[3300]primi tempi, e dell’antichità ec.
In séguito, quando anche l’altre proprietà di tali verbi così formati erano già
mal note, trascurate, cambiate ec. come altrove ho detto, non contendo che chi
volesse formare nuovi verbi di questo genere, non li formasse piuttosto dal
supino che dal participio in us del verbo originale (sia che questo
participio non esistesse più, o che fosse per anche in uso), o vero
indifferentemente dall’uno o dall’altro; o che mancando ancora il supino, non
facesse che seguire l’analogia degli altri verbi così formati. Solamente
osservo 1°. che non perchè molti continuativi e frequentativi che si leggono
negli scrittori dell’aureo tempo o de’ molto posteriori, non si trovino ne’ più
antichi, si dee perciò sempre e facilmente conchiudere ch’essi fossero allora
nuovi, e coniati appunto da quello o da quegli scrittori, o in quel secolo in
cui lo troviamo. 2°. Che l’uso di participii in us di verbi neutri, e d’altri
di verbi attivi in significati attivi, non fu solamente proprio dell’antichissima
latinità, ma anche dell’aurea, e della declinante e corrotta eziandio (fino
forse a passare alle lingue [3301]figlie: v. la p.3072.), come apparisce
dal luogo di Velleio altrove da me notato, e dai vari esempi degli autori che
usarono i cosiffatti participii da me sparsamente notati (i quali esempi si
possono vedere nel Forcellini), sia che li prendessero a uno a uno da’ più
antichi, o dall’uso d’allora; o che l’uso durasse in genere per tutti o quasi
tutti i verbi neutri e attivi, ad arbitrio dello scrittore e del parlatore, o
pur dell’uno soltanto o dell’altro ec.
(29.
Agos. 1823.)
Come l’uomo
sia quasi tutto opera delle circostanze e degli accidenti: quanto poco abbia
fatto in lui la natura: quante di quelle medesime qualità che in lui più
naturali si credono, anzi di quelle ancora che non d’altronde mai si credono poter
derivare che dalla natura, nè per niun modo acquistarsi, e necessariamente in
lui svilupparsi e comparire, non altro sieno in effetto che acquisite, e tali
che nell’uomo posto in diverse circostanze, non mai si sarebbero sviluppate, nè
sarebbero comparse, nè per niun modo esistite: come la natura non ponga quasi [3302]nell’uomo
altro che disposizioni, ond’egli possa essere tale o tale, ma niuna o quasi
niuna qualità ponga in lui; di modo che l’individuo non sia mai tale quale egli
è, per natura, ma solo per natura possa esser tale, e ciò ben sovente in
maniera che, secondo natura, tale ei non dovrebb’essere, anzi pur tutto l’opposto:
come insomma l’individuo divenga (e non nasca) quasi tutto ciò ch’egli è,
qualunque egli sia, cioè sia divenuto. Qual cosa pare più naturale, più
inartifiziale, più spontanea, meno fattizia, più ingenita, meno acquistabile,
più indipendente e più disgiunta dalle circostanze e dagli accidenti, che quel
tal genere di sensibilità con cui l’uomo suol riguardare la donna, e la donna l’uomo,
ed essere trasportato l’uno verso l’altra; quel tal genere, dico, di affetti e
di sentimenti che l’uomo, e massimamente il giovane nella prima età, senz’ombra
di artifizio, senza intervento di volontà, anzi tanto più quanto egli è più
giovane, più semplice ed inesperto, e quanto meno il suo carattere [3303]è
stato modificato e influito dall’uso del mondo e dalla conversazione degli
uomini e pratica della società, suol provare alla vista o al pensiero di donne
giovani e belle, o nel trattenersi seco loro; e così le donne giovani cogli
uomini giovani e belli? quel tressaillement, quell’emozione, quell’ondeggiamento
e confusione di pensieri e di sentimenti tanto più indistinti e indefinibili
quanto più vivi, che parte par che abbiano del materiale, parte dello
spirituale, ma molto più di questo, in modo che par ch’egli appartengano
interamente allo spirito, anzi alla più alta e più pura e più intima parte di
esso? Or questo genere di sentimenti e di affetti e di pensieri, questa qualità
del giovane, cioè questa tale sensibilità, e la facoltà ed abito di provare
questi siffatti sentimenti, non è per niun modo naturale nè innata, ma
acquisita, ossia prodotta di pianta dalle circostanze, e tale che se queste non
fossero state, l’uomo neppur conoscerebbe nè potrebbe pur concepire questa
qualità, nè anche sospettare d’esserne capace. [3304]Il genere umano
naturalmente è nudo, e, seguendo la natura, almeno in molte parti del globo,
egli non avrebbe mai fatto uso de’ vestimenti, siccome le vesti sono affatto
ignote p.e. ai Californii. Nè l’uomo nè il giovane non avrebbe mai veduto nè
immaginato nelle donne (e così la donna negli uomini) nulla di nascosto. E
nulla vedendo di nascosto, nè potendo desiderare o sperar di vedere, e ben
conoscendo fin dal principio la nudità e la forma dell’altro sesso, egli non
avrebbe mai provato per la donna altro affetto, altro sentimento, altro
desiderio, che quello che per le lor femmine provano gli altri animali; nè
avrebbe concepito intorno a lei altro pensiero che quello di mescersi seco lei
carnalmente; nè l’aspetto o il pensiero o la compagnia della donna avrebbe in
lui cagionato, neppur nella primissima gioventù, verun altro effetto che un
desiderio il più puramente e semplicemente sensuale che possa mai dirsi, un
impeto a soddisfare tal desiderio, ed un piacere (molto languido in se stesso
per l’abitudine e l’assuefazione incominciata sin dalla nascita, e sempre
continuata) altrettanto carnale che quel desiderio, e interamente, unicamente [3305]e
manifestissimamente materiale, cioè appartenente e derivante dalla sola materia
e dal senso, nè più nè meno che quel piacere che in lui avrebbe prodotto la
vista di un color rosso bello e vivo o altra tal sensazione; se non solamente
che quel diletto sarebbe stato per natura maggiore di questi; siccome tra gli
altri diletti, o naturalmente o per circostanze, qual è maggiore qual è minore,
non in se, ma rispetto agli uomini e agli animali, insomma agli esseri che li
provano, e ne’ quali essi diletti nascono ed hanno l’essere.
Tale sarebbe
stato l’uomo in natura per rispetto alla donna, e la donna per rispetto all’uomo.
Ma introdotto l’uso de’ vestimenti (e di più que’ costumi e quelle leggi
fattizie ed arbitrarie di società che impediscono o difficultano il torli di
mezzo quando si voglia ed occorra), la donna all’uomo (massime al giovane
inesperto) e l’uomo alla donna sono divenuti esseri quasi misteriosi. Le loro
forme nascoste hanno lasciato luogo all’immaginazione di chi le mira così
vestite. Per l’altra [3306]parte l’inclinazione e il desiderio naturale
dell’un sesso verso l’altro non ha, per questo cangiamento di circostanze
esteriori, potuto nè cessare nè scemare nel genere umano, niente più che negli
altri animali. L’uomo dunque (e così la donna verso l’uomo) si è veduto sommamente
e sopra tutte le cose trasportato, com’ei fu sempre, verso un essere il quale
non più, come prima, se gli rappresentava e se gli era sempre rappresentato
dinanzi tutto aperto e palese, e tale e tanto, quale e quanto esso è; ma verso
un essere quasi tutto a lui nascosto, un essere che sin dalla sua nascita non
se gli è rappresentato nè agli occhi nè al pensiero, o non suole
rappresentarsegli, che velato tutto e quasi arcano. Ecco da una circostanza
così estrinseca, così accidentale, così removibile, com’è quella de’
vestimenti, mutato affatto, massime nella fanciullezza e nella prima gioventù
il carattere e le qualità dell’un sesso rispettivamente all’altro. La vista, il
pensiero, la conversazione di [3307]questo essere sopra tutti e
invincibilmente amato e desiderato, ma le cui forme non cadono (almeno
abitualmente) sotto i suoi sensi, e che per conseguenza, essendone celate le
forme (che sono sì gran parte e dell’uomo e d’ogni cosa), e di più impeditane o
fattane difficile la libera conversazione, e quindi anche l’intera conoscenza
del suo animo, costumi ec., per conseguenza, dico, è divenuto per lui tutto
misterioso; il pensiero dico e la vista e il consorzio di questo essere l’immerge
in una quantità di concezioni, d’immaginazioni, d’illusioni, di sentimenti,
vivissimi e profondissimi perchè quell’essere gli è per natura dolcissimo e
carissimo, ma nel tempo stesso confusissimi, incertissimi, per lo più
falsissimi, sublimi, vasti, perchè quel medesimo essere trovandosi essergli
quasi tutto misterioso e quasi cosa segreta ed occulta, i pensieri e i
sentimenti ch’esso gli desta, sono tutti capitalmente e quasi esclusivamente
governati e modificati e figurati, e in gran parte prodotti e creati, dalla
fantasia, e questa [3308]gagliardamente mossa. Nello stato naturale, l’inclinazione
innata dell’uomo verso la donna, trovando tutto aperto e palese, e niun luogo
avendovi alla immaginativa, ella non producea che pensieri e sentimenti
semplicissimi, distintissimi, chiarissimi, materialissimi. Ora essa
inclinazione, esso amore ingenito e naturalmente fortissimo e ardentissimo,
trovando il mistero, e i loro effetti congiungendosi nell’animo umano colla
idea del mistero, o vogliamo dir con un’idea oscura e confusa, oscurissimi e
confusissimi, ondeggianti, vaghi, indefiniti, cento volte meno sensuali e
carnali di prima (poichè la detta idea non viene immediatamente dal senso ec.),
e finalmente quasi mistici debbono essere i pensieri e gli affetti che
risultano da questa mescolanza di sommo desiderio e tendenza naturale, e d’idea
oscura dell’oggetto di tal desiderio e tendenza. E però l’uomo si rappresenta
la donna in genere, e in ispecie quella ch’egli ama, come cosa divina, come un
ente di stirpe diversa dalla sua ec. Perocchè la natura gliela propone come
desiderabilissima e amabilissima, le circostanze gliela rendono desideratissima
(perocch’ei non può facilmente nè subito ottenerla), ed esse altresì gli
nascondono quale ella sia veramente ec. E così da una circostanza così
materiale, com’è quella de’ vestimenti (e come son l’altre cagionate dai
costumi e leggi sociali circa le donne), nasce nell’uomo un effetto il più
spirituale [3309]quasi, che abbia mai luogo nel suo animo, i pensieri e
i sentimenti più sublimi e più nobili e più propri dello spirito, la
persuasione di non esser mosso che da esso spirito ec. ec.; da una circostanza
così reale e visibile e determinata nascono in lui le maggiori illusioni, i più
vaghi, incerti, indeterminati pensieri, la maggiore operazione della più
fervida e più delirante e sognante immaginativa; da una circostanza così
accidentale un effetto così intimo, così generale nel più de’ giovani (almeno
per un certo tempo), così costante, così connesso e proprio, a quel che pare,
del carattere dell’individuo; finalmente da una circostanza non naturale nasce
un effetto che universalmente si considera come il più naturale, il più proprio
dell’uomo, il più assolutamente inevitabile, il meno acquistabile, il meno
fattibile, il meno producibile da altra forza che dalla stessa mano della
natura, il più congenito ec. secondo che ho detto di sopra.
Così e
per queste cagioni nacque nel genere umano tra l’uno e l’altro sesso la
tenerezza, la quale i selvaggi non provano e non conoscono (nè gli uomini
primitivi provarono, nè una nazione dove non s’usino le vestimenta ec. [3310]proverà
o conoscerà mai) siccome niun altro degli effetti sopra descritti, anzi
neppure, propriamente parlando, l’amore, ma l’inclinazione e l’impeto da lei
cagionato, l’õrm®n, l’abito e l’atto della tendenza;
perchè non è propriamente amore quello che noi ponghiamo p.e. all’oro e al
danaio. V. p.3636. e 3909.
Altra
prova delle proposizioni da me esposte nel principio di questo pensiero, può
essere, fra le mille, la seguente. Qual uomo civile udendo, eziandio la più
allegra melodia, si sente mai commuovere ad allegrezza? non dico a darne segno
di fuori, ma si sente pure internamente rallegrato, cioè concepisce quella
passione che si chiama veramente gioia? Anzi ella è cosa osservata che oggidì
qualunque musica generalmente, anche non di rado le allegre, sogliono
ispirare e muovere una malinconia, bensì dolce, ma ben diversa dalla gioia; una
malinconia ed una passion d’animo che piuttosto che versarsi al di fuori, ama
anzi per lo contrario di rannicchiarsi, concentrarsi, e ristringe, per così
dire, l’animo in se stesso quanto più può, e tanto più quanto ella è più forte,
e maggiore l’effetto [3311]della musica; un sentimento che serve anche
di consolazione delle proprie sventure, anzi n’è il più efficace e soave
medicamento, ma non in altra guisa le consola, che col promuovere le lagrime, e
col persuadere e tirare dolcemente ma imperiosamente a piangere i propri mali
anche, talvolta, gli uomini i più indurati sopra se stessi e sopra le lor
proprie calamità. In somma generalmente parlando, oggidì, fra le nazioni
civili, l’effetto della musica è il pianto, o tende al pianto (fors’anche talor
di piacere e di letizia, ma interna e simile quasi al dolore): e certo egli è
mille volte piuttosto il pianto che il riso, col quale anzi ei non ha mai o
quasi mai nulla di simile. Questi effetti della musica su di noi ci paiono sì
naturali, sì spontanei ec. ec. che non pochi vorranno e vogliono che sia
proprio assolutamente della natura umana l’essere in tal modo affetti dall’armonia
e dalla melodia musicale.
Ora,
tutto al contrario di quello che avviene costantemente tra noi, sappiamo che [3312]i
selvaggi, i barbari, i popoli non avvezzi alla musica o non avvezzi alla
nostra, in udirne qualche saggio, prorompono in éclats di giubilo, in
salti, in grida di gioia, si rompono dalle risa per la grande contentezza, e
insomma cadono in un entusiasmo e in un’intera e decisa ebbrietà e furore e
smania di pura allegria. (29-30. Agos. 1823.).
Votare ec. da voveo-votus. Persécuter,
perseguitare ec. veggasi il detto da me nella teoria de’ continuativi circa
il verbo sectari. Mercatare ec. da mercor mercatus. Veggansi il
Gloss. il Forc. i Diz. franc. e spagn.
(31. Agosto. Domenica. 1823.)
Patulus sembra un diminutivo di patus,
andato in
piena
dimenticanza, restando in sua vece il detto
diminutivo.
- A quello che altrove ho detto di fabula e
fabella, se ambo sieno diminutivi, o
quello positivo,
questo
diminutivo, aggiungi l’esempio di baculum e
baculus positivi, bacillum
diminutivo. E vedi il
luogo di S.
Isidoro appo il Forcellini in Bacillum
[3313]fine.
(31.
Agosto 1823.)
Circa
quello che ho detto altrove della melodia, basti il tenere che il principio, l’origine
prima, il fondamento, ossia la ragione originale del perchè qualsivoglia
successione melodiosa di tuoni, sia melodiosa, cioè armonica successivamente; o
vogliamo dire la prima fonte e ragione della convenienza scambievole de’ tuoni
nella successione, non fu e non è quasi altro che l’assuefazion solamente, la
quale bensì è suscettibile di ampliazione, di modificazioni infinite e
variazioni, di applicazioni diversissime, di diversissime combinazioni delle
sue parti; cose tutte che hanno infatti avuto ed hanno continuamente luogo
nella musica e nelle composizioni del Musico, il cui uffizio non è
originariamente e principalmente altro che il far buon uso delle assuefazioni
generali circa l’armonia, cioè la convenienza, successiva o simultanea delle
note delle corde, degli stromenti, voci ec. ec. servata la proporzione
scambievole degl’intervalli, ossia del tempo. Ben può il Musico modificare in
assaissime guise queste assuefazioni, ma dee però sempre riconoscerle [3314]e
seguirle e in loro mirare, come fondamento e ragione dell’arte sua.
(31.
Agosto. Domenica. 1823.)
Alla
p.3298. Un uomo (o donna) di carattere naturalmente pacifico, placido, quieto,
riposato, ordinato, inclinato a una certa pigrizia, è per natura portato all’egoismo.
Quanto più l’uomo o per indole e condizion primitiva, o per effetto dell’età, o
per istanchezza del mondo, per disinganno ec. ama il riposo, la pace, l’ordine,
l’uniformità della vita, è lontano dal calore, dai desiderii vivi, dai disegni
vasti o impetuosi, o fervidi, o attivi ec. è dedito all’inazione, al metodo;
anzi quanto più egli è tollerante delle ingiurie e degli stessi patimenti per
debolezza d’animo o di corpo o d’ambedue, quanto è più disposto e solito di
rinunziare al risentimento, di chinare il capo alle circostanze, alla
necessità, di sacrificare e di posporre qualunque cosa alla conservazione della
sua quiete interna ed esterna e della sua inattività; quanto più l’uomo è vile
e codardo; quanto più suole appagarsi del presente, soddisfarsi di ciò che gli
accade, pigliar le cose come vengono; tanto meno egli è disposto e solito di
sacrificarsi o adoperarsi [3315]per altrui; tanto meno è accessibile
alla compassione, tanto più è inclinato e tanto più ha d’egoismo. L’abitudine
dell’ozio in qualsivoglia età, è sempre conciliatrice d’egoismo. In somma per
tutte queste osservazioni, e per qualunque altra si voglia fare intorno ai vari
caratteri degli uomini, apparisce e sempre apparirà, che la natura dell’egoismo
è un ghiaccio dell’animo; un freddo, un congelamento, una quasi concrezione,
una durezza o un induramento, una secchezza o un disseccamento dell’amor
proprio; una povertà, una scarsezza di vita; una inattività effettiva, o un’inclinazione
alla medesima ec.; o naturale o avventizia che sia, o morale o fisica, o l’uno
e l’altro, o portata dalla nascita e cresciuta poi e confermata coll’assuefazione
colle circostanze cogli avvenimenti della vita ec., o da queste prodotta in
contrario e in dispetto dell’indole primitiva ec. (31. Agosto. 1823.). Io credo
potere asserire che generalmente gli uomini meno soggetti a passioni veementi,
quelli che non amano il piacere, quelli che mai non vissero per li piaceri, mai
non furono trasportati da’ piaceri e [3316]dal desiderio e furore di
questi (sieno piaceri corporali o spirituali), o che più nol sono; anche i meno
iracondi, i più pazienti, e simili, per natura, o per abito contratto; sono i
più inclinati all’egoismo, i più alieni abitualmente dal compatire e dal
beneficare; spesso anche i più ingiusti per volontà riflettuta. E i contrari
viceversa.
Sono
moltissimi che amano, predicano, promuovono, ed esercitano esclusivamente la
giustizia, l’onestà, l’ordine, l’osservanza delle leggi, la rettitudine, l’adempimento
de’ doveri verso chi che sia, l’equa dispensazione de’ premi e delle pene, la
fuga delle colpe; ma ciò non per virtù, nè come virtù, non per finezza o
grandezza o forza o compostezza d’animo, non per inclinazione, non per
passione, ma per viltà e povertà di cuore, per infingardaggine, per inattività,
per debolezza esteriore o interiore, perchè non potendo (per debolezza) o non
volendo (per pigrizia) o non osando (per codardia) nè provvedersi nè difendersi
da se stessi, vogliono che la legge e la società vegli per loro, e provvegga
loro e li difenda senza loro fatica, e in modo ch’essi se ne riposino su di
lei; perchè la via del retto è la meno pericolosa, la sola che nel mondo [3317]sia
palesemente permessa; perchè l’onestà delle azioni avendo (almeno
apparentemente) meno ostacoli a combattere, cagiona meno imbarazzi, esige meno
attività, meno travagli, produce conseguenze meno moleste; perchè non ardiscono
contravvenire alle leggi, nè farsi alcun nemico, molto meno quei che comandano
e che vegliano all’esecuzione d’esse leggi; perchè temono il castigo, la
riprensione, il biasimo pubblico, si lasciano imporre dall’apparenza dell’opinione
universale, la quale opinione mostra di stimare o di non molestare nè denigrare
i buoni, e di odiare e biasimare i cattivi ec. perchè non hanno spirito d’aspirare
a cose straordinarie, nè di procacciarsi o beni o piaceri, nè di avanzare il
loro stato ec., col subire qualche, ancorchè minimo, pericolo, col combattere
qualche ostacolo, ec. nè di nulla tentare fuor del consueto e dell’ordine, e
nulla rischiare, ec. Questi tali, benchè incapaci di far male o torto
(volontariamente) ad alcuno, o d’offendere altrui in verun modo, di soverchiare
ec. sono grandissimi egoisti, chiusi alla compassione, ignari della
beneficenza. Sono altri ch’esercitano ed amano al modo stesso la giustizia, non
per virtù, nè anche per viltà, ma perchè stanchi e disingannati del mondo, e
nulla più curandosi di quanto si possa acquistare o coll’ingiustizia o
comunque, non cercano più che la pace, la quale non si trova fuor dell’ordine,
e però sono amici dell’ordine. Questi ancora sono per lo più egoisti o nati o
divenuti. (1. Settembre. 1823.).
Italianismi
nell’uso della voce unus. Vedi Svetonio, in Iul. Caes. cap.32.
§.1. e quivi il Pitisco ec. col Forcellini ec.
(1. Sett. 1823.)
[3318]Un francese, un inglese, un tedesco
che ha coltivato il suo ingegno, e che si trova in istato di pensare, non ha
che a scrivere. Egli trova una lingua nazionale moderna già formata, stabilita
e perfetta, imparata la quale, ei non ha che a servirsene. Nè dal principio
della loro letteratura in poi, è stato mai bisogno ad alcuno scrittore di
queste nazioni, qual ch’ei si fosse, il formarsi una lingua moderna, cioè tale
che volendo scrivere, come ognun deve, alla moderna, ei potesse col di lei
mezzo esprimere i suoi concetti in qualsivoglia genere. Come dal principio
delle loro letterature in poi, quelle nazioni non hanno mai intermesso di
coltivar esse medesime gli studi in esse introdotti; o creando e inventando
nuovi generi o discipline, con esse hanno naturalmente e sin dal loro principio
creato o formato il linguaggio che loro si conveniva; o accettando generi o
discipline forestiere, non mai per ancora in esse nazioni conosciute o
trattate, insieme con essi generi e discipline accettarono senza contrasto
alcuno quei modi e quei vocaboli, ancorchè forestieri, che con esse erano
congiunte, e che a volerle trattare indispensabilmente si richiedevano; così
non è stato mai tempo alcuno in [3319]cui gli scrittori di quelle
nazioni, avendo che scrivere, non avessero come scrivere; mai tempo alcuno in
cui quelle nazioni non avessero lingua nazionale moderna per qualunque genere
di letteratura e per qualsivoglia disciplina da loro trattata.
Ben
diverso è oggidì il caso dell’Italia. Come noi non abbiamo se non letteratura
antica, e come la lingua illustre e propria ad essere scritta, non è mai
scompagnata dalla letteratura, e segue sempre le vicende di questa, e dove questa
manca o s’arresta, manca essa pure e si ferma; così fermata tra noi la
letteratura, fermossi anche la lingua, e siccome della letteratura, così pur
della lingua illustre si deve dire, che noi non ne abbiamo se non antica. Sono
oggimai più di centocinquant’anni che l’Italia nè crea, nè coltiva per se verun
genere di letteratura, perocchè in niun genere ha prodotto scrittori originali
dentro questo tempo, e gli scrittori che ha prodotto, non avendo mai fatto e
non facendo altro che copiare gli antichi, non si chiamano coltivatori della
letteratura, perchè non coltiva [3320]il suo campo chi per esso
passeggia e sempre diligentemente l’osserva, lasciando però le cose come
stanno; nè per rispetto di questi scrittori verun genere della nostra
letteratura s’è per niuna parte avanzato o migliorato, niun genere nuovo
introdotto; la nostra letteratura è d’allora in poi, quanto a questi scrittori,
affatto stazionaria; or questo si chiamerà aver coltivato la nostra
letteratura? potremo dir che sia stata coltivata senza profitto alcuno: ciò
viene a esser la stessa cosa.
In
questo spazio di tempo la letteratura francese e la tedesca sono nate, la
letteratura inglese si è primieramente formata e stabilita. Queste tre
letterature, quante elle sono e quanto abbracciano, s’includono, si può dir,
tutte, quanto al tempo, ne’ centocinquant’anni della immobilità della nostra
letteratura. La depravazione e quindi il cominciamento dell’ozio e della
inoperosità della letteratura italiana furono quasi il segnale alle altre
letterature più famose d’Europa di sorgere e comparire [3321]nel mondo.
Elle sono sorte, e in breve spazio hanno avanzato e passato i termini da noi
già tocchi, e il progresso universale della letteratura e delle cognizioni
umane ne’ centocinquant’anni ultimi è stato così rapido e così grande, ch’egli
equivale per così dire a quello fatto per tutti i secoli addietro infino all’epoca
nominata. Ciò singolarmente si può dire in quanto alla filosofia, la quale
rinata dopo la detta epoca, e tutta nuova, fa parere più che pigmea la
filosofia di tutti gli altri secoli insieme. Ella è divenuta la scienza, il
carattere, la proprietà de’ moderni; ella regge, domina, vivifica, anima tutta
la letteratura moderna; ella n’è la materia e il subbietto; ella in somma è il
tutto oggidì negli studi, e in qualsivoglia genere di scrittura; o certo nulla
è senza di lei.
Fra
queste generali vicende e questo progresso della letteratura, l’Italia, come di
sopra dissi, nulla ha fatto per se. Gli scrittori alquanto originali ch’ella ha
prodotti in questo tempo, gli scrittori che posson meritar nome di moderni, non
[3322]sono stati sufficienti nè per originalità nè per numero, a darle
una lingua nazionale moderna, nello stesso modo ch’ei non sono stati
sufficienti a fare ch’ella avesse una letteratura moderna nazionale.
E quanto
alla lingua, l’insufficienza loro a far che l’Italia n’avesse una moderna sua
propria, è venuta principalmente da questa cagione. Trovando interrotta in
Italia la letteratura, essi hanno trovato interrotta la lingua illustre; antica
quella, antica ancor questa. Una lingua antica non può esser buona a dir cose
moderne, e dirle, come devesi, alla moderna: nè la nostra lingua in particolare
era buona ad esprimere le nuove cognizioni, a somministrare il bisognevole a
tanta e sì vasta novità. Introducendosi fra noi appoco appoco la notizia delle
letterature e discipline straniere, que’ pochi italiani ch’eccitati da queste
nuove cognizioni si trovarono un capitale di mente da poter loro aggiungere
qualche cosa di loro; quei molti più che invaghiti della novità, o mossi da
qualunque altro motivo, deliberarono, [3323]senza però aver nulla di
proprio da scrivere, d’introdurre o divulgare, come si doveva, in Italia i
nuovi generi, le nuove letterature e discipline, la nuova filosofia, anzi per
meglio dire, la filosofia, non bastando a ciò la lingua italiana antica,
intieramente la dismessero, e come di facoltà e di pensieri, così di lingua
andarono a scuola dagli stranieri; e da cui toglievano le cose, sia per
solamente ripeterle, sia pur talora per accrescerle e in qualche parte
migliorarle, da essi tolsero anche le voci e le maniere e le forme del
favellare e scrivere. Gli scienziati propriamente detti, rispetto ai quali la
nostra nazione non fu quasi per alcun tempo seconda a verun’altra, sempre però
poco curanti della lingua, seguirono la barbarie venuta in uso, come il
linguaggio ch’era loro alla mano, e come indifferentemente avrebbero seguito
qualunque altro linguaggio o puro o impuro che avessero avuto in pronto e che
fosse stato comune, il che sempre avevano fatto qui ed altrove.
Tristo
veramente e difficile era il caso loro, ma peggio il partito a cui s’appigliarono.
Difficile il caso, perocchè quanto è facile il continuare a una nazione la sua
lingua illustre insieme colla sua letteratura, tanto è difficile, interrotta
per lungo spazio la letteratura, e dovendo quasi ricrearla, riannodare la
lingua a lei conveniente colla già antiquata lingua illustre della nazione,
colla lingua che fu propria della nazionale letteratura prima che questa fusse
totalmente interrotta.
[3324]In questo caso non si trovò forse
mai nazione veruna (se non se oggidì la spagnuola quando ella intraprendesse di
ristorare la sua quasi spenta letteratura). Ma questo appunto è il caso nel
quale si trova oggi l’Italia.
Noi
abbiamo una lingua; antica bensì, ma ricchissima, vastissima, bellissima,
potentissima, insomma colma d’ogni sorta di pregi; perocchè abbiamo una
letteratura, antica ancor essa, ma vasta, varia, bellissima, abbondantissima di
generi e di scrittori, splendidissima di classici, durata per ben tre secoli e
più, tale che rispetto all’età ch’ella aveva quando fu tralasciata, l’età che
hanno presentemente l’altre letterature, è affatto giovanile. Per queste
cagioni, e per altre che ora non accade specificare, questa lingua italiana che
noi ci troviamo, supera di ricchezza, di potenza, di varietà tutte le lingue
moderne, salvo forse la tedesca; di bellezza avanza d’assai tutte queste lingue
senza eccezione nè dubbio alcuno; d’altri pregi è superiore, non solamente a
esse lingue, ma alle antiche eziandio. Tale si è [3325]la lingua
italiana per se ed intrinsecamente. Ma ella è antica; cosa estrinseca; ed
essendo antica non basta, nè si adatta tal quale ella è, a chi vuole scriver
cose moderne in maniera moderna. Perciò forse potrà un uomo sano volere o
concedere che una tal lingua si gitti e dimentichi come divenuta del tutto
inutile, e che dando all’Italia una letteratura moderna propria, se le debba
dare con essa insieme una lingua affatto nuova, come finora s’è fatto, o
pigliandola dagli stranieri, ch’è pur quel che s’è fatto, o creandola di
pianta, quasi niuna, o solo una imperfettissima e debole e scarsa e spregevole
lingua, avesse avuto l’Italia per lo passato.
Ma
certo, come questo è assurdissimo, e siccome per prova veggiamo, dannosissimo;
così quello è necessario, evidente e certo, che volendo dare alla moderna
Italia una moderna letteratura, conviene non già mutare la sua antica lingua,
nè disfarla, nè rinnovarla, ma salvi i suoi fondamenti, l’indole e proprietà
sua, e tutti i suoi pregi secondo le loro speciali e proprie qualità,
rimodernarla, e fare in modo che la lingua [3326]moderna italiana
illustre sia propriamente una continuazione, una derivazione dell’antica, anzi
la medesima antica lingua continuata, niente meno che la francese dell’ultima
metà del passato secolo, e quella del presente, non sono altra che quella del
tempo di Luigi XIV. continuata di mano in mano.
Or
questo ai francesi fu facile, perchè la loro letteratura non fu interrotta per
alcun tempo, da Luigi in poi; laonde la loro lingua fu sempre continuata
naturalmente e senza sforzo, e sempre successivamente modificandosi secondo i
tempi, fu in ciascun tempo moderna, ma una in tutti i tempi considerati
insieme. A noi bisogna far forza alle cose, e quasi scancellare e annullare o
nascondere il fatto, cioè governarci in modo che quel che fu, apparisca non
essere stato, e la lingua italiana sembri non essere stata per alcun tempo
interrotta, ma continuamente avanzata e modificata sino a divenir propria e
conforme e conveniente all’odierna Italia ed alla sua moderna letteratura.
Quindi
si consideri le grandissime difficoltà ed ostacoli che si attraversano, le
angustie [3327]che stringono, la vera infelicità della condizione in cui
si trova oggidì l’italiano che aspiri ad esser scrittor classico, cioè pensare
originalmente, dir cose proprie del tempo, dirle in modo proprio del tempo, e
perfettamente adoperare la sua lingua, senza le quali condizioni, e una sola
che ne manchi, non si può mai nè pretendere giustamente, nè ragionevolmente
sperare l’immortalità letteraria. (Alla quale, e sia detto per incidenza, ben
raro o niuno è che giungesse per mezzo di opere scritte in lingua non sua; come
se noi spaventati dalle difficoltà che ho detto e son per dire, volessimo
scrivere in francese piuttosto che in italiano.)
