfezione dimostrata dalla necessità di essere infelice, e compresa in
lei); cioè nell'essere, ed essere per necessità imperfettamente, cioè con
esistenza non vera e propria. Di più che una tale essenza comprenda in se una
necessaria cagione e principio di essere malamente, come può stare, se il male
per sua natura è contrario all'essenza rispettiva delle cose e perciò solo è
male? Se l'essere infelicemente non è essere malamente, l'infelicità non sarà
dunque un male a chi la soffre nè contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli
sarà un bene poichè tutto quello che si contiene nella propria essenza e natura
di un ente dev'essere un bene per quell'ente. Chi può comprendere queste
mostruosità? Intanto l'infelicità necessaria de' viventi è certa. E però
secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto
ai viventi il non essere che l'essere. Ma questo ancora come si può
comprendere? che il nulla e ciò che non è, sia meglio di qualche cosa? L'amor
proprio è incompatibile colla felicità, causa della infelicità necessariamente,
se non vi fosse amor proprio non vi sarebbe infelicità, e da altra parte la
felicità non può aver luogo senz'amor proprio, come ho provato altrove, e
l'idea di quella suppone l'idea e l'esistenza di questo.
Del resto e in
generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille
contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma
delle dimostrate con tutti i lumi e l'esattezza la più geometrica della
metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della
proposizione Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna
rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo
alla nostra ragione. (2. Giugno. 1824.). - Vedi un'altra evidente
contraddizione della natura, e si può dire, in cose fisiche, [4101]notata
alla p.4087. e anche nel citato dialogo.
(3. Giugno. 1824.)
KaJ„ ÷son in senso simile all'italiano in
quanto o in quanto che, del che, e simili altre frasi, ho detto
altrove. Luciano opp. 1687. t.1. p.800.
(3. Giugno. 1824.)
EéJçw per primum. Luciano ib.
p.805.
(3. Giugno 1824.)
Diminutivi
positivati. Radium-rayon.
(4. Giugno. 1824.)
Oficio descansado, cioè donde el hombre
descansa. Cervantes Novelas exemplares, Milan 1615. p.192.
(4. Giugno 1824.)
A proposito di quel
che ho scritto altrove sopra un luogo di Donato ad Terent. relativo al digamma,
dove si parla di Davus, anticamente DaℲus ec. notisi che i Greci dicevano
infatti D‹ow, o D+ow o Dow o Daòw, e v. Lucian. opp. 1687. t.1.
p.797. e not. e p.996.
(4. Giugno. 1824.)
En el entretanto
que. Cervantes
loc. cit. qui sopra, p.195.
(5. Giugno. 1824.)
Divido-diviser.
(7. Giugno. 1824.)
In quanto per poichè alla greca,
del che altrove in più luoghi. Vedi Bembo opp. t.3. p.129. col.2. fine e Rabbi
Sinonimi v. poichè, e Crusca se ha nulla.
(9. Giugno. 1824.)
Altro per nulla ec. V. Caro
Lettera a nome del Guidiccioni, lett. 15. fine. finchè non ho altro in
contrario (modo comunissimo: avere o non avere altro in contrario,
coll'interrogazione o positivo ec.), lett. 7. fine. senza darne altra
(niuna) notizia al Padrone.
(10. Giugno. 1824.)
Rilevato per rilevante, e così relevado
in Cervantes Novelas [4102]exemplares. Milan 1615. p.252.
(11. Giugno. 1824.)
Hasta tanto come in ital. fino a tanto
ec. di cui altrove. Cervantes loc. cit. qui sopra, p.263.
(11. Giugno. 1824.)
Illustratus per illustris, il
participio per l'aggettivo. V. l'index latinitatis a
Cic. de rep. e il Forcell.
(12. Giugno. 1824.)
Il tale negava che si
potesse amare senza rivale. E domandato del perchè, rispondeva: perchè sempre
l'amato o l'amata è rivale ardentissimo dell'amante (del proprio amante).
