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[3700]conservando la e, lettera
caratteristica della 2da coniugazione come l'a nella prima,
onde l'antico amai. Ma l'u com'ebbe luogo nella desinenza de'
perfetti della seconda, essendo una lettera affatto estranea alle radici (come
a doceo) ec.?[1]
Si risponde facilmente se si adottano le cose sopraddette: altrimenti non si
può spiegare. L'u ebbe luogo nella seconda, come il v, ch'è la
stessa lettera, ebbe luogo nella prima e nella quarta: per evitar l'iato. L'u
e il v ne' perfetti di queste coniugazioni e nelle dipendenze de'
perfetti sono dunque lettere affatto accidentali, accessorie, estranee,
introdotte dalla proprietà della pronunzia, contro la primitiva forma d'essi
verbi, benchè poi passate in regola nel latino scritto. Passate in regola nelle
due prime. La quarta è l'unica che conservi ancora il suo perfetto primitivo
(come la terza generalmente e regolarmente, che non patì nè poteva patire
quest'alterazione) insieme col corrotto: audii, audivi. Il latino
volgare per lo contrario non conservò, e l'italiano non conserva, che i
primitivi: amai, dovei, udii. Queste osservazioni mostrano l'analogia
(finora, [3701]credo sconosciuta) che v'ebbe primitivamente fra la
ragion grammaticale, la formazione la desinenza de' perfetti della 1. 2. e 4. e
che v'ha effettivamente fra l'origine delle forme e desinenze di tutti e tre.
Analogia oscurata poscia e resa invisibile dalle alterazioni che dette
desinenze variamente ricevettero nella pronunzia, nell'uso ec., le quali
alterazioni passate in regola, furono poi credute forme primitive ec. Forse la
coniugazione in cui più verbi si trovino che abbiano il perfetto (e sue
dipendenze) veramente primitivo, e ciò senz'averlo doppio come que' della
quarta, ne' quali l'un de' perfetti non è primitivo, si è la 3a. Tornando a proposito,
adultum mutato l'o in u al solito: volgus - vulgus
ec. come ho detto in 100 altri luoghi. Così da colo colui, colitum - coltum
- cultum. Vedi la pag.3853-4. di adolesco e di adoleo è
contrazione di adoletum, anzi di adolitum, supino regolare di adoleo,
come docitum di doceo, poi contratto in doctum. Infatti inolesco
(o piuttosto l'ignoto inoleo) ha inolitum non inoletum.
Obsoletum, exoletum e simili, sono irregolari, e corruzioni dell'ignoto exolitum,
obsolitum. Se però docitum non è corruzione di docetum, che
sarebbe regolare come amatum da amare. Ovvero [3702]se doctum
non è contrazione di docetum, come docui di docevi. Onde
il regolare e primitivo supino della 2. sia in etum da ere, come exoletum,
netum, fletum, suetum (dall'ant. sueo) ed altri tali, e come amatum
da amare; e quelli in itum, come exercitum, habitum ec.
sieno corruzioni, come domitum e simili sono corruzioni di domatum
ec. Io così credo. V. p.3704. e 3853. 3871. Si attribuisce ad adolesco
anche il perfetto adolui. Forc. in adolesco. Aboleo es evi itum pur da oleo. Prisciano
ammette anche abolui. Abolesco neutro. Deleo es evi etum pur
da oleo. V. Forc. in Deleo e Leo es. Oboleo es ui. Obolitio.
Suboleo es ui - Subolesco is. Adoleo nel senso nel quale ei può aver
generato adolesco si trova veramente ancora. Forc. in Adoleo.
Siccome adolesco trovasi ancora in senso conforme all'usitato di adoleo.
Forc. in adolesco. Il senso di oleo
(diverso o tutt'uno con l'oleo che ancora abbiamo) dovette esser poco
diverso da cresco. Infatti obsoleo di senso appena o nulla
differisce da obsolesco. Così dunque dovette essere adoleo
rispetto a adolesco. ec. V. Forcell. in Adoleo. Il quale forse da
bruciare ne' sacrifizi fu trasferito ad accrescere, come per lo
contrario mactare [3703]da accrescere ad immolare,
sacrificare ec. E similmente si potrà dire di oleo ec. ec. Cioè che
il suo primo significato fosse ulire (com'è oggi), indi abbruciar
cose odorifere ec. (come adoleo), indi accrescere o crescere,
nel qual ultimo senso ei sarà stato preso ne' composti-derivati, adolesco,
exolesco ec. nel composto obsoleo, in exoleo ec. ed avrà
prodotto il derivato olesco, cioè cresco, di cui v. Forcell. e
vedilo ancora in macto ec. ec. e in sobolesco. (15. Ott. 1823.) Alla p.3688.
principio. Che cretum e cretus non sieno propri di cresco
(v. Forc. cresco fine), ma di altro verbo, lo dimostra la differenza del
significato. (cretus da cerno è altra voce). Cretus vale generato.
Io tengo certo ch'esso sia contrazione di creatus; che cresco sia
fatto da creo as, come hisco da hio as; e ch'ei vaglia
propriamente quasi venirsi creando, generando, formando; che è veramente
quello che fa chi cresce; a ciascun momento si forma e genera quello che a lui
aggiungi e in che consiste il suo incremento. L'incremento è una continua
formazione e generazione, [3704]non del tutto, ma delle parti accedenti
ec. ec. V. Forc. in Crementum e cretus. Quest'etimologia non è
stata forse data da alcuno. E ciò perchè niuno, credo, ha considerato cresco
come un verbo della nostra categoria de' verbi in sco fatti da altri
originali, con analoga variazione di significato ec. Noi e la troviamo e la
confermiamo per mezzo dell'analogia e proprietà generale del significato,
formazione ec. de' verbi in sco. Cretus non è dunque di cresco
ma di creatus, e ciò anche per la significazione, laddove gli altri
tali, suetus, p.e. per grammatica è di sineo, per significazione
però, di suesco ec. (15. Ott. 1823.) Alla p.3702. Queste
osservazioni, e i confronti di fletum, netum e tali altri supini tutti
della seconda, confermano che suetum, exoletum, e simili, non sono di sinesco,
exolesco ec. verbi della terza, alla quale punto non conviene questa
desinenza, ma di altri della seconda da cui essi derivano. Cretum da cerno
e suoi composti è corrottissimo, per cernitum, ch'è il vero, e la
desinenza in etum v'è accidentale ec. (15. Ott. 1823.). V. p.3731.
Altresì quel che s'è detto de' perfetti della seconda, e il confronto di nevi,
flevi ec. mostra che suevi, crevi, adolevi ec. non sono di suesco
ec. verbi della terza. (15. Ott. 1823.). V. p.3827. La desinenza de' perfetti
in evi o [3705]in vi, propria della prima coniugazione e,
come abbiamo mostrato, della seconda, che ora ha più sovente ui, ch'è il
medesimo, e finalmente eziandio della quarta che conserva però anche quella in ii,
è al tutto aliena da' verbi della terza, se non se per qualche rara anomalia,
come in crevi da cerno, e suoi composti perfetto irregolarissimo,
per cerni, e in sevi da sero, e suoi composti verbo
d'altronde ancora irregolarissimo, come si vede nel suo supino satum,
ne' composti situm, solita mutazione in virtù della composizione ec. V.
p.3848. ec. Ovvero per qualche altra ragione come dal verbo no (di cui
p.3688.) che dovette essere della terza, il perfetto novi per evitare la
voce poco graziosa ni, che sarebbe stata il suo perfetto regolare, e che
d'altronde concorreva colla particella ni: oltre che niun perfetto
latino, se ben mi ricordo, è monosillabo, ancorchè fatto da tema monosillabo:
eccetto ii da eo, e da fuo, fui, i quali furono
monosillabi, e forse ancora lo sono talvolta presso i poeti latini del buon
tempo ec. secondo il mio discorso altrove fatto della antica monosillabia di
tali dittonghi ec. Da' monosillabi do, sto ec. si fece il perfetto
dissillabo per duplicazione: dedi, steti, ec. Onde avrebbe da no
potuto anche farsi neni. O forse il verbo da cui viene nosco, non
fu no, ma noo (noÇ), onde il perfetto [3706]novi
invece del regolare noi sarà stato fatto (come que' della 1. in avi
per ai, della 2. in evi per ei, della 4. in ivi per
ii) per evitare l'iato; il quale iato però non può essere che affatto
accidentale ne' perfetti di questa coniugazione. V. p.3756. Così per fui,
regolare perfetto dell'antico fuo, verbo della terza, il qual perfetto
anche oggidì si conserva[2],
e solo esso, e tutto regolare, Ennio disse fuvi, non metri causa,
come crede il Forcellini, (in fuam), ma secondo me, per evitare l'iato[3].
L'evitazion del quale stette a cuore principalmente agli scrittori (come anche
in altre lingue), e ad essi, cred'io, si deve attribuire l'esser passate in
regola le desinenze avi ed evi (poi ui) della 1. e 2. ne'
perfetti e lor dipendenze, ed in parte la desinenza ivi nella quarta, in
vece delle primitive ai, ei, ii. E quelle in avi, evi, ivi, secondo
me, non furon proprie che della scrittura, o certo del linguaggio illustre, o
di esso principalmente, e nulla o poco le adottò il plebeo, perocch'esso
conservò le primitive ai, ei, ii, come lo dimostra l'italiano (e anche
il franc. [3707]aimai, onde lo spagn. amè, come ho detto
nella mia teoria de' continuativi). Tornando a proposito la desinenza in vi,
fuori de' detti casi, anomalie ec. non è propria punto, anzi impropria, de'
perfetti della terza, se non per puro accidente, come in solvi, volvi e
simili. Ne' quali casi il v non è di tal desinenza, nè del perfetto, nè
dell'inflessione ordinaria de' verbi della 3a. nel perfetto ec. ma
del tema (solvo, volvo), ed è lettera radicale di tutto il verbo ec.
Trovansi però molti verbi della 3a che (per anomalia) fanno il
perfetto in ui (come il più di quelli della seconda): e questi sono in
molto maggior numero che quelli della 3a che facciano il perfetto in
vi (siccome anche nella 2.a oggi son più quelli in ui che quelli
in vi). Per esempio l'altro sero (diverso dal sopraddetto a
p.3705.) che ha il supino sertum, nel perfetto fa serui, e così i
suoi composti. Così colo is ui. Ed altri molti. Ma questa desinenza è
pure affatto impropria della 3. e vi è sempre anomala, come quella in vi
o in evi ec. che originalmente son tutt'una con quella in ui. Del resto dalle
soprascritte osservazioni si potrebbe conchiudere che i veri e regolari e
primitivi supini delle 4. coniugazione son questi: 1a atum,
2.a. etum, 3a itum[4],
4a itum. [3708]E i perfetti (con lor dipendenze): 1a
avi (antic. ai), 2.a evi (ant. ei, più mod. ui),
3a i preceduto dalla ultima radicale del tema, 4a ii
(antica ma conservata) ed ivi (posteriore). (16. Ott. 1823.)
Alla p.3698. P.e. solutum,
volutum, non sono che o modi di pronunziare o scrivere o di pronunziare e
di scrivere i regolari supini volvitum, solvitum e simili, che non son
pochi; o contrazione di essi supini regolari, fatta per l'elisione dell'i
e non altro (giacchè l'u e il v, come dico, sono una stessa
lettera)[5]
contrazione ed elisione ordinaria, e si può dir, regolare (per il suo
grand'uso) sì ne' verbi della terza, come dictum per dicitum ec.
ec., sì in quelli della seconda, come doctum per docitum (che non
si ha, mentre si ha nocitum, placitum, tacitum, habitum ec. e non noctum
ec.: vedi la p.3631) ec. ec. (16. Ott. 1823.) Alla p.3689. princ. Vivesco
non ha perfetto nè supino neppur tolto in prestito. Ma il suo composto revivisco
ha revixi. Ora il Forcell. conviene che questo non è suo ma di revivo,
e ne conviene quantunque revivo, com'ei dice, a nemine est, quod
sciam, usurpatum, si unum excipias Paulin. Nolan. ec. [3709](e v. il
Gloss.). Perchè dunque non conviene egli che p.e. scivi scitum non sia
di scisco ma di scio, ch'è pur verbo ab omnibus usurpatum?
che suevi suetum non sia di suesco ma di sueo, benchè
questo a nemine sit usurpatum? Del resto il trovarsi pure revivo,
conferma la mia sentenza che tutti i verbi in sco sieno fatti da un
altro analogo, sebbene non sempre noto; e il vedere che revivisco fa revixi
e revictum (dimostrato da revicturus, se questo non è di revivo),
come appunto revivo, conferma che i perfetti e supini de' verbi in sco,
se gli hanno, sieno sempre tolti in prestito da' verbi originali, e non mai
loro propri, o ch'essi mai non gli ebbero (ma nosco p.e. ebbe il supino
suo proprio, noscitus, come a pp.3688.3690.), o che gli hanno perduti.
Sebbene non vi era bisogno di revivo a mostrar tutto questo nel nostro
caso, bastando che vi fosse, e fosse noto, il verbo vivo, da cui a
dirittura, senza revivo, o da vivesco (che vien da vivo)
per composizione, poteva ben esser fatto il verbo revivisco, e forse e'
lo è in effetto. Del resto, sì revivisco,
sì l'analogia (perchè l'e nella desinenza de' verbi in sco non ha
luogo s'e' non son fatti [3710]da verbi in eo;[6]
e p.e. da meno is ch'è della coniugione di vivo is, si fa reminisco,
come a p.3691., e non reminesco), da tremo is, tremisco e
composti; ingemisco ec. Vedi al proposito Forc. in tremisco ec.
mi persuadono che vada detto vivisco anzi che vivesco; e v. Forc.
in vivesco, fine; e il Gloss. in vivescere. (16. Ott. 1823.). V. p.3828.3869. Viviturus regolare, per victurus
del buon latino, dimostrante il vero supino vivitum (vivuto), secondo le
nostre teorie (v. fra l'altre, p.3709. fine), vedilo in una carta del secolo del
mille nel Gloss. Cang. (16. Ott. 1823.) Alla p.3694. Conferma
la nostra congettura sull'origine del verbo bito o beto, il
latino-barbaro rebitare, dove si vede appunto la coniugazione propria
de' continuativi ond'egli sarebbe più regolare dell'antico bitere ec., e
può servire a mostrare che questo (ond'esso pur viene, o a cui è affine) sia
altresì un continuativo come certo lo è rebitare ec. ec. V. il Gloss.
Cang. in revidare, rettificandolo secondo la nostra teoria e
osservazioni ec. e con queste confermando la lezione di rebitare (da cui
revidare non varia che per pronunzia, propria degli spagnuoli ec. sicchè
ben può stare nel latino barbaro), e dilucidando i dubbi ec. E chi sa che bitere
o betere ec. [3711]non sia veramente bitare o betare
(ma piuttosto quello, sì a causa di rebitare, sì che da batus di bo
o bao doveva farsi, secondo la regola, bitare anzi che betare)
corrotto dagli scrivani per ignoranza della nostra teoria, e per la stessa
cagione non restituito da' critici ec. Infatti che questi e quelli abbiano
esitato su questo verbo, lo dimostra la sua diversa scrittura, bitere,
betere, bitire, e il trovarsi in molti codici vivere per bitere
(vedi Forc.) ec. ec. Nel Curcul. 1.2.52. bitet può così essere presente
congiuntivo di bitare, come futuro indicativo di bitere ec. (16. Ott. 1823.) Excisare o excissare. V. Forcell.
in Excissatus. (16. Ott. 1823.) A quello che altrove
ho detto del verbo cillo a proposito di oscillo parrebbe che si
opponesse il verbo percello e procello ec. Ma io, qualunque sia
l'origine di questi, non credo abbiano che fare con cillo, stante la
differenza (oltre le lett. e ed i) della coniugazione de'
perfetti e supini ec. Ben crederò che percello ec. sia da k¡llv, e così il semplice cello is perduto, ma non già cillo as
ec. Quod os CILLENT, idest INCLINENT, praecipitesque [3712]in
os FERANTUR. (Fest. ap. Forc. in Cillo). Non è chiaro a un fanciullo
che quel cillent è da cillare non da cilleo nè da cillo
is? Donde dunque s'ha preso il Forc. quel suo cillo is? Se già non
fosse, come io penso, errore di stampa is per as. Quanto a cilleo
che sta in Servio (se non v'è errore) ei potrebbe pur esser da cio,
fatto come conscribillo da conscribo ec., benchè d'altra
coniugazione (cioè della 2. invece della prima) per anomalia, come viso is
da video per viso as, e gli altri tali continuativi d'anomala
formazione, cioè d'altra coniugazione che della prima, da me in più luoghi
accennati, insieme e separatamente. O forse cillEO è da ciEO? (16. Ott. 1823.) Tutte le qualità e
cagioni che producono la grazia nelle persone o portamenti o azioni ec. umane,
sono più efficaci, e gli effetti loro più notabili negli osservatori ec. di
sesso diverso. I quali concepiscono quella tal grazia per molto maggiore
ch'essa medesima non apparisce agli osservatori del sesso stesso. Ma tal
differenza d'idee non ha punto che fare colla natura nè della grazia in genere,
nè [3713]di quella tale in ispecie. E quel grand'effetto non è della
grazia, ma della diversità del sesso aiutata dalla grazia, o viceversa della
grazia aiutata ec. in quanto aiutata ec. Tutto ciò dicasi ancora della bellezza
ec. (17. Ott. 1823.)
Advento as. N'ho discorso, mi pare, nella
mia teoria de' continuativi. Aggiungo. Qual cosa v'ha mai nel suo significato,
che possa, neppure per somiglianza, farlo chiamare frequentativo? quale che non
sia continuativa, e che non convenga a questo nome, e lo giustifichi, e ne sia
bene dinotata? E con qual altro nome generalmente potrebb'essere indicata
quella significazione, se non con quello di continuativo? (17. Ott. 1823.) Alla p.3622. L'idea e
natura della quale esclude essenzialmente sì quella del piacere che quella del
dispiacere, e suppone l'assenza dell'uno e dell'altro; anzi si può dire la
importa; giacchè questa doppia assenza è sempre cagione di noia, e posta
quella, v'è sempre questa. [3714]Chi dice assenza di piacere e
dispiacere, dice noia, non che assolutamente queste due cose sieno tutt'una, ma
rispetto alla natura del vivente, in cui l'una senza l'altra (mentre ch'ei
sente di vivere) non può assolutamente stare. La noia corre sempre e
immediatamente a riempiere tutti i vuoti che lasciano negli animi de' viventi
il piacere e il dispiacere; il vuoto, cioè lo stato d'indifferenza e senza
passione, non si dà in esso animo, come non si dava in natura secondo gli
antichi. La noia è come l'aria quaggiù, la quale riempie tutti gl'intervalli
degli altri oggetti, e corre subito a stare là donde questi si partono, se
altri oggetti non gli rimpiazzano. O vogliamo dire che il vuoto stesso
dell'animo umano, e l'indifferenza, e la mancanza d'ogni passione, è noia, la
quale è pur passione. Or che vuol dire che il vivente, sempre che non gode nè
soffre, non può fare che non s'annoi? Vuol dire ch'e' non può mai fare ch'e'
non desideri la felicità, cioè il piacere e il godimento. Questo [3715]desiderio,
quando e' non è nè soddisfatto, nè dirittamente contrariato dall'opposto del
godimento, è noia. La noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così
dir, puro. Questo desiderio è passione. Quindi l'animo del vivente non può mai
veramente essere senza passione. Questa passione, quando ella si trova sola,
quando altra attualmente non occupa l'animo, è quello che noi chiamiamo noia.
La quale è una prova della perpetua continuità di quella passione. Che se ciò non
fosse, ella non esisterebbe affatto, non ch'ella si trovasse sempre ove l'altre
mancano. (17. Ott. 1823.). V. p.3879. Alla p.3700. marg.
Che la desinenza ui nel perfetto della 2da, sia stata
introdotta nel modo che abbiam detto, mostrasi ancora col considerarla in
alcuni verbi della 1a. Della quale niuno dubita che il perfetto
regolare e proprio non sia quello in avi. Ma pur parecchi suoi verbi
l'hanno in ui: domui, secui, vetui, necui, crepui ec. co' loro
composti enecui, perdomui ec.[7]
Or da che è venuta quest'anomalia? Dalla stessa cagione che l'ha introdotta ne'
verbi della 2da, [3716]nella quale ella, per esser più comune
assai che nella prima, e più comune che non è ciascuna dell'altre desinenze,
non si chiama anomalia, anzi regola; e piuttosto chiamasi anomalia quella in evi
perchè divenuta più rara, e una di quell'altre meno comuni. Ma parlando
esattamente e guardando all'origine, quella in ui è anomalia o
alterazione nella seconda non meno che nella prima, e quella in evi è
così regolare nella 2. come nella prima quella in avi. E più comune si è
la desinenza in ui nella seconda che nella prima, perchè l'ommissione
della vocale, da cui essa deriva, era ed è più facile e naturale circa la e
che circa la a, lettera più vasta, per servirmi dell'espressione di
Cicerone in altro proposito (Orat. c.45. circa l'x.). Del resto, come
parecchi della seconda hanno il perfetto così in evi come in ui,
qualunque de' due sia più comune, così tutti o quasi tutti quelli della 1. che
l'hanno in ui, conservano pur quello in avi, o che questo sia in
essi il più usitato, o viceversa. [3717]E tutti altresì, se non erro,
hanno il supino in itum, come quelli della seconda ch'hanno il perfetto
in ui (mentre quelli che l'hanno in evi conservano altresì il
vero supino in etum, credo, tutti); ovvero in ctum contratto da citum
(nectum, sectum ec.) come appunto lo sogliono avere quelli della
seconda che hanno il perfetto in ui, come docui-doctum contratto
da docitum.[8] Plico as (v. Forc.) plicatus. Adplico, explico
ec. avi atum, ui itum. Frico as ui ctum, fricatum. Perfrico ec. Sono
as avi atum, ui, sonitus us. V. p.3868. Mico as ui, micatus us. Emico as
ui, emicatio, emicatim. Ma molti di que' della 1. che hanno il supino in itum, conservano
altresì, come il vero perfetto in avi, così il vero supino in atum
(o il participio in atus o in aturus ec. ch'è tutt'uno, e lo
dimostra) più o meno usitato di quello in itum, non altrimenti che
alcuni della seconda conservino forse accanto del supino in etum il vero
in etum. Dico, forse, perchè ora non me ne soccorre esempio. (17. Ott. 1823.) Alla p.2980.
Immaginazione continuamente fresca ed operante si richiede a poter saisir
i rapporti, le affinità, le somiglianze ec. ec. o vere, o apparenti, poetiche
ec. degli oggetti e delle cose tra loro, o a scoprire questi rapporti, o ad [3718]inventarli
ec. cose che bisogna continuamente fare volendo parlar metaforico e figurato, e
che queste metafore e figure e questo parlare abbiano del nuovo e originale e
del proprio dell'autore. Lascio le similitudini: una metafora nuova che si
contenga pure in una parola sola, ha bisogno dell'immaginazione e invenzione
che ho detto. Or di queste metafore e figure ec. ne dev'esser composto tutto lo
stile e tutta l'espressione de' concetti del poeta. Continua immaginazione,
sempre viva, sempre rappresentante le cose agli occhi del poeta, e
mostrantegliele come presenti, si richiede a poter significare le cose o le
azioni o le idee ec. per mezzo di una o due circostanze o qualità o parti di
esse le più minute, le più sfuggevoli, le meno notate, le meno solite ad essere
espresse dagli altri poeti, o ad esser prese per rappresentare tutta
l'immagine, le più efficaci ed atte o per se, per questa stessa novità o
insolitezza di esser notate o espresse, o della loro [3719]applicazione
ed uso ec., le più atte dico a significar l'idea da esprimersi, a
rappresentarla al vivo, a destarla con efficacia ec. Tali sono assai spesso le
espressioni, o vogliamo dire i mezzi d'espressione, e il modo di rappresentar
le cose e destar le immagini ec. nuove o novamente, e per virtù della novità
del modo ec. ec. usati da Virgilio, e massime, anzi peculiarmente, e come
caratteristici del suo stile e poesia, da Dante ec. ec. Tutte queste cose si
richiedono in uno stile come quel di Virgilio (e più o meno negli altri: ma
quel di Virgilio, in quanto stile, è precisamente il più poetico di quanti si
conoscono, e forse il non plus ultra della poetichità); e questi infatti sono i
mezzi ch'egli adopera e gli effetti ch'egli consegue. Or non si possono adoperar
tali mezzi, nè produr tali effetti (che con altri mezzi, nello stile, non si
ottengono) senza una continua e non mai interrotta azione, vivacità e
freschezza d'immaginazione. E sempre ch'essa langue, langue lo stile, sia pure
immaginosissima e poetichissima l'invenzione e la qualità delle cose in esso
trattate ed espresse. Poetiche saranno le cose, lo stile no; e peggiore sarà
l'effetto, che se quelle ancora fossero impoetiche; per il contrasto e
sconvenienza ec. che sarà tanto maggiore quanto quelle e l'invenzione ec.
saranno più immaginose e poetiche. [3720]Del resto è da vedere la
p.3388-9. (17. Ott. 1823.) Alla p.3546. I detti
effetti accadono in un gran letterato, in un gran filosofo, in un gran poeta,
in un gran professore di qualsivoglia o letteratura o arte o scienza o abilità
ec. verso quelli che si arrogano quella medesima arte, e la professano. ec.
Severissimi, disprezzantissimi, intollerantissimi a principio, non per superbia
(anzi questi tali sono sempre modestissimi) ma per non trovar niuno che non sia
indegnissimo di stima per se, o che meriti più che pochissimo nella sua
professione; e disprezzanti nel cuor loro, piuttosto ch'esternamente; a poco a
poco persuadendosi che insomma non v'è di meglio di coloro ch'ei disprezzava,
dalla mancanza de' veramente stimabili piglia argomento e in ultimo abitudine
di tollerare il niun merito, e di stimare e lodare il piccolissimo, e di
celebrare e fino ammirare il mediocre (non per se ma per la sua rarità,
finalmente conosciuta, e conosciuta per universale) e insomma di contentarsi
del poco e pochissimo, e di dare alle cose non il [3721]peso assoluto ma
il peso relativo che meritano. Sicchè gli si viene a fare ben raro il caso nel
quale ei possa e sappia totalmente disprezzare. Passo più oltre, e dico
che l'essere disprezzante, non curante, severissimo, esigente, incontentabile,
intollerante ec. o verso gli uomini in genere, o verso quelli della propria
professione, è segno certo, vista la qualità del mondo, o d'inesperienza, e
poca o niuna cognizione e pratica degli uomini, o di poco talento, che
dall'esperienza non è persuaso e non ne cava il profitto e le conseguenze che
deve, e non sa mai da pochi particolari generalizzare, ma per ciascun
particolare che gli occorre nella vita ha bisogno di nuova ed apposita
esperienza, ch'è il caso, la proprietà e il distintivo degli uomini di poco
ingegno; o finalmente è segno di poco o niun valore sia in genere, sia nella
sua professione, perchè sempre chi poco vale, non potendo giustamente estimar
se stesso nè gli altri, è superbo verso se, e verso gli altri disprezzante.
Laddove chi molto vale, ben potendo intendere ed estimare il suo valore e
l'altrui, sia in genere sia nella sua professione, e compararlo [3722]ec.
può giustamente dispensare e dispensa, almeno nel suo interno, tanto a se
stesso quanto agli altri, il grado di stima o assoluta o almen rispettiva, che
a ciascun si conviene, e si mette al disopra o al disotto degli altri, e questi
al disopra gli uni degli altri, secondo il merito rispettivo ec. (17-18. Ott. 1823.)
Alle cose da me dette
nella teoria de' continuativi (sul principio) ed altrove, circa il verbo exspectare
ec. aggiungi il franc. guetter che propriamente vuol dire osservare
ec. e per metafora aspettare ec. (18. Ott. 1823.)
Participii in us
de' verbi attivi in senso attivo, ovvero neutro, o attivo intransitivo. Desperatus.
Corn. Nep. in Attico c.8. lin. ult. Dove pare che desperatus sia qui
desperavit.[9] (18. Ott. 1823.) Radice monosillaba di
dico. Carisio e il Vossio credono che il genitivo dicis non venga
da dÛkh, ma
da un dix, e spetti a dico ec. [3723]Probabilmente essi
vorranno che dix venga da dico, ma sarebbe il contrario, come
nella teoria de' continuativi s'è detto di lex, rex ec. Aggiungi grex
monosillabo, significante un'idea primitivissima, e radice di più voci semplici
e composte, come congregare ec. Simile dicasi di nubs. V. Forc. (18. Ott. 1823.) Alla p.3717.
Quest'osservazione circa il trovarsi costantemente o quasi costantemente il
supino in itum ne' verbi della 1. e della 2. ch'hanno il perfetto in ui,
ancorchè e quel supino e quel perfetto ne' verbi della 1. senza controversia, e
ne' verbi della 2. giusta le nostre osservazioni, sieno anomali ec.; par che
dimostri una corrispondenza, una dipendenza che passasse nella lingua latina
fra il perfetto e il supino (come fra il perfetto e i tempi che è già noto
formarsi da questo, fra' quali niuno, ch'io sappia, ha mai ancora contato il
supino); e che la formazione del supino seguisse e fosse determinata e
modificata dalla forma del perfetto, e che in somma anche il supino nascesse in
qualche modo dal perfetto, come assolutamente, in tutto, e senza controversia
ne nasce il più che perfetto, il futuro dell'ottativo ec. ec. Questo sospetto
si potrebbe anche, [3724]cred'io, confermare con molte altre
osservazioni P.e. juvo as fa il perfetto iuvi, contratto da iuvavi
o per evitare quel doppio v,[10]
o per effetto della pronunzia accelerata e confondente que' due v
insieme: confusione e accelerazione passata poi in regola, onde venne iuvi solo
perfetto di iuvo, e con un v solo e semplice. Perfetto che viene
a essere anomalo, ma anomalia di cui ben si conosce l'origine e la cagione. Ora
nel supino iuvo ha iutum per iuvatum. Participio anomalo,
della cui anomalia non si conosce origine nè cagione, se non dicendo ch'egli è
formato dal perfetto, il quale essendo iuvi, ne vien di ragione iutum,
così bene come da iuvavi verrebbe iuvatum. V. Forcell. in Juvo
fine. Si potrebbe però dire che iutum è fatto da iuvatum per
evitare quel doppio u, benchè l'uno consonante l'altro vocale, e per
sincope ed elisione dell'a, e per effetto di pronunzia ec. E certo non
si può negare, perchè dà negli occhi, che qui il supino corrisponde al perfetto
(e così in tutti i composti di iuvo; adiuvi, adiutum ec. ec.), e stolto
sarebbe l'attribuire questa corrispondenza al caso, e il non volere, come
sembra evidente, che l'anomalia del supino della quale non si vede ragione,
venga [3725]da quella del perfetto la cui ragion si vede, e comparato
col qual perfetto, e in ragione di lui, esso supino non è anomalo ec. ec. e il
voler piuttosto che l'anomalia del supino sia casuale ec. (18. Ott. 1823.). V. p.3732. Alla p.3687. Quando
però n'hanno alcuno. Giacchè grandissima e forse la maggior parte de' verbi in sco,
non hanno nè perfetto nè supino alcuno, e niuno gliene attribuiscono i
grammatici. Altra prova che niun di loro abbia perfetto nè supino proprio.
Voglio dire che niun l'abbia oggidì, e avendolo, non sia il proprio. Giacchè
anticamente l'ebbero, e proprio, ma diverso da quel che hanno oggi (se
l'hanno), e diverso da quel che conviene o converrebbe a' lor verbi originali,
e da quel d'essi verbi (se esistono ed hanno perfetto e supino), e regolare ec.
come s'è dimostrato con noscitus, nascitus ec. p.3690.3692.3758. Siccome
pur n'è una gran prova, che tutti i verbi in sco i cui originali si
conoscono, se hanno perfetto e supino (o l'un de' due solamente come spesso
accade) che per significato sia loro, o che da' grammatici lor venga
attribuito, questo perfetto e questo supino non è mai, quanto alla material
forma, diverso nè altro da quello de' detti originali, di qualunque
coniugazione si sieno questi ultimi. La quale osservazione conferma l'altra
parte della mia proposizione (anzi la dimostra, si può dire, affatto), cioè che
tutti i perfetti e supini dei verbi in sco che gli hanno, [3726]o
a' quali i grammatici n'attribuiscono, sieno tolti in prestito da' verbi
originali (ne' quali essi sarebbero o sono regolari ec. laddove in essi nol
sono), noti o ignoti che sieno questi verbi. Giacchè da quello che accade
universalmente sempre che i verbi originali son noti, ben si argomenta quello
che dovette accadere quando e' sono ignoti, e che benchè ignoti oggidì,
esistessero una volta ec. Perchè insomma i verbi in sco o non hanno
perfetto nè supino alcuno, o tale che ad essi grammaticalmente non conviene, ma
ben converrebbe a un verbo loro originale, e se questo verbo si trova, il
perfetto o supino del verbo in sco (che ne abbia) è sempre materialmente
lo stesso. Del resto per verbo
originale intendo un tema non in sco che abbia dato origine al verbo in sco
o immediatamente o mediatamente. P.e. trovandosi il verbo reminiscor non
è bisogno supporre l'originale remeno immediato: basta il mediato meno,
di cui già s'ha notizia più particolare, anzi degli avanzi. [3727]Trovandosi
dignosco, non è bisogno supporre il verbo originale immediato dignoo
o digno: basta il mediato no o noo o gnoo; ovvero
il verbo nosco che da lui nasce, dal quale senz'altro potè per
composizione esser fatto il verbo dignosco e cognosco ec. ec.
(p.3709.) e probabilmente così fu. (18. Ott. 1823.) Alla p.3695. E quanto
a nosco, non solamente ne' suoi composti, ma eziandio nel semplice si
trova il g. V. Forcell. in gnosco, gnobilis ec. Del resto il
vedere che questo g protatico è d'uso non men proprio latino che greco,
servirà di risposta a chi dal trovarlo nel semplice e ne' composti di nosco,
come nel greco gnñv e gignÅskv ec., volesse dedurre che nosco
deve essere immediatamente di origine greca, e fatto da noýskv ec. contro il detto a p.3688. Qual sia poi l'origine in generale
dell'uso del g protatico appo i latini, o venuto dagli Eoli, o da un
fonte comune a questi e a quelli ec. nulla importa al nostro caso. E ben
poterono i latini antichi per un uso ricevuto dagli [3728]Eoli, e quindi
d'origine greca, preporre (o interporre) il g a voci d'altronde non per
tanto affatto latine, o vogliamo dire non greche, come si vede infatti che
fecero in adgnascor ec. (la qual voce nascor si dimostra anche
affatto propria latina per le cose dette a p.3688-9. nello stesso modo che nosco)
ec. ec. (18. Ott. 1823.). V. p.3754. Alla p.3390. Anche
ne' nostri più antichi, cioè ne' trecentisti e così in que' del 500 che più
gl'imitano, o in quanto egli adoprano le voci antiquate (come spesso il
Davanzati e altri assai), e fors'anche ne' ducentisti si trovano moltissime
parole spagnuole, oggi fra noi disusate affatto, o rare più o meno, e tra gli
spagnuoli ancora correnti e usuali, o ancor fresche più o meno; le quali anche
chi sa spagnuolo e italiano, non sa che sieno o sieno state comuni ad ambe le
lingue, e trovandole ne' nostri antichi se ne maraviglia, perchè son
prettissime spagnuole. Queste o furon tolte dallo spagnuolo (forse per mezzo
de' provenzali ch'ebbero [3729]a fare coi catalani, ec. e ne presero e
dieder loro voci e modi e poesia e stile e metri ec. ec.: v. Andres); o forse
più probabilmente vengono dalla comun fonte d'ambo gl'idiomi, o ciò fosse il
latin volgare, o qualchessia altra delle tante secondarie che diedero de'
vocaboli alle nostre lingue, potendo essere che da una di queste le ricevesse
sì l'Italia, come la Spagna indipendentemente l'una dall'altra. P.e. da'
provenzali ec. ec. Del resto lo stesso ci accade di vedere ne' nostri antichi
rispetto alle parole e frasi francesi ec. Ma quanto a queste le cagioni parte
son note, parte l'ha spiegate Perticari nell'Apologia. V. p.3771. e già fur
propri italiani (senza esser punto presi dalla Spagna), indi passarono in
disuso, mentre in Ispagna si conservano ancora: e chi sa che questa non li
ricevesse originariamente dalla lingua italiana. Come che sia, tali voci (o
frasi ec.) appo i nostri antichi non hanno punto del forestiero, se non per chi
sappia che or sono spagnuole, e sia avvezzo a sentirle, leggerle, parlarle nello
spagnuolo, e di là le creda venute ec. ma per se stesse hanno tutta l'aria
naturale. Molte ancora delle
voci, frasi ec. spagnuole che si trovano ne' cinquecentisti (e anche
secentisti) italiani, ed ora son fuor d'uso, è probabilissimo che nè allora
fossero antiquate e prese da autori del 300 ec. ma usitate ancora (il che è
facile a vedere, se ne' trecentisti non si trovano, i quali erano forse meno [3730]studiati,
(fuor de' tre grandi) e certo in assai minor numero noti ed editi, che oggidì,
sicchè gli scrittori del 500 o 600 non potessero conoscerne quello che noi non
ne conosciamo, anzi assai meno di noi); nè fossero prese dallo spagnuolo, ma
proprie e native italiane, benchè alle spagnuole conformi affatto, ed oggi
antiquate tra noi e non nello spagnuolo. Del resto gli
spagnuoli ancora, massime nel 500 e 600, pigliarono dall'italiano moltissime
voci e frasi ec., sì gli scrittori, sì l'uso del favellare spagnuolo (pel
commercio scambievole sì delle due letterature sì delle due nazioni e insomma
per le cause medesime che introdussero tanto spagnuolo nell'italiano). Or
queste voci e frasi italiane stettero e in grandissima parte stanno ancora
nello spagnuolo così naturalmente che nulla hanno del forestiero per se, e per
chi non sappia che tali sono; e non parvero nè paiono (agli spagnuoli nè
agl'italiani nè agli altri) adottive (com'erano e sono) ma naturali, secondo
l'espressione dello Speroni in altro proposito (Diall. p.115.). [3731](Non
altrimenti che accadde e accade nell'italiano alle voci e frasi spagnuole sì
per rispetto a noi, sì agli spagnuoli sì agli altri). Il che si applichi allo
scopo del pensiero a cui il presente si riferisce. (18. Ott. 1823.) Alla p.3704. E se ne
sa l'origine, perocchè cretus è metatesi di certus (che ancor
rimane in aggettivo, ed anche in certo senso di participio, e come participio
ha prodotto il verbo certare di cui altrove ec.), contrazione di cernitus.
(19. Ott. 1823.)
Scambio tra il v
e il g ec. Trève-tregua. (19. Ott. 1823.) Laxus, onde laxare, lassare,
lasciare, lasser ec. è un di quelli aggettivi, che come ho detto nella mia
teoria de' continuativi, mi sanno di participio di verbi ignoti, o non noti
come padri di tali aggettivi ec. e laxare mi sa pur di continuativo per
origine ec. V. Forc. ec. (19. Ott. 1823.) Alla p.3708, marg. Lavitum
è dimostrato dal verbo lavito. Così fautum è contrazione di favitum
dimostrato (se bisognasse) da favitor ec. Ma il detto [3732]scambio
tra il v e l'u è dimostrato piucchè mai chiaramente da tutti o
quasi tutti i verbi (ec.) composti di lavo, in cui lavo diventa luo.
Contrazione la qual conferma mirabilmente e pienamente quella ch'io ho supposta
ne' perfetti in ui della seconda e massime della prima. P.e. domui
è da domavi nello stessissimo modo che abluo per ablavo,
soppressa la a e volto il v in u. Del resto pluit ebat
ha il perfetto pluit ed anche pluvit per evitar l'iato, come a
p.3706. Exuo is ui utum. Ruo is ui utum contrazione di ruitum,
che anche esiste: prova delle mie asserzioni. V. Forc. in Ruo e
composti. Fruor, itus e ctus sum, ma fruitus è più usato,
e così fruiturus ec. Luo is ui luitum dimostrato da luiturus.
Anche si disse o scrisse luvi. V. Forc. in luo, verso il fine. Fluo
is fluxi, fluctum, fluxum e fluitum dimostrato da fluito e da fluitans.
Tribuo, Minuo, Statuo, Induo, Arduo, Acuo, Annuo, Innuo ec., Imbuo
ec. ui utum, co' loro composti, e così con quelli di Sino ec. In
tutti questi supino l'i è stato mangiato per evitar l'iato, o come in docitum
ec. Notisi che laddove l'u in tutti gli altri tempi di questi verbi,
compreso il perfetto, è sempre breve. V. p.3735. (19. Ott. 1823.). Così i
composti di fluo ec. Lavito da lavare o da lavere.
(19. Ott. 1823.) Alla p.3725. Queste
osservazioni confermano il mio discorso[11]
sull'antico vexus di veho [3733](fatto da me in proposito
di vexare). Ben è ragione che veho abbia vexum poich'egli
ha vexi, e poich'il supino corrisponde al perfetto. Viceversa quel
discorso conferma grandemente queste osservazioni. Le conferma flexus da
flexi, nexus da nexi, e gli altri quivi notati. Le conferma lo
stesso vectus, noto, certo e moderno participio di veho, nel qual
vectus, donde viene il c, che niente ha che fare con questo tema,
se non dal perfetto vecsi? Così dite di victus per vivitus (vedi
la p.3710.), dove il cq viene da vixi che sta pel regolare vivi.
Così in mille altri di questo genere. Fluo ha fluxi; dunque fluxum;
ed anche fluctum antichissimo (v. Forc. in fluo fine), onde anche
oggi fluctus us, fluctuare ec. (E così appunto è vectus per vexus).
Ma il suo regolare perfetto sarebbe flui: or dunque egli ebbe pur fluitum
dimostrato da fluito e fluitans ec. Così per diversi
perfetti, diversi corrispondenti supini si troveranno, cred'io, in molti verbi.
Ai perfetti in xi corrisponde egualmente il supino in xum e [3734]quello
in ctum. L'uno e l'altro si troverà insieme in non pochi verbi che
abbiano il perfetto in xi (negli altri nol saprei ora dire). Forse o da xi
direttamente, o poscia da xum, si disse ctum per accostarsi alla
desinenza regolare de' supini che dovrebb'essere universalmente in tum.