Un
italiano ancorchè pienamente istruito in tutto ciò che si richiede oggidì in
qualsivoglia luogo a un perfetto uomo di lettere, ancorchè sommamente ricco d’immaginazione
e di cuore, ancorchè fecondissimo e gravido di pensieri propri,
importantissimi, profondissimi, novissimi, d’invenzioni, d’idee d’ogni genere
convenientissime al tempo; ancorchè osservatore, meditatore, ragionatore senza
pari; ancorchè peritissimo di tutte l’arti e artifizi dello [3328]stile;
volendo perfettamente scrivere in italiano, ed essendo, per ogni altro
riguardo, capacissimo di perfettamente scrivere; si trova mancare affatto della
lingua in cui possa farlo, non solo perfettamente, ma pur mediocrissimamente. A
questo tale è duopo apprestarsi prima di tutto una lingua colle sue mani. Ma
questa in qual modo? Manco difficile sarebbe il crearsela. Se l’Italia non
avesse che una lingua imperfettissima, ristrettissima e bambina, manco
difficile sarebbe a un grande ingegno il perfezionarla, l’arricchirla, il
dilatarla, il condurla a maturità. Ma l’Italia ha una lingua altrettanto
perfetta quanto immensa; bensì da lungo tempo dismessa, e però impropria a’ di
lui bisogni, a’ quali ella non fu ancor mai per alcuno adattata nè adoperata.
Conviene adunque indispensabilmente che l’ingegno da noi supposto, innanzi di
porsi a scrivere, perfettamente impari questa lingua infinita, che tutta l’abbracci,
che la si converta in succo e sangue, che se ne renda risolutissimo e pienissimo
possessore e padrone, che n’abbia per le dita e il tutto e fino alle menome
parti franchissima e speditissimamente. [3329]Come senza ciò potrebb’egli
derivarne e farne nascere e pullulare in guisa che paia del tutto spontanea,
una lingua conforme alla natura e a’ bisogni de’ moderni tempi e delle moderne
cognizioni, la qual sembri e sia onninamente una coll’antica? come commettere
insieme quella con questa per modo che nulla appaia la commissura? Ma questa
lingua essendo antica, egli non la può già imparar dalla balia, ma gli conviene
apprenderla per istudio; essendo infinita e in se diversissima, egli non la può
apparare con istudio nè breve nè leggero, ma solo con lunghissimi sudori, e
profonde ricerche sulle sue proprietà, e continuo esercizio di leggerla e di
scriverla, e assiduo ed attentissimo studio de’ suoi classici che sono in
grandissimo numero. E così facendo, troverà, e sempre più si persuaderà, che
siccome della lingua greca si dice, così della italiana si può dire, lei essere
veramente infinita, e tale ch’egli è impossibile di tutta abbracciarla, e mai
non viene quel giorno che nuove conoscenze intorno a essa lingua non si possano
[3330]acquistare, nè che il cammino sia terminato. Ma senza andare agli
eccessi; sebbene nulla v’ha qui d’esagerato; senza però voler conservare una
troppo grande esattezza nel ragionamento; supponendo ancora, com’è il vero, che
un grande e felice ingegno possa arrivare a comprender coll’animo e possedere,
se non tutta quanta la nostra lingua, pur tanta parte di lei che la cognizione
e la domestichezza d’essa parte, gli basti a poter sulle fondamenta, sull’ordine,
sul disegno dell’antica lingua fabbricare come una continuazione d’edificio la
moderna; veggasi quanto a costui convien travagliare innanzi di poter far uso
de’ suoi pensieri. Ella è cosa certa che la vera cognizione e padronanza di una
lingua come l’italiana, domanda, per non dir troppo, quasi una metà della vita,
e dico di quella cognizione e padronanza ch’è indispensabile a chiunque debba
veramente ristorarla. Ma la scienza, la sapienza, lo studio dell’uomo, non
domandano tutta la vita? e quella immensa moltiplicità di cognizioni piccole e
grandi, quella universalità che [3331]si richiede oggidì quasi
generalmente a ogni uomo di lettere, ma ch’è sommamente necessaria al filosofo;
la cognizione ed uso e pratica di tante altre lingue antiche e moderne e de’
loro autori, letterature ec. domandano poca parte di tempo? Certo è veramente
dura e deplorabile oggidì la condizione dell’italiano il quale avesse nella sua
mente cose degne d’essere scritte e convenienti a’ nostri tempi; perocch’egli,
anche volendo usare la maggior semplicità del mondo, non avrebbe una lingua
naturale in cui scrivere (come l’hanno i francesi ec. atta a potervi subito
scrivere, com’ei l’abbiano competentemente coltivata e studiata), nè il modo di
bene esprimere i suoi concetti gli correrebbe mai alla penna spontaneo, ma
converrebbe ch’egli si fabbricasse l’istrumento con cui significar le sue idee.
E d’altronde ella è ben ardua e difficile la condizione di un ingegno
quantunque si voglia grande e colto, al quale oltre la grande impresa di
ristorare la letteratura italiana, e dare o mostrare all’Italia una letteratura
propria moderna, [3332]quasi ciò fosse poco, converrebbe in prima
necessariamente aprirsi la via col ristorare la lingua italiana e dare all’Italia
una lingua nazionale moderna, quasi questa ancora non fosse per se sola un’impresa
sufficiente a una vita intera e ad un eccellente ingegno.
Tanta è
la difficoltà di condurre a termine due imprese di questa sorta, il che dovrebb’esser
pure necessariamente lo scopo e l’istituto di qualunque letterato italiano
degno di questo nome; e d’altronde egli è così vero che la letteratura e la
lingua mai non si scompagnano, nè l’una dall’altra si dissomigliano, e ch’egli
è quasi impossibile di scrivere perfettamente, e in forma che paia spontanea,
una lingua per solo studio apparata o fabbricatasi; che io siccome so certo che
l’Italia non avrà propria letteratura moderna finch’ella non avrà lingua moderna
nazionale, così mi persuado che tal lingua ella non avrà mai finchè non abbia
tale letteratura: onde (se pur dobbiamo sperarlo) nata una letteratura [3333]moderna
italiana, seco a paro nascerà una moderna lingua, e quindi di mano in mano
cresceranno ambedue appoco appoco, l’una insieme coll’altra e in virtù dell’altra
scambievolmente, ma più la lingua in virtù della letteratura, che questa per l’aiuto
di quella. E così con mio dispiacere predìco che seppur avremo mai più lingua
moderna propria, questa non nascerà dall’antica nè a lei corrisponderà, ma
nascendo dalla nuova letteratura, a questa sarà conforme: ed essendo di origine
straniera, ci si verrà appoco appoco appropriando e pigliando forme nazionali
(quai ch’elle saranno per essere; non già le antiche) a proporzione che la
nuova letteratura diverrà nazionale, e metterà radici in Italia, e si nutrirà e
crescerà del nostro terreno, e produrrà frutti propri italiani. A questo mi
conduce il considerare che nè i nostri antichi scrittori nè i moderni o antichi
di nazione alcuna presente o passata, furono mai pensatori, originali ec.
scrivendo in altra lingua che in quella del loro secolo e in quella usata
generalmente [3334]da’ nazionali, e che loro veniva alla penna
spontanea, ben da loro assai volte (come da Cicerone) raffinata, riformata,
accresciuta, perfezionata, ma non mai per solo studio appresa, per solo studio
quasi ricreata. Al quale immenso travaglio, ed alla continua difficoltà di
scrivere e perfettamente scrivere in una tal lingua ancor dopo appresa, formata
e posseduta, è quasi impossibile trovare un pensatore originale, un gran
filosofo, un uomo di genio e di grande immaginazione, che si assoggetti; o che
assoggettandocisi, si conservi in se stesso e ne’ suoi scritti, pensatore,
filosofo, originale; senza di che sarebbe inutile l’esservisi assoggettato. Non
altrimenti che siano inutili allo scopo di dare all’Italia lingua e letteratura
moderna propria, coloro che oggi si sforzano di scrivere in buono italiano, da’
quali è rimota ogni sorta di pensiero, non solo nuovo ma moderno, e che
avendo a nominar qualche cosa moderna, la nominano o accennano copertamente, e
avendo talvolta a mostrare qualche conoscenza, qualche idea di quelle che i
nostri antichi non avevano, si fanno un pregio e un dovere di non farlo che
dissimulatamente, fingendosi [3335]il più che possono ignoranti di
quanto gli antichi ignoravano. E non altrimenti che inutili al sopraddetto
scopo sieno oggidì coloro che tra noi pur pensano qualche cosa (ben pochi e
poco), o che da’ paesi di fuori recano a noi qualche pensiero ec. i quali tutti
non iscrivono italiano ma barbaro. E questa separazione e distinzione di gente
che scrive in italiano (vero o preteso), e gente che pensa, stimo per le
suddette ragioni, che sempre sia per durare in Italia; mentre questi non
prevagliano a quelli, formando finalmente appoco appoco un nuovo italiano
illustre e rendendolo universale tra noi in vece dell’antico. Dal che siamo
ancora ben lontani, massime oggidì, che il numero e il valore di quelle ombre
di filosofi che ha veduto fin qui l’Italia, va pur sempre notabilissimamente
scemando; e sempre per lo contrario crescendo, non il valore, ma il numero di
quelli che pretendono e aspirano a scrivere il buon italiano; onde l’Italia è
quasi tutta rivolta di nuovo alla sua antica lingua, e di pensieri oramai nulla
più pensa nè [3336]cura nè richiede; propriamente nulla.
Mala cosa
per certo si è l’interruzione degli studi,
dovunque
ella accada, sì per mille altri danni, sì perchè
colla
letteratura ella antiqua la lingua illustre.
Di modo che risorgendo essa letteratura, l’è grandissimo impedimento e indugio
a poter crescere e formarsi la mancanza di lingua a lei conveniente, e il tempo
e l’industria che bisogna spendere in fornirnela. Quanto crediamo noi che
ritardasse gli avanzamenti dello spirito umano (non in una sola nazione ma in
tutta l’Europa) dopo il risorgimento degli studi, la mancanza di lingue proprie
alle nuove lettere? La qual mancanza non da altro provenne che dalla diuturna
interruzione della letteratura in Europa. Perocchè la lingua latina non avrebbe
cessato di esser parlata e propria degli europei, se fosse durata la
letteratura latina. Ben si sarebbe sempre modificata secondo i tempi, di modo
ch’ella oggidì sarebbe diversa dall’antica; ma sarebbe pur lingua latina; e in
Europa si parlerebbe e scriverebbe il latino come lingua propria, come moderna,
come conveniente a’ nostri tempi (quale infatti ella sarebbe); e lo spirito
umano sarebbe più oltre ch’ei non è, [3337]perchè sarebbe stato impiegato
nel coltivar la sapienza e le lettere quel tempo che fu dovuto spendere nel
formare delle lingue convenienti a queste, e ai costumi e al carattere de’
moderni secoli. Il che volendo evitare e risparmiare i primi cultori de’
risuscitati studi, si ostinarono a volere scrivere in latino; ma il latino era
lingua antica, nè mai in una lingua antica si potranno scriver cose moderne nè
scriverle modernamente. E molto nocque una tale ostinazione al progresso de’
lumi e della coltura e alla formazione dello spirito nazionale e moderno. Il
quale non mai si sarebbe formato se non fossero state formate e stabilite le
lingue moderne in vece della latina. Siccome per lo contrario si vede che
queste non prima furono formate e stabilite di quel che lo spirito nazionale e
moderno pigliasse una consistenza e una certa forma e fisonomia propria, prima
in Italia, poscia in Ispagna, indi in Francia e in Inghilterra, ultimamente in
Germania, che ultima di tutte queste nazioni lasciò l’uso della lingua latina
come letterata e illustre, e le sostituì [3338]la nazionale. E questo
esempio dell’Europa si deve proporzionatamente applicare e paragonare al caso
dell’odierna Italia, e dedurne delle congetture, certo assai verisimili e
solide, circa il futuro esito delle nostre presenti circostanze.
(1-2. Settembre. 1823.)
Del
resto, dalle considerazioni qui dietro fatte sulla necessità che l’Europa e lo
spirito umano avevano di nuove lingue illustri a potersi avanzare e nè costumi
e nelle scienze e nelle lettere e nella filosofia, dopo il risorgimento degli
studi; e sul grandissimo detrimento e ritardo che portò alla rinata civiltà la
rinnovazione dell’uso esclusivo del latino come lingua illustre; e sul maggior
danno e indugio che le avrebbe apportato la continuazione di tale uso, apparisce
più visibilmente che mai quanto debbano a Dante, non pur la lingua italiana,
come si suol predicare, ma la nazione istessa, e l’Europa tutta e lo spirito
umano. Perocchè Dante fu il primo assolutamente in Europa, che (contro l’uso e
il sentimento di tutti i suoi contemporanei, e di molti posteri, che di ciò lo
biasimarono: v. Perticari Apologia cap.34.) ardì concepire [3339]e
scrisse un’opera classica e di letteratura in lingua volgare e moderna,
inalzando una lingua moderna al grado di lingua illustre, in vece o almeno
insieme colla latina che fino allora da tutti, e ancor molto dopo da non pochi,
era stata e fu stimata unica capace di tal grado. E quest’opera classica non fu
solo poetica, ma come i poemi d’Omero, abbracciò espressamente tutto il sapere
di quella età, in teologia, filosofia, politica, storia, mitologia ec. E riuscì
classica non rispetto solamente a quel tempo, ma a tutti i tempi, e tra le
primarie; nè solo rispetto all’Italia ma a tutte le nazioni e letterature.
Senza un tale esempio ed ardire, o s’ei fosse riuscito men fortunato e
splendido, e se quell’opera pel suo soggetto fosse stata meno universale, e
meno appartenente, per così dire, a ogni genere di letteratura e di dottrina;
si può, se non altro, indubitatamente credere che sì l’Italia sì l’altre
nazioni avrebbero tardato assai più che non fecero a inalzare le lingue proprie
e moderne al grado di lingue illustri, e quindi a formarsi delle letterature
proprie e [3340]moderne e conformi ai tempi, e quindi lo spirito e il
carattere nazionale, moderno, distinto, determinato ec. Dante diede l’esempio,
aprì e spianò la strada, mostrò lo scopo, fece coraggio e col suo ardire e
colla sua riuscita agl’italiani: l’Italia alle altre nazioni. Questo è
incontrastabile. Nè il fatto di Dante fu casuale e non derivato da ragione e
riflessione, e profonda riflessione. Egli volle espressamente sostituire una
lingua moderna illustre alla lingua latina, perchè così giudicò richiedere le
circostanze de’ tempi e la natura delle cose; e volle espressamente bandita la
lingua latina dall’uso de’ letterati, de’ dotti, de’ legislatori, notari ec.,
come non più convenevole ai tempi. Il fatto di Dante venne da proposito e
istituto, e mirò ad uno scopo; e il proposito, l’istituto e lo scopo (quanto
spetta al nostro discorso)
(siccome eziandio la scelta e l’uso de’ mezzi) fu da acutissimo, profondissimo
e sapientissimo filosofo. Veggasi il Perticari nel luogo citato.
(2. Sett. 1823.)
I
francesi amano di usare il numero ordinale pel cardinale. Louis
quatorze, livre deux etc. [3341]Pretto idiotismo e sgrammaticatura. Or vedilo altresì, se non fallo, appo
Svetonio in Iul. Caes. c.39. §.4. e appo gli autori quivi allegati dal Pitisco
ec.
(2
Settembre. 1823.). V. p.3544.3557.
I
limiti della materia sono i limiti delle umane idee.
(3. Settembre. 1823.)
Alla
p.3235. Instigo as da instinguo is, onde instinctus a um e
instinctus us. Il semplice è stinguo (onde anche exstinguo,
restinguo, distinguo ec.) e di questo verbo ho detto altrove in altro
proposito. Quelli che derivano instigo da insto ec. molto s’ingannano.
Gli altri verbi da noi raccolti in questa categoria mostrano ch’ei viene da instinguo
come jugo da jungo ec.
Chi volesse che insidior (fors’anche si trova insidio) venga a
dirittura da insideo piuttosto che da insidiae (la qual voce in
tal caso verrebbe non da insideo ma da insidior), lo mostrerebbe
appartenente a questa categoria, e in tal caso sarebbe da notare ch’ei non
nascerebbe da un verbo della terza, ma (da un anomalo) della seconda. (3.
Settembre. 1823.). Potrebbe però anche venire da insido is.
Invideo, invidia, invidiare ital. ec.
(3.
Sett. 1823.)
[3342]Alla p.3098. Tutte le nazioni e
società primitive, non altrimenti che oggidì le selvagge, riputarono l’infelice
e lo sventurato per nemico agli Dei o a causa di vizi e delitti ond’ei fosse
colpevole, o a causa d’invidia o d’altra passione o capriccio che movesse i
Numi ad odiar lui in particolare o la sua stirpe ec. secondo le diverse idee
che tali nazioni avevano della giustizia e della natura degli Dei. Un’impresa
mai riuscita mostrava che gli Dei l’avessero contrariata o per se stessa o per
odio verso l’imprenditore o gl’imprenditori. Un uomo solito a échouer
nelle sue intraprese, era senza fallo in ira agli Dei. Una malattia, un
naufragio, altre tali disgrazie provenienti più dirittamente dalla natura erano
segni più che mai certi dell’odio divino. Si fuggiva quindi l’infelice, come il
colpevole; se gli negava ogni soccorso e compassione, temendo di farsi complice
in questo modo della colpa, per poi divenire partecipe della pena. Qua si dee
riferire l’infamia pubblica in cui erano i lebbrosi appresso gli Ebrei, e lo
sono ancora, s’io non m’inganno, appo gl’indiani. Gli amici e la moglie di
Giobbe lo [3343]stimarono uno scellerato, com’ei lo videro percosso da
tante disgrazie, benchè testimonii dell’innocenza della passata sua vita. I
Barbari dell’isola di Malta vedendo l’Apostolo S. Paolo naufrago, e pur salvato
in terra, e quivi assalito da una vipera, lo stimarono un omicida che la divina
vendetta perseguitasse per ogni dove (Act. cap.28. 3-6.). Rimane eziandio nelle
antiche lingue il segno, come d’ogni altra antica cosa, così di queste
opinioni. T‹law (Aristoph. Plut. 4.5. 19.), kakodaÛmvn (ib. 4.3.47.), �Jliow e simili nomi tanto valevano infelice, quanto malvagio, scellerato
ec. V. i latini. Onde anche tra noi sciagurato, disgraziato, misero,
miserabile ec. hanno l’uno e l’altro significato; ovvero si attribuiscono
altrui anche per avvilimento e disprezzo. Così in francese malheureux,
miserable ec. Cattivo ha perduto affatto il significato di misero,
che prima ebbe, ma non quello di ribaldo, reo, malo ch’è il suo più
ordinario e volgare significato oggidì.
(3.
Settembre 1823.). V. p.3351.
MoxJhrñw, ponhrñw (pñnhrow infelix) moxJhrÛa, ponhrÛa ec. ec. V. lo Scapula, e p.3382. kakodaÛmvn quegli che ha nemico tò daimñnion cioè la divinità, o tòn daÛmona. Ma e’ vuol dire infelice. Luciano congiunge JeoÝw ¤xJroèw kaÜ kakdaÛmonaw. EédaÛmvn ch’ha gli dei amici, ma e’
vuol dir fortunato, felice. V. lo Scapula in queste voci e in ¤xJrodaÛmvn e in barudaÛmvn, co’ derivati ec. e Aristot. Polit. l.3. p.260. e ivi
il Vettori (ed. Flor. 1576.).
Tapino donde se non da tapeinñw?
(3.
Settembre 1823.)
[3344]Scrissero, vissero, dissero,
videro; diedero, tennero e simili innumerabili, quasi da scripserunt, vixerunt, dixerunt,
viderunt, dederunt, tenuerunt. Così veramente dissero molti poeti, massime
i più antichi, e che tal pronunzia fosse o restasse propria del volgo romano,
il quale conservasse anche in questo l’antichità e la trasmettesse fino a noi,
si può raccogliere da certi versi popolari portati da Svetonio in Jul. Caes.
cap.80 §.3. (dove si veggano le note del Pitisco ec.), che correvano in Roma
sugli ultimi tempi di Giulio Cesare. Dico popolari,
e in fatti si paragonino con quelli riportati dal medesimo Svetonio ib. cap.49.
§.7., ch’erano cantati dalla soldatesca di Cesare.
(3.
Sett. 1823.)
Alla
p.3206. - 6. L’immaginazione, la facoltà d’inventare o inventiva, la vena e
fecondità, lo spirito poetico, il genio, ec., non solo per cause morali, ma
anche fisiche, si vede indubitatamente esser minore ne’ vecchi e negli uomini
maturi, che ne’ giovani ne’ fanciulli ec. e decrescere di mano in mano
naturalmente secondo l’età. Si vede eziandio esser maggiore o minore ne’
diversi individui, non per solo effetto delle circostanze estrinseche e
accidentali, ma anche primitivamente e per natura.
[3345]7. La memoria, indipendentemente
dall’esercizio, il quale anzi per se, tanto l’accresce quanto è maggiore, più
assiduo, più lungo, decresce evidentemente (almeno per l’ordinario) secondo l’età.
Anzi osservando, si vede chiaro ch’ella ne’ fanciulli è maggiore naturalmente,
e minore per difetto o scarsezza d’esercizio, e che coll’età crescono le sue
forze, per così dire artifiziali e fattizie, e scemano le naturali; finchè
distrutte queste ne’ vecchi quasi affatto, anche quelle divengono inutili, e si
perdono e dileguano, mancato loro il subbietto, cioè la disposizion fisica a
ritenere degli organi destinati alla memoria. Le forze della memoria nell’uomo
maturo sono quasi medie tra quelle del fanciullo e del vecchio, perchè le
fattizie suppliscono alle naturali, che nel fanciullo sono maggiori assai che
nell’uomo maturo, ma in questo sono maggiori assai che nel vecchio, e bastano
ancora a servir di materia e subbietto alle forze artifiziali e derivanti dall’esercizio
generale e particolare, passato e presente, ch’è maggiore nell’uomo maturo che
nel fanciullo ec. È anche indubitabile che fisicamente altri ha maggiore, altri
minor memoria, alcuni prodigiosa, altri niuna; e ciò in pari età, e [3346]supposta
eziandio la parità di tutte l’altre circostanze. E questa differenza fisica
talora è primitiva e innata, ossia dalla nascita, talora avventizia, ma pur
sempre fisica, e indipendente, almeno in gran parte e radicalmente, dalle cause
morali ec. Altresì è certo che in uno stesso individuo in una stessa età, anzi
pure non di rado in una stessa giornata in diverse ore, per cause evidentemente
fisiche, la memoria ora è più pronta e maggiore e più chiara, ora meno; ora più
ora men facile sia ad apprendere sia a rimembrare, e disposta a farlo più o
meno perfettamente ec. Or tutto questo discorso della memoria in cui si scorge
tanto di fisico ec. perchè non dovrà eziandio applicarsi all’ingegno, al
talento, all’intelletto ec. ch’è pure una facoltà dell’anima come la memoria, e
viene ed è fondato, siccome questa, in una disposizione naturale, primitiva e
innata nell’uomo ec.? (3. Settembre. 1823.). Se la disposizion fisica e
naturale è varia quanto alla memoria nelle diverse età, ne’ diversi individui,
in diversi tempi ec. indipendentemente dal morale, perchè non eziandio quanto [3347]all’intelletto
e al talento?
(3.
Settembre. 1823.)
La stagione
e il clima freddo dà maggior forza di agire, e minor voglia di farlo, maggior
contentezza del presente, inclinazione all’ordine, al metodo, e fino all’uniformità.
Il caldo scema le forze di agire, e nel tempo stesso ne ispira ed infiamma il
desiderio, rende suscettibilissimi della noia, intolleranti dell’uniformità
della vita, vaghi di novità, malcontenti di se stessi e del presente. Sembra
che il freddo fortifichi il corpo e leghi l’animo: che il caldo addormenti e
ammollisca e illanguidisca e intorpidisca il corpo, eccitando e svegliando e
sciogliendo l’animo.
L’attività del corpo è propria de’ settentrionali, de’ meridionali quella dell’animo.
Ma il corpo non opera se non mosso dall’animo. Quindi è che i settentrionali
sebbene senza controversia sia lor propria l’attività e laboriosità, pur sono
veramente i più quieti popoli della terra; e i meridionali i più inquieti,
benchè sia lor propria l’infingardaggine. I settentrionali hanno bisogno di
grandissimo impulso a muoversi, a sollevarsi, a cercar novità: ma [3348]mossi
che sieno, non sono facili a racquietare. Vedesi nelle loro storie, nelle
quali, massime nelle moderne, e massime in quelle della Germania, pochissime
rivoluzioni si troveranno (specialmente a paragone di quelle de’ meridionali)
ma queste lunghissime, come quella di religione mossa da Lutero, e convertita
ben tosto in rivoluzione politica. Sopportano facilmente la tirannia, finch’ella
non gli spinge à bout, come gli Svizzeri. Ubbidiscono volentieri, e
comandati travagliano (anche eccessivamente) più volentieri che se operassero
spontaneamente. Vedesi nella loro milizia. I meridionali sono facili e pronti e
frequenti a muoversi, rivoltosi, poco tolleranti della tirannide, poco amici
dell’ubbidire, ma facilissimi ancora a racquietare, facilissimi a ritornare in
riposo; mobili, volubili, instabili, vaghi di novità politiche, incapaci di
mantenerle; vaghi di libertà, incapaci di conservarla; al contrario de’
settentrionali che di rado la cercano, poco se ne curano; cercata o comunque
acquistata, lunghissimamente la conservano. Infatti essi, e in particolare i
tedeschi o teutoni, sono i soli in Europa che serbino qualche vestigio di
libertà, qualche immagine [3349]delle antiche repubbliche; i soli appo
cui le repubbliche si veggano per esperienza poter durare anche a’ tempi
moderni. Verbigrazia gli Svizzeri, le città libere di Germania, le
repubblichette de’ Fratelli Moravi ec. Nel mezzogiorno d’Europa non esiste più
neppure un’ombra di repubblica in alcun luogo, fuori di San-Marino. In Germania
ve n’ha non poche, ed alcuni piccoli principati di colà si governano oggi, o
per volontà del principe (come Saxe-Gotha) o per costituzione, quasi a maniera
di repubblica e stato franco.
Si
applichino queste osservazioni a quelle da me fatte p.2752-5, 2926. fine -28, e
viceversa quelle a queste.
(3.
Sett. 1823.). V. p.3676.
Se l’idea
del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo morale, non esiste o non
nasce per se nell’intelletto degli uomini, niuna legge di niun legislatore può
far che un’azione o un’ommissione sia giusta nè ingiusta, buona nè cattiva.
Perocchè non vi può esser niuna ragione per la quale sia giusto nè ingiusto,
buono nè cattivo, l’ubbidire a qualsivoglia legge; e niun principio [3350]vi
può avere sul quale si fondi il diritto che alcuno abbia di comandare a chi che
sia, se l’idea del giusto, del dovere e del diritto, non è innata o inspirata
(come vuole Voltaire, cioè naturalmente e per innata disposizione
nascente nelle menti degli uomini, com’ei son giunti all’età di ragione) negl’intelletti
umani.
(4. Sett. 1813.)
Verbi
in uo. Heluor o helluor aris da helluo o heluo onis. Mutuo as e mutuor aris da
mutuus. Cernuo as da cernuus.
(4.
Sett. 1823.)
Insidiae,
desidia sono
evidentemente composti da in o de e dal nome sedia, mutata
l’e in i, come al solito, e come appunto in insideo, desideo
da sedeo. (V. la p.2890.) Ma la voce semplice sedia che pur
dovette esistere nel latino, poich’esisterono i suoi composti, è perduta nel
latino scritto, conservasi nell’italiano. V. il Gloss. ec.
(4.
Sett. 1823.)
Continuativo.
Mutito e mutuito. V. il Forc. in ambedue queste voci.
(4.
Sett. 1823.)
Alla
p.2843. Anzi dal dirsi incettare, piuttosto che incattare (come
pur diciamo [3351]accattare, riscattare ec.) deduco che
questo verbo spetti a’ buoni tempi della lingua latina, giacchè ne’ bassi
tempi, e meno nelle lingue volgari, non si conservò e si trascurò questo uso di
mutare l’a de’ verbi latini in e o i per la composizione,
e l’e in i ec.
(4.
Sett. 1823.)
Alla
p.2843. marg. Dico verbi dissillabi contando per una sola sillaba l’eo
ne’ verbi della seconda (do-ceo), e l’io in quelli della quarta (au-dio),
secondo il volgar uso da me altrove dimostrato, che per dissillabi li
pronunziava. E dico dissillabi, avendo riguardo al tema, cioè alla prima persona
singolare presente indicativa.
(4.
Sett. 1823.)
Alla
p.3343. Generalmente appo gli antichi e nelle nazioni o società primitive il
nome d’infelice è un obbrobrio, e s’adopra per vitupero, per ingiuria, per
ignominia, per biasimo, per rimprovero ec. e così si riceve. E l’esser tenuto
per infelice è come aver mala fama. E l’infelicità (qualunque) si rinfaccia
come il delitto o il vizio ec.
(4.
Sett. 1823.)
[3352]Nisi me omnia fallunt, il verbo meditor è un
verissimo e perfettissimo continuativo di medeor. Continuativo pel
significato, e continuativo per la forma e la derivazione.
Medeor non ha participio in us che
sia usitato, ma secondo l’analogia il suo vero e regolare participio in us
è meditus. E ch’egli ora non l’abbia non fa meraviglia. Innumerabili
sono i verbi che più non l’hanno, e che l’hanno solamente irregolare, i cui
participii in us, o i cui participii in us regolari, sono stati
da me dimostrati o si potrebbero dimostrare col mezzo de’ continuativi o
frequentativi che ne derivano, o con altri mezzi, benchè essi participii sieno
altronde affatto inusitati. Similmente ho dimostrato più participii in us (o
supini) di verbi che n’hanno un solo oggidì, o tre participii di verbi che n’hanno
oggidì soli due ec.
Medeor si fa drivare da m¡dv o med¡v regno, impero, perchè il medico dee comandare.
Misera e forzatissima etimologia. Tengo per indubitato che medeor non è
altro se non il verbo m®domai curo, curam gero; verbo greco [3353]antichissimo, e che
già era fuor d’uso, o sapeva almeno d’antico, a’ tempi di Senofonte, come par
che si debba raccogliere dal suo Simposio c.8. §.30. Che se i poeti (e quindi
gli scrittori di stile fiorito e sofistico) lo seguitarono a usare anche molto
appresso, così fecero di mille altre voci antiche, anzi le usarono appunto
perchè antiche, e fatte peregrine e divise dal volgo. Così pur fecero i latini,
così fanno i poeti italiani, e di ciò dico altrove diffusamente. La molta
antichità di questo verbo giova molto a poter credere ch’ei possa avere in
latino un fratello, proprio della più antica latinità, com’è il verbo medeor.
Or dunque che medeor sia lo stesso che m®domai si dimostra con più ragioni. E
primieramente estrinseche.
1°. Non
resta in greco che il medio o il passivo (m®domai) di questo verbo. Così in latino
non resta che il deponente medeor, onde medicor, altresì
deponente, del quale vedi la p.3264.
2°. Se
ad alcuno facesse forza che da m®domai paresse dover derivare medor
non medeor, oltre che se gli potrebbero recare [3354]infiniti
esempi di tali mutazioni, massime spettanti alla desinenza (anzi pur d’altre
molto più sostanziali, e non appartenenti alla desinenza, e alla forma propria
della congiugazione, siccom’è questa), e massime poi in voci così antiche (oänow mascol. vinum- neutro ec. ec.); osservisi che il fut. di m®domai è mhd®somai come fosse da mhd¡omai.
Del resto la difficoltà varrebbe quasi egualmente anche per m¡dv impero, che ordinarissimamente si dice m¡dv e m¡domai, non med¡v, del quale lo Scap. non reca che
un solo esempio di Omero usante il partic. med¡vn (frequentissimo è per lo contrario
m¡dvn), e ciò forse piuttosto per proprietà di dialetto, o
per modificazione poetica, che per altro. Nè si trova, ch’io sappia, il fut. med®somai nè l’aor. ¤m¡dhsa o ¤medhs‹mhn, come di m®domai si ha mhd®somai.
Intrinsecamente,
cioè quanto al significato, una bellissima prova che medeor sia lo
stesso che m®domai, si è la facilità, prossimità e naturalezza dell’etimologia.
Il medicare è veramente curare, aver cura, consulere, provvedere
(tutti significati di m®domai) al malato. E infatti [3355]non
s’usa egli in latino peculiarmente il verbo curare per medicare?
Non è divenuto questo senso, nel nostro volgare e ordinario uso, il solo
proprio dello stesso verbo curare? cioè medicare, sanare. Non è
egli assolutamente (s’io non m’inganno) il solo senso che abbia lo spagnuolo curar?