(13. Giugno. Domenica della SS. Trinità.
1824.)
ƒExtòw eÞ m¯. Lucian. op. 1687. t.2. p.28.
verso il fine. p.31. princip.
(14. Giugno. Vigilia di S. Vito Protettore di
Recanati. 1824.)
Al detto altrove
della somma facoltà e fecondità della lingua greca, non ancora esaurita nè
spenta, aggiungi che oggidì chi vuol sostituire al suo proprio qualche nome
finto espressivo di qualche cosa, o dar nome significativo a qualche
personaggio immaginario, come Moliere nel Malato immaginario, nei nomi de'
medici, o nominar qualche nuovo essere allegorico, o nuovamente nominare i già
consueti ec. ec. non ricorre ordinariamente ad altra lingua (qualunque sia la
sua propria, in tutta l'Europa e America civile) che alla greca.
(15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di
Recanati. 1824.)
Tò m¢n g‹r prÇton eéJçw. Luciano opp. 1687. t.1. p.41-42.
(16. Giugno. Vigilia della Festa del Corpus-Domini.
1824.)
†Oson ¤n tÒ plÓ quanto, per ciò che spetta
alla navigazione. Luciano loc. cit. qui sopra. p.34.
(16. Giugno. Vigilia della Festa
del Corpus-Domini. 1824.)
[4103] Tutto quanto, tutti quanti - pn ÷son, p‹ntew ÷soi, mkròn ÷son, mærioi ÷soi, ôlÛgoi ÷soi, pleÝston ÷son ec. ec. V. lo Scapula ec. ec.
(20. Giugno. Domenica. 1824.)
Alla p.4099. Qua
spetta il nostro idiotismo sempre comune tra noi, massime nello scritto, dal
300 a oggi, di aggiungere il si (dativo) al verbo essere. Questo si
è, questa si fu la cagione ec.
(21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga.
1824.)
Ficulneus -
ficulnus appo
Orazio, e nóta che l'us vi è breve.
(21. Giugno. Festa di S. Luigi
Gonzaga. 1824.)
Experimentado per esperto, come noi sperimentato
ed esperimentato, del che altrove. Cervantes
Novelas exemplares. p.354. Milan 1615. 432.
(22. Giug. 1824.)
Altro per nulla, cosa alcuna.
Guicc. t.4. p.50. ediz. di Friburgo: innanzi tentasse altro: e non aveva
ancora tentato niente.
(23. Giugno. Vigilia di S. Giovanni Battista.
1824.)
Il est aisé de voir la prodigieuse révolution que cette époque (celle du
Christianisme) dut produire dans les moeurs. Les femmes, presque toutes d'une
imagination vive et d'une ame ardente, se livrèrent à des vertus qui les
flattoient d'autant plus, qu' elles étoient pénibles. Il est presqu'égal pour
le bonheur de satisfaire de grandes passions, ou de les vaincre. L'ame est
heureuse par ses efforts; et pourvu qu'elle s'exerce, peu lui importe d'exercer
son activité contre elle-même. Thomas Essai sur les Femmes. Oeuvres, Amsterdam 1774. tome 4. p.340.
(24. Giugno. Festa di S. Giovanni Battista.
1824.)
[4104] Agnomen, cognomen, coi derivati ec. aggiungansi al
detto altrove circa il g premesso a varie voci latine, come nosco
agnosco ec. Anche nomen viene da nosco.
(25. Giug. 1824.)
Il tale diceva che
noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e
incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e però si rivolge
cento volte da ogni parte, e proccura in vari modi di appianare, ammollire ec.
il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno,
finchè senz'aver dormito nè riposato vien l'ora di alzarsi. Tale e da simil
cagione è la nostra inquietudine nella vita, naturale e giusta scontentezza
d'ogni stato; cure, studi ec. di mille generi per accomodarci e mitigare un
poco questo letto; speranza di felicità o almen di riposo, e morte che previen
l'effetto della speranza.