Forse xum fu corruzione di ctum, o viceversa, e xum fu il
vero e primo supino de' verbi che fecero il perfetto in xi ec. Insomma
quale di questi due, xum e ctum, sia più antico, non lo so. Forse
ambo sono una cosa stessa (benchè non sempre si conservino ambedue, o forse non
sempre sieno stati messi in uso ambedue), diversi solo per accidente di
pronunzia ec. ec. Ciò si applichi al mio discorso sopra vexus, avendosi
già vectus ec. V. p.3745. Iubeo ha iussi, anomalo per iubevi
iubesi: dunque il suo supino è iussum, e niun altro, benchè anomalo
anch'esso. Così infiniti: e la corrispondenza fra il perfetto e il supino, e la
formazione e dipendenza di questo da quello, almeno il più delle volte,
ancorchè quello sia anomalo, ancorchè moltiplice, ancorchè forse talvolta
perduto affatto, restando il supino, o perduto quel tal perfetto restandone un
altro o più d'uno, non corrispondente al supino o ai supini ec. ec.;[12]
tal corrispondenza, dico, è evidente e fuor di controversia. (19. Ott. 1823.). [3735]Alla p.3732. marg. - (fuorchè ne'
perfetti di luo ec. V. Forc. luo: fui da fuo è
breve), ne' supini in utum è sempre lungo (dico l'u radicale),
fuorchè ne' composti di ruo; dico ne' composti, ma in ruo no. (V.
Forc. in ruo fin. e in Ruta caesa). Anche l'antico futum
di fuo (per fuitum) dovette aver la prima breve, come l'ha futurus
che da esso viene, e che sta per fuiturus. Vedi la pag.3742. Il che par
che dimostri che quell'u radicale in utum tien luogo di due
vocali (ui); altrimenti non avrebbe alcuna ragione di esser lungo quivi,
e in tutto il resto del verbo, breve. E infatti se il supino si conserva
primitivo e non contratto, cioè desinente in uitus, l'u è breve
non men che l'i, come in ruitus (Aeg. Parnas.) e in fluito,
fluitans ec. (20. Ott. 1823.)
Che fino ad ora sia
stata poco bene osservata la formazione costante de' continuativi e
frequentativi da' participii o supini, me lo persuade fra gli altri il vedere
che Forcell. da fluctus us ec. deduce l'inusitato supino fluctum
di fluo (v. Fluo fin.), ma dal verbo fluito (ch'e' pur
chiama frequentativo di fluo) non si avvisa punto di dedurne l'inusitato
fluitum, che n'è evidentemente dimostrato. Sebbene il medesimo non
lascia in parecchi continuativi o frequentivi di ammonire ch'e' son fatti dal
supino de' rispettivi verbi originali. (20. Ott. 1823.) [3736]Alla p.3734. fine. Per es. fusum
di fundo potrebbe mostrare un antico perfetto fusi. Fluitus di fluo
un antico perfetto flui che sarebbe il regolare e corrispondente agli
altri notati p.3706.3732. ec. E così, osservata la corrispondenza tra i
perfetti e i supini in latino, tanto ci possiamo servire de' perfetti noti a
dimostrare o congetturare i supini ignoti, (come abbiam fatto p.3733.) quanto
viceversa ec. (massime quando i supini noti sieno regolari ec. e i perfetti
noti nol sieno, o viceversa ec.). Anzi tanto meglio da' supini si
conghiettureranno i perfetti, quanto che quelli derivano da questi, ma non
questi da quelli. Onde dati i supini par necessario supporre i perfetti; ma non
v'è tanta necessità nel caso inverso. (20. Ott. 1823.). Participii in us
di verbi attivi o neutri, in senso attivo intransitivo, o attivo transitivo, o
neutro ec. Si esaminino gli esempi d'Indutus e di Exutus nel
Forc. paragonandoli con quelli di Exuo, Induo, e anche coll'uso italiano
antico ed elegante moderno delle voci Spogliare, Vestire, Spogliato (o Spoglio),
Vestito ec. (20. Ott. 1823.) [3737]Altrove ho detto che non si dà
reminiscenza senza attenzione, e che dove non fu attenzione veruna, di quello è
impossibile che resti o torni ricordanza. L'attenzione può esser maggiore o
minore e secondo la memoria (naturale o acquisita) della persona, e secondo la
maggiore o minore durevolezza e vivacità della ricordanza che ne segue. Può
essere anche menoma, ma se una ricordanza qualunque ha pur luogo, certo è che
una qualunque attenzione la precedette. Può essere eziandio che l'uomo non si
avvegga, non creda, non si ricordi di aver fatta attenzione alcuna a quella tal
cosa ond'e' si ricorda, ma in tal caso, che non è raro, e' s'inganna. Forse
l'attenzione non fu volontaria, fors'ella fu anche contro la volontà, ma ella
non fu perciò meno attenzione. Se quella tal cosa lo colpì, lo fermò, anche
momentaneamente, anche leggerissimamente, anche decisamente contro sua voglia,
ancorch'ei ne distogliesse subito l'animo; ciò basta, l'attenzione vi fu,
l'averlo colpito non è altro che averlo fatto attendere, comunque pochissimo e
per pochissimo, comunque obbligandovelo mal grado suo. (20. Ott. 1823.) [3738]Alla p.3409. Similmente la lettura
di que' nostri classici (e son quasi tutti) che hanno arricchita la lingua col
derivar prudentemente vocaboli e modi dal latino, dal greco, dallo spagnuolo o
donde che sia, ci giova sommamente ad arricchirci nella lingua, non in quanto
noi con tale lettura apprendiamo que' vocaboli e modi come usati da quegli
scrittori, e perciò come usabili da noi ancora, per esser quegli scrittori,
autentici in fatto di lingua; chè questa sarebbe maniera di utilità pedantesca,
e nel vero se quei vocaboli e modi riuscissero nell'italiano latinismi e
spagnolismi ec. non dovremmo imitar quelli che gli usarono, benchè classici ed
autentici scrittori, nè l'autorità loro ci gioverebbe presso i sani, quando noi
volessimo usar di nuovo quelle voci e quei modi. Ma detta lettura ci giova in
quanto ella ci ammonisce per l'esperienza presente che ne veggiamo negli
scrittori, la lingua italiana esser capacissima di quelle voci e maniere;
perocchè noi veggiamo sotto gli occhi, che sebben forestiere di origine, elle [3739]stanno
in quelle scritture come native del nostro suolo, ed hanno un abito tale che
non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono come proprie
della lingua, e così sono italiane di potenza, come l'altre lo sono di fatto,
onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia e sappia
usarle; e per esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole
nell'italiano, le hanno benissimo potute rendere, e le hanno effettivamente
rese, italiane di fatto, come lo erano in potenza, e come lo sono l'altre
italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello studio delle lingue
altrui dee fare in noi, in luogo dell'esperienza, l'ingegno e il giudizio
nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri
classici, ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza
di sentimento, benchè sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e
modi sono italianissimi per potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto,
sieno o non sieno ancora stati resi tali dall'uso, o da parlatore, o da
scrittore veruno; chè ciò a' soli pedanti dee far differenza, e soli [3740]essi
ponno disdire o riprendere che tali voci e forme (greche, latine, spagnuole,
francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane d'origine, di nascita e di
fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l'esempio
di scrittori d'autorità; siccome essi soli ponno concedere e lodare che mille e
mille vocaboli e modi niente italiani per potenza, (qualunque sia la loro
origine), pur si usino, perchè usati da scrittori classici che infelicemente li
derivarono d'altronde, o dalle italiane voci e maniere, o li inventarono.
Questi mai non furono nè saranno veramente italiani di fatto (se non quando
l'uso e l'assuefazione appoco appoco li rendesse tali ancor per potenza);
quelli per solo accidente sono nati in Francia o in Ispagna o in Grecia ec.
piuttosto che in Italia, ma per propria loro natura non sono manco italiani che
spagnuoli ec. nè manco italiani di quelli che nacquero in Italia (e di quelli
che dall'Italia altrove passarono), e forse talora ancor più di alcuni di
questi, che per solo accidente nacquero tra noi. Siccome per solo accidente e
contro la lor natura vennero tra noi que' vocaboli [3741]e modi che
nell'italiano son latinismi o francesismi ec., o che i classici scrittori, o
che i mediocri, o che i cattivi, o che la corrotta favella gli abbia introdotti
e usati, chè queste differenze altresì sono affatto accidentali, e nulle per la
ragione. (20. Ott. 1823.) Della bassa opinione
in cui fino nel 500 era tenuta la lingua italiana (detta allora, quasi per
disprezzo, volgare) e la sua capacità e nobiltà e degnità ed efficacia e
ricchezza e potenza e possibilità di crescere ec. e il suo stato d'allora
(ch'era pur certo assai più potente ed efficace e forte ed espressivo e ricco e
nobile e capace ed idoneo, che non fu prima nè poscia e non è oggi, dopo sì
lungo tempo e tanto accrescimento del numero e varietà degli scrittori che la
trattarono, e delle materie che vi si trattarono, e delle idee che vi furono e
sono, tuttodì in maggior copia e varietà, significate, non solo rispetto a
letteratura, ma a filosofia e politica, e maneggi e trattati civili, e storie,
ed arti e scienze d'ogni maniera; onde questa lingua in quel tempo fu meno stimata
in ch'ella più valse per ogni verso che in qualsivoglia altra età e ch'ella sia
forse mai per valere), vedi il Dialogo delle Lingue dello Speroni, tutto, ma
particolarmente dal principio del Discorso tra il Lascari e il Peretto, sino al
fine del Dialogo. (20. Ott. 1823.) [3742] Mutolo, quasi mutulus, per muto;
diminutivo positivato, restando anche il positivo. Quindi ammutolire ec.
per ammutire ec. che pur si ha. (20. Ott. 1823.) Il supino futum
dell'antico fuo, onde futare ec. come altrove, è dimostrato
eziandio chiaramente dal participio futurus. Sicchè non si dubiti che futare
non venisse da futum supino di fuo come tutti gli altri
continuativi benchè oggi non si trovi supino alcuno del difettivo fum,
di cui il difettivo fuo è ausiliare o suppletorio ec. ma non già il
medesimo in origine ec. (21. Ott. 1823.)
Altrove ho detto che
l'antico participio di sum, desinenza attiva, vi fu, e non fu ens
ma sens. Non si creda che potens possa provare il contrario.
Questa voce anch'essa contiene il detto participio, ma detrattane la s,
come l'f in potui ec. ch'è fatto da potis o pote e fui
nientemeno che possum da potis e sum, e potens da potis
e sens. Del resto è ben vero che, come possum non potum,
così si avrebbe avuto a dire possens anzi che potens. [3743]Or che diremo che in tutte tre le
lingue figlie si conserva quella verissima pronunzia e forma di potens?
Noi diciamo potente e possente, ma questo è più proprio antico,
perchè ora non sarebbe della prosa (se non in qualche caso ec.) bensì del
verso. E questa antichità fa tanto meglio al caso nostro. Simile si dica di possanza
e potenza, possentemente, onnipossente ec. E notisi che non è per
niente il costume della lingua o pronunzia di veruna parte d'Italia il mutare
in due ss il t, sia nelle parole italiane, sia da principio nella
formazione di nostra lingua, rispetto alle voci latine ec. Insomma mai in
nessun tempo noi non avemmo quest'uso, e però bisogna riferire in questo caso
la detta mutazione da potens a possente, ad altra cagione,
perch'ella non è delle solite, anzi affatto insolita ec. Qual cagione dunque?
Ch'ella non è mutazione ma vera pronunzia antica latina, anteriore ancora a
quella di potens. Perocch'ella è più regolare, e ci fu trasmessa dal
volgo, il quale certo non la usò per parlar più regolare delle [3744]persone
colte, nè per correggere la falsa pronunzia de' più antichi, ma anzi per
conservar l'uso più antico. I francesi hanno solamente puissant cioè possens,
e non potens. Così puissance cioè possentia solamente, e
non potentia; tout-puissant, puissamment ec. Gli spagnuoli non
hanno il participio di posse,[13]
nè in senso di aggettivo, come i francesi e noi, nè in quello di participio,
come noi talvolta (esser potente di fare una cosa ec. Speroni spesso),
ma hanno pujanza cioè possentia, mutati i due ss
nell'aspirata, come è loro ordinario. Nè i francesi nè gli spagnuoli sono punto
soliti di mutare il t in due ss o nell'aspirata ec. come ho detto
degl'italiani. Del resto anche potens
serve a mostrar l'esistenza antica del participio attivo di sum ec. (21. Ott. 1823.) Il v non è che
aspirazione nell'antico latino ec.: sta in vece dello spirito nelle parole
tolte dal greco, e non pur dell'aspro ma del lene ec. come nella mia teoria de'
continuativi Paphlagonia insignis Roco HENETO, a quo, ut Cornelius [3745]
Nepos perhibet, Paphlagones in Italiam transvecti, mox VENETI sunt nominati.
Solin. c.44. ed. Salmas. 46. al., Plin. l.6. c.2. V. Menag.
ad Laert. II.
segm.113, e notate che ivi il greco ƒE netòw è sempre collo spirito lene,
benchè nell'addotto luogo si scriva Heneto. V. anche Cellar. ec. Del
resto quelle mie osservazioni potrebbero confermare questa etimologia e questa
storia. (21. Ott. 1823.). V. Forc. in Veneti e in Velia. Alla p.3734. marg.
Qua spetta futum e fusum da fundo, confutum e confusum,
ec. come altrove in proposito di confuto; e conferma queste
osservazioni, e da queste può esser confermata notabilmente la derivazione di confuto
da fundo o confundo e l'esistenza di un antico confutum o futum
ec. di che altrove in più luoghi. (21. Ott. 1823.) Il piacere è sempre
passato o futuro, e non mai presente, nel modo stesso che la felicità è sempre
altrui e non mai di nessuno, o sempre condizionata e non mai assoluta: e così è
impossibile che altri dica con pieno sentimento di vero [3746]dire, e
con piena sincerità e persuasione, io provo un piacere, ancorchè menomo,
quantunque tutti dicono io n'ho provato e proverò; quanto è impossibile
che alcun dica di cuore io son felice, o Beato me, quando però
tutti dicono beato il tale o il tal altro, e io sarei felice
se mi trovassi tale o tale, e beato me se ottenessi tale o tal cosa,
e se fosse questo o questo. E le cagioni per cui sono impossibili
parimente le due cose sopraddette, sono appresso a poco le stesse. E come il
non esser niuno che dica me beato, dimostra che tutti s'ingannano quelli
che dicono beato te o lui, e io sarei beato in tale o tal
caso (e tutti gli uomini così parlano e parleranno sempre e di cuore); così
il non esser chi dica di vero animo io provo piacere presentemente,
dimostra che niuno provò nè proverà mai piacere alcuno, benchè tutti si pensino
e moltissimi affermino con sentimento di verità, di averne provato e di averne
a provare. (21. Ott. 1823.) [3747]Come la lingua francese illustre
è dominata, determinata e regolata quasi interamente dall'uso, e certo più che
alcun'altra lingua illustre, così, perocchè l'uso è variabilissimo e
inesattissimo, essa lingua illustre non solo non può esser costante, nè molto
durare in uno essere, come ho notato altrove, ma veggiamo eziandio che la
proprietà delle parole in essa lingua è trascurata più che nell'altre illustri,
e trascurata per regola, cioè presso gli ottimi scrittori costantemente, non
meno che nel parlare ordinario. Voglio dir che gli usi di moltissime parole e
modi ec. anche presso gli ottimi scrittori, sono più lontani dall'etimologia e
dall'origine e dal valor proprio d'esse parole ec. meno corrispondenti ec. che
non sogliono esser gli usi de' vocaboli nell'altre lingue illustri presso, non
pur gli ottimi, ma i buoni scrittori, e in maggior numero di voci ec. che nelle
altre lingue illustri non sono. Che vuol dir ch'essi usi e significati sono più
corrotti ec. E non potrebb'essere altrimenti perchè l'uso corrente cotidiano e
volgare e generalmente la lingua parlata, anche dai colti, (che è quella cui
segue il francese scritto) corrompe ed altera ogni cosa e non mai non cessa di
rimutare e logorare ec. P.e. per dire il materiale e lo spirituale, o il
sensibile e l'intellettuale, i francesi dicono il fisico e il morale. (le
physique et le moral, le physique et le moral de l'homme, le monde physique et
le [3748]monde moral etc.). Qual cosa più impropria di queste significazioni, o che
si considerino in se stesse o nella loro scambievole opposizione e in rispetto
l'una all'altra? Fisico propriamente significa forse materiale o sensibile?
E il fisico, che vuol dir naturale, è forse l'opposto dello spirituale
o intelligibile? Quasi che questo ancora non fosse naturale, ma fuori
della natura, e vi potesse pur esser cosa non naturale e fuori della natura,
che tutto abbraccia e comprende, secondo il valor di questa parola e di questa
idea, e che si compone di tutto ch'esiste o può esistere, o può immaginarsi ec.
E il morale com'è l'opposto del naturale? Sia che riguardiamo la
propria significazione di morale sia la francese. E che hanno che far
l'idee, l'intelletto, lo spirito umano, gli altri spiriti, il mondo e le cose
astratte ec. coi costumi, ai quali soli propriamente appartiene la voce morale?
e gli appartiene pure anche in francese, e anche nel parlare e scriver francese
ordinario (la morale, moralité, etc.). Così dite degli avverbi physiquement
o moralement ec. [3749]Di tali esempi se ne potrebbero
addurre infiniti. La lingua latina
illustre fu, non solo tra le antiche, ma forse fra tutte, la più separata e
diversa, e la meno influita e dominata dalla volgare. Parlo della lingua latina
illustre prosaica (ch'è poco dissimile dalla poetica) rispetto all'altre pur
prosaiche perchè p.e. la lingua poetica greca fu certo (almen dopo Omero ec.)
anche più divisa ec. dalla greca volgare. Ma ciò come poetica, non come
illustre, e qualunque linguaggio appo qualunque nazione è veramente poetico e
proprio della poesia, di necessità e per natura sua è distintissimo dal
volgare; chè tanto è quasi a dir linguaggio proprio poetico, quanto linguaggio
diverso assai dal volgare. S'egli ha ad esser assai diverso dal prosaico
illustre, molto più dal volgare. Fra le lingue illustri moderne, la più
separata e meno dominata dall'uso è, cred'io, l'italiana, massime oggi, perchè
l'Italia ha men società d'ogni altra colta nazione, e perchè la letteratura fra
noi è molto più esclusivamente che altrove, propria de' letterati, e perchè
l'Italia non ha lingua illustre moderna ec. Per tutte queste ragioni la [3750]lingua
italiana illustre è forse di tutte le moderne quella che meglio e più
generalmente osserva e conserva la proprietà delle voci e modi. Ciò presso i
buoni scrittori, cioè quelli che ben posseggono e trattano la lingua illustre,
i quali oggi son men che pochissimi, e quelli che scrivono la lingua illustre,
i quali oggi sono in minor numero di quelli che non la scrivano, o il fanno più
di rado che non iscrivono la volgare. Perocchè oggi la lingua più comunemente
scritta e intesa in Italia nelle scritture, non è l'illustre ma la barbara e
corrotta volgare; e però ella non conserva punto la proprietà delle parole ec.
ma sommamente se n'allontana, come fa la volgare. E p.e. quel fisico e morale,
fisicamente e moralmente ec. nel senso francese, è oggi del volgare
italiano, e dello scritto non illustre, non men ch'e' sia dell'illustre e del
volgare francese ec. Ma presso i nostri buoni scrittori di qualunque secolo
(non che gli ottimi), si vedrà forse più che in niun'altra lingua illustre
moderna, [3751]osservata e conservata la proprietà delle parole e dei
modi ec. Cioè l'uso loro esser totalmente e sempre, o quasi totalmente e quasi
sempre, o più e più spesso che nell'altre lingue illustri, e in assai maggior
numero di parole e modi ec., conforme al significato ch'essi ebbero da
principio nella lingua e ne' primitivi scrittori italiani, ed anche alla loro
nota etimologia, ed al senso ed uso ch'essi ebbero nella lingua onde alla
nostra derivarono, cioè massimamente nella latina, madre della nostra. Certo la
proprietà latina nell'uso e significato delle parole e dei modi, (siccome la
forma, lo spirito ec. della latinità, della dicitura latina, il modo
dell'orazione in genere, del compor le parole, dell'esporre e ordinar le
sentenze, dello stile ec. ec. E quanto a queste cose, anche in ordine alla
lingua greca l'italiano illustre è la lingua più simile ch'esista ec. ec.) è
molto meglio e in assai maggior parte conservata nell'italiano veramente
illustre, per insino al dì d'oggi, che in alcun'altra lingua; e forse più
nell'italiano illustre degli ultimi nostri buoni scrittori, che nel linguaggio
de' più antichi e migliori scrittori francesi, spagnuoli ec. (21. Ott. 1823.) Diminutivi
positivati. Novello, nouveau, Novella, rinnovellare ec. ec. V. il Forc.
in Novellus (quasi iuvenculus) e i derivati sopra e sotto la
detta voce: gli spagnuoli ec. (22. Ott. 1823.)
[3752]Alla p.3685. Ho detto il genitivo
ec. Tutti i nomi o verbi o avverbi ec. latini che son fatti immediatamente da
qualche nome, son fatti dal genitivo o da' casi obliqui di questo nome, non mai
dal nominativo (nè dal vocativo s'egli è conforme al nominativo, nè
dall'accusativo come da manum onde sarebbe manalis non manualis,
da tempus accusativo onde sarebbe tempalis non temporalis
ec. ec. Tempestas però par che venga da tempus accusativo o
nominativo). Ciò in moltissimi casi (come in dominor da dominus i
ec.) non si può conoscere nè distinguere, ma in moltissimi sì. Miles itis -
milito, militia, militaris ec. nomen inis - nomino ec.[14]
salus utis - saluto ec. Imago inis - imagino ec. Virgo inis -
virgineus ec. Magister istri - magistratus ec. Sempre che si può
distinguere, troverete che così è. (V. la p.3006. marg.) Eccezione. Propago
inis - propagare in vece di propaginare (che noi però abbiamo
altresì, e l'ha anche Tertull. V. Forc. e il Gloss. ec.), se però propagare
non è piuttosto fatto da propages is, o se propago non viene anzi
da propagare (il che mi è molto verisimile, se l'etimologia è da pango,
come il Forcell. in propago inis. Allora propago as per propango
is apparterrebbe a quella categoria di verbi di cui p.2813. sqq. e nelle
ivi richiamate ec. [3753]E in esse pagg. si vedrebbero gli esempi e
l'analogia e la ragione per cui pango in propago as o in propago
inis abbia perduta la n, e perchè mutata coniugazione ec. che
altrimente non son cose facili a dirsi. E certo l'osservazione fatta qui
dietro, persuade che propagare non debba venir da propago inis:
bensì propaginare). E s'altre tali eccezioni si trovano; ma saranno ben
poche, s'io non m'inganno.[15]
Eccettuo ancora quei derivati che piuttosto sono inflessioni ec. de' rispettivi
nomi, che altri nomi fatti da questi, come lapillus, (se questa e simili
non sono contrazioni, v. p.3901) vetusculus dal nominativo di vetus
eris ec. Ma questo diminutivo è di Sidonio. Gli antichi vetulus.
Nigellus potrebb'esser da nigeri non da niger, come puellus
da pueri non da puer. V. p.3909.; nigellus ch'è dal
nominativo di niger, e altri tali diminutivi ec. Se già gli antichi non
dissero magister isteri, niger eri ec. (22. Ott. 1823.). E così tengo
per fermo; ond'è magisterium, ministerium ec. per magistrium,
piuttosto dall'obliquo magìsteri, magìstero ec. poi contratti, che da magistrium,
ministrium per epentesi della e. Infatti gli antichi dissero magisterare,
ma i più moderni magistrare, onde magistratus us ec., come ministrare
[3754]ec. Insomma queste non mi paiono eccezioni, perchè si riducono
alla regola coll'osservare il modo dell'antichità e lo stato primitivo delle
voci, mutato poscia, e così si potranno risolvere mill'altre tali eccezioni
apparenti. In ogni modo il più delle volte è vero che i derivati de' nomi
vengono da' casi obliqui, come ho detto, di qualunque declinazione sieno i nomi
originali, come si è mostro cogli esempi, e non solamente se essi nomi son
della quarta, chè allora si potrebbe negare quello che noi affermiamo dei
derivati di questi, cioè che vengano da' casi obbliqui e fra questi derivati
da' casi obliqui sono certamente quelli fatti da' nomi della quarta e notati da
noi ec. Il che basta al caso nostro. (22. Ott. 1823.) Alla p.3728.
Quest'uso latino di mutare alle volte il primo n in g, quando
concorrerebbero due n, uso che si vede in agnatus, cognatus,
cognosco, ignosco, ignotus, ignobilis, ignarus, ignavus ec. per annatus,
connatus, (che anche si trova), connosco, innosco, innotus (v.
Forc.), innobilis, innarus, innavus (che sarebbero come innocens,
innumerus, innobilitatus) ec. ec.[16]
(p.3695.) corrisponde all'uso della pronunzia spagnuola che suol mutare in gn
il doppio n delle parole latine o qualunque (come año, caña per canna
ec.), e che generalmente [3755]rappresenta il suo gn col
carattere ñ che è il segno di un doppio n. (Se però i latini
pronunziavano ig-navus ec. come a p.2657., l'uso spagnuolo di dir agno
per annus ec. non ha che far niente col lat. ig-navus per innavus.
Tuttavia può pur avervi che fare, in quanto anche appo gli spagnuoli quell'año
ha sempre una pronunzia di g). Del resto non solo
nel concorso delle due n, ma anche fuor di questo caso, i latini usavano
di preporre o frapporre avanti la n il g. Come in prognatus per
pronatus (che anche si trova), adgnascor per adnascor,
adgnatus per adnatus ec. (i quali perciò dimostrano un semplice gnascor),
e in gnarus, gnavus, gnavo, gnosco, gnobilis ec. (sicchè forse ignarus
ec. non sono per innarus ec. ma più probabilmente per i-gnarus,
i-gnavus ec. cioè per ingnavus, ingnarus ec.). Onde resta fermo quel
ch'io [ho] detto p.3695. che i latini usavano, come gli Eoli, il g
veramente protatico (perchè anche in pro-gnatus per pro-natus, in
i-gnobilis per in-nobilis ec. ei viene a esser protatico.). E
quest'uso ancora [3756]avrebbe qualche corrispondenza coll'uso spagnuolo
di mutare alle volte, se non erro, anche l'n semplice delle voci latine
ec. in ñ. (22. Ott. 1823.) Prolicio, prolecto
as ec.
Aggiungansi alle cose dette nella mia teoria de' continuativi (sul principio)
circa i verbi allicio, allecto ec. (22. Ott. 1823.) Verbo diminutivo in
senso positivo. Nidulor per nidor aris (che non esiste) da nidulus
per nidus. Noi abbiamo annidare ec. (22. Ott. 1823.) Alla p.3706. Senza
fallo il nostro verbo fu noo is, non no nis. (e altrettanto si
dica di poo, non po, da pñv, il quale dovette essere poo
pois povi potum secondo le ragioni che or si diranno). 1. Da no non
si sarebbe fatto nosco ma nisco. Veggasi la p.3709. fine- 10.
principio. 2. No non avrebbe fatto nel preterito novi ma ni (o
per duplicazione neni), come suo sui, luo lui ec. Noo
bensì doveva far noi, come suo sui ec. (p.3731. seg.3706. marg.),
poi per evitar l'iato fece novi, come amai amavi, docei docevi, [3757]
lui luvi ec. (p.3706.3732. V. Forc. in luo verso il fine). 3. Così no
non avrebbe fatto notum ma nitum.[17]
Nè questo si sarebbe mai mutato in notum, nè ni o neni in novi.
Bensì noi in novi nel modo detto; e in notum il regolare noitum
di noo (p.3708. marg.3731-2. 3735.). Anche Nomen, agnomen, cognomen
ec. vien da noo, e serve a mostrare, primo, noo non no
(onde sarebbe nimen, come da rego, regimen ec.); secondo, noo
da cui esso viene, non da nosco, checchè dica il Forc. in nomen,
princip. e quivi Festo ec. 4. Nobilis non potrebbe venir da no.
Bensì da noo. Perocchè i verbali in bilis nel buon latino non si
fanno se non da supino in tum (o partic. in tus), e non da altri,
mutato il tum (o tus) in bilis. V. p.3825. Bensì tali
supini (o participii) non sono sempre noti, ma dato il verbale in bilis,
e' si possono conoscere mediante l'analogia e la cognizione dell'antichità e
della regola della lingua latina, le quali anche da se li possono mostrare, e
il verbale in bilis li conferma, sempre ch'egli esista. P.e. Docibilis
è da doci-tum. Questo supino già lo conoscevamo per altra via, benchè
inusitato, cioè per altri argomenti ec. Il verbale docibilis lo
conferma. Immarcescibilis da marcescitus inusitato. Già abbiam
detto e sostenuto che il proprio participio [3758] o supino de' verbi in
sco era in scitus. Eccone altra prova in marcescitum di marcesco
(che ora non ha o non gli s'attribuisce supino alcuno) dimostrato da immarcescibilis.
Solu-tum, volu-tum, solu-bilis, volu-bilis ec.
Labilis, nubilis,
habilis ec. sono
dai regolari, veri ed interi, benchè inusitati supini, labitum, nubitum,
(habitum è usitato, anzi solo usitato, ma non è il primitivo) ec.,
secondo la regola, fuor solamente ch'e' son contratti da labi-bilis,
nubi-bilis per effetto di pronunzia accelerata o confusa ec. o per evitare
il cattivo suono ec.[18]
Or dunque da no nitum avremmo nibilis. Nobilis non può essere che
da no-tum, gnobilis da no-tum o da gnotum, ignobilis da no-tum
o gno-tum o igno-tus o gnobilis o nobilis. Ovvero nobilis
ec. sono contrazioni di noibilis come notum lo è di noitum.
Vedi la pag.3832. fine. Secondo queste
osservazioni, nobilis, gnobilis, ignobilis confermano l'esistenza di un
verbo originario di nosco, al quale è chiaro ch'essi hanno attinenza; ma
se venissero da nosco farebbero noscibilis ec. da noscitum,
ed anche il Forc. che certo non aveva osservata la formazione de' verbali in bilis
da' supini in tum, pur vide che nobilis era quasi noscibilis
(vedilo in [3759] nobilis princip. dove ha vari spropositi,
secondo le nostre osservazioni). Nè da noscibilis sarebbe stata punto
naturale nè latina la contrazione in nobilis ignobilis ec. V. ignoscibilis,
antica voce, nel Forc. la quale conferma il supino noscitum, secondo le
presenti osservazioni, e che da nosco si sarebbe fatto noscibilis,
non nobilis, come anche da marcesco immarcescibilis, non immarcibilis
ec. V. anche nel Forc. noscibilis, agnoscibilis ec. irascibilis.
Del resto nobilis, gnobilis ec. sono voci antichissime, onde ben
poterono venire dall'antichissimo e poscia inusitato noo. Possibilis (e impossibilis, possibilitas
ec.) dimostra possitus, e quindi il participio o supino situm di sum,
confermando il detto da noi in proposito di sto, come potens
dimostra il participio sens (pag.3742-4.). Del resto noo,
poo e simili andarono presto in disuso probabilmente per il cattivo
suono di quel doppio o l'un dietro l'altro, onde si preferì l'uso de'
verbi lor derivati, i quali restarono, e quasi o senza quasi nel senso degli
originarii (massime nosco e composti ec.), o anche [3760]in esso
senso ec. Nosco però non restò tutto, nè noo perì tutto, ma ne
restò novi e notum ec. insomma una gran parte (dove non aveva
luogo, o n'era stato scacciato, il cattivo suono), la quale supplì ai
mancamenti e perdite sofferte dal derivato ec. Così di poo restò potus,
epotus, potum, poturus ec. anche più usati di potatus ec., e potus
sum ec. (22. Ott. 1823.). V. p.3850. Niente d'assoluto.
Qual cosa par più assoluta e generale, almen fra gli uomini, di quello che la
corruzione sia nauseosa? Or le sorbe e le nespole, perocchè nello stato che per
loro è vera maturità e perfezione, per noi non son buone a mangiare; bensì
nello stato che per loro è vera, non pur vecchiezza, ma morte e corruzione;
perciò mezze e corrotte si mangiano. - Lo schifoso è interamente relativo. La
lumaca non fa schifo a se stessa. Non è schifoso a noi quello che in noi, o da
noi uscito o prodotto ec. è schifoso agli altri. Il porco si diletta di
ravvolgersi nel fango e lordure ec. E quanti uomini trattano e amano, e
mangiano e gustano ec. [3761]cose che agli altri (a tutti o a più o ad
alcuni, nella stessa nazione o in diverse) riescono schifosissime. - La sorba,
la nespola, secondo noi, è perfetta quando è corrotta, misurando noi la
perfezione di queste, come d'infinite altre cose, dall'uso nostro ec. Ma chi
non vede che questa perfezione è al tutto relativa? e relativa a noi soli, anzi
al solo uso del nostro palato e stomaco, ed in quanto la sorba è atta a
divenirci una volta cibo, cosa a lei affatto accidentale ed estrinseca? E che
la sorba non ne è perciò meno corrotta e degenerata? nè, per se stessa e per
sua natura, meno perfetta allor quando ec. e non in altro tempo ec. (23. Ott. 1823.)
Si può applicare
all'uomo in generale avendo riguardo alle illusioni e al modo in che la natura
ha supplito coi felici errori ec. alla felicità reale, anzi può applicarsi ad
ogni genere di viventi, quel verso del Tasso (Gerus. I. 3.) E da l'inganno
suo vita riceve. (23. Ott. 1823.) Forte, fortemente,
fort, force ec. per molto, molti ec. K‹rta. Vedi lo Scapula, e Arriano
nell'Indica e nella Spediz. d'Alessandro ec. E nótisi che k‹rta per valde mostra d'essere antichissimo, ond'egli è
poetico piucch'altro ec. V. Forcell. Gloss. Diz.
franc. spagn. ital. Anche
i latini vehementer, vehemens ec. E valde è contrazione di valide
ec. Onde nelle lingue moderne dicendo fortemente per valde si
conserva la etimologia di questa parola ec. (23. Ott. 1823.) A quello che altrove[19]
ho detto di dompter da domitare, aggiungi promtus e promptus,
promsi e prompsi, [3762] promtum e promptum, demsi
e dempsi, demtum e demptum, temptare per tentare (v.
Forcell. e il Cod. Cic. de republ. col Conspectus Orthograph. del Niebuhr), comsi
e compsi, comptum e comtum, comptus e comtus, compte e comte,
ec. ec. V. Forcell. I francesi scrivono anche domter domtable ec. e
forse oggi più frequentemente. Il Richelet non ha che domter, l'Alberti
che dompter. Vedi il Richelet in Compte, compter ec. che
scrivevasi ancora, com'egli dice, comter, comte ec. Notisi peraltro che compter
ec. viene da computare, sicchè il p vi è naturale e non ascitizio
come in dompter ec. Infatti oggi i francesi, i quali scrivono Comte
(da comes itis), comtat ec. scrivono sempre, ch'io sappia, compte
da computus, compter ec. (23. Ott. 1823.) A proposito di sylva
da ìlh, del che altrove. Sulla e Sylla, Symmachus
e nel Cod. Ambros. delle Orazioni Summachus costantemente. V. Forcell. ec. (23. Ott. 1823.) Chi vorrà credere che
apto ed ‘ptv (de' quali altrove) essendo gli
stessissimi materialmente, e significando propriamente la stessissima cosa, non
abbiano a far nulla tra loro per origine ec. converrà supporre un'assoluta
casualità che troverà pochi fautori ec. (23. Ott. 1823.) Alla p.2657. marg. E
se in Italia, in che parte, (avendo noi tanti e sì diversi dialetti), come ne'
paesi ove la pronunzia tien più dello straniero, ne' paesi di confine, nel
Piemonte (ove forse è probabile che sia stato scritto il [3763]Cod. de
rep. e così di Frontone ec.) nell'alta Lombardia e Venezia, o generalmente
nella Lombardia o nel Veneziano. E se nel cuor d'Italia, ed anche in Roma, a
che tempo, come ne' vari tempi che vi furono più stranieri, e più influenti ec.
E finalmente da chi, se da italiani o stranieri, e italiani di che parte
d'Italia, e di buona pronunzia o cattiva, e periti dell'ortografia o no, e
vissuti fra gli stranieri o no ec. ec. (23. Ott. 1823.). Puoi vedere la p.3754. Alla p.3692.
Aggiungasi che scivi scitum di scisco, e de' suoi composti (ascitum,
conscitum, plebiscitum) ec. hanno tutti l'i lungo. Or la desinenza
in itum è affatto improprissima de' verbi della terza. (Lascio quella in
ivi, che n'è parimente impropria, ma altresì quella in ivi il
sarebbe). Che segno è questo, se non che scitum grammaticalmente non è
di scisco, ma di scio, di cui, come verbo della 4. è propria e
debita peculiarmente la desinenza del supino in itum? Così dicasi di
qualunqu'altro verbo in sco che sia fatto da un verbo della quarta, noto
o ignoto: che se tal verbo in sco ha supino, o se gli si attribuisce,
esso è certamente in itum, e però è certamente tolto in prestito dal suo
verbo originale, il quale, se non esiste, da ciò n'è dimostrato ec. E può
vedersi la p.3707. fine 08. principio. (23. Ott. 1823.) [3764]Necessità di nuove o forestiere
voci, volendo trattar nuove o forestiere discipline. Impossibilità e danno del
mutare i termini ricevuti in una disciplina che da' forestieri sia stata
trovata, o principalmente coltivata, o trasmessaci ec. di sostituire cioè altri
termini a quelli con che i forestieri che ce la tramettono, sono usi di
trattare quella disciplina, quando bene fosse facile alla nostra lingua il
trovar termini suoi, novi o vecchi, da sostituir loro, anzi quando ella già ne
avesse degli altri (sian termini sian vocaboli) con quel medesimo significato
ec. V. Speroni Dial. della Retorica, ne' suoi Diall. Venez. 1596. p.139. a
dieci pagg. dal principio, e 23. dal fine. (23. Ott. 1823.) Gli spettacoli
gladiatorii, così sanguinarii ec. appartengono a quel diletto delle sensazioni
vive, di cui dico in tanti luoghi. (23. Ott. 1823.). Così le cacce di tori ec.
ec. Disperser da dispergo-dispersus. (24. Ott. 1823.)
Ai verbi diminutivi o
frequentativi italiani da me altrove raccolti, aggiungi per esempio di quelli
in olare, crepolare da crepare, screpolare ec. (24. Ott. 1823.) Quaero is,
quaesitum e itus.
Perchè dunque da queror, questus, ch'è verbo differente sol d'una
lettera nella scrittura, e di nulla nella pronunzia? E da quaesitum e quaesitus
che pur restano e son fuori di controversia, [3765]e non si potrebber
dire altrimenti, abbiamo quaestus us e quaestor ec. ec. L'uso dunque
delle contrazioni de' supini che altrove in tanti luoghi io suppongo, è
evidente; perocchè qui restando il supino e il participio intero, le voci
quindi formate sono, le più, contratte al modo appunto degli altri supini e
participi ec. i quali molte volte per lo contrario son dimostrati da voci
derivate o affini ec. non contratte. Come qui vale l'argomento da quaesitum
a quaestus us ec. così dovrà valere ne' casi contrarii ec. (24. Ott. 1823.) Alla p.3557.
principio. L'aspetto della debolezza riesce piacevole e amabile principalmente
ai forti, sia della stessa specie sia di diversa. (forse per quella
inclinazione che la natura ha messa, come si dice, ne' contrarii verso i
contrarii). Quindi la debolezza in una donna riesce più amabile all'uomo che
all'altre donne, in un fanciullo più amabile agli adulti che agli altri
fanciulli. E la donna è più amabile all'uomo che all'altre donne, anche pel
rispetto della debolezza ec. Ed all'uomo tanto più quanto egli è più forte, non
solo per altre cagioni, ma anche per questa, che l'aspetto della debolezza gli
riesce tanto più piacevole, quando è in un oggetto altronde amabile ec. Ed
anche per questa causa i militari, e le [3766]nazioni militari
generalmente sono più portate verso le donne, o verso tŒ paidik‹ ec. (V.
Aristot. Polit. 2. Flor. 1576. p.142.). Le cose dette della debolezza si possono anche dire
della timidità. Piace l'aspetto della timidità in un oggetto d'altronde
amabile, e quando essa medesima non disconvenga. Piace p.e. ne' lepri, ne'
conigli ec. Piace massimamente ai forti o assolutamente o per rispetto a quei
tali oggetti. Piace ai più coraggiosi, e questo ancora si riferisca a quel che
ho detto de' militari. Il veder che uno teme e ha ragion di temere, e ch'e' non
si può difendere, è cosa amabile, e induce i forti e i coraggiosi, o della
stessa specie o di diversa, a risparmiare quei tali oggetti; quando non v'abbia
altra causa che operi il contrario, come nel lupo verso la pecora ec. Cause
indipendenti dalla timidità e dal coraggio. E da ciò, almeno in parte, deriva
che gl'individui e le nazioni forti e coraggiose sogliono naturalmente essere
le più benigne; e in contrario è stato osservato che gl'individui e i popoli
più deboli e timidi sogliono essere i più crudeli verso i viventi più deboli di
loro, verso i loro stessi individui più deboli ec. Ed [3767]è
proposizione costante e generale che la timidità la codardia e la debolezza
amano molto di accompagnarsi colla crudeltà, colla inclemenza e spietatezza e
durezza de' costumi e delle azioni ec. (Che il timore sia naturalmente crudele,
perchè sommamente egoista, e così la viltà ec. l'ho notato in più luoghi). Ciò
non solo si osserva negli uomini, ma eziandio negli altri animali. E con molta
verisimiglianza, se non anche con verità, si attribuisce al leone la generosità
verso gli animali di lui più deboli e timidi ec. quando la natura, cioè una
nimistà naturale, o la fame ec. non lo spinga ad opprimerli ec. o ve lo spinga
talora, ma non in quel tal caso, o quando la natura non glieli abbia destinati
particolarmente per cibo, chè allora sarà ben difficile ch'ei se ne astenga, o
se ne astenga p. altro che per sazietà. Si applichino queste osservazioni a
quelle da me fatte circa la compassionevolezza naturale ai forti, e la naturale
immisericordia e durezza dei deboli ec. e viceversa quelle a queste (p.3271.
segg.). Si suol dire, e non è senza esempio nelle storie che le donne [3768]divenute
potenti in qualunque modo, sono state e sono generalmente come più furbe e
triste, così più crudeli e meno compassionevoli verso i loro nemici, o
generalmente ec. di quel che sieno stati o sieno, o che sarebbero stati o
sarebbero, gli uomini, in parità d'ogni altra circostanza. Ed è ben noto che i
Principi più deboli e vili sono sempre stati i più crudeli proporzionatamente
alle varie qualità ed al vario spirito de' tempi a cui sono vissuti o vivono, e
alle varie circostanze in cui si sono rispettivamente trovati o trovansi, e
secondo le varie epoche e vicende della vita di ciascheduno ec. (24. Ott. 1823.) Alla p.3616. fine.