Così dite di cura, franc. cure ec. cioè medicatura, guarigione.
Dunque medeor è propriamente m®domai anche pel significato, colla sola
differenza ch’egli conserva solo un significato più particolare e speciale, in
cambio d’uno più generale; come appunto è avvenuto, nel nostro volgar familiare
e parlato, al verbo curare, e nella lingua spagnuola a curar, ch’è
proprio lo stessissimo e identico caso; e così a milioni d’altri verbi in diversi
casi. Sicchè medeor è m®domai, neppur metaforico (se non quando
significa rimediare, sanare), ma nel senso proprio, e non istiracchiato,
come derivandolo da m¡dv impero.
Del
resto osservisi che m¡dv e particolarmente m¡domai vale assai spesso il medesimo che m®domai, cioè curo, curam gero. E
probabilmente [3356]l’uno e l’altro non vengono che da una radice, e
sono in origine un solo verbo, significante da principio o impero o curo
chè ciò non monta al presente. Nego dunque che medeor venga da m¡dv impero, non nego che venga da m¡dv, anzi da m¡domai, curo, il che viene a essere il medesimo che derivarlo da m®domai. Anzi, sebbene nelle voci antichissime non si può nè si dee molto
guardare alle brevi e alle lunghe, e moltissime altre differenze di questa
sorta si potrebbero allegare tra voci greche e voci latine identiche di
significato o certo di origine, e anche tra l’antico e il più moderno latino, o
tra vari secoli della latinità o della grecità, intorno a una stessa voce;
contuttociò non contrasterò che medeor si derivi piuttosto da m¡domai che da m®domai, a cagione che la me di medeor
è breve sì in esso, sì in medicor e in tutti gli altri suoi derivati o
composti (come remedium), non eccettuato il verbo meditor, di cui
or ora. E si può ben credere che m¡domai avesse l’anomalo futuro med®somai (come m®domai ha mhd®somai), indicante il verbo inusitato med¡omai, massime che si trova [3357]il suo attivo med¡v. Anzi sarà naturalissimo il supporre che medeor venga a dirittura
dall’inusitato med¡omai (fosse proprio di tutta la Grecia
o solo di qualche dialetto che così lo mutasse da m¡domai) e così il verbo medeor non potrebbe, nè pel significato nè per
la forma, essere più evidentemente perfettamente regolarmente e compiutamente
lo stesso che il verbo greco.
Da medeor
dunque, che poi passò a significare specialmente e unicamente il medicare, coi
significati metaforici a questo convenienti; ma che da principio, secondo il
sopraddetto, significò, siccome il greco med¡omai, generalmente curo, curam gero,
consulo; da medeor dico io che giusta l’ordinaria e regolare
formazione de’ continuativi da’ participii in us, fu fatto il verbo meditor.
1°
Anche meditor, come medeor e come medicor e come m®domai è deponente.
2° Meditor
quanto al significato equivale appunto al greco pelet‹v. Or questo donde è fatto? da m¡lv, (oggi inusitato, se non [3358]impersonale) curae sum, e
fors’anche curo, onde m¡lomai curo, curam gero, onde el¡th cura, onde melet‹v, curo, curam gero, e quindi
exerceo, exerceo me, meditor, siccome anche mel¡th vale exercitatio, meditatio, anzi anche il partic. memelhkÅw di m¡lv trovasi pure per qui se exercuit ec. (V. lo
Scap. in melet‹v). Può darsi un esempio e una prova più bella? Melet‹v è propriamente il meditor de’ greci, ed esso
viene da m¡lv curo, come meditor da medeor nel
suo primitivo, proprio e generale significato, cioè appunto curo. Certo
è ridicolo il derivare meditor da melet‹v, (come fa il Forcell.) perchè
questi verbi significano la stessa cosa; ma sebbene quanto all’origine e alla
stirpe essi non abbiano tra loro nulla che fare, contuttociò la derivazione del
verbo greco serve a mostrare evidentissimamente e chiarire la derivazione, la
discendenza, l’origine, la radice del verbo latino a lui equivalente.
Derivazione confermata e comprovata dalla nostra teoria della formazione de’
continuativi, tra’ quali questo [3359]è regolarissimo per la forma,
proprissimo pel significato. Chi non vede che l’esercitare e il meditare una
cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura? il che si può
talvolta compiere in poca d’ora; ma quello di necessità e per sua natura esige
durata, lunghezza, continuità di tempo.
Ecco
come la nostra teoria de’ continuativi rischiara mirabilmente le origini della
lingua latina, rettifica l’etimologie, mostra le vere e primitive proprietà delle
voci, le analogie scambievoli delle lingue. Come qui, coll’osservazione che meditor
debba venire da un participio in us ec. 1. trovasi il perduto partic. o
sup. di medeor. 2. scopresi la vera etimologia di meditor. 3.
correggesi e dichiarasi quella di medeor. 4. trovasi e dimostrasi il
primitivo e proprio significato di questo verbo. 5. osservasi l’analogia tra la
lingua greca e la latina nelle paragonate derivazioni di meditor e di melet‹v (verbi equivalenti) rispetto al significato. (3. Sett.
1823.). - Come i re antichissimamente erano quello che dovevano, cioè tutori
e curatori della repubblica (Cic. de rep.), [3360]o tali erano
riputati ben più che poscia non furono, non è maraviglia che il re fosse
chiamato curatore (m¡dvn) e il regnare curare, o viceversa.
Insomma fu ben facile e naturale la traslazione dall’uno all’altro di questi
significati, qualunque de’ due si fosse il primitivo e proprio del verbo m¡dv. - Medeor, meditor sono deponenti. Così m®domai è medio. Ed è ben naturale che in senso di curo, curam gero si
dicesse piuttosto med¡omai o m¡domai che m¡dv attivo, perchè questo significato
è di quelli che hanno un non so che di reciproco, i quali sogliono
esprimersi in greco col verbo medio. Ond’è altresì naturalissimo che medeor
sia deponente, venuto cioè da m¡domai o med¡omai, quantunque esista anche l’attivo
di questo verbo. Il quale non esiste in m®domai. Ma ciò, per la detta ragione, non
fa gran forza a provare che medeor sia piuttosto m®domai che il verbo m¡dv-m¡domai.
(5. Settembre. 1823.)
Tanto
l’uomo è gradito e fa fortuna nella conversazione e nella vita, quanto ei [3361]sa
ridere.
(5.
Sett. 1823.)
Constater franc. continuativo di consto
as, non mutato l’a di constatus in i, il che dimostra
che questo continuativo dev’essere latino-barbaro, o d’origine francese. Il
simile dicasi dello spagn. horadar (anticamente foradar) da foro
as. V. il Gloss. se ha nulla in proposito.
(5.
Sett. 1823.)
Alla
p.3282. L’uomo (così la donna) debole e bisognoso dell’opera altrui, o nato o
divenuto, s’abitua ad essere in qualche modo, più o meno, servito e sovvenuto
dagli altri, ed esso a non servire nè aiutare nessuno, perch’ei non può, quando
anche da principio il desideri, quando anche per indole sia inclinato a
beneficare. Per quest’abito ei contrae l’egoismo, il quale, come vedete, non è
ingenito in lui per se stesso, (quando anche ei sia stato sempre debole e
bisognoso fin dalla nascita), ma figlio di un abito da lui fatto o più presto o
più tardi, incominciato fin dal principio della vita, o sul fior degli anni, o
al mezzo, o sul declinare ec. Per quest’abito ei s’avvezza a considerare (se
non per ragione, certo praticamente) [3362]gli altri come fatti per lui,
e sè come fatto per se solo, ch’è appunto l’egoismo; diventa alieno dalla
compassione e dalla beneficenza ch’egli non ha mai potuto o non può più
esercitare, di cui non ha mai potuto acquistare o ha dovuto perdere l’abitudine.
(5.
Sett. 1823.)
Alla
p.3078. Queste medesime anomalie della lingua spagnuola, e quelle molte più
della lingua italiana (delle quali vedi la p.2688. segg. e altri luoghi), nelle
quali anomalie queste lingue per seguir la latina, abbandonano la norma della
loro propria analogia, possono servire a far credere che quando elle dalla
propria analogia non si scostano, non perciò abbandonino la lingua latina, ma
la seguano, non quale noi la conosciamo, bensì quale ella fu conservata nel
volgare; massime se in questi casi si vegga, come spessissimo e forse le più
volte si vede, che la lingua italiana o spagnuola seguendo la propria analogia
segue ancor quello che sarebbe stato secondo la vera analogia della lingua
latina, sebben questa, per ciò che noi ne conosciamo, in moltissimi di questi
casi non segua essa analogia sua propria, ma sia anomala e [3363]irregolare.
Laonde non sarà da disprezzarsi il testimonio che da’ participii regolari
italiani o spagnuoli si volesse trarre a provare che anche la lingua latina
avesse i participii analoghi a questi (benchè a noi sconosciuti), e da cui
questi sieno derivati. P.e. dall’ital. veduto io potrò non vanamente
dedurre il latino viditus che sarebbe appunto il regolarissimo latino,
siccome quello è il regolarissimo italiano. Massime che siccome in latino visus
anomalo, così trovasi ancora in italiano e in ispagnuolo l’anomalo visto,
in cui queste lingue lasciano la loro analogia per seguire, non già l’analogia,
ma l’anomalia della lingua latina. Veggasi la p.3032. segg. e in particolare la
p.3033. marg. Similmente si può discorrere della lingua francese. E
generalmente, osservando, si vedrà che quanto ai participi passivi, quello ch’è
o sarebbe regolare nelle lingue figlie (salve le solite e regolari
modificazioni cioè delle desinenze, dell’i vólto in u nell’italiano,
come a pag.3075. e altre tali) è o sarebbe altresì regolare nel latino.
(5. Sett.
1823.)
[3364]Il subito passaggio dal grave,
serio, lento, malinconico, passionato, raccolto e, come si dice, dall’adagio (s’io
non m’inganno) all’allegro, all’accelerato, al dissipato, all’ étourdi
ec. ec. tanto usitato nella nostra musica, anzi proprio di quasi tutte le
nostre arie ec., non solo non ha fondamento alcuno nella natura, ma anzi è
generalmente contrarissimo alla natura, nella quale niente v’ha di subitaneo, e
molto manco il passaggio da’ contrarii ne’ contrarii. Oltre che, astraendo pure
dal subitaneo, l’allegro nuoce al passionato, spegne o raffredda la passione
negli animi degli uditori, contrasta bruttamente con quello che precedette; l’effetto
dell’una parte della melodia nuoce, contrasta, distrugge quello dell’altra; è
inverisimile che un malinconico parli in tuono allegro, un passionato in tuono
dissipato, e si abbandoni al gaio, allo scherzevole, all’insouciant, al
pazzeggiare ec. ec. Nondimeno l’assuefazione che chiunque ha udito musica, deve
tra noi aver fatto a questi tali passaggi, ce li fa parer convenientissimi, ce
li fa aspettare come naturali, come richiesti dalla melodia ec. precedente,
come dovuti, come proprii assolutamente della composizione musicale; fa che il
nostro orecchio li richiegga come spontaneamente e naturalmente (e così è
infatti, perchè l’assuefazione è seconda natura); anzi, mancando essi, ci fa
considerar questa mancanza come sconvenienza; fa che il nostro orecchio
desideri alcuna cosa, non resti soddisfatto, anzi resti come choqué e révolté
della mancanza, deluso spiacevolmente dell’aspettativa; insomma fa che tal
mancamento [3365]produca il senso e il giudizio dell’imperfetto, del
mutilo, del disavvenevole, e quindi del disaggradevole, e quindi del brutto
musicale.
(5. Sett. 1823.). Dunque l’idea del contrario del brutto, cioè del bello e
della convenienza musicale, dipende ed è determinata dall’assuefazione, tanto
che se questa è, non solo non naturale, ma contraria alla natura, anche quel
bello e quella convenienza, cioè l’idea che noi n’abbiamo è, non solo oltre
natura, e non fondata sulla natura, nè prodotta dalla natura, ma contro natura.
(6. Sett. 1823.)
J’ai vu quatre sauvages de la Louisiane qu’on amena en
France, en 1723. Il y avait parmi eux une femme d’une humeur fort douce. Je lui
demandai, par interprète, si elle avait mangé quelquefois de la chair de ses
ennemis, et si elle y avait pris goût; elle me répondit qu’oui; je lui demandai
si elle aurait volontiers tué ou fait tuer un de ses compatriotes pour le
manger; elle me répondit en frémissant, et avec une horreur visible pour ce
crime. Voltaire. Correspondance du Prince Royal de Prusse (depuis Frédéric II.)
et de M. de Voltaire. Lettre 31. Octobre, [3366]à Cirey. 1737. tome 1.r
de la Correspondance de Frédéric II, Roi de Prusse, 10e de la
collection des Oeuvres Complettes de Frédéric II, Roi de Prusse, 1790. p.142.
(6.
Sett. 1823.)
La
lingua latina s’introdusse, si piantò e rimase in quelle parti d’Europa nelle
quali entrò anticamente e si stabilì la civilizzazione. Ciò non fu che nella
Spagna e nelle Gallie. Quella fino dagli antichi tempi produsse i Seneca,
Quintiliano, Columella, Marziale ec. poi Merobaude, S. Isidoro ec. e altri
moltissimi di mano in mano, i quali divennero letterati e scrittori latini,
senza neppure uscire, come quei primi, dal loro paese, o quantunque in esso
educati, e non, come quei primi, in Roma. Le Gallie produssero Petronio
Arbitro, Favorino ec. poi Sidonio, S. Ireneo ec. La civiltà v’era già innanzi i
romani stata introdotta da coloni greci. Di più la corte latina v’ebbe sede per
alcun tempo. La Germania benchè soggiogata anch’essa da’ Romani, e parte dell’impero
latino, non diede mai adito a civiltà nè a lettere, nè a’ buoni nè a’ mediocri
nè a’ cattivi tempi di quell’impero. Ella fu sempre barbara. Non si conta fra
gli scrittori latini di veruna latinità [3367](se non dell’infimissima)
niuno che avesse origine germanica o fosse nato in Germania, come si conta pur
quasi di tutte l’altre provincie e parti dell’impero romano. Quindi è che la
Germania benchè suddita latina, benchè vicina all’Italia, anzi confinante, come
la Francia, e più vicina assai che la Spagna, non ammise l’uso della lingua
latina, e non parla latino (cioè una lingua dal latino derivata), ma conserva
il suo antico idioma. (Forse anche fu cagione di ciò e delle cose sopraddette,
che la Germania non fu mai intieramente soggiogata, nè suddita pacifica, come
la Spagna e le Gallie, sì per la naturale ferocia della nazione, sì per esser
ella sui confini delle romane conquiste, e prossima ai popoli d’Europa non
conquistati, e nemici de’ romani, e sempre inquieti e ribellanti, onde ad essa
ancora nasceva e la facilità, e lo stimolo, e l’occasione, e l’aiuto e il
comodo di ribellare). Senza ciò la lingua latina avrebbe indubitatamente spento
la teutonica, nè di essa resterebbe maggior notizia o vestigio che della
celtica e dell’altre che la lingua latina spense affatto in Ispagna e in [3368]Francia.
Delle quali la teutonica non doveva mica esser più dura nè più difficile a
spegnere. Anzi la celtica doveva anticamente essere molto più colta e perfetta
o formata che la teutonica, il che si rileva sì dalle notizie che s’hanno de’
popoli che la parlarono, e delle loro istituzioni (come de’ Druidi, de’ Bardi,
cioè poeti ec.), e della loro religione, costumi, cognizioni ec. sì da quello
che avanza pur d’essa lingua celtica, e de’ canti bardici in essa composti ec.
L’Inghilterra par che ricevesse fino a un certo segno l’uso della lingua
latina, certo, se non altro, come lingua letterata e da scrivere.
Ella ha pure scrittori non solo dell’infima, ma anche della media latinità,
come Beda ec. Ma era già troppo tardi, sì perchè la lingua latina era già
corrotta e moribonda per tutto, anche in Italia sua prima sede, sì perchè l’impero
latino era nel caso stesso. Quindi i Sassoni facilmente distrussero la lingua
latina in Inghilterra, ancora inferma e mal piantata, propria solo dei dotti
(com’io credo), e le sostituirono la [3369]teutonica, trionfando allo
stesso tempo (almeno in molta parte dell’isola) anche dell’idioma nazionale,
indigeno, ¤pixÅriow e volgare, cioè del celtico ec., al qual trionfo doveva
pure aver già contribuito la lingua latina, soggiogata poi anch’essa, e più
presto ed interamente dell’indigena, da quella de’ conquistatori. Laddove nelle
Gallie i Franchi non poterono mica introdurre la lingua loro, benchè
conquistatori, nè estirpar la latina, ben radicata, e per lunghezza di tempo, e
perchè insieme con essa erano penetrati e stabiliti nelle Gallie, i costumi, la
civiltà, le lettere, la religione latina, e perchè quivi detta lingua non era
già propria ai soli dotti, ma comune al volgo, ond’essi conquistatori l’appresero,
e parlata ec. Così dicasi de’ Goti, Longobardi ec. in Italia; de’ Vandali ec.
in Ispagna. Che se la lingua latina in Italia, in Francia, in Ispagna, trionfò
delle lingue germaniche benchè parlate da’ conquistatori, può esser segno ch’ella
ne avrebbe pur trionfato nella Germania ov’elle parlavansi da’ conquistati, se
non l’avessero impedito le cagioni dette di sopra. Perocchè si vede che la
lingua latina trionfava [3370]dell’altre, non tanto come lingua di
conquistatori e padroni, superante quella de’ conquistati e de’ servi, nè come
lingua indigena o naturalizzata, superante le forestiere, avventizie e nuove;
quanto come lingua colta e formata, superante le barbare, incolte, informi,
incerte, imperfette, povere, insufficienti, indeterminate. Altrimenti non
sarebbe stato, come fu, impossibile ai successivi conquistatori d’Italia,
Francia, Spagna, il far quello che i latini ne’ medesimi paesi, conquistandoli,
avevano fatto; cioè l’introdurre le proprie lingue in luogo di quelle de’
vinti. Nel mentre che i Sassoni in Inghilterra, certo nè più civili nè più
potenti de’ Franchi, de’ Goti, de’ mori, ec. i Sassoni, dico, in Inghilterra, e
poscia i Normanni, trionfavano pur senza pena delle lingue indigene di quell’isola,
perchè mal formate ancor esse, benchè non affatto barbare, ed anzi (p.e. la
celtica) più colte ec. delle loro. Ma queste vittorie della lingua latina sì
nell’introdursi fra’ conquistati, e forestiera scacciare le lingue indigene; sì
nel mantenersi malgrado i conquistatori, e in luogo di cedere, divenir propria
anche di questi, si dovettero, come ho detto, in grandissima parte, alla
civiltà dei [3371]costumi latini e alle lettere latine con essa lingua
introdotte o conservate: di modo che detta lingua non riportò tali vittorie,
solamente come colta e perfetta per se, ma come congiunta ed appartenente ai
colti e civili costumi, opinioni e lettere latine. Perocchè, come ho detto,
sempre ch’ella ne fu disgiunta, cioè dovunque la civiltà e letteratura latina,
e l’uso del viver latino, o non s’introdusse, o non si mantenne, o scarsamente
s’introdusse o si conservò; nè anche s’introdusse la lingua latina, come in
Germania, o non si mantenne, come accadde in Inghilterra. E ciò si vede non
solo in queste parti d’Europa, che non ammisero la civiltà latina per eccesso
di barbarie, o che non ammettendola, restarono barbare; ma eziandio in quelle
dove una civiltà ed una letteratura indigena escluse la forestiera, in quelle
che non ammettendo i costumi nè le lettere latine, restarono però, quali erano,
civili e letterate, cioè nelle nazioni greche. Le quali non ricevendo l’uso del
viver latino, non ricevettero neppur la lingua, benchè la sede dell’impero [3372]romano,
e Roma e il Lazio, per così dire, fossero trasportate e lunghissimi secoli
dimorassero nel loro seno. Ma la Grecia contuttociò non parlò mai nè scrisse
latino, ed ora non parla nè scrive che greco. Ed essa era pur la parte più
civile d’Europa, non esclusa la stessa Roma, al contrario appunto della
Germania. Sicchè da opposte, ma analoghe e corrispondenti e ragguagliate e
proporzionate, cagioni, nacque lo stesso effetto.
Tutto
ciò che ho detto dell’Inghilterra si rettifichi consultando gli storici, e
quello che altrove ho scritto circa l’uso della lingua latina in quel paese e
nella Scozia e nell’Irlanda.
(6.
Settembre. 1823.)
Dialetti
della lingua latina. Vedi Cic. pro Archia poeta, c.10.. fine, dove parla de’
poeti di Cordova pingue quiddam sonantibus atque peregrinum. Non avevano
certamente questi poeti scritto nella lingua indigena di Spagna, che i romani
mai non intesero, siccome niun’altro idioma forestiero, eccetto il greco; ma in
un latino che sentiva di Spagnolismo, come quel di Livio parve [3373]sapere
di Patavinità. E le parole di Cicerone, chi ben le consideri anche in se
stesse, non possono significare altro. Perocchè era fuor di luogo la nota di peregrino
se si fosse trattato di una lingua forestiera, che non in parte, o per qualche
qualità, ma tutta è peregrina; nè questo in lei sarebbe stato difetto, e
volendolo considerar come tale, soverchiamente leggiera e sproporzionata
sarebbe stata quella semplice espressione che la lingua e lo stile di quei
poeti sapeva di forestiero. Oltrechè l’una e l’altro sarebbero stati barbari, e
per le orecchie romane affatto strani, rozzi, insolenti, insopportabili, non
così solamente macchiati d’un non so che di pingue e di peregrino. Era in
Cordova introdotta già (siccome in altre parti della Spagna già soggiogate, perchè
quella provincia non fu sottomessa che appoco appoco, e con grandissimo
intervallo una parte dopo l’altra, e, come osserva Velleio,
fu di tutte la più renitente, e tra le romane conquiste la più lunga e
difficile e per lungo tempo incertissima); era, dico, introdotta già in Cordova
la lingua e la letteratura latina, siccome [3374]dimostra l’aver essa
poi potuto produrre i Seneca e Lucano, l’esempio dello stile de’ quali, può
(quanto allo stile) servire pur troppo di copioso commento alle parole di Cicerone,
che, s’io non m’inganno, della lingua non meno che dello stile si debbono
intendere.
(6.
Settem. 1823.)
Dico in
più luoghi che la natura non ingenera nell’uomo quasi altro che disposizioni.
Or tra queste bisogna distinguere. Altre sono disposizioni a poter essere,
altre ad essere. Per quelle l’uomo può divenir tale o tale; può, dico, e non
più. Per queste l’uomo, naturalmente vivendo, e tenendosi lontano dall’arte,
indubitatamente diviene quale la natura ha voluto ch’ei sia, bench’ella non l’abbia
fatto, ma disposto solamente a divenir tale. In queste si deve considerare l’intenzione
della natura: in quelle no. E se per quelle l’uomo può divenir tale o tale, ciò
non importa che tale o tale divenendo, egli divenga quale la natura ha voluto
ch’ei fosse: perocchè la natura per quelle disposizioni non ha fatto altro che
lasciare all’uomo la possibilità di divenir tale o tale; nè quelle sono [3375]altro
che possibilità. Ho distinto due generi di disposizioni per parlar più chiaro.
Ora parlerò più esatto. Le disposizioni naturali a poter essere e quelle ad
essere, non sono diverse individualmente l’une dall’altre, ma sono
individualmente le medesime. Una stessa disposizione è ad essere e a poter
essere. In quanto ella è ad essere, l’uomo, seguendo le inclinazioni naturali,
e non influito da circostanze non naturali, non acquista che le qualità
destinategli dalla natura, e diviene quale ei dev’essere, cioè quale la natura
ebbe intenzione ch’ei divenisse, quando pose in lui quella disposizione. In
quanto ella è disposizione a poter essere, l’uomo influito da varie circostanze
non naturali, siano intrinseche siano estrinseche, acquista molte qualità non
destinategli dalla natura, molte qualità contrarie eziandio all’intenzione
della natura, e diviene qual ei non dev’essere, cioè quale la natura non intese
ch’ei divenisse, nell’ingenerargli quella disposizione. Egli però non divien
tale per natura, benchè questa disposizione sia naturale: perocchè essa
disposizione non era ordinata a questo [3376]ch’ei divenisse tale, ma
era ordinata ad altre qualità, molte delle quali affatto contrarie a quelle che
egli ha per detta disposizione acquistato. Bensì s’egli non avesse avuto
naturalmente questa disposizione, egli non sarebbe potuto divenir tale. Questa
è tutta la parte che ha la natura in ciò che tale ei sia divenuto. Siccome, se
la disposizion fisica del nostro corpo non fosse qual ella è per natura, l’uomo
non potrebbe, per esempio, provare il dolore, divenir malato. Ma non perciò la
natura ha così disposto il nostro corpo acciocchè noi sentissimo il dolore e
infermassimo; nè quella disposizione è ordinata a questo, ma a tutt’altri e
contrarii risultati. E l’uomo non inferma per natura; bensì può per natura
infermare; ma infermando, ciò gli accade contra natura, o fuori e
indipendentemente dalla natura, la quale non intese disporlo a infermare.
Similmente
si discorra degli altri animali, e di mano in mano degli altri generi di
creature, con quest’avvertenza però e con questa proporzione, che negli altri
animali, le disposizioni [3377]ingenite sono più ad essere che a poter
essere; il che vuol dire che gli animali sono naturalmente meno conformabili
dell’uomo; che essi per le loro naturali disposizioni, non solo non debbono
acquistare altre qualità che le destinate loro dalla natura, il che è proprio
anche dell’uomo, ma non possono acquistarne molto diverse da queste, come l’uomo
può; non possono acquistar tante e così varie qualità, come l’uomo può, per
essere sommamente conformabile: in fine che le loro naturali disposizioni non
rendono possibile tanta varietà di risultati, non possono esser così
diversamente applicate e usate come quelle dell’uomo. Ond’è che gli animali non
acquistino quasi altre qualità che le destinate loro dalla natura, non
divengano se non quali la natura gli ha voluti, quali ella intese che
divenissero nel dar loro quelle disposizioni. Il che vuol dire ch’ei si
mantengono nello stato naturale; che non è altro se non quello che ho detto,
cioè divenir tali quali la natura ha inteso; perchè nè anche gli animali
nascono, ma divengono; nè la [3378]natura ingenera in essi delle
qualità, ma delle disposizioni, ben più ristrette che quelle dell’uomo. In
questo modo e con questa proporzione passando ai vegetabili, e quindi scendendo
per tutta la catena degli esseri, troverete che le naturali disposizioni sono
di mano in mano sempre maggiormente ad essere che a poter essere, cioè si
restringono, finchè gradatamente si arrivi a quegli enti ne’ quali la natura
non ha posto disposizioni nè ad essere nè a poter essere, ma solo qualità. Del
qual genere io non credo che alcuna cosa si possa in verità trovare,
esattamente e strettamente parlando, ma largamente si potrà dire che di tal
genere sia questo nostro globo tutto insieme considerato e rispetto al sistema
solare o universale, e similmente i pianeti e il sole e le stelle e gli altri
globi celesti. Ne’ quali e ne’ moti loro, e per dir così, nella vita, e nell’esistenza
rispettiva degli uni agli altri, niun disordine si può trovare, niuna
irregolarità, niun morbo, niuna ingiuria, niun accidente, successo o effetto
che sia contro nè fuori delle intenzioni avute dalla natura nel porre in essi
le qualità che ci ha posto; dico le qualità rispettive [3379]che hanno
gli uni verso gli altri, le quali negli effetti e nell’uso loro sempre e
interamente corrispondono alle primitive destinazioni della natura, e
immutabilmente serbano ed efficiunt quell’ordine dell’universo che la
natura volle espressamente e vuole, e quella vita o esistenza ch’essa natura
gli ha destinata, e tale nè più nè meno quale ella intese e ordinò che fosse.
Da questo genere di esseri rimontando indietro per insino all’uomo, troveremo
sempre di mano in mano decrescere secondo l’ordine delle specie e de’ generi,
il numero e l’efficacia e importanza delle qualità ingenerate in ciascun
di essi generi o specie dalla natura, e crescere altrettanto il numero o l’estensione,
la varietà o piuttosto la variabilità o adattabilità delle disposizioni
in esse dalla natura ingenerate: e queste disposizioni esser da principio
solamente, o quasi del tutto, ad essere, poscia eziandio a poter essere, e ciò
sempre più, salendo pe’ vegetabili ai polipi, indi per le varie specie d’animali
fino alla scimia, e all’uomo salvatico, e da queste specie all’uomo. Nella cui
parte che si chiama morale o spirituale, troveremo, come ho detto, che [3380]la
natura non ha posto di sua mano quasi veruna qualità determinata, se non
pochissime, e queste, semplicissime: tutto il resto disposizioni, non solo ad
essere, ma a poter essere tante cose, ed acquistare tanto varie qualità, quanto
niun altro genere di enti a noi noti. E per questa scala ascendendo, troveremo
colla medesima gradazione, che quanto minore in ciascun genere o specie è il
numero e il valore delle qualità ingenite e naturali, quanto maggiore quello
delle disposizioni altresì naturali, e quanto maggiormente queste disposizioni
sono a poter essere (ossia divenire), tanto maggiore esattamente in ciascuno d’essi
generi o specie, e nell’esistenza loro, e negli effetti loro sopra se stessi e
fuor di se stessi è il numero e la grandezza de’ disordini, delle irregolarità
de’ morbi, de’ casi, degli accidenti, de’ successi non naturali, non voluti o
espressamente disvoluti dalla natura, contrarii alle intenzioni e destinazioni
fatte dalla natura nel formare quei tali generi o specie, e nel così disporli
com’essa li dispose, sì rispetto a se stessi, sì riguardo agli altri generi e
specie a cui essi hanno relazione, ed all’intera [3381]università delle
cose. Tutto ciò troverassi nelle meteore, ne’ vegetabili, negli animali sopra
tutto, e fra gli animali, sopra tutti nell’uomo, ossia nel genere umano.
Perocchè il vivente è meno dell’altre cose tutte composto di qualità naturali,
e più di disposizioni; e tra’ viventi l’uomo in massimo grado. Nel quale è
maggior la vita che negli altri viventi; e la vita si può, secondo le fin qui
dette considerazioni, definire una maggiore o minore conformabilità, un numero
e valore di disposizioni naturali prevalente in certo modo (più o meno) a
quello delle ingenite qualità. Massime rispetto allo spirituale, all’intrinseco,
a quello che, propriamente parlando, vive; a quello in che sta propriamente e
si esercita la vita, in che siede il principio vitale, e la facoltà dell’azione
sia interna sia esterna, cioè la facoltà del pensiero e della sensibile
operazione. ec. Nella qual facoltà consiste propriamente la vita ec. (6-7.
Settembre. 1823.). Per lo contrario le cose che meno partecipano della vita
sono quelle che per natura hanno meno di qualità e più di disposizione, cioè le
meno conformabili naturalmente. E se v’ha cosa che non sia punto conformabile
naturalmente, quella niente partecipa della vita, ma solo esiste; quella è che
si dee propriamente [3382]chiamare semplicemente e puramente esistente
ec. ec. ec.
(8. Sett. Natività di Maria Santissima. 1823.)
Alla
p.3343. marg. È da notare che tutti questi nomi per etimologia non significano
propriamente altro che misero, afflitto, ec. o povero ec. o fatichevole
ec., ovvero miseria, calamità, povertà, laboriosità ec. E che in
processo di tempo, molti di essi, e forse i più, perduta o fatta men comune e
antiquata o poetica ec. questa significazione non ritennero nell’uso ordinario
che quella di ribaldo, cattivo, scellerato, malvagità, nequizia ec.
quasi fosse impossibile che il misero non fosse malvagio. Probabilmente la
distinzione tra pñnhrow miser e ponhròw improbus, e
la diversa accentazione, non vien che da’ grammatici greci, i quali non
considerarono i tanti altri esempi di voci sì greche sì forestiere che riuniscono
l’una e l’altra significazione, e non avvertirono che la seconda è un vero e
mero traslato della prima.
(8.
Sett. Natività di Maria Vergine Santissima. 1823.) V. 823.