(25. Giugno. 1824.)
ƒEn tosoætÄ - intanto, del che
altrove. Luciano opp. 1687. t.2. p.48. principio, 51. dopo il mezzo. 64.
(25.
Giugno. 1824.)
Plus le lien général s'étend, plus tous les liens particuliers se
relâchent. On paroît tenir à tout le monde, et l'on ne tient à personne. Ainsi
la fausseté s'augmente. Moins on sent, plus il faut paroître sentir. Thomas, loc. cit. qui dietro,
p.448. Questo ch'ei dice dei legami di società sostituiti a quei di famiglia,
di ristrette amicizie ec. ben puossi applicare all'amore universale sostituito
al patrio al domestico ec.
(27. Giugno. Domenica. 1824.)
Callado per tacente, come tacitus
da taceo-itum, del [4105]che altrove. Cervantes
Novelas exemplares, Milan 1615. p.431.
(27. Giugno. 1824.)
Dilettare-dileticare coi derivati ec. frequentativo o
diminutivo alla latina, e può anche aggiungersi agli esempi delle forme
frequentative italiane di verbi, da me altrove raccolte.
Avvertasi però che ha un significato diverso da dilettare, e forse è
corruzione di solleticare, e così diletico, che altrimenti sarà
un diminutivo o frequentativo di diletto.
(29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio
natalizio. 1824.)
L'infelicità
abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che
lusinghino l'amor proprio, estingue a lungo andare nell'anima la più squisita
ogn'immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e
quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile
disperazione, e contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente
riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, nè altro
produce in lui la natura stessa ed il tempo, che un abito di tener
continuamente represso e prostrato l'amor proprio, perchè l'infelicità offenda
meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un'indifferenza e
insensibilità verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta
morte dell'animo e delle sue facoltà. L'uomo che non s'interessa a se stesso,
non e capace d'interessarsi a nulla, perchè nulla può interessar l'uomo se non
in relazione a se stesso, più o men vicina e palese, e di qualunque sorte ella
sia. Le bellezze della [4106]natura, la musica, le poesie più belle, gli
avvenimenti del mondo, felici o tragici, le sventure o le fortune altrui, anche
dei suoi più stretti, non fanno in lui nessuna impressione viva, non lo
risvegliano, non lo riscaldano, non gli destano immagine, sentimento, interesse
alcuno, non gli danno nè piacere nè dolore, se bene pochi anni avanti lo
empievano di entusiasmo e lo eccitavano a mille creazioni. Egli stupisce
stupidamente della sua sterilità e della sua immobilità e freddezza. Egli è
divenuto incapace di tutto, inutile a se e agli altri, di capacissimo ch'egli
era. La vita è finita quando l'amor proprio ha perduto il suo ressort.
Ogni potenza dell'anima si estingue colla speranza. Voglio dire colla
disperazione placida, perchè la furiosa è pienissima di speranza, o almeno di
desiderio, ed anela smaniosamente alla felicità nell'atto stesso che impugna il
ferro o il veleno contro se medesimo. Ma il desiderio è più spento che sia
possibile in un'anima avvezza a vederli sempre contrariati, e ridotta o per
riflessione o per abito o per ambedue a sopirli e premerli. L'uomo che non
desidera per se stesso e non ama se stesso non è buono agli altri. Tutti i
piaceri, i dolori, i sentimenti e le azioni che gl'inspiravano le cose dette di
sopra, cioè la natura e il resto, si riferivano in un modo o nell'altro a se
stesso, e la loro vivezza consisteva in un ritorno vivo sopra se medesimo.
Sacrificandosi ancora agli altri, non d'altronde egli ne aveva la forza se non
da questo ritorno e rivolgimento sopra di se. Ora [4107]senz'alcuna
ferocia, nè misantropia nè rancore nè risentimento, senza neppure egoismo,
quell'anima già poco prima sì tenera è insensibile alle lagrime, inaccessibile
alla compassione. Si moverà anche a soccorrere, ma non a compatire. Beneficherà
o sovverrà, ma per una fredda idea di dovere o piuttosto di costume, senza un
sentimento che ve lo sproni, un piacere che gliene venga. La noncuranza vera e
pacifica di se stesso è noncuranza di tutto, e quindi incapacità di tutto, ed
annichilamento dell'anima la più grande e fertile per natura.