Un'altra osservazione confermante il mio parere, che l'Iliade se cede agli
altri poemi in qualche cosa, ciò possa essere ne' dettagli, ma tutti li vinca
nell'insieme, e nella tessitura medesima e disposizione e condotta, non che
nell'invenzione (al contrario del comun giudizio), si è che nell'Iliade
l'interesse cresce sempre di mano in mano, sin che nell'ultimo arriva al più
alto punto. Laddove nella Gerusalemme egli [3769]è, si può dire,
onninamente stazionario; nell'Eneide assolutamente retrogrado dal settimo libro
in poi, e così nell'Odissea: errore e difetto sommo ed essenzialissimo e
contrario ad ogni arte. Nella Lusiade nol saprei ora dire, nè nella Enriade,
dove però l'interesse non può essere nè stazionario nè retrogrado nè crescente,
essendo affatto nullo, almeno per tutti gli altri fuor de' francesi. Puoi
vedere a proposito del crescente interesse l'Elogio di Voltaire nelle opp. di
Federico II. 1790. tome 7. p.75. Ho detto in questo
discorso come sia necessario che il soggetto dell'epopea sia nazionale, e come
dannoso sarebbe ch'ei fosse universale ec. (se non nel modo usato dal Tasso
ec.). Ma per altra parte la nazionalità del soggetto limita, quanto a se,
l'interesse e il grand'effetto del poema, a una sola nazione. Non v'è altro
modo di ovviare a questo gran male (il qual fa ancora che i posteri, dopo le
tante mutazioni politiche che cagiona il tempo, distruttore o cangiatore delle
nazioni, o de' loro nomi, ch'è tutt'uno, [3770]e loro carattere
nazionale ec. non considerino più quegli antichi, nè possano considerarli, come
lor nazionali, e che a lungo andare, immancabilmente, non vi sia più nazione a
cui quel poema sia nazionale), se non di costringere l'immaginazion de' lettori
qualunque a persuaderli di esser compatrioti e contemporanei de' personaggi del
poeta, a trasportarli in quella nazione e in quei tempi ec. Illusione conforme
a quella che deono proccurare i drammatici ec. Or tra tutti gli epici quel che
meglio l'ha proccurata si è Omero nell'Iliade, siccome fra tutti gli storici
Livio. Vero è che questo viene in grandissima parte da quelle tante cagioni
altrove da me esposte, le quali fanno che tutte le nazioni civili in tutti i
tempi sieno state e sieno p. essere connazionali e contemporanee de' troiani,
greci antichi romani antichi ed ebrei antichi. Infatti dopo l'Iliade, il poema
epico che meglio proccura la detta illusione universale, si è l'Eneide, perchè
di soggetto troiano e romano. Ma vero è ancora che, massime quanto ai troiani,
le dette cagioni si riducono alla sola Iliade (ed all'Eneide), [3771]onde
l'illusione ch'essa proccura, non viene da cause a lei affatto estrinseche,
anzi l'Iliade è tanto più mirabile quanto essa sola, o essa principalmente
(cioè aiutata dall'Eneide ec.), ha potuto rendere e rende tutti gli uomini
civili d'ogni nazione e tempo compatrioti e contemporanei de' troiani. Questo
ella consegue mediante le reminiscenze della fanciullezza ec. le quali
l'accompagnano perchè sin da fanciulli conosciamo l'Iliade, o i fatti da essa
narrati e inventati, e la mitologia in essa contenuta, ec. e le prime nozioni
della mitologia che apprendiamo, sono strettamente legate e in buona parte
composte delle invenzioni d'Omero ec. ec. Ma tutto questo non sarebbe nè
sarebbe stato se l'Iliade non fosse sempre stata così celebre. Nè così celebre
sarebbe stata sempre senza il suo sommo merito. Vero è che questo non ha che
fare in particolare colla condotta ec. ec. (25. Ott. 1823.)
Alla p.3729. marg.
Trovansi eziandio ne' nostri antichi parecchie voci o significazioni ec.
proprie del latino noto, ma che ora non potremmo in alcun modo usare, ben sono
usate e familiari appo gli spagnuoli: il che [3772]pare che provi
ch'elle fecero parte di quel volgare che precedette ambo le lingue, del volgar
latino ec. se non vogliamo supporre che l'antico italiano allo spagnuolo, o
l'antico spagnuolo all'antico italiano le comunicasse, che nè l'uno nè l'altro
è molto verisimile. (25. Ott. 1823.) Alla p.3488. marg.
Trovo in un cinquecentista spagnuolo, ma di poca autorità, falsar la paz
per rompere frodolentemente la pace, o violar le condizioni della pace, mancare
ai trattati ec. Del resto falsare in questi sensi è quasi un
continuativo di fallere. Falsar la fede nell'esempio dello Speroni è lo
stesso che il fallire, cioè fallere, la promessa
nell'altro esempio. E anche in se stesso, falsare nelle dette
significazioni ha un certo senso d'ingannare, cioè fallere, benchè forse
si vorrà piuttosto dargli quello di mancare. Ma in questo senso non si
vede come nè fallire nè falsare nè faltar ec. possano
essere attivi ec. ec. (25. Ott. 1823.). Falsare in altri sensi, (come in
falsatus e falsatio ap. Forc.) è bensì da falsus di fallere
ma preso in senso di aggettivo; laddove ne' detti significati falsare
sarebbe da falsus in senso di participio ec. (25. Ott. 1823.) [3773]Vogliono che l'uomo per natura
sia più sociale di tutti gli altri viventi. Io dico che lo è men di tutti,
perchè avendo più vitalità, ha più amor proprio, e quindi necessariamente
ciascun individuo umano ha più odio verso gli altri individui sì della sua
specie sì dell'altre, secondo i principii da me in più luoghi sviluppati. Or
qual altra qualità è più antisociale, più esclusiva per sua natura dello
spirito di società, che l'amore estremo verso se stesso, l'appetito estremo di
tirar tutto a se, e l'odio estremo verso gli altri tutti? Questi estremi si
trovano tutti nell'uomo. Queste qualità sono naturalmente nell'uomo in assai
maggior grado che in alcun'altra specie di viventi. Egli occupa nella natura
terrestre il sommo grado per queste parti, siccome generalmente egli tiene la sommità
fra gli esseri terrestri. Il fatto dimostra, al
contrario di quel che gli altri lo interpretano, che l'uomo è per natura il più
antisociale di tutti i viventi che per natura hanno qualche società fra loro.
Da che il genere umano ha passato i termini di quella scarsissima e larghissima
società che la natura gli avea destinata, più scarsa ancora e più larga che non
è [3774]quella destinata e posta effettivamente dalla natura in molte
altre specie di animali; filosofi, politici e cento generi di persone si sono
continuamente occupati a trovare una forma di società perfetta. D'allora in
poi, dopo tante ricerche, dopo tante esperienze, il problema rimane ancora
nello stato medesimo. Infinite forme di società hanno avuto luogo tra gli
uomini per infinite cagioni, con infinite diversità di circostanze. Tutte sono
state cattive; e tutte quelle che oggi hanno luogo, lo sono altresì. I filosofi
lo confessano; debbono anche vedere che tutti i lumi della filosofia, oggi così
raffinata, come non hanno mai potuto, così mai non potranno trovare una forma
di società, non che perfetta, ma passabile in se stessa. Nondimeno ei dicono
ancora che l'uomo è il più sociale de' viventi. Per società perfetta non
intendo altro che una forma di società, in cui gl'individui che la compongono,
per cagione della stessa società, non nocciano gli uni agli altri, o se
nocciono, ciò sia accidentalmente, e non immancabilmente; una società i cui
individui non cerchino sempre e inevitabilmente di farsi male gli uni agli
altri. Questo è ciò che vediamo accadere fra le api, fra le formiche, fra i [3775]castori,
fra le gru e simili, la cui società è naturale, e nel grado voluto dalla
natura. I loro individui cospirano tutti e sempre al ben pubblico, e si giovano
scambievolmente, unico fine, unica ragione del riunirsi in società; e se l'uno
nuoce mai all'altro, ciò non è che per accidente, nè il fine e lo scopo di
ciascheduno è immancabilmente e continuamente quello di soverchiare o di
nuocere in qualunque modo altrui. E talora gli uni fanno male ad alcun degli
altri, o tutti ad un solo o a pochi, per lo solo oggetto del ben comune o del
ben dei più, come quando le api puniscono le pigre. Nol fanno già esse per il
bene di un solo. Nè chi 'l fa, lo fa pel solo ben suo, anzi pel bene ancora di
chi è punito. Ed anche questo far male ad alcuno è un cospirare al ben comune.
Ma nelle società umane quello non si trovò mai, questo sempre. Leggi, pene,
premi, costumi, opinioni, religioni, dogmi, insegnamenti, coltura, esortazioni,
minacce, promesse, speranze e timori di un'altra vita, niente ha potuto far
mai, niente è nè sarà bastante di fare, che l'individuo di qualsivoglia società
umana, conformata come si voglia, non dico giovi altrui, ma si astenga
dall'abusarsi, o vogliamo dire dal servirsi di qualunque vantaggio egli abbia
sugli altri, per far bene a se col male altrui, dal cercare di aver più degli
altri, di soverchiare, di volgere in somma quanto è possibile, tutta la società
al suo solo utile o piacere, il che non può avvenire senza disutile e dispiacere
degli altri individui. Infinite e diversissime furono [3776]e sono le
forme dei costumi, delle opinioni, delle istituzioni, de' governi, le varietà
delle leggi ec. infinite e diversissime quelle che i filosofi ec. in tutti i
secoli e nazioni civili hanno immaginato ed immaginano e che non sono mai state
poste in effetto, ma in ciascuna di queste forme è sempre avvenuto, o certo
sempre avverrebbe il medesimo. Quali mezzi, quali artifizi non si sono
immaginati o impiegati per impedirlo? che studio, che dottrina, che esperienza,
che fatica, che forza d'ingegno si è risparmiata per ottener questo effetto?
quanti geni sommi non vi si sono applicati? ma tutto è stato pienissimamente
indarno; e chiunque abbia fior di giudizio dee senza difficoltà convenire, che
tutto lo sarà sempre ugualmente, qualunque affatto nuova e strana circostanza
si possa mai offrire, e qualunque novissima arte e via ritrovare. Il che
insomma vuol dire che una società perfetta, e niente più perfetta che nel modo
spiegato di sopra, senza il quale l'idea della società è contraddittoria ne'
termini; una società, dico, perfetta fra gli uomini, anzi pure una società vera
è impossibile. Or come può star che sia impossibile, se la natura ce l'avesse [3777]destinata,
e se l'uomo fuor di una tal società non potesse conseguire la sua perfezione e
felicità naturale? Veggiamo pur che quella società ch'è stata destinata dalla
natura ad animali tanto inferiori a noi, è stata sempre fin dal principio, ed è
costantemente, perfetta nel suo genere, bench'essi non abbiano avuti e non
abbiano nè legislatori, nè filosofi, nè esperienze d'altre forme di società ec.
Veggiamo eziandio ch'ella è perfetta, non pure nel genere suo, ma rispetto al
genere ed all'idea della società assolutamente, la quale importa, moltitudine
maggiore o minore d'individui cospiranti in una o altra forma al bene di tutta
la moltitudine, e ad essa in niun modo mai, se non accidentalmente,
pregiudicanti; del resto poi comunicanti tra se più o meno, e moltissimo o
pochissimo; ciò nulla rileva, purchè in tanto cospirino al ben comune, in
quanto e' comunicano insieme, poco o molto che ciò sia. Non dobbiamo dunque
dedurre da tutto il sopraddetto, sì ragioni, sì esperienze di tanti e tanti
secoli, che il genere umano per natura, o non è destinato a società veruna tra
se, o (com'è vero) è destinato ad un genere, o per meglio dire, ad un grado di
società diverso affatto da tutti quelli che in esso lui ebbero luogo dal
primissimo principio del suo (così detto) dirozzamento, fino al dì d'oggi? Cioè
ad una scarsissima comunione de' suoi individui tra loro, nella qual comunione,
in quanto ella si stendeva ed esigeva, ciascuno avrebbe cospirato al comun bene
degl'individui in essa compresi, e niuno, se non [3778]per caso, gli
avrebbe nociuto; onde sarebbe risultata agli uomini una specie di società
perfetta in se stessa e relativamente ai subbietti suoi proprii, e perfetta in
ordine all'idea ed alle condizioni essenziali della società assolutamente
considerata. La quale specie di società essendosi bentosto perduta, niun'altra
specie di società perfetta ha potuto mai rimpiazzarla in non so quante migliaia
d'anni, nè mai la rimpiazzerà, perchè la natura non si rimpiazza, nè più d'una
sola perfezione (cioè del suo naturale stato) può convenire a niuna specie d'esseri
creati, e quindi non più d'una felicità. Stante la natura
generale de' viventi, e massime quella dell'uomo in particolare, una società
stretta, la quale è cosa dimostrata che necessariamente produce tra gli uomini
la disuguaglianza di mille generi e intorno a mille beni e mali, non può a meno
di eccitare e di mettere in movimento, com'ella fa in effetto, le passioni
dell'invidia, dell'emulazione, della gara, della gelosia, conseguenze
necessarie, o piuttosto specie e nuances dell'odio verso gli altri,
naturale ad ogni essere che ami naturalmente se stesso. Or qual cosa è più
antisociale di queste passioni? Elle non avrebbero avuto luogo nella società
scarsa e larga destinataci dalla natura, il cui uffizio sarebbesi limitato al
vero fine d'ogni società, quello di soccorrersi scambievolmente ne' bisogni
(che in natura son pochi), e massime in quei bisogni (che sono anche meno) i
quali esiggono la cospirazione di più individui, come sarebbe il difendersi
dagli altri animali nemici, al qual effetto anche gli animali meno socievoli,
si riuniscono e fanno tra loro una società temporanea, che dura quanto il
pericolo, come i cavalli si stringono insieme in una ruota, ove ciascuno resta
co' piedi di dietro al di fuori, per difendersi dal lupo, ec. Le dette passioni,
[3779]ripeto, non avrebbero avuto luogo, sì per la poca strettezza di
quella società, sì perchè in essa e nello stato naturale dell'uomo, i vantaggi
naturali dell'uno individuo sull'altro sarebbero stati pochi, rari, e piccoli,
e i sociali non vi sarebbero stati affatto. La disuguaglianza tra gli uomini
che la società rende naturalmente somma e di mille generi, sarebbe stata quasi
nulla, e limitata a ben poche cose. Infatti fra gli altri animali, fra cui la
società è scarsa, la disuguaglianza fra gli individui è rara e sempre
scarsissima; così i vantaggi degli uni sugli altri. Quindi le dette passioni,
che sono necessariamente suscitate da' vantaggi e dalla disuguaglianza ch'è
inevitabilmente prodotta da una società stretta, sono fra gli altri animali
rarissime e debolissime. E quelle che nascono dall'orgoglio naturale di
ciascheduno individuo, necessariamente punto ed afflitto e molestato dal
comando, dalle dignità, dalle preminenze qualunque, dalla stima e dalla gloria
degli altri individui della stessa specie e compagnia, non avrebbero avuto
luogo nella società scarsa in modo alcuno, nè l'hanno tra gli animali i più
socievoli, perchè nè in quella si sarebbero trovati, nè fra questi si trovano
gli oggetti che le suscitano, anzi neppur l'idea loro, non che il desiderio. E
quanto al comando, se ve n'ha vestigio alcuno tra gli animali, come tra le api,
tra' buoi, tra gli elefanti (v. Arriano Indica), esso viene da superiorità di
natura e quasi di specie, intorno a cui non ha luogo invidia nè emulazione; come
le pecore non possono invidiare al montone che le conduce e quasi governa
perch'egli è di sesso più forte, nè le donne invidiano agli uomini la loro
maggior fortezza, nello stesso modo che noi non l'invidiamo al leone. Oltre di
che il comando [3780]e qualunque specie di preminenza fra gli animali,
come dalla natura fu posta, così da tutti gli altri individui soggetti è sempre
riconosciuta per utile a tutti loro, ed utile non solo in potenza non solo in
destinazione, ma in atto e in effetto continuamente, e come a tale essi vi si
soggettano naturalmente, non pur senza la menoma ripugnanza, ma con piacere, e
molto si dolgono s'ella, per qualche accidente, vien loro a mancare, come alle
api il re ec. Ma in una società stretta, massime umana, è d'inevitabile
necessità che abbiano luogo tutte le dette preminenze, come altresì è
necessario ch'elle sempre offendano grandemente l'orgoglio naturale degli altri
individui. E fra esse preminenze è d'indispensabile necessità che v'abbia luogo
il comando, e questo fra gli uomini non può esser effetto di superiorità di
natura o di specie, ma è necessario che l'uguale per natura, sia signor degli
uguali. E il comando e la soggezione fra gli uomini è incontrastabilmente
inevitabile che sebbene utili per istituto, il più delle volte sieno anzi
dannosissime in effetto a chi ubbidisce e sottostà, e per tale siano
riconosciute da loro, seguendone naturalmente un'invidia e un odio sommo verso
chi comanda; odio antisocialissimo, massimamente che il comando è necessario,
ec. Ed è ancora inevitabile che non di rado, (anzi quasi sempre), il comando e
la signoria per l'origine medesima e per istituto sieno dirette al danno de'
sottoposti ed al solo bene de' signori: come sono le signorie acquistate per
viva forza o per arte, contro il volere e l'intenzione de' subbietti, le quali
si chiamano tirannie. E certo è che tutti o la più parte de' principati passati
e presenti hanno avuto principio dalla forza o dall'artifizio, e che tutti i
troni d'Europa [3781]si possono, genealogizzando, far risalire a queste
radici. Insomma, com'egli è cosa certissima che tutto il mondo è il patrimonio
della forza (sia fisica, cioè vigore, sia morale, cioè ingegno, arte ec. ch'è
tutt'uno), e ch'egli è fatto per li più forti, ne segue che in una società stretta,
inevitabilmente, qualunque forma se gli possa mai dare, i più deboli individui
denno essere, furono sono e saranno la preda, la vittima, il retaggio de' più
forti. Onde non si può assolutamente dare, molto meno fra uomini, una società
stretta, che ottenga il fine della società, cioè il ben comune degl'individui
che la compongono, ed il cui risultato sia il detto ben comune. Senza di cui la
società non può avere ragione alcuna. In una società larga i più forti non
hanno nè mezzo nè occasione nè desiderio nè stimolo alcuno di esercitare e
porre in opera la superiorità delle loro forze sopra gl'individui di essa
società, se non solamente alcuna volta per accidente, in modo scarso e
passeggero. Ciò ch'ei si propongono di ottenere, non è a spese della lor società,
nè di alcuno de' suoi individui; esso è fuori di lei; la lor società è troppo
scarsa perchè alcuno possa farci sopra dei disegni, e riporre la sua felicità
in beni dipendenti o appartenenti in alcun modo alla medesima società, di cui
appena si avveggono di esser parte, e che loro è, per così dire, fuori degli
occhi, e quindi anche del pensiero, almeno il più del tempo. ec. I lupi fanno
società per attaccare un ovile, ma i disegni ch'essi [3782]formano sì
nel tempo di questa passeggera società, sì nel resto, e i vantaggi che essi, e
tra essi massimamente i più forti, si propongono di ottenere, non sono sopra
gli altri lupi, ma sopra le pecore. Se poi nella division della preda, nasce
fra loro qualche discordia, e se in questa i più forti hanno il più, queste son
cose accidentali e poco durevoli, e che non lasciano ne' più deboli alcun
rancore, perchè la società subito si discioglie, sicchè l'effetto della
discordia si limita a quei pochi momenti, e in ultimo è maggior l'utile che
quei lupi hanno riportato da quella società, senza cui non avrebbero penetrato
l'ovile, e maggior l'utile che i più deboli hanno ricevuto da' più forti che
han combattuto più di loro ec., di quello che sia il danno che quei lupi hanno
riportato da tal discordia, e i più deboli da' più forti. Ma tutto l'opposto
accade nelle società umane: dove i più forti non servono ad altro che a far
male ai più deboli e alla società, e la superiorità qualunque di forze è sempre
dannosa altrui, perchè sempre (almeno oggidì, e per lo passato il più delle
volte) adoperata in solo bene di chi la possiede. La società stretta,
ponendo gl'individui a contatto gli uni degli altri, dà necessariamente l'essor
all'odio innato di ciascun vivente verso altrui, il qual odio in nessuno
animale è tanto, neppur verso gl'individui di specie diversa e naturalmente
nemica, quanto egli è negl'individui di una società stretta verso gli altri
individui della medesima società! Perchè ogni [3783]odio naturalmente si
accresce a mille doppi colla continua presenza dell'oggetto odiato, e delle sue
azioni ec. massime quando quest'odio sia naturale, in modo che, per natura, e'
non possa esser mai deposto. Ora, checchè si voglia dire, e in qualunque modo
(anche sotto l'aspetto di amore) si mascheri l'odio verso altrui (così fecondo
in trasfigurazioni come l'amor proprio suo gemello), egli è così vero che
l'uomo è odioso all'uomo naturalmente, com'è vero che il falcone è odioso
naturalmente al passero. E quindi tanto è consentaneo riunire insieme in una
repubblica sotto buone leggi i falconi e i passeri (quando anche ai falconi si
tagliassero gli artigli, e si operasse in modo che di forza fisica non
eccedessero i loro compagni), quanto riunire gli uomini insieme in istretta
società sotto qualsivoglia legislazione. E quando anche la società stretta non
accrescesse il detto odio, certo non si potrà negare ch'ella lo sveglia e
l'accende, e ch'ella sola somministra le occasioni di esercitarlo, rendendo
così fatalissimo alla specie e mettendo in opera l'odio scambievole innato
negl'individui d'essa specie, il quale senza società o in società larga,
sarebbe stato affatto o quasi affatto innocuo alla specie, ed inefficace, e per
mancanza o insufficienza di occasioni e di stimoli neppur sentito. Il che
sarebbe stato conforme alle intenzioni della natura, ed anche alla ragione
assoluta, non essendo presumibile che la natura abbia voluto che niuna specie
(molto manco l'umana) perisse per le sue medesime mani, o fosse infelicitata (e
per conseguenza impeditagli la perfezione e il fine del suo essere) da' suoi [3784]propri
individui; sicchè ella medesima fosse causa di distruzione e d'infelicità, e
quindi imperfezione, a se stessa, e la sua medesima esistenza cagionasse
direttamente e come propria, non altrui, opera la sua non esistenza, sia col
distruggersi, sia coll'infelicitarsi, che è privarsi del proprio fine e
complemento, e quindi rendersi non esistenza, e peggio ancora[20].
Queste, essendo contraddizioni evidentissime e formalissime, sono escluse dal
ragionamento assoluto; il principio stesso della nostra ragione, o si riconosce
per falso, e non possiamo più discorrere, o impedisce di supporre queste
contraddizioni nella natura; le quali però vi avrebbero necessariamente luogo
s'ella avesse voluto in qualunque specie una società stretta, siccome sempre in
una società stretta, qualunque sia stata o sia o sia per essere la sua forma,
hanno avuto ed avranno luogo le cose sopraddescritte. Dal che si deduce
efficacissimamente che il supporre nella natura l'intenzione di una società
stretta in qualsivoglia specie, e massime nell'umana (che da una parte, essendo
la prima, doveva esser la più felice e perfetta, dall'altra, in una società
stretta, è necessariamente più di tutte sottoposta ai detti inconvenienti)
ripugna dirittamente al principio stesso della ragione. La natura non ha posto
nel vivente l'odio verso gli altri, ma esso da se medesimo è nato dall'amor
proprio per natura di questo. Il quale amor proprio è un bene sommo e
necessario, e in ogni modo nasce per se medesimo dall'esistenza sentita, e
sarebbe contraddizione un essere che sentisse di essere e non si amasse, come
altrove ho dichiarato. Ma da questo principio ch'è un bene e che la natura non
poteva a meno di porre nel vivente, e che [3785]anzi, senza l'opera
diretta della natura, nasce necessariamente dalla stessa vita (onde la natura
medesima, per così dire, lo aveva e lo ha, verso se stessa, indipendentemente
dal suo volere)[21] ne
nasce necessariamente l'odio verso altrui, ch'è un male, perchè dannoso di sua
natura alla specie, come ne nascono cento altre conseguenze, che sono mali, e
producono di lor natura effetti dannosissimi, non pure alla specie e agli altri
individui, ma all'individuo medesimo. Or questi effetti non sono stati voluti
dalla natura, nè ella n'ha colpa, (come l'avrebbe), perchè ella ha provveduto
che quelle cattive conseguenze dell'amor proprio fossero inefficaci, e tali
sarebbero state nell'esser naturale di quel tale individuo e specie. Così ella
dunque ha provveduto che l'odio verso gli altri individui della stessa specie
fosse inefficace, se non per qualche assoluto accidente, perchè privo di
occasione e di stimolo e di circostanza ove potesse operare. E ciò ha fatto
destinando agl'individui di una stessa specie, e fra questi agli uomini, o
niuna società, o scarsa e larga. Una società stretta
pone necessariamente in contrasto gl'interessi degl'individui, rende necessario
alla soddisfazione dei desiderii degli uni, il male degli altri; alla
superiorità, ai vantaggi, alla felicità degli uni, l'inferiorità, gli svantaggi,
l'infelicità degli altri; desta il desiderio di beni che non si possono
conseguire senza il male degli altri, di beni che consistono nel male altrui,
che corrispondono per lor natura ad altrettanti mali [3786]degli altri
individui, ed altrettali, anzi, per lo più, maggiori che quei beni non sono.
Dunque una società stretta nuoce necessariamente a grandissima parte (e la
maggiore, perchè i più deboli sono sempre i più) de' suoi individui: dunque il
suo effetto è il contrario del fin proprio ed essenziale della società, ch'è il
bene comune de' suoi individui, o almeno dei più: dunque ella è il contrario di
società, e ripugna per essenza non pure alla natura in genere, ma alla natura e
alla nozione stessa della società. Sì il contrasto
degl'interessi, sì l'altre cose qui dietro esposte, fanno in modo che l'odio
naturale d'ogn'individuo verso gli altri, in una società stretta, non pur si
sviluppa tutto intero, e riceve tanta efficacia e tanto atto quanto egli ha di
potenza, ma fa necessariamente, che, contro le intenzioni della natura e il ben
essere della specie, quell'odio naturale che in potenza e in natura è molto
minore verso i suoi simili che verso gli altri viventi, in atto sia molto
maggiore verso i suoi simili, anzi quasi tutti i suoi atti e i suoi effetti
sieno rivolti contro i soli suoi simili. Perocchè l'individuo di una società
stretta, coi soli suoi simili ha stretto e quotidiano commercio ed affare. Or
l'odio verso altrui non si può sviluppare nè porre in atto se non quando si
abbia o si abbia avuto affare coll'oggetto odioso. E tanto più si sviluppa ed
opera quanto questo affare è o è stato maggiore, e più frequente, più lungo,
più continuo. E in conformità di questi evidenti principii, veggiamo infatti
che mentre l'individuo umano da principio odiava assai più sì in potenza sì in
atto gli altri viventi, [3787]massime gli a lui dannosi ec. ora in atto
odia senza alcun paragone più i suoi simili che gli altri viventi qualunque,
anche gli a lui più micidiali, perchè da questi è lontano, o poco affar ci può
avere, e niun commercio di spirito; a quelli è sempre presente, e sempre ha
affar seco loro, e commercio continuo e grandissimo, sì di corpo, sì, che è
molto più, di spirito. Per le quali cose è veramente un zucchero l'odio che
oggidì l'uomo porta a qualsivoglia più misantropo animale rispetto a quello
ch'ei porta a' suoi simili, e ciascun vede quanto sarebbe ridicolo il farne
paragone. Sicchè l'odio verso gli altri, qualità come naturale, così
distruttiva della vera società, non solo in una società stretta non si scema
nulla rispetto ai suoi simili da quel ch'egli era in natura, ma anzi, se non in
potenza, certo in atto s'accresce a mille doppi, anzi pure svolgendosi da tutti
gli altri viventi, si raccoglie tutto, si termina e si rivolge ne' soli suoi
simili. Onde se il vivente, stante il detto odio, è antisociale per natura, in
virtù della società stretta, non pur diviene più sociale, ma infinitamente più
antisociale che da principio, perchè da principio egli odiava i suoi simili
quasi solo in potenza, e in atto soli o molto più gli altri viventi, e nella
società stretta il suo odio dimentica quasi affatto gli altri viventi, ed in
atto odia, si può dir, soli i suoi simili, e gli odia più assai che da
principio non fece i dissimili, co' quali ebbe sempre molto meno affare ed
intimo commercio, che non ha ora co' simili suoi. [3788]Dalle quali cose tutte, parlando
in somma, si raccoglie che il dir società stretta, massime umana,
è contraddizione, non solo rispetto alla natura ec. ma assolutamente, rispetto
a se stessa, ne' termini, e rispetto alla nozione di queste parole. Perocchè società
importa quello che disopra (p.3777.) si è definito; e società stretta importa
communione d'individui sommamente nocentisi scambievolmente, e odiantisi in
atto gli uni gli altri sopra ogni altra cosa, giacchè, stante la natura de'
viventi, non vi può essere società stretta i cui individui non sieno tali, come
si è dimostrato. Quindi non è
maraviglia se mai non si è trovata nè mai si troverà, fra le infinite eseguite,
immaginate, eseguibili e immaginabili, forma alcuna di società perfetta, da
quella primitiva e naturale in fuori. Perocchè gli elementi di tali forme
dovevano ben sempre esser discordi, poichè la idea medesima d'esse forme è
contraddittoria per natura. E quella prima società non è stata mai potuta nè si
potrà mai rimpiazzare, perchè la natura universale, nè particolare e speciale,
non si rimpiazza, nè si rimpiazza la felicità e la perfezione destinata a
qualsivoglia essere o specie dalla natura, nè veruna specie e veruno esser
creato è capace di più che una sola e determinata felicità e perfezione, la
quale non altrove si può trovare nè può consistere, che nel suo naturale stato,
nè d'altronde derivare. Nè volle il destino, nè comporta la natura delle cose
che [3789]niuna specie e niuno essere mortale e creato sia l'autore del
sistema e dell'ordine che dee condurlo alla propria felicità e perfezione (come
avverrebbe se l'uomo fosse destinato a quella società che noi pensiamo, la
quale è capace e bisognevole di una forma, non che eseguita ma immaginata dagli
uomini, e infinite ne può ricevere e n'ha ricevute, tutte parimente buone o
cattive, tutte o quasi tutte a lei ed alla sua idea convenienti, [cioè tutte
contraddittorie e discordevoli in se stesse ec.] e la natura niuna forma le
prescrisse nè potè prescriverle, non avendola voluta; quando però ella ben ne
prescrisse, ed intere, e costanti, a quelle società ch'ella volle, come a
quella de' castori, e delle gru ec.): ma la natura stessa e sola, o vogliamo
dire il Creatore, dovette esser l'autore, come di ciascuna creatura, così del
sistema, ordine e modo che la dovesse condurre alla perfezione della sua
esistenza, vale a dire alla felicità, e render compiuta l'opera di Lui. Tutto questo discorso
esclude una società stretta, non solo dalla specie umana, ma da tutte le specie
viventi; tanto però maggiormente, quanto elle sono in maggior grado viventi,
contro quello che si presume, e quindi hanno più vivo amor proprio, e quindi
più vive passioni e più vivo e maggiore odio verso altrui. Il che vuol dire che
il detto discorso esclude la società stretta, dalla specie umana massimamente.
Venendo ora più da presso a mostrare quanto sia vero che l'odio verso gli
altri, specialmente verso i simili, è [3790]assai maggiore nell'uomo che
negli altri animali, e quindi l'uomo è il più insociale di tutti gli animali,
perchè una società stretta di uomini, al comune degl'individui che la
compongono, nuoce assai più che non farebbe in niun'altra specie; considereremo
la guerra, male affatto inevitabile in una società stretta di uomini, e niente
accidentale, al che dimostrare se non bastasse l'esperienza di tutte le nazioni
e di tutti i secoli, sì dee bastare il riflettere che siccome una stretta
società pone necessariamente in atto l'odio naturale degl'individui verso
gl'individui simili nel modo e per le cagioni mostrate di sopra, altrettanto
ella fa necessariamente fra classe e classe, ceto e ceto, ordine ed ordine,
compagnia e compagnia, popolo e popolo. E come la guerra nasca inevitabilmente
da una società stretta qual ch'ella sia, nótisi che non v'ha popolo sì
selvaggio e sì poco corrotto, il quale avendo una società, non abbia guerra, e
continua e crudelissima. Videsi questo, per portare un esempio, nelle
selvatiche nazioni d'America, tra le quali non v'aveva così piccola e incolta e
povera borgatella di quattro capannucce, che non fosse in continua e
ferocissima guerra con questa o quell'altra simile borgatella vicina, di modo
che di tratto in tratto le borgate intere scomparivano, e le intere provincie
erano spopolate di uomini per man dell'uomo, e immensi deserti si vedevano e
veggonsi ancora da' viaggiatori, dove pochi vestigi di coltivazione e di luogo
anticamente o recentemente abitato, [3791]attestano i danni, la
calamità, e la distruzione che reca alla specie umana l'odio naturale verso i
suoi simili posto in atto e renduto efficace dalla società. Vedi l'op. cit. da
me a p.3795., passim, e sommariamente nel cap.116. E certo non v'ha nè v'ebbe
al mondo così piccola e remota isoletta, così scarsa d'abitatori, e così poco
di costumi corrotta, dove tra quelle decine d'abitanti umani stretti in
società, non sia stata e non sia divisione, discordia e guerra mortalissima, e
diversità di parti e moltiplicità di nazioni. Come sia nata e dovesse
necessariamente nascere la guerra tra gli uomini, l'ho detto p.2677. segg. dove
si può vedere che la colpa di questo nascimento è tutta della società stretta,
posta la quale, ei non poteva mancare. E tanto è l'odio dell'uomo verso l'uomo,
e tanto il danno che inevitabilmente ne nasce in una società stretta, che la
divisione in popoli diversi, e la nimistà tra popolo e popolo, posta una
società stretta, è piuttosto utile che dannosa al genere umano, tenendo lontana
la molto più terribile e fiera guerra intestina, sia aperta, come ho detto nel
citato luogo, sia la coperta guerra dell'egoismo, che infelicita tutti
gl'individui d'una stessa nazione, gli uni per opera degli altri, come
lungamente ho disputato parlando dell'utilità dell'amor patrio e nazionale e
quindi dell'odio verso gli estrani, e del danno che nasce dalla mancanza di
nazionalità e dal preteso amore universale ec. Il tutto, supposta una società
stretta, e che questa non si possa più (come già non puossi) evitare. Or che la specie
umana costantemente e regolarmente perisca per le sue proprie mani, e ne
perisca in questo modo così gran parte e così ordinatamente come avviene per la
guerra, è cosa da un lato [3792]tanto contraria e ripugnante alla natura
quanto il suicidio, conforme di sopra (p.3784.) si è detto, dall'altro lato
priva affatto di esempio e di analogia in qualsivoglia altra specie conosciuta,
sia inanimata o animata, sia d'animali insocievoli o de' più socievoli dopo
l'uomo. Che una specie di cose distrugga e consumi l'altra, questo è l'ordine
della natura, ma che una specie qualunque (e massime la principale, com'è
l'umana) distrugga e consumi regolarmente se stessa, tanto può esser secondo
natura, quanto che un individuo qualunque sia esso stesso regolarmente la causa
e l'istrumento della propria distruzione. Cani, orsi e simili animali vengono
molte fiate a contesa tra loro, e fannosi non di rado del male ma rado è che
una bestia sia uccisa dalla sua simile, anzi pur che ne soffra più che un male
passeggero e curabile. E quando pur ne rimanga uccisa, primieramente questo è
un di quei disordini affatto accidentali, non voluti, ma neanche provvedibili
dalla natura, e di cui ella non ha colpa, accadendo e contro le sue intenzioni
e contro le sue provvisioni, che, benchè non in quel caso particolare, nel
generale però riescono sufficienti ed ottengono il loro fine. Questo caso,
rispetto alla natura e all'ordine sì generale delle cose, sì generale della
specie, è così accidentale come se un animale ammazza un suo simile
involontariamente inscientemente ec., o se ammazza nello stesso modo qualche
animale d'altra specie ec., o s'è ucciso dalla caduta di un albero, o da un
fulmine, o da morbo ec. ec. ec. Secondariamente che proporzione, anzi che
simiglianza può aver l'uccisione di uno o di quattro o dieci animali fatta da'
loro simili qua e là sparsamente, in lungo intervallo, e per forza di una
passione momentanea e soverchiante, con quella di migliaia d'individui umani
fatta in mezz'ora, in un luogo stesso, da altri individui lor simili, niente
passionati, che combattono per una querela o altrui, o non propria d'alcun di
loro, ma comune (laddove niuno [3793]animale combatte mai per altro che
per se solo; al più, ma di rado co' suoi simili, per li figli, che son come
cosa, anzi parte di lui), e che neppur conoscono affatto quelli che uccidono, e
che di là ad un giorno, o ad un'ora, tornano all'uccisione della stessa gente,
e seguono talvolta finchè non l'hanno tutta estirpata ec. ec.? lasciando gli
altri infiniti mali e infelicità che reca la guerra ai popoli; mali e
infelicità parte reali in ogni caso, e che tali sarebbero anche nello stato
naturale del genere umano (come le mutilazioni ec.); parte che son tali, posta
fra gli uomini una società stretta, e le abitudini, e quindi i bisogni, di questa
(come la devastazione de' campi, e ruina delle città, e le carestie, oltre le
pesti ec. ec.): i quali deono essere riconosciuti per mali massimamente da
quelli che sostengono esser propria dell'uomo una società com'è la presente, e
com'è quella che cagiona la guerra; ma oltre di ciò eziandio da chi negandola,
per così dire, in diritto, dee pur supporla nel fatto, supponendo la guerra ec.
e quindi supporre tutte le abitudini e i bisogni ch'ella non può a meno di
produrre negli uomini ec. Solamente fra le api, la cui società è naturale, si
potrebbe voler trovare un esempio della nostra guerra, fatta in più persone da
ciascuna parte ec. Ma ben guardando, anche le battaglie dell'api, oltre che son
rarissime e niente regolari e inevitabili (a paragon delle nostre), sono
effetto di passione momentanea, come le battaglie singolari o poco più che
singolari, e inordinate e confuse de' cani, orsi ec. onde per l'una e per
l'altra cagione son da considerarsi per disordini accidentali, [3794]come
di quelle dei cani ec. si è detto. Del combattere in due partiti d'una stessa
specie, fuor dell'api, non si troverà credo altro esempio che negli uomini,
perchè gli altri animali quando anche combattano tra loro in molti, combattono
uno contro un altro confusamente senza veruno amico, o ciascuno contro tutti,
perchè ciascuno combatte per se solo, mosso dalla propria passione, e a fine
del proprio, non dell'altrui nè di commun bene. Quanto sia maggiore
la facoltà di odiare che ha l'uomo verso tutti, e posta la società stretta,
verso i suoi simili; maggiore, dico, di quella che ha verun'altra specie di
animali, basti osservare le orribili e smisuratissime crudeltà che l'uomo col
fatto si è mostrato e mostrasi infinite volte capace di esercitare verso i suoi
simili a se nemici, sieno d'altra nazione, e questa nemica o amica, ed in tal
caso esercitate dalle nazioni intere per costume o straordinariamente, ovver
dagl'individui in particolare; sieno della stessa nazione e società qualunque.