È tanto
mirabile quanto vero, che la poesia la quale cerca per sua natura e proprietà
il bello, e la filosofia ch’essenzialmente ricerca il vero, cioè la cosa più
contraria al bello; sieno le facoltà le [3383]più affini tra loro, tanto
che il vero poeta è sommamente disposto ad esser gran filosofo, e il vero
filosofo ad esser gran poeta, anzi nè l’uno nè l’altro non può esser nel gener
suo nè perfetto nè grande, s’ei non partecipa più che mediocremente dell’altro
genere, quanto all’indole primitiva dell’ingegno, alla disposizione naturale,
alla forza dell’immaginazione. Di ciò ho detto altrove. Le grandi verità, e
massime nell’astratto e nel metafisico o nel psicologico ec. non si scuoprono
se non per un quasi entusiasmo della ragione, nè da altri che da chi è capace
di questo entusiasmo. (Eccetto ch’elle sieno scoperte appoco appoco, piuttosto
dal tempo e dai secoli, che dagli uomini, in guisa che a nessuno in particolare
possa attribuirsene il ritrovamento, il che spesso accade). La poesia e la
filosofia sono entrambe del pari, quasi le sommità dell’umano spirito, le più
nobili e le più difficili facoltà a cui possa applicarsi l’ingegno umano. E
malgrado di ciò, e dell’esser l’una di loro, cioè la poesia, la più utile
veramente di tutte le facoltà, sì la poesia, [3384]come la filosofia
sono del pari le più sfortunate e dispregiate di tutte le facoltà dello
spirito. Tutte l’altre dànno pane, molte di loro recano onore anche durante la
vita, aprono l’adito alle dignità ec.: tutte l’altre, dico, fuorchè queste,
dalle quali non v’è a sperar altro che gloria, e soltanto dopo la morte. Povera
e nuda vai, filosofia.
Della sorte ordinaria de’ poeti mentre vivono, non accade parlare. Chi s’annunzia
per medico, per legista, per matematico, per geometra, per idraulico, per
filologo, per antiquario, per linguista, per perito anche in una sola lingua;
il pittore eziandio e lo scultore e l’architetto; il musico, non solo
compositore ma esecutore, tutti questi son ricevuti nelle società con piacere,
trattati nelle conversazioni e nella vita civile con istima, ricercati ancora,
onorati, invitati, e quel ch’è più premiati, arricchiti, elevati alle cariche e
dignità. Chi s’annunzia solo per poeta o per filosofo, ancorch’egli lo sia
veramente, e in sommo grado, non trova chi faccia caso di lui, non ottiene
neppure ch’altri gli parli con leggiere testimonianze di stima. La ragione si è
che tutti si credono esser filosofi, [3385]ed aver quanto si richiede ad
esser poeti, sol che volessero metterlo in opera, o poterlo facilissimamente
acquistare e adoperare. Laddove chi non è matematico, pittore, musico ec. non
si crede di esserlo, e riguarda come superiori per questo conto a lui ed al
comune degli uomini, quei che lo sono. Il genio, da cui principalmente pende e
nasce la facoltà poetica e la filosofica, non si misura a palmi, come ciò che
si richiede a esser medico o geometra. Quindi nasce che quello ch’è più raro
tra gli uomini tutti si credano possederlo. E quindi è che le due più nobili,
più difficili e più rare, anzi straordinarie, facoltà, la poesia e la
filosofia, tutti credano possederle, o poterle acquistare a lor voglia. Oltre
che il genio non può essere nè giudicato, nè sentito, nè conosciuto, nè aperçu
che dal genio. Del quale mancando quasi tutti, nol sentono nè se n’avveggono
quand’ei lo trovano. E il gustare, e potere anche mediocremente estimare il
valor delle opere di poesia e di filosofia, non è che de’ veri poeti e de’ veri
filosofi, a differenza delle opere dell’altre facoltà. ec.
[3386]E qui si consideri il divario fra
gli antichi e i moderni tempi. Chè fra gli antichi i filosofi, e massime i
poeti, avevano senza contrasto il primo luogo, se non nella fortuna (molti
filosofi l’ebbero ancora nella fortuna, come Pitagora, Empedocle, Archita,
Solone, Licurgo ed altri de’ più antichi, che furono padroni delle rispettive
repubbliche), certo nella estimazion pubblica, non solo dopo morte, ma durante
la loro vita. E pure molti più erano allora che oggidì quelli che potevano
esser poeti, perchè l’immaginazione era signora degli uomini; e la debole
filosofia di que’ tempi non distingueva gran fatto i filosofi da’ volgari, nè
molto si richiedeva per giungere alle loro cognizioni, e per salire alla loro
altezza. - ec. ec.
(8.
Sett. Natalizio di Maria Vergine Santissima. 1823.)
Alla
p.3205. Un suono dolce o penetrante, indipendentemente dall’armonia o melodia
che può sembrare aver rapporto alle idee, gli odori, il tabacco ec. influiscono
sull’immaginazione massimamente, e v’influiscono in modo al tutto fisico, cioè
senz’alcun rapporto per se stessi alle idee. Laddove quegli oggetti che
agiscono sull’immaginazione [3387]e la risvegliano ec. per mezzo del
senso della vista, lo fanno eccitando certe idee apposite, legate a quei tali
oggetti o per la lor propria forma, o per le rimembranze ch’essi destano nella
memoria, o per immagini adeguate e analoghe in qualunque modo a quella tal
vista ec. Niente di ciò accade nel suono semplicemente considerato, negli
odori, nel tabacco ec. se non accidentalmente, ed anche fuori di tale
accidente, quelle cose influiscono a dirittura sulla facoltà immaginativa. Così
discorrasi anche della luce per se stessa e indipendentemente dagli oggetti ch’ella
ci discuopre allo sguardo; perocchè anche la luce per se influisce e sveglia
fisicamente la facoltà immaginativa, senza relazione propria e particolare a
veruna idea. Certo l’immaginazione è visibilmente sottoposta a mille cause
totalmente fisiche, che la commuovono e scuotono, o l’assopiscono e
intorpidiscono, la sollevano o la deprimono, l’eccitano o la raffrenano, la
scaldano o l’agghiacciano. Se dunque l’immaginazione, [3388]perchè non l’ingegno?
mentre quella è pure una facoltà tutta spirituale, o tutta appartenente a ciò
che nell’uomo si considera come spirito; è una parte o facoltà dell’animo solo,
dello spirito ec. e dello stesso ingegno.
(9. Settembre. 1823.). V. p.3552.
Molti
presenti italiani che ripongono tutto il pregio della poesia, anzi tutta la
poesia nello stile, e disprezzano affatto, anzi neppur concepiscono, la novità
de’ pensieri, delle immagini, de’ sentimenti; e non avendo nè pensieri, nè
immagini, nè sentimenti, tuttavia per riguardo del loro stile si credono poeti,
e poeti perfetti e classici; questi tali sarebbero forse ben sorpresi se loro
si dicesse, non solamente che chi non è buono alle immagini, ai sentimenti, ai
pensieri non è poeta, il che lo negherebbero schiettamente o implicitamente;
ma che chiunque non sa immaginare, pensare, sentire, inventare, non può nè
possedere un buono stile poetico, nè tenerne l’arte, nè eseguirlo, nè
giudicarlo nelle opere proprie nè nelle altrui; che l’arte e la facoltà e l’uso
dell’immaginazione e dell’invenzione è tanto indispensabile allo stile [3389]poetico,
quanto e forse ancor più ch’al ritrovamento, alla scelta, e alla disposizione
della materia, alle sentenze e a tutte l’altre parti della poesia ec. (Vedi a
tal proposito la p.2978-80.) Onde non possa mai esser poeta per lo stile chi
non è poeta per tutto il resto, nè possa aver mai uno stile veramente poetico,
chi non ha facoltà, o avendo facoltà non ha abitudine, di sentimento di
pensiero di fantasia d’invenzione, insomma d’originalità nello scrivere.
(9.
Sett. 1823.)
La
lingua spagnuola, secondo me, può essere agli scrittori italiani una sorgente
di buona e bella ed utile novità ond’essi arricchiscano la nostra lingua,
massimamente di locuzioni e di modi.
1° Io
penso che niuno possa pienamente discorrere di niuna delle cinque lingue che
compongono la nostra famiglia, ciò sono greca, latina, italiana, spagnuola, e
francese, s’egli non le conosce più che mediocremente tutte cinque.
2° La
lingua spagnuola è sorella carnalissima della nostra. Or come sia ragionevole
il derivar [3390]nuove ricchezze nella lingua propria dalle lingue
sorelle, vedi, fra l’altre, p.3192-6.
3° La
potenza avuta dagli Spagnuoli in Europa, e in Italia nominatamente, al tempo
appunto che la lingua e letteratura nostra si formava e perfezionava, ciò fu
nel cinquecento,
a fece che molte voci e molte più locuzioni e forme spagnuole fossero, non solo
dal volgo e nel discorso familiare, ma dai dotti e dai letterati nella lingua
scritta ed illustre italiana introdotte o accettate in quel secolo e nel
seguente eziandio (dal Redi, dal Salvini, dal Dati ec. V. p. es. la Crusca in alborotto,
verdadiero Dallo spagnuolo viene l’avv. giacchè o già che per
poichè, usitatissimo appo i nostri migliori del seicento). Perocchè la
lingua spagnuola era a quel tempo generalmente studiata, intesa, parlata,
scritta, e fino stampata, in Italia. (V. Speroni Oraz. in lode del Bembo nelle
Orazz. Ven. 1596: p.144; Caro Lett. vol.2. lett.177.) E questa è primieramente
un’ottima ragione perchè dalla lingua spagnuola si possa ancora [3391]attingere,
dico l’essersene già molto attinto. Così sempre accade nelle lingue. Il già
tolto d’altronde e naturalizzato, prepara gli orecchi e il gusto a quello che
si voglia ancor torre dallo stesso luogo, appiana la strada, apparecchia quasi
il posto e il letto alle novità che dalla medesima fonte si vogliano dedurre, e
ne facilita l’introduzione. Il canale è scavato, nè fa di bisogno fabbricarlo;
sta allo scrittore il dar corso per esso alle acque, giusta la misura che gli
paia opportuna. Aggiungasi a questo, che tale commercio onde la lingua italiana
si arricchì della spagnuola, fu, come ho detto, nel secolo in che la nostra
lingua si formò e perfezionò, e prese o determinò il suo carattere, cioè nel cinquecento;
ond’è ben naturale che molte parti della lingua spagnuola non ancora da noi
ricevute, convengano e consuonino colle proprietà della nostra lingua, poichè
non poche forme e locuzioni, ed anche non poche voci spagnuole e significazioni
di voci, entrarono nella composizione della nostra lingua appunto quand’ella
ricevè la sua piena forma e perfezionamento e la distinta specifica impronta
del suo [3392]carattere. Finalmente è da osservarsi che mentre i nostri
antichi non solo nel cinquecento, ma fin dal ducento e dal trecento
introdussero nella lingua nostra moltissime voci, locuzioni e forme francesi
che ancora in buona parte vi si conservano, queste, da tanto tempo in qua, e
similmente quelle altre infinite che i moderni v’introdussero e v’introducono
tuttavia, serbano sempre, chi ben le guarda, una sembianza e una fisonomia di
forestiere, massime le locuzioni e forme. Laddove le frasi e i modi, ed anche i
vocaboli spagnuoli introdotti nella nostra lingua, stanno e conversano in essa
colle nostre voci italiane così naturalmente che paiono non venuti ma nati, non
ispagnuoli ma italiani quanto alcun altro mai possa essere e quanto lo sono i
nostri propri vocaboli. Anzi io so certo che pochissimi, ma veramente
pochissimi, sanno, o sapendo, avvertono questi tali esser modi e vocaboli o
significati d’origine spagnuola. Ben ne veggo assai sovente de’ riputati e
battezzati per purissimi italiani natii.
Nè me ne maraviglio, perocchè in essi la differenza dell’origine nulla si
sente, ed è possibile il saperla, ma [3393]non il sentirla. E non voglio
tacere che delle tante parole, frasi e forme francesi introdotte da’ nostri
antichi, sia ducentisti, sia trecentisti, sia cinquecentisti, sia secentisti,
nell’italiano, grandissima parte, e forse la maggiore, è uscita dall’uso nostro
ed antiquata per modo che oggidì nemmeno il più sfrontato e impudente
gallicista e parlatore o scrittore di francese maccheronico sarebbe ardito di
usarle. E ciò, quanto a quelle che furono tra noi usate nel ducento o nel
trecento, è accaduto da gran tempo in qua, cioè fino dal cinquecento, nel qual
secolo le antiche voci francesi-italiane che oggi più non s’usano, erano
parimente quasi tutte dimenticate, benchè delle altre se ne introducessero. Ma
delle voci e maniere spagnuole introdotte fra noi, ben poche o la minor parte,
o certo in assai minor numero che delle francesi, si trovano oggidì esser
cadute dell’uso nostro. Le altre han posto da gran tempo saldissime radici
nella lingua italiana, come quelle che l’hanno trovata esser terreno proprio da
loro, e tale che l’esservi esse state [3394]piuttosto traspiantate che
prodotte spontaneamente e primieramente, sia piuttosto caso che natura.
4° La
lingua spagnuola è carnal sorella dell’italiana, non di famiglia solo e di
nascita e di eredità, ma di volto, di persona e di costumi. Nè la lingua
francese se le può paragonare per questo conto, non più ch’ella si possa
comparare all’italiana o alla spagnuola per conto della somiglianza, sia
esteriore sia interiore, colla madre comune. La lingua spagnuola è piuttosto
altra che diversa dall’italiana. Ed era ben ragione che così fosse, perocchè l’Italia,
la Spagna e la Grecia sono in Europa per natura di clima, di terreno e di cielo
le più conformi provincie meridionali.
Or tra queste, la Spagna e l’Italia avendo l’una dato, l’altra ricevuto una
stessissima lingua, era ben naturale che in processo di tempo ambedue
riuscissero tanto e niente meno conformi di linguaggio, quanto a due separate
nazioni è possibile il più. Laddove la Francia che una medesima lingua ricevè
dall’Italia ancor essa, partecipando però del settentrionale [3395]e pel
clima e per l’indole e per gli avvenimenti che la storia descrive,
settentrionalizzò la sua ricevuta lingua, e fecene un misto nuovo, suo proprio
e bello, come altrove s’è detto. E intanto allontanandosi da’ suoni dalle forme
e dal genio della lingua madre, l’idioma francese col medesimo passo si divise
eziandio dall’indole, dallo spirito e dalla qualità de’ suoni delle lingue
sorelle, che sempre alla madre si attennero quanto comportarono i tempi e le
circostanze; e che quantunque inondate ancor esse dalle lingue settentrionali,
pure per la totale diversità del clima e dell’indole delle loro regioni, se ne
mantennero così pure, che pervenute per così dire a seccarle, soltanto
pochissime parole, niuna forma, niuna qualità appartenente al genio ed all’indole,
si trovarono averne contratto. Veramente la lingua spagnuola e per carattere e
per forme e per costrutti e per suoni e per che che sia, è così conforme all’italiana,
che altre due lingue colte così tra loro conformi non si trovano ch’io mi
creda, nè mai, ch’io sappia, si ritrovarono. [3396]E più conformi
sarebbero le suddette due lingue se la Spagna avesse avuto e potesse vantare
più vasta, copiosa e varia, più lunga, e più perfetta letteratura, ch’ella non
ebbe. Dico sarebbono più conformi per ciò che tocca alla quantità, come dire
alla ricchezza, alla varietà e cose tali. Chè per certo non mancò alla lingua
spagnuola se non quello che ho detto, per essere anche in queste parti
comparabile alla lingua italiana; per esserlo cioè in tutto, anche nella
quantità, siccom’essa lo è nella qualità, eccetto solamente che ancor nelle sue
qualità ell’è meno perfetta dell’italiana. Del rimanente ella, quanto alla
qualità, non potrebbe quasi essere più conforme alla nostra di quel ch’ella
sia.
5° Nè
tale sarebbe se la letteratura spagnuola, benchè cedendo d’assai all’italiana
per la quantità, non le fosse pari del tutto nella qualità, salvo la minore
perfezione di ciascun suo attributo. Le stesse cagioni, sì naturali, sì
accidentali, che ci resero gli spagnuoli così conformi di lingua, ce li fecero
altrettanto conformi [3397]nella letteratura. Nè poteva essere
altrimenti, perchè l’una e l’altra vanno sempre del pari. Certo è che nel
cinquecento, secolo aureo e principale non meno della lingua e letteratura
spagnuola che della italiana, il commercio tra queste due letterature fu
strettissimo, e l’influenza reciproca; bensì maggiore d’assai quella dell’italiana
sulla spagnuola che viceversa, perchè l’italiana era di gran lunga maggiore, e
portata ad un alto grado già molto prima, cioè nel 300. Laonde, se imitazione
vi fu, non è dubbio che gli spagnuoli imitarono, e gli scrittori italiani
furono loro modelli. Ma senza più stendersi in questo, egli è certissimo ed
evidente che il buono e classico stile spagnuolo e lo stile italiano buono e
classico, salvo che quello è meno perfetto, non sono onninamente che uno solo.
Ora quanta parte abbia la lingua nello stile,
quanta influenza lo stile nella lingua, come sovente sia difficile e quasi
impossibile il distinguere questa da quello, e le proprietà dell’una da quelle
dell’altro, o si parli di uno scrittore e di una scrittura particolarmente, [3398]o
di un genere, o di una letteratura in universale; sono cose da me altrove
accennate più volte. Basti ora il dire che non si è mai per ancora veduto in
alcun secolo, appo nazione alcuna, stile corrotto o barbaro e rozzo, e lingua
pura o delicata, nè viceversa, ma sempre e in ogni luogo la rozzezza, la
purità, la perfezione, la decadenza, la corruttela della lingua e dello stile
si sono trovate in compagnia.
Chè se ne’ nostri trecentisti la lingua è pura e lo stile sciocco; 1° lo stile
non pecca se non per difetto di virtù, per inartifizio, e mancanza d’arte e di
coltura, ma niun vizio ha e niuna qualità malvagia; sicchè non può chiamarsi
corrotto: 2° lo stile de’ trecentisti è semplice e nella semplicità energico,
come porta la natura, e tale nè più nè meno è la lingua loro, la quale
generalmente non ha pregio nessuno se non questi, che sono pur pregi dello
stile, ma non sempre, e che non bastano: 3° che che ne dicano i pedanti, ogni
volta che lo stile de’ trecentisti pecca di rozzo, anche la lor lingua è rozza;
ogni volta che di barbaro, anche la lingua è barbara; ogni volta che di
eccessiva semplicità ed inartifizio, anche la semplicità della [3399]lingua
passa i termini, com’è stato ben provato in questi ultimi tempi; e finalmente
se talvolta il loro stile è tumido, falso, o insomma corrotto comunque, (benchè
tal corruzione in loro sia piuttosto fanciullesca e d’ignoranza, che
manifestante il cattivo gusto, e la depravazione, che in essi non poteva aver
luogo), allora anche la lingua non è da noi chiamata pura, se non perchè ed in
quanto antica, secondo le osservazioni da me fatte altrove circa quello che si
chiama purità di lingua.
Adunque
lo stile che colla lingua è così strettamente legato, è lo stesso nello
spagnuolo e nell’italiano. Dico quello stile che dall’una e dall’altra nazione
è riconosciuto per classico. Ebbero anche i francesi nel medesimo secolo del
cinquecento uno stile conforme o quasi conforme allo spagnuola e all’italiano,
ma esso non è riconosciuto oggidì per classico da quella nazione, nè per tale
fu riconosciuto in quel secolo in che la letteratura francese pigliò forma e
carattere e perfezionossi, in somma nel secolo aureo che dà legge [3400]e
norma, generalmente parlando, alla lingua e letteratura francese di qualunque
secolo successivo. E se pur quello stile talvolta è o fu riconosciuto per
classico da’ francesi (come in Amyot), ciò è come un classico che essi non
debbono seguire nè imitare, un classico diverso da quello che è classico oggidì
per loro nelle scritture di questo secolo, un classico che in queste scritture
sarebbe vizio, anzi non si comporterebbe, anzi non senza fatica s’intenderebbe;
una lingua in somma e uno stile che, secondo confessano essi medesimi, ancorchè
bello e classico, non è più loro.
Lo stile
e la letteratura spagnuola forma veramente (quanto alla sua indole) una sola
famiglia collo stile e letteratura greca, latina e italiana. Lo stile e la
letteratura francese per lo contrario appartengono a una famiglia ben distinta
dalla suddetta. La letteratura francese insieme con quelle ch’essa ha prodotte,
ciò sono la inglese del tempo della regina Anna, la svedese, la russa, (e credo
eziandio l’olandese), forma in Europa, propriamente parlando, una terza
distinta famiglia, un terzo genere di letteratura e di stile: intendendo per
seconda famiglia di letterature [3401]europee quelle di carattere
settentrionale, cioè l’inglese de’ tempi d’Ossian e di quelli di Shakespeare, e
la moderna ch’è una continuazione di questa, la tedesca, l’antica scandinava,
illirica, e simili. (Sebbene il carattere scandinavo e illirico, sì delle
nazioni, sì delle letterature, è distinto dal teutonico ec. Ma non esiste
letteratura scandinava nè illirica, se non antica e mal nota, perchè la
presente letteratura Svedese, Danese, russa ec. non è che francese. Staël nel
principio dell’Alemagna).
Come altrove ho detto della lingua, così della letteratura e dello stile
francese si deve dire. Essi tengono il mezzo tra il meridionale e il
settentrionale, tra il classico e il romantico; essi formano una categoria
propria, niente meno diversa e distinta da quella delle letterature e stili
greco, latino, italiano classico, spagnuolo classico, e dall’indole e spirito
loro, di quel ch’ella sia dalle letterature inglese moderna, tedesca, e loro
affini o simiglianti. V. p.3559.
Quel
carattere di nobiltà, di dignità, di ardire, di semplicità, di naturalezza ec.
ec. che distingue [3402]gl’idiomi e gli stili greco e latino, non si
possono in alcuna lingua del mondo, nè moderna nè antica, esprimer meglio nè
più spontaneamente e naturalmente che nella italiana e nella spagnuola, e negli
stili riconosciuti respettivamente per classici appo queste due nazioni: nè si
potrebbero, assolutamente parlando, esprimer meglio di quello che queste due
lingue e questi due stili possano fare. Dico possano fare, perchè lo spagnuolo
non lo ha forse ancora mai fatto perfettamente, benchè la sua indole e lo
comporti e lo richiegga. Dico quel tal carattere identico di nobiltà ec.
proprio della lingua e stile greco e latino. Le qualità medesime in genere,
come la nobiltà in genere ec. possono esser proprie anche del francese e del
tedesco e d’ogni lingua colta, ma quel tal carattere individuale e identico di
nobiltà ec. che distingue i suddetti stili greco e latino, non solo non lo
richieggono nè l’amano, ma in niun modo lo comportano, gli stili francese,
inglese ec. Questi possono esser nobili, ma in altro modo; semplici ma in
diversissimo [3403]modo; naturali ma tutt’altra naturalezza, perch’egli
hanno tutt’altra natura, e tutt’altro carattere hanno le rispettive nazioni, e
tutt’altro per queste è naturale; arditi, ma la lingua francese rispetto a se
stessa solamente, chè rispetto all’altre, e assolutamente parlando, è
timidissima, al contrario della greca e della latina, e della spagnuola e
italiana altresì: le restanti lingue e stili possono essere arditi, anche più
del greco e del latino, anche più dello spagnuolo e dell’italiano, ma in tutt’altro
modo.
E per
recare un esempio; laddove la lingua e lo stile spagnuolo e italiano si piegano
naturalmente e quasi da se al dignitoso, come il greco e il latino (che in
qualunque genere e materia hanno sempre del grave e dell’elevato), lo stile
francese non ci si piega per niun modo, ma sempre tira al familiare e al piano.
Contuttociò egli pure ottiene di staccarsi dal familiare e dal volgo, di
sostenersi, d’innalzarsi; ma come? Con un copiosissimo uso d’immagini, pensieri
ed espressioni poetiche. [3404]E non mezzanamente confusamente o solo in
parte poetiche, ma forte espressa e totalmente. Senza ciò non ottiene mai
dignità ed elevazione, e sempre tira al basso, e si accosta al discorso
ordinario, allo stile parlato, di conversazione ec. Ma ciò è ben diverso, e in
certo senso, contrario al modo in che i greci e i latini davano dignità ed
elevatezza al loro stile, in che gliene diedero i nostri classici e gli
spagnuoli, benchè non sempre perfetti nel loro genere di stile, come avrebbero
e potuto e dovuto essere, e come esigeva naturalmente esso genere di stile, e l’indole
stessa della lingua ec. Si possono vedere le pagg.3453. segg. e 3561. segg. ec.
Vedi quello che altrove ho detto sopra il poetico dello stile di Floro, (v.
p.3420.), e quello che ho detto sopra ciò, che la lingua francese sempre
prosaica nel verso, è oggimai sempre poetica nella prosa; e altri tali
pensieri.
Venendo
alla conchiusione, ripeto che da una lingua così conforme alla nostra, come ho
mostrato essere la spagnuola, per ogni verso, e per tante cagioni naturali,
accidentali, intrinseche, estrinseche ec.; da una lingua sorella com’essa è all’italiana;
da una lingua ec. ec.; molta bella ed utile novità possono trarre gli scrittori
italiani moderni, come ne trassero gli antichi e classici nostri. Ma voglio io
perciò introdotti nella lingua italiana degli spagnuolismi? Tanto come,
consigliando [3405]di attingere dal latino, intendo consigliare che s’introducano
nell’italiano de’ latinismi.
Sono nel latino molte parole, nello spagnuolo alcune, nel greco, nel latino e
nello spagnuolo moltissimi modi e forme di dire, (e molte significazioni di
vocaboli o modi già fatti italiani) le quali tutte non per altro non sono
italiane, se [non] perchè da veruno per anche non introdotte nella nostra
lingua. Adoperandole nell’italiano, elle sarebbero così bene intese, cadrebbero
così bene e facilmente, parrebbero così spontanee e naturali, sarebbero così
lontane da ogni sembianza d’affettate, che niuno s’accorgerebbe non pur ch’elle
fossero o greche o latine o spagnuole anzi, o più, che italiane, ma neppur
sentirebbe che fossero nuove nella nostra lingua, nè se n’avvedrebbe in altro
modo che ricercandone espressamente il vocabolario. O se vi sentisse della
novità, ne sentirebbe quel tanto e non più, che dà grazia, eleganza, forza,
nobiltà, bellezza allo stile e alla lingua, e dividono l’una e l’altra dal
popolo, il che non pur è concesso ma richiesto al nobile scrittore in qualunque
genere. Queste [3406]voci, frasi, forme, benchè latine, greche,
spagnuole di origine; benchè non mai per l’innanzi usate o sentite in italiano;
introdotte che vi fossero, non sarebbero nè latinismi nè grecismi nè spagnolismi,
perchè non vi si conoscerebbe nè la latinità, nè la grecità ec., o se vi si
conoscerebbe, non vi si sentirebbe, ch’è quel che importa; nè vi si
conoscerebbe che per cagioni estrinseche e proprie del lettore, cioè per la
cognizione che questi avrebbe di quelle lingue, e degli scrittori italiani ec.;
non per cagioni intrinseche, cioè proprie di quella tale scrittura, stile ec.
per le qualità di quelle tali voci, frasi ec. rispetto alla lingua italiana o a
quel tal genere e stile. Altre voci, frasi, forme, significazioni sono in gran
numero nelle dette lingue, che si potrebbero pure utilissimamente introdurre
nella italiana, ma non altrove che in certi luoghi, con certi contorni,
preparazioni ec. nè senza molta avvertenza, arte, discrezione, giudizio dell’opportunità
ec. Con le quali condizioni, nè anche queste (che sono in molto maggior numero
dell’altre sopraddette) non riuscirebbero nè latinismi nè grecismi ec. per le
stesse ragioni. [3407]Ovunque si senta latinità, grecità ec. o un
sapore di non nazionale, indipendentemente dalle cognizioni ec. del
lettore, e per propria qualità della parola o frase, o del modo in ch’ella è
adoperata, quivi è latinismo, grecismo ec. quivi barbarismo, quivi sempre
vizio. E siccome nei contrarii casi suddetti, malgrado la vera novità, niun
vizio, anzi pregio vi sarebbe; così in questo caso, niun pregio sarebbevi, e
sempre vizio, quando anche la novità non fosse vera, cioè quando bene quella
tal parola ec. avesse già esempio d’autor classico nazionale, e n’avesse ancor
molti; sia che in tutti questi ella stesse parimente male, o che stando bene in
questi, ella stesse male nel dato caso, perchè non intelligibile o difficile a
intendere, perchè male adoperata, e senza i debiti riguardi, e in occasione e
con circostanze non opportune ec. Similmente accade e si dee discorrere intorno
alle parole antiquate. La novità in una lingua, o la rarità ec., insomma il
pellegrino, da qualunque luogo sia tolto (o da’ forestieri, o dagli antichi
classici nazionali ec.), deve sempre parere una [3408]pianta, bensì
nuova nel paese o rara, ma nata nel terreno medesimo della lingua nazionale, e
non pur della nazionale, ma della lingua di quel secolo, della lingua
conveniente a quel genere a quello stile a quel luogo della scrittura. Sempre
ch’ella par forestiera (e recata d’altronde) per qualunque ragione, e in
qualunque di questi sensi, ella è cattiva. Nel caso contrario è sempre buona.
Lo
studio della lingua greca, latina, spagnuola, applicato a quello dell’italiana,
non ci deve servire a latinizzare, grecizzare ec. in niuna parte
(sensibilmente) la nostra lingua. Esso ci deve servire e ci serve mirabilmente
a conoscere in quanti modi, niuno per anche usato, si possa usare e rivolgere
questa lingua italiana medesima che abbiam per le mani, si possano comporre
insieme, o adoperare per se stesse le sue parole, frasi ec.
Noi dobbiamo pescare in esse lingue, non latinismi, grecismi, ec. ma, per dir
così, voci e forme e frasi italiane non per anche usate; delle quali esse
lingue abbondano. Studiandole (siccome strettissimamente affini alla nostra,
alla sua indole) ec. noi ci avveggiamo [3409]che l’italiano può
adoperare un tal modo, forma, voce, significazione, ch’e’ non ha mai adoperato;
la può adoperare, non perchè latina, greca, spagnuola, ma perchè conforme all’indole
dell’italiano stesso, perchè questa lingua per se medesima, e tale qual ella è
n’è capace; perchè appunto adoperata nell’italiano, non parrà nè latina nè
greca nè spagnuola, ma parrà e sarà subito italiana. (cioè sarà intesa subito,
cadrà naturalmente, o dovunque o in certi tali generi o luoghi, ec. ec.). Fatta
questa scoperta, e avvedutici di questa verità, della quale senza lo studio di
quelle lingue non avremmo avuto alcuna notizia, noi introduciamo nell’italiano
quella tal frase ec. da niuno ancora usata, e che noi, se la lingua latina ec.
non ce l’avesse mostrata, non avremmo potuto concepire e immaginare e inventare
da noi medesimi e mediante la sola cognizione della nostra lingua, se non per
caso.
Così quelle lingue ci somministrano copiose novità, che non sono nè latinismi
nè grecismi, ec. ma italianismi o nuovi o rari, e questi bellissimi e
utilissimi, e insomma degnissimi d’entrare in uso. Nello stesso modo che sono
italianismi, [3410]e degnissimi d’entrare in uso, infiniti vocaboli,
locuzioni (significati) e forme nuove, che l’abile e giudizioso e ben
perito scrittore, può inesauribilmente e incessantemente derivare, formare,
comporre ec. dalle stesse radici, degli stessi materiali, degli stessi capitali
e fondi della lingua nostra, profondamente conosciuti e perfettamente
posseduti, seguendo sempre e intieramente la vera indole e proprietà d’essa
lingua, e conformandosi con tutte le sue qualità sieno intrinseche, sieno
estrinseche ec.
(9-10. Sett. 1823.)
Gli
uomini che vivono in solitudine sono inclinatissimi al metodo. Ma non tanto
quelli che nella solitudine sono occupati, o che perciò appunto vivono in
solitudine, (ne’ quali, siccome in tutti quelli che sono molto occupati, il
metodo e l’ordine dell’azioni sarebbe ragionevolissimo, perchè l’ordine così di
luogo come di tempo è sempre risparmio dell’uno o dell’altro, e il disordine al
contrario) quanto in quelli che nulla hanno da fare, come malati cronici,
carcerati, vecchi ritirati per cagionevolezza dell’età, per debolezza, o per
abito di pigrizia. Questi sogliono esser metodici fino all’ultimo eccesso. Pare
che l’uomo sia tanto più [3411]geloso di ordinare la sua vita quanto
meno ha da occuparla, o quanto meno la occupa.