Questo medesimo
effetto che produce la infelicità, lo produce, come ho detto, l'abito di non
provare o non vedersi d'innanzi alcuna apparenza di felicità, alcun dolce
futuro, alcun piacere grande o piccolo, alcuna fortuna della giornata o
durevole, alcuna carezza e lusinga degli uomini o delle cose. L'amor proprio
non mai lusingato, si distacca inevitabilmente dalle cose e dagli uomini (fosse
pur sommamente filantropo e tenero), e l'uomo abituandosi a non veder nella
vita e nel mondo nulla per se, si abitua a non interessarvisi, e tutto
divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e incapace anche
di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri, infecondi,
secchi ed inetti. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio. 1824.).
Il che sempre più privandolo d'ogni illusione e successo dell'amor proprio,
sempre più conferma in lui l'abito di noncuranza, e d'inettitudine e
spiacevolezza. Trista condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo
stato (che certo [4108]non è strettamente proprio se non di lui), quanto
da principio il suo amor proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di
lusinghe e piaceri e speranze, meno facile ad apprezzare e soddisfarsi di
quelle e quelli che agli altri bastano, e più sensibile alle offese e punture
che i volgari non sentono.
(29. Giugno. Festa di S. Pietro.
dì mio natalizio. 1824.). V. p.4109.
Fræssv o frættv-frissonner. Notinsi in
questo verbo due cose. La derivazione manifesta dal greco, e la forma
diminutiva o frequentativa.
(30. Giugno. 1824. Anniversario del mio
Battesimo.)
Della lingua
universale, o piuttosto scrittura universale progettata da alcuni filosofi,
vedi Thomas Éloge de Descartes, Oeuvres, Amsterdam 1774, t.4. p.72.
(2. Luglio, Festa della Visitazione di Maria
Vergine Santissima. 1824.)
Come tutte le facoltà
dell'uomo siano acquisite per mezzo dell'assuefazione, e nessuna innata, fin
quella di far uso de' sensi, da' quali ci vengono tutte le facoltà; insomma,
come l'uomo impari a vedere, e nascendo non abbia questa facoltà, benchè egli
non si accorga mai d'impararla, e naturalmente creda che ella sia nata con lui,
vedi fra gli altri il Thomas loc. cit. qui sopra, p.59-60.
(2. Luglio. dì della S.
Visitazione di Maria. 1824.)
C'est ainsi que les grands Hommes découvrent, comme par inspiration, des
vérités que les hommes ordinaires n'entendent quelquefois qu'au bout de cent
ans de pratique et d'étude; et celui qui démontre ces vérités après eux,
acquiert encore une gloire immortelle. Thomas [4109]loc. cit. qui
dietro, p.37. Sa géometrie étoit si fort au dessus de son siècle qu'il n'y
avoit réellement que très peu d'hommes en état de l'entendre. C'est ce qui
arriva depuis à Newton; c'est ce qui arrive à presque tous les grands hommes.
Il faut que leur siècle coure après eux pour les atteindre. Id. ib. not.22. p.143.
(2. Luglio. Festa della
Visitazione di Maria Santissima. 1824.)
Alla p.2811. marg. E
così anche deÛdv potrà esser fatto da un preterito di d¡v o d¡omai, da
d¡dia ec.
(2. Luglio. Festa della
Visitazione della Beatissima Vergine Maria. 1824.)
Alla p.4008. fine.
Così il bul in bbi, (nebula, nebbia), ec. Insomma
generalmente l'ul in i, con duplicazione della consonante
precedente, se la sillaba in latino è pura come in ne-BU-la, e non
impura, come in misculare (mi-SCU-lare), onde si fa mi-SCHI-are,
e non mis-CCHI-are.