Nè l'uomo primitivo verso gli altri animali a lui più nemici, nè animale alcuno
(per feroce, per insociale ch'ei sia), non pure verso i suoi simili, ma verso
l'altre specie a lui più nemiche, esercitò nè esercita mai (se non per bisogno,
come nel cibarsene ec. ma non per odio, nè a fine di straziarlo, benchè lo
strazi), neppur nel più caldo dell'ira e nello stesso combattimento crudeltà
così grande che sia degna d'esser comparata a quelle che gl'individui umani di
una stessa nazione verso i loro compagni, le nazioni verso le nazioni nemiche,
i governi verso i lor sudditi colpevoli o supposti tali, i tiranni ec. ec.
esercitarono infinite volte ed esercitano dopo la vittoria, dopo il pericolo, a
sangue freddo, spesse volte senza passione veruna, neppur passata, (come nelle
pene de' rei), per [3795]uso, per regola, per legge, per tradizione de'
maggiori ec. ec. ec. Chi non sa che cosa
possa nell'uomo lo spirito di vendetta? il quale rende eterna l'ira e l'odio
verso i suoi simili cagionato da una piccolissima offesa, vera o falsa, giusta
o ingiusta ec. e dalle altre cagioni che adirano gli uomini verso gli uomini
sia nelle nazioni, sia negl'individui, sia privato sia pubblico ec. Or questo
spirito ch'è inevitabile in qualunque società umana stretta, fu ignoto all'uomo
primitivo, è ignoto a qualunque altro animale, in cui l'ira non dura più che
qualunque altra passione momentanea, e la ricordanza dell'ingiuria non più
dell'ira; e la vendetta o è subito ottenuta e fatta (e basta ben poco a
placarli e soddisfarli), o di poi non è ricercata niente più che se l'ingiuria
non avesse avuto luogo. Questo spirito di
vendetta ec. le crudeltà sopraddette ec. sono così naturali all'uomo posto in
società stretta, la quale sviluppi il suo odio innato verso i simili ec., che
non v'è bisogno di molta corruzione a cagionarle, anzi elle si trovano
immancabilmente in qualunque più primitiva e più bambina società. Non si manchi
di vedere intorno a questo proposito, e intorno ad altri orribilissimi costumi,
propri solo dell'uomo verso i suoi simili, e dell'uomo anche mezzo naturale e
quasi primitivo, la Parte primera de la Chronica del Peru di Pedro de Cieça
de Leon (soldato spagnuolo che fu alla conquista e scoprimenti di quei
paesi, ove visse più di diciassett'anni,[22]
e vide esso medesimo, ed ebbe parte o udì da testimonii di vista e dagl'indiani
stessi, ec. le cose, i costumi, gli avvenimenti, i luoghi ec. ch'esso racconta;
e protesta sì nella [3796]prefazione sì in altri molti luoghi, e
dimostra col suo scrivere semplicissimo e inornato, anzi incolto e senza niuna
arte, di narrare la purissima verità: mostra ancora molto buon giudizio,
eccetto solamente in ordine a superstizioni, dove manifesta quella credulità
che in tali materie è propria della sua nazione e fu propria del suo secolo e
de' passati) en Anvers 1554 en casa de Jinan Steelsio. Impresso por Juan
Lacio. in 8vo piccolo, cap.12.16. (p.41.) 19. (car.49. p.2.)
principalmente, oltre gli altri luoghi che si trovano notati nell'indice sotto
il titolo Indios amigos de comer carne humana. Tutte queste cose
dimostrano che, come si è detto di sopra, la società stretta, in luogo di
scemare, accresce per sua natura in mille doppi l'odio naturale dell'uomo verso
i di lui simili, il qual è incompatibile coll'idea, colla nozione, ragione,
fine, natura ec. di qualsivoglia società. Dico, accresce l'odio, non l'ira, se
non in quanto mette anche questa in atto assai più spesso, e le dà molto più
frequenti e maggiori occasioni e cagioni ec. ec. Gli altri animali verso i lor
simili non provano mai o quasi mai, e ben pochi di loro, odio, ma sola
ira (ch'è cosa accidentale, e disordine accidentale ch'ella si volga sopra i
simili ec. ). Eccetto talvolta alcuni di quelli che noi contra la natura loro
stringiamo in società e sforziamo a vivere insieme: come talora un cane odia
abitualmente per invidia un altro cane suo compagno, e i tori nella mandra si
odiano per gelosia ec. E questo stesso dimostra come la società stretta ponga
subito in azione l'odio naturale anche negl'individui [3797]e specie ec.
che fuori di essa società mai non provano odio, o mai verso i loro
simili, e sono anche mansuetissimi per natura, e verso gli estrani ec. ec. Io noto che
generalmente parlando, le dette crudeltà ec. tanto sono più frequenti e
maggiori, e le guerre tanto più feroci e continue e micidiali ec. quanto i popoli
sono più vicini a natura. E astraendo dall'odio e dagli effetti suoi, non si
troverà popolo alcuno così selvaggio, cioè così vicino a natura, nel quale se
v'è società stretta, non regnino costumi, superstizioni ec. tanto più lontani e
contrarii a natura quanto lo stato della lor società ne è più vicino, cioè più
primitivo. Qual cosa più contraria a natura di quello che una specie di animali
serva al mantenimento e cibo di se medesima? Altrettanto sarebbe aver destinato
un animale a pascersi di se medesimo, distruggendo effettivamente quelle
proprie parti di ch'ei si nutrisse. La natura ha destinato molte specie di
animali a servir di cibo e sostentamento l'une all'altre, ma che un animale si
pasca del suo simile, e ciò non per eccesso straordinario di fame, ma
regolarmente, e che lo appetisca, e lo preferisca agli altri cibi; questa
incredibile assurdità non si trova in altra specie che nell'umana. Nazioni
intere, di costumi quasi primitive, se non che sono strette in una informe
società, usano ordinariamente o usarono per secoli e secoli questo costume, e
non pure verso i nemici, ma verso i compagni, i maggiori, i genitori vecchi, le
mogli, i figli.[23]
(Veggansi i luoghi citati nella pagina antecedente). [3798]Le
superstizioni, le vittime umane, anche di nazionali e compagni, immolate non
per odio, ma per timore, come altrove s'è detto, e poi per usanza; i nemici
ancora immolati crudelissimamente agli Dei senza passione alcuna, ma per solo
costume; il tormentare il mutilare ec. se stessi per vanità, per superstizione,
per uso; l'abbruciarsi vive le mogli spontaneamente dopo le morti de' mariti;
il seppellire uomini e donne vive insieme co' lor signori morti, come s'usava
in moltissime parti dell'America meridionale; ec. ec. son cose notissime. Non
v'è uso, o azione, o proprietà o credenza ec. tanto contraria alla natura che
non abbia avuto o non abbia ancor luogo negli uomini riuniti in società. E sì i
viaggi sì le storie tutte delle nazioni antiche dimostrano che quanto la
società fu o è più vicina a' suoi principii, tanto la vita degl'individui e de'
popoli fu o è più lontana e più contraria alla natura. Onde con ragione si
considerano tutte le società primitive e principianti, come barbare, e così
generalmente si chiamano, e tanto più barbare quanto più vicine a' principii
loro. Nè mai si trovò, nè si trova, nè troverassi società, come si dice, di
selvaggi, cioè primitiva, che non si chiami, e non sia veramente, o non fosse,
affatto barbara e snaturata. (o vogliansi considerar quelle che mai non furon
civili, o quelle che poscia il divennero, quelle che il sono al presente ec.
ec.). Dalle quali osservazioni si deduce per cosa certa e incontrastabile che
l'uomo non ha potuto arrivare a quello stato di società che or si considera
come a lui conveniente e naturale, e come perfetto o manco [3799]imperfetto,
se non passando per degli stati evidentemente contrarissimi alla natura. Sicchè
se una nazione qualunque, si trova in quello stato di società che oggi si
chiama buono, s'ella è o fu mai, come si dice, civile; si può con certezza
affermare ch'ella fu, e per lunghissimo tempo, veramente barbara, cioè in uno
stato contrario affatto alla natura, alla perfezione, alla felicità dell'uomo,
ed anche all'ordine e all'analogia generale della natura. I primi passi che l'uomo
fece o fa verso una società stretta lo conducono di salto in luogo così lontano
dalla natura, e in uno stato così a lei contrario, che non senza il corso di
lunghissimo tempo, e l'aiuto di moltissime circostanze e d'infinite casualità
(e queste difficilissime ad accadere) ei si può ricondurre in uno stato, che
non sia affatto contrario alla natura ec. Or dunque, poichè
tutto questo è certo e dimostrato da tutte le storie e notizie di tutte le
nazioni antiche o moderne ec., poichè da un lato è da tenere per fermissimo che
la società e l'uomo non ha potuto nè può divenir civile senza divenir prima e
durare per lunghissimo tempo, affatto barbaro, cioè in istato affatto contro
natura; e dall'altro lato si vuole che nello stato di società civile consista
la perfezione e felicità dell'uomo, e la condizione sua propria e vera e
destinatagli ed intesa in principio dalla natura ec.; io domando se è
possibile, se è ragionevole, il credere che la natura abbia destinato ad una
specie di esseri (e massime alla più perfetta) una perfezione e felicità, per
ottener la quale le convenisse assolutamente passare p. uno e più stati
onninamente contrari alla [3800]natura sua ed alla natura universale, e
quindi per uno e più stati di somma infelicità, di somma imperfezione sì rispetto
a se medesima e sì a tutto il resto della natura. Una perfezione e felicità
della quale essa specie per lunghissimi secoli, e infiniti individui suoi per
tutta la vita loro, non solo non dovessero esser partecipi, ma averne anzi
necessariamente tutto il contrario. Una perfezione e felicità le quali
esigessero assolutamente gli estremi delle cose a loro contrarie, cioè gli
estremi dell'imperfezione e dell'infelicità, senza i quali estremi essa
perfezione e felicità della specie non avrebbero mai potuto aver luogo. Una
perfezione e felicità di cui fosse proprio ed essenziale il dover nascere
dall'estrema imperfezione e infelicità della specie, e il non poter nascere
d'altronde nè senza queste. Una perfezione e felicità ch'essenzialmente
supponesse la somma corruzione e infelicitazione della specie per moltissimi
secoli, e d'infiniti suoi individui per sempre. Conseguentemente domando se
l'estrema barbarie e corruttela ch'ebbe luogo anticamente nelle nazioni antiche
o moderne, spente o superstiti, passate o presenti, che divennero poi civili; e
quella che ancora ha luogo in tanto innumerabile quantità di popoli ancor
selvaggi ec. ec. e che durerà per tempo indeterminabile e forse per sempre ec.
domando, dico, se questa barbarie e corruzione, senza cui la civiltà non può nè
potè nascere, fu voluta e ordinata dalla natura, la quale, secondo costoro,
volle e ordinò la civiltà dell'uomo. Domando pertanto se tutto ciò che di
contrario alla natura ebbe ed ha luogo nelle società selvagge, primitive ec.,
fu ed è secondo natura. Domando se la natura rispetto [3801]all'uomo ha
bisogno del suo contrario, lo esige, lo suppone. Se fu intenzione della natura,
se è cosa naturale che l'uomo divenisse e divenga naturale (cioè perfetto)
mediante l'essere stato sommamente contrario e diverso dalla natura sua e
generale. Se è proprietà dell'uomo l'acquistare la sua vera proprietà, mediante
l'averla affatto deposta e contrariata ec. ec. Se l'antropofagia, se i
sacrifizi umani, se le superstizioni, le infinite opinioni ed usi barbari ec.
ec. le guerre mortalissime che nell'America, unite all'antropofagia ec., sino
agli ultimi secoli, distrussero innumerabili popolazioni e spopolarono d'uomini
molti e vasti paesi, e che una volta essendo state comuni a tutti i popoli, e
ciò quando il genere umano era ancora scarso, misero necessariamente l'intera
specie in pericolo di scomparire affatto dal mondo per sua propria opera; sono
cose secondo natura, intese dalla natura, supposte, volute, ordinate dalla
natura; non accidenti, non disordini, ma secondo l'ordine, e derivanti dal
sistema naturale e da' naturali principii; necessarie al conseguimento ed
effettuamento della perfezione e felicità della specie. V. p.3882. e vedi la
pag.3920. 3660-1. I Californi, popoli
di vita forse unico, non avendo tra loro società quasi alcuna, se non quella
che hanno gli altri animali, e non i più socievoli (come le api ec.), quella
ch'è necessaria alla propagazione della specie ec. e credo, nessuna o
imperfettissima lingua, anzi linguaggio, sono selvaggi e non sono barbari, cioè
non fanno nulla contro natura (almeno per costume), nè verso se stessi, nè
verso i lor simili, nè verso checchessia. Non è dunque la natura, ma la società
stretta la qual fa che tutti gli altri selvaggi sieno o [3802]sieno
stati di vita e d'indole così contrari alla natura. La scambievole communione,
voglio dire una società stretta, non può menomamente incominciare in un pugno
d'uomini, che ciascheduno di questi non ne divenga subito, non che lontano e
diverso, come siam noi, ma contrario dirittamente alla natura. Tanto la società
stretta fra gli uomini è secondo natura. Non è dubbio che
l'uomo civile è più vicino alla natura che l'uomo selvaggio e sociale. Che vuol
dir questo? La società è corruzione. In processo di tempo e di circostanze e di
lumi l'uomo cerca di ravvicinarsi a quella natura onde s'è allontanato, e certo
non per altra forza e via che della società. Quindi la civiltà è un
ravvicinamento alla natura. Or questo non prova che lo stato assolutamente
primitivo, ed anteriore alla società ch'è l'unica causa di quella corruzione
dell'uomo, a cui la civiltà proccura per natura sua di rimediare, è il solo
naturale e quindi vero, perfetto, felice e proprio dell'uomo? Come mai quello
stato ch'è prodotto dal rimedio si dee, non solo comparare, ma preferire a
quello ch'è anteriore alla malattia? Il quale già nel nostro caso, voglio dir
lo stato veramente primitivo e naturale, non è mai più ricuperabile all'uomo
una volta corrotto (non da altro che dalla società), e lo stato civile (socialissimo
anch'esso, anzi sommamente sociale) n'è ben diverso. Bensì egli è preferibile
al corrotto stato selvaggio: questa preferenza è ben ragionevole, e segue ed è
secondo il nostro e il sano discorso: ma non al vero primitivo ec. ec. V.
p.3932. [3803]Dai superiori ragionamenti
appoggiati e accompagnati ai fatti e alle storie degli uomini, e queste
paragonate con quello che avviene negli altri animali ec. si dee dedurre che
dalla società che passa p.e. tra le api e i castori, e gli altri animali che
per natura hanno tra loro più stretta comunione di vita, e dagli esempi
naturali siffatti, ben si può argomentare che agli uomini non si convenga una
società più stretta di quella; ma non già perch'ella si trovi in parecchie
specie naturalmente, si può argomentare che agli uomini convenga neppure una
società altrettanto stretta, giacchè gli uomini, contro quello che si stima,
cioè che sieno per natura i più socievoli animali, sono anzi i meno socievoli,
o certo manco socievoli di quello che sieno parecchi altri, cioè gli animali
che veramente sono i più socievoli per natura. Onde, non che all'uomo convenga
una società più stretta che all'api ec., come lo è di gran lunga quella ch'egli
ha presentemente, ed ebbe da tempo immemorabile, si dee concludere che non gliene
conviene se non una molto più larga ec. come ho accennato p.3773. fine, e come
risulta dagli estremi danni dell'umana società stretta (danni verso se stessa e
la specie umana, e verso l'altre specie ancora e l'ordine della natura
terrestre, in quanto egli può essere ed è influito dall'uomo, massime dall'uomo
in società) considerati di sopra, e dall'estrema insociabilità dell'uomo,
dimostrata in tutto il passato discorso. [3804] - Moltissimi, anzi la più parte
degli argomenti che si adducono a provare la sociabilità naturale dell'uomo,
non hanno valore alcuno, benchè sieno molto persuasivi; perciocch'essi
veramente non sono tirati dalla considerazione dell'uomo in natura, che noi
pochissimo conosciamo, ma dell'uomo quale noi lo conosciamo e siamo soliti di osservarlo,
cioè dell'uomo in società ed infinitamente alterato dalle assuefazioni. Le
quali essendo una seconda natura, fanno che tuttodì si pigli per naturale,
quello che non è se non loro effetto, e bene spesso contrario onninamente a
natura, o da lei diversissimo. Onde gli effetti della società, quello che sola
la società ha reso necessario, quello che non è vero se non posta la società,
che senza questa non avrebbe avuto luogo ec., si fanno tuttogiorno servire
nelle argomentazioni de' filosofi a dimostrare la naturale sociabilità
dell'uomo, la necessità della società assolutamente e secondo la nostra natura
ec. Di questo genere è quella inclinazione che tutti abbiamo a far parte ad
altrui delle nostre sensazioni vive e non ordinarie, piacevoli o dispiacevoli
ec., inclinazione della quale ho parlato altrove più volte, ed osservato, che
bench'ella sembri affatto spontanea ed innata, non è che l'effetto
dell'assuefazione e del nostro vivere in società, e nell'uomo posto fuori di
essa per qualunque circostanza, e massime nell'uomo primitivo e veramente
incorrotto, non ha luogo e gli è ignota. Ed infiniti altri sono gli effetti di
questo genere che paiono naturalissimi, e dimostrativi della naturale
sociabilità dell'uomo, e che per tali [3805]si recano tuttogiorno, ma
che per vero non sono naturali, se non in quanto naturalmente hanno luogo,
posta la società, e le rispettive circostanze ed assuefazioni non naturali; e
naturalmente nascono da tali cagioni; nè possono non nascere, supposte queste.
È cosa onninamente e naturalmente difficilissima il discernere tra l'assoluto
naturale, e gli effetti dell'assuefazione, massime dell'assuefazione
universale, e contratta o cominciata a contrarre fin dalla nascita o da' primi
momenti del vivere, com'è l'assuefazione della società, e infinite assuefazioni
subalterne da questa dipendenti e cagionate ec. o parti di lei, o da lei
supposte ec.; e massime ancora nell'uomo, ch'essendo di gran lunga più
conformabile e modificabile d'ogni altro animale, facilissimamente e presto si
adatta alle assuefazioni, per innaturali ch'elle sieno, e se le converte in
natura, e le abbraccia ed arripit, e seco loro s'immedesima in modo che
appena l'occhio del più acuto filosofo è bastante a distinguerle dalle
disposizioni naturali, e gli effetti loro dalle naturali qualità ed operazioni
ec. Quindi non è maraviglia se tanti argomenti ci paiono dimostrativi della
naturale sociabilità dell'uomo, e se di questa quasi tutti sono persuasi
intimamente, e credono assurdo e impossibile il contrario, e stimano questa
persuasione naturalissima, e fondata sopra il più certo ed intimo e spontaneo
senso, ed autenticata dalla più chiara e sincera e manifesta voce della natura;
e mai non deporranno questa credenza. Perocchè [3806]tutti gli uomini
che di queste cose possono discorrere o pensare in qualsivoglia modo, filosofi
o non filosofi o plebei, sono nati, allevati, formati e vissuti sempre nella
società e nelle assuefazioni ad essa appartenenti. Onde, non veramente per
prima natura, ma per seconda natura, essi sono tutti in verità esseri sociali,
ed a cui la società è propria e necessaria. E s'alcuno è nato e cresciuto fuori
della società esso non discorre nè pensa di queste cose, o non prima che la
società e le sue assuefazioni, coll'abitudine, gli si sieno convertite in
natura. Sicchè nel creder l'uomo naturalmente sociale, e fatto per la società,
e di lei bisognoso assolutamente, e la società natural cosa e indispensabile
all'uomo, i saggi e gl'idioti, i civili e i barbari, gli antichi e i moderni, e
tutte le diversissime nazioni e tutte le classi dissimilissime di persone,
consentono insieme e consentirono e consentiranno forse più interamente,
fortemente, costantemente e per più lungo tempo, che non fecero non fanno e non
sono per fare intorno ad alcun'altra quistione speculativa. Ma questo consenso
quanto vaglia a dimostrar la proposizione da lui favorita, le cose sopraddette
il deggiono fare giustamente e adeguatamente estimare. Amongst unequals
no society, dice
Milton, cioè fra disuguali non è società ec. ec. Or quello che si suol
dire dell'amicizia e delle secondarie società fra gli uomini, io lo trasporto,
e dee parimente valere circa la società del genere umano generalmente [3807]considerata.[24]
Di tutte le specie d'animali (così degli altri esseri) l'umana è quella i cui
individui sono, non solo accidentalmente, ma naturalmente, costante e
inevitabilmente, più vari tra loro. Come l'uomo è di gran lunga più
conformabile d'ogni altro animale, e quindi più modificabile, ogni menoma
circostanza, ogni menomo accidente (sia individuale, sia nazionale ec. sia
fisico sia morale ec.) basta a produrre tra l'uno uomo e l'altro (e così fra
l'una nazione e l'altra) notabilissime diversità. E come è assolutamente
inevitabile la menoma varietà delle menome circostanze e accidenti, così è
inevitabile la diversità degli umani individui ec. che ne deriva. Inevitabile
si è l'una e l'altra in tutte le specie di animali, ma la seconda è molto
maggiore nell'uomo perchè dal poco diverso nasce in lui il diversissimo, stante
la sua somma modificabilità estremamente moltiplice, e la somma delicatezza e
quindi suscettibilità della sua natura rispetto agli altri animali, come si è
detto. Nel modo che la specie umana è divenuta, per la sua conformabilità, più
diversa da tutte l'altre specie animali e da ciascuna di loro, che non è veruna
di queste rispetto ad altra veruna di esse; e nel modo che l'uomo nelle sue
diverse età, e in diversi tempi, anche naturalmente, è più diverso da se
medesimo che niuno altro animale; più diverso l'uomo giovane da se stesso
fanciullo, che non è niuno animale decrepito da se stesso appena nato; tanto
che un uomo in diverse età o in diverse circostanze naturali o accidentali,
locali, fisiche, morali, ec. di clima ec. native, cioè di nascita ec. o
avventizie ec. volontarie o no ec. appena si può dire esser lo stesso [3808]uomo,
ed il genere umano universalmente in diverse età, o in diverse circostanze
naturali o accidentali, locali ec. appena si può dire esser lo stesso genere;
nel modo stesso gl'individui di nostra specie sono per natura di essa specie
molto più vari tra loro che non son quelli di verun'altra. Ciò accade ancora,
ed inevitabilmente, e naturalmente, nell'uomo naturale, nel selvaggio ec. Onde
anche considerando l'uomo in natura, si può, eziandio per questa parte,
conchiudere che la sua specie è meno di verun'altra, disposta a società, perchè
composta d'individui naturalmente più diversi tra loro, che non son quelli
d'altra specie veruna. Ma come la società introduce e porta al colmo tra gli
uomini quella disuguaglianza che si considera negli stati, nelle fortune, nelle
professioni ec. così ella accresce a mille doppi, promuove inevitabilmente e
porta per sua natura al colmo la diversità sì fisica sì morale, di facoltà,
d'inclinazioni, di carattere, di forze, corpo ec. ec. degl'individui, delle
nazioni, de' tempi, delle varie età di un individuo ec. ec. Ella accresce le
diversità naturali ed ingenite di uomo ad uomo, ed altre infinite e grandissime
che nello stato naturale dell'uomo non avrebbero avuto luogo, necessariamente e
per sua natura ne introduce e cagiona. Ella distrugge mille conformità e
somiglianze naturali di uomo ad uomo. La natura è un canone generale e
costante, indipendente dall'arbitrio, poco soggetta agli [3809]accidenti
(rispetto alla dipendenza che hanno dagli accidenti e circostanze le opere ec.
dell'uomo), una da per tutto, una sempre rispetto a ciascuna specie,
consistente in leggi certe ed eterne, ec. La società, opera dell'uomo,
dipendente dalla volontà che non ha niuna legge certa, altrimenti non sarebbe
volontà, arbitraria, incostante, varia secondo gli accidenti e le circostanze
de' tempi, de' luoghi, de' voleri, delle mille cose che la cagionano e che
determinano la sua forma e il modo del suo essere, non è una in se stessa,
perchè ha avuto ed ha necessariamente infinite forme, e queste sempre variabili
e variate; non è una in nessuna delle sue forme, perchè in ciascuna di queste
v'ha mille varietà che diversificano l'una dall'altra necessariamente le parti
che la compongono, chi comanda da chi ubbidisce, chi consiglia da chi è
consigliato, ec. ec. Nella società l'uomo perde quanto è possibile l'impronta
della natura. Perduta questa, ch'è la sola cosa stabile nel mondo, la sola
universale, o comune al genere o specie, non v'ha altra regola, filo, canone,
tipo, forma, che possa essere stabile e comune, alla quale tutti gl'individui
agguagliandosi, sieno conformi tra loro ec. ec. La società rende gli uomini,
non pur diversi e disuguali tra loro, quali essi sono in natura, ma dissimili.
Onde anche per questo argomento si conchiude che l'essenza e natura della
società, massime umana, contiene contraddizione in se stessa; perocchè la
società umana naturalmente distrugge il più necessario elemento, [3810]mezzo,
nodo, vincolo della società, ch'è l'uguaglianza e parità scambievole
degl'individui che l'hanno a comporre; o vogliamo dire accresce per proprietà
sua la naturale disparità de' suoi subbietti, e l'accresce tanto che li rende
affatto incapaci di società scambievole, di quella medesima società che gli ha
così diversificati, anzi d'ogni società, anche di quella che per natura sarebbe
stata loro e possibile e destinata e propria; insomma, per tornare al principio
di questo discorso, rende i suoi soggetti quali son quelli tra' quali naturalmente
no society, anzi fa più, perchè se la società, secondo Milton, è
impossibile tra disuguali, essa li rende dissimili. E in verità niuno animale
meno che l'uomo ha ragion di chiamare suoi simili gl'individui della sua
specie, nè ha più ragione di trattarli come dissimili, e come individui di
specie diversa. Il che egli non manca di fare. E il farlo, com'ei lo fa
ordinariamente, massime nella società, è ben prova effettiva del sopraddetto
ec. ec. (25-30. Ottobre. 1823.)
Vomito as da vomo is itum. Arguto as
e argutor aris da arguo is utum, o dall'aggett. argutus,
che di là viene ec. V. Forcell. e i due pensieri seguenti. (31. Ott. 1823.)
Participii in us
di verbi attivi ec. in senso attivo, transitivo o no ec. V. Forcellini in Odi
isti osus, Exosus, Perosus ec. e in Argutus. (31. Ott. 1823.) Veri participii
passati poi in aggettivi ec. Argutus. (31. Ott. 1823.). V. il pensiero
precedente. [3811]Nomi in uosus ualis ec. V. Forcell. in Cornuatus, cornuarius. (31. Ott. 1823.) Diminutivi positivati.
Cornacchia (poet. cornice), corneja, corneille, per lo
positivo cornix. Cornicula è di Orazio. V. Forcell. in Corniculans
e corniculatus da corniculum diminutivo di cornu, e la
Crusca in cornicolare, cornicolato, corniculato ec. A quel che si è
detto altrove di flagellum aggiungi il verbo da lui fatto, cioè flagello
as, mentre da flagrum non si disse flagrare. Vero è che flagrum
si crede anzi derivato da flagrare ardere ec. Da flabellum flabellare,
ma non da flabrum flabrare, il qual verbo, seppur esiste, è in altro
senso ec.[25] (31. Ott. 1823.) Alla p.3797. marg.
Cioè mentre la pigrizia e l'ignoranza dell'agricoltura ec. impediva loro o
rendeva difficile il sostentarsi sufficientemente de' frutti della terra; la
pigrizia e la codardia e la mancanza d'armi sufficienti l'affrontare o
l'inseguire, il domare o il raggiungere gli animali più veloci o più forti
dell'uomo, o più veloci e forti insieme, o anche altrettanto veloci e forti ec.
ec. Alla p.3666. Provano
l'unicità di origine nel genere umano le conformità di tradizioni, di
religioni, di opinioni non naturali, di mitologie, dì certe usanze, di certi
dogmi, riti ec. conformità e corrispondenze che si trovano fra popoli del cui
scambievole commercio non si ha memoria alcuna (fino agli ultimi momenti) nè se
ne vede il come, in popoli affatto disgiunti dagli altri, come in isole
remotissime ec. recentemente scoperte, e non mai, a memoria alcuna d'uomini,
per l'avanti calcate da forestieri, e in cui tutto dà a vedere che non mai
furono calcate da forestieri; [3812]conformità, corrispondenze, e
unicità o medesimezze di origine ora più ora meno patenti, ora più ora meno
svisate, lontane, leggere e difficili a riconoscersi, com'è naturale in tanti
secoli e tanta diversificazione accaduta ne' vari popoli, ma non però men vere,
nè meno atte a dimostrare il nostro proposito, (poichè basta una menoma
conformità, la quale non possa essere o non si possa credere accidentale, a
provare l'unicità e medesimezza dell'origine ec.) e molte volte incontrastabili
ec. Come son quelle che i critici hanno riconosciuto, e vengono sempre più
riconoscendo tra la mitologia ec. indiana e la greca ec. tra l'egiziana e la
greca ec. e quelle di moltissime altre nazioni antiche ec. V. Annali di Scienze
e lettere di Milano. Gennaio 1811 num.13. vol.5. p.37. ec. Dove troverai
osservazioni concorrenti a dimostrare l'unicità dell'origine di molti popoli la
cui unica radice è generalmente sconosciutissima. Or da questa unicità, e da
quella di altri ivi mentovati, che si dicono di altra origine dai primi ma
comune tra loro (benchè parimente sogliano essere reputati diversissimi di
radice), si può, se non istoricamente e per certe dimostrazioni o congetture
critiche, ben però filosoficamente argomentare la più remota unicità
dell'origine sì de' secondi popoli rispetto ai primi, sì di tutti i popoli
insieme. Alcuni popoli si diramarono e divisero in tempi a noi più prossimi o
di cui ci restano più monumenti e più noti. Questi popoli son tenuti
generalmente per conformi di origine. Altri in tempi più remoti e di cui ci
restano meno o men noti monumenti, furon tutt'uno. Questi non son tenuti per
conformi di origine se non da' più dotti. Così salendo, si argomenta che anche [3813]dove
l'unicità dell'origine non può (almen finora) per niun modo apparire, ella non
è per tanto men vera, benchè non apparisca o per maggior lontananza de' tempi,
o per mancanza o scarsezza o oscurità o poca cognitezza di monumenti ec. Il
filosofo da' particolari inferisce i generali, da' simili i simili, dal noto
l'ignoto, e se neppure il critico, molto meno il filosofo ha bisogno di mostrar
co' fatti ogni particolare, ovvero ogni generale con fatti generali o con tutti
i particolari che cadono sotto quel tal generale ec. ma spesso e bene dimostra
co' particolari il generale, e non con tutti i particolari, ma con alcuno, e i
particolari con altri particolari o col generale ec. (31. Ott. 1823.) L'amor della vita, il
piacere delle sensazioni vive, dell'aspetto della vita ec. delle quali cose
altrove, è ben consentaneo negli animali. La natura è vita. Ella è esistenza.
Ella stessa ama la vita, e proccura in tutti i modi la vita, e tende in ogni
sua operazione alla vita. Perciocch'ella esiste e vive. Se la natura fosse
morte, ella non sarebbe. Esser morte, son termini contraddittorii. S'ella
tendesse in alcun modo alla morte, se in alcun modo la proccurasse, ella
tenderebbe e proccurerebbe contro se stessa. S'ella non proccurasse la vita con
ogni sua forza possibile, s'ella non amasse la vita quanto più si può amare, e
se la vita non fosse tanto più cara alla natura, quanto maggiore e più intensa
e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa (vedi la pagina 3785.
principio), non proccurerebbe se stessa o il proprio bene, o non si amerebbe
quanto più può (cosa impossibile), nè amerebbe il suo maggior [3814]possibile
bene, e non proccurerebbe il suo maggior bene possibile (cose che parimente,
come negl'individui e nelle specie ec., così sono impossibili nella natura).
Quello che noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l'esistenza,
l'essere, la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può
esser cosa nè fine più naturale, nè più naturalmente amabile e desiderabile e
ricercabile, che l'esistenza e la vita, la quale è quasi tutt'uno colla stessa
natura, nè amore più naturale, nè naturalmente maggiore che quel della vita.
(La felicità non è che la perfezione il compimento e il proprio stato della
vita, secondo la sua diversa proprietà ne' diversi generi di cose esistenti.
Quindi ell'è in certo modo la vita o l'esistenza stessa, siccome l'infelicità
in certo modo è lo stesso che morte, o non vita, perchè vita non secondo il suo
essere, e vita imperfetta ec. Quindi la natura, ch'è vita, è anche felicità.).
E quindi è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita
possibile a ciascuna di loro. E il piacere non è altro che vita ec. E la vita è
piacere necessariamente, e maggior piacere, quanto essa vita è maggiore e più
viva. La vita generalmente è tutt'uno colla natura, la vita divisa ne' particolari
è tutt'uno co' rispettivi subbietti esistenti. Quindi ciascuno essere, amando
la vita, ama se stesso: pertanto non può non amarla, e non amarla quanto si
possa il più. L'essere esistente non può amar la morte, (in quanto la morte
abbia rispetto a lui) veramente parlando, non può tendervi, non può
proccurarla, non può non odiarla il più ch'ei possa, in veruno istante
dell'esser suo; per la stessa ragione per cui egli non può [3815]odiar
se stesso, proccurare, amare il suo male, tendere al suo male, non odiarlo
sopra ogni cosa e il più ch'ei possa, non amarsi, non solo sopra ogni cosa, ma
il più ch'egli possa onninamente amare. Sicchè l'uomo, l'animale ec. ama le
sensazioni vive ec. ec. e vi prova piacere, perch'egli ama se stesso. (31. Ott. 1823.) Al mio discorso sopra
avvisare, divisare ec. aggiungi il franc. Deviser. (31. Ott. 1823.) Alla p.2928. fine.
Noi abbiamo ancora, bensì in diversi significati, intenso ed intento.
(intensità ec.). V. i francesi e gli spagnuoli. Nel lat. intensus
è ben raro. V. Forcell. Tensus è de' più moderni. Extensus ec. e
gli altri composti, veggasene il Forcellini. (1. Nov. 1823.)
Come altrove ho
congetturato dalla voce sèkon, anche nel greco, come sì
sovente in latino, lo spirito denso si cangia talora in s. Peresempio,
da “lw saleæv ec. V. i Lessici. Così in lat. sal, salum ec.
dalla stessa voce. (1. Nov. 1823.) A quello che nella
teoria de' continuativi ho detto per mostrare che sector aris è
contrazione di secutor, aggiungi persector aris, che i francesi
dicono infatti persécuter, noi perseguitare, e gli spagnuoli se
non fallo, persecutar. (1. Nov. 1823.) Alla p.3036. marg. Periurus,
cioè qui peieravit, o periuravit, non sembra essere altro che
contrazione di periuratus (che pur si trova, come anche peieratus,
in senso passivo), siccome coniuratus, qui coniuravit; iuratus, qui iuravit
ec. (iuratus ha pure il senso passivo: non così periurus). (1. Nov. 1823.) [3816]Participii in us in senso
attivo o neutro ec. Periurus. V. il pensiero precedente (1. Nov. 1823.).
Giurato, juré ec. Alla p.2779. Al
contrario da fÆr fur ec. (1. Nov. 1823.) Diminutivi
positivati. Libella (it. livella, livello, franc. niveau,
spagn. se non erro, nivel; livellare ec., niveler ec.,
ec.) per libra che pur si dice nello stesso significato. V.
Forcellini. Circulus (circulo as, circularis ec. ec.) per circus,
voce antiquata ec. (benchè
pur si trova) se non nel senso dell'anfiteatro romano ec. ec. V. Forc. (2 Nov.
1823.)
Mestare, rimestare ec. da misceo-mixtus o mistus,
quasi mistare o mixtare. V. il Gloss. i Diz. franc. e spagn. ec.
(2. Nov. dì de' morti. 1823.). Expulser franc. da expellere-expulsus,
come da pello-pulsus, pulso as ec. V. Forcell.
in expulso ed expulsatus. (2. Nov. dì de' morti. 1823.) Alla p.3067. Non
altrimenti, al tempo di Voltaire e in quei contorni (quando l'unica letteratura
d'Europa era, si può dir, la francese, benchè già ben decaduta; essendo spenta
l'italiana e la spagnuola; la tedesca non ancor nata, o bambina, o tutta
francese; l'inglese quasi interrotta, o francese anch'essa, ma già priva de'
capi di quella scuola anglo-gallica, cioè Pope, Addison, ec.: e parlo qui della
letteratura non delle scienze e filosofia, dove gl'inglesi anche allora
fiorivano), le epistole e poesie indirizzate o da Voltaire medesimo o dagli
altri poeti francesi ai principi di Svezia, di Russia, d'Alemagna ec. o
composte in loro lode, o su di loro, o sui loro affari, o sugli avvenimenti ec.
si leggevano, si applaudivano, si ricercavano, si diffondevano, davano materia
di discorso nelle rispettive corti e capitali, e nell'altre corti d'Europa ec.
e da' rispettivi principi ec. (lasciando anche da parte il re e la corte [3817]e
capitale, e quasi tutto il regno, di Prussia, ch'era tutta francese ec.). Così
anche l'altre opere in versi o in prosa, di francesi o scritte in francese, di
letteratura e di poesia, non che di filosofia ec. Sicchè la lingua italiana
occupava nel sopraddetto tempo il grado che la francese non solo occupa
presentemente, ma quello ancora che occupò quando essa letteratura francese era
unica; sì per universalità e diffusione, sì per riputazione, dignità, gusto e
cura diffusane generalmente ec. come si vede anche per questa somiglianza
d'esser ella in quei tempi così e sopra tutte gradita nelle corti, come lo fu
nel 700, oltre la lingua, che ancor lo è sopra tutte, anche la letteratura
francese, che or non lo è più se non di pari coll'altre moderne (dal
qual numero l'italiana d'oggidì è fuori niente meno che la spagnuola). (2. Nov. dì de' morti. 1823.) Alla p.2685. marg. D¡v, d¡on ec. significa anche mancare mancante ec., e tale
si è appresso appoco il suo significato nelle dette frasi, onde elle sono le
stesse che le addotte italiane. Similmente il francese falloir vale
propriamente mancare (dal lat. fallere, spagn. faltar, it.
fallire, fallare ec. ed anche in franc. faillir), e riunisce i
significati di mancare e bisognare appunto come il greco d¡v, o l'impersonale deÝ. Simiglianza che non è da
trascurare nè dev'esser casuale ec. Nelle addotte frasi il suo significato è parimente
di mancare. In greco si dice anche semplicemente ôlÛgou, ôlÛgon, mikroè, senza il verbo deÝn per fere, quasi ec. come noi per poco e di poco senz'altro verbo.
V. la Crusca in di poco e in per §.98. e i Lessici greci. Si dice ancora
in greco assolutamente ôlÛgou [3818]d¡on, mikroè, polloè d¡on. Ovvero concordato col subbietto
ôlÛgou d¡onta, d¡ontew ec. Ovvero p.e. duoÝn d¡onta eàkosi cioè diciotto ec., ôlÛgou d¡on äsow cioè quasi uguale ec.
Anche si dice parŒ mikròn ¤d¡hsa toèto poieÝn che risponde precisamente al
nostro per poco mancai di far questo: ovvero di poco ec. V. i
Lessici in d¡v. Qua si dee riferire il nostro di gran lunga e d'assai
(à beaucoup près) in quelle frasi: egli non è di gran lunga, o d'assai,
così grande (beaucoup s'en faut). Ovvero ei non fu ec. (beaucoup
s'en fallut ec.). Dove il verbo mancare o simile, è soppresso, come nelle frasi
greche ôlÛgou ovvero ôlÛgon Žp¡danen, mikroè Žpñlvla e simili, dove è taciuto il
verbo deÝn. Polloè così assoluto non mi par che si
dica. (3. Nov. 1823.)
Alla p.3573. Questa
proposizione è molto azzardata. Bisogna intenderla lassamente. Per rispetto
alla lingua francese è vera, parlando generalmente. Ma per rispetto
all'italiana, dubito che sia vero neppur generalmente, ben compensate che sieno
insieme le conformità estrinseche che hanno le lingue italiana e spagnuola
colla latina. Il suono della lingua spagnuola ha più del latino, ma questa è
quasi un'illusione de' sensi. Perchè quei tali suoni latini non sono nello
spagnuolo a quei luoghi in cui erano nel latino. Per esempio la moltitudine
degli s contribuisce, e forse principalmente, a rassomigliare il suon
dell'una lingua a quello dell'altra. Ma lo spagnuolo abbonda di s,
principalmente perchè in essa [3819]lingua tutti i plurali terminano in
quella lettera. Non così in latino. (Vero è però che in latino la terminazione
in s è propria di tutti gli accusativi plurali non neutri. Ora, secondo
Perticari, i nomi latini trasportati nelle lingue figlie, son tutti fatti dagli
accusativi delle declinazioni rispettive latine. Quindi che nello spagnuolo la
terminazione in s sia caratteristica de' plurali, potrebb'esser preso
dal latino, e cosa anch'essa latina. E quest'osservazione può essere di non
poco peso a confermare l'opinione di Perticari; (sebben ei parla solamente de'
singolari, i quali fatti dall'accusativo latino generano poi i plurali al modo
nostro) mentre altri con più apparenza di ragione, ma forse men verità,
vogliono che i nostri nomi sieno gli ablativi latini. P.e. amore ec. Ma
veramente non si vede perchè, dovendosi perder l'uso degli altri casi, e
restare un solo per tutti, com'è avvenuto nelle lingue moderne, e come, certo
in gran parte, dovette avvenire anche nell'antico latino volgare e parlato,
avesse a prevaler l'uso dell'ablativo. Ben è consentaneo che l'accusativo si
usasse in vece degli altri casi ec. v. p.3907. L'aggiunger sempre la es
ai singolari terminati in consonante non è uso latino, se non in certi casi, e
nella terza declinazione. (Noi per la terminazione de' plurali imitiamo i
nominativi latini della seconda e della prima. Sicchè quanto alla terminazione
de' plurali, la conformità dello spagnuolo col latino, supposta eziandio e
conceduta, come sopra, non si può dire che superi punto quella dell'italiano.
Del resto quel continuo s che si sente nello spagnuolo fa un suono che
tutto insieme considerato è così poco, o tanto, latino, quanto le continue
terminazioni vocali dell'italiano. Il latino è temperato di queste e di quelle,
ed eziandio insieme d'altre molte terminazioni; sicchè veramente il suo suono,
parlando pure in generale e astrattamente non è nè quello dell'italiano nè
anche quello dello spagnuolo. Ben è vero che nello spagnuolo le terminazioni
consonanti sono miste come in latino, alle vocali, laddove in italiano non v'ha
quasi che le vocali; e nello spagnuolo, benchè la terminazione in s sia,
almeno tra le consonanti, la più frequente, pur v'ha diverse terminazioni
consonanti, come in latino; e niuna terminazione in consonante, che non sia
propria, credo, anche del latino (al contrario che in francese in tedesco ec.),
benchè non sempre, anzi non il più delle volte, ne' casi stessi; e le
terminazioni vocali son piane come in latino e non acute ossia tronche come in
francese. Sotto questi aspetti il suono dello spagnuolo è veramente più
conforme al latino che non è non solo il francese ma neppur l'italiano. E da
queste ragioni nasce che udendo lo spagnuolo si possa più facilmente
confonderlo col latino che non fa il francese nè anche l'italiano. E questo
effetto, sotto questi aspetti, non è un'illusione, nè una cosa che non meriti
esser considerata, e che non abbia un principio e una ragione di conformità o
simiglianza reale. La terminazione consonante in d frequente nello
spagnuolo è rara in latino ma pur v'è, come in ad, illud, id, istud, sed
ec.). Del resto anche in francese (bensì nel solo francese scritto) la
terminazione in s (e a' singolari terminati in consonante, si aggiunge
talvolta la es, se non m'inganno) è caratteristica del plurale (quella
in x vien pure a essere in s); sicchè lo spagnuolo in questa
parte non prevarrebbe al francese se non in quanto ei pronunzia sempre la s,
e il francese solo talvolta, e piuttosto per accidente che per altro. Quanto
all'italiano, [3820]anche nelle forme regolari delle coniugazioni, esso
in molte cose [è] assai più conforme al latino che non è lo spagnuolo. V. p.e.
le pag.3699-701. e la mia teoria de' continuativi dove si parla del digamma
eolico in amaℲi ec. E basti osservare che lo spagnuolo non ha che tre coniugazioni;
l'italiano le ha tutte quattro, e tutte, in molti caratteri, corrispondenti
alle rispettive latine, come negl'infiniti are, ere, ere, ire (lo
spagnuolo manca del 3° e gli altri non gli ha che tronchi), e in altre cose.
Anche il francese ha 4. coniugazioni, ma non corrispondono alle latine (eccetto
quella in ir quanto all'infinito ec.), e la conformità del numero (cioè
l'esser 4. come in latino) sembra, ed è forse, un puro caso; il che non si può
certo dire dell'italiano. E quanto alla conservazione della latinità in mille e
mille altre sì regole, sì voci particolari materialmente considerate, sì frasi
considerate pure materialmente (chè ora parliamo dell'estrinseco), significati
ed usi delle parole e frasi, anche propri originalmente o sempre del popolo e
del parlato, non del solo illustre ec. dubito assai che lo spagnuolo possa
esser preposto, anzi pure agguagliato all'italiano. Questa e quell'altra voce
ec. sarà più latina in ispagnuolo che in italiano (così avverrà alcune volte
che nello stesso francese una voce ec. sia più latina che nelle due sorelle, o
in una di loro, o che queste o l'una di esse, non abbiano una voce ec. nel
francese conservata, nè pertanto sarà chi dica la latinità conservarsi più nel
francese che nelle sorelle, o che nell'una di esse); questa e quella voce
latina resterà nello spagnuolo, e all'italiano mancherà; ma, raccolti i conti e
computati i casi contrarii, e posto tutto insieme, io credo che in tutte queste
cose l'italiano soverchi lo spagnuolo di grandissima lunga. (3. Novembre 1823.) [3821]Diminutivi positivati. Orbiculatus, orbiculatim, reticulatus, venniculatus ec. (3. Nov.