Non potendo o non volendo impiegare il tempo, si occupa a regolarlo e partirlo
e distinguerlo. L’ordinare le sue operazioni diviene l’unica sua operazione e
occupazione. (11. Sett. 1823.). Io ho conosciuto uno di questi che dal capo al
piè della giornata non aveva una sola cosa da fare, e lagnavasi della brevità
del tempo, e che il giorno non bastava alle sue occupazioni quotidiane; e
perciò sopportava di mala voglia qualunque straordinaria distrazione o altro,
che gli occupasse alcun poco di tempo.
(11. Sett. 1823.)
Come
altrove ho detto, la monarchia è il più, anzi il solo, perfetto stato di
società, perchè il solo naturale, il solo primitivo, il solo comune agli
animali che hanno qualch’ombra di società, il solo che si trovi nel
cominciamento di tutte le nazioni. (In qual modo nascesse la monarchia, vedilo
nel principio della Rep. di Aristotele, che benissimo lo spiega, perocchè [3412]certo
le nazioni o le popolazioni non convennero mai espressamente di ubbidire ad
alcuno, nè mai diedero in niun modo i loro suffragi per li quali riuscisse
eletto ad unanimità un monarca, che in questa elezione fondasse di quindi
innanzi il diritto di comandarle.) Da questo principio segue che ogni
repubblica o stato franco, comunque antichissimo, comunque anteriore a quella
civilizzazione ch’è affine alla corruzione, comunque proprio eziandio di tempi
e di popoli affatto rozzi, od anche di tempi e popoli eroici e virtuosi e
magnanimi ec., sempre ch’esso si trova in una società già formata, già capace
di tal nome, (sia antica, sia moderna, sia civile, sia selvaggia) è indizio certo
di corruzione di questa tal società, ed è esso medesimo una corruzione del
governo; il quale senza fallo, si sappia o non si sappia dalla storia, prima fu
monarchico; ond’esso stato franco è indubitatamente in essa società una sorta
di governo secondaria e non primitiva, ma sottentrata in luogo della primitiva,
e nata dalla corruzione di questa, o certo della respettiva società.
(11.
Settembre. 1823.). V. p.3517.
[3413]Alla p.2841. Sperone Speroni nell’Orazione
in morte del Cardinal Bembo, quinta delle Orazioni sue stampate in Ven.
1596. pag.144-5. poco innanzi il mezzo dell’orazione suddetta. I medesimi
verbi colla stessa construtione (p.145.) usa il volgar poeta, (il
poeta italiano) che suole usar l’oratore; onde non pur è lunge da quell’errore,
ove spesse fiate veggiamo incorrere i Greci, et qualche volta i Latini, cioè a
dire, che egli si paia di favellare in un’altra lingua, che non è quella dell’oratore;
anzi i più lodati Toscani all’hora sperano di parlar bene nelle lor prose, et
par quasi, che sene vantino, quando al modo, che da’ Poeti è tenuto hanno
affettato di ragionare. Et chi questo non crede, vada egli a leggere il
Decameron del Boccaccio, terzo lume di questa lingua, et troveravvi per entro
cento versi di Dante così intieri, come li fece la sua comedia.
Non parrebbe da queste parole che l’Italia non avesse lingua propriamente [3414]poetica,
o certo ben poco distinta dalla prosaica? E non è d’altronde manifesto ch’ella
ha una lingua poetica più distinta dalla prosaica che non è quella di forse
niun’altra lingua vivente, e certo più che non è quella de’ Latini, in quanto
si vede che noi, imparato che abbiamo ad intendere la prosa latina, intendiamo
con poco più studio la poesia, (lo studio che ci vuole, e il divario tra il linguaggio
della poesia latina e della prosa, consiste principalmente nella diversità di
molta parte delle trasposizioni, ossia nell’ordine e costruzione delle parole,
ch’in parte è diversa) ma uno straniero non perciò ch’egli ottimamente
intendesse la nostra moderna lingua prosaica, intenderebbe senza molto apposito
studio la poetica? Tant’è. Nello stesso cinquecento, l’Italia non aveva ancora
una lingua che fosse formalmente poetica, cioè la diversità del linguaggio tra
i poeti e gli oratori, non era per anche se non lieve, e male o
insufficientemente determinata. Gli scrittori prosaici che componevano con
istudio e con presunzione di bello stile, si accostavano alla lingua del
Boccaccio e de’ trecentisti, e questa era similissima alla lingua poetica,
perchè la lingua poetica del 300. era quasi una colla prosaica. Gli scrittori
poetici che scostandosi dalla lingua del 300, volevano [3415]accostarsi
a quella del loro secolo, davano in uno stile familiare, bellissimo bensì, ma
poco diverso da quel della prosa. Testimonio l’Orlando dell’Ariosto e l’Eneide
del Caro, i quali, a quello togliendo le rime, a questa la misura (oltre le
immagini e la qualità de’ concetti ec.) in che eccedono o di che mancano che
non sieno una bellissima ed elegantissima prosa? E paragonando il poema del
Tasso (scritto nella propria lingua del suo tempo) colle prose eleganti di
quell’età, poco divario vi si potrà scoprire quanto alla lingua. Di più i poeti
italiani del 500. furono soliti (massime i lirici, che sono i più) di
modellarsi sullo stile di Petrarca e di Dante. Il carattere di questo stile
riuscì ed è necessariamente familiare, come ho detto altrove. Seguendo questo
carattere, o che i poeti del 500 l’esprimessero nella stessa lingua di que’
due, come moltissimi faceano, o nella lingua del 500, come altri; doveano
necessariamente dare al loro stile un carattere di familiare e poco diverso da
quel della prosa. E così generalmente accadde. (Il linguaggio del Casa non è
familiare, ed è molto [3416]più distinto dal prosaico, e così il suo
stile. Ciò perchè ne’ suoi versi egli non si propose il carattere nè del
Petrarca nè di Dante, ma un suo proprio. E quindi quanto il carattere del suo
linguaggio e stile poetico è distinto da quel della prosa, tanto egli è ancora
diverso da quello del linguaggio e stile sì di Dante e Petrarca, sì degli altri
lirici, e poeti quali si vogliano, del suo tempo.). La Coltivazione, le Api ec.
sono ben sovente bella prosa misurata quanto al linguaggio, ed allo stile
eziandio: e ciò quantunque l’uno e l’altro poema sieno imitazioni, e l’Api
nient’altro quasi che traduzione, delle Georgiche, il capo d’opera dello stile
il più poetico e il più separato dal familiare, dal volgo, dal prosaico.
Similmente si può discorrere dell’Eneide del Caro.
In somma
la lingua italiana non aveva ancora bastante antichità, per potere avere
abbastanza di quella eleganza di cui qui s’intende parlare, e un linguaggio ben
propriamente poetico, e ben disgiunto dal prosaico. Le parole dello Speroni
provano questa verità, e questa le mie teorie a cui la presente osservazione si
riferisce. Il cui risultato è che dovunque non è sufficiente antichità di
lingua colta, quivi non può ancora essere la detta eleganza di stile e di
lingua, nè linguaggio poetico distinto e proprio ec. (11. Sett. 1823.). Ho già
detto altrove [3417]che non prima del passato secolo e del presente si è
formato pienamente e perfezionato il linguaggio (e quindi anche lo stile)
poetico italiano (dico il linguaggio e lo stile poetico, non già la poesia); s’è
accostato al Virgiliano, vero, perfetto e sovrano modello dello stile
propriamente e totalmente e distintissimamente poetico; ha perduto ogni aria di
familiare; e si è con ben certi limiti, e ben certo, nè scarso, intervallo,
distinto dal prosaico. O vogliamo dir che il linguaggio prosaico si è diviso
esso medesimo dal poetico. Il che propriamente non sarebbe vero; ma e’ s’è
diviso dall’antico; e così sempre accade che il linguaggio prosaico, insieme
coll’ordinario uso della lingua parlata, al quale ei non può fare a meno di
somigliarsi, si vada di mano in mano cambiando e allontanando dall’antichità. I
poeti (fuorchè in Francia)
serbano l’antico più che possono, perch’ei serve loro all’eleganza, o dignità
ec. anzi hanno bisogno dell’antichità della lingua. E così, contro quello [3418]che
dee parere a prima giunta, i più licenziosi scrittori, che sono i poeti, son
quelli che più lungamente e fedelmente conservano la purità e l’antichità della
lingua, e che più la tengon ferma, mirando sempre e continuando il linguaggio
de’ primi istitutori della poesia ec. Dalla quale antichità la prosa, obbligata
ad accostarsi all’uso corrente, sempre più s’allontana. Ond’è che il linguaggio
prosaico si scosti per vero dire esso stesso dal poetico (piuttosto che questo
da quello) ma non in quanto poetico, solo in quanto seguace dell’antico, e
fermo (quanto più si può) all’antico, da cui il prosaico s’allontana. Del resto
il linguaggio e lo stile delle poesie di Parini, Alfieri, Monti, Foscolo è
molto più propriamente e più perfettamente poetico e distinto dal prosaico, che
non è quello di verun altro de’ nostri poeti, inclusi nominatamente i più
classici e sommi antichi. Di modo che per quelli e per gli altri che li
somigliano, e per l’uso de’ poeti di questo e dell’ultimo secolo, l’Italia ha
oggidì una lingua poetica a parte, e distinta affatto dalla prosaica, una
doppia lingua, l’una prosaica l’altra [3419]poetica, non altrimenti che
l’avesse la Grecia, e più che i latini. Ed è stato anche osservato (da
Perticari sulla fine del Tratt. degli Scritt. del Trecento) che nella
universale corruzione della lingua e stile delle nostre prose e del nostro
familiar discorso accaduta nell’ultima metà del passato secolo, e ancora
continuante, la lingua de’ poeti si mantenne quasi pura e incorrotta, non solo
ne’ migliori o in chi pur seguì un buono stile, ma ne’ pessimi eziandio, e
negli stili falsi, tumidi, frondosissimi, ridondanti, strani o imbecilli degli
arcadici, de’ frugoniani, bettinelliani ec. Così pure era accaduto ne’ barbari
poeti del secento. La cagione di ciò è facile a raccorre da queste mie
osservazioni, le quali sono ben confermate da questi fatti. Laddove egli è pur
certo che riguardo alla prosa, lo stile non si corrompe mai che non si corrompa
altresì la lingua, nè viceversa, nè v’ha prosatore alcuno di stile corrotto e
lingua incorrotta: del che puoi vedere le pagg.3397-9.
(12. Sett. 1823.)
[3420]Opinione de’ greci, anche filosofi,
e principali filosofi, sul giusto e l’ingiusto creduto altro verso i greci,
altro verso i barbari, non accidentalmente, ma naturalmente; sulla supposta
inferiorità di natura di questi a quelli; sul supposto naturale diritto
ne’ greci di comandare a tutte l’altre nazioni, come per natura incapaci di
governarsi da se nè d’acquistare le facoltà a ciò convenienti; sulla supposta
servilità non di circostanza ma di natura ne’ barbari (cioè nei non greci),
servilità creduta in essi così universale, che l’esser molti di essi nella
propria nazione servi, era creduto irragionevole, perchè niuno nella loro
nazione era stimato aver dritto di comandarli, essendo tutta la nazione
composta di soli servi per natura. Vedi la Rep. d’Aristot. ediz. del Vettori,
Firenze Giunti 1586. libro 1. p.7.31.32. libro 3. p.257. e le note del Vettori
ai rispettivi luoghi. E Plutarco t.2. p.329. B. ec. (12. Settembre 1823.).
Opinione rinnovatasi presso gli spagnuoli ec. quanto agli americani indigeni,
ai negri ec. ec.
Alla
p.3404. Quanto nel cit. pensiero ho detto dello stile di Floro, si può, e
meglio, applicare a quello di Platone, riputato, sì quanto allo stile e a’
concetti, sì quanto alla dizione,
esser [3421]quasi un poema (v. Fabric. B. G. in Plat. §.2. edit. vet.
vol.2. p.5.); e nondimeno sommo e perfetto esempio di bellissima prosa,
elegantissima bensì e soavissima (non meno che gravissima: suavitate et gravitate
princeps Plato: Cic. in Oratore), amenissima ec., ma pur verissima prosa, e
tale che la meno poetica delle moderne prose francesi (e mi contento di parlare
delle sole riconosciute per buone), è molto più poetica di quella di Platone
che tra le greche classiche è di tutte la più poetica. Non altrimenti che molto
più poetiche della prosa platonica sono assaissime prose sacre e profane de’
posteriori sofisti e de’ padri greci ec. la cui moltitudine avanza forse e
senza forse quella che ci rimane delle prose classiche antiche. Ma per vero
dire, nè quelle son prose, nè le moderne francesi lo sono, ma sofistumi l’une e
l’altre, quelle in ogni cosa, queste in quanto allo stile.
(12. Sett. 1823.)
Che i
miracoli della musica, la sua natural forza sui nostri affetti, il piacere ch’ella
[3422]naturalmente ci reca, la sua virtù di svegliar l’entusiasmo e l’immaginazione,
ec. consista e sia propria principalmente del suono o della voce, in quanto
suono o voce grata, e dell’armonia de’ suoni e delle voci, in quanto mescolanza
di suoni e voci naturalmente grata agli orecchi; e non già della melodia; e che
conseguentemente il principale della musica e la considerazione de’ suoi
effetti non appartenga alla teoria del bello proprio, più di quello che v’appartenga
la considerazione degli odori, sapori, colori assoluti ec., perocchè il diletto
della musica, quanto alla principale e più essenziale sua parte, non risulta
dalla convenienza; veggasi in questo, che non v’ha così misera melodia che
perfettamente eseguita da un istrumento o da una voce gratissima non diletti
assaissimo; nè v’ha per lo contrario così bella melodia ch’eseguita p.e. con
bacchette su d’una tavola, o su di più tavole che rispondano a’ diversi tuoni,
o in qualsivoglia istrumento o voce ingratissima o niente grata, rechi quasi
diletto alcuno, e ciò quando anche ella sia eseguita perfettamente rispetto a [3423]se
stessa. E ben gli uomini si sono potuti accorgere delle suenunciate verità in
questi ultimi tempi, ne’ quali, per quello che se n’è detto, la sorprendente
voce della Catalani ha rinnovato quasi negli uditori i miracolosi effetti della
musica antica. Certo questi effetti non nascevano nè principalmente nè
essenzialmente nè quasi in parte alcuna dalle melodie. Le quali, oltre che da
mille altri potevano esser cantate, si sa poi ch’erano delle più triviali ed
insipide. Tutto il diletto era dunque originato dalla voce della cantante, cioè
dalle qualità d’essa voce che piacciono naturalmente agli orecchi umani, tutte
indipendenti dalla convenienza: straordinaria dolcezza, flessibilità, rapidità,
estensione ec. voce canora, sonora, chiara, pura, penetrante, oscillante,
tintinnante, simile alle corde o ad altro istrumento musicale artefatto ec. ec.
Con
queste osservazioni non farà maraviglia che i barbari e anche gli animali sieno
tanto dilettati dalla nostra musica, benchè non assuefatti alle nostre melodie,
e quindi non capaci di conoscere nè di sentire quello che noi chiamiamo il
bello musicale. Non sono le melodie in se, nè la loro novità, che producono in
essi il [3424]diletto: sono gl’istrumenti e le voci, che presso noi sono
raffinate e perfette, queste coll’esercizio, coll’arte ec. quelli colle tante
invenzioni e perfezionamenti ec. Alla perfetta qualità di questi organi unita l’arte
di adoperarli perfettamente cioè di trarne de’ suoni più grati ec. che non ne
trarrebbe chi non avesse alcun’arte; unitavi di più l’arte di accordare insieme
questi organi nel modo ch’è naturalmente il più grato agli orecchi (come l’arte
di mescolare e temperare i sapori); ne risulta una dolcezza ec. che a’ barbari
riesce affatto nuova, e che perciò produce in essi un piacer sommo ed effetti
mirabili; piacere ed effetti che niente hanno da far col bello, perchè niente
colla convenienza, se non con quella ch’è relativa alla naturale disposizione
degli orecchi, e che tanto appartiene al bello, quanto la grata mescolanza de’
sapori, ch’è una convenienza dello stessissimo genere dell’armonia musicale.
Con queste osservazioni si spiegheranno ancor bene, e meglio che in alcun altro
modo, moltissimi [3425]de’ miracoli della musica antica, massime quelli
che si raccontano delle nazioni o de’ tempi più rozzi, come di Saule e Davidde
ec. Essi miracoli non nascevano dalle qualità delle melodie, come si crede, ma
dalle qualità naturali o artifiziali degl’istrumenti o delle voci, e del modo
di toccarli o adoperarle, in quanto da tali qualità nascevano suoni, o armonie
di suoni, straordinariamente grate per se stesse all’orecchio;
straordinariamente, dico, rispetto a quelle nazioni o a quei tempi. L’esser da
lungo intervallo dissuefatto dall’udir musiche, produceva anch’esso e produce
tuttavia molti mirabili effetti, i quali s’attribuiscono alle melodie, ma non
nascono infatti principalmente che dalla sensazione di suoni grati ec. per se stessa,
tornata ad essere molto efficace per la dissuefazione. Se Alessandro tutto il
dì occupato nelle cose militari, era a tavola mirabilmente affetto e dominato
dalla musica (se non erro) di Timoteo, ciò si rechi alla suddetta cagione,
oltre al vino che [3426]naturalmente esalta l’animo, in un corpo stanco
massimamente; e dispone a provar vivissime sensazioni per menome cause ancora.
Osservisi
che generalmente fa negli uomini molto maggiore effetto la musica vocale che l’istrumentale,
la voce di una donna in un uomo che quella di un uomo, e nella donna viceversa;
la voce di basso fa forse nella donna maggior effetto che quella di tenore o
contralto, e nell’uomo al contrario ec. Così de’ diversi istrumenti, quello fa
in generale maggior effetto, produce maggior piacere ec.; questo meno. Tutto
ciò in parità di circostanze, e trattandosi p.e. d’una medesima melodia ec. Or
tali differenze non hanno a far nulla colla convenienza, nulla, col bello
proprio, sono indipendenti dalla qualità delle melodie, che sole spettano nella
musica al discorso del bello; appartengono alle qualità sole de’ suoni ec.;
sono della stessa categoria che le differenze degli odori e sapori ec. che
niuno s’avvisò di chiamar belli nè brutti, bensì più o meno piacevoli o
dispiacevoli: [3427]e ciò non per altro se non perchè in essi non ha
luogo, come non l’ha nel nostro caso, il discorso della convenienza ec.
(12.
Sett. 1823.)
Delicatezza
considerata presso le nazioni civili come parte assolutamente del bello. Statue
greche umane. L’Apollo, il Mercurio (già Antinoo), il Meleagro ec. - In tutte
queste le forme hanno della donna. - Tale si è il carattere delle statue
greche, quanto alle forme umane, e delle sculture e scuole di là provenute
antiche e moderne. - Tra le statue di Roma, tu ravvisi subito una fattura greca
al donnesco delle forme. - Così Canova - Il bello delle forme umane consiste
dunque nell’inclinare e partecipare al donnesco - Possiamo noi credere che le
forme umane, secondo natura, le più perfette, fossero o sieno di questa sorta?
che di questa sorta sia il bello umano concepito da’ primitivi selvaggi ec.? e
non anzi l’opposto? che l’intenzione della natura sia tale riguardo all’uomo,
cioè ch’essendo perfetto, (e ciò vuol dire quale ei dev’essere), abbia del
donnesco, e non ne sia anzi remotissimo? - Chi s’è mai avvisato tra’ civili di
pigliar le forme d’Ercole per modello di bellezza d’uomo? ma nol sarebbero esse
veramente [3428]in natura? e tuttavia l’idea e la statua d’Ercole non è
il preciso contrario dell’idea e della statua d’Apollo? certo che sì, quanto
alla forma virile e matura ec.
(12.
Sett. 1823.)
Alla
p.3417. In Francia siccome la prosa segue l’uso del parlar quotidiano assai più
che altrove, e l’è sempre assai più conforme, così i poeti non hanno creduto
potersi scostare gran fatto dall’uso medesimo e dalla prosa, nè lasciar di
seguire da vicinissimo l’uno e l’altra nelle continue mutazioni ch’esse
naturalmente e inevitabilmente subiscono. Sì ne’ poeti che ne’ prosatori ciò
nasce dalla natura di quella nazione e di quella società. I poeti francesi non
hanno dunque antichità di linguaggio da usare. Tutto e sempre di mano in mano
nella lingua francese è moderno. E tutto è ancor nazionale; perchè guardigli il
cielo dall’arricchire la loro lingua di qualche voce tolta nuovamente dal
latino, benchè totalmente analoga e affine ad altre voci francesi. La lingua
loro è dunque in tutto e sempre viva e incapace sì dell’antico, [3429]si
ancora del pellegrino (se non di quello che introdotto in una lingua, o usato
da uno scrittore è libertinaggio e barbarie, non eleganza o nobiltà ec.). Da
ciò viene che la lingua francese non è capace di eleganza ec. (del che mi pare
aver detto altrove), e che la Francia non ha e non può avere lingua propria
della poesia. E non avendola, e però i termini tra questa e quella della prosa
non essendo certi, anzi non avendovene alcuno, perocchè il campo dell’una e
dell’altra è un solo e indiviso, la Francia non ha neppur lingua propria
espressamente della prosa, e nella più impoetica lingua del mondo, qual è la
francese, non si trova quasi prosa che non sappia di poesia per lo stile, più o
meno, ma certo più di tutte le classiche prose scritte nelle più poetiche
lingue come la greca e la latina. Del che veggasi la p.3420-1. Del resto è ben
naturale che ove non è distinzion di lingua (tra poesia e prosa) quivi
non possa essere vera distinzion di stile.
(13. Sett. 1823.)
[3430]Altronde per altrove, e indi
fors’anche quasi ivi o colà, delle quali cose ho detto altrove.
V. Petrarca Son. Io sentia dentr’al cor già venir meno.
(15. Sett. 1823.)
Natura
insegna il curare e onorare i cadaveri di quelli che in vita ci furon cari o
conoscenti per sangue o per circostanze ec. e l’onorar quelli di chi fu in vita
onorato ec. Ma ella non insegna di seppellirli nè di abbruciarli, nè di torceli
in altro modo davanti agli occhi.
Anzi a questo la natura ripugna, perchè il separarci perpetuamente da’ cadaveri
de’ nostri è, naturalmente parlando, separazione più dolorosa che la morte
loro, la qual non facciam noi, ma questa è volontaria ed opera nostra, e quella
è quasi insensibile a chi si trova presente, e accade bene spesso a poco a
poco; questa è manifestissima e si fa in un punto. E separarsi da’ cadaveri
tanto è quasi in natura quanto separarsi dalle persone di chi essi furono,
perchè degli uomini non si vede che il corpo, il quale, ancor morto, rimane, ed
è, naturalmente, tenuto per la persona stessa, benchè mutata (piuttosto che in
luogo di [3431]quella), e per tutto ciò ch’avanza di lei. Ma d’altra
parte il lasciare i cadaveri imputridire sopra terra e nelle proprie
abitazioni, volendoseli conservare dappresso e presenti, è mortifero, e dannoso
ai privati e alla repubblica. I poeti, oltre all’avere insegnato che nella
morte sopravvive una parte dell’uomo, anzi la principale e quella che
costituisce la persona, e che questa parte va in luogo a’ vivi non accessibile
e a lei destinato, onde vennero a persuadere che i cadaveri de’ morti, non
fossero i morti stessi, nè il solo nè il più che di loro avanzava; oltre, dico,
di questo, insegnarono che l’anime degl’insepolti erano in istato di pena, non
potendo niuno, mentre i loro corpi non fossero coperti di terra, passare al
luogo destinatogli nell’altro mondo. Così vennero a fare che il seppellire i
morti o le loro ceneri, e levarsegli dinanzi, fosse, com’era utile e necessario
ai vivi, così stimato utile e dovuto ai morti, e desiderato da loro; che
paresse opera d’amore verso i morti quello che per se sarebbe stato segno di
disamore, e opera d’egoismo; che l’amore [3432]così consigliato e
persuaso imponesse quello ch’esso medesimo naturalmente vietava; che venisse ad
esser secondo natura e suggerito dall’amor naturale, quello che per se aveva al
tutto dello snaturato; e che fosse inumanità e spietatezza il trascurar quello
che senza ciò sarebbesi tenuto per inumano e spietato. Così gli antichi e primi
poeti e sapienti facevano servire l’immaginazione de’ popoli, e le invenzioni e
favole proprie a’ bisogni e comodi della società, conformando quelle a questi,
e si verifica il detto di Orazio nella Poetica ch’essi furono gl’istitutori e i
fondatori del viver cittadinesco e sociale, onde Orfeo ed Anfione furono
eziandio tenuti per fondatori di città. E così gli antichi dirigevano la
religione al ben pubblico e temporale, e secondo che questo richiedeva la
modellavano, e di questo facevano la ragione e il principio e l’origine de’
dogmi di essa: opponendola alla natura dove questa si opponeva alle convenienze
della vita sociale; e vincendo la natura fortissima, coll’opinione ancor più
forte, massime l’opinion religiosa. (15. Settembre. 1823.). Chi riguarda come
legge naturale il seppellire o abbruciare ec. i cadaveri, troverà forse in
queste osservazioni di che mutar sentenza.
Per
molte cagioni, anche lievi, l’uomo si getta al pericolo, anche della morte; di
più sacrifica [3433]determinatamente se stesso, danari, robba, comodità,
speranze ec. Ma ben pochi si trovano che per cagioni anche gravi, anche per
vive passioni, per amore ardente ec. si sottopongano o sieno veramente capaci
di sottoporsi a un dolore corporale, anche non grande. S’incontra spesso e
facilmente, a occhi veggenti e volontariamente il pericolo della morte, e
quegli stessi non son capaci d’incontrar volontariamente e scientemente un
dolor corporale certo.
(15.
Sett. 1823.)
Che il
timore sia, come ho detto altrove, più naturale all’uomo della speranza, e che
l’uomo inclini più a quello che a questa, veggasi che qualora gli uomini
ignorano le cagioni degli effetti o naturali o artifiziali, ordinariamente ne
temono; e tanto è quasi, per gl’ignoranti massimamente e primitivi e selvaggi e
fanciulli, effetto di cagione nascosta, quanto effetto spaventoso. Or quando
mai la speranza è così temeraria? Di più se l’ignoranza, superstizione ec.
portò anticamente [3434]o porta oggidì a pigliar qualch’effetto nuovo o
sconosciuto per presagio dell’avvenire o per segno del presente ignoto,
osservisi che generalmente questi presagi e questi segni furono creduti
sinistri. Lascio l’ecclissi le quali possono parere spaventose naturalmente a chi
ne ignora la cagione, non ne ha mai veduto ec., e da questo primitivo spavento
può ben esser nata l’opinione del cattivo augurio che loro si attribuì, e che
le rese spaventose per sì lungo tempo presso tutte le nazioni, e fin anche al
di d’oggi, benchè già si sapesse e si sappia che l’oscurazione non era per
durar sempre ma passeggera ec. Ma le comete che cosa hanno di spaventevole per
se, più ch’altro corpo celeste, o che la via lattea ec.? E volendole pigliare
per segni o presagi, perchè non di bene? ma non si troverà nazione dov’elle
fossero o sieno stimate annunziare altro che male. Quelli che gli antichi
chiamavano mostri, cioè cose straordinarie, benchè nulla terribili per se
stesse e materialmente tutte erano stimate cattivi augurii. Così nelle vittime
il mancare del cuore, s’è pur vero che ciò accadesse talvolta, come gli antichi
narrano, [3435]o che paresse così per errore di chi inspiciebat
le viscere ec. Tutti segni che l’uomo è più facile e proclive a temere che a
sperare; e che questo è di rado così irragionevole e precipitoso come quello; o
certo ben più di rado ec. Massimamente in natura, ne’ fanciulli, negl’ignoranti
e negli uomini naturali.
(15
Sett. 1823.)
L’immaginazione
e le grandi illusioni onde gli antichi erano governati, e l’amor della gloria
che in lor bolliva, li facea sempre mirare alla posterità ed all’eternità, e
cercare in ogni loro opera la perpetuità, e proccurar sempre l’immortalità loro
e delle opere loro. Volendo onorare un defonto innalzavano un monumento che
contrastasse coi secoli, e che ancor dura forse, dopo migliaia d’anni. Noi
spendiamo sovente nelle stesse occasioni quasi altrettanto in un apparato
funebre, che dopo il dì dell’esequie si disfa, e non ne resta vestigio. La
portentosa solidità delle antiche fabbriche d’ogni genere, fabbriche che ancor
vivono, mentre le nostre, anche pubbliche, non saranno certo vedute da posteri
molto lontani; le piramidi, gli obelischi, gli archi di trionfo, [3436]la
profondissima impronta delle antiche medaglie e monete, che passate per tante
mani, dopo tante vicende, tanti secoli ec. ancor si veggono belle e fresche, e
si leggono, dove i coni delle nostre monete di cent’anni fa son già
scancellati; tutte queste e tant’altre simili cose sono opere, effetti, e segni
delle antiche illusioni e dell’antica forza e dominio d’immaginazione. Se
fabbricavano per fasto i monumenti del loro fasto dovevano durare in eterno, e
il loro orgoglio non si appagava dell’ammirazione di un secolo, ma tutti in
perpetuo dovevano esser testimoni della sua potenza e contribuire a pascere la
sua vanità: se per diletto, per bellezza, ornamento ec. tutto questo s’aveva da
propagare nel futuro in perpetuo; se per utile tutte le generazioni avvenire
avevano a partecipare di quella utilità; se il principe, se il comune, se i
privati, se per comodo, per onore, per vantaggio particolare o pubblico; se in
memoria di successi ricordevoli o privati o pubblici; se in ricompensa di
virtù, di belle azioni, di beneficii pubblici o privati; se in onor privato o
pubblico, di vivi o di morti; se in testimonianza d’amore ec. ec. qualunque
fine si proponessero, qualunque [3437]effetto dovesse seguitare a quell’opera,
esso aveva ad essere eterno, s’aveva a stendere in tutto l’avvenire, non aveva
a cessar mai. Le grandi illusioni onde gli antichi erano animati non
permettevano loro di contentarsi di un effetto piccolo e passeggero, di
proccurare un effetto che avesse a durar poco, instabile, breve; di soddisfarsi
d’una idea ristretta a poco più che a quello ch’essi vedevano. L’immaginazione
spinge sempre verso quello che non cade sotto i sensi. Quindi verso il futuro e
la posterità, perocchè il presente è limitato e non può contentarla; è misero
ed arido, ed ella si pasce di speranza, e vive promettendo sempre a se stessa.
Ma il futuro per una immaginazione gagliardissima non debbe aver limiti;
altrimenti non la soddisfa. Dunque ella guarda e tira verso l’eternità.
Fu
proprio carattere delle antiche opere manuali la durevolezza e la solidità,
delle moderne la caducità e brevità. Ed è ben naturale in un’età egoista. Ell’è
egoista perchè disingannata. Ora il disinganno, [3438]come
fa che l’uomo
non pensi se non a se, così fa che non pensi se non quasi al
presente; di
quello poi che sarà dopo di lui, non si curi punto nè
poco. Oltre che l’egoista
è vile, sì per l’egoismo, sì per altre parti
e cagioni. E l’età moderna ch’è
quella del despotismo tranquillo, incruento e perfezionato, come
può non essere
abbiettissima? Ora un animo basso non si sa levar alto, nè
proporsi de’ fini
nobili, nè cape l’idea dell’eternità in menti
così anguste, nè l’uomo abbietto
può riporre la sua felicità nel conseguimento
d’obbietti sublimi.
Ne’
tempi intermedi fra l’antico e il moderno, osservando i monumenti materiali che
n’avanzano, si trovano evidenti segni e dell’antiche illusioni e del
sopravvegnente disinganno. Si vede anche grandissima solidità in molte
barbariche opere de’ bassi tempi, (anche private, anzi per lo più tali) certo a
paragone delle moderne. Chi può paragonare la solidità di queste con quella degli
edifizi pubblici o privati del 500, in Italia massimamente. In Roma, dove v’ha
monumenti d’ogni età dalle egiziane alla presente, si può in questi [3439]considerare
la sommità, la decadenza, il distruggimento dell’umana immaginazione e
illusioni; anzi pur le diverse sommità e decadenze ec. delle medesime; e le
diverse età dell’immaginazione ec. e la storia delle nazioni non solo, ma in
genere dello spirito umano spiritualmente considerato, malgrado la materialità
degli oggetti. Si può cominciare dall’obelisco di piazza del popolo, e finire,
tornando poco distante da quello, nel palazzo Lucernari che ancor si fabbrica. Quel
denaro che da noi si spende in tabacchiere, e in astucchi, gli antichi lo
spendevano in busti e statue, e dove per una vittoria si fa ora giuocare un
fuoco di artifizio, essi muravano un arco di trionfo. Algarotti, Pensieri,
pensiero 13.