(3. Luglio. 1824.)
Alla p.4108. Come
l'uomo non è capace d'imprender nulla che non abbia in qualunque modo per fine
se stesso, così i cattivi successi continui in quanto a se stesso, o la
continua mancanza di successi qualunque dell'amor proprio, scoraggisce
naturalmente l'uomo dall'intraprender più nulla, nè anche il sacrifizio di se stesso,
e lo rende incapace e inabile a tutto per la mancanza di coraggio. Lo
scoraggimento è proprio e facile sopra tutto agli animi dilicati e grandi. (3.
Luglio. 1824.). V. p. seg.
Anche tra i greci fu
in uso in certi luoghi lo spettacolo di combattenti mercenarii. V. Luciano
sulla fine del Toxaris sive de Amicitia, opp. 1687. t.2. p.72. Furono poi
introdotti a' tempi romani in alcune città greche (d'Asia o d'Europa) i circhi
e i ludi gladiatorii [4110]usati in Roma. E forse di questi tempi
intende Luciano di parlare, anzi certo, poichè dal resto del Dialogo apparisce
che egli finge il Dialogo a' tempi romani. Del rimanente, v. Fusconi Dissertat.
de Monomachia Rom. 1821. p.9. not.43. (4. Luglio. Domenica. 1824. infraottava
della Visitazione di Maria Vergine Santissima.). V. anche Luciano 2. 111.
Calcagna
(4. Luglio. 1824.)
Alla pag.
antecedente. Un tal uomo ha tanto coraggio a operare o a risolversi di operare
quanto chi è certo o quasi certo di non conseguire il fine di una operazione
particolare.
(4. Luglio. Domenica infraottava
della Visitazione. 1824.)
Il titolo di divino
(divinamente ec.) solito darsi in greco, in latino e nelle lingue
moderne per una conseguenza dell'uso di quelle, agli uomini e alle cose
singolari, eccellenti ec. ancorchè in niente sacre nè appartenenti alla
Divinità, non avrebbe certamente avuto mai principio nè luogo nel
Cristianesimo. Esso uso è un residuo dell'antica opinione che innalzava gli
uomini poco più sotto degli Dei ec., del che altrove in più luoghi.
(6. Luglio. 1824.)
Al detto altrove
circa l'uso latino conforme all'italiano di usare pleonasticamente il pronome
dativo sibi, v. anche il Forcell. in mihi, tibi, nobis e simili
altri dativi di pronomi personali.
(7. Luglio. infraottava della Visitazione di
Maria Vergine Santissima. 1824.)
Diminutivi
positivati. Sommolo. V. la Crusca.
(7.
Luglio. 1824.)
[4111] Expérimenté (instruit
par l'expérience) inexpérimenté (qui n'a point d'expérience).
(11. Luglio. Domenica. 1824.)
Diminutivi
positivati. Myrtus, - mortella (se è però la stessa pianta). V.
franc. spagn. ec. ec.
(11. Luglio. Domenica. 1824.)
Quando noi diciamo
che l'anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è materia, e
pronunziamo in sostanza una negazione, non un'affermazione. Il che è quanto dire
che spirito è una parola senza idea, come tante altre. Ma perocchè noi
abbiamo trovato questa parola grammaticalmente positiva, crediamo, come accade,
avere anche un'idea positiva della natura dell'anima che con quella voce si
esprime. Nel metterci però a definire questo spirito, potremo bene accumulare
mille negazioni o visibili o nascoste, tratte dalle idee e proprietà della
materia, che si negano nello spirito, ma non potremo aggiungervi niuna vera
affermazione, niuna qualità positiva, se non tratta dagli effetti sensibili, e
quindi in certa guisa materiali, (il pensiero, il senso ec.) che noi gratis
ascriviamo esclusivamente a esso spirito. E quel che dico dell'anima dico degli
altri enti immateriali, compreso il Supremo. (11. Luglio. Domenica. 1824.). -
Tanto è dire spirituale, quanto immateriale; questa, voce affatto
negativa grammaticalmente, quella ideologicamente.