1823.) se già non sono frequentativi di significato come altrove generalmente
ho avvertito. Alla p.3156. - quando
eziandio il sentimentale di Lord Byron, quello che spetta al giuoco delle
passioni, al cuore, all'espressione alla pittura all'imitazione de' caratteri e
de' sentimenti degli uomini, alla scienza e considerazione dello spirito
dell'uomo, dell'uomo interno ec. (del che le poesie di Lord Byron sommamente
abbondano, anzi sono composte) pochissimo si communica a' lettori, e veramente
è poco fatto per comunicarsi agli animi altrui. E ciò appunto perchè esso pare,
e forse è, piuttosto dettato dall'immaginazione che dal sentimento e dal cuore,
piuttosto immaginato che sentito, immaginato che vero, inventato che imitato o
congetturato, creato che ritratto ed espresso, e insomma ha certamente più
dell'immaginoso che del passionato e sentimentale, ed è per sua natura più atto
e disposto ad operare sulla immaginazione che sul cuore di chi legge. E così
parrebbe che Lord Byron avesse voluto, e così certo accade. E perciò il suo
effetto è debole, cioè poco intimo, e quindi poco durevole, benchè possa esser
fortissimo al primo tratto, il che non è incompatibile col superficiale.
L'effetto delle poesie di Lord Byron, tanto e così perpetuamente ed
estremamente sentimentali, l'effetto del sentimentale di esse, non è
sentimentale per le dette ragioni. Or veggiamo che per ciò è poco intimo, e
poco si comunica il movimento dell'autore e di esse, perchè questo non essendo
quasi proprio ad agire che sull'immaginazione, l'immaginazione [3822]de'
lettori oggidì è generalmente poco atta a ricevere forti, cioè intime e
durevoli impressioni: il che è quello ch'io diceva, e il proposito di questo
discorso. E quel movimento delle poesie e de' poeti che spetta solamente o
principalmente all'immaginazione, sia che nasca da essa sola nel poeta, e in
essa sola abbia avuto luogo, sia che in essa sola possa agir ne' lettori e ad
essa sola comunicarsi, (questo è più probabilmente il caso nostro, perchè io
credo che Lord Byron veramente senta, non solo imagini, anzi l'eccesso e la
straordinaria forza e qualità de' suoi sentimenti sia quel che gli noccia)
difficilmente e in piccola parte e poco gagliardamente si comunica ai lettori
d'oggidì. Diversamente certo accadeva negli antichi (lo vediamo infatti anche
oggi ne' fanciulli e ne' giovani ancora inesperti del mondo, o nella prima
gioventù, quando ella, in pratica, ancor non filosofa, come tutti fanno
nell'altre età, o dopo l'esperienza; cioè tutti oggi filosofano, quanto alla
vita ec. chi in teoria e in pratica, chi in questa sola). Oggi anche gli
antichi sommi poeti presto ci stancano e lasciano in secco, se e quando non
sono che immaginosi, ancorchè in questo medesimo sommi, straordinarii e pieni
d'arte. Le poesie di Lord Byron molto più e più presto ci stufano e lascian
freddi, per la grande uniformità che vi si sente, la quale può esser vera, e
nascere da mancanza della vera e sottile arte poetica (sì bene e distintamente
conosciuta e sì eccellentemente e maestrevolmente praticata dagli antichi); e
può anche esser che sia apparente, e nasca solo dal continuo eccesso in ogni
cosa, dalla continua intensità, dal continuo risalto [3823]straordinario
di ciascuna parte. Il che da un lato produce l'effetto dell'uniformità, e lo è
veramente, in quanto è continuo eccesso ec. benchè variato, quanto si
voglia, ne' suoi subbietti, qualità ec. Dall'altro lato stanca come
l'uniformità, perchè troppo affatica gli animi, che ben tosto non possono più
tener dietro all'entusiasmo del poeta, come la vista presto si stanca di colori
tutti vivissimi, benchè e belli e varii; e perchè il molto ed ŽJrñon, sia pur bonissimo, presto
sazia; come chi bee ad un tratto un boccale di liquore, ha subito estinta la
sete, nè perchè tu gli offra altro liquore diverso e squisitissimo, ha voglia
di gustarlo, ma egli ha perduto per allora la facoltà di provar piacere dal
bere, e da' grati liquori. Come nel corpo così nell'animo la facoltà la virtù
di provar piacere è scarsa; bisogna risparmiarla, o ch'ella è ben tosto
esaurita. Il corpo e l'animo cede e vien meno al soverchio piacere, come al
soverchio dolore. Ben rare sono le cose piacevoli, e i piaceri ben piccoli. Ma
fossero pur frequentissimi e grandissimi. Nè il corpo nè l'animo umano hanno la
forza di goder più che tanto, e anche indipendentemente dall'assuefazione che
rende indifferenti le sensazioni da principio piacevoli o dolorose, anche
restando ai piaceri e ai dolori la lor forza, manca all'uomo la facoltà di
sentirli, se e' son troppo grandi, o se son troppi ec. La facoltà di soffrire è
assai maggiore nell'uomo. Pur se il dolore è soverchio, nè il corpo nè l'animo
umano non è capace di sentirlo, e non soffre, o per poco spazio, dopo il quale
la sua facoltà di soffrire vien meno. L'uomo non può molto godere, non solo
perchè pochi e piccoli sono i piaceri, [3824]ma anche rispetto a
se stesso, perchè egli è molto limitatamente capace del piacere, e
quegli stessi che vi sono, così piccoli e pochi, bastano a vincere di gran
lunga la sua capacità. Bacco e Venere sono piaceri, ma l'uomo dopo un quarto
d'ora ec. diviene incapace di gustarli, e soccombe alla loro forza niente meno
che a quella de' tormenti e de' morbi. (3. Nov. 1823.) Somma conformabilità
dell'uomo ec. Tutto in natura, e massime nell'uomo, è disposizione. ec.
Straordinaria, ed, apparentemente, più che umana facoltà e potenza che i
ciechi, o nati o divenuti, hanno negli orecchi, nella ritentiva,
nell'inventiva, nell'attendere, nella profondità del pensare, nell'apprender la
musica ed esercitarla e comporne ec. ec. Similmente dei sordi nell'attenzione,
nella contenzione e concentrazione del pensiero, nell'imparar cose che paiono
impossibili ai sordi nati, fino a leggere, a scrivere, a parlare fors'anche ec.
come nelle scuole de' sordi muti ec. Le quali straordinarie potenze delle parti
morali, che si scuoprono nell'uomo per la sola forza delle circostanze, e
talora in un individuo medesimo che dapprima non le aveva, come in uno divenuto
cieco a una certa età, ec.; sono analoghe a quelle, altrettanto straordinarie,
delle parti fisiche, occasionate pur dalle sole circostanze, e che in tanto si
credono possibili fisicamente all'uomo, in quanto solamente si vede in fatti
qualche individuo che per forza delle sue circostanze, è giunto a possederle.
Come quello che nato senza braccia, suppliva co' piedi a tutte le funzioni
delle mani, fino alle più squisite. Delle quali potenze niuno pure immagina che
l'uomo e le rispettive sue parti morali [3825]o fisiche sieno in alcun
modo capaci, se non vede o non conosce i fatti a uno per uno. Così dico di
centomila altre facoltà straordinarie morali o fisiche possedute oggi o ne'
tempi addietro da individui, o da razze, o da nazioni particolari, per sola
forza di circostanze, o di esercizio, o di costumi ec. Come son quelle de'
giocolieri indiani, ed eran quelle de' giocolieri messicani ec. de' nostri
saltatori, giuocatori di forze, ed anche di lestezza di mano ec. E quel che
dico delle facoltà dicasi ancora delle qualità straordinarie morali o fisiche,
de' costumi, delle abitudini d'ogni sorta ec. straordinarie, o che a noi son
tali ec. (4. Nov. 1823.)
Non solamente in
italiano e in francese ec. (come in châtelet) si diminuiscono i
diminutivi positivati, come ho detto altrove, venuti dal latino o no,
positivati nel latino o nelle lingue moderne ne ec.; ma eziandio nel latino
medesimo, come flabellulum, s'è vera voce, e credo altre parecchie.[26]
Del resto anche i diminutivi non positivati si tornano a diminuire talvolta in
latino come in italiano ec. s'io non m'inganno. Puella, benchè sia voce
esprimente una cosa piccola e da vezzeggiare ec. pur è un diminutivo positivato
in quanto restò solo in uso in vece dell'antiquato suo positivo puera,
di cui v. Forcell. E puella si diminuisce in puellula. (4. Nov. 1823.) Alla p.3757. Dagli
altri supini, si fanno, ma son più rari, mutato l'um in ibilis,
come da flexum flexibilis, inflexibilis, ec. passibilis ec. sensibilis,
insensibilis ec. Nel latino barbaro, e nelle lingue moderne s'usa di far
tali verbali [3826]allo stesso modo da' supini in tum impuro,
cioè sostituendo all'um l'ibilis, come fattibile,
perfettibile, indefettibile, ec. da perfectum, defectum, factum. Ma
non così in latino buono, o seppur v'avesse qualch'esempio simile, sarebbe de'
tempi più moderni ec. I buoni latini avrebbero detto facibilis da facitum,
come anche noi diciamo concepibile inconcepibile ec. (concevable ec.)
da concepitum, mentre però diciamo percettibile impercettibile
ec. da perceptum; e diciamo reperibile da reperitum, non repertibile
da repertum ec. Regolarmente e primitivamente niun supino latino finisce
in tum impuro. Sicchè questa formazione non è latina. V. p.3904.3928. Del resto, queste
osservazioni sopra la formazione de' verbali in bilis servono anch'esse
a confermare le nostre proposizioni circa l'antico e regolare stato de' supini,
sì in generale, sì per ciascuno di tai verbali in particolare, cioè di quelli
che fanno al proposito ec. (4. Nov. 1823.) Alla p.3688. fine.
Come il significato di no¡v abbia a fare con quel di nosco,
vedi i Lessici. E in ogni modo o che nosco fosse da noýskv, o che sia da no¡v, sarebbe la stessa cosa, quanto
alla ragion del significato ec. perchè no¡v e noýskv sono lo stesso verbo. E gignÅskv, che vale nosco, vien certamente da noýskv ec. (4. Nov. 1823.) Reperito da reperio-ertum, ant. reperitum.
V. Forcell. Manto as da maneo-mansum, ant. manitum
regolare, contratto in mantum. Ovvero mantum sta per mansum
mutato l's in t. Vedi ciò che altrove s'è detto in più luoghi
circa tal mutazione ne' supini e participii, a proposito di vectum e vexum
di veho, onde [3827] vectare e vexare, e ad altri
propositi; e quello si riferisca a manto, e manto a quel che ivi
si è detto. Mansum anomalo è dall'anomalo mansi per manui,
secondo il detto altrove della formazione de' supini da preteriti perfetti, al
che si aggiunga anche questo esempio. Da mansum è mansitare fratello
di mantare, come vexare di vectare ec. (4. Nov. 1823.) Alla p.3704. fine. E
qualcosa similmente è più aliena dalla terza coniugazione, e più propria e
caratteristica della prima, che la desinenza in avi nel perfetto e in atum
nel supino? (sero is anomalo ha satum, anomalo come il perfetto sevi;
ma oltre che questo supino è anomalo, ei non è in atum ma in atum).
Or eccovi nascor della terza fa natus participio e sostantivo e natus
sum, e natum, e natu ec. E tutti i verbi in asco e ascor,
o non hanno perfetto nè supino, o se n'hanno o che se gli attribuiscano, e'
sono in avi e in atum. Qual più chiaro segno che questi non sono
proprii loro, ma d'altro verbo, e questo della prima? Veterasco is ha, o
se gli attribuisce, veteravi. Pare però che lo stesso Forcell. che
glielo attribuisce, abbia veduto ch'e' non può esser proprio suo, ma di un vetero
as, il quale ei segna senz'alcun esempio, rimettendo a veterasco,
dove di vetero non è parola; solo vi sono esempi di veteravi
frammisti a quelli di veterasco. (Trovasi anche veteratus, v.
Forc. in questa voce). Infatti abbiamo inveterasco is fatto
evidentemente da invetero as avi atum, il quale ancora sussiste (tutto
intiero), e così inveteratus (che il Forc. attribuisce giustamente ad invetero,
sì come anche il perfetto inveteravi e il supino inveteratum,
segnando [3828] inveterascere senza perfetto nè supino), e così
forse altri composti di vetero. Dunque se v'invetero, e se a
questo spetta inveteravi, atum, atus, dovette avervi anche vetero,
e suo esser veteravi, atus ec. E così discorrasi di tanti altri verbi
originali di quelli in sco, de' quali mancando il semplice si trovano
però i loro composti, a' quali ordinariamente si attribuiscono i perfetti e
supini che loro convengono, mentre quelli de' semplici, se i semplici non si
trovano, s'attribuiscono ai loro semplici derivati in sco. Irascor sta nel Forcell. senza supino nè
perfetto. Trovasi iratus. Vero participio, benchè forse, almeno in certi
casi, aggettivato, come tanti altri. Or donde viene questo participio? Non
dimostra egli un verbo della prima? un verbo onde venga sì egli sì irascor?
Cioè un antico iror, conservato nell'italiano (irare, adirare, airare
ec. con lor derivati ec.), e v. gli spagn. (4. Nov. 1823.) Alla p.3710. Da'
verbi della 2da si fanno quelli in esco, dalla terza si fanno
in isco, così dalla quarta, come scisco; dalla prima, in asco;
del che vedi gli esempi nel pensiero precedente, ed aggiungi labasco e labascor
da labo as, e simili. In Labasco nel Forcell. trovo il nome
appellativo e speciale de' verbi in sco. Essi si chiamano presso i
grammatici, verba inchoativa. (4. Nov. 1823.). V. p.3830. fine. Adito as da adeo is-itum. (4. Nov. 1823.) Al detto altrove del
verbo bitere, aggiungi quello che ha il Forcell. in adito as. E
nóta come anche [in] quell'esempio, [3829]il quale, secondo il Forcell.,
è appoggiato da tutte l'ottime edizioni, la coniugazione di bito
fu la prima. Si adbites. Certo questo è presente congiuntivo e non
futuro indicativo. Almeno sen può ben dubitare. E veramente io mi maraviglio
come nè per questo, nè per gli altri esempi, altrove da me esaminati, il
Forcellini (e forse niun altro) si sia avveduto che bito è della prima,
o anche della prima, e l'abbia pur creduto della terza, o della sola terza,
oltre bitio is della 4ta ec. s'è vera voce.[27]
(4. Nov. 1823.) Lo stato della
letteratura spagnuola oggidì (e dal principio del 600 in poi), è lo stesso
affatto che quello dell'italiana, eccetto alcuni vantaggi di questa, ed alcune
diversità di circostanze, che non mutano la sostanza del caso. Come noi (al
paro di tutti gli altri stranieri) non dubitiamo che la Spagna non abbia nè
lingua nè letteratura moderna propria, e dal 600. in poi non l'abbia mai avuta,
così non dobbiamo dubitare che non sia altrettanto in Italia, e ciò dal 600. in
poi, come gli stranieri, e forse tra questi anche gli spagnuoli (che del fatto
loro non converranno), punto non ne dubitano. Quello che noi vediamo chiaro in
altrui e nel lontano, ci serva di specchio e di esempio per ben vedere, per
accorgerci, per conoscere e concepire il fatto nostro, e quello ch'essendoci
proprio e troppo vicino, non suol vedersi nè conoscersi mai bene, sì per
l'inganno dell'amor proprio, sì perchè la stessa vicinanza nuoce alla vista, e
l'abitudine di continuamente vedere impedisce o difficulta l'osservare, il
notare, l'attendere, il por mente, l'avvedersi. L'opinione che abbiamo di
quelli stranieri c'istruisca [3830]di quella che dobbiamo avere di noi,
e le ragioni di quella si applichino al caso nostro, chè ben vi sono applicabili
ec. Del resto tutto
quello ch'io [ho] ragionato in più luoghi circa la presente (ec.) condizione
della letteratura e lingua italiana; circa il mancar noi di lingua e
letteratura moderna, di filosofia ec.; circa la condizione in cui si troverebbe
oggidì un grande e perfettamente colto ingegno italiano, la necessità che
avrebbe di crearsi una lingua, di creare una letteratura ec., il come e quale
gli converrebbe crearle, e con quali avvertenze ec. ec. tutto, con lievi e
accidentali diversità intendo altresì dirlo degli spagnuoli. E viceversa la
considerazione di questi può e dee molto servire, sì a noi, sì anche agli
stranieri, per giudicare e formarsi una giusta idea dello stato d'Italia e
degl'ingegni italiani (se ve ne fossero) rispetto alla lingua, letteratura,
filosofia ec. Le lingue e letterature italiana e spagnuola, le più conformi
forse del mondo per mille altri titoli, come ho mostrato altrove (e così le
nazioni ec.), lo sono altresì per la loro storia, e pel loro stato presente e
passato ec. Ed altrimenti infatti non avrebbero avuto fra loro quelle
conformità intrinseche che hanno, o certo non in tal grado, nè così
durevolmente ec. ec. (4. Nov. 1823.) Alla p.3828. fine.
Sicchè di ciascun verbo in asco si può sicuramente dire che viene da un
verbo della prima, e non d'altra coniugazione, della quale è segno
caratteristico l'a precedente la desinenza in sco; e così
rispettivamente dite de' verbi [3831]in esco ed isco ec.
(se pur non v'ha qualche verbo in sco che non sia incoativo, neppur per
origine, (giacchè per significato ed uso molti nol sono o nol sono sempre, come
altrove dico) il quale sarebbe fuori del nostro discorso). Pasco è
certamente da un antico pare da p‹v (e non da bñskv, come dubita il Forcell. in Pasco princip.) come l'antico poo
da pñv, e altri tali di cui altrove sparsamente ed insieme.
Dimostralo sì la sua desinenza in asco, sì il perfetto pavi,
affatto anomalo rispetto a pasco e rispetto alla sua coniugazione, cioè
alla terza, perchè tolto in prestito da quell'antico verbo della prima, di cui
è proprio. Ecco come le nostre osservazioni scuoprono e illustrano le
antichissime voci e radici della lingua latina, e la sua analogia, e le sue
antichissime conformità colla greca, e la medesimezza di voci greche e latine
che non paiono più aver nulla che fare (e ciò non per stiracchiate etimologie,
come tanti altri han fatto, ma per accurato ed evidente ragionamento, e per
mille confronti ec. e per regole grammaticali ec. trovate, o illustrate
nuovamente e nuovamente applicate, ampliate, meglio stabilite, spiegate ec.), e
le origini della lingua latina, e la proprietà vera e primitiva sua e delle sue
voci, e le sue vere norme e regole, forme ec.; e le ragioni ed origini delle
anomalie sue e delle sue voci ec. Pastum è contrazione di pascitum
dimostrato da pascito. L'uno e l'altro è supino (e participio) proprio
di pasco, non di pao. Nuova prova che il vero e proprio supino di
tutti i verbi in sco è in scitum, benchè per lo più perduto, e
sostituitigli degli altri ec.; e quindi ancora che il lor proprio perfetto
sarebbe in sci, giacchè il supino si fa dal perfetto, come [3832]altrove.
Il composto di pasco, compesco, s'egli però è veramente composto di pasco,
come crede il Forcell. (vedilo in pasco fin. e in compesco), non
fa compavi, ma compescui, anomalo anch'esso, (v. la pag.3707.)
ma, benchè anomalo, proprio di compesco e di un verbo in sco, non
di compao nè di pao, e che pur serve a mostrare che pavi
non è proprio di pasco. Per supino Prisciano gli dà compescitum,
e a dispesco, dispescitum; nuova prova e di pascitum e della
qualità de' proprii supini de' verbi in sco ec. Prisciano riconosce
anche dispescui. Se dispesco sia composto di pasco, ne
dico quello stesso che di compesco. Del resto ne' verbi
in sco fatti da quelli della terza, non è essenziale la desinenza in isco.
Da noo is si fa nosco: posco ec. ec. O che queste
desinenze sieno primitive, ovvero, che m'è più probabile, l'i che
dovrebb'esservi, vi è mangiato, e ciò per evitare il concorso delle vocali,
giacchè tali desinenze han luogo quando la desinenza in isco sarebbe
stata preceduta da una vocale. P.e. da noo is, regolarmente sarebbe
stato noisco (intieramente conforme al greco noýskv, e ciò per puro accidente, come a pag.3688.). Ma siccome noo e
simili andarono in disuso per la spiacevolezza del suono, cagionata dal
concorso delle vocali, siccome altrove ho detto, così ne' lor derivati che
restarono in loro luogo, per evitar lo stesso concorso, fu soppresso l'i,
ch'era la vocale più esile. Del resto nosco è per noisco, come notum
per noitum, nobilis per noibilis, potum per poitum, sutum
per suitum ec. ec. come altrove in più luoghi. E questi sono così
ridotti per la detta ragione. (4. Novembre. 1823.) [3833]Alla p.3640. marg. Gl'Inca furono
i civilizzatori di quella parte non piccola dell'America meridionale ond'essi
in varie maniere s'insignorirono. Civilizzatori per rispetto alla barbarie
estrema de' popoli di quella parte non soggetti alla loro dominazione, anche
de' confinanti, ed alla barbarie de' popoli da lor soggettati, prima della
soggezione. La civilizzazione operata dagl'Incas, o da essi diffusa, fu
principalmente nelle provincie più vicine alla lor capitale; nell'altre tanto
minore proporzionatamente quanto più lontane, men soggette, e più recentemente
riunite al loro impero. Or gl'Inca adorarono unicamente o principalmente il
sole; e così la lor capitale e le più antiche provincie del loro regno. Essi
introdussero il culto del sole per tutto insieme col lor dominio. L'altre
provincie lor soggette massime le più lontane, o le men soggette, o le più
recentemente, e ne' principii della lor soggezione tutte o quasi tutte, lo
riunirono ai culti lor naturali, ch'erano d'idoli orribili a vedere, e de'
quali avevano formidabili e odiosissime idee di figure d'animali feroci, o d'idee
semplici di qualche essere spaventevole non rappresentato in niun modo. Le
provincie non soggette agl'Inca non ebbero che questi o simili culti e mai non
conobbero quello del sole. Quando gli Europei scoprirono il Perù e suoi
contorni, dovunque trovarono alcuna parte o segno di civilizzazione e
dirozzamento, quivi trovarono il culto del sole; dovunque il culto del sole,
quivi i costumi men fieri e men duri che altrove; dovunque non trovarono il
culto del sole, quivi (ed erano pur provincie, valli, ed anche borgate,
confinanti non di rado [3834]o vicinissime alle sopraddette) una vasta,
intiera ed orrenda e spietatissima barbarie ed immanità e fierezza di costumi e
di vita. E generalmente i tempii del sole erano come il segno della civiltà, e
i confini del culto del sole, i confini di essa ec. (5. Nov. 1823.)
Dico altrove che noi
sogliamo cangiare l'i de' participii latini in us, usitati o
inusitati, nella lettera u. Che questa mutazione dell'i in u (mutazione
propria della voce umana, come ho detto altrove in più d'un luogo) ci sia
naturale segnatamente in questo caso, veggasi che noi diciamo concepito
(regolare lat. ant. concepitus), e conceputo (diciamo anche concetto,
voce tolta dal latino dagli scrittori e dalla letteratura). Ma questo secondo è
più italiano ed elegante. Così empiuto, compiuto, riempiuto ec. rispetto
ad empìto, compìto (in alcuni sensi però non si potrebbe dir compiuto
per compito ma questi sono anzi forestieri che no) ec. Così forse altri
ec. Nótisi però che i grammatici distinguono empiere ec. ed empire
(meno elegante) ec.; concepere e concepire; e ad empiere
danno empiuto ec., a concepere conceputo; ad empire empìto
ec. (5. Nov. 1823.) Diminutivi
positivati. Rameau,[28] Taureau. (5.
Nov. 1823.) Participii affatto
aggettivati. Acutus a um. E v. Forc. in Acuo sulla
fine. (5. Nov. 1823.) Verbi in uo.
Tribuo da tribus us; verbo della terza, siccome [3835]
acuo che forse è da acus us, statuo da status us ec. del che
altrove. (5. Nov. 1823.) L'esaltamento di
forze proveniente da' liquori o da' cibi o da altro accidente (non morboso), se
non cagiona,[29]
come suole sovente, un torpore e una specie di assopimento letargico (come
diceva il Re di Prussia), essendo un accrescimento di vita, accresce l'effetto
essenziale di essa, ch'è il desiderio del piacere, perocchè coll'intensità
della vita cresce quella dell'amor proprio, e l'amor proprio è desiderio della
propria felicità, e la felicità è piacere.[30]
Quindi l'uomo in quello stato è oltre modo, e più ch'ei non suole, avido e
famelico di sensazioni piacevoli, e inquieto per questo desiderio, e le cerca,
e tende con più forza e più direttamente e immediatamente al vero fine della
sua vita e del suo essere e di se stesso, e alla vera somma e sostanza ultima
della felicità, ch'è il piacere, poco, o men del suo solito, curando le altre
cose, che spesso son fini delle operazioni e desiderii umani, ma fini
secondarii, benchè tuttogiorno si prendano per primarii e per felicità;
perch'essi stessi tendono essenzialmente ad un altro fine, e tutti ad un fine
medesimo, cioè a dire al piacere. In somma l'uomo è allora rispetto a se stesso
ed al solito suo, quello che sono sempre i più forti rispetto agli altri, cioè
più sitibondi della felicità, e più inquieti da' desiderii, cioè dal desiderio
della propria felicità, e più immediatamente e specialmente, e in modo più
espresso, sensibile e manifesto sì agli altri che a se medesimi, avidi del
piacere [3836](al quale tutti tendono e sempre, ma i più forti più, e
più immediatamente e chiaramente, o ciò più spesso e più ordinariamente degli
altri), perocch'essi sono abitualmente più vivi degli altri. Similmente, come in
generale i più forti per l'ordinario, così gl'individui in quel punto, sogliono
essere (proporzionatamente alle loro rispettive abitudini e caratteri, età,
circostanze morali, fisiche, esteriori, di fortuna, di condizione e grado
sociale, di avvenimenti ec. costanti, temporarie, momentanee ec.) più del lor
solito disposti alle grandi e generose azioni, agli atti eroici, al sacrifizio
di se stessi, alla beneficenza, alla compassione (dico più disposti, e voglio
dire la potenza, non l'atto, che ha bisogno dell'occasione e di circostanze,
che mancando, come per lo più, fanno che l'uomo neppur si avveda in quel punto
di tal sua disposizione e potenza, ed anche in tutta la sua vita non si accorga
che in quei tali punti egli ebbe ed ha questa disposizione ec.); perocchè la
sua vita in quel punto è maggiore, e quindi più potente l'amor proprio, e
quindi questo è meno egoista, secondo le teorie altrove esposte. Lasciando le
illusioni proprie e naturali di quello stato, proporzionatamente all'abitual
condizione morale dell'individuo ec. E così troverassi che
gli altri effetti che accompagnano o seguono la maggiore intensità della vita,
la maggior forza corporale ec., avuta ragione de' vari caratteri e circostanze
morali e fisiche degl'individui ec. da me altrove considerati in più luoghi ec.
hanno tutti luogo proporzionatamente nelle dette occasioni ec. (5. Novembre 1823.) [3837]Il giovane che al suo ingresso nella
vita, si trova, per qualunque causa e circostanza ed in qual che sia modo,
ributtato dal mondo, innanzi di aver deposta la tenerezza verso se stesso,
propria di quell'età, e di aver fatto l'abito e il callo alle contrarietà, alle
persecuzioni e malignità degli uomini, agli oltraggi, punture, smacchi,
dispiaceri che si ricevono nell'uso della vita sociale, alle sventure, ai
cattivi successi nella società e nella vita civile; il giovane, dico, che o da'
parenti, come spesso accade, o da que' di fuori, si trova ributtato ed escluso
dalla vita, e serrata la strada ai godimenti (di qualsivoglia sorta) o più che
agli altri o al comune de' giovani non suole accadere; o tanto che tali
ostacoli vengano ad essere straordinari e ad avere maggior forza che non sogliono,
a causa di una sua non ordinaria sensibilità, immaginazione, suscettibilità,
delicatezza di spirito e d'indole, vita interna, e quindi straordinaria
tenerezza verso se stesso, maggiore amor proprio, maggiore smania e bisogno di
felicità e di godimento, maggior capacità e facilità di soffrire, maggior
delicatezza sopra ogni offesa, ogni danno, ogn'ingiuria, ogni disprezzo, ogni
puntura ed ogni lesione del suo amor proprio; un tal giovane trasporta e
rivolge bene spesso tutto l'ardore e la morale e fisica forza o generale della
sua età, o particolare della sua indole, o l'uno e l'altro insieme, tutta,
dico, questa forza e questo ardore che lo spingevano verso la felicità,
l'azione, la vita, ei la rivolge a proccurarsi l'infelicità, l'inattività, la
morte morale. [3838]Egli diviene misantropo di se stesso e il suo
maggior nemico, egli vuol soffrire, egli vi si ostina, i partiti più tristi,
più acerbi verso se stesso, più dolorosi e più spaventevoli, e che prima di
quella sua poca esperienza della vita egli avrebbe rigettati con orrore,
divengono del suo gusto, ei li abbraccia con trasporto, dovendo scegliere uno
stato, il più monotono, il più freddo, il più penoso per la noia che reca, il
più difficile a sopportarsi perchè più lontano e men partecipe della vita, è
quello ch'ei preferisce, ei vi si compiace tanto più quanto esso è più orribile
per lui, egl'impiega tutta la forza del suo carattere e della sua età in
abbracciarlo, e in sostenerlo, e in mantenere ed eseguire la sua risoluzione, e
in continuarlo, e si compiace fra l'altre cose in particolare
nell'impossibilitarsi a poter mai fare altrimenti, e nello abbracciar quei
partiti che gli chiudano per sempre la strada di poter vivere, o soffrir meno,
perchè con ciò ei viene a ridursi e a rappresentarsi come ridotto in uno
estremo di sciagura, il che piace, come altrove ho detto, e se qualche cosa
mancasse e potesse aggiungersi al suo male, ei non sarebbe contento ec.
egl'impiega tutta la sua vita morale in abbracciare, sopportare e mantenere
costantemente la sua morte morale, tutto il suo ardore in agghiacciarsi, tutta
la sua inquietezza in sostenere la monotonia e l'uniformità della vita, tutta
la sua costanza in scegliere di soffrire, voler soffrire, continuare a
soffrire, tutta la sua gioventù in invecchiarsi l'animo, e vivere esteriormente
da vecchio, ed abbracciare e seguir gl'istituti, le costumanze, i modi, le
inclinazioni, il pensare, la vita de' vecchi. Come tutto ciò è un effetto del
suo ardore e della sua forza naturale, egli va molto al di là del necessario:
se il mondo a causa di suoi difetti o morali o fisici, o di sue circostanze,
gli nega tanto di godimento, egli se ne toglie il decuplo; se la necessità
l'obbliga a soffrir tanto, egli elegge di soffrir dieci volte di più; se gli
nega un bene ei se ne interdice uno assai maggiore; se gli contrasta qualche
godimento, egli si priva di tutti, e rinunzia affatto al godere. [3839]Il giovane è in queste cose così
costante, risoluto, forte, durevole, che gli educatori e quelli che han cura di
lui, anche sommamente benevoli, assai spesso e il più delle volte, stimano tali
risoluzioni e tali forme di vita essergli naturali, nascere dalle sue
inclinazioni, esser conformi al suo vero carattere, al suo vero piacere, e però
determinano di non distornelo, non impedirnelo, di confermarvelo, di
secondarlo, e così fanno, anche talora senz'alcun proprio interesse per sola
premura ed affezione verso di lui. E' s'ingannano sommamente e in tali casi la
lor poca cognizione del cuore umano e de' suoi mirabilissimi accidenti, de'
fenomeni dell'amor proprio e delle sue sottilissime e sfuggevolissime
operazioni e modi di agire, e stravagantissimi effetti e trasformazioni, nuoce
grandemente a quei poveri giovani, i quali ben potrebbero ancora, ma non senza
molta forza e molto artifizio, essere strappati a quelle dure risoluzioni,
azioni e abitudini, e riconciliati con se stessi e con la vita, vero partito
che si dovrebbe prendere in tali casi da un prudente e filosofo e pietoso
curatore, e solo mezzo di svolgere il giovane da' tristi partiti ch'egli ha
abbracciati o è per abbracciare, e di sottrarlo dalla vera infelicità che
glien'è per seguire, massime calmato il furore e intiepidito l'ardore
dell'età, che sono appunto quelli che cagionano quella tal sua pazienza
e che l'agghiacciano, e che lo sostengono e nutrono in quella gelata,
sterile, ed arida vita ch'egli ha intrapreso, o nella risoluzione
d'intraprenderla; ma poco potranno durare a sostentarlo, e consumati o
diminuiti, egli sentirà tutta [3840]la pena del suo stato, e gli
mancherà la virtù di soffrirlo, dopo impostasene la necessità. La qual virtù
manca insieme colla compiacenza ch'ei prova in soffrire o in voler soffrire, la
qual compiacenza non può essere perpetua, e il tempo e l'età, se non altro,
l'estingue. Massime ch'egli non potrà esser consolato e reso indifferente verso
le sue privazioni dal disinganno, non avendo mai provato quello di ch'ei si
privò, e non essendosene privato per disinganno e per dispregio ch'e' n'avesse,
anzi al contrario per inganno, perch'ei ne faceva gran conto, perchè assaissimo
gli costava il privarsene. Chè questa è la differenza da questa sorta di
sacrifizi che or discorriamo, e quella più facile e più nota, (perchè
proveniente da causa più manifesta e facile a comprendere e a vederne la
connessione coll'effetto) e forse più ordinaria, o altrettanto, che nasce dal
disinganno, dall'esperienza de' godimenti, dal disgusto della vita tutta felice
com'ella può essere. Quindi accade che
tali giovani i quali nella gioventù son vecchi per lor volontà, e più
fortemente vecchi de' vecchi medesimi, perchè la lor morale vecchiezza viene a
nascere appunto dalla lor gioventù fisica, e dalla forza e ardore di questa e
del loro carattere, nella maturità e nella vecchiezza (posto che abbiano
effettuato quelle loro risoluzioni) sono moralmente giovani, e più giovani
assai de' giovani stessi che abbiano fatta un poco di esperienza, o che sieno
di men fervida e sensitiva natura. Perchè questi sono in parte disingannati, o
meno avidi e smaniosi del godimento. Quelli continuano e serbano tutto intero e
fresco il loro inganno giovanile [3841]e le loro illusioni, e come
frutta l'inverno, conservate nella cera, state sempre escluse dal contatto
dell'aria, sotto la vecchiezza del corpo conservano quasi intatta ed intera la
gioventù dell'anima (mantenuta lungi dall'influenza esteriore ec. nel ritiro
ec.) già vera gioventù, perchè cessata la gioventù del corpo che li spingeva a
soffrire, e ne li facea compiacere, e gliene dava il valore. Questi tali, bene
attempati, sono smaniosi del godimento, avidi e sitibondi della felicità senza
sperarla, ma ben persuasi, come da principio, ch'ella sia possibile e non
difficile nè rara, hanno ripreso i desiderii proprii dell'uomo, e massime della
gioventù, con tutto il loro ardore ec. Quindi e' vivono e muoiono disperati e
infelici, tanto più quanto e' credono felici gli altri, e che la loro
infelicità, il lor soffrire, il loro non godere, o il non aver mai goduto e
sempre sofferto, sia provenuto da loro, e ch'essi avessero potuto altrimenti se
avessero voluto; la quale opinione e il qual pentimento è la più amara parte
che possa trovarsi in qualunque abituale o attuale infelicità o sventura o
privazione ec. e il colmo dell'infelicità. Spettano a questo
discorso e nascono dalle psicologiche cagioni e principii, e dagl'interni
avvenimenti e circostanze sviluppate di sopra, gran parte delle monacazioni ec.
di giovani, e lo sceglier di vivere in casa o in campagna, e i ritiri dalla
società ec. fatti nel principio della gioventù, massime da persone vive e
sensibili ec. e resi poi necessarii a continuarsi, per l'abitudine, per li
rispetti umani, per l'imperizia, che ne segue, del conversare, per il timor [3842]panico
dell'opinione, del ridicolo ec. che suole accompagnare lo straordinario, la novità,
il cominciare, il mutar proposito e vita in tempo, in età non conveniente, non
ordinaria al cominciare, o al nuovo proposito e vita per se medesima ec. ec. (5. Nov. 1823.) Alla p.2779. marg.
fine. Che boælv attivo esistesse una volta confermasi con argomento non
solo di analogia, ma di fatto; cioè che boælomai trovasi anche usato in senso
passivo. Dunque s'egli è passivo, ei dovette nascere da un attivo, ed avere il
suo attivo onde egli fosse il passivo. Vedi Creuzer Meletemata e disciplina
antiquitatis, par.2. Lips. 1817. p.55. fin.-56. init. (6. Nov. 1823.)
Sempre che l'uomo
pensa, ei desidera, perchè tanto quanto pensa ei si ama. Ed in ciascun momento,
a proporzione che la sua facoltà di pensare è più libera ed intera e con minore
impedimento, e che egli più pienamente ed intensamente la esercita, il suo
desiderare è maggiore. Quindi in uno stato di assopimento, di letargo, di certe
ebbrietà,[31]
nell'accesso e recesso del sonno, e in simili stati in cui la proporzione, la
somma, la forza del pensare, l'esercizio del pensiero, la libertà e la facoltà
attuale del pensare, è minore, più impedita, scarsa ec. l'uomo desidera meno
vivamente a proporzione, il suo desiderio, la forza, la somma di questo, è
minore; e perciò l'uomo è proporzionatamente meno infelice. Quanto si stende
quell'azione della mente ch'è inseparabile dal sentimento della vita, e sempre
proporzionata [3843]al grado di questo sentimento, tanto, e sempre
proporzionato al di lei grado, si stende il desiderio dell'uomo e del vivente,
e l'azione del desiderare. Ogni atto libero della mente, ogni pensiero che non
sia indipendente dalla volontà, è in qualche modo un desiderio attuale, perchè
tutti cotali atti e pensieri hanno un fine qualunque, il quale dall'uomo in
quel punto è desiderato in proporzione dell'intensità ec. di quell'atto o
pensiero, e tutti cotali fini spettano alla felicità che l'uomo e il vivente
per sua natura sopra tutte le cose necessariamente desidera e non può non
desiderare. (6. Nov. 1823.) Diminutivi
positivati. Mamilla o mammilla diminutiv di mamma (mammella
ec.). Papilla diminutivo di papula, come fabella di fabula
e simili, del che altrove;[32]
e diminutivo in illa, come mammilla che il Forc. chiama diminut.
a MAMMA, atq. idem saepe significans (scil. idem ac mamma). (6. Nov. 1823.) Convexo as vedilo nel Forcell. e applicalo
a quello che ho detto altrove di convexus derivandolo da veho,
come vexare, da cui è convexare che vale altrettanto ec. (6. Nov. 1823.) La differenza che fa
Prisciano tra nectus e necatus non sussiste. (ap. Forc. in Neco). Seppur ei non intende di farla ancora tra necui e
necavi. Perocchè nectus è da necui, e necatus da necavi,
secondo il detto da me altrove della formazione [3844]de' supini e
participii passivi da' perfetti. È anche certo che necui onde nectus,
non è che corruzione di necavi onde necatus, sì che nectus
viene a esser non altro che corruzione di necatus. Questo è almeno
quanto all'origine e alla ragione grammaticale. Che l'uso e il significato de'
due detti participii sia diverso si potrebbe credere a Prisciano quando e' ne
recasse esempii idonei, o quando quelli che noi abbiamo favorissero o non
contraddicessero la sua distinzione. Ora, di nectus non abbiamo esempi
certi; ma necatus in un luogo di Ovidio (Forc. in necatus), detto
delle api, non vuol certamente dire ucciso col ferro. E v. nel Forc. gli
esempi di Enecatus e di Enectus. Del resto par veramente nel cit.
luogo del Forcell. cioè in Neco, che Prisciano faccia anche tra' due
(che in origine sono uno solo) perfetti di neco la stessa distinzione di
significato che tra' due participii, i quali altresì per origine sono un solo,
ma mediatamente, cioè in quanto vengono da perfetti che sono in origine uno
stesso. (6. Nov. 1823.) A quello che altrove
ho detto di asinus-asellus, fabula fabella, populus-popellus ec.
aggiungi pagina-pagella, Poculum-pocillum, Papula-papilla, Geminus-gemellus,
Tabula tabella, Femina-femella, Baculum o us-bacillum o us,
Pulvinus-pulvillus. E nóta il nostro diminutivo positivato favella,
favellare ec. (V. la pag.3896.) de' quali verbi altrove ad altro proposito.
Catulus-catellus. Anellus (anello ec.) è diminutivo di anulus
(il quale ancora è forse diminutivo di annus, ma di senso diverso dal
suo positivo onde non ha che fare col nostro discorso de' diminutivi
positivati). Sicchè il nostro anello ec. (e v. il Gloss.) è un
diminutivo positivato. (7. Nov. 1823.)
[3845]Nomi in uosus. V. Forcell. in fetuosus. (7. Nov. 1823.) Alla p.3585. I quali
testi, e per conseguenza questi due verbi, sono antichi, cioè l'uno di Catullo,
l'altro di Paolo Diacono da Festo. Del rimanente assulito è per assilito,
mutato l'i in u, per la grande affinità di queste due vocali,
altrove considerata. La quale affinità non è fra l'a e l'u, nè in
composizione nè altrove l'a (ch'io mi ricordi) si muta mai in u,
nè viceversa. Sicchè assulito non può esser per assalito, nè assulto,
resulto ec. per assalto, resalto ec. ma per resilto, assilto
ec. E così tutti i composti di salto, i quali tutti (ch'io sappia) fanno
in ulto (fuorchè resilito, che sarebbe da salito). O che
essi vengano a dirittura da salto, nel qual caso l'a sarebbe
stato cangiato in u, ma mediatamente, cioè prima in i (mutazione
ordinaria nella composizione, come ho detto altrove in più luoghi, e come
appunto l'a di salio, ne' suoi composti), poscia l'i in u
(sicchè veramente non l'a ma l'i fu cambiato in u); o,
quel ch'è più verisimile, essi vengono da' participii o supini de' rispettivi
composti originali, cioè da assultum, resultum ec. di assilio,
resilio ec. Così facul, difficul, facultas, difficultas per facilitas,
difficilitas ec. mutato l'i in u, e soppresso l'altro i.