Si
possono applicare queste considerazioni anche alla letteratura. Non s’usavano
anticamente le brochures, nè gli opuscoli e foglietti volanti, nè scritture
destinate a morire il dì dopo nate. E quello ancora che si scriveva per sola
circostanza e per servire al momento, scrivevasi in modo ch’e’ potesse e
dovesse durare immortalmente.
[3440]Cicerone dopo dato un consiglio al
senato o al popolo, da mettersi in opera anche il dì medesimo, dopo perorata e
conchiusa una causa, ancor di una piccola eredità si poneva a tavolino, e dagl’informi
commentari che gli avevano servito a recitare, cavava, componeva, limava,
perfezionava un’orazione formata sulle regole e i modelli eterni dell’arte più
squisita, e come tale, consegnavala all’eternità. Così gli oratori attici, così
Demostene di cui s’ha e si legge dopo 2000 anni un’orazione per una causa di 3
pecore: mentre le orazioni fatte oggi a’ parlamenti o da niuno si leggono, o si
dimenticano di là a due dì, e ne son degne, nè chi le disse, pretese nè bramò
nè curò ch’elle avessero maggior durata.
(15.
Sett. 1823.)
Il
giovane innanzi la propria esperienza, per qualunque insegnamento udito o
letto, di persone stimate da lui o no, amate o disamate, credute o non credute,
ec. non si persuaderà mai efficacemente che il mondo non sia una bella cosa, nè
deporrà il desiderio e la speranza ch’egli ha della vita e degli uomini e de’
piaceri sociali, nè l’opinione favorevolissima, e nel fondo del cuore, [3441]fermissima,
della possibilità, anzi probabilità di esser felice pigliando parte alla vita,
all’azione ec. Perchè? perchè quest’opinione, desiderio, speranza, non è
capriccio ma natura, nè si estirpa dall’animo, come le opinioni o passioni
accidentali, nè val tenerezza e pieghevolezza e docilitate d’età nè d’indole a
render queste cose estirpabili. Altrimenti sarebbe estirpabile la natura
stessa, la quale ha provvveduto di speranza alla fanciullezza e alla gioventù,
e agguagliato colla speranza il desiderio di quelle età.
(15.
Sett. 1823.)
Altrove
ho rassomigliato il piacere che reca la lettura di Anacreonte (ed è nel
principio di questi pensieri)
a quello d’un’aura odorifera ec. Aggiungo che siccome questa sensazione lascia
gran desiderio e scontentezza, e si vorrebbe richiamarla e non si può; così la
lettura di Anacreonte; la quale lascia desiderosissimi, ma rinnovando la
lettura, come per perfezionare il piacere (ch’egli par veramente bisognoso d’esser
perfezionato, anche più che ispirar desiderio d’esser continuato), niun piacere
si prova, anzi non si vede [3442]nè che cosa l’abbia prodotto da
principio, nè che ragion ve ne possa essere, nè in che cosa esso sia
consistito; e più si cerca, più s’esamina, più s’approfonda, men si trova e si
scopre, anzi si perde di vista non pur la causa, ma la qualità stessa del
piacer provato, chè volendo rimembrarlo, la memoria si confonde; e in somma
pensando e cercando, sempre più si diviene incapaci di provar piacere alcuno di
quelle odi, e risentirne quell’effetto che se n’è sentito; ed esse sempre più
divengono quasi stoppa e s’inaridiscono e istecchiscono fra le mani che le
tastano e palpano per ispecularle. Di qui si raccolga quanto sia possibile il
tradurre in qualsiasi lingua Anacreonte (e così l’imitarlo appostatamente, e
non a caso nè per natura, senza cercarlo), quando il traduttore non potrebbe
neanche rileggerlo per ben conoscer la qualità dell’effetto ch’egli avesse a
produrre colla sua traduzione; e più che lo rileggesse e considerasse, meno
intenderebbe detta qualità, e più la perderebbe di vista; perocchè lo studio di
Anacreonte è non pure inutile per imitarlo o per meglio [3443]gustarlo o
per ben comprendere e per definire la proprietà dell’effetto e de’ sentimenti
ch’esso produce, ma è piuttosto dannoso che utile; nè la detta proprietà si può
definire altrimenti che chiamandola indefinibile, ed esprimendola nel modo ch’ho
fatto io con quella similitudine ec. Nè certo alla prima lettura si può essere
il traduttore, o l’imitatore, o verun altro, ben avveduto e chiarito e
informato del proprio ed intero carattere di Anacreonte; dico chiarito, e
compresolo in modo ch’ei possa esattamente e data opera esprimerlo, nè
pur significarlo distintamente a se stesso, nè concepirne e formarne idea
chiara e precisa; chè queste qualità della idea sono contraddittorie e
incompatibili colla natura di detto effetto e carattere.
(16. Sett. 1823.)
Quante
volte diss’io Allor pien di spavento, Costei per fermo nacque in paradiso.
Petr. Canz. Chiare fresche e dolci acque. KaÜ gel‹ów dƒ ßmerñen: tñ moi ƒmŒn KardÛan ¤n ot®Jesin ¤ptñasen Saffo ap. Longin. sezione 10. È
proprio dell’impressione che fa la bellezza [3444](e così la grazia e l’altre
illecebre, ma la bellezza massimamente, perch’ella non ha bisogno di tempo per
fare impressione, e come la causa esiste tutta in un tempo, così l’effetto è
istantaneo) è proprio, dico, della impressione che fa la bellezza su quelli d’altro
sesso che la veggono o l’ascoltano o l’avvicinano, lo spaventare; e questo si è
quasi il principale e il più sensibile effetto ch’ella produce a prima giunta,
o quello che più si distingue e si nota e risalta. E lo spavento viene da
questo, che allo spettatore o spettatrice, in quel momento, pare impossibile di
star mai più senza quel tale oggetto, e nel tempo stesso gli pare impossibile
di possederlo com’ei vorrebbe; perchè neppure il possedimento carnale, che in
quel punto non gli si offre affatto al pensiero, anzi questo n’è propriamente
alieno; ma neppur questo possedimento gli parrebbe poter soddisfare e riempiere
il desiderio ch’egli concepisce di quel tale oggetto; col quale ei vorrebbe
diventare una cosa stessa (come profondamente, benchè in modo scherzevole
osserva Aristofane nel Convito di Platone): ora ei non vede che questo possa
mai essere. [3445]La forza del desiderio ch’ei concepisce in quel punto,
l’atterrisce per ciò ch’ei si rappresenta subito tutte in un tratto, benchè
confusamente, al pensiero le pene che per questo desiderio dovrà soffrire;
perocchè il desiderio è pena, e il vivissimo e sommo desiderio, vivissima e
somma, e il desiderio perpetuo e non mai soddisfatto è pena perpetua.Ora a lui
pare e che quel desiderio non sarà mai soddisfatto (o non ne vede il come, e
gli par cosa troppo ardua e difficile e improbabile), e ch’esso non sarà mai
per estinguersi da se medesimo, come quando proviamo un dolor vivissimo, ci
pare a prima giunta ch’ei sarà perpetuo, e che ne sia impossibile la
consolazione, e che niuna cosa mai lo consolerà. Tutto questo accade
principalmente (ed oggimai unicamente) ai giovani prima d’entrar nel mondo, o
sul loro primo ingresso (talvolta, e non di rado, ancora ai fanciulli). I quali
e son più suscettibili di vivezza d’impressione e di vivezza di desiderio ec.,
e sono inesperti del quanto presto e facilmente l’amore [3446]o si
dilegui o si soddisfaccia, e del come; e che al mondo non v’ha cosa veramente
amabile; e di quanto sia facile ottenere ogni cosa ch’ei brama da quegli
oggetti ch’ei stima inaccessibili ec. ec.
Del
resto, generalizzando, è da osservare che il primo concepimento
d’un desiderio
vivissimo di cosa difficile a ottenere, il qual concepimento non ha
più luogo
se non se ne’ fanciulli e nella prima gioventù, è
sempre accompagnato da
spavento, e ciò si spiega colle cagioni sopraddette. Massime se
la cosa è o
pare impossibile ad ottenere; l’uno e l’altro de’
quali casi è ben frequente
nelle suddette età. Alle quali, per queste ragioni, i desiderii
come son
penosissimi nella lor durata e nel loro corso, così riescono
spaventosi nella
or nascita (e più quel d’Amore, ch’è
più penoso, perchè più forte; massime
negl’inesperti).
E si dice per ischerzo, ma non senza ragione di verità, che
bisogna soddisfare
ai desiderii de’ fanciulli per non trovargli morti dietro alle
porte.
(16.
Sett. 1823.)
Fermezza
di carattere e facoltà di generalizzare formano quelli che si chiamano uomini
superiori: essi sanno pensare e sanno operare: [3447]dice M. Say ne’
Cenni sugli uomini e la Società. Ma la fermezza di carattere è di due sorti,
che nascono da principii affatto contrarii, l’una da forza d’animo, e da
acutezza d’ingegno ec.; l’altra da stupidità di spirito, da incapacità di
ragionare, di comprendere ec. e quindi di mutare opinione, da scarsezza d’ingegno,
ottusità e tardità di mente ec. E il come, è facile a concepirlo ec.
(16.
Sett. 1823.)
Gli
uomini straordinari, bene spesso e forse il più delle volte, non son tali per
grandezza assoluta di niuna loro qualità, nè anche per grandezza o forza ec. di
essa qualità considerata rispettivamente a quel ch’ella suol essere nel comune
degli uomini; insomma non sono straordinarii perchè veruna lor qualità sia
straordinaria (cioè non si trovi nel comune), nè straordinariamente grande o
perfetta ec.; ma solo per lo squilibrio delle loro qualità, cioè perchè l’una o
più d’una di esse, senza esser nè straordinaria, nè maggior ch’ella soglia,
prepondera all’altre, e perciò risalta e dà negli occhi. Mentre molti uomini [3448]di
qualità tutte grandi, (ed anche straordinarie), ma ben tra loro equilibrate,
bilanciate e compensate, sicchè l’una non eccede l’altra, non sono stimati
straordinarii, perchè l’una offusca lo splendore e nuoce alla vista dell’altra
scambievolmente. E spesse volte lo stesso avere, benchè non tutte, però molte o
parecchie qualità grandi, (ed anche straordinarie), producendo un certo
equilibrio e contrappeso, e facendo che l’una di loro renda l’altra meno
notabile, è cagione che l’uomo non paia straordinario. Ed all’opposto l’averne
poche o una sola che sia o straordinariamente grande o straordinaria,
producendo uno squilibrio e sbilancio, non solo non nuoce alla riputazione d’uomo
straordinario, nè la rende minore, ma la produce e l’accresce.
(16.
Sett. 1823.)
Tragedie
o drammi di lieto fine. - L’effetto loro totale, si è di lasciar gli affetti
dell’uditore in pieno equilibrio; cioè di esser nullo. - Il fine dei drammi non
è, e non dev’essere, d’insegnare a temere il delitto, cioè di far che gli
uomini temano di peccare. Meglio sarebbe una predica dell’inferno o del
purgatorio; e meglio ancora una [3449]lettura del codice penale, che si
facesse dalla scena. Il loro scopo si è d’ispirare odio verso il delitto.
Questo è ciò che le leggi non possono. Laddove l’ispirar timore è proprio
uffizio di esse, ed esse sole il possono, o certo più e meglio d’ogni altra
cosa, eccetto forse l’esempio vivo de’ gastighi, cioè l’effettiva esecuzione
delle leggi penali. Ora la punizione del delitto non ispira odio. Anzi lo
scema, perchè sottentra e con lui si mescola la compassione. Anzi lo distrugge,
perchè la vendetta spegne tutti gli odi. Anzi produce un effetto a lui
contrario, perchè la compassione è contraria all’odio; e spesso avviene che nel
veder punito il delitto, questa superi ogni altro sentimento, e gli spenga, e
resti sola; e spesso la pena, benchè giusta ed equa, par più grave del delitto;
e spessissimo è odiosa, parte per la pietà, parte perchè alcuni per viltà d’animo
e poca stima di se stessi, altri per cognizione dell’uomo, si sentono, più o
meno, prossimamente o lontanamente, capaci di peccare; e niuno ama di esser
punito, anzi tutti abborrono il gastigo in se stessi. - Il dramma [3450]di
lieto fine coll’effetto di una sua parte distrugge quello dell’altra.
Voglio dire la compassione. (Dell’odio verso la colpa, ch’è pur distrutto dalla
catastrofe, ho già detto). Il giusto ec. divenuto felice, per infelice che sia
stato, non è più compatito. Ognuno quasi si contenterebbe di arrivare per la
stessa strada alla stessa sorte. L’oppresso vendicato non è compatito. Ora egli
è cosa stoltissima il travagliare in un dramma ec. ad eccitare un affetto che
il dramma medesimo debba direttamente spegnere, e che, non a caso, ma per
intenzione dell’autore e per natura dell’opera, finita la rappresentazione o la
lettura, non debba lasciare alcun vestigio di se; un affetto che non debba
esser durabile, che durando si opponga all’effetto voluto e cercato dall’autore
e dalla qualità del dramma. E quando l’eccitar questo affetto, come la
compassione per gl’immeritevolmente infelici, è il principale scopo che l’autore
e il dramma si propongono (come ordinariamente accade), il farlo non durevole,
il distruggerlo nel suddetto modo, è contraddizione ne’ termini: [3451]principale
e non durevole, principale e da distruggersi appostatamente e volutamente col
dramma stesso, principale e non risultante dal totale del dramma, principale e
da non dover perseverare nè sino alla fine nè dopo la fine, e da non dover
esser prodotto dal dramma considerato nell’intero; dovere dal dramma
considerato nell’intero esser prodotto un effetto diverso, anzi contrario, a
quello ch’ei si propone per iscopo principale. - La naturalezza e la
verisimiglianza è maggiore assai ne’ drammi di tristo che in quelli di lieto
fine, perchè così va il mondo: il delitto e il vizio trionfa, i buoni sono
oppressi, la felicità e l’infelicità sono ambedue di chi non le merita. - Ma
nel mondo il felice per lo più ha nome di buono, e viceversa. Il dramma chiama
la bontà e la malvagità col loro nome, e mostra il carattere e la condotta
morale de’ felici e degl’infelici qual ella è veramente. Quindi la sua grande
utilità, quindi l’odio e il disprezzo originato dal dramma, verso i malvagi
benchè felici, e viceversa. Non dall’alterar la natura e la verità delle cose,
facendo sfortunato il vizio e la virtù. [3452]E ben grande utilità
morale, e che ben di rado si proccura e si ottiene, e basta ben a produr l’odio
e l’indignazione, il far conoscere e recar sotto gli occhi le vere qualità
morali e i veri meriti de’ felici e degl’infelici. E l’odio, il disprezzo, il
vitupero, l’infamia, l’indignazione, la pietà, la stima, la lode sono non
piccoli, e certo i soli, gastighi e compensi destinati in questo mondo al vizio
e alla virtù. Non è poco il far che l’uno e l’altra gli ottengano, che l’uno
sia punito, l’altra premiata com’ambedue possono esserlo, che la natura delle
cose abbia luogo, che l’ordine stabilito alle cose umane e il decreto della
natura sia effettuato. Il qual ordine e decreto non è altro che questo: sieno i
malvagi felici ed infami, i buoni infelici e gloriosi o compatiti. Ordine
spesso turbato, e decreto ben sovente trasgredito, non quanto alla felicità ed
infelicità, ma quanto al biasimo e alla lode, all’odio ed all’amore o
compassione. - L’uditore vedendo il vizio e il delitto rappresentato con vivi e
odiosi colori nel dramma, desidera fortemente di vederlo punito. E per lo
contrario vedendo la [3453]virtù e il merito oppressi e infelici, e
rendutigli con bella e viva pittura ed artifizio amabili e cari dal poeta,
concepisce sensibile desiderio di vederli ristorati e premiati. Or se nè l’uno
nè l’altro fa il dramma stesso, cioè
lascia il vizio impunito anzi premiato, e la virtù non premiata anzi punita e
sfortunata; ne seguono due bellissimi effetti, l’uno morale e l’altro poetico.
Il primo si è che l’uditore, appunto per lo sfortunato esito della virtù e il
contrario del vizio, che se gli è rappresentato nel dramma, si crede obbligato
verso se stesso a cangiare quanto è in lui le sorti di que’ malvagi e di que’
virtuosi, punendo gli uni col maggior possibile odio ed ira, e gli altri
premiando col maggior affetto di amore, di compassione e di lode. E con questa
disposizione tutta di abborrimento e detestazione verso i malvagi e di
tenerezza e pietà verso i buoni, egli parte dallo spettacolo. La qual
disposizione quanto sia morale e buona e desiderabile che si desti, chi nol
vede? E questo [3454]è
veramente l’unico modo di far che l’uditore parta
appassionato per la virtù, e passionatamente nemico del vizio;
l’unico modo di
ridurre a passione l’amor dell’una e l’odio
dell’altro, cosa difficilissima a
conseguirsi oggidì in chicchessia, e stata sempre difficile ad
ottenersi ne’
cuori volgari e plebei della moltitudine; ma cosa dall’altra
parte così utile
che più non può dirsi, perchè nè
quell’amore nè quell’odio saranno nè furono
mai efficaci nell’uomo essendo pura ragione, e s’ei non si
convertano in
passione, quali furono non di rado anticamente. L’effetto poetico
si è che un
dramma così formato lascia nel cuore degli uditori un affetto
vivo, gli fa
partire coll’animo agitato e commosso, dico agitato e commosso
ancora, non
prima commosso e poi racchetato, prima acceso e poi spento a furia
d’acqua
fredda, come fa il dramma di lieto fine; insomma produce un effetto
grande e
forte, un’impressione e una passion viva, nè la produce
soltanto ma la lascia,
il che non fa il dramma di lieto fine; e l’effetto è
durevole [3455]e
saldo. Or che altro si richiede al totale di una poesia, poeticamente parlando,
che produrre e lasciare un sentimento forte e durevole? quando anche ei non
fosse d’altronde utile e morale, come nel nostro caso. Certo ben pochissime
sono quelle poesie qualunque, che ottengano il detto scopo; e quelle qualunque
pochissime che l’ottengono, non sono e non possono esser altro che grandi,
insigni, famose e vere poesie. Or fate che il dramma dopo avervi mosso all’odio
verso il malvagio, ve lo dia, per così dir nelle mani, legato, punito,
giustiziato. Voi partite dallo spettacolo col cuore in pienissima calma. E come
no? qual vostro affetto resta superiore agli altri? non rimangon tutti in
pienissimo equilibrio? e una poesia che lascia gli affetti de’ lettori o
uditori in pienissimo equilibrio, si chiama poesia? produce un effetto poetico?
che altro vuol dire essere in pieno equilibrio, se non esser quieti, e senza
tempesta nè commozione alcuna? e qual altro è il proprio uffizio e scopo della
poesia se non il commuovere, così o così, ma [3456]sempre commuover gli
affetti? E quanto all’equilibrio, vedete: da una parte l’odio e l’ira che
avevate concepita, dall’altra la vendetta che placa e sfoga l’uno e l’altra; di
qua il desiderio, di là l’oggetto desiderato, cioè il castigo del malvagio. Le
partite sono uguali; l’affare è finito, il negozio è terminato, gl’interessi
pareggiati: voi chiudete il vostro libro de’ conti e non ci pensate più.
Infatti l’uditore si parte dal dramma di lieto fine non altrimenti che chi
abbia ricevuto un’offesa e fattone piena e tranquilla vendetta, o ne sia stato
pienamente soddisfatto, il quale torna a casa e si corica colla stessa
placidezza e coll’animo così riposato, come se non gli fosse stata fatta alcuna
offesa, e di questa non serba pensiero alcuno. Bello effetto di un dramma, di
una rappresentazione, di una poesia; lasciare di se tal vestigio negli animi
degli spettatori o uditori o lettori, come s’e’ non l’avessero nè veduta nè
udita nè letta. Meglio varrebbe essere stato a uno spettacolo di forze, di
giuochi, equestre, e che so io, i quali pur lasciano [3457]nell’animo
alcuna orma o di maraviglia o di diletto o d’altro. Ma in verità in quella
parte dell’anima in cui il dramma e la poesia deve agire, quivi il dramma di
lieto fine non lascia alcun segno. Se lascia alcuna traccia in altra parte dell’anima,
questo effetto o è alieno dalla poesia, o l’è secondario, o estrinseco,
accidentale, di circostanza, parziale, cioè non prodotto dal totale della
composizione, forse proprio della decorazione, dell’azione ec. dello spettacolo
più che del dramma, non poetico ec. Or quanto all’effetto del dramma di lieto
fine poeticamente considerato, esso è tale qual si è mostrato, anzi non è,
perch’esso è nullo, e per ciò che spetta al totale, il dramma di lieto fine non
produce, poeticamente, alcun effetto. Quanto all’effetto morale, che odio, che
ira verso il vizio può rimanere in chi l’ha visto totalmente abbattuto, vinto,
umiliato e punito? Quella punizione che l’uditore gli avrebbe dato nel cuor
suo, l’ha preoccupata il poeta: questi ha fatto il tutto; l’uditore non ha a
far più nulla, e nulla fa. Quella passione ch’egli avrebbe concepita, l’ha
sfogata il poeta da se: al poeta [3458]dunque rimane. L’ira l’odio che l’uditore
avrebbe portato seco, il poeta l’ha soddisfatto. Odio ed ira e qualunque
passione soddisfatta, non resta. (Non resta, dico, quanto all’atto, di cui solo
è padrone il poeta, e non dell’abito). Dunque l’uditore parte dal dramma senza
nè odio nè ira nè altra passione alcuna contro i malvagi, il vizio, il delitto.
Tutto questo discorso circa la parte che spetta nel dramma ai malvagi, si
faccia altresì circa quella che spetta ai buoni. - Chiuderò queste osservazioni
con un esempio di fatto, narratomi da chi si trovò presente. Si rappresentò in
Bologna pochi anni fa l’Agamennone dell’Alfieri. Destò vivissimo interesse
negli uditori, e fra l’altro, tanto odio verso Egisto, che quando Clitennestra
esce dalla stanza del marito col pugnale insanguinato, e trova Egisto, la
platea gridava furiosamente all’attrice che l’ammazzasse. Ma come in quella
tragedia Egisto riesce fortunato e gl’innocenti restano oppressi, quivi si vide
quello che possano le vere tragedie negli animi degli uditori, quando elle sono
di [3459]tristo fine. Perchè promettendo gli attori che la sera vegnente
avrebbero rappresentato l’Oreste pur d’Alfieri, ove avrebbero veduto la morte
di Egisto, la gente uscì dal teatro fremendo perchè il delitto fosse rimaso ancora
impunito, e dicendo che per qualunque prezzo erano risoluti l’indomani di
trovarsi a veder la pena di questo scellerato. E l’altro dì prima di sera il
teatro era già pieno in modo che più non ve ne capeva. O moralmente o
poeticamente che si consideri un tanto odio verso un ribaldo di 3000 anni
addietro, potuto ispirare e lasciare da quella tragedia, ed una passione così
calda, un effetto così vivo, potuto da lei produrre e lasciare; per l’una e per
l’altra parte si può vedere se le tragedie di lieto fine sieno poco o utili o
dilettevoli. E paragonando gli effetti di questa con quelli dell’Oreste, che
certo furono molto minori e men vivi (sebbene anche questa seconda tragedia sia
bellissima), si sarà potuto notare da qualunque mediocre osservatore se il dramma
di tristo, o quello di lieto fine, sia da preferirsi, [3460]e qual de’
due abbia maggior forza negli animi, e sia d’effetto più teatrale e poetico, e
più morale ed utile. - Si potrà applicare tutto il passato discorso, colle
debite modificazioni, a quei drammi ne’ quali l’infelicità de’ buoni o degli
immeritevoli, non vien da’ cattivi, nè da altrui vizi o colpe, ma dal fato o da
circostanze, quali sono l’Edipo re di Sofocle, la Sofonisba d’Alfieri, e molte
tragedie di varie età e lingue, e molti drammi sentimentali moderni, appresso
varie nazioni. E similmente a quei drammi in cui l’infelicità viene da colpa,
ma o involontaria o compassionevole ec. degli stessi infelici, come appunto si
può dire che sia l’Edipo re, la Fedra, e molti drammi, massimamente moderni, o
tragedie ec. E dalle stesse predette osservazioni si potrà raccogliere se sia
meglio che lo scioglimento di tali drammi sia felice o infelice, che la sorte
de’ protagonisti si muti o si conservi la stessa, che di felice divenga
infelice, o che per lo contrario, ec.
(16-18. Settembre. 1823.)
Relatar spagnuolo, cioè riferire,
raccontare, da relatus di refero. Relater francese antico,
vale il medesimo.
(18. Sett. 1823.)
[3461]I poeti latini (e
proporzionatamente gli altri scrittori secondo che lor conveniva) usarono la
mitologia greca, non per lo aver preso da’ greci la loro letteratura e poesia,
ma perchè, o da’ greci o d’altronde ch’e’ ricevessero la loro religione, essa
mitologia alla religion latina apparteneva niente meno che alla greca, e nel
Lazio non meno che in Grecia era cosa popolare e creduta dal popolo. Laonde se
questa o quella favola adoperata, accennata ec. dagli scrittori o poeti latini,
fu tolta da’ greci, o ch’ella fosse stata primieramente e di netto inventata da
qualche greco poeta, o che in Grecia e non nel Lazio ella fosse sparsa ec., non
perciò segue che la mitologia dagli scrittori latini usata, non fosse, com’ella
fu, altrettanto latina che greca. Perocchè il fabbricare, per dir così, sul
fondamento delle opinioni popolari, fu sempre lecito ai poeti, anzi fu loro
sempre prescritto. Laonde se i poeti latini fabbricarono su tali opinioni
popolari nazionali, o dell’altrui fabbriche sì servirono, o rami stranieri
innestarono sul tronco domestico, niuno di ciò li dee riprendere. Nè perciò [3462]essi
vollero introdurre un nuovo genere di opinioni popolari nella nazione e farne
materia di lor poesia; nè supposero falsamente un genere un sistema di opinioni
popolari che nella nazione non esisteva, ma su di quel ch’esisteva in effetto,
innestarono, fabbricarono, lavorarono. Similmente i greci, da qualunque luogo
pigliassero la loro mitologia, certo è che di là presero eziandio la loro
religion popolare, e che tra’ greci il sistema greco religioso e mitologico,
quanto alla sostanza, alla natura, alla principal parte ed al generale, non fu
prima de’ poeti che del popolo. E se i letterati greci si giovarono, come si
dice, delle letterature o dottrine ec. egizie, indiane o d’altre genti, non
adottarono perciò nelle loro finzioni ch’avessero ad esser popolari, e
nazionali ec. le mitologie d’esse nazioni. L’aver noi dunque ereditato la
letteratura greca e latina, l’esser la nostra letteratura modellata su di
quella, anzi pure una continuazione, per così dire, di quella, non vale perch’ella
possa ragionevolmente usare la mitologia greca nè latina al modo che quegli
antichi l’adoperavano. Giacchè non abbiamo già noi colla [3463]letteratura
ereditato eziandio la religione greca e latina, nè i latini, come ho detto,
usarono la mitologia greca perciò ch’essi avevano adottato la greca
letteratura; nè se la letteratura ebbero i greci dalla Fenicia o donde si
voglia, perciò fu che i greci poeti e scrittori si valsero della mitologia di
quella tal gente; ma fu per le ragioni dette di sopra, e che nel nostro caso
non hanno alcun luogo. Tutt’altre sono le nostre opinioni popolari nazionali e
moderne da quelle de’ greci e de’ latini. E gli scrittori italiani o moderni
che usano le favole antiche alla maniera degli antichi, eccedono tutte le
qualità della giusta imitazione. L’imitare non è copiare, nè ragionevolmente s’imita
se non quando l’imitazione è adattata e conformata alle circostanze del luogo,
del tempo, delle persone ec. in cui e fra cui si trova l’imitatore, e per li
quali imita, e a’ quali è destinata e indirizzata l’imitazione. Questa può
essere imitazione nobile, degna di un uomo, e di un alto spirito e ingegno, [3464]degna
di una letteratura, degna di esser presentata a una nazione. E una letteratura
fondata comunque su tale imitazione può esser nazionale e contemporanea e
meritare il nome di letteratura. Altrimenti l’imitazione è da scimmie, e una
letteratura fondata su di essa è indegna di questo nome, sì per la troppa
viltà, essendo letteratura da scimmie, sì perchè una letteratura che tra’ suoi
è forestiera, e a’ suoi tempi antica, non può esser letteratura per se, ma al
più solo una parte d’altra letteratura o una copia da potersi guardare, se
fosse però perfetta (ch’è sempre l’opposto) collo stesso interesse con cui si
guarda una copia d’un quadro antico ec. e niente più. Veramente pare che i
nostri poeti usando le antiche favole (come già i più antichi italiani e
forestieri scrivendo in latino) affettino di non essere italiani ma forestieri,
non moderni ma antichi, e se ne pregino, e che questo sia il debito della
nostra poesia e letteratura, non esser nè moderna nè nostra ma antica ed
altrui. Affettazione e finzione barbara, [3465]ripugnante alla ragione,
e colla qual macchia una poesia non è vera poesia, una letteratura non è vera
letteratura. Come non è nè letteratura nè lingua nostra quella letteratura e
quella lingua che oggidì usano i nostri pedanti affettando e simulando di esser
antichi italiani, e dissimulando al possibile di essere italiani moderni, di
aver qualche idea che gl’italiani antichi non avessero perchè non poterono,
(così forse fece Cic. verso Catone antico ec. o Virgilio verso Ennio ec.?) ec.
ec. Onde segue che noi oggi non abbiamo letteratura nè lingua, perchè questa
non essendo moderna, benchè italiana, non è nostra, ma d’altri italiani, e
perchè non si dà nè si diede mai nè può darsi letteratura che a’ suoi tempi non
sia moderna; e dandosi, non è letteratura.
Quel ch’io
dico dell’uso delle favole antiche fatto alla maniera antica (cioè mostrandone
persuasione e presentandole in qualunque modo a’ lettori o uditori come e’ ne
fossero persuasi, chè altrimenti il prevalersi della mitologia non ha peccato
alcuno), fatto dico da’ poeti cristiani antichi o moderni (massime italiani)
scrivendo a’ Cristiani, si [3466]dee dire dell’eccessivo uso, anzi abuso
intollerabile della mitologia che fanno e fecero i pittori e scultori ec.
cristiani, non d’Italia solo, ma d’ogni nazione, e niente meno i forestieri che
gl’italiani. Se sta ad essi a scegliere il soggetto, potete esser sicuro, massime
degli scultori, ch’e’ non escirà della mitologia. Ed anche grandissima parte de’
soggetti eseguiti per commissione, essendo mitologici, segue che il più delle
pitture e massimamente delle sculture che si veggono in Europa (fuor delle
Chiese), sieno mitologiche. Par che tutto lo scopo che si propone uno scultore
(siccome un poeta) sia che la sua opera paia una statua antica (come un poema
antico), dovendo solamente cercare ch’ella sia tanto bella quanto un’antica, o
più bella ancora, quantunque, se si vuole, nel genere del bello antico.
(19. Sett. 1823.)
Ces hommes qui existent ainsi (les Chartreux de Rome)
sont pourtant les mêmes à qui la guerre et toute son activité suffiraient à
peine s’ils s’y étaient accoutumés. C’est un sujet inépuisable de réflexion que
[3467]les différentes combinaisons de la destinée humaine sur la terre.