(11. Luglio. Domenica. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. stæph o stæpph-stuppeÝon o stupeÝon V. Scapula e Luciano opp.
Amsterdam 1687. t.2. p.98.99. più volte.
(12. Luglio. 1824.)
[4112] Sensato per sentito o per sensibile
(come invitto per invincibile ec. del che altrove) quasi da un senso
as continuativo di sentio sensum, vedilo nella Crusca. Vedi ancora
Forcell. Gloss. ec.
(14. Luglio. 1824.)
Al detto altrove che
i derivativi latini si formano dagli obbliqui e non dal retto dei nomi
originali, aggiungi una prova evidente più che mai Jovialis e simili da Juppiter
Jovis. (Vi saranno ancora altri simili esempi da simili nomi). Così in
greco Diiòw da Zeçw Diòw. (Plat. in
Phaedro ec.) (14.
Luglio. 1824.). Anche in greco i derivativi sono sempre, se non erro, dal
genitivo (o noto o ignoto, o di un dialetto o comune ec.) fusikòw non è da fæsi-w (gen. fæsevw) ma o da fæsi-ow (genit.), o piuttosto è come mous-ijòw da moèsa ec.
ec.
(15. Luglio. 1824.)
Diminutivi
positivati. gñnu-gon‹tion. (V. Lucian. opp. 1687. 2. 83.) gounÜw Ûdow. Così ginocchio è diminutivo positivato di genu.
(14. Luglio. 1824.)
Descansado, che ha riposato, detto di persona.
Cervantes, Novelas exemplares, Milan. p.580.
(15. Luglio. 1824.)
Adultus o venga da adolesco o da adoleo
è originariamente participio neutro passato, di un verbo neutro.
(15. Luglio. 1824.)
Diminutivi
positivati. Muscus-muschio.
Desatentado. Cervantes loc. cit. qui sopra
p.605.
(16. Luglio. 1824.)
[4113] Entreabrir, entre oscuro (Cervantes loc. cit. qui dietro,
p.588.) e simili (v. il Diz. spagnuolo in entre...) aggiungasi al detto
altrove dell'antico uso d'inter per fere ec., conservato ne volgari
moderni. Così in franc. entrevoir ec. ec.
(16. Luglio. 1824.)
Apercebido, di cui altrove, notisi che non
è participio di verbo neutro, ma attivo, ed è participio passivo.
(17. Lugl. 1824.)
Del bello esterno
come sia relativo vedi un luogo insigne di Cicerone De Natura Deorum 1. 27-29.
(19. Luglio. 1824.)
Diminutivi greci
positivati. s‹kxar-sakx‹rion.
(20. Luglio 1824.)
Frequentativo. Tâter
- tâtonner coi derivati.
(20. Lugl. 1824.)
Diminutivi
positivati. Capella, capretta coi derivati, metafore ec. Così oveja
(ovicula) per ovis. Così ouaille ec. Così vitello
per vitulus. Così agnello, agneau per agnus. Così mulet
per mulus. Così asellus per asinus. Così femelle
per femina di bestie. (v. Forc. in Femella). Così catellus
per catulus. Così uccello, augello ec. oiseau, per avis.
Così poulet per pullus. Così noi muletto, muletta. (V. la
Crusca.) Così usignuolo, rosignuolo ec. rossignol franc. (v. gli
spagnuoli e Forcellini in Lusciniola) per luscinia. Così cardellino,
cardelletto, calderugio, caderino, calderello (v. gli spagnuoli e i
francesi) per carduelis. Così poisson per piscis. Così taureau
per taurus. (v. la Crus. in torello se ha niente a proposito).
ec. ec. (22. Luglio. 1824.). Così chiocciola ec. Così allodola,
lodola ec. (v. spagnuoli e francesi) per alauda. Così poÛmnion, prob‹tion ec. Così hirondelle, pecchia, abeille ec. struzzolo,
passereau, passerculus, strouJÛon ec. [4114]Così forse
anche nei nomi di piante, come bietola ec., e d'altri generi di cose
naturali, usuali ec.