V. p.3852. I quali participii o supini regolarmente sarebbero resilitum,
assilitum ec. (e lo dimostra appunto col fatto il verbo resilito),
ma ebbero il primo i cambiato in u, come maximus maxumus
(e in tale stato, cioè da assulitum, viene assulito, e dimostra
la nostra asserzione), e il secondo i soppresso, come nel semplice salitum-saltum:
onde divennero assultum, resultum ec. onde assultare contratto d'assulitare.
Potrebbe anch'essere che i più antichi, prima di [3846] assilio
ec. pronunziassero assulio, resulio ec., come forse maxumus ec.
ec. e più antica pronunzia o scrittura ec. che maximus; e per
conseguenza assulitum, resulitum (che poi anche nella successiva lor
contrazione conservarono la pronunzia e scrittura ec. dell'u) ec. In tal
caso assulito sarebbe la più antica forma de' composti di salto,
e resilito sarebbe più moderna, dal più moderno resilitum. (7. Nov. 1823.) Alla p.3281. La somma
e la forza di questo pensiero si è che la compassionevolezza, la beneficenza,
la sensibilità ec. da tutti (e in particolare da Rousseau) considerate come
proprie generalmente de' giovani (massime uomini), e l'insensibilità, la
durezza ec. considerate come proprie de' maturi, e più, de' vecchi (massime
donne),[33]
non tanto derivano dall'innocenza, inesperienza e poca cognizione mondana degli
uni, e dall'esperienza e scienza mondana, dal disinganno morale ec. degli
altri, come ordinariamente si crede e si dice, quanto dalle altre cagioni sì
fisiche sì morali accennate in questo discorso, o certo da esse ancora in gran
parte, e forse principalmente; se non da ciascuna, posta per se sola al
paragone della suddetta, che certo è grandissima, ed a cui spetta la differenza
di virtù fra gli antichi e i moderni ec. almen dalla somma di esse. Infatti di
un uomo e una donna egualmente giovani e inesperti e in parità d'ogni altra
qualità e circostanza, quello, perchè più forte, ec. è naturalmente più
dell'altra compassionevole, benefico ec. e più inclinato alla compassione,
all'interessarsi per altrui ec. Così di due giovani, pari in ogni altra cosa e
circostanza, il più forte è più portato a soccorrere altrui, a compatire, a ben
fare ec. ec. (7. Nov. 1823.) Sempre che il vivente
si accorge dell'esistenza, e tanto più quanto ei più la sente, egli ama se
stesso,[34]
e sempre attualmente, [3847]cioè con una successione continuata e non
interrotta di atti, tanto più vivi, quanto il detto sentimento è attualmente o
abitualmente maggiore. Sempre e in ciascuno istante ch'egli ama attualmente se
stesso, egli desidera la sua felicità, e la desidera attualmente, con una serie
continua di atti di desiderio, o con un desiderio sempre presente, e non sol
potenziale, ma posto sempre in atto, tanto più vivo, quanto ec. come sopra. Il
vivente non può mai conseguire la sua felicità, perchè questa vorrebb'essere
infinita, come s'è spiegato altrove, e tale ei la desidera; or tale in effetto
ella non può essere. Dunque il vivente non ottiene mai e non può mai ottenere
l'oggetto del suo desiderio. Sempre pertanto ch'ei desidera, egli è
necessariamente infelice, perciò appunto ch'ei desidera inutilmente, esclusa
anche ogni altra cagione d'infelicità; giacchè un desiderio non soddisfatto è
uno stato penoso, dunque uno stato d'infelicità. E tanto più infelice quanto ei
desidera più vivamente. Non v'è dunque pel vivente altra felicità possibile, e
questa solamente negativa, cioè mancanza d'infelicità; non è, dico, possibile
al vivente il mancare d'infelicità positiva altrimenti che non desiderando la
sua felicità, nè per altro mezzo che quello di non bramar la felicità. Ma
sempre ch'ei si ama, ei la desidera; e mentre ch'ei sente di esistere, non può,
nè anche per un istante, cessare di amarsi; e più ch'ei sente di esistere, più
si ama e più desidera. Il discorso dunque della felicità umana e di qualunque
vivente si riduce per evidenza a questi termini, e a questa conclusione. Una
specie di [3848]viventi rispetto all'altra o all'altre generalmente ec.,
è tanto più felice, cioè tanto meno infelice, tanto più scarsa d'infelicità
positiva, quanto meno dell'altra ella sente l'esistenza, cioè quanto men vive e
più si accosta ai generi non animali. (Dunque la specie de' polipi, zoofiti ec.
è la più felice delle viventi). Così un individuo rispetto all'altro o agli
altri. (Dunque il più stupido degli uomini è di questi il più felice: e la
nazion de' Lapponi la più felice delle nazioni ec.). E un individuo rispetto a
se stesso allora è più felice quando meno ei sente la sua vita e se stesso;
dunque in una ebbrietà letargica, in uno alloppiamento, come quello de' turchi,
debolezza non penosa, ec. negl'istanti che precedono il sonno o il risvegliarsi
ec. Ed allora solo sì l'uomo, sì il vivente è e può essere pienamente felice,
cioè pienamente non infelice e privo d'infelicità positiva, quando ei non sente
in niun modo la vita, cioè nel sonno, letargo, svenimento totale, negl'istanti
che precedono la morte, cioè la fine del suo esser di vivente ec. Ciò vuol dire
quando ei non è capace neanche di felicità veruna, nè di piacere o bene veruno,
assolutamente; quando ei vivendo, non vive; allora solo egli è pienamente
felice. S'ei desidera la felicità, non può esser felice; meno ei la desidera,
meno è infelice; nulla desiderandola, non è punto infelice. Quindi l'uomo e il
vivente è anche tanto meno infelice, quanto egli è più distratto dal desiderio
della felicità, mediante l'azione e l'occupazione esteriore o interiore, come
ho spiegato altrove. O distrazione o letargo: ecco i soli mezzi di felicità che
hanno e possono mai aver gli animali. (7. Nov. 1823.) Alla p.3705. marg.
Così sino is fa nel perfetto sivi. Ma [3849]notisi che il
primo i quivi è breve, al contrario di quelle voci di cui or
discorriamo, cioè de' perfetti di cresco, suesco ec. ed anche di sevi
e di crevi da cerno. Sterno is stravi atum. Quest'anomalia forse
viene che sterno è difettivo, e supplito coll'avanzo di un antico stro
as dall'inusitato strÅv, onde strÅsv, ¦strvsa
ec. Simile dico de' composti prosterno, insterno ec. Le lettere vocali
che precedono il vi ne' perfetti delle altre coniugazioni sono sempre
per lor natura lunghe (eccetto forse alcune anomalie), dico quelle che lo
precedono regolarmente, cioè l'a nella prima, l'e nella seconda,
l'i nella quarta (perocchè p.e. fovi, cavi da foveo, caveo
sono contrazioni di fovevi, cavevi, sicchè non regolarmente il vi
è preceduto in fovi dall'o, in cavi dall'a: per
altro l'a e l'o di queste e simili voci, sono altresì lunghi).
Insomma la desinenza di sivi non è veramente propria della 3. ma neanche
di verun altra coniugazione. Al contrario di quella de' perfetti de' verbi in sco,
i quali se sono in vi, la vocale che precede questa desinenza, è sempre
(credo) lunga. Cosa affatto impropria della 3. e chiaro segno che tali perfetti
sono propri di verbi d'altre coniugazioni. (8. Nov.
1823.). V. p.3852.
Restito (onde restitrix) di cui
v. Forcell. è notabile in quanto egli è continuativo o frequentativo di un
verbo ch'esso medesimo in origine è continuativo, essendo composto del
continuativo sto. Veggasi la p.3298. (8. Nov. 1823.) Monosillabi latini. Lax.
Mors, onde morior ec. ec. idee ben primitive. Ius, onde iuro,
iniuria ec. ec. tutte idee primitive nella società. Or la lingua non
antecedette la società. Fraus. Res. (8.
Nov. 1823.) Nuo di cui altrove, oltre il suo
continuativo nutare, e i suoi composti, annuo, innuo, renuo, abnuo
ec. e loro continuativi adnuto, [3850] renuto ec., è
dimostrato ancora sì dagli altri suoi derivati, sì dal verbale nutus us,
ch'è fatto dal supino di nuo, secondo la regola altrove assegnata della
formazione di tali verbali della 4. declinazione. Del resto, come da neæv si fece indubitatamente nuo, così da geæv potè bene e verisimilmente e secondo l'analogia, farsi guo, di
cui altrove. E viceversa nuo da neæv come guo da geæv. ec. (8. Nov. 1823.) Alla p.3760.
Similmente a guo andato in disuso, fu preferito il suo continuativo gusto,
de' quali verbi altrove. Similmente andò in disuso il verbo nuo,
restando il suo continuativo nuto (e i derivati nutus, gustus us
ec. ne' quali non avea luogo l'iato). Restarono ancora i suoi composti (vedi il
pensiero precedente) perchè l'iato nei non monosillabi è men duro e
appariscente che ne' monosillabi, giacchè se in questi v'è l'iato, essendo essi
d'una sillaba sola, son tutti formati d'un iato, e son quasi un puro iato essi
stessi. Infatti l'osservazione della p.3759. fine. - 3760. si verifica
principalmente ne' monosillabi, e di questi massimamente si deve intendere.
Dove il tema monosillabo riceve un incremento restando l'iato, la voce benchè
non più monosillaba, ha sempre men sillabe che la corrispondente ne' verbi
composti, e però l'iato in quella apparisce tuttavia ed offende maggiormente
che in questa. Del resto essa talvolta, perito il tema, si è conservata, come noitum
di noo, poitum di poo ec. bensì in queste e simili fu soppresso
l'iato per contrazione, facendo notum, potum ec. (8. Nov. 1823.). V. p.3881. [3851]Alla p.3758. marg. Se non si
volesse che nubi-lis, labi-lis, fossero come doci-lis faci-lis
ec. de' quali verbali in lis, loro formazione ec. mi par che si possa
discorrere come di quelli in bilis, e però trarne gli stessi argomenti
ec. (10. Nov. 1823.)
Participii passivi di
verbi attivi o neutri, in senso attivo o neutro ec. Ho detto altrove dello
spagn. parida participio sovente (o sempre; v. i Diz.) attivo
intransitivo di senso. Simili ne abbiamo ancor noi parecchi, e molto
elegantemente gli usiamo, in luogo de' participii veramente attivi di forma, il
cui uso è poco grato alla nostra lingua, non altrimenti che alla francese e
spagnuola. Uomo considerato, avvertito, avvisato vagliono considerante,
avvertente ec. cioè che considera ec. veri attivi di significato,
benchè intransitivi. Simili credo che si trovino ancora nel francese e più
nello spagnuolo che se ne servono parimente in luogo de' participii di forma
attiva poco accetti a esse lingue.[35]
La detta sorta di participii passivi attivati, fatti da' verbi attivi ec. (ed
infatti essi o sempre o per lo più, hanno ancora il proprio lor significato,
cioè il passivo) è massimamente usata da' nostri antichi del 300. e del 500.
che ne hanno in molto più copia che noi oggidì non sogliamo usare o punto, o
solo in senso passivo. La nostra lingua somigliava anche in questo alla
spagnuola la quale mi pare che anche oggidì conservi quest'uso più [3852]frequente
che non facciam noi, accostatici ora ai francesi, a' quali esso è men frequente
che agli altri, siccome esso pare singolarmente proprio della lingua spagnuola
ec. ec. (10. Nov. 1823.) Alla p.3845. marg.
Non credo, come il Forcellini, che facultas, difficultas venga da facul,
difficul; ma che sieno contrazioni di facilitas, difficilitas,
pronunziati difficulitas, faculitas. Facul ec. non sono che
apocopi di facilis, facile avverbio ec. (pronunziati faculis ec.)
dello stesso genere che volup ec. (v. Frontone e Forc. in famul,
il quale non è già da famel (v. Forc. in familia) ma da famulus.)
(10. Nov. 1823.). E son le stesse voci identiche che sarebbero facil,
difficil, mutata sol la pronunzia. Alla p.3636. marg.
Forse però fourre valeva fodera, e quindi fourreau, quasi foderetta,
per fodero, onde il diminutivo sarebbe d'un senso distinto dal positivo,
e però non apparterrebbe al nostro discorso che considera i diminutivi usati in
iscambio de' positivi. (10. Nov. 1823.) Diminutivi
positivati. Ladrillo (diminutivo ladrillejo) con tutti i suoi
derivati da later, quasi latericulus, o laterculus. E vedi
appunto il Forc. circa l'uso positivato di laterculus. (10. Nov. 1823.) Contracter franc. per contrarre,
come in contrario lo spagn. traher alle volte nel senso di tractare,
secondo che ho detto nel principio della teoria de' continuativi. (10. Nov. 1823.) Alla p.3849. Il vero
perfetto di sino è sini. Questo infatti si trova ancora. Da
questo, cred'io, per soppressione della n (della qual soppressione credo
v'abbiano altri esempi),[36]
si fece [3853] sii che ancor si trova eziandio, massime ne'
composti (come desino is ii ed ivi). Da sii per evitar
l'iato siℲi, cioè sivi, come da audii audivi, da amai amavi, da
docei docevi. Questo mi è più probabile che il creder sii
posteriore a sivi, come gli altri fanno, e come fanno eziandio circa i
preteriti perfetti della 4. coniugazione. Il supino nasce, come altrove dico,
dal perfetto. Quindi da sii o sivi, situm (come da audii o
audivi, auditum ec. da ama-vi ama-tum ec.), in luogo del regolare sinitum.
Questo mi è più probabile che il creder situm contrazione di sinitum,
fatto o per soppressione assoluta della sillaba ni, contrazione, che
sappia io, non latina o per soppressione della n, onde siitum,
come da sini sii, poi contratto in situm, nel qual caso l'i
di situm parrebbe avesse ad esser lungo. (10. Nov. 1823.) Alla p.3702. La
considerazione da me altrove fatta che i supini vengono dai perfetti,
facilmente spiega il perchè l'etum, propria e regolare desinenza della
2. sia stato per lo più cambiato in itum, soppresso poi sovente, e forse
il più delle volte, l'i. La cagione si è che l'evi de' perfetti
di essa coniugazione fu cangiato in ui, e il come, si è benissimo
dichiarato di sopra. Con ciò si dichiara facilissimamente e bene, il come l'etum
de' supini (che in molti di essi ancor trovasi) sia passato in itum ec.
mutazione che senza ciò difficilmente si spiegarebbe, non solendo l'e
passare in i ec. Docitum per docetum, (meritum di mereo
e simili che ancor si trovano e sono anche per lo più gli unici supini
superstiti de' rispettivi verbi, o i più usitati ec.) onde doctum, è da docui
per docevi, come domitum per domatum è da domui per
domavi, nè [3854]più nè meno (v. la p.3715-7. 3723. ec.). E chi
vuol vedere la contrazione di doctum anche ne' supini della prima in itum,
fatti dai perfetti in ui, come è doctum, osservi sectum,
nectum da secui, necui, enecui di secare, necare ec. Se il
perfetto de' verbi della 2. si conserva in evi, il supino che ne nasce è
in etum e non altrimenti, come deleo es evi etum Se il supino è
in itum o contratto, mentre il preterito è in evi, come abolitum
di aboleo abolevi, adultum di adoleo evi (comparato con adolesco:
adolesco ha evi, adoleo ha ui), allora esso supino non nasce
certo dal perfetto in evi, ma nasce ed è segno certo di un altro
perfetto noto o ignoto, in ui. Infatti ne' citati esempi, Prisciano
riconosce ad aboleo un abolui, e bene: adolui di adoleo
è noto e usitato; è noto anche adolui di adolesco, benchè
rarissimo, dice il Forcell. V. p.3872. Mi pare che queste
osservazioni sieno mirabilmente utili a scoprire l'analogia, la ragione, le
cause della lingua e grammatica latina, e delle sue apparenti anomalie ec. ec.
e a stabilir regola e cagione dove gli altri non veggono che capriccio,
varietà, disordine, arbitrio e caso ec. (10. Nov. 1823.) Quello che noi
chiamiamo spirito nei caratteri, nelle maniere, ne' moti ed atti, nelle
parole, ne' motti, ne' discorsi, nelle azioni, negli scritti e stili ec. ci
piace, e ciò a tutti, perch'egli è vita, e desta sensazioni vive sotto qualche
rispetto, o desta sensazioni qualunque, e molte, e spesse, il che è cosa viva,
perchè il sentire lo è. Infatti lo spirito si chiama anche vivacità
ec. o semplicemente, o vivacità di spirito, di carattere, stile, modi
ec. ec. Il suo contrario in certo modo è morte, e non desta sensazioni, o
poche, leggere, [3855]non rapide, non varie, non rapidamente
succedentisi e variantisi, il che è cosa morta. Noi lo chiamiamo spirito
perchè siamo soliti di considerar la vita come cosa immateriale, e appartenente
a cose non materiali, e di chiamare spirito ciò ch'è vivo e vive e cagiona la
vita ec.; e la materia siamo soliti di considerarla come cosa morta, e non viva
per se, nè capace di vita ec. (10. Nov. ottava del dì de'
Morti. 1823.) Tra le cagioni del
mancar noi (e così gli spagnuoli) di lingua e letteratura moderna propria, si
dee porre, e per prima di tutte, la nullità politica e militare in cui è caduta
l'Italia non men che la Spagna dal 600 in poi, epoca appunto da cui incomincia
la decadenza ed estinzione delle lingue e letterature proprie in Italia e in
Ispagna. Questa nullità si può considerare e come una delle cagioni del detto
effetto, e come la cagione assoluta di esso. Come una delle cagioni, perocchè
se noi manchiamo oggi affatto di voci moderne proprie italiane e spagnuole,
politiche e militari, ciò viene perchè gl'italiani e spagnuoli non hanno più,
dal 600 in poi, nè affari politici propri, nè milizia propria. Fino
dall'estinzione dell'imperio romano, l'Italia è stata serva, perchè divisa; ma
sino a tutto il 500 la milizia italiana propria ha esistito, e le corti e
repubbliche italiane hanno operato da se, benchè piccole e deboli. Il governo
era in mano d'italiani, le dinastie erano italiane in assai maggior numero che
poi non furono [3856]ed or non sono. Influiti e dominati da' governi e
dagli eserciti stranieri, i governi e gli eserciti italiani, chè tali essi
erano ancora, agivano tuttavia essi medesimi, ed avevano affari. Essi erano che
si davano agli stranieri, quando a questo, quando a quello, che li chiamavano,
che gli scacciavano, o contribuivano a ciò fare, che si alleavano cogli
stranieri, o contro di loro, con altri stranieri, o con altri italiani, contro
altri italiani, o a favore. L'amicizia de' governi italiani, ancorchè
piccolissimi, delle stesse singolari città, era considerata e ricercata dagli
stranieri, e la nemicizia temuta; e in qualunque modo i governi e le città
italiane erano allora nemiche o amiche di questa o quella straniera potenza.
Gl'italiani agivano per se presso o nelle corti straniere, e gli stranieri
presso gl'italiani. V. p.3887. Quindi è che noi avevamo allora a dovizia voci
politiche e militari; più a dovizia ancora delle altre nazioni, perchè la
politica e il militare, ridotti ad arte e scienza tra noi, non lo erano presso
gli altri. Negli storici, negli scrittori tecnici di politica o di milizia, o
d'altre materie appartenenti, e generalmente negli scrittori italiani avanti il
seicento, non troverete mai difficoltà veruna di esprimersi in checchessia che
spetti agli affari pubblici, economia pubblica, diplomatica, negoziazioni,
politica, e a qualsivoglia parte dell'arte militare; mai povertà; e mai li
vedrete ricorrere a voci straniere, o che possano pur sospettarsi tali: al
contrario li vedrete franchissimi [3857]nell'espressione di tali
materie, anzi ricchissimi e abbondantissimi, esattissimi, provvisti di termini
per ciascuna cosa e parte di essa, ed anche di più termini per ciascuna, voci
tutte italianissime e tanto italiane quanto or sono francesi quelle di cui i
francesi e noi ed anche altri in tali materie si servono; e queste voci e
questi termini ben si vede che non erano inventati da quegli scrittori, nè
debbonsi al loro ingegno, ma all'uso della favella italiana d'allora, e che
erano fra noi (come anche fuori non pochi) comunissimi, notissimi, e di
significato ben certo e determinato. La più parte di questi, dal 600. in poi,
perduti nell'uso del favellare, lo furono e lo sono conseguentemente nelle
scritture, di modo che le stesse cose ancora, che noi a que' tempi con parole
italianissime, e con più parole eziandio, chiarissimamente e notissimamente
esprimevamo, or non le sappiamo esprimere che con voci straniere affatto, o se
queste ci mancano, e son troppo straniere per potersi introdurre, o non furono
ancora introdotte, non possiamo esprimer quelle cose in verun modo. Moltissime
di quelle voci, usandole, sarebbero intese fra noi anche oggidì nel lor proprio
e perfetto senso, come allora, e non farebbero oscurità. Ma moltissime,
sostituite alle straniere che or s'usano, riuscirebbero oscure, parte per la
nuova assuefazione fatta a queste altre voci, parte perchè il loro senso non
sarebbe più inteso così determinatamente come [3858]allora. E il simile
dico di molte voci con cui potremmo esprimer cose per cui non abbiamo nemmen
voci straniere, o che a questi pur manchino, o che tra noi non sieno state
ancora introdotte. Moltissime voci militari, civili e politiche sì del nostro
300, sì dello stesso 500, benchè significative di cose or notissime e
comunissime, son tali che noi ora, leggendole negli antichi, o non le
intendiamo, o non senza studio, o non avvertiamo, almen senza molta acutezza e
attenzione, o imperfettamente la loro corrispondenza con quelle che oggi ne'
medesimi casi comunemente usiamo. Altresì ci accade non di rado tale incertezza
nelle voci significative di cose, or non più comuni, e spesso in queste ci
accade più che nell'altre. Ecco come, mancati gli affari politici e la milizia
in Italia, la nostra nazione non ha nè può avere, nè ebbe dal 600 in poi,
lingua moderna propria per significar le cose politiche e militari, non ch'ella
mai non l'abbia avuta, anzi l'ebbe, ma l'ha perduta, o non l'ha se non antica.
E nello stesso modo proporzionatamente e ragguagliatamente discorrasi della
Spagna. Come cagione
assoluta, la nullità politica e militare degl'italiani e spagnuoli ha prodotto
il mancar essi di lingua e letteratura moderna dal 600 in qua, ed il mancarne
oggi. Essa nullità è cagione che l'Italia e la Spagna abbiano perduto d'allora
in poi il loro essere di nazione. Quindi essa è cagione che l'Italia e la
Spagna non abbiano, e d'allora in qua, nè letteratura moderna, nè filosofia ec.
Esse non hanno [3859]lingua moderna propria, perchè mancano di propria
letteratura e filosofia moderna; ma di queste perchè ne mancano? perchè non
sono più nazioni; e nol sono, perchè senza politica e senza milizia, non
influiscono più nè sulla sorte degli altri, nè sulla lor propria, non governano
nè si governano, e la loro esistenza o il lor modo di essere è indifferente al
resto d'Europa. Quanto al non influir sugli altri nè aver parte agli affari
comuni d'Europa, è manifesto. Quanto al non influir sopra se stessi nè
governarsi, gl'italiani o soggiacciono a un principe e ad un governo
decisamente straniero, o italianizzato il principe ma non il governo, o se il
governo e il principe sono italiani, come in Ispagna spagnuoli, lasciando star
la continua influenza straniera che li determina, modifica, volge a piacer suo,
e che agisce insomma essa per mano italiana, sì in Italia che in Ispagna la
forma del governo è tale che la nazione non v'ha alcuna parte, gli affari sono
in man di pochissimi e separatissimi dal resto de' nazionali, tutto si passa
senza pur venire a notizia della nazione, sicchè la politica è affatto ignota
ed aliena alla nazione medesima, i suoi affari sono per essa come gli altrui,
ed oltre di ciò la libertà di ciascheduno massime privato, cioè de' più e del
vero corpo della nazione, è così circoscritta che ciascheduno è ben poco in
grado di determinar la sua sorte, e di governarsi, ma quanto più si può è
governato veramente da altrui, e ciò non dalla nazione, non dal comune, non
ciascuno da tutti, ma tutti da uno o [3860]da pochissimi particolari, e
il pubblico, per così dir, da' privati. Quanto alla milizia, ognun sa che
l'Italia e la Spagna dal 600 ne mancano. Questa politica
condizione dell'Italia e della Spagna ha prodotto e produce i soliti e
immancabili effetti. Morte e privazione di letteratura, d'industria, di
società, di arti, di genio, di coltura, di grandi ingegni, di facoltà
inventiva, d'originalità, di passioni grandi, vive, utili o belle e splendide,
d'ogni vantaggio sociale, di grandi fatti e quindi di grandi scritti, inazione,
torpore così nella vita privata e rispetto al privato, come rispetto al pubblico,
e come il pubblico è nullo rispetto alle altre nazioni. Questi effetti nati
subito, sono andati dal 600 in poi sempre crescendo sì in Italia che in
Ispagna, ed oggi sono al lor colmo in ambo i paesi, benchè le cagioni
assegnatene, forse non sieno maggiori oggi che nel principio, anzi forse al
contrario (sebbene però la placidezza del dispotismo, propria dell'ultimo
secolo, e quindi la blandizia di esso, n'è anzi la perfezione, la sommità e il
massimo grado, che un grado minore). Questo è avvenuto perchè niente in natura
si fa per salto, e perchè un vivente colpito dalla morte, si raffredda appoco
appoco, ed è più caldo assai a pochi momenti dalla morte che un pezzo dopo. Nel
600, ed anche nel 700, l'Italia già uccisa, palpitava e fumava ancora. Così
discorrasi della Spagna. Or l'una e l'altra sono immobili e gelate, e nel pieno
dominio della morte. Egli è costante, ed
io in molti luoghi l'ho sostenuto, [3861]che crescendo le cose, la
lingua sempre si accresce e vegeta. Ma appunto per la stessa ragione, arrestandosi
e mancando la vita, si ferma e impoverisce e quasi muore la lingua, com'è
avvenuto infatti dal 600 in qua agli spagnuoli ed a noi, le cui lingue di
ricchissime e potentissime che furono, si sono andate e si vanno di mano in
mano continuatamente scemando, restringendo e impoverendo, e sempre più
s'impoveriscono e perdono il loro esser proprio, e le ricchezze lor
convenienti, cioè le proprie, perchè le altrui ch'esse acquistano, molto
incapaci d'altronde di compensare le loro perdite, non sono di un genere che si
convenga alla natura loro. Veramente le dette lingue vanno morendo. Perchè in
fatti la Spagna e l'Italia, dal 600 in qua, e negli ultimi tempi massimamente,
non ebbero e non hanno più vita, non solo nazionale, ch'elle già non sono
nazioni, ma neanche privata. Senz'attività, senza industria, senza spirito di
letteratura, d'arti ec. senza spirito nè uso di società, la vita degli
spagnuoli e degl'italiani si riduce a una routine d'inazione, d'ozio,
d'usanze vecchie e stabilite, di spettacoli e feste regolate dal Calendario, di
abitudini ec. Mai niuna novità fra loro nè nel pubblico nè nel privato, di
sorta nessuna che dimostri in alcun modo la vita. Tutto quello ch'e' possono
fare si è di ricevere in elemosina un poco di novità sia di cose, sia di
costumi, sia di pensieri, e quasi un fiato di falsa ed aliena vita, dagli
stranieri. Questi sono che ci muovono [3862]quel pochissimo che noi
siamo mossi. Se noi non siamo ancora dopo un sì rapido corso del resto d'Europa
allo stato e grado in cui era la civiltà umana due o tre secoli addietro, (e
gli spagnuoli vi sono quasi ancora, e noi siam pure addietro delle altre
nazioni), son gli stranieri soli che ci hanno portati avanti. Noi non abbiam
fatto un passo nella carriera, nè abbiamo nulla contribuito all'avanzamento
degli altri, come gli altri hanno fatto ciascuno per la sua parte. Noi non
abbiam camminato, noi siamo stati trasportati e spinti. Noi siamo e fummo
affatto passivi. Quindi è ben naturale che noi siam passivi nella lingua
eziandio, la quale segue sempre e corrisponde perfettamente alle cose. Noi
abbiam pochissima conversazione, ma questa pochissima è straniera;
conversazione italiana non esiste; quindi è ben naturale che la conversazione
d'Italia non sia fatta in lingua italiana, e tutto ciò che ad essa appartiene,
e questo è moltissimo, e di generi assai moltiplice, e coerente con molte parti
della vita, costumi, letteratura ec. sia espresso in voci straniere, e non
abbia in italiano parole nè modi che lo significhino. Noi non possiamo avere lingua
propria moderna perchè oggi non viviamo in noi, ma quanto viviamo è in altri, e
per altrui mezzo, e di vita altrui, ed anima e spirito e fuoco non nostro.
Poichè la vita ci vien d'altronde, è ben naturale che di fuori e non
altrimenti, ci venga la lingua che in questa vita usiamo. E così dico della
letteratura. E quel che dico dell'Italia, dico [3863]altresì della
Spagna, la quale però, dal 600 in poi (come anche al suo buon tempo), vive e ha
vissuto men dell'Italia, non per altro se non perchè meno communicando cogli
stranieri, men vita ha ricevuto di fuori, non che per se stessa ell'abbia avuto
molto men vita di noi, e forse anche per suo carattere è meno atta a tal
comunione, e a ricevere la vita altrui. E quindi la sua lingua e letteratura,
isterilendosi, decrescendo, scemando, perdendo e riducendosi a nulla quanto la
nostra ha fatto, si è forse contuttociò meno imbarbarita ec. della nostra: che
non so se si debba contare per maggior male o bene ec. (10-11. Nov. 1823.)
A quello che altrove
ho detto del latino diminutivo positivato sella, aggiungi il francese selle,
col suo diminutivo sellette, ec. e v. gli spagnuoli ec. (11. Nov. 1823.)
Accade nelle lingue
come nella vita e ne' costumi; e nel parlare come nell'operare, e trattare con
gli uomini (e questa non è similitudine, ma conseguenza). Nei tempi e nelle
nazioni dove la singolarità dell'operare, de' costumi ec. non è tollerata, è
ridicola ec. lo è similmente anche quella del favellare. E a proporzione che la
diversità dall'ordinario, maggiore o minore, si tollera o piace, ovvero non
piace, non si tollera, è ridicola ec. più o meno; maggiore o minore o niuna
diversità piace, dispiace, si tollera o non si tollera nel favellare. Lasceremo
ora il comparare a questo proposito le lingue antiche colle moderne, e il
considerare come corrispondentemente [3864]alla diversa natura dello
stato e costume delle nazioni antiche e moderne, e dello spirito e società
umana antica e moderna, tutte le lingue antiche sieno o fossero più ardite
delle moderne, e sia proprio delle lingue antiche l'ardire, e quindi esse sieno
molto più delle moderne, per lor natura, atte alla poesia; perocchè tra gli
antichi, dove e quando più, dove e quando meno, hédokÛmei la singolarità dell'opere, delle
maniere, de' costumi, de' caratteri, degl'istituti delle persone, e quindi
eziandio quella del lor favellare e scrivere. La nazion francese, che di tutte
l'altre sì antiche sì moderne, è quella che meno approva, ammette e comporta,
anzi che più riprende ed odia e rigetta e vieta, non pur la singolarità, ma la
nonconformità dell'operare e del conversare nella vita civile, de' caratteri
delle persone ec.; la nazion francese, dico, lasciando le altre cose a ciò
appartenenti, della sua lingua e del suo stile; manca affatto di lingua poetica,
e non può per sua natura averne, perocchè ella deve naturalmente inimicare e
odiare, ed odia infatti, come la singolarità delle azioni ec. così la
singolarità del favellare e scrivere. Ora il parlar poetico è per sua natura
diverso dal parlare ordinario. Dunque esso ripugna per sua natura alla natura
della società e della nazione francese. E di fatti la lingua francese è
incapace, non solo di quel peregrino che nasce dall'uso di voci, modi,
significati tratti da altre lingue, [3865]o dalla sua medesima antichità,
anche pochissimo remota, ma eziandio di quel peregrino e quindi di quella
eleganza che nasce dall'uso non delle voci e frasi sue moderne e comuni, cioè
di metafore non trite, di figure, sia di sentenza, sia massimamente di dizione,
di ardiri di ogni sorta, anche di quelli che non pur nelle lingue antiche, ma
in altre moderne, come p.e. nell'italiana, sarebbero rispettivamente de' più
leggeri, de' più comuni, e talvolta neppure ardiri. Questa incapacità si
attribuisce alla lingua; ella in verità è della lingua, ma è ancora della
nazione, e non per altro è in quella, se non perch'ella è in questa. Al
contrario la nazion tedesca, che da una parte per la sua divisione e
costituzion politica, dall'altra pel carattere naturale de' suoi individui, pe'
lor costumi, usi ec. per lo stato presente della lor civiltà, che siccome assai
recente, non è in generale così avanzata come in altri luoghi, e finalmente per
la rigidità del clima che le rende naturalmente propria la vita casalinga, e
l'abitudine di questa, è forse di tutte le moderne nazioni civili la meno atta
e abituata alla società personale ed effettiva; sopportando perciò facilmente
ed anche approvando e celebrando, non pur la difformità, ma la singolarità
delle azioni, costumi, caratteri, modi ec. delle persone (la qual singolarità
appo loro non ha pochi nè leggeri esempi di fatto, anche in città e corpi
interi, come in quello de' fratelli moravi, e in altri molti istituti ec. ec.
tedeschi, che per verità non hanno [3866]punto del moderno, e parrebbero
impossibili a' tempi nostri, ed impropri affatto di essi), sopporta ancora, ed
ammette e loda ec. una grandissima singolarità d'ogni genere nel parlare e
nello scrivere, ed ha la lingua, non pur nel verso, ma nella prosa, più ardita
per sua natura di tutte le moderne colte, e pari in questo eziandio alla più
ardita delle antiche. La qual lingua tedesca per conseguenza è poetichissima e
capace e ricca d'ogni varietà ec. (11. Nov. 1823.) Il pellegrino e
l'elegante che nasce dall'introdurre nelle nostre lingue voci, modi, e
significati tolti dal latino, è quasi della stessa natura ed effetto con quello
che nasce dall'uso delle nostre proprie voci, modi e significati antichi, o
passati dall'uso quotidiano, volgare, parlato ec. Perocchè siccome queste, così
quelle (e talor più delle seconde, che siccome erano, così conservano talvolta
del barbaro della loro origine o dell'incolto di que' tempi che le usarono ec.)
hanno sempre (quando sieno convenientemente scelte, ed atte alle lingue ove si
vogliono introdurre) del proprio e del nazionale, quando anche non sieno mai
per l'addietro state parlate nè scritte in quella tal lingua. E ciò è ben
naturale, perocch'esse son proprie di una lingua da cui le nostre sono nate ed
uscite, e del cui sangue e delle cui ossa queste sono formate. Onde queste tali
voci ec. spettano in certo modo all'antichità delle nostre lingue, e riescono
in queste quasi come lor proprie voci antiche. Sicchè non è senza ragione
verissima, se biasimando l'uso o introduzione di voci ec. tolte dall'altre
lingue, sieno antiche sieno moderne, (eccetto le voci ec. già naturalizzate)
lodiamo quella delle voci ec. latine. Perocchè quelle a differenza di queste,
sono come di sangue, così di aspetto e di effetto straniero, e diverso [3867]da
quello delle altre nostre voci, e delle nostre lingue in genere, e del loro
carattere ec. La novità tolta prudentemente dal latino, benchè novità
assolutissima in fatto, è per le nostre lingue piuttosto restituzione
dell'antichità che novità, piuttosto peregrino che nuovo; e veramente (anche
quando non sia troppo prudente nè lodevole) ha più dell'arcaismo che del
neologismo. Al contrario dell'altre novità, e degli altri stranierismi ec. E
per queste ragioni, oltre l'altre, è ancor ragionevole e consentaneo che la
lingua francese sia, com'è, infinitamente men disposta ad arricchirsi di novità
tolta dal latino, che nol son le lingue sorelle. Perocchè essa lingua è molto
più di queste sformata e diversificata dalla sua origine, degenerata,
allontanata ec. Onde quel latinismo che a noi sarebbe convenientissimo e
facilissimo perchè consanguineo e materno ec. alla lingua francese, tanto
mutata dalla sua madre, riescirebbe affatto alieno e straniero e non materno
ec. Meglio infatti generalmente riesce e fa prova e si adatta e s'immedesima e
par naturale nella lingua francese la novità tolta dall'inglese e dal tedesco
(che agl'italiani e spagnuoli sarebbe insopportabile e barbara) che quella dal
latino. Questo può vedersi in certo modo anche ne' cognomi e nomi propri
inglesi, tedeschi, ec. che si nominino nel francese. Paiono sovente e gran
parte di loro molto men forestieri che tra noi, e men diversi ed alieni da'
nazionali. Quello ch'io dico
della novità tolta dal latino, si può anche dire intorno a quella tolta dalle
lingue sorelle, la quale pure noi difendiamo, condannando gli altri
stranierismi. Ma bisogna però in questo particolare far distinzione tra quello
ch'è proprio delle lingue sorelle [3868]in quanto sorelle, e quello ch'è
proprio loro in quanto lingue diverse dalla nostra; quello che conviene al
carattere generale della famiglia, e quello che al carattere dell'individuo;
quello che spetta in certo modo a tutta la famiglia, e che solo per caso si
trova esser proprietà e possessione di un solo individuo di essa e non d'altri,
o di alcuni sì, d'altro no, e quello che ec.; quello che spetta a quella tal
lingua, in quanto ella si confa colla nostra, come che sia, e quello che le
appartiene in quanto ella dalla nostra si diversifica; ec. ec. Quello è atto
alla nostra lingua, qual ch'esso si sia per origine e per qualunque cosa, e può
presso noi parere un arcaismo, ed avere un peregrino non diverso da quello de'
nostri effettivi arcaismi, e servire all'eleganza ec.; questo no, e non parrà
che un neologismo ec. e un barbarismo, come se fosse tolto dalle lingue affatto
straniere ec. La novità tolta dalle lingue sorelle dev'esser tale che per
l'effetto riesca quasi un arcaismo, cioè il pellegrino e l'elegante che ne
risulta somigli a quello che nasce dall'uso conveniente dell'arcaismo moderato
ec. (11. Nov. 1823.) Alla p.3717. marg. V.
il Forc. sì ne' composti di sono, e sì in sono as fine, dalle
cose dette nel qual luogo, e in Tono as ui fine, e in Crepo as
fine ec. si potrebbe forse dubitare che la cagione dell'anomalia di cui discorriamo
in tali verbi della prima, non sia quella che noi supponiamo, ma un'altra,
ch'io però, generalmente almeno, non credo.[37]
E certo quest'anomalia non è in pochi della prima, e nella più parte di questi,
non si trova vestigio alcuno di terza coniugazione se non nel perfetto ec. e
supino. E la desinenza in ui trovasi veramente in molti verbi della 3a.
[3869](p.3707.) ma ella è anche in essi anomala, e bisognosa essa stessa
che se ne renda ragione e se ne assegni l'origine. E chi sa che anzi per lo
contrario tali verbi della terza non abbiano ricevuto tali perfetti dalla prima
o dalla 2da cioè si coniugasse una volta p.e. coleo es, in
vece o non meno che colo is, e di quello sia il perfetto colui:
in luogo di dire che sonui sia di sono is, crepui e crepitum
di crepo is ec. Il qual crepo is dev'essere stato supposto da
quel grammatico del Forcell. per non essersi ricordato di tanti altri verbi
della 1. che fanno in ui itum, come crepo as.[38]
(12. Nov. 1823.). Lacesso is, ivi ed ii, itum, ere. Senza dubbio
il perfetto e supino di lacessere non è suo, ma in origine è di un lacessio
della quarta. Infatti si ha lacessiri. V. Forc. in lacesso princ.
Così dite di peto is, ivi ed ii, itum, e s'altri simili ve n'ha.
V. p.3900. Al detto altrove di tosare,
tonsito ec. aggiungi detonso as da detondeo. (12. Nov. 1823.)
Alla p.3710. I verbi
incoativi si formano da' supini regolari e primitivi, usitati o inusitati, de'
verbi positivi noti o ignoti, cioè da' supini in atum della prima, etum
della 2. itum della 3. ed itum della quarta; mutato il tum
in sco. Quindi dalla prima gl'incoativi fanno in asco, dalla 2.
in esco, dalla 3. e 4. in isco. Queste sono desinenze
caratteristiche e dimostrative della congiugazione del verbo positivo ond'essi
incoativi sono formati. E attendendo a queste, non si può sbagliare la
coniugazione del rispettivo verbo positivo (se ciò non è tra la 3. e la 4. onde
viene una sola desinenza, cioè in isco).[39]
E noto il verbo positivo, non si può dubitar della desinenza dell'incoativo.
Da' supini in tum irregolari o contratti ec. e dagli altri irregolari
supini in sum, in xum ec. ec. non mi sovviene che si faccia
alcuno incoativo. Del rimanente attendendo a questa osservazione, gl'incoativi,
non meno che [3870]i continuativi, e le altre specie di verbi o voci qualunque
derivanti da' supini, debbono servire a conoscere i veri supini regolari de'
verbi sì in generale sì ne' casi particolari, e nell'uno e nell'altro modo
appoggiano le mie asserzioni circa le vere primitive forme d'essi supini ec. Callisco
da calleo è detto, come il Forc. osserva ŽrxaókÇw per callesco. Tali
varietà di pronunzia ec. non debbono intendersi ostare alla regola da me
proposta circa la formazione degl'incoativi. Fors'anche si potrebbe dire che callisco
venisse dal non regolare e secondario supino callitum (inusitato) per calletum
(inusitato). Dubito infatti che da' supini in itum della prima e 2da
benchè non regolari o non primitivi ec. pur si faccia qualche incoativo,
sebbene niun esempio me ne soccorre, se non fosse il sopraddetto. Del resto la detta
regola porta questo corollario, che non solo gl'incoativi dimostrano i verbi
positivi ancorchè ignoti, cosa confermata da me con tante altre prove, ma ne
dimostrano eziandio la coniugazione. E che se v'ha un verbo positivo il cui
supino regolare e primitivo non sia capace di produrre un incoativo colla
desinenza che si trova in quello ch'esiste, questo incoativo (eccetto le
differenze di pronunzia o qualche irregolarità come sopra) dimostra un altro
verbo positivo diverso da quello che generalmente forse sarà creduto essere il
suo originale, o una diversa forma di questo verbo. Per es. fluesco
parrà venir da fluo. Ma la desinenza in esco e non in isco
(se già non fosse una variazione [3871]di pronunzia al contrario di callisco
ch'è per callesco, variazione che potrebbe anche avere avuto luogo in vivesco
per vivisco; ovvero un error di codici, come è creduto da alcuni quello
di scriver vivesco) dimostra un flueo-etum, cioè un verbo diverso
da fluo d'altro significato ec. ovvero un'altra forma dello stesso fluo,
al qual proposito v. la pag.3868-9. E vedila ancora per tonesco, se
questo non è errore o varietà di pronunzia per tonisco da tonitum
di tono is o di tono as ui. Io dico che i verbi in sco
regolarmente debbono avere, ed anticamente ebbero, il supino in itum, e
il perfetto in sci. Che regolarmente non possano avere se non questi
perfetti e supini, è chiaro. Che anticamente l'avessero infatti, sebben questo
non è necessario, e la prima proposizione può stare senza questa seconda, e ben
poterono i verbi in sco, tutti o alcuni, esser difettivi anche
anticamente; pure, almen quanto ad alcuni, si è già dimostrato altrove per quel
che tocca al supino. Per ciò che spetta al perfetto gli esempi di fatto ne son
più rari. Vero è che i supini dimostrano i perfetti, secondo il detto altrove
della formazion di quelli da questi. Ma eziandio un effettivo perfetto in sci
vedilo in Callisco appo il Forcell. (12. Nov. 1823.) Alla p.3702. Ben è
consentaneo che da un tema in eo venisse un supino in etum,
conservandosi l'e caratteristica della coniugazione, come s'è detto,
p.3699 fine, circa il perfetto in ei ed evi. E tanto più è
consentaneo che il proprio supino della 2da sia in etum, e
questo, lungo, quanto che il suo proprio perfetto è in ei o evi;
atteso [3872]che i supini si formano dai perfetti, come altrove
dimostro. Onde anche viceversa i supini in etum lungo, dimostrano che il
proprio perfetto della 2. è in ei o evi, ec. (12. Nov. 1823.). V. p.3873. Alla p.3854.