Il se passe dans l’intérieur de l’ame mille accidents, il se forme mille
habitudes qui font de chaque individu un monde et son histoire. Connaître un
autre parfaitement serait l’étude d’une vie entière; qu’est-ce donc qu’on
entend par connaître les hommes? les gouverner, cela se peut, mais les
comprendre, Dieu seul le fait. Corinne, livre 10. chap.1. t.2. p.114. Ciò vuol dire che l’uomo è
sommamente e infinitamente o indeterminatamente conformabile, e non è possibile
conoscer mai tutti i modi e tutte le differenze in cui lo spirito degl’individui,
secondo la diversità delle circostanze (ch’è infinita o indeterminabile), si
conforma o si può conformare; per la stessa ragione per cui non si possono
conoscere tutte le circostanze possibili ad aver luogo, che possono influire
sullo spirito degl’individui, nè tutte quelle che hanno effettivamente influito
su tale o tale individuo determinato, nè le loro combinazioni scambievoli, nè le
loro minute diversità che producono non piccole differenze di carattere ec. [3468]La
maggior cognizione adunque che si possa avere dell’uomo è quella di sapere
perfettamente e ragionatamente che gli uomini non si possono mai ben conoscere,
perchè l’uomo è indefinitamente variabile negl’individui, e l’individuo stesso
per se. E il più certo segno di tal cognizione si è quello di non maravigliarsi
mai un punto, e di esser bene e ragionatamente e veramente disposto a non
maravigliarsi di qualunque strana e inaudita e nuova indole, carattere,
qualità, facoltà, azione di qualunque individuo umano noto o ignoto ci possa
venire agli orecchi o agli occhi, ci accada o possa accader d’intendere o di
vedere, in bene o in male. Chi è veramente giunto a questa disposizione, e l’ha
in se ben perfetta, radicata e costante, ed efficace, può dire di conoscer l’uomo
il più ch’è possibile all’uomo. E più infatti non può se non Dio, come ben dice
la Staël, perchè Dio solo può conoscere e conosce tutti i possibili. Or gli
uomini non si possono perfettamente conoscere, chi non conosca poco men che
tutti i possibili, dico, i possibili di questa natura e di questa terra.
(19.
Sett. 1823.)
[3469]Alla p.2709. Quasi tutti gli
antichi che scrissero di politica (tranne Cic. de rep. e de legibus),
la pigliarono puramente o principalmente dalla parte speculativa, la vollero
ridurre a sistema teorico e di ragione, e disegnare una repubblica di lor
fattura; e questo si fu lo scopo, l’intenzione e il soggetto de’ loro libri.
Ond’è che quantunque i moderni, primieramente abbiano fatto della politica il
loro principale studio, secondariamente, come privati che erano e sono la più
parte, e quindi inesperti del governo, sieno stati obbligati a tenersi in ciò
alla speculazione più che alla pratica, e per la medesima cagione abbiano
immaginato, sognato, delirato e spropositato nella politica più che in altra
scienza; nondimeno io tengo per fermo che gli antichi, anzi i soli greci,
avessero più Utopie
che tutti i moderni insieme non hanno. Utopia è la repubblica di Platone, sì
quella disegnata nella Politia, sì l’altra ne’ libri delle Leggi, diversa da
quella, come osserva Aristotele nel 2do de’ Politici, p.106-16.
Utopie furono quelle di Filea Calcedonio (Aristot. Politic. l.2. ed. Victorii,
Florent. p.117-26.), e d’Ippodamo Milesio (ib. p.127-35.), Utopia è quella d’Aristotele
(v. il Fabricio).
E senza [3470]fallo Utopie furono ancora i libri politici e peri nomon o
nomoi di Teofrasto, di Cleante e d’altri tali filosofi, mentovati dal Laerzio,
e i perduti libri pur politici e peri nomon dello stesso Aristotele, e molti
altri siffatti.
Aristotele spianta le repubbliche degli altri, ma nè più nè meno che in
filosofia, si crede in obbligo di sostituire, e ci dà la sua repubblica e il
suo sistema.
E così gli altri. Ed è pur notabile che gli antichi, e nominatamente i greci, o
avevano, o avevano avuto in mano gli affari pubblici, o potevano averli, o
certo, ancorchè stati sempre privati, erano pur parte delle rispettive
repubbliche, e contribuivano insieme col popolo al governo. E generalmente
parlando, nelle antiche repubbliche, tutte libere, i privati, ancorchè dediti
solo a filosofare e studiare, erano più al caso, se non altro per li continui
discorsi giornalieri, per lo essersi trovati assai spesso alle concioni, perchè
i negozi pubblici passavano tutti e succedevano sotto gli occhi di tutti, e le
cause degli avvenimenti erano manifeste, e nulla v’avea di segreto; [3471]erano
dico al caso d’intendersi veramente di politica, e di poterne ragionare per pratica,
molto più che i moderni privati non sono, i quali si trovano e si son trovati,
per lo più, in circostanze tutte opposte, e nemmeno fanno effettivamente parte
della loro repubblica e nazione, nè d’altra veruna, se non di nome. E nondimeno
essi seguono nella politica l’immaginazione e la speculazione molto manco, e l’esperienza
e i fatti molto più che gli antichi non fecero, e vaneggiano e inventano ed
errano molto meno.
(19.
Sett. 1823.)
M¯ met¡xontaw d¢ t°w politeÛaw, pÇw oåñn te filikÇw ¦xein pròw t¯n politeÛan; Aristot. Polit. l.2. ed. Victor.
Flor. 1576. ap. Juntas, p.131.
(19.
Sett. 1823.)
Alla
p.2916. Questa uniformità di stile in Europa viene ancora da questo che tutte
le moderne letterature son venute in principio dalla Francia (anche quel che v’ha
nella letteratura e nello stile italiano e spagnuolo di moderno); laonde e gli
stili nelle diverse lingue d’Europa sono conformi tra loro di genere, perchè
tutti derivati da una stessa fonte; e poca varietà [3472]hanno ciascun d’essi
stili verso se medesimo, perchè tutti derivati originariamente da uno stile che
non ne ha veruna, e molti modificantisi tuttavia su di questo.
Del
rimanente, egli è tanto certo che l’arte dello stile e del dire è propria
esclusivamente degli antichi, quanto che l’arte del pensare è propria
esclusivamente de’ moderni. Gli antichi non solo facevano di quell’arte uno
studio infinitamente maggiore che noi non facciamo; non solo ne possedevano e
conoscevano mille parti, mille mezzi, mille secreti che noi neppur sospettiamo,
e che appena e a gran fatica possiamo intendere quando e’ gli spiegano e ne
parlano exprofesso (come Cicerone Quintiliano ec.), non solo in somma la detta
arte era senza paragone più ampia, stesa, ricca, varia, distinta, accurata,
specificata, particolarizzata appo gli antichi che fra i moderni, ma essa era
quasi l’unico, e senza quasi il principale studio degli antichi che
pretendevano e aspiravano particolarmente al nome di scrittori, e massime di
letterati. Si osservino sottilmente le opere d’Isocrate, di Senofonte e di tali
altri cento. Tutte parole in sostanza [3473]senza più. Gli antichi
letterati, se ben guardiamo, non si proponevano in conchiusione altro, che di
dir bene, correttamente, cultamente e artifiziosamente, quello che tutti già
sapevano e pensavano o facilissimamente avrebbero potuto e saputo pensare da
se, ma pochi sapevano in quel modo significare. E non per altro in verità
divenivano famosi che per questo (ancorchè forse nè gli altri nè essi se ne
avvedessero, o avessero avuta questa intenzione espressa e distinta e a se
medesimi manifesta), quando ottenevano il detto effetto. E non parlo già qui de’
sofisti, i quali a differenza degli altri, avevano e professavano apertamente
la detta intenzione e la facevano vedere; e questa si era l’unica diversità
reale che passasse tra’ più antichi sofisti e i classici, e il genere di
scrittura di questi e di quelli. Gli uni affettavano di dir bene, e mostravano
di affettarlo, gli altri dicevano bene per arte, ma non mostravano di
proccurarlo e ricercarlo, come però facevano. Quanto allo stile, questi e
quelli differivano notabilmente. Quanto a’ concetti, [3474]alle
sentenze, all’invenzione, alla condotta, all’ordine ec. non v’è divario alcuno.
Si considerino attentamente i due predetti (nemici ambedue de’ Sofisti), e
tutti quelli che fra gli antichi cercarono e ottennero fama di bene scrivere;
e si vedrà che ne’ loro concetti ec. tutto è sofistico. Nè anche bisognerà
molta attenzione ad avvedersene. In Senofonte, particolare odiator de’ sofisti,
tanto perseguitati dal suo maestro, (v. la fine del Cinegetico) e a lui per se
stesso abbominevoli; in Senofonte così candido e semplice e naturale che par
tutto l’opposto possibile del sofistico, in Senofonte il sofistico de’ concetti
dà subito nell’occhio, tanto ch’io lo sentii notare con maraviglia a persona
niente intendente nè di greco nè di letteratura antica, che avea non più che
gittato l’occhio su certa traduzione di quell’autore. E Socrate stesso, l’amico
del vero, il bello e casto parlatore, l’odiator de’ calamistri e de’ fuchi e d’ogni
ornamento ascitizio e d’ogni affettazione, che altro era ne’ suoi concetti se
non un sofista [3475]niente meno di quelli da lui derisi? E per quanto
poco gli antichi generalmente pensassero, non è possibile a credere che i
pensieri e le osservazioni di Socrate, di Senofonte, di Isocrate, di Plutarco
(tanto più recente) e simili, non fossero al tempo di costoro medesimi, comuni
e triviali e volgari (sieno politici, filosofici, morali o qualunque) o
eccedessero la comune capacità di pensare, di trovare, di concepire, di
osservare. Ma pochi sapevano esprimerli a quel modo, come ho detto di sopra.
È cosa
osservata che le antiche opere classiche, non solo perdono moltissimo, tradotte
che sieno, ma non vaglion nulla, non paiono avere sostanza alcuna, non vi si
trova pregio che l’abbia potute fare pur mediocremente stimabili, restano come
stoppa e cenere. Il che non solo non accade alle opere classiche moderne, ma
molte di esse nulla perdono per la traduzione, e in qualunque lingua si voglia,
sono sempre le medesime, e tanto vagliono quanto nella originale. I pensieri di
Cicerone non sono certo così comuni, come quelli de’ sopraddetti ec., nè furono
de’ più [3476]comuni al suo tempo, massime tra’ romani. Nondimanco io
peno a credere ch’altri possa tollerar di leggere sino al fine (o far ciò senza
noia) qualunque è più concettosa opera di Cicerone, tradotta in qual si sia
lingua. Che vuol dir ciò, che vuol dir questa differenza di condizione tra l’antiche
e le moderne opere, tradotte ch’elle sieno, se non che negli antichi, anche
sommi, scrittori, o tutto o il più son parole e stile, tolte o cangiate le
quali cose, non resta quasi nulla, e le loro sentenze scompagnate dal loro modo
di significarle paiono le più ordinarie, le più trite, le più popolari cose del
mondo. Veramente i pensieri degli antichi, più o meno, son persone del volgo:
detratta la veste, se le loro forme non appaiono rozze, certo paiono ordinarie,
e di quelle che per tutto occorrono, senza nulla di peregrino, nulla che inviti
l’occhio a contemplarle, anzi neppure a guardarle, nulla insomma nè di
singolare nè di pregevole. Nelle opere moderne all’opposto tutto è pensieri e
persona; stile nulla; vesti così dozzinali che più non potrebbero essere. E
perciò appunto è necessario che le opere classiche antiche tradotte perdano
tutto o quasi tutto il loro pregio cioè quello dello stile, perchè i moderni
non hanno di gran lunga l’arte dello stile che gli antichi ebbero nè possono
nelle loro tradizioni conservare ad esse opere il detto pregio ec. Ma non
conservando lor questo, niuno altro gliene posson lasciare che vaglia la pena
della lettura, e che distingua gran fatto esse opere dalle più volgari e
mediocri, massime le morali, filosofiche ec. So che la volgarità de’ pensieri negli
antichi, da molti è considerata come relativa a noi, che sappiam tanto di più;
ma [3477]io dico che si fa torto all’antichità, allo spirito e alla
ragione umana universale, se non si crede che questa volgarità, almen quanto a
grandissima parte d’essi pensieri, non sia assoluta, o non fosse volgarità
anche al tempo degli scrittori che gli esposero.
(19.
Sett. 1823.)
Sonito da sono as, continuativo o
frequentativo (se però non è dal nome sonitus), ma d’incerta fede.
Forcell.
(20. Sett. 1823.)
Contentus
a um (onde contentare
ital. contenter franc. ec.) non è in origine che un participio bello e
buono. Eppure appoco appoco ei divenne un aggettivo semplicissimo, e tale egli
è unicamente nell’italiano, nel francese nello spagnuolo. (20. Sett. 1823.).
Così falsus ec. di cui veggasi la p.3488. V. p.3620.
Frissont,
frissonner, - brivido - frÛssv.
(20.
Sett. 1823.)
Alla
p.3156. Si potrebbe aggiungere il nostro Monti, nel quale tutto è
immaginazione, e nulla parte ha il sentimento, come n’ha grandissima nel più
delle poesie di Lord Byron (se però quel di Lord Byron è ben significato [3478]col
nome di sentimento). Certo è che il Monti benchè d’immaginazione senz’alcun
confronto inferiore a quella di lord Byron, e benchè non abbia di poetico che l’immaginazione
(sì nelle cose sì nello stile), si lascia leggere non senza piacere, nè senza
effetto poetico, e l’immaginoso in lui comparisce molto più spontaneo e men
comandato che in Lord Byron. Ed è forse al contrario, perchè Lord Byron è
veramente un uomo di caldissima fantasia naturale, e Monti, qualch’egli sia per
se stesso, nelle sue composizioni non è che un buono e valente traduttore di
Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio ed altri poeti antichi, e imitatore, anzi
spesso copista, di Dante, Ariosto e degli altri nostri classici. Sicchè Lord
Byron tira le immagini dal suo fondo, e Monti dall’altrui. E se nell’uno ha
dell’impoetico lo sforzo che [nel] suo poetare apparisce, nell’altro è
veramente impoetico l’imitare e il copiare che però nella sua stessa poesia
intrinsecamente non si lascia scorgere. Ond’è che le poesie di Lord Byron sieno
meno poetiche, considerate in se stesse, che quelle di Monti. Mentre però
questi è infinitamente meno poeta di quello. [3479]E si conchiude che le
poesie dell’uno sieno impoetiche, e che l’altro non sia poeta. E l’effetto
poetico delle poesie di Monti spetta più agli antichi che a lui, ed è piuttosto
come di poesia e d’immaginazione antica, che di moderna. Nel sentimento poi la
vena del Monti è al tutto secca, e provandocisi, il che egli fa ben di rado,
non ci riesce punto, come nel Bardo.
(20.
Sett. 1823.)
Il poeta
dee mostrar di avere un fine più serio che quello di destar delle immagini e di
far delle descrizioni. E quando pur questo sia il suo intento principale, ei
deve cercarlo in modo come s’e’ non se ne curasse, e far vista di non cercarlo,
ma di mirare a cose più gravi; ma descrivere fra tanto, e introdurre nel suo
poema le immagini, come cose a lui poco importanti che gli scorrano
naturalmente dalla penna; e, per dir così, descrivere e introdurre immagini,
con gravità, con serietà, senz’alcuna dimostrazione di compiacenza e di studio
apposito, e di pensarci e badarci, nè di voler che il lettore ci si fermi. Così
fanno Omero e Virgilio e [3480]Dante, i quali pienissimi di vivissime
immagini e descrizioni, non mostrano pur d’accorgersene, ma fanno vista di
avere un fine molto più serio che stia loro unicamente a cuore, ed al qual solo
festinent continuamente, cioè il racconto dell’azioni e l’evento
o successo di esse. Al contrario fa Ovidio, il quale non dissimula, non che
nasconda; ma dimostra e, per dir così, confessa quello che è; cioè a dir ch’ei
non ha maggiore intento nè più grave, anzi a null’altro mira, che descrivere,
ed eccitare e seminare immagini e pitturine, e figurare, e rappresentare
continuamente.
(20.
Sett. 1823.)
Io
notava un vecchio ributtantemente egoista, compiacersi di parlare di certi suoi
piccolissimi sacrifizi e sofferenze volontarie (vere o false ch’elle fossero, e
volontarie veramente o no), e farlo con una certa quasi verecondia, che ben
dimostrava, massime a chi conoscesse il carattere della persona, lui essere
persuaso di fare e sostener cose eroiche, e quei sacrifizi e patimenti
dimostrassero in lui una gran superiorità d’animo, e rinunzia di se stesso e
del suo amor proprio. Egli aveva ben caro che così paresse agli [3481]altri,
e a questo fine ne parlava, ma dava bene ad intendere che tale si era infatti
la sua propria opinione. Tanto poteva in un animo il più radicato nel più
schietto e completo egoismo, intollerante d’ogni menomo incomodo, e capace di
sacrificar chi e che che sia ad una sua menoma comodità; tanto poteva, dico, in
un animo qual esso era infatti, e di più totalmente inerte, solitario, e
segregato affatto dalla società, il desiderio di parere sì agli occhi altrui,
sì ancora a’ suoi propri, capace di grandi sacrifizi, superiore all’amor
proprio, il contrario di egoista, ed insomma eroe. E tanto è vero che non si
trova quasi uomo così impudentemente e perfettamente egoista nel fatto, che non
desideri grandemente di comparire almeno a se stesso, e non si persuada
effettivamente, e non si compiaccia sommamente dell’opinione di essere un eroe.
Perocchè a tutti è grato il fare stima di se, e si può esser certi che tutti, o
in un modo o nell’altro, si stimano, e grandemente, e così continuamente come e’
si amano, che vuol dir tuttafiata, senza intervallo alcuno, [3482]benchè
la stima di se stesso (come anche l’amore, secondo che altrove s’è dimostrato)
abbia in un medesimo individuo ora il più ora il manco, secondo diverse
circostanze e cagioni. Del resto puoi vedere la pag.124. 3108-9. e 3167-9.
Questo che io dico dei vecchi egoisti si può applicare ai fanciulli, egoisti
estremi, ignari ancora dell’eroismo, perchè niuno gliene ha parlato, e
nondimeno vaghi di molte piccole glorie, come di star male o di farlo credere,
perchè si parli di loro nella famiglia, e per aver qualche somiglianza cogli
adulti, alla quale aspirano generalmente e continuamente in mille cose, solo
per vanità o vogliamo dire ambizione ec. V. l’Alfieri di sè che facea gli
esercizi militari da piccolo.
(20.
Sett. vigilia della Festa di Maria Santissima Addolorata. 1823.)
Ne’
tragici greci (così negli altri poeti o scrittori antichi) non s’incontrano
quelle minutezze, quella particolare e distinta descrizione e sviluppo delle
passioni e de’ caratteri che è propria de’ drammi (e così degli altri poemi e
componimenti) moderni, non solo perchè gli antichi erano molto inferiori a’
moderni nella cognizione del cuore umano, il che a tutti è noto, ma perchè gli
antichi nè valevano gran fatto nel dettaglio, nè lo curavano, anzi lo
disprezzavano e fuggivano, e tanto era impropria degli antichi l’esattezza e la
minutezza quanto ella è propria e caratteristica de’ moderni. Ciò nel modo e
per le ragioni da me spiegate altrove.
Oltre di
ciò i moderni ne’ drammi vogliono interessare col mettere i lettori o uditori
in relazione coi personaggi di quelli, col far che i lettori [3483]ravvisino
e contemplino se stessi, il proprio cuore, i propri affetti, i proprii
pensieri, le proprie sventure, i proprii casi, le proprie circostanze, i
proprii sentimenti, ne’ personaggi del dramma, e nel loro cuore, affetti, casi,
ec. quasi in un fedelissimo specchio. Si può esser certi che l’intenzione de’
greci tragici, massime de’ più antichi, fu tutt’altra, e in certo senso
contraria. Questo effetto era troppo debole, molle, intimo, recondito, sottile,
perchè o i poeti antichissimi fossero capaci di proporselo, o i loro uditori di
provarlo, o provato, di compiacersene. Secondo la natura de’ popoli e de’ tempi
meno civili, gli spettatori cercavano e i poeti si proponevano nel dramma un
effetto molto più forte e gagliardo ed éclatant, delle sensazioni molto
più fiere, più energiche, piùprononcées; delle impressioni molto più
grandi; ed al tempo stesso meno interiori e spirituali, più materiali ed estrinseche.
I tragici greci cercarono lo straordinario e il maraviglioso delle sventure e
delle passioni, appresso a poco come fa oggi Lord Byron (con molta maggior
cognizione però dell’une [3484]e dell’altre); tutto l’opposto di quel
che si richiedeva per metterle in relazione, in conformità, e d’intelligenza,
con quelle degli uditori. Sventure e casi orribili e singolari, delitti atroci,
caratteri unici, passioni contro natura, furono i soggetti favoriti de’ tragici
greci. Tale per certo si fu l’intenzion loro, sebbene la scelta l’invenzione l’immaginazione
non sempre corrispondesse pienamente all’intento, e talor più talor meno, in
chi più in chi meno. Ma generalmente parlando, e massime, torno a dire, i più
antichi tragici greci, cercarono o amarono di preferenza il sovrumano de’ vizi
e delle virtù, delle colpe e delle belle o valorose azioni, de’ casi, delle
fortune: al contrario appunto de’ moderni tragici che cercano in tutto questo
il più umano che possono. Quindi coloro si rivolsero per lo più al favoloso,
quindi il corrispondente apparato della scena e degli attori; quindi non solo
il soggetto ma il modo di trattarlo, di condurre il dramma, d’intrecciarlo, di
recare lo scioglimento dovettero corrispondere al fine del poeta e dell’uditorio,
che era in questo di ricevere in quello di produrre una sensazione delle più
vive, [3485]delle più poetiche ec.; quindi anche gli episodii dovettero
corrispondere alla natura di tale scopo e di tal dramma; quindi le furie
introdotte nel teatro (nelle Eumenidi di Eschilo), che fecero abortir le donne
e agghiacciare i fanciulli (v. Fabric. Barthélemy ec.); quindi i soggetti per
lo più lontani o di tempo, o di luogo, di costumi ec. dagli spettatori, benchè
tanti soggetti poetici offrisse ai tragici greci la storia, non pur nazionale
ma patria, e non pur patria, ma contemporanea ec. ec.; quindi le
inverisimiglianze d’ogni genere, i salti, le improvvisate, (fatte per verità
con meno arte, varietà ec. che non farebbero i modi e che non si fa ne’ modi
drammi e romanzi d’intreccio), l’intervento sì frequente degli Dei o semidei
ec. ec. I moderni drammatici come gli altri poeti, come i romanzieri ec. si
propongono di agir sul cuore, ma gli antichi tragici, non men che gli altri
antichi, sulla immaginazione. Questa osservazione, che non si può negare, basta
a far giudizio quanto debbano essenzialmente differire i caratteri dell’antico
e del moderno dramma, con che diversi canoni si debba giudicar dell’uno e dell’altro,
quanto sia assurdo il tirar le moderne poesie drammatiche a parallelo d’arte
ec. colle antiche, quasi appartenessero a uno stesso genere, ch’è falsissimo.
Gli antichi tragici non vollero altro che por sotto gli occhi e l’immaginazione
degli spettatori quasi un volcano ardente o altro [3486]tale terribile
fenomeno o singolarità della natura, che niente ha che fare con quelli che lo
riguardano. Essi rappresentavano così quelle sciagure, quelle colpe, quelle
passioni, quelle prodezze, come meteore spaventevoli che gli spettatori
potessero contemplare senza pericolo di nocumento, provando il piacer della
maraviglia, e dello spaventoso impotente a nuocere, senza però trovare nè dover
trovare alcuna conformità o somiglianza fra esse sciagure ec. e le lor proprie,
o quelle de’ loro conoscenti, anzi neppur de’ loro simili e degl’individui
della loro specie.
Da
queste osservazioni si dee raccogliere per qual ragione non si trovi, e come
sia vano il cercare e più il pretendere di trovare nelle antiche tragedie que’
dettagli quelle gradazioni quella esattezza nella pittura e nello sviluppo e
condotta delle passioni e de’ caratteri, che si trovano nelle moderne; anzi
neppur cosa alcuna di simile odi analogo.
Queste
osservazioni possono in parte applicarsi anche alle antiche commedie, massime a
quella [3487]che in Atene si usò da principio e che poi fu chiamata
propriamente antica, ŽrxaÛa. Neppure questa mirava a mettere i personaggi in
relazione cogli spettatori, se non con alcuni in particolare, che in essa erano
espressamente rappresentati in caricatura. Ancor essa mirava ad agir sull’immaginazione,
intento affatto alieno dalla moderna commedia, ed anche da quella che fu
chiamata in Grecia la commedia nuova n¡a, o seconda deut¡ra, ch’è del genere di Terenzio, traduttor di Menandro, che ne fu il
principe. Quindi nell’antica commedia le invenzioni strane, non
naturali, poetiche, fantastiche; i personaggi allegorici, come la Ricchezza
ec.; le rane, le nubi, gli uccelli; le inverisimiglianze, le stravaganze, gli
Dei, i miracoli ec. Le antiche commedie non erano propriamente azioni (dr‹mata), ma satire immaginose, fantasie satiriche,
drammatizzate, ossia poste in dialogo; come quelle di Luciano, conformi in
tutto alle antiche commedie, se non quanto all’estensione, alla
personalità, ed altre tali non qualità ma circostanze estrinseche, accidentali,
arbitrarie ec. che non toccano alla natura del genere ec.
(20.
Sett. [3488]1823. Vigilia di Maria SS. Addolorata.)
Alla
p.2928, marg. fine. Da falsus di fallere (fatto aggettivo) gli
spagnuoli falto (seppur e’ non fosse contrazione di fallito, ma
non credo, e in tal caso gli spagnuoli direbbero anzi faldo da un falido),
e falta sostantivo per falsa, e così il franc. faute, cioè
falte. E da falto o da falta il verbo spagn. faltar
per falsare che noi diciamo, e che si disse ancora in latino (v. Forcell.),
e che i francesi dicono fausser; e per fallare o fallire ital.,
faillir franc., fallere lat. Faltar la palabra spagn. fausser
sa parole, franc. falsare la fede, Speroni Orazz. Ven. 1596. Or. 8.
contra le Cortegiane, par.2. p.195. ovvero fallire la promessa, ib.
p.198. fine. falseggiar l’amore per mancar delle promesse fatte in
amore, abbandonando una donna per amare un’altra, o amando un’altra insieme,
malgrado delle parole date. Speroni Dial. 1. Ven. 1596. p.9. principio. V.
p.3772.
V. la Crusca e il Glossar.
(21. Sett. Festa di Maria Santissima
Addolorata. 1823.)
Molti
sono timidi i quali sono insieme coraggiosissimi. Voglio dire che molti si
perdono d’animo nella società, i quali nè fuggono nè temono ed anche
volontariamente incontrano i pericoli [3489]e i danni e le fatiche e le
sofferenze ec.; e non sostengono gli sguardi o le parole amichevoli o
indifferenti di tali di cui sosterrebbero facilissimamente l’aspetto minaccioso
e l’armi nemiche in battaglia o in duello. La timidità spetta per così dire ai
mali dell’animo, il coraggio a quelli del corpo. L’una teme de’ danni e delle
pene interne, l’altro brava i danni e le sofferenze esteriori. L’una s’aggira
intorno allo spirituale, l’altro al materiale. E tanto è lungi che la timidità
escluda il coraggio, che anzi ella piuttosto lo favorisce, e da essa si può
dedurre con verisimiglianza che l’uomo che n’è affetto sia coraggioso. Perocchè
la timidità è abito di temer la vergogna, la quale assai facilmente e spesso
incontra chi teme e fugge i pericoli. Onde il temer la vergogna, ch’è male, per
così dire, interno e dell’animo, giacchè nulla nuoce al corpo nè alle cose
esteriori, ed opera sul pensiero solo, ed ai sensi non dà noia; fa che l’uomo
non tema i danni esteriori, e non fugga e, bisognando, affronti il pericolo ed
eziandio la certezza di soffrirli, preponendo i mali o i pericoli esterni e
materiali agl’interni e spirituali, [3490]e l’anima, per così dire, al
corpo; e volendo innanzi soffrire ne’ sensi, nella roba ec. che nello spirito,
e morire piuttosto che patir la pena della vergogna. Chè in questo e non altro
consiste quel coraggio che viene da sentimento di onore, e gli effetti del
medesimo. Il qual coraggio ha origine e fondamento, anzi è esso stesso una
spezie di timidità, o certo una spezie di qualità contraria alla sfrontatezza,
all’impudenza, all’inverecondia.
(21.
Sett. Festa della Beatissima Vergine Addolorata. 1823.). V. la pag. seg.
Non si
dà nella orazione, qualunque ella sia, tratto veramente sublime, in cui il
lavoro non ceda di grandissima lunga alla materia, cioè dove l’altezza e il
pregio del pensiero, dell’immagine, e simili, non vinca d’assaissimo la
nobiltà, l’eleganza, e il pregio dell’espressione e dello stile. Una sola virtù
dell’espressione può e deve, in un luogo ch’abbia ad esser sublime, andar di
pari coll’altezza del concetto, e questa si è la semplicità, o vogliamo dir la
naturalezza e l’apparenza della sprezzatura.
(21. Sett. 1823.)
[3491]Yauma oéd¡n ¤sti m¢ taèJƒ oìtv l¡gei, (Isacco Casaub. scrive oéd¢n ¤stÛ me) KaÜ �nd‹nein aétoÝsin aétoçw kaÜ dokeÝn KalÇw pefuk¡nai: kaÜ gŒr � kævn kunÜ K‹lliston eämen faÛnetai, kaÜ boèw
boý, …Onow d¢ önÄ k‹lliston, ðw d¢ êý (il medesimo legge …Onow dƒ önÄ k‹llistñn ¤stin, ðw dƒ êý). Epicarmo comico dell'antica
commedia, Coo di patria, ma vissuto in Sicilia, contemporaneo di Gerone
tiranno. Frammento recato da Alcimo appresso Diog. Laerz. in Plat. lib.3.
segm.16. p.175. ed. Amstel. 1692. Wetsten.
(21. Sett. Festa di Maria SS.
Addolorata. 1823.)
Epicarmo
comico dell’antica commedia, Coo di patria, ma vissuto in Sicilia,
contemporaneo di Gerone tiranno. Frammento recato da Alcimo appresso Diog.
Laerz. in Plat. lib.3. segm.16. p.175. ed. Amstel. 1692. Wetsten.
(21.
Sett. Festa di Maria SS. Addolorata. 1823.)
Rasito
as da rado is -
rasus, frequentativo. Il continuativo si trova in francese, cioè raser,
che resta in luogo del positivo, mancante in quella lingua. (22. Settembre
1823.). V. ancora nello spagnuolo, arrasar.
Alla p.
precedente. I timidi (cioè paurosi della vergogna, soggetti alla dusvpÛa, mauvaise honte) non solo sono capaci di non temere nè fuggire il
pericolo, il danno, il sacrifizio, ma eziandio di cercarlo, di desiderarlo, di
amarlo, di bramar la morte, di proccurarsela colle proprie mani. Le stesse
qualità morali o fisiche che portano sovente alla timidezza (ciò sono fra l’altre,
la riflessione, la delicatezza [3492]e profondità di spirito ec.
onde Rousseau era strabocchevolmente e invincibilmente timido), portano ancora
alla noia della vita, al disinganno, all’infelicità, e quindi alla
disperazione. È veramente mirabile e tristo, non men che vero, come un uomo che
non solo non teme nè fugge, ma desidera supremamente la morte, un uomo ch’è
disperato di se stesso, che conta già la vita e le cose umane per nulla, un
uomo ch’è risoluto eziandio di morire, tema ancor tuttavia l’aspetto degli
uomini, si perda di coraggio nella società, si spaventi del rischio di essere
ridicolo (rischio ch’egli ha sempre davanti agli occhi, e il cui pensiero e
timore si è quello che lo rende timido), e non abbia coraggio d’intraprender
nulla per migliorare o render meno penosa la sua condizione, e ciò per tema di
peggiorar quella vita della quale egli non fa più caso alcuno, della quale ei
dispera, che non può parergli possibile a divenir peggiore, odiandola già egli
tanto da desiderar sommamente d’esserne liberato, o da volere determinatamente
gittarla via. È mirabile che un uomo desideroso o [3493]risoluto di
morire, un uomo che ripone il suo meglio nel non essere, che non trova per lui
miglior cosa che il rinunziare a ogni cosa; stimi ancora di aver qualche cosa a
perdere, e cosa tanto importante, ch’egli tema sommamente di perderla; e che
questa opinione e questo timore gli renda impossibile la franchezza, e il
gittarsi disperatamente nella vita ch’ei nulla stima; ch’egli ami meglio
rinunziare decisamente a ogni cosa e perdere ogni cosa, che mettersi, com’ei si
crede, al pericolo di perdere quella tal cosa, cioè quella riputazione e quella
stima altrui che l’uomo timido teme a ogni momento di perdere, conversando
nella società, e ch’egli sa però bene di non avere, o di perderla, mostrandosi
timido; ma contuttociò lo rende incapace di franchezza il timore continuo di
perdere, e la continua e affannosa cura di conservare, quello ch’ei comprende
di non possedere, quello ch’ei ben s’avvede o di perdere necessariamente o di
non mai potere acquistare se non deponendo quel continuo ed eccessivo timore,
quella continua ed eccessiva cura. Tutte queste misere e strane contraddizioni [3494]e
tutti questi accidenti hanno luogo (proporzionatamente più o meno ec.) nelle
persone timide, e più quanto elle sono di spirito più delicato ec. delicatezza
che bene spesso è la sola o la principal cagione della timidità. Ma quanto al
temere ancora la vergogna desiderando la morte o essendo disposto di
proccurarsela, si spiega col vedere che quel coraggio il quale non nasce da
cause fisiche, nè da atto o abito naturale o acquisito d’irriflessione, ma per
lo contrario nasce da riflessione accompagnata col sentimento d’onore, e da
delicatezza d’animo (non da grossezza, come quell’altro) preferisce
effettivamente la morte alla vergogna, e tanto è più pauroso di questa che di
quella, che ad occhi aperti e deliberatamente sceglie in fatto la prima
piuttosto che la seconda, e antepone il non vivere alla pena di vergognarsi
vivendo.