(22. Luglio. 1824.). V. p.4115.
Diminutivi greci
positivati. k‹lvw-kalÅdion. V. Scap.
(22. Luglio 1824.)
Al detto altrove
delle porpore ec. in proposito di vermiglio, aggiungi k‹lxh che è quel donde si fa il colore, come vermis, e
k‹lxion diminutivo che è quel che si tinge, come vermiglio.
V. lo Scapula.
(22. Luglio. 1824.)
Coltare, coltato da colo-cultum. V. la
Crusca, e il Gloss. Forcellini, Dizionari franc. e spagn.
(23. Luglio. 1824.)
Immensus,
smisurato ec.
per immensurabile.
(24. Lugl. 1824.)
Amaricare frequentativo alla latina, come fodicare
ec. V. Crus. Forcell. ec. ec.
(24. Luglio. 1824. Vigilia di S.
Giacomo Apost.)
Diminutivi greci
positivati. KÆw o kÇaw o kÇow-kvýdion o kÐdion, kvd‹rion. V. i Lessici, e Luciano opp.
1687. init. Galli, t.2. p.158. fine.
(24. Luglio. 1824. Vigilia di S.
Giacomo Apostolo, mio omonimo.)
ƒEn Žrx» eéJçw toè ec. Luciano ib. p.165.
(24. Luglio. 1824. Vigilia di San
Giacomo Apostolo.)
Absortar da absorbeo. Cervantes
Novelas exemplares. Milan
1615 p.733.
(27. Lugl. 1824.)
Verbo diminutivo. Rado-rasum-raschiare.
(27. Luglio. 1824.)
Diminutivi
positivati. Chorea, carola, caroletta, quasi choreola. V. il
Forc. e gli etimologisti, e nóta che carola è propriamente ballo tondo,
com'era quello dei cori, onde xoreÛa, xoreæein, e chorea ec.
(27. Luglio. 1824.)
[4115]Un notabile esempio di verbo
continuativo usato in senso affatto continuativo ec. vedilo in Cic. de Nat. Deor. 2. 49. fine, ut in pastu circumspectent.
(29. Luglio. 1824.)
Alla p.4114.
principio. Così cornacchia, corneille ec. per cornix; araneola,
araneolus (v. gli spagnuoli) per aranea, araneus; Žr‹xnion; ranocchio, grénouille ec. per rana.
(29. Luglio. 1824.)
Tosoèton ra ¤d¡hs‹n me - Žpall‹jai, Öste kaÜ - ¤n¡balon. Lucian. opp. 1687. t.2. p.189.
fine.
(29. Luglio. 1824.)
Inauditus per qui non audit. V.
Forc. Odorus, inodorus per qui odoratur ec. (odorus ec. è lo stesso
che odoratus ec.) in senso abituale. V. Forcellini.
(2. Agosto, secondo dì del Perdono. 1824.)
YarrÇ ti poieÝn - mi rincuoro, mi assicuro, ec.
di fare una cosa, cioè confido di poterla fare. V. Lucian. opp. 1687. 2. 226.
lo Scap. ec. Un altro italianismo vedilo ib. p.884. fin. dove ¤pÜ kefalaÛÄ tÇn pñnvn credo ben che sia la vera
lezione ma falsissima la interpretazione del Grevio, e tengo che significhi al
cabo de los trabajos, come noi pur diciamo in capo a o di,
cioè in termine, alla fine di.
(5. Agos. 1824.)
Percussare. Crusca.
(6. Agosto. 1824.)