Nondimeno i supini contratti della 2. poterono anche direttamente venire dai
rispettivi supini in etum senza passare per la forma in itum,
cioè p.e. doctum esser contratto da docetum, non da docitum,
soppressa la e, come nei perfetti in ui della stessa
coniugazione, cioè p.e. docui ossia docvi, ch'è contrazione di docevi.
Onde adultum cioè adoltum, potrebbe benissimo venire da adolevi
senza adolui, cioè essere una contrazione immediata di adoletum
fatto da adolevi. Anzi siccome per una parte non suole l'e
passare in i, dall'altra non veggo ragion sufficiente per cui da'
perfetti in ui sì della seconda sì della prima, si debba fare un supino
in itum, io dico che tutti i supini in itum usitati o no della 2.
e della 1. vengono bensì da' perfetti in ui, ma non immediatamente. Da'
perfetti in ui che sono contratti, p.e. domvi da domavi, mervi
da merevi, vennero dei supini contratti, cioè domtum, mertum (che
noi infatti ancora abbiamo, e i franc. domter ec.), ne' quali era
soppresso l'e e l'a come ne' perfetti. Da questi supini poi,
interpostavi per più dolcezza la lettera i, solita (com'esilissima
ch'ella è tra le vocali) sì nel latino sì altrove ad interporsi tra più
consonanti, quando non si cerca altro che un appoggio e un riposo momentaneo e
passeggero alla pronunzia, riposo fuor di regola e originato ed autorizzato
solo dalla comodità della pronunzia, onde quella vocale non ha che far col
tema, ed è accidentale affatto, e un semplice affetto e accidente di pronunzia;
vennero i supini in itum, come domitum, meritum. Sicchè al
contrario di quel ch'io ho detto per lo passato, [3873]i supini
contratti precederono quelli in itum, e questi vengono da quelli, e li
suppongono e dimostrano, ma non viceversa. Sicchè doctum non dimostra nè
esige che vi fosse un docitum, bensì meritum un mertum; sectum
non dimostra un secitum, bensì domitum un domtum (simile
ad emtum ec. onde domter ec.). Bensì i supini contratti, e per
conseguenza anche quelli in itum, che ne derivano, suppongono e
dimostrano i perfetti in ui. Da' quali immediatamente e regolarmente
vengono i supini contratti, e mediatamente e irregolarmente quelli in itum
(specie di pronunzia de' contratti, e però contratti essi stessi; avendo
l'esilissima i e breve, in cambio dell'a o e): e non
viceversa, come per l'addietro io diceva. (12. Nov. 1823.). V. p.3875. Alla p.3872. Secondo
queste mie osservazioni i temi della seconda avrebbero in tutta la coniugazione
conservato l'e. Ed è ben giusto, perocch'ella in essi è radicale. Così
l'i penultimo nella quarta, che si conserva in essa coniugazione tutta
intera, ne' verbi regolari.[40]
Non così l'a nella prima, dove essa lettera non è caratteristica, benchè
propria dell'infinito. Infatti manca nel tema, e nel presente ottativo ec. ec.
Similmente il penultimo e di legere. Ne' temi de' verbi son
radicali tutte le lettere eccetto l'ultima, cioè l'o, ch'è la desinenza
non del tema in quanto tema, ma in quanto voce presente indicativo singolare
prima persona attiva del verbo rispettivo. Or come la prima e la 3. finiscono
per lo più in o impuro, esse coniugazioni per se stesse non hanno vocale
alcuna che sia radicale generalmente in tutti i temi della coniugazione. [3874]Ma
ne' temi della 2. e 4. l'e e l'i penultimi son propri elementi
del tema in quanto tema, non in quanto prima persona ec. Dunque come propri e
radicali elementi del tema, si debbono conservare in tutta la coniugazione,
considerata regolare e non contratta. E la propria forma, in somma, della
coniugazione li deve conservar sempre, come la prima e la 3. conserva tutti gli
elementi proprii de' suoi temi, cioè am in amo, leg in lego
ec. Li conserva, dico, sempre, se non quando è o irregolare o contratta, il che
non ha che far colla sua proprietà, ed è accidente non regola nè natura. E
quando ne' verbi della prima o della terza, benchè in essi non sia costante nè
proprio della coniugazione che l'ultima radicale del tema sia una vocale, come
lo è nella 2. e 4., quando, dico, questo s'incontra, essa vocale si conserva
per tutta la coniugazione del verbo, purch'ella sia regolare giacchè per
anomalia spesse volte la sopprime, come in sapio, capio (verbi della 3.)
e loro composti desipio, recipio ec. ec. come in meo as, fluo is (benchè
non sia primitiva la coniugazione di questo ec.), ruo, tribuo ec. Or
dunque perchè l'ultima vocale radicale del tema, che, regolarmente, si conserva
in tutta la coniugazione de' verbi sì della quarta, sì della 1. e 3. quando in
queste ha luogo (e se non la vocale si conserva la consonante, quando questa è
l'ultima radicale), perchè, dico, non si dee conservare nella seconda? anzi
regolarmente e costantemente si dee perdere? e se non si perde, ha da essere
irregolarità? Or tutto questo avverrebbe se non si ammettono le nostre
osservazioni e regole, secondo le quali la presente forma della coniugazione 2.
è contratta e non primitiva. E solo le nostre osservazioni mostrano, [3875]ciò,
cred'io, per la prima volta, la primitiva analogia della seconda con tutte
l'altre nel conservare l'ultima lettera radicale del tema, e le ragioni e i
modi per li quali è avvenuto che nella sua presente più usitata forma ella
sola, fra tutte, non lo conservi. (13. Nov. 1823.)
Ho detto altrove che patulus
sembra diminutivo positivato di un patus. Male. Non tutti i nomi in ulus,
nè tutti i verbi in ulare sono diminutivi neppur per origine e regola di
formazione: p.e. iaculum da iacio, speculum e specula da specio,
vehiculum, curriculum, adminiculum, amiculum da amicio, periculum da
peir‹v, iaculari, speculari, famulus, famulor ec., retinaculum,
miraculum, obstaculum, stimulus, stimulo, stabulum, stabulo, pabulum, poculum,
fabula, fabulor ec. (v. la p.3844.), crepitaculum, sustentaculum,
baculum, baculus, osculum, ec. Patulus è di questi, fatto a dirittura da pateo ec. (13.
Nov. 1823.). Fors'anche oculus è di questi, contro il detto altrove. V.
Forc. ec. Alla p.3873. Resta
però quello che io per l'addietro ho sempre detto circa i supini della 3. e 4.
E la presente correzione non riguarda che la 1. e 2. Lectum cioè legtum
è vera contrazione di legitum, è fatto per soppressione dell'i,
suppone e dimostra legitum, gli è posteriore, i supini veri e regolari e
non contratti della 3. e 4. sono in itum e itum e non altrimenti
ec. I contratti della terza e quarta, come lectum, quaestum, sono
contrazioni de' supini in itum e fatti per soppressione dell'esilissima
vocale i o i. I supini in itum della 1. e 2. vengono da'
contratti, e son fatti al contrario di quelli per addizione dell'esilissimo
suono i. (13. Nov. 1823.) Alla p.3873. marg. -
e non contratti. Come venio is veni. [3876]Perde spesso la i,
come in venerunt, veneram ec. per venierunt venieram ec. che sarebbe
il regolare; o ciò sia anomalia, o contrazione, ch'io piuttosto credo. La qual
contrazione ha principio nella stessa prima voce del perfetto veni per venii.
Anzi da questa nasce il tutto ec. Così ne' composti, come invenio ec. e
in altri molti verbi. (13. Nov. 1823.). V. p.3895. Dico che l'uomo è
sempre in istato di pena, perchè sempre desidera invano ec. Quando l'uomo si
trova senza quello che positivamente si chiama dolore o dispiacere o cosa
simile, la pena inseparabile dal sentimento della vita, gli è quando più,
quando meno sensibile, secondo ch'egli è più o meno occupato o distratto da
checchessia e massime da quelli che si chiamano piaceri, secondo che per natura
o per abito o attualmente egli è più vivo e più sente la vita, ed ha maggior vita
abituale o attuale ec. Spesso la detta pena è tale che, per qualunque cagione,
e massime perch'ella è continua, e l'uomo v'è assuefatto fino dal primo istante
della sua vita, non l'osserva, e non se n'avvede espressamente, ma non però è
men vera. Quando l'uom se n'avvede, e ch'ella sia diversa da' positivi dolori,
dispiaceri ec., ora ella ha nome di noia, ora la chiamiamo con altri nomi.
Sovente essa pena, che non vien da altro se non dal desiderare invano, e che in
questo solo consiste, e che per conseguenza tanto è maggiore e più sensibile
quanto il desiderio abitualmente o attualmente è più vivo, sovente, dico, ella
è maggiore nell'atto e nel punto medesimo del piacere, che nel tempo [3877]della
indifferenza e quiete e ozio dell'animo, e mancanza di sensazioni o concezioni
ec. passioni ec. determinatamente grate o ingrate; e talvolta maggiore eziandio
che nel tempo del positivo dispiacere, o sensazione ingrata sino a un certo
segno. Ella è maggiore, perchè maggiore e più vivo in quel tempo è il desiderio,
come quello ch'è punto e infiammato dalla presente e attuale apparenza del
piacere, a cui l'uomo continuamente sospira; dalla vicina anzi presente,
straordinaria e fortissima, e fermissima e vivissima anzi si può dir certa
speranza e quasi dal vedersi vicinissima e sotto la mano la felicità, ch'è il
suo perpetuo e sovrano fine, senza però poterla afferrare, perocchè il
desiderio è ben più vivo allora, ma non più fruttuoso nè più soddisfatto che
all'ordinario. Il desiderio del piacere, nel tempo di quello che si chiama
piacere è molto più vivo dell'ordinario, più vivo che nel tempo d'indifferenza.
Non si può meglio definire l'atto del piacere umano, che chiamandolo un
accrescimento del naturale e continuo desiderio del piacere, tanto maggiore
accrescimento quanto quel preteso e falso piacere è più vivo, quella sembianza
è sembianza di piacer maggiore. L'uomo desidera allora la felicità più che nel
tempo d'indifferenza ec. e con assolutamente eguale inutilità. Dunque il
desiderio essendo più vivo da un lato, ed egualmente vano dall'altro, la pena
compagna naturale del sentimento della vita, la qual nasce appunto e consiste
in questo desiderio di felicità e quindi di piacere, dev'esser maggiore e più
sensibile nell'atto del piacere (così detto) che all'ordinario. Essa lo è
infatti (se non quando e quanto la sensazione piacevole, o l'immaginazione [3878]piacevole,
o quella qualunque cosa in cui consiste e da cui nasce il così detto piacere,
serve e debb'esser considerata come una distrazione e una forte occupazione ec.
dell'animo, dell'amor proprio, della vita e dello stesso desiderio; e questo è
il migliore e più veramente piacevole effetto del piacere umano o animale;
occupare l'animo, e, non soddisfare il desiderio ch'è impossibile, ma per una
parte, e in certo modo, quasi distrarlo, e riempiergli quasi la gola, come la
focaccia di Cerbero insaziabile). E l'uomo, che in uno stato ordinario bene
spesso, anzi forse il più del tempo, appena si avvede di detta pena, nell'atto
del piacere, se ne avvede sempre o quasi sempre, ma non sempre l'osserva nè ha
campo di porvi mente, e ben di rado l'attribuisce alla sua vera cagione e ne
conosce la vera natura; di radissimo poi nè in quel punto, nè mai, o ch'ei
rifletta sul suo stato d'allora in qualche altro tempo, o che mai non lo
consideri ec. rimonta al principio e generalizza ec. nel qual caso egli
ritroverebbe quelle universali e grandi verità che noi andiamo osservando e
dichiarando, e che niuno forse ancora ha bene osservate, o interamente e
chiaramente comprese e concepute ec. (13. Nov. 1823.) Alla p.3639. marg.
Esseri più forti dell'uomo; ecco i primi Dei adorati dagli uomini, o da loro
riconosciuti e immaginati e considerati per tali; ecco la prima idea della
divinità. E come i più forti per lo più anzi, naturalmente e primitivamente,
sempre si prevalgono di questo, come di ogni altro, vantaggio, in loro proprio
bene, e quindi sovente in danno de' più deboli, e però essi sono, appunto in
quanto più forti, malefici e formidabili ai più deboli; e come gli stessi individui
umani, massime nella società primitiva e selvaggia (che fu quella in cui nacque
[3879]l'idea della Divinità) così ne usavano e ne usano verso i più
deboli per qualunque lato, sì loro simili, sì d'altre specie; quindi nell'idea
primitiva della Divinità che consisteva nella maggior forza e soprumana,
dovette necessariamente entrare l'idea della maleficenza e della terribilità,
naturali effetti e conseguenze e compagne della maggior forza. Anche gli uomini
ch'erano o erano stati straordinariamente superiori e più forti degli altri,
sia di forza corporale, sia di quella che nasce da qualunqu'altro vantaggio,
ancorchè malefici, temuti e odiati, furono non di rado nelle società primitive,
e lo sono forse ancora nelle selvagge, divinizzati sì nell'idea, sì talora nel
culto, vivi o morti; e questo si può anche riconoscere presso i critici che
indagano le origini della stessa mitologia greca, men feroce e terribile e
odiosa, anzi più molle ed umana e ridente e amena e vaga e graziosa ed amabile
di tutte l'altre ec. (13. Nov. 1823.) Alla p.3715. Sono
molte volte che la noia è un non so che di più vivo, che ha più sembianza
perciò di passione, e quindi avviene che non sia sempre in tali casi chiamata
noia, benchè filosoficamente parlando, ella lo sia, consistendo in quel
medesimo in cui consiste quel che si chiama noia, cioè nel desiderio di
felicità lasciato puro, senza infelicità nè felicità positiva, e differendo
solo nel grado da quella che noia comunemente è chiamata. E differisce nel
grado, in quanto ell'è noia, in certo modo più intensa, sensibile e viva,
qualità che l'avvicinano all'infelicità così chiamata positivamente, e che
paiono poco convenevoli [3880]alla noia. Ella infatti, benchè del genere
stesso, è più passione è più penosa, che la noia, così comunemente chiamata,
non è. Ed è tale perch'ella nasce e consiste in un desiderio più vivo, e al
tempo stesso ugualmente vano. Questa sorta di passione è quella che provano
generalmente i giovani quando sono in istato di non piacere e non dispiacere.
Essi sono poco capaci della noia comunemente detta. Essi sono poco capaci di
trovarsi giammai senza un'attuale, ancorchè indeterminata passione,[41]
più viva d'essa noia, perchè il loro amor proprio, e quindi il lor desiderio di
felicità e di piacere, ugualmente vano che nell'altre età, è molto più vivo,
generalmente parlando. Incapaci di noia comunemente detta, benchè privi di
piacere e dispiacere, sono ancora similmente quegli stati dell'individuo, di
cui ho detto p.3835-6.3876-8. e simili. Altresì lo stato di desiderio presente
e vivo determinato a qual si sia cosa; benchè privo anche questo stato, di
piacere e dispiacere positivo ec. E così discorrendo. Questa sorta di passione,
diversa dalla noia comunemente detta, ma dello stesso genere ec., questa ancora
io voglio comprendere sotto il nome di noia, e ad essa ancora si deve intendere
ch'io abbia riguardo quando affermo che la noia corre immancabilmente e
immediatamente a riempiere qualunque vuoto lasciato dal piacere o dispiacer
così detto ec. e che l'assenza dell'uno e dell'altro è noia per sua natura, e
che mancando essi, v'è la noia necessariamente, e che posta tal mancanza è
posta la noia ec. come alle p.3713-5. (13. Nov. 1823.) [3881]Come fra gli antichi le cose e
funzioni sacre fossero in mano de' profani ec. del che altrove, vedi la Polit.
di Aristotele, l.6. fine, Florent. 1576. p.543. massime in fine, e quivi il
Vettori. (14. Nov. 1823.)
Monosillabi latini. Pluo,
secondo le nostre osservazioni sulla monosillabia antica e volgare di tali
dittonghi (come uo) non riconosciuti da' grammatici. (14. Nov. 1823.). V. il pens.
seg. Alla p.3850. fine. Buo
è andato in disuso restando il composto imbuo. Se però imbuo è da
in e buo (v. Forc.) e non piuttosto corruzione e pronunzia d'imbibo
(che pur sussiste) pronunziato imbivo (imbevere, imbevo che vale
appunto imbuo, ed è certo da bibo, e v. i francesi e spagnuoli) -
imbiuo - imbuo, come lavo ne' composti e nel greco è luo,
e per lo contrario da pluere noi facciamo piovere, llover ec. E
mille esempi in questi propositi si potrebbero addurre.[42]
Così exbuae sarebbe corruzione o pronunziazione di exbibae, vinibuae
di vinibibae, fors'anche bua (bumba) di biba. Di
tali cangiamenti nati dall'affinità ec. tra il v e l'u, ho detto
altrove. Ovvero Imbuo può esser fatto direttamente da in e da bua
(bevanda), sia che questa voce sia alterazione di biba, o che sia un
antico monosillabo significante bevanda, restato poi solo per usi
puerili, sia anche in origine una voce puerile. (14. Nov. 1823.) Il vino, il cibo ec.
dà talvolta una straordinaria prontezza vivacità, rapidità, facilità, fecondità
d'idee, di ragionare, d'immaginare, di motti, d'arguzie, sali, risposte ec.
vivacità di spirito, furberie, risorse, trovati, sottigliezze grandissime di
pensiero, profondità, verità astruse, tenacità [3882]e continuità ed
esattezza di ragionamento anche lunghissimo e induzioni successive moltissime,
senza stancarsi, facilità di vedere i più lontani e sfuggevoli rapporti, e di
passare rapidamente dall'uno all'altro senza perderne il filo ec. volubilità
somma di mente ec. Questo secondo le condizioni particolari delle persone, ed
anche le loro circostanze sì attuali in quel punto, sì abituali in quel tempo,
sì abituali nel resto della vita ec. Ma quello accrescimento di facoltà
prodotto dal vino, ec. è indipendente per se stesso dall'assuefazione. E gli
uomini più stupidi di natura, d'abito ec. divengono talora in quel punto
spiritosi, ingegnosissimi ec. V. p.3886. Questo si applichi alle mie
osservazioni dimostranti che il talento e le facoltà dell'animo ec. essendo in
gran parte cosa fisica, e influita dalle cose fisiche ec. la diversità de'
talenti in gran parte è innata, e sussiste anche indipendentemente dalla
diversità delle assuefazioni, esercizi, circostanze, coltura ec. (14. Nov. 1823.) Alla p.3801. Sì nelle
nazioni barbare o selvagge sì nelle civili, sì nelle corrotte ec. la società ha
prodotto infiniti o costumi o casi fatti ec. particolari, volontari o
involontarii ec. che o niuno può negare esser contro la natura sì generale, sì nostra,
contro il ben essere della specie, della società stessa ec. contro il ben
essere eziandio delle altre creature che da noi dipendono ec.; ovvero se ciò si
nega, ciò non viene che dall'assuefazione, e dall'esser quei costumi ec. nostri
propri: onde dando noi del barbaro ai costumi e fatti d'altre nazioni e
individui, ec. meno snaturati talora de' nostri, non lo diamo a questi ec. E
generalmente noi chiamiamo barbaro quel ch'è diverso [3883]dalle nostre
assuefazioni ec. non quel ch'è contro natura, in quanto e perciocch'egli è
contro natura. Ma tornando al proposito, tali costumi o fatti snaturatissimi
che senza la società non avrebbero mai avuto luogo, nè esempio alcuno in veruna
delle specie dell'orbe terracqueo, hanno avuto ed hanno ed avranno sempre luogo
in qualsivoglia società, selvaggia, civile, civilissima, barbara, dove e quando
gli uni, quando gli altri, ma da per tutto cose snaturatissime. Il che vuol
dire che la società gli ha prodotti, e che non potea e non può non produrli,
cioè non produr costumi e fatti snaturati, e se non tali, tali, e se non
questi, quelli, ma sempre ec. P.e. Il suicidio, disordine contrario a tutta la
natura intera, alle leggi fondamentali dell'esistenza, ai principii, alle basi
dell'essere di tutte le cose, anche possibili; contraddizione ec. da che cosa è
nato se non dalla società? ec. ec. V. p.3894. Ora in niuna specie d'animali,
neanche la più socievole, si potrà trovare che abbiano mai nè mai avessero
luogo non pur costumi, ma fatti particolari, non pur così snaturati come quelli
degl'individui e popoli umani in qualunque società, ma molto meno. Eccetto solo
qualche accidentalissimo disordine, o involontario, e quindi da non attribuirsi
alla specie, o volontario, ma di volontà determinata da qualche straordinarissima
circostanza e casualissima. E la somma di questi casi non sarà neppure in una
intera specie, contando dal principio del mondo, comparabile a quella de' casi
di tal natura in una sola popolazione di uomini dentro un secolo, [3884]anzi
talora dentro un anno. Questo prova bene che la naturale società ch'è tra gli
animali non è causa di cose contrarie a natura per se medesima e
necessariamente, ma per solo accidente, e il contrario circa la società umana.
E si conferma che l'uomo è per natura molto men disposto a società che
moltissimi altri animali ec. (14.
Nov. 1823.) Les Dames vous devront ce que la langue italienne devait au Tasse; cette
langue d'ailleurs molle et dépourvue de force, prenait un air male et de
l'énergie lorsqu'elle était maniée par cet habile poëte. Così scriveva il principe reale
di Prussia, poi Federico II alla marchesa du Châtelet, da Rémusberg agli 9. Nov.
1738. (Oeuvres complettes de Frédéric II. Roi de Prusse. 1790. tome 16. Lettres
du Roi de Prusse et de la Marquise du Châtelet. Lettre 5e p.307.) E nóto queste parole
perchè si veda l'esattezza del giudizio degli stranieri sulla nostra
letteratura, e la verità della material cognizione ch'essi ne hanno. Lascio
quello che Federico dice in generale sulla nostra lingua, ma il particolare del
Tasso, ch'è un fatto, e che poco si richiedeva a essere istruito come stésse,
non è egli tutto il contrario del vero? Federico dice del Tasso quel ch'è vero
di Dante, del quale il Tasso è tutto il contrario, anche più dell'Ariosto, e
quasi dello stesso Petrarca ec. V. p.3900. (14. Nov. 1823.). Eccetto se Federico non considera
o non intende di parlare del Tasso in comparazione del Metastasio, e più se de'
frugoniani, degli arcadici de' nostri poeti e prosatori sia puristi sia
barbaristi del [3885]passato secolo, insomma di quelli che nè scrissero
nè seppero l'italiano; nel qual caso il suo detto è certamente esente da ogni
rimprovero e controversia. (15. Nov.
1823.). V. p.3949.
Alla p.3706. Se però,
come dubito, fuvi per fui non è un raddoppiamento dell'u,
fatto per proprietà di pronunzia, della qual proprietà in questo e simili casi
v'hanno molti altri esempi ec. (v. la pag.3881. ec.). Il qual raddoppiamento
bensì può avere avuto luogo e occasione dal voler evitare l'iato, ma in modo
che ad evitarlo sia stato interposto il v, non in quanto semplicemente
atto e solito ad interporsi tra le vocali ianti, ma in quanto l'una e la più
sonante di queste nel nostro caso era l'u, cioè appunto un altro v,
secondo il detto altrove circa la medesimezza di queste lettere u e v
presso i latini massimamente. I quali non usavano che un carattere per
esprimer l'una e l'altra, cioè anticamente e nel maiuscolo il V, più
recentemente e nel semimaiuscolo o unciale, o forse in quello ch'era allora, o
anche anticamente, il corsivo e l'usuale, sia tutt'uno coll'unciale, sia
diverso, ec. l'u, come ne' palimpsesti vaticani, ambrogiani, sangallesi,
veronesi ec. (15. Nov. 1823.) Alla p.3588. marg. Di
ciò che io, sapendo essere vostro servitio, SENZA ALTRI VOSTRI COMMANDAMENTI
era tenuto di fare. Cioè senz'alcun vostro comandamento, di proprio moto.
Bernardo Tasso Lettere. Venetia 1603. appresso Lucio Spineda. Libro primo
car.27. pag.2. in 8vo piccolo. (17. Nov. 1823.)
[3886]Altrove osservo che il cul
de' latini si cangia assai sovente nell'italiano in chi o cchi (o-cu-lus,
o-cchi-o) o gli (pe-ri-cul-um, peri-gli-o), nello spagnuolo
in i (o-cu-lus, o-j-o) nel francese in ill o il o eil
o eill o ail o aill ec. (péril,
abeille, vermeil, ouaille, o-cul-us, o-eil ec.). Nótisi che tali cangiamenti non
sono certo direttamente stati fatti da cul, ma da cl contratto
nella volgar pronunzia latina, come si vede anche non di rado nel latino
illustre e scritto, massime appo i poeti; come seclum, periclum ec. (17. Nov. 1823.) Saltuaris, saltuarius,
saltuatim, saltuensis, saltuosus da saltus us. (17. Nov. 1823.) Salitio voce di Vegezio dimostra
l'antico supino salitum di salio pel contratto irregolare, ma
solo superstite, saltum, da cui si farebbe saltio, non salitio,
giacchè tali verbali son fatti da' supini o seguono la forma del supino. (17. Nov. 1823.) Alla p.3882. E quelli
che per l'ordinario non dimostrano ingegno nè talento se non per le cose gravi
e serie, allora lo dimostrano non di rado notabilissimo per lo scherzo ec. E
gli uomini di talento profondo ec. ma scarsissimi o alienissimi da quello che
si chiama spirito, e fors'anche tutto l'opposto che spiritosi; tardi, bisognosi
di molto tempo a concepire a inventare ec. freddi, secchi ec. allor divengono
spiritosissimi, prontissimi ec. E gli uomini d'ingegno riflessivo o simile, ma
non inventivo non immaginoso ec. allor dimostrano e veramente acquistano per
quel poco di tempo una notabile facoltà d'invenzione, immaginazione ec. ec. E
così discorrendo sulle diversità dei talenti ec. (17. Nov. 1823.) [3887]Alla p.3856. L'Italia produsse
nel 500 ec. molti capitani illustri, come il Trivulzio, il Montecuccoli ec. sia
che questi servissero alle loro rispettive nazioni italiane, o ad altra nazione
italiana diversa dalla propria, come la Repubblica di Venezia spesso conduceva
Generali italiani d'altri stati, a comandar le sue forze di terra o di mare; o
a principi stranieri, i quali in quel tempo si servirono spessissimo di
Generali e uffiziali italiani pel governo de' loro eserciti, conducendoli,
anche con grossi partiti, al loro servizio. Del che è curiosa a leggere
un'osservazioncella di Bernardo Tasso, Lettere citate qui dietro (p.3885.
fine), lib.1. car.29. e tutta quella lettera. Similmente dico de' politici e
ministri ec. italiani, e negoziatori italiani ec. di quel secolo, e anche de'
seguenti, fino agli ultimi tempi, in cui siamo veramente arrivati all'estremo
della nullità politica, e passività, ed incapacità di ogni sorta di operazione,
o certo totale inazione di fatto, sì in casa sì fuori. Come il Mazarino,
l'Alberoni, il Bentivoglio, ed anche il Lucchesini ec. Il dominio della
religione ai tempi passati, e fino alla rivoluzione, (benchè sempre
decrescente, ma non estinto fino ad essa rivoluzione) ma specialmente prima del
600, e per conseguenza il credito, l'influenza, e l'importanza del Papa e della
Corte di Roma, contribuirono grandemente, e forse, massime in certi tempi,
principalmente, a tener l'Italia in azione, a darle campo di esercitarsi nella
politica e negli affari, materia e modo di negoziare, importanza e peso,
negoziatori, diplomatici, politici, uomini che ebbero parte attiva negli
avvenimenti e ne' destini d'Europa, e i cui nomi divennero propri della storia.
[3888]Sia nelle materie strettamente religiose, che allora erano
strettamente legate colle politiche, e di grande importanza temporale, sia
nelle materie anche puramente politiche, gl'italiani ebbero allora dalla
religione grandi e continue opportunità occasioni e necessità di agire e di
pensare. Quanta politica ec. non fu dovuta mettere in opera dagl'italiani nel
Concilio di Trento e in tutti gli affari del Luteranismo, Calvinismo ec. Grandi
negoziazioni e trattative e maneggi e grandi e gravi affari furono allora
operati dagl'italiani, o da una Corte italiana, qual era quella del Papa, e da
membri che ad una corte italiana appartenevano; e tra questi brillarono non
pochi politici ec. Cardinali e nunzi e prelati e Vescovi ec. potenti appo i
forestieri ec. Negoziazioni ec. degli stranieri appo noi, che conservavano l'uso
e l'esercizio della politica e degli affari in casa nostra ec. ec. Questa causa
di azione e di qualche vita per l'Italia non si ristringeva ne' suoi effetti
alla sola politica, diplomatica, affari pubblici. Naturalmente i suoi effetti
si stendevano a tutte le parti della società e del civile consorzio. V'era una
vita in Italia. Or dunque tutte le parti della nazione e della società ne
partecipavano, come suole accadere. Quindi lo splendor delle arti, le grandi
imprese di edifizi ec. massime in Roma, sede della più importante politica
italiana ec. la chiesa di S. Pietro, le scolture, le pitture, le poesie, le
orazioni, le storie, il secolo di Leon X, la industria, il commercio ec.
Massime nel 500. ma dipoi ancora, fino alla rivoluzione, [3889]Roma
riunendo e ponendo in azione gli spiriti di conto sì propri, sì italiani, sì
forestieri, e dando materia agl'ingegni di svilupparsi, e occasione ai già
sviluppati di concorrere ad essa e quivi esercitarsi, stante l'esser sede
d'importanti affari; ebbe spirito di società, e conversazioni ec. sempre
decrescenti, fino ad estinguersi, ma pur non estinte affatto fino agli ultimi
anni. ec. ec. (17. Nov. 1823.) Come altrove ho
dimostrato, il solo perfetto stato di una società umana stretta, si è quello di
perfetta unità, cioè d'assoluta monarchia, quando il monarca viva e governi e
sia monarca pel ben essere de' suggetti, secondo lo spirito la ragione e
l'essenza della vera monarchia, e secondo che accadeva in principio. Ma quando
l'effetto della monarchia si riduca in somma a questo, che un solo nella
nazione, viva, e tutti gli altri non vivano se non se in un solo e per un solo,
e i suggetti servano unicamente al ben essere del monarca, in vece che questo a
quelli, e che l'effetto e la sostanza dell'unità della nazione sia questo, che
quanto essa unità è più perfetta, tanto la vita e il ben essere più si
ristringa in un solo, o almeno lo spirito d'essa unità e il proposito della
costituzion nazionale miri in effetto a questo fine; allora è certamente
meglio qualsivoglia altro stato; perocchè senza la perfetta unità, gli uomini
in società stretta non possono veramente godere del perfetto [3890]ben
esser sociale, nè la nazione è capace di perfetta vita; ma egli è peggio non
vivere e non essere (or la nazione sotto una tal monarchia, non è) che non
vivere perfettamente e non essere perfetta. Or, come ho altresì provato
altrove, non può assolutamente accadere che l'assoluta monarchia non cada nel
detto stato, nè che conservi il suo stato vero per alcuna cagione intrinseca ed
essenziale, e per altro che per caso, il quale è straordinariamente difficile
che abbia luogo, e mille cagioni intrinseche ed essenziali alla monarchia
assoluta considerata rispettivamente alla natura dell'uomo, si oppongono
positivamente alla detta conservazione ec. (17. Nov. 1823.) Sxedòn m¢n oïn kaÜ tŒ �lla deÝ nomÛzein eêr°sJai poll‹kiw ¤n tÒ pollÒ xrñnÄ, m�llon d¢ Žpeir‹kiw: tŒ m¢n gŒr ŽnagkaÝa t¯n xreÛan did‹skein eÞkòw aét®n, tŒ d¢ eÞw eésxhmosænhn kaÜ periousÛan (Victor. splendorem et
ubertatem), êparxñntvn ³dh toætvn (scil. tÇn ŽnagkaÛvn), eëlogon lamb‹nein t¯n aëjhsin. †Ωste kaÜ tŒ perÜ tŒw politeÛaw oàesJai deÝ ¦xein tòn trñpon toèton.†Oti d¢ p‹nta ŽrxaÝa, shmeÝon tŒ perÜ aàgupton ¤otÛn: oðtoi gŒr Žrxaiñtatoi m¢n dokoèsin eånai, nñmvn d¢ tetux®kasi kaÜ t‹jevw politik°w. Diò deÝ toÝw m¢n eÞrhm¡noiw ßkanÇw, xr°sJai, tŒ d¢ paraleleimm¡na peir�sJai zhteÝn. Aristot. Polit. l.7. Florent.
1576. p.593. (iis quae tradita sunt ita ut satis esse possint. Victor.). (18. Nov. 1823.)
[3891]Quelli che ci dicono che le cose
di questa vita, la gloria, le ricchezze e l'altre illusioni umane, beni o mali
ec. nulla importano, convien che ci mostrino delle altre cose le quali
importino veramente. Finchè non faranno questo, noi, malgrado i loro argomenti,
e la nostra esperienza, ci attaccheremo sempre alle cose che non importano,
perciò appunto che nulla importa, e quindi nulla è che meriti più di loro il
nostro attaccamento e sia più degno di occuparci. E così facendo, avrem sempre
ragione, anche, anzi appunto, parlando filosoficamente. (18. Nov. 1823.) Il carattere ec. ec.
degli uomini è vario, e riceve notabili differenze non solo da clima a clima,
ma eziandio da paese a paese, da territorio a territorio, da miglio a miglio;
non parlando che delle sole differenze naturali. Ne' luoghi d'aria sottile,
gl'ingegni sogliono esser maggiori e più svegliati e capaci, e particolarmente
più acuti e più portati e disposti alla furberia. I più furbi per abito e i più
ingegnosi per natura di tutti gl'italiani, sono i marchegiani: il che senza
dubbio ha relazione colla sottigliezza ec. della loro aria. Similmente
gl'italiani in generale a paragone delle altre nazioni. Mettendo il piede ne'
termini della Marca si riconosce visibilmente una fisonomia più viva, più
animata, uno sguardo più penetrante e più arguto che non è quello de'
convicini, nè de' romani stessi che pur vivono nella società e nell'uso di una
gran capitale. Così discorrasi delle altre [3892]differenze ec. Gli
abitatori de' monti differiscono notabilmente, se non di corpo, certo di
spirito, carattere, inclinazione ec. da quelli degli stessi piani e valli lor
sottoposte; i littorani da' mediterranei lor confinanti ec. ec. anche parlando
delle sole differenze cagionate dalle diversità naturali de' luoghi ec.
Infinito è il numero delle cagioni anche semplicemente naturali che producono
differenze tra gli uomini, e queste, benchè or maggiori or minori, sempre
notabili, e più notabili assai che in niun'altra specie di viventi, a causa
dell'estrema conformabilità e modificabilità dell'uomo, e quindi suscettibilità
di essere influito dalle cagioni anche menome di varietà, di alterazione ec.
che in altri esseri o non producono niuna varietà, o piccolissima ec. Le dette
cagioni di varietà s'incrociano per così dir tra loro, perchè il calor del
clima produce un effetto, la grossezza dell'aria un altro contrario, e ambedue
le dette cagioni s'incontrano bene spesso insieme; e così discorrendo. Esse si
temperano, si modificano, si alterano, si diversificano, s'indeboliscono, si
rinforzano scambievolmente in mille guise secondo le infinite diversità loro, e
de' loro gradi, e delle loro combinazioni scambievoli ec. ec. e altrettante
diversità, cioè infinite, e diversità di diversità, e tutte notabili, ne
seguono ne' caratteri degli uomini. Queste osservazioni si applichino a quelle
della p.3806-10. e a quelle sopra le differenze vere, cioè naturali, de'
talenti, o innate, o acquisite e contratte [3893]naturalmente, e per
cause e circostanze semplicemente naturali e indipendenti nell'esser loro dalle
sociali, dagli avvenimenti ec. e che avrebbero operato ed operano per se stesse
proporzionatamente anche negli uomini primitivi, ne' selvaggi ec. che operano
ancora, benchè infinitamente meno, negli animali, piante ec. ec. a proporzione,
e secondo la loro suscettibilità, e la qualità e il grado e le combinazioni ec.
d'esse cause e circostanze ec. ec. (18. Nov. 823.) Tio spagn. Zio ital. JeÝow grec. (19. Nov. 1823.)
A proposito del danno
recato al valore dall'invenzione delle armi da fuoco, vedi il detto di
Archidamo appresso il Vettori ad Aristot. Polit. l.7. Florent. 1576. p.602. il
qual detto è riportato da Senofonte, s'io non m'inganno, nell'Agesilao, ed
attribuito forse a costui; ovvero nella Repubbl. de' Lacedemonii. Oltre le
invettive dell'Ariosto contro l'armi da fuoco in uno de' dieci primi Canti del
Furioso, a proposito di Cimosco ec. (19. Nov. 1823.) Gli Americani
consideravano per mostruosità la barba negli europei perocchè quei popoli
naturalmente erano sbarbati, come i mori e altri popoli d'Affrica ec. Si
applichi alle osservazioni sul bello. Solìs, Hist. de Mexico; De
Cieça Chron. del Peru, ec. (19. Nov. 1823.) Diminutivi
positivati. Gesticulor,[43]
ec. Vedi il Forcellini. Franc. gesticuler. Noi ancora volgarmente gesticolare.
[3894]Vedi l'Alberti. ec. (19. Nov. 1823.). Corbeau da
corvus. Gero-gestum,
gesto, gestito. (19. Nov. 1823.) Alla p.3883. La
superstizione sia speculativa sia pratica è figlia della società, ed
inseparabile da essa società quanto si voglia civile come dimostrano tutte le
istorie. Anzi par ch'ella, a differenza di tanti altri incomodi e barbarie
della società primitiva, cresca a proporzione della civiltà; e certo si son
trovati e trovano alcuni popoli selvaggi senza superstizione alcuna, almeno
efficace e che influisca sulla vita in niun modo, e che sia causa di veruna
infelicità esteriore nè interiore; ma niun popolo civile si trovò mai nè si
trova nè troverassi in cui la superstizione più o manco, e in uno o altro modo,
non regni, per civilissimo ch'ei si fosse, o si sia, o che sia per essere.[44]
Or di quanti e quanto gran mali sia stata e sia causa la superstizione per sua
natura sì a' popoli sì agl'individui, sì verso gli altri sì verso se stessi,
travagliandoli sì esternamente sì internamente, per rispetto ai costumi,
agl'istituti, alle azioni, alle opinioni ec.; quanti beni e quanto grandi abbia
impedito e impedisca per sua natura ec. non accade dilungarsi a mostrarlo, anzi
neppure a ricordarlo, essendo già e provato e notissimo. (19. Nov. 1823.).
Certo la superstizione non ha luogo negli animali anche i più socievoli. Dunque
l'uomo per natura è men sociale che alcun'altra specie ec. V. la p.3896. Diminutivi
positivati. Faisceau da fascis e per fascis. Similmente fastello,
quasi fascettello. Gocciola, gocciolare sgocciolare ec. diminutivi
equivalenti ai positivi goccia, gocciare, sgocciare ec. da gutta.
Questi diminutivi cioè gocciola (e così frombola [3895]di
cui p.3636. marg. benchè fromba non sia nome latino), ec. e simili altri
in olo ec. breve, sono alla latina; il che è da notare. (20. Nov. 1823.)
Il sonno e tutto
quello che induce il sonno, ec. è per se stesso piacevole, secondo la mia
teoria del piacere ec. Non c'è maggior piacere (nè maggior felicità) nella
vita, che il non sentirla. (20. Nov. 1823.) Alla p.3876. Venio
ha già perduto il suo i in veni il cui i non è il
radicale, ma quello della terminazione del perfetto, se già esso non comprende
ambo gl'i, come negli antichi codici e monumenti si trova assai spesso audi
per audii, Tulli per Tullii, anzi regolarmente Tulli
e non Tullii ec. del che vedi il Conspectus orthographiae cod.
vaticani de republica di Niebuhr. In ogni modo è certo che virtualmente l'i
p.e. di Tulli, contiene due i, come il moderno nostro (e latino) j.
Del resto, anomalie che faccian perdere l'i radicale ai temi della
quarta, sono moltissime. P.e. vincio-vinxi (dove l'i secondo, non
è il radicale) sentio-sensi ec. Contrazioni altresì moltissime, come saltum
di salio per salitum ec. ec. ec. Audisti audistis ec. sono
contrazioni, non, cred'io, di audiistis ec. ma di audivisti, come
amasti di amavisti; onde in audisti audistis ec. l'i
radicale non sarebbe perduto, ma sola la sillaba interposta, vi. (20. Nov. 1823.) [3896] D'emblée viene evidentemente dal greco ¤mb‹llv. Grecismi del volgare italiano vedine ap. il Vettori
Commentar. in Aristot. Polit. Lib.7. fin. Florent. 1576. p.646 fin.-647
princip. Il luogo di
Aristot. quivi citato è ib. p.641. fine. (21. Nov. 1823.)