Alla p.4089. Clepo-cleptum
onde clepso is, ben potrebbe esser esso l'origine del gr. kl¡ptv in vece che viceversa, come apo di ‘ptv ec. O se ciò in clepo non
si ammette, neppure in apo, sebbene di questo veggiamo anche in latino
il continuativo apto, laddove clepto, onde kl¡ptv, non sarebbe stato conservato dai latini. [4116]Del resto clepso
is potrebb'essere un continuativo anomalo di clepo da clepsum
per cleptum, come vexo da vexum per vectum ec. del
che altrove.
(10. Agos. 1824.)
Dell'amor dei vecchi
alla vita v. il capo 118. di Stobeo (ed. Gesn.) Laus vitae, e massime il
luogo di Licofrone.
(10. Agos. Festa di San Lorenzo
Martire. 1824.)
KaÜ tò d°gma laJraÝon, ÷sÄ (in quanto che, cioè poichè ¤peÜ) kaÜ gelÇn ‘ga ¦dakne. Lucian. opp. 1687. t.2. p.236.
(10. Agos. Festa di San Lorenzo
Martire. 1824.)
Vinciturus. Forc. in Vinco fin.
(12. Agosto. 1824.)
Dissimulatus in senso attivo. Forcell.
(12. Agos. 1824.)
Reconocido per riconoscente. Omisso
per que omite, trascurato. Nota che il participio di omitir, se
vi ha questo verbo in ispagnuolo, è omitido. Idea de un Principe
politico Christiano representada en cien empresas por Don Diego de Saavedra
Faxardo. Amstelodami. Apud Joh. Janssonium iuniorem 1659. p.115. lin.23. Trascurato,
straccurato ec. per che suol trascurare, negligente ec.
(13. Agosto. 1824.)
PvgÅnion diminutivo positivato per pÅgvn. Lucian. opp. 1687. p.263. t.2. Anzi è aggiunto all'aggettivo makròn. Forse però è disprezzativo, e così, o come un diminutivo positivato di JÅraj, intendo nella per antecedente verso il fine la parola Jvr‹kion, piuttosto che nel senso distinto che lo Scap. le
attribuisce, il quale non debbe esser proprio se non degli Scrittori militari,
se pur nello Scap. lorica sta per arma di uomo, e non per riparo murale
ec. Vedilo. PvgÅnion non è dello Scapula, nè del
Tusano, Budeo, Schrevelio. (13. Agosto. 1824.). Svm‹tion. V. lo Scap., Longino sect.9.
p.24. e quivi il Toup. p.174. ec.
(14. Agos. Vigilia dell'Assunta. 1824.)
[4117]†Omhrow g‹r moi dokeÝ... toçw m¢n ¤pÜ tÇn ƒIliakÇn ŽnJrÅpouw, ÷son ¤pÜ t» dun‹mei, Jeoçw pepoihk¡nai, toçw Jeoçw d¢ ŽnJrÅpouw. Longin. sect.9. ed. Toup. Oxon. 1778. p.21.
(14. Agos. Vigilia
dell'Assunzione di Maria Santiss. 1824.)
S'enquérir (inquirere). Al detto di quaerito.
(17. Agos. 1824.)
Vermiglione,
vermillon. Al
detto di vermiglio.
Verbo diminutivo o
frequentativo. Trembloter.
(17. Agos. 1824.)
KatarxŒw eéJçw. Lucian. init. lib. De Gymnas.
(17.
Agos. 1824.). eéJçw ¤n Žrx». t.2. p.536.
Scappare-scapolare.
Uomo ben
considerato, per
savio, prudente ec. Tacit. Davanz. Stor. l.3. c.3.
(18. Agos. 1824.)
ƒEjarx°w eéJçw. Lucian. opp. 1687. t.2. p.280.
Della pretesa aétoxJonÛa degli ateniesi ed attici, v.
Luciano l.c. e quivi la nota.
(19. Agosto. 1824.)
Retinere per ricordarsi, del che
altrove, è anche dei francesi, e vedi gli spagnuoli.
(24. Agos. Vigilia di S. Bartolomeo Apostolo.
1824.)