Diminutivi
positivati: pocillator da pocillum, invece di dir poculator
da poculum, ma collo stesso senso, cioè di oÞnoxñow. (21. Nov. 1823.). Gemellus coi derivati, diminutivo di geminus
(come pagella di pagina. Gemello, iumeau, v. gli spagn. Femelle
da femella per femina, femme, passato in francese al semplice
significato di donna. Così favellare da fabella, in vece e
nel senso di fabulare da fabula, del che vedi la p.3844. (21. Nov. 1823.) Monosillabi latini.
V. Forcell. in Leo es. (21. Nov. 1823.) Alla p.3894. marg. La
ragione di cui l'uomo solo è provveduto (ossia quel grado di facoltà
intellettuale che si chiama ragione, ed a cui il solo intelletto dell'uomo
arriva e può arrivare), come per mille parti è utile, per mille necessaria alla
società, ed origine e cagione effettiva di essa, così per mille altre parti
(come p.e. per la superstizione la qual non sarebbe senza il grado di facoltà
mentale che noi abbiamo, e che le bestie non hanno, e per cento mila altri
effetti) è di sua natura nocevole e anche direttamente contraria alla società
degli uomini, e al lor ben essere e lor perfezione nello stato sociale ec. ec.
Parlo qui di quella facoltà di ragione che l'uomo ha per natura, anche nello
stato primitivo, e dico che questa medesima dimostra che l'uomo per natura è
men disposto a società che gli altri animali, benchè per altra parte ella
sembri invitta e principalissima prova del contrario ec. ec. (21. Nov. 1823.) [3897]La negativa francese ne è
l'antichissima de' latini, i quali dicevano ne e nec per non,
come ho discorso in proposito di nihilum parlando della voce silva
e della sua origine, e mostrato ancora che ne serviva in composizione di
particella privativa, come in greco nh, ne, n, e per conseguenza sì essa che
le dette greche originariamente dovettero certo essere particelle negative,
cioè assolutamente servienti alla negazione ec.[45]
E v. il Forc. in Ne, Nec ec. e i Lessici greci in nh ec. (22. Nov. 1823.)
Febricito as, viene forse da un febrico as
atum, ovvero ui itum (come applico, explico ec. ui itum
ec. e simili, di cui altrove) che sarebbe affine a febricosus? (22. Nov. 1823.) Non solo aggettivi si
son fatti da' participii in us, come altrove più volte, ma spessissimo
essi participii son passati in sostantivi, come factum, actum, iussum
ec. ec. Onde anche da tali sostantivi si può talora argomentare e de' veri
participii, e dell'esistenza di verbi ignoti, di cui questi sostantivi saranno
stati originalmente participii, benchè or non si sappia, ec. ec. (22. Nov. 1823.) Alla p.3636. È da
notare che quando il positivo de' diminutivi positivati (come di martello
ec.), sieno latini, sieno moderni, latini di origine, o di origine moderna ec.,
non si trova, [3898]o non se ne sa almeno il significato (sia nella
stessa lingua, sia nella latina, o nelle altre ec.), allora può essere che
questo fosse diverso da quello de' loro diminutivi noti, o diverso affatto, o
diverso in quanto più generale, o appartenente ad una specie di cose dello
stesso genere ma pur diversa da quella significata dal diminutivo ec. Onde tali
diminutivi non possono con certezza chiamarsi positivati, con tutto che nella
loro significazione non si vegga causa nè vestigio alcuno di diminuzione;
perocchè positivati si vogliono intendere quei diminutivi che son giunti ad
essere usati in vece de' loro positivi (o coesistenti, o andati in disuso), e
per conseguenza nel medesimo senso di questi. E i diminutivi de' quali io
raccolgo gli esempi, han da esser di questo genere, e non altro. (22. Nov. 1823.). V. p.3945. Alla p.3513. Come le
donne naturalmente e generalmente parlando (e basta all'effetto, che così sia
pernatura) vivono alquanto meno degli uomini, o son destinate ad uno spazio di
vita alquanto più breve, ed infatti il loro sviluppo, e la decadenza ed
estinzione delle loro facoltà e della giovanezza loro, è certamente più pronto,
e la loro carriera fisica generalmente più rapida; così è ben verisimile che le
date quantità di tempo, ad esse paiono alquanto maggiori che agli uomini,
secondo la piccola proporzione che risulta dal poco svantaggio di lunghezza che
ha la lor vita naturalmente dalla nostra; la qual differenza e proporzione
essendo assai piccola, non è maraviglia se il detto effetto non si nota, [3899]e
se riesce impercettibile, essendo quasi menomo ec. Forse anche simili
differenze impercettibili si potrebbero supporre tra diversi individui di uno
stesso sesso, nazione ec. come derivanti e proporzionate a certe relative
differenze fisiche o morali, ec. che si potrebbe forse notare a questo
proposito, e come atte a cagionare detto effetto ec. ec. (22.
Nov. 1823.) Je me rappelle souvent ce vers anglais: L'homme est fait pour agir, et
tu prétends penser? Frédéric II Lettres à d'Alembert, tome XIII. p.203. (22. Nov. 1823.). V. p.3931. Voce comune alle tre
lingue: Ciabatta, zapato, savate (è noto che il nostro c molle,
in ispagnuolo è z, in francese vale s), savaterie, savetier,
zapatero, ciabattino, acciabattare ec. ec. Anche le metafore di tali voci,
come di saveter e acciabattare, di ciabattino e savetier
per mauvais ouvrier ec. ec. sono conformi, almeno tra l'italiano e il
francese, giacchè il significato di ciabatta, savate, zapato, benchè
simile, è alquanto diverso nello spagnuolo ec. (23. Nov. Domenica. 1823.)
Alla p.3851. marg.
Anche tra noi però avvisato per prudente, può essere participio
di avvisarsi, verbo reciproco, o neutro passivo, in senso di avvedersi
ec., e in tal caso non apparterrebbe al nostro discorso, niente più di quello
che gli appartenga appunto avveduto di avvedersi (che vale lo
stesso che avvisato), accorto di accorgersi (che vale
altresì lo stesso: dico aggettivamente presi accorto, avveduto, avvisato),
e gli altri participi de' neutri passivi o reciprochi. (23. Nov. 1823.) [3900]Alla p.3869. marg. Da queste
osservazioni è chiaro che si dee dir vivisco e non vivesco, anche
per regola e analogia e ragion generale. - Es. di verbo incoativo fatto da
verbo della 4. può essere scisco da scio - Hisco da hio-hiatum,
non è che corruzione d'hiasco che pur si trova, e che è proprio degli
antichi; come hieto è corruzione d'hiato, che pur si trova, del
che altrove. (23. Nov. 1823.) Al detto altrove
sopra il continuativo hietare, aggiungi quello che puoi vedere nel
pensiero precedente. (23. Nov. 1823.) Alla p.3869. marg.
principio. Arcesso, - Capesso, - Facesso (v. Forcell. in Facesso
princ. e fin.) - is ivi itum. E credo che anche gli altri tali verbi
frequentativi o desiderativi o come si chiamino (v. Forc. in Facesso
princ.), se altri ve n'ha, facciano allo stesso modo, cioè una mescolanza della
3. e 4. coniugazione Anche Arcesso fa nell'infinito passivo arcessi
e arcessiri. E v. Forcell. in arcesso princ. (23. Nov. 1823.). V. p.3904. Alla p.3884. Se la
qualità dello stile del Tasso, considerato in generale, pecca in qualche cosa,
questo si è più che in altro, nel molle. E certo non di rado esso dà nel
debole, anzi pur nel freddo, e in quel basso che nasce da debolezza, da
mancanza di nervo e di forza per sostenersi in alto e ritto ec. ec., in poca
sostenutezza ec. Questo è molto più frequente nel Tasso che o in Dante o in
Petrarca, e più ancora che in parecchi poeti del 2. ordine. (23. Nov. 1823.) Alla p.2843. Che inceptare
in questo senso d'incettare, cioè [3901]come composto di capto,
non sia alieno dall'antica latinità, secondo che ho detto in una delle pagg.
citate in quella a cui questo pensiero appartiene, me lo persuade eziandio il
vedere che detto senso è tutto latino, e alla latina ec. e quasi è lo stesso
che quello del semplice captare, se non che è determinato ad un certo
modo di far quello che si denota col verbo captare. Del resto che la
mutazione dell'a in e ne' composti, e l'altre tali, usitate
regolarmente nell'antico e buon latino, fossero trascurate ne' composti de'
tempi bassi e delle lingue moderne, ne può essere una prova appunto accattare
(acheter). Vedi Glossar. in accaptare.[46]
(23. Nov. 1823.) Simile esempio a
quello di traer usato talora dagli spagnuoli nel senso di tractare,
come nel primo principio della mia teoria de' continuativi, si è quello di affecter
spesso usato da' francesi nel significato stesso (o simile) di afficere.
V. Forcell. in affecto fin. e inaffector aris; il Gloss., gli
spagn. ec. (23. Nov. 1823.) Alla p.3753. marg. -
come forse sono contrazioni quei diminutivi di cui a p.3844. ec., cioè a dire pagella
per paginella, asellus per asinellus, che noi diciamo, fabella
per fabulella ec. (23. Nov. 1823.). V. p.3992. Alle cose dette
altrove in più luoghi sopra il g protetico dei latini avanti la n,
aggiungi gnatus, participio o aggettivo, e sostantivo, e gnatula,
e v. Forcell. in queste voci. (23. Nov. 1823.) Al detto altrove
sopra l'uso dello spagn. luego simile a quello che i greci fanno degli
avverbi significanti statim ec. aggiungi un esempio di Aristot. Polit.
l.8. Florent. 1576 p.615. princip. 652. fine. p.675. fine, eéJw gŒr ec. male inteso dal Vettori in tutti i tre luoghi, in
un de' quali ridonda. (23. Nov. Domenica. 1823.) [3902] Andare per essere del che
altrove. Petr. Sestina 1 verso penult. E 'l giorno andrà (sarà) pien
di minute stelle Prima ch'ec. (24. Nov. dì di San Flaviano. 1823.)
A proposito del
diminutivo positivato poÛmnion, di cui altrove, si può notare
che anche in francese il vocabolo che significa gregge, e particolarmente
gregge di pecore (come poÛmnion e poÛmnh) o di montoni, è originariamente
diminutivo, cioè troupeau per troupe, la quale seconda voce
equivarrebbe a grex che forse propriamente è generica come troupe,
e significa moltitudine, adunanza ec. secondo che in latino e in italiano
tuttogiorno s'adopera. (24. Nov. 1823.) Monosillabi latini. Lac:
idea primitiva ec. Gr. g‹la g‹laktow, dalla qual voce gli etimologi
derivano la latina. (24. Nov. 1823.) Dico altrove che la
lingua ebraica non ha voci composte. Si eccettuino molti nomi propri, come Ab-raham,
Ben-iamin, Mi-cha-el, Ierusalem (non è dell'antico ebraico) ec. e forse
anche alcuni nomi, non propri, ma appellativi o cosa simile. (24. Nov. 1823.) L'uomo che ha molta
capacità e quindi facilità, prontezza e moltiplicità di assuefazione, per
questa medesima causa ha altrettanta capacità, facilità ec. di dissuefazione.
Viceversa nel caso contrario. E sempre proporzionatamente, anzi sempre
ugualmente, alla misura dell'una capacità risponde quella dell'altra. L'una [3903]e
l'altra o sono la cosa stessa diversamente considerata, o due effetti gemelli
d'una stessa causa, che non può produr l'uno senza produr l'altro nel medesimo
grado. Dalle medesime cagioni fisiche, morali ec. che producono l'assuefabilità
di un uomo o dell'uomo ec. nasce altrettanta sua dissuefabilità. E dall'una si
può argomentare all'altra. L'uomo è assuefabile; dunque egli è dissuefabile; o
viceversa. Il tale individuo ha tanta capacità di assuefazione; dunque tanta di
dissuefazione nè più nè meno. Questo principio, il
quale risulta ed è dimostrato e sviluppato dalle osservazioni da me fatte
altrove, si dee notare diligentemente, perchè nel corso delle nostre teorie
sarà forse suscettibile di molte applicazioni. (24. Nov. 1823.) A ciò che ho detto
altrove in proposito di pintar e dell'antico participio latino di pingo
e de' verbi simili, aggiungasi dipinto (non dipitto) sostantivo e
aggettivo o participio, dipintura ec. peint, e quindi peintre,
peinture ec. dépeint ec. Pitto per pinto, non è che
degli scrittori. Abbiamo però pittura, pittore ec. Ma anche pintore,
pintura. Gli spagnuoli pintor ec. Fitto per finto
(universale tra noi) non so se mai fosse del volgo e della lingua parlata. Da finto,
e non da fictus o fitto, finzione, fintamente ec. infinto.
fractus franto infranto, enfreint ec. Abbiamo però anche fizione ec.
I franc. feint ec. Gli spagnuoli fingido (fingitus
primitiva forma) ec. Vinto, non vitto (victus) se non
poeticamente, ed or neanche ben si direbbe in poesia. Gli spagnuoli vencido,
i francesi vaincu, che rispondono al [3904]primitivo vincitus di
vinco, secondo il detto altrove della mutazione dell'itus latino
in u, nella desinenza di molti participii francesi ec. (24. Nov. 1823.) Alla p.3900. Incesso
is ivi, (frequentativum ab INCEDO, dice il Forcell.). Quanto al suo
preterito incessi (onde l'incesserint nell'esempio di Tacito
hist. 3.77.), vedi il Forcell. in Incedo ne' due ult. paragrafi, e
confrontisi ciò ch'egli dice del perf. facessi in Facesso. (24. Nov. 1823.) Incessare da incedere. V. il
Forcell. in Incesso is, fine, e il pensiero antecedente, se vuoi. (24. Nov. 1823.) Alla p.3826. Il
barbaro incapabilis (v. Forcell. e Gloss. ec.) o è voce falsa, o affatto
barbara di formazione e fuor d'ogni regola, (come centomila simili delle
latino-barbare, o delle moderne, anche in bilis), o dimostra un capo
as atum, se non si dee leggere incapibilis da capitum
(primitivo per captum), come io dubiterei. (24. Nov. 1823.) Dice per dicono, aiunt, del
che altrove. V. la Crusca in Fitto §.3. esempio ult. e cercalo nel suo
autore. (24. Nov. 1823.). Sta Orl. Innam. c.37. st.1, e non ha che far col
proposito. (24. Nov. 1823.) Ho detto che tutte le
lingue nascendo dai volgari, le nostre sono nate dal latino volgare e parlato e
non dal latino scritto. Da questo principio segue, fra gli altri molti, questo
corollario che tutte le voci, frasi, significazioni ec. italiane, francesi
spagnuole, e tutte le proprietà di queste tre lingue, o di qualunque di [3905]esse,
che si trovano ancora, in qualsivoglia modo, nel latino scritto di qualunque
età, e che nelle dette lingue non sono state introdotte dagli scrittori, dalla
letteratura, da' letterati, dalla favella de' dotti o colti ec. nè passati
dall'una di esse lingue nell'altra per qualunque mezzo, dopo essere in quella
stati introdotti dagli scrittori o dal parlar letterato ec., ma che vengono
originariamente dal semplice uso del favellare ec.; furono tutte proprie del
latino volgare e parlato, non meno che dello scritto; e quindi chi cerca
l'antico volgar latino, ha diritto di considerarle come sue parti e qualità ec.
(24. Nov. 1823.) Alla p.3835. È da notare
però che l'ubbriachezza ec. anche quando esalta le forze, e cagiona una non
ordinaria vivacità ed attività ed azione esteriore o interiore, o l'uno e
l'altro, sempre però o quasi sempre cagiona eziandio nel tempo stesso una
specie di letargo, d'irriflessione, d'ŽnaisJhsÛa, ancorchè l'uomo per altra parte sia allora
straordinariamente sensibile, e riflessivo e profondo sopra ogni cosa.[47]
Ella infatti per sua proprietà trae l'uomo più o meno, ed in uno o in altro
modo, fuor di se stesso, e in certa maniera, quando più quando meno, lo
accieca, lo trasporta, lega le sue facoltà, ne sospende l'uso libero ec. Perciò
appunto ella è ordinariamente piacevole, perocchè sospendendo o scemando in
certo modo il sentimento della vita nel tempo stesso ch'ella accresce la forza,
l'energia, l'intensità, il grado, la somma, la vitalità d'essa vita, sospende o
scema o rende insensibile o men sensibile l'azione, l'effetto, l'efficacia, [3906]le
funzioni, l'attualità dell'amor proprio, e quindi il desiderio vano della
felicità ec., secondo il detto nella mia teoria del piacere sopra l'essenziale
piacevolezza di qualunque assopimento, in quanto sospensivo del sentimento
della vita, e quindi del sentimento, anzi dell'attuale esistenza dell'amor
proprio, e del desiderio della felicità. L'ubbriachezza e tutto ciò che le si
assomiglia o le appartiene ec. è piacevole per sua natura, principalmente in
quanto ell'è (per sua natura) assopimento.[48]
Massime che questo nasce allora dall'eccesso medesimo della vita e del
sentimento di lei, il qual eccesso è nella ubbriachezza quello che scema e
mortifica più o meno esso sentimento (secondo che il troppo è padre del nulla,
come altrove) e quasi estingue l'animo. (V.
Victor. Commentar. in Aristot. Polit. Flor. 1576. pag. ult. lin.5.6.).Ond'è sommamente piacevole per se
stesso, astraendo dalle circostanze che possono produrre in qualche parte il
contrario, e dall'altre qualità, ed effetti, anche essenziali,
dell'ubbriachezza ec. ec. fra tutti gli assopimenti quello prodotto
dall'ubbriachezza e simili cause, perch'esso solo include, suppone e porta seco
ed ha per madre l'abbondanza relativa della vita e del sentimento di lei, la
qual vita e sentimento è per natura e necessità supremamente piacevole al
vivente, come altrove in più luoghi, se non che negli altri casi la maggior
vita e il maggior sentimento di essa è proporzionatamente maggiore amor
proprio, e quindi desiderio di felicità, e questo vano, e quindi maggiore
infelicità ec. (24. Nov. Festa di S. Flaviano
1823.) Alla lista de' verbi
frequentativo-diminutivi, disprezzativi, vezzeggiativi ec., frequentativi o
diminutivi semplicemente ec. italiani, data da me altrove, aggiungi: in ettare,
come da balbo, balbettare. (25. Nov. 1823.)
[3907]Alla p.2924. Personale: taèta m¢n oìtvw ¦xei, oìtvw ¤x¡tv ec. ec. Impersonale eàper tòn trñpon toèton (se così è). Aristot. Polit.
Flor. 1576. p.557. fin. ¤n aÞgæptÄ te gŒr ¦xei tòn trñpon toèton p.590 fin. ÷pou m¯ toèton ¦xei tòn trñpon toèton p.595.3 In italiano non credo
che avere per essere sia mai veramente impersonale. Ci ha molti è il
singolare pel plurale, come in greco co' nomi neutri, e in italiano, massimo
antico o volgare, assai spesso. Dunque in questa frase v'è la persona, cioè molti.
Ebbevi di quelli che ec. Si sottintende alcuni. Pur questa frase (e simili)
per se stessa è impersonale, e può chiamarsi così, giacchè in origine in tutte
le frasi impersonali qualche cosa si sottintende, come nelle soprascritte
greche tŒ prŒgmata e simile. (26. Nov. 1823.)
Diminutivi
positivati. Cultellus (coltello, couteau ec. V. i Diz. in coutre.
Trovo in 2. lett. di Feder. II. coutelet, per coltellino.) cultellare,
cultellatus ec. V. Forcell. (26. Nov. 1823.) Alla p.3819. I nomi latini
neutri della 3. che hanno l'accusativo come il nominativo, e ben diverso
dall'ablativo, si vede che nelle nostre lingue non hanno a far niente (in
generale) cogli ablativi latini, ma ben co' nominativi e accusativi Come tempus-tempore,
tempo, temps ec.; semen-semine, seme ec., ec. (26. Nov. 1823.) Bisogna notare che i
diminutivi positivati (verbi o nomi ec.) da me raccolti non sieno di senso
neanche frequentativo, nè disprezzativo, nè vezzeggiativo, nè simile, eccetto
se tale non fosse anche quello del positivo, al quale esso deve insomma essere
totalmente conforme. Misculare (a proposito di cui ho preso a discorrere
de' diminutivi [3908]positivati) a principio ebbe forse un senso
frequentativo, che poi perdè, restandogli quello del positivo. E così gli
altri, ciascuno de' quali (nomi o verbi) in origine dovettero in qualunque modo
differire nel senso dai positivi. Del resto i verbi in ulare ec.
propriamente sono diminutivi e perciò spettano al mio discorso. Hanno però
talora un senso simile al frequentativo (come tanti verbi italiani altrove da
me notati), ma non perciò si possono men giustamente porre fra' diminutivi,
giacchè solo dalla diminuzione ricevono quel tal potere di significar la
frequenza ec. il qual significato è come una specie de' significati diminutivi
ec. (26. Nov. 1823.). v.1823 Alla p.3520. E bene
spesso l'irriflessione de' fanciulli, degl'ignoranti, degl'inesperti ec. fa
quello stesso, e così perfettamente, o assai meglio ancora, che può fare e fa
la riflessione, la prudenza, la provvidenza, l'accorgimento, l'abilità, la
prontezza ec. e la presenza di spirito acquistata a forza di pratica ec. trova
gli stessi partiti che potrebbe abbracciare dopo maturissima considerazione
l'uomo il più riflessivo, e dov'è bisogno di prontezza, con altrettanta e
maggior prontezza li trova e li eseguisce, che possa fare l'abito della
riflessione ec. (26. Nov. 1823.) Causare per accusare, accagionare,
del che altrove in proposito dell'antico lat. cuso. Machiavelli Vita
di Castruccio Castracani, non molto avanti il mezzo, tutte le Opere,
1550, parte 2.a p.73. principio. Occorse in questi tempi che il popolo di
Roma cominciò a tumultuare per il vivere caro, causandone l'assenza del
Pontifice che si trovava in Avignone, et biasimavono i governi Tedeschi. (26. Nov. 1823.) [3909]Alla p.3753. E forse del resto, puellus
è contrazione di puerulus, che pur si dice; e allo stesso modo nigellus
di un nigerulus, e fratello è per fraterulus, culter
cultri-cultellus, e tutti i simili similmente. (26. Nov. 1823.) Alla p.3310. Quanto
influisca sempre l'immaginazione, l'opinione, la prevenzione ec. sull'amore
anche corporale, sui sentimenti che un uomo prova in particolare verso una
donna, o una donna verso un uomo, è cosa notissima. E in particolare ha forza
sull'amore, non solo platonico o sentimentale, ma eziandio corporale verso
gl'individui particolari, tutto ciò che ha del misterioso, e che serve a
rendere poco noto all'amante l'oggetto del suo amore, e quindi a dar campo alla
sua immaginazione di fabbricare, per dir così, intorno ad esso oggetto. Perciò
moltissimo contribuisce all'amore e al desiderio anche corporale, tutto ciò che
ha relazione ai pregi o alle qualità comunque amabili dell'animo nell'oggetto
amabile, e in particolare un certo carattere profondo, malinconico,
sentimentale, o un mostrar di rinchiudere in se più che non apparisce di fuori.
Perocchè l'animo e le sue qualità, e massimamente queste che ho specificate,
son cose occulte, ed ignote all'altre persone, e dan luogo in queste
all'immaginare, ai concetti vaghi e indeterminati; i quali concetti e le quali
immaginazioni congiungendosi al natural desiderio che porta l'individuo dell'un
sesso verso quello dell'altro, danno un infinito risalto a questo desiderio,
accrescono strabocchevolmente [3910]il piacere che si prova nel
soddisfarlo; le idee misteriose e naturalmente indeterminate, che hanno
relazione all'animo dell'oggetto amato, che nascono dalle qualità e parti
apparenti del suo spirito, e massime se da qualità che abbiano del profondo e del
nascosto e dell'incerto, e che promettano o dimostrino altre lor parti o altre
qualità occulte ed amabili ec., queste idee dico, congiungendosi alle idee
chiare e determinate che hanno relazione al materiale dell'oggetto amato, e
comunicando loro del misterioso e del vago, le rendono infinitamente più belle,
e il corpo della persona amata o amabile, infinitamente più amabile, pregiato,
desiderabile; e caro quando si ottenga. Generalmente una
delle grandi cagioni che hanno prodotto il sentimentale, l'amore spirituale
ec., oltre quella notata nel pensiero a cui questo si riferisce, si è che gli
uomini civilizzandosi di più in più, e sempre colla stessa proporzione
acquistandone ed aumentandosene di consistenza, di efficacia, di valore,
d'importanza, di estensione, di attività, d'influenza, forza, e potere, di
facoltà, la parte spirituale ed interna dell'uomo, si è venuto primieramente a
riconoscere e supporre nell'uomo una parte nascosta e invisibile che i
primitivi o non supponevano affatto o molto leggieramente, e poco distintamente
dalla parte visibile e sensibile; poscia a considerarla altrettanto quanto la
parte esteriore; poi più di questa, e di mano in mano tanto più, che oggimai
nell'uomo e in ciascuno individuo umano, se la natura non ripugnasse (la quale
all'ultimo [3911]non può mai totalmente essere nè spenta nè superata)
non altro quasi si considererebbe che l'interiore, e per uomo non
s'intenderebbe in nessun caso altro che il suo spirito. Ora in proporzione di
questa spiritualizzazione delle cose, e della idea dell'uomo, e dell'uomo
stesso, è cominciata e cresciuta quella spiritualizzazione dell'amore, la quale
lo rende il campo e la fonte di più idee vaghe, e di sentimenti più indefiniti
forse che non ne desta alcun'altra passione, non ostante ch'esso e in origine,
e anche oggidì quanto al suo fine, sia forse nel tempo stesso e la più
materiale e la più determinata delle passioni, comune, quanto alla sua natura,
alle bestie, ed agli uomini i più bestiali e stupidi ec. e che meno partecipano
dello spirito. Fino a tanto che giunta in questi ultimi tempi al colmo la
spiritualizzazione delle cose umane, è, si può dir, nato a nostra memoria, o
certamente in questi ultimi anni si è reso per la prima volta comune
quell'amore che con nuovo nome, siccome nuova cosa, si è chiamato sentimentale;
quell'amore di cui gli antichi non ebbero appena idea, o che sotto il nome di
platonico, apparendo talora in qualche raro spirito, o disputandosene tra'
filosofi e gli scolastici, è stato finora riputato o una favola e un ente di
ragione e chimerico, o un miracolo, e cosa ripugnante alla universal natura, o
un impossibile, o una cosa straordinarissima, o una parola vuota di senso, e
un'idea confusa; e veramente ella è stata, si può dir, tale finora, cioè
confusissima e da' filosofi piuttosto nominata che concepita, e da' più savi,
come tale, derisa e stimata incapace di mai divenir [3912]chiara. Questa
eccessiva moderna spiritualizzazione dell'amore, la quale con proprio vocabolo
chiamiamo amore sentimentale, risponde alla suprema spiritualizzazione delle
cose umane, che in questi ultimi tempi ebbe ed ha luogo. E come dalla
spiritualizzazion delle cose umane sia nata e dovuta nascere, e seco sempre in
esatta proporzione crescere, e finalmente venire al colmo la spiritualizzazione
dell'amore, e quindi il vago e l'indefinito che ora è proprio di questa
passione e de' sentimenti dell'un sesso verso l'altro, è manifesto e facile a
spiegare colle cose predette. L'uomo da principio, siccome in se stesso e negli
altri uomini, così naturalmente anche nella donna, e viceversa la donna
nell'uomo, non consideravano che l'esteriore. Ma col principiar della
civilizzazione, nascendo l'idea dello spirito, a causa della forza ed azione
che la parte interna incominciava ad acquistare e sviluppare, e di mano in
mano, come questa parte all'esterna, così l'idea dello spirito a quella del
corpo, prima agguagliandosi, e poi appoco a poco strabocchevolmente prevalendo,
l'individuo dell'un sesso in quello dell'altro dovette necessariamente prima incominciare
a considerare anche lo spirito, e poi seguendo, considerarlo quanto il corpo, e
finalmente più del corpo medesimo, almeno in un certo senso e modo. Sicchè
l'oggetto amabile dell'un sesso fu all'individuo dell'altro, non più un oggetto
semplicemente materiale, come in principio, ma un oggetto composto di spirito e
di corpo, di parte occulta e di parte manifesta, e poscia di mano in mano un
oggetto più spirituale che [3913]materiale, più occulto e immaginabile
che manifesto e sensibile, più interiore che esteriore. E come le idee che
hanno relazione alla parte interna ed occulta dell'uomo, sono naturalmente
vaghe ed incerte, quindi l'idea dell'oggetto amabile, considerato nel detto
modo, cominciò necessariamente ad avere del misterioso, congiungendosi in essa
idea la considerazion dello spirito a quella del corpo; e acquistando di mano
in mano la prima considerazione sopra la seconda, sempre più misteriosa ne
dovea divenire l'idea dell'oggetto amato, sino ad aver finalmente più del
mistico, dell'incerto e del vago, che del chiaro e determinato. Così i
sentimenti e le idee che appartengono alla passion dell'amore, pigliarono
sempre più dell'indefinito a proporzion della civilizzazione (e quindi essa
passione divenne, non v'ha dubbio, incomparabilmente più dilettosa); tanto che,
quantunque il principio dell'amore sia quel medesimo necessariamente oggi che
fu ne' primitivi, che è ne' selvaggi, che è e fu sempre ne' bruti, ed
altrettanto materiale e animale, nondimeno essa passione adunando in se lo spirituale
col materiale, è divenuta così diversa da quelle, che certo l'amor propriamente
sentimentale non sembra aver nulla che fare nè coll'amore de' selvaggi, nè con
quello dei bruti, ma essere di natura e di principio e di origine affatto
diverso e distinto. Ed oggidì anche l'amore il meno platonico e il più sensuale
pur tiene necessariamente nelle sue idee e ne' suoi sentimenti assaissimo dello
spirituale, e quindi dell'immaginoso, e quindi del vago e dell'indefinito; e
nell'oggetto amato [3914]o goduto o amabile anche la persona più brutale
sempre considera alquanto e in qualche modo una parte occulta di esso oggetto
che accompagna ed anima e strettamente appartiene, abbraccia ed è congiunta a
quella parte e a quelle membra che egli desidera, o ch'ei si gode, o ch'ei
riguarda come amabili e desiderabili; perchè in fatti quella parte vi è, ed ha
grandissima parte nell'essere di quell'oggetto, e l'interno è una grandissima
porzione di questo, per brutale o insensato che anch'esso si sia; e l'amante il
vede assai bene tuttodì. Parlo di oggetti amati e di amanti che quantunque
brutali, o incolti, e poco esistenti per lo spirito, pur sieno de' civili. Del resto, tornando
al primo proposito, come l'immaginazione e il mistero particolare ec. influisce
sommamente e modifica ec. l'amore anche il più corporale verso gl'individui
particolari d'altro sesso (o anche del medesimo sesso, secondo l'uso de'
greci), così l'immaginazione e il mistero generale derivante dall'uso delle
vesti, influì nel modo che si è detto nel pensiero a cui questo si riferisce, e
sempre e del continuo influisce generalmente sopra l'amore e i sentimenti
(anche i più materiali per principio, per iscopo ec.) dell'un sesso verso
l'altro, considerato tutto insieme. E come la considerazione dello spirito che
è cosa occulta, influisce su quella del corpo, e rende misteriosi e vaghi i
sentimenti e le idee che da questo naturalmente e principalmente hanno origine,
ed a questo propriamente, benchè or più or meno apertamente e immediatamente e
principalmente si riferiscono; così la considerazione del corpo divenuto
anch'esso cosa, per la maggior sua parte, occulta e sottoposta
all'immaginazione altrui più ch'ai sensi, rende misteriosi ec. e spiritualizza
nel modo il più naturale i sentimenti e le idee ec.: e da una causa tutta
materialissima nasce [3915]un effetto che ha dello spiritualissimo, del
semplicemente spirituale, del più spirituale ch'alcuno altro ec. Quanto poi
l'immaginazione, l'opinione, la preoccupazione e cento cause affatto e per lor
natura e principio aliene ed estrinseche ai soggetti medesimi, influiscano e
possano sull'amore e sui sentimenti dell'un sesso verso l'altro ne' casi
particolari, mi basti considerarne fra gl'infiniti, un esempio. Suppongansi un
fratello e una sorella, ambo giovanissimi, bellissimi, sensibilissimi, e per
ogni parte dispostissimi, ed espertissimi eziandio, dell'amore verso
gl'individui d'altro sesso. Supponghiamo che dopo lunga assenza, si riveggano
l'un l'altro, e ponghiamo che ciò sia in tempi o in circostanze che il lor
cuore, la loro sensibilità, la loro facoltà di passione non sieno state per
niun modo blasées, usées, istupidite, indebolite ec. o dal commercio del
mondo o da checchè sia. Certo è ch'essi proveranno l'un verso l'altro de'
sentimenti vivissimi, tenerissimi, amorosissimi, piangeranno di affetto ec. Ma
in questa passione o momentanea o durevole che proveranno l'uno verso l'altro,
benchè certamente v'avrà molto di corporale, perchè gli ho supposti bellissimi
e giovanissimi, oltre sensibilissimi, non v'avrà però nulla di sensuale, e quel
corporale prenderà forma della più spiritual cosa del mondo; e non per tanto la
detta passione, come dall'amor sensuale di qualsivoglia specie, così sarà di
genere e di natura sensibilissimamente diverso da qualunque di quegli amori
verso un altro sesso, che si chiamano sentimentali, incominciando [3916]dal
più imperfetto, fino al più puro, spirituale, platonico, ed apparentemente più
casto ed angelico, insomma il più veramente e semplicemente sentimentale che si
possa trovare o pensare. Ed essi medesimi o espressamente o implicitamente si
accorgeranno di questa differenza in modo che non sarà loro possibile di
confondere neanche per un momento quella passione che allor proveranno con
nessuna di quelle altre, le quali pur saranno capacissimi di provare, come ho
supposto, e quindi ben le concepiranno, e di più le avranno effettivamente
provate, come ho anche supposto. Anzi voglio anche supporre che ambedue si
trovino attualmente in una di queste altre passioni, e che sia delle vivissime
dall'un lato, e dall'altro delle più pure e sentimentali possibili. Nè questa
nocerà a quella, nè essi lasceranno di sentire, in modo da non poter dubitarne,
una decisa ed intera differenza di specie dall'una all'altra. Certo è che tutte
queste supposizioni non sono chimeriche, e che generalmente parlando, si son
date e si danno effettivamente nelle nazioni civili delle passioni di amore
vivissime, tenerissime, purissime costantissime, tra fratello e sorella, belli
e giovani; di un padre verso una figlia bellissima, di una madre ec. e così
discorrendo; e che queste passioni possono essere e furono e sono distintissime
da qualunque altra di quelle che si provano o possono provare verso
gl'individui d'altro sesso. Certo è insomma che si dà un amor fraterno, un amor
paterno ec. più o men vivo, ma anche vivissimo e tenerissimo [3917]tra
persone diverse di sesso, il quale è sensibilissimamente e totalmente distinto
da qualunque altro di quegli amori più propriamente detti, che si provano verso
gl'individui d'altro sesso verso i quali essi non sono vietati da certe leggi,
pretese naturali, cioè dall'opinione ec. Si dà, dico, il detto amore nelle
persone civili, o semicivili ec. cioè in quegli uomini in cui possono le leggi
e quindi le opinioni relative ec. E si dà or più or meno durevole; più
frequentemente però poco durevole (nel suo stato di così vivo e tenero, e di
così distinto nel tempo stesso da quegli altri amori): ma basta al nostro
argomento ch'esso sia e possibile e sovente (e foss'anche stato una sola volta)
reale, eziandio per un solo istante. (Del resto, tutto ciò non toglie che non
si dieno e si sien dati forse anche più spesso amori o sensuali o sentimentali,
ma d'altro genere, tra fratelli e sorelle, padri e figlie, madri e figli ec.
eziandio civilissimi.) Or da queste
osservazioni si deduce 1° parlando dell'amore tra l'un sesso e l'altro
generalmente, come esso dipenda e sia modificato, senza alcuna influenza della
natura propria, dall'immaginazione e dall'opinione. Poichè quel fratello che alla
vista di quella tal persona, se non fosse stata sua sorella, anzi pur solamente
s'esso non lo avesse saputo, avrebbe certo provata tutt'altra specie di amore,
o se non altro, si sarebbe sentito spinto o capace di tutt'altra specie di
sentimenti verso lei; solo per sapere e pensare quella essere sua sorella,
prova un amore e una sorta di sentimenti di diversissima e distintissima
specie. Giacchè che questa differenza e il provar questi sentimenti e il non
provar quelli, sia effetto dell'opinione e prevenzione ec., e non di un secreto
istinto [3918]naturale, come dicono, per modo che quel fratello, anche
non sapendo quella essere sua sorella, dovesse provare affetto (ancorchè
menomo) verso lei, e questo fraterno, e non provare affetto d'altra sorta, e
così un padre verso una figlia ignota, o verso un figlio del medesimo sesso, e
cose simili, sono tutte stoltezze, e dimostrate per falsissime, oltre dalla
ragione, da mille esperimenti. 2. Le dette
osservazioni servono d'altro esempio confermante la prima mia proposizione,
cioè quante passioni sentimenti ec. anche tenerissimi ec. che paiono
assolutamente naturali, anzi pure quante specie di passioni assolutamente e per
origine e principio sieno puri effetti di circostanze, opinioni ec. e di
accidenti che in natura non avrebbero avuto luogo. Infatti questo amor fraterno
o paterno ec. verso individui d'altro sesso, così vivo per una parte, e per
l'altra così distinto dagli altri amori verso il sesso differente, anche da'
più puri, sembra bensì la più natural cosa del mondo, eppure è mero effetto
delle circostanze, delle opinioni, delle leggi, le quali sono le vere madri di
questa sorta di amore, che non par poter essere altro che opera e figlia della
natura, e questa averla messa negli animi di propria mano, laddove senza le
opinioni, costumi e leggi essa sorta di amore non avrebbe esistito, almeno in
quel tal grado ec., e il genere umano ne sarebbe al tutto inesperto, e non
saprebbe che cosa ella si fosse. Siccome accade veramente ne' selvaggi ec. che
non abbiano leggi o costumi relativi ec. i quali non faranno mai difficoltà di
usare colle sorelle, e amandole vivamente ciò non [3919]sarà in altra
guisa che carnalmente (poichè essi non sono capaci nemmeno degli altri amori
sentimentali), altrimenti non le ameranno, o solo leggermente e senza
trasporto, e come e in quanto compagne abituate fin dalla nascita a convivere
seco loro, come accade anche agli altri animali verso i loro abituali compagni,
senza alcuna relazione alla conformità del sangue, e senza che questa abbia
alcuna parte nel produrre quell'affezione, eccetto in quanto ella può esser
causa di somiglianza ec. che serve all'amicizia, e in quanto ad altre
circostanze estrinseche, e in somma diverse dalla semplice e propria
consanguineità per se stessa, benchè sieno anche suoi effetti. E tale non calda
amicizia avrà luogo, come tra gli animali, così tra' selvaggi (ed anche tra
noi), più tra' compagni abituati a vivere insieme, che tra' fratelli, o tra
padri e figli, posto il caso che questi non abbiano avuto o non abbiano tale
abitudine, ed altri ed alieni sì. Perocchè essa amicizia è tra loro in quanto
compagni abituati (accidente, e cosa i cui effetti appartengono
all'assuefazione), non in quanto consanguinei, o in quanto simili di naturale,
di carattere, inclinazioni, età ec., non in quanto consanguinei ec. ec. Del
resto quel che ho detto dell'amor fraterno o paterno ec. tra individui di sesso
diverso si stenda ancora a quello tra fratello e fratello, padre e figlio ec.,
chè anch'esso in grandissima parte è opera ed assoluta creatura, o delle leggi,
costumi, opinioni ec. o dell'assuefazioni, del convitto, della somiglianza, e
di cose diverse insomma dalla consanguineità per se stessa. Massime un amor
vivo, sentimentale, tenero, fervido ec. Il quale parimente non suol [3920]aver
luogo che ne' civili ec. Tra' selvaggi, come tra gli animali, l'amore, o almeno
l'amor vivo tra' genitori e' figliuoli, anzi de' genitori verso i figliuoli,
non dura se non quanto è bisogno alla conservazione di questi ec.[49]
In quel tempo egli è veramente naturale e d'istinto ec. Ma i selvaggi per
barbarie non lasciano di avere talora anche in costume di abbandonare i figli
appena nati, o poco appresso ec. di esporli ec. ec., come anche usavano molti
antichi civili, e come pur troppo s'usa anche oggi tra noi in mille casi ec.
ec.; e Rousseau espose o tutti o non pochi de' figli che ricevette dalla sua
Teresa Levasseur ec., cose tutte ignote in qualunqu'altra specie di animali, e
contro natura se altra mai, e di cui non è capace se non l'uomo ridotto
comunque in società, cioè corrotto, e perniciose di lor natura alla specie ec.
ec. Puoi vedere Aristot. Polit. Florent. 1576. lib.7. p.638-40. dove si dà per
legge conveniente e necessaria alle repubbliche l'esposizione dei figli, non
solo imperfetti, come in Lacedemone, ma eziandio generati dopo una certa età
ec., e di più dove l'esposizione per legge non sia permessa, si consiglia e
prescrive da quel filosofo l'�mblvsiw artificiale e volontaria, ec. E
vedi anche i commentari del Vettori ai detti luoghi. (26. Nov. 1823.) Ortografia italiana
peccante per latinismo. Machiavelli in una dell'edizioni della testina (che
sono le originali, e dove l'ortografia non è rimodernata, come poi, per altre
mani) scrive mille voci difformemente per latinismo, benchè certo al suo tempo
non si pronunziassero così, ma come oggi ec., per esempio Pontifice
(par.2. p.73. principio e in tutta la storia, ec.) e simili. (26. Nov. 1823.) [3921]Dico altrove in più luoghi che gli uomini e i viventi più forti o per età o per complessione o per clima o per qualunque causa, abitualmente o attualmente o comunque, avendo più vita ec. hanno anche più amor proprio ec. e quindi sono più infelici. Ciò è vero per una parte. Ma essi sono anche tanto più capaci e di azion viva ed esterna, e di piaceri forti e vivi. Quindi tanto più capaci di viva distrazione ed occupazione, e di poter fortemente divertire l'operazione interna dell'amor proprio e del desiderio di felicità sopra loro stessi e sul loro animo. La qual potenza ridotta in atto è uno de' principalissimi mezzi, anzi forse il principal mezzo di felicità o di minore infelicità conceduto ai viventi. (Io considero quelli che si chiamano piaceri come utili e conducenti alla fel |