(22. Sett. 1823.)
Si suol
dire che gli antichi attribuivano agli Dei le qualità umane, perch’essi avevano
troppo bassa idea della divinità. Che questa idea non fosse appo loro così alta
come [3495]tra noi, non posso contrastarlo, ma ben dico che se essi
attribuirono agli Dei le qualità umane, ne fu causa eziandio grandemente l’aver
essi degli uomini e delle cose umane e di quaggiù troppo più alta idea che noi
non abbiamo. E soggiungo che umanizzando gli Dei, non tanto vollero abbassar
questi, quanto onorare e inalzar gli uomini; e ch’effettivamente non più fecero
umana la divinità che divina l’umanità, sì nella lor propria immaginazione e
nella stima popolare, sì nella espressione ec. dell’una e dell’altra, nelle
favole, nelle invenzioni, ne’ poemi, nelle costumanze, ne’ riti, nelle
apoteosi, ne’ dogmi e nelle discipline religiose ec. (22. Sett. 1823.). Tanto
grande idea ebbero gli antichi dell’uomo e delle cose umane, tanto poco
intervallo posero fra quello e la divinità, fra queste e le cose divine (non
per abbassar l’une ma per elevar l’altre, nè per disistima dell’une ma per
altissimo concetto dell’altre), ch’essi stimarono la divinità e l’umanità
potersi congiungere insieme in un solo subbietto, formando una persona sola.
Onde immaginarono un intiero genere participante [3496]dell’umano e del
divino, participazione che lor sembrò naturalissima, e ciò furono i semidei. E
similmente i fauni, le ninfe, i pani ed altre tali divinità, anzi semidivinità
terrestri, acquatiche, aeree, insomma sublunari, reputate mortali, si possono
ridurre a questo genere di partecipanti (vedi il Forcellini in Nympha):
sebben elle erano inferiori ai semidei, come Ercole (di cui vedi Luciano Dial.
d’Ercole e Diogene, che fa molto a proposito), cioè participanti forse di minor
parte di divinità e più d’umanità o mortalità; siccome gli eroi, finch’essi
sono mortali possono parere un grado inferiori a’ Pani, ninfe ec. cioè men
divini. (V. Forcell. in Heros, Indigetes, Semideus; e Platone nel
Convito ed. Astii t.3. 498. D- 500. E, che fa ottimamente al caso).
Gli antichi non trovarono maggior difficoltà a comporre in un suggetto medesimo
l’umanità e la divinità, di quel che a comporre i due sessi umani, il maschio e
la femmina, negl’immaginari ermafroditi; quasi l’umano e il divino fossero, non
altrimenti che il virile e il donnesco, due diverse specie, per dir così, d’un
genere istesso, nè maggior differenza, o intervallo, [3497]o distinzion
di natura fosse tra loro.
(22.
Sett. 1823.)
Le
speranze che dà all’uomo il Cristianesimo sono pur troppo poco atte a consolare
l’infelice e il travagliato in questo mondo, a dar riposo all’animo di chi si
trova impediti quaggiù i suoi desiderii, ributtato dal mondo, perseguitato o
disprezzato dagli uomini, chiuso l’adito ai piaceri, alle comodità, alle
utilità, agli onori temporali, inimicato dalla fortuna. La promessa e l’aspettativa
di una felicità grandissima e somma ed intiera bensì, ma 1°. che l’uomo non può
comprendere nè immaginare nè pur concepire o congetturare in niun modo di che
natura sia, nemmen per approssimazione, 2°. ch’egli sa bene di non poter mai nè
concepire nè immaginare nè averne veruna idea finchè gli durerà questa vita,
3°. ch’egli sa espressamente esser di natura affatto diversa ed aliena da
quella che in questo mondo ei desidera, da quella che quaggiù gli è negata, da
quella il cui desiderio e la cui privazione forma il soggetto e la causa della
sua infelicità; una tal promessa, dico, e una tale [3498]espettativa è
ben poco atta a consolare in questa vita l’infelice e lo sfortunato, a placare
e sospendere i suoi desiderii, a compensare quaggiù le sue privazioni. La
felicità che l’uomo naturalmente desidera è una felicità temporale, una
felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi o da questo nostro animo
tal qual egli è presentemente e qual noi lo sentiamo; una felicità insomma di
questa vita e di questa esistenza, non di un’altra vita e di una esistenza che
noi sappiamo dover essere affatto da questa diversa, e non sappiamo in niun
modo concepire di che qualità sia per essere. La felicità è la perfezione e il
fine dell’esistenza. Noi desideriamo di esser felici perocchè esistiamo.
Così chiunque vive. È chiaro adunque che noi desideriamo di esser felici, non
comunque si voglia, ma felici secondo il modo nel quale infatti esistiamo. È
chiaro che la nostra esistenza desidera la perfezione e il fin suo, non già di
un’altra esistenza, e questa a lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera
dunque la sua propria felicità; chè desiderando quella di un’altra esistenza,
ancorch’ella in questa s’avesse poi a tramutare, desidererebbe, si può dire,
una felicità non propria ma altrui, [3499]ed avrebbe per ultimo e vero
fine non se stessa, ma altrui, il che è essenzialmente impossibile a
qualsivoglia Essere in qualsivoglia operazione o inclinazione o pensiero ec.
Laonde la felicità che l’uomo desidera è necessariamente una felicità
conveniente e propria al suo presente modo di esistere, e della quale sia
capace la sua presente esistenza. Nè egli può mai lasciar di desiderar questa
felicità per niuna ragione, nè per niuna ragione può mai desiderare altra
felicità che questa. E non è più possibile che l’uomo mortale desideri
veramente la felicità de’ Beati, di quello che il cavallo la felicità dell’uomo,
o la pianta quella dell’animale; di quel che l’animale erbivoro invidii al
carnivoro o la sua natura, o la carne di cui lo vegga cibarsi, all’uomo il
piacere degli studi e delle cognizioni, piacere che l’animale non può concepire
nè che possa esser piacere, nè come, nè qual piacere sia; e così discorrendo. E
ben vero che nè l’uomo, nè forse l’animale nè verun altro essere, può
esattamente definire nè a se stesso nè agli altri, qual sia assolutamente e in
generale la felicità ch’ei desidera; perocchè [3500]niuno forse l’ha mai
provata, nè proveralla, e perchè infiniti altri nostri concetti, ancorchè
ordinarissimi e giornalieri, sono per noi indefinibili. Massime quelli che
tengono più della sensazione che dell’idea; che nascono più dall’inclinazione e
dall’appetito, che dall’intelletto, dalla ragione, dalla scienza; che sono più
materiali che spirituali. Le idee sono per lo più definibili, ma i sentimenti
quasi mai; quelle si possono bene e chiaramente e distintamente comprendere ed
abbracciare e precisar col pensiero, questi assai di rado o non mai. Ma ciò non
ostante, sì l’animale che l’uomo sa bene e comprende, o certo sente, che la
felicità ch’ei desidera è cosa terrena. Quell’infinito medesimo a cui tende il
nostro spirito (e in qual modo e perchè, s’è dichiarato altrove), quel medesimo
è un infinito terreno, bench’ei non possa aver luogo quaggiù, altro che
confusamente nell’immaginazione e nel pensiero, o nel semplice desiderio ed
appetito de’ viventi. Oltre di ciò niuno è che viva senz’alcun desiderio
determinato e chiaro e definibilissimo, negativo o positivo, nel conseguimento [3501]del
quale o di più d’uno di loro, ei ripone sempre o espressamente o confusamente,
benchè pur sempre per errore, la sua felicità e ‘l suo ben essere. Quel trovarsi
senz’alcun desiderio al mondo, se non quello di un non so che, quell’essere
infelice senza mancare di niun bene nè patire assolutamente niun male, è
impossibile; e se Augusto diceva d’essere in questo caso, poteva parergli che
così fosse, ma s’ingannava; e niuno mai si trovò veramente in tal caso nè è per
trovarvisi, perchè a niuno mai mancò nè è per mancar materia di qualche
desiderio determinato, più o men vivo, o ch’esso miri a cosa che ci manchi, o a
cosa che noi abbiamo e ci dispiaccia. Anzi a nessuno è per mancar mai materia
di molti e vivi desiderii determinati di questa specie. Or tutti questi
desiderii determinati che noi abbiamo, ed avremo sempre, e che non soddisfatti,
ci fanno infelici, sono tutti di cose terrene. Promettere all’uomo, promettere
all’infelice una felicità celeste, benchè intera e infinita, e superiore senza
paragone alla terrena, e a’ piccoli beni ch’egli desidera, si è come a un che
si muor di fame e non può ottenere un tozzo di pane, preparargli un letto
morbidissimo, o promettergli degli squisitissimi e beatissimi odori. Con questo
divario che l’affamato concepirebbe pure il piacer che fosse per provare il suo
odorato da quella sensazione, [3502]e questo piacere sarebbe della
medesima natura di quello ch’ei desidera e non ottiene, cioè materiale e
sensibile come l’altro. Non così possiamo dire de’ piaceri celesti promessi a
chi desidera e non ottiene i terreni, nel qual caso l’uomo si trova
naturalmente e necessariamente sempre, e l’infelice massimamente, benchè tutti
a rigore sono infelici, e lo sono perchè tutti e sempre si trovano nel detto
caso. Ora i piaceri celesti, al contrario di ciò che s’è detto qui sopra, son
di natura affatto diversi da quelli che noi desideriamo e non ottenghiamo, e
non ottenendo siamo infelici; e questa lor natura non può da noi per verun modo
mai essere conceputa. Onde segue che la consolazione che può derivare dallo
sperarli, sia nulla in effetto; perchè a chi desidera una cosa si promette un’altra
ch’è diversissima da quella; a chi è misero per un desiderio non soddisfatto,
si promette di soddisfare un desiderio ch’ei non ha e non può per sua natura
avere nè formare; a chi brama un piacer noto, e si duole di un male noto, si
promette un piacere e un bene ch’ei non conosce nè può conoscere, e ch’ei non
vede nè può vedere come sia per esser bene, e come possa piacergli; [3503]a
chi è misero in questa vita, e desidera necessariamente la felicità di questa
esistenza, ed altra esistenza non può concepire nè desiderarne la felicità, si
promette la beatitudine di una tutt’altra esistenza e vita, di cui questo solo
gli si dice, ch’ella è sommamente e totalmente e più ch’ei non può immaginare
diversa dalla sua presente, e ch’ei non può figurarsi per niun conto qual ella
sia. Come l’uomo non può nè collo intelletto nè colla immaginazione nè con
veruna facoltà nè veruna sorta d’idee oltrepassare d’un sol punto la materia, e
s’egli crede oltrepassarla, e concepire o avere un’idea qualunque di cosa non
materiale, s’inganna del tutto; così egli non può col desiderio passare d’un
sol punto i limiti della materia, nè desiderar bene alcuno che non sia di
questa vita e di questa sorta di esistenza ch’ei prova; e s’ei crede desiderar
cosa d’altra natura, s’inganna, e non la desidera, ma gli pare di desiderarla.
Come dunque ei non può desiderar bene alcuno d’altra natura, così la promessa e
la speranza di tali beni, non può per modo alcuno [3504]consolarlo
realmente nè de’ mali di questa vita nè della mancanza de’ di lei beni, nè
(quando e’ non fosse infelice) rallegrarlo e dilettarlo e compiacerlo colla
dolcezza dell’aspettativa, e intrattenerlo e contribuire quaggiù al suo
contento. Di più, l’uomo si pasce per verità e si sostiene e vive grandissima
parte della sua vita, anzi pur tutta la vita sua, della speranza, ancorchè
lontana, la qual è un piacere, ma come e perchè? Perchè l’uomo va immaginando e
contemplando seco stesso a parte a parte il godimento ch’egli attende o spera,
e prova diletto nel considerare e rappresentarsi il modo in che egli ne godrà,
e le sue qualità e condizioni e circostanze, anticipando ed anzi assaporando
effettivamente colla immaginazione mille volte il piacer futuro. Ma questa
contemplazione, questa rappresentazione, quest’anticipazione, questo gusto o
assaggio, questo deliro o sogno che ci fa parere e ci rende infatti presente il
piacer futuro, ancor più ch’ei nol sarà quando si troverà presente in effetto
(se egli si troverà mai presente), come può aver luogo intorno a un piacere
assolutamente inconcepibile, non solo nel più e nel meno, o nella specie, ma
nel genere, di modo che le nostre idee non hanno alcun potere di abbracciarne o
di avvicinarne nè pure una menoma parte? Come ci può per verun deliro o veruno
sforzo dell’immaginazione o dell’intelletto parer presente [3505]quello
a cui nè l’immaginazione nè l’intelletto non si possono neppure a grandissimo
tratto avvicinare; quello che non è fatto nè per questa immaginazione nè per
questo intelletto; quello ch’è di natura affatto diversa da ciò che l’immaginazione
o l’intelletto può concepire o congetturare; quello che non sarebbe ciò ch’egli
è, s’a noi fosse possibile pure il congetturarlo; quello che spetta a tutt’altra
natura che la nostra presente? Come può per alcun modo o in alcuna parte entrar
nella mente nostra una tutt’altra natura?
Certo l’uomo
desidererà sempre di esser liberato dai dolori e dai mali ch’egli
effettivamente prova, e di conseguire quelli ch’ei crederà beni in questa vita,
e di esser felice in questo mondo in ch’egli vive. E non potendo mai lasciare
di desiderarlo niente più ch’ei possa ottenerlo, e la religion cristiana non
soddisfacendo a questo suo unico e perpetuo desiderio, nè promettendogli
di soddisfarlo mai per niun modo, anzi non dandogliene speranza alcuna, segue
che le speranze cristiane non sieno atte a consolare effettivamente [3506]il
mortale, nè ad alleviare i suoi mali nè i suoi desiderii. E la felicità
promessa dal Cristianesimo non può al mortale parer mai desiderabile, se non in
quanto infinita, anzi in quanto perfetta (chè infinita e non perfetta nol
contenterebbe), e in quanto felicità, astrattamente considerata, ma non già in
quanto tale qual ella è, e di quella natura di ch’ella è. Ed oso dire che la
felicità promessa dal paganesimo (e così da altre religioni), così misera e
scarsa com’ella è pure, doveva parere molto più desiderabile, massime a un uomo
affatto infelice e sfortunato, e la speranza di essa doveva essere molto più
atta a consolare e ad acquietare, perchè felicità concepibile e materiale, e
della natura di quella che necessariamente si desidera in terra.
Osservisi
che di due future vite, l’una promessa l’altra minacciata dal Cristianesimo,
questa fa sul mortale molto maggior effetto di quella. E perchè? perchè ci s’insegna
che nell’inferno (e così nel Purgatorio) avrà luogo la pena del senso.
Onde ci si rende concepibile nel genere, benchè non concepibile nell’estensione,
la pena che dee aver luogo in una vita e in un modo di essere [3507]a
noi d’altronde inconcepibile non meno che quello de’ Beati nel Paradiso. E
sebbene noi non possiamo concepire il modo in cui questa pena possa aver luogo
nell’altra vita e nell’anime ignude, pur ci si dice ch’ella ha luogo miris
sed veris modis (S. Agostino), restando fermo ch’ella è pena sensibile e
materiale; onde noi non sapendo nè immaginando il come, sappiamo però bene e
concepiamo il quale sia quella pena.
E perciò
può dirsi con verità che il Cristianesimo è più atto ad atterrire che a
consolare, o a rallegrare, a dilettare, a pascere colla speranza. Ed è
certissimo infatti che l’influenza da lui esercitata sulle azioni degli uomini,
è sempre stata ed è tuttavia come di religion minacciante assai più che come di
religion promettente; ch’egli ha indotto al bene e allontanato dal male, e
giovato alla società ed alla morale assai più col timore che colla speranza;
che i Cristiani osservarono e osservano i precetti della religion loro più per
rispetto dell’inferno e del Purgatorio che del Paradiso. E Dante che riesce a
spaventar dell’inferno, non riesce nè anche poeticamente parlando, a invogliar
punto del Paradiso; [3508]e ciò non per mancanza d’arte nè d’invenzione,
ec. (anzi ambo in lui son somme ec.) ma per natura de’ suoi subbietti e degli
uomini. (Similmente, con proporzione, si può discorrere dell’Eliso e dell’inferno
degli antichi, questo molto più terribile che quello non è amabile; dello stato
de’ reprobi e della felicità de’ buoni di Platone ec.).
È anche
certo che siccome il Cristianesimo senza il suo inferno e il suo Purgatorio e
col solo suo Paradiso, non avrebbe avuta e non avrebbe sulla condotta e sui
costumi degli uomini quella influenza ch’egli ebbe ed ha, così non l’avrebbe
avuta, o minore assai, se e’ non avesse minacciato nell’inferno e nel
Purgatorio una pena di qualità concepibile, e s’egli avesse solo minacciata la
pena del danno ch’è di qualità inconcepibile, e di natura diversa dalle pene di
questo mondo; benchè non tanto, quanto la beatitudine celeste dalle terrene;
perchè noi concepiamo pure e sentiamo per esperienza come ci possa fare
infelici la privazione e il desiderio di beni non mai provati, mal conosciuti,
ed anche non definibili; dei desiderii vaghi ec. Onde anche non concependo il
bene del Paradiso, possiamo in qualche modo concepire come la privazione
irreparabile e il desiderio continuo ed eterno di esso, possa fare infelici,
massime chi sa di non poter esser mai soddisfatto, [3509]e pur sempre
desidera, e sa d’aver sempre a desiderare, e chi è certo di penar sempre allo
stesso modo, e di essere eternamente infelice senza riparo, e senza sollievo
alcuno ec. Tutto ciò noi possiamo ben concepire, quasi secondariamente, come
possa esser causa di somma infelicità, benchè non possiamo concepirlo
primariamente, cioè la qualità di quel bene che nell’inferno ec. si desidera, e
la cui privazione e desiderio fa infelici i dannati ec.
(23. Sett. 1823.)
Niente d’assoluto.
- Veggasi il pensiero antecedente, in particolare p.3498-9. margine. nel quale
si dimostra che nè l’uomo nè alcun vivente non desidera neppur la felicità
assolutamente, ma relativamente, e solo s’ella conviene alla di lui propria
natura, ed è richiesta dal di lui modo particolare di essere ec. e in quanto
ella sia tale. ec. Nè perchè una cosa sia felicità, per questo solo ei la
desidera, nè si compiace nello sperarla, quando ella non convenga al suo modo
di essere ec. - Si può però dire per un lato, che l’uomo desidera la felicità
assolutamente. Veggasi la p.3506. Ei non desidera tale o tale felicità, s’a lui
non conviene: e dovendo desiderare una tale felicità, ei non può
desiderar se non la conforme e propria al suo modo di essere. Ma la felicità
assolutamente e indeterminatamente considerata, e s’ei così la considera, ei
non può non bramarla, cioè in quanto felicità semplicemente
Di qual
cosa par che si possa ragionare più assolutamente che della lunghezza o estensione
di una data porzione di tempo? la quale si misura esattamente coll’oriuolo, e
si divide [3510]perfettamente in parti anche minutissime, non col
pensiero solo, ma con gl’istrumenti da ciò, e come fosse quasi materia, e
queste parti si annoverano e si raccolgono, e il loro numero si conosce colla
certezza che dà l’aritmetica. Ora egli è certissimo che la lunghezza di una
medesima quantità di tempo ad altri è veramente maggiore ad altri minore, e ad
un medesimo individuo può essere, ed è, quando maggiore quando minore. Onde può
dirsi con verità che una medesima data porzione di tempo or dura più or meno ad
un medesimo individuo, ed a chi più a chi meno. Lasciamo stare che il tempo
disoccupato, annoiato, incomodato, addolorato e simili, riesce e si sente esser
più lungo che quel medesimo o altrettanto spazio di tempo, occupato,
dilettevole, passato in distrazione e simili;
e ciò ad un medesimo individuo, o a diversi individui d’una sola specie in un
tempo medesimo, o in tempi diversi. Lasciando questo, si osservi che agli
animali i quali vivono meno dell’uomo per lor natura, a quelli che vivono al
più trent’anni, venti, dieci, cinqu’anni, [3511]un anno solo, alcuni
mesi, un solo mese, alcuni giorni soltanto (chè egli v’ha effettivamente
animali che rispondano a tutte queste differenze di durata, e a cento e mill’altre
intermedie); a questi animali, dico, una data porzione di tempo è veramente più
lunga e dura più che all’uomo, e tanto più quanto la lor vita naturale è più
corta; e l’idea che ciascun d’essi si forma ed acquista naturalmente della
durata e quantità di una tal porzione qualunque di tempo, è assolutamente
maggiore di quella che l’uomo concepisce; e maggiore in ragione esattamente
inversa della lunghezza ordinaria del viver loro. E s’egli è vero come dicono,
che nel fiume Apanis nella Scizia vi abbia degli animaletti, tra i quali, quei,
i quali essendo nati il mattino, muojono la sera, sono i più vecchi, e muojono
carichi di figli, di nipoti, di pronipoti, e di anni, a lor modo (Genovesi,
Meditazioni filosofiche sulla Religione e sulla Morale. Meditaz. 1. Piacere
dell’esistenza. §. o articolo 12. Bassano, Remondini 1783. p.26. Vedilo dall’articolo
11. al fine della Meditazione); [3512]se questo, dico, è vero (che ben
può essere,
e se non d’essi animaletti, d’altri, visibili o invisibili; e se no, discorrasi
proporzionatamente di quelli che, come di certo si sa, vivono pochissimi
giorni), egli è certissimo che l’idea che questi animali si formano e
naturalmente acquistano della durata e quantità p.e. di una mezz’ora di tempo,
è tanto maggiore della nostra idea, che noi non possiamo pur concepire il
quanto. E veramente una mezz’ora dura per essi indefinibilmente più che per
noi, stante la rapidità delle loro azioni, sensazioni, passioni ed eventi; il velocissimo
succedersi di questi, gli uni agli altri; la inconcepibile prontezza del loro
sviluppo; la rapidità, per così dire, della lor vita ed esistenza; e stante ch’essi
in una mezz’ora, in un minuto, vivono ed esistono, si può ben dire, assai più
che noi nè gli altri più macrobii animali, in quel medesimo spazio, non
fanno; e la loro esistenza in un minuto è veramente di quantità e d’intensità
ec. maggiore che la nostra non è, in altrettanto spazio, e che noi non possiamo
pure immaginare. In contrario senso ragionisi dell’idea che dovettero aver gli
uomini naturalmente della durata e quantità di una data porzione di tempo,
quando la [3513]lor vita naturale era strabocchevolmente più lunga della
presente; e proporzionatamente dell’idea che debbono averne le nazioni (se ve n’ha)
che vivono ordinariamente più di noi (siccome v’ha certo di quelle che vivono
meno, e prestissimo giungono alla maturità, e ciò ne’ climi caldi, come nell’America
meridionale, ove le donne si maritano di 10 o 12 anni,
e tra gli orientali ec. e vedi a questo proposito l’Indica di Arriano, c.9.
sect.1-8. e Plinio se ha nulla ec.); e dell’idea che n’hanno gli animali più
longevi dell’uomo, come l’elefante, il cervo, la cornice, la tartaruga, alla
quale pigrissima e tardissima nelle sue operazioni, la natura diede, non
lunghissima vita, ma moltissimi anni. E dico, non lunghissima vita, perch’ella
stante la tardità de’ suoi movimenti ed azioni, alla quale corrisponde quella
del suo incremento e sviluppo naturale ec. e di tutta la sua natura, vive ed
esiste in un dato spazio di tempo assai meno che l’uomo in altrettanto spazio
non fa. E così proporzionatamente gli altri animali più longevi di noi. E dalle
suddette osservazioni si raccoglie che la somma e quantità della vita, e però
la [3514]durata e lunghezza della medesima, è generalmente e appresso a
poco altrettanta in effetto negli animali ed esseri brachibiotati, che
ne’ macrobiotati e negl’intermedii, e niente minore, e così viceversa.
Onde la durata di un medesimo spazio di tempo è naturalmente e generalmente e
costantemente, salve le varie circostanze della vita di una stessa specie e
individuo, accennate di sopra, come la noia, il piacere ec. che variano l’idea
e ‘l sentimento della durata ec. sempre però dentro i limiti e la proporzione e
in rispetto dell’idea d’essa durata, propria particolarmente della specie per
sua natura ec. per gli uni maggiore per gli altri minore ec. e non si può
determinare ec. nè giudicarne assolutamente come noi facciamo ec.
(24. Sett. 1823.)
Transito
as, da transeo-transitus.
V. il Forcell. in Transitans. Oggi questo verbo ci è comune, e lo trovo
ancora nello spagnuolo moderno, e mi par eziandio nel francese. Ma in tutte tre
queste lingue egli è piuttosto termine di gazzetta (inutilissimo), che voce
degna della lingua ec.
(25. Sett. 1823.)
Alla
p.2984. Vieil da veculus come oeil da oculus, oreille
da auricula o aurecula (corrottamente) ec. vermeil, vermiglio,
vermejo da vermiculus o vermeculus ec. Sommeil è
certamente un somniculus diminutivo, preso in senso positivo, come somme
da somnus. Resta però il senso diminutivo [3515]a sommeiller
che vien da somniculare come il nostro sonnecchiare, e che serve
a confermar la derivazione di sommeil da somniculus. Appareil;
apparecchio, apparecchiare, sparecchio ec.; aparejo, aparejar
dimostrano un diminutivo positivato appariculare per apparare,
(come misculare per miscere, di cui altrove), appariculus
per apparatus;
voci ignote nel buon latino, ma comuni alle tre lingue figlie. V. Glossar. ec.
(25.
Sett. 1823.)
A quello
che altrove ho detto di occhio e di ojo, formati regolarmente da oculus,
non da ocus, come potrebbe parere, aggiungasi che anche oeil
viene manifestamente da oculus (v. la pag. qui dietro), e non potrebbe
venire da ocus. Aggiungi ancora a quello che ho detto in tal proposito,
che da somniculosus abbiam fatto oltre sonnacchioso e sonnocchioso,
anche sonnoglioso e sonniglioso, mutato il cul in gli,
come in vermiglio da vermiculus, di cui v. pur la pag.
antecedente, e in periglio da periculum, e in coniglio (conejo)
da cuniculus. Quindi i diminutivi spagn. in illo, da iculus.
(25. Sett. 1823.). Abbiamo anche sonnoloso.
[3516]Axilla era voce antiquata fin dal tempo
di Cicerone, e sostituitavi ala (v. Forc. in Axilla, in X
ec.). Antiquata nel parlare e nello scrivere colto. Ora il volgo conservolla
sempre, tanto che la trasmise a noi, i quali usiamo ancora volgarmente e
tuttodì quella voce latina che al tempo di Cicerone era già disusata. Ascella,
aisselle. Così dite di maxilla, (mascella, mexilla), che pur
si trova usata da scrittori posteriori, ma ciò dovette esser con poca eleganza.
Ala e mala che al tempo di Cicerone in questi significati erano
più recenti e più usate di quell’altre, oggi, restando queste, sono esse
affatto perdute in tali significazioni. (25. Sett. 1823.). Al contrario palus
è rimasto, paxillus perduto; velum è rimasto, vixillum non
è per noi che voce poetica ec.
(25.
Sett. 1823.)
Testa si dice anche per ogni genere di coccia,
come di quella de’ pesci, onde la tartaruga è detta testudo ec. Quindi
si conferma la congettura da me altrove fatta sopra l’origine del dir testa,
cioè coccia per capo. Si cominciò a dar quel nome al cranio, ed è
metafora o metonimia ec. molto naturale. V. Forcell.
(25.
Sett. 1823.)
[3517]Alla p.3412. fine. Altrettanto però
è certo che una società capace di repubblica durevole, non può essere che
leggermente o mezzanamente corrotta; che una società pienamente corrotta (come
la moderna) non è assolutamente capace d’altro stato durevole che del
monarchico quasi assoluto; e che il non essere assolutamente capace se non di
assoluta monarchia, e l’essere incapace di durevole stato franco, è certo segno
di società pienamente corrotta. Così, apparentemente, si ravvicinano i due
estremi, di società primitiva, di cui non è proprio altro stato che la
monarchia; e di società totalmente guasta, di cui non è propria che l’assoluta
monarchia. Colla differenza che questa società non è onninamente capace di
altro stato durevole, quella sì; e che in questa non può durar che una monarchia
assoluta cioè dispotica, in quella una tal monarchia non poteva assolutamente
durare; ma l’era propria una monarchia piena bensì ed intera, ma non assoluta
nè dispotica; una monarchia dove il re era padron di tutto, e il suddito niente
manco libero. Del resto s’egli è [3518]proprio carattere sì della
società primitiva come della più corrotta l’essere ambedue per natura
monarchiche di governo, non è questo il solo capo in cui si veda che le cose
umane ritornano dopo lungo circuito e dopo diversissimo errore ai loro
principii, e giunte (come or pare che siano) al termine di lor carriera, o
tanto più quanto a questo termine più s’avvicinano, si trovano di nuovo in gran
parte cogli effetti medesimi, e nel medesimo luogo, stato ed essere che nel
cominciar d’essa carriera. Bensì per cagioni ben diverse e contrarie a quelle d’allora:
onde questi effetti e questo stato sono ben peggiori ritornando, che allora non
furono; e se e dove furon buoni e convenienti all’umana società ed alla
felicità sociale nel principio, son pessimi nel ritorno e nel fine ec.
(25.
Sett. 1823.)
Superiorità
della natura sulla ragione, dell’assuefazione (ch’è seconda natura) sulla
riflessione. - Mio timor panico d’ogni sorta di scoppi, non solo pericolosi,
(come tuoni ec.), ma senz’ombra di pericolo (come spari festivi ec.); timore
che stranamente e invincibilmente [3519]mi possedette non pur nella
puerizia, ma nell’adolescenza, quando io era bene in grado di riflettere e di
ragionare, e così faceva io infatti, ma indarno per liberarmi da quel timore,
benchè ogni ragione mi dimostrasse ch’egli era tutto irragionevole. Io non
credeva che vi fosse pericolo, e sapeva che non v’era pericolo nè che temere;
ma io temeva niente manco che se io avessi saputo e creduto e riflettuto il
contrario. (puoi vedere la p.3529.). Non potè nè la ragione nè la riflessione
liberarmi di quel timore irragionevolissimo, perch’esso m’era cagionato dalla
natura. Nè io certo era de’ più stupidi e irriflessivi, nè di quelli che men
vivono secondo ragione, e meno ne sentono la forza, e son meno usi di
ragionare, e seguono più ciecamente l’istinto o le disposizioni naturali. Or
quello che non potè per niun modo la ragione nè la riflessione contro la
natura, lo potè in me la natura stessa e l’assuefazione; e il potè contro la
ragione medesima e contro la riflessione. Perocchè coll’andar del tempo, anzi
dentro un breve spazio, essendo io stato forzato in certa occasione a sentire
assai da vicino e frequentemente di tali scoppi, perdei quell’ostinatissimo e
innato timore in modo, che non solo trovava piacere in quello [3520]che
per l’addietro m’era stato sempre di grandissimo odio e spavento senza ragione,
ma lasciai pur di temere e presi anche ad amare nel genere stesso quel che
ragionevolmente sarebbe da esser temuto; nè la ragione o la riflessione che già
non poterono liberarmi dal timor naturale, poterono poscia, nè possono
tuttavia, farmi temere o solamente non amare, quello che per natura o
assuefazione, irragionevolmente, io amo e non temo. Nè io son pur, come ho detto,
de’ più irriflessivi, nè manco di riflettere ancora in questo proposito all’occasione,
ma indarno per concepire un timore che non mi è più naturale. Questo ch’io dico
di me, so certo essere accaduto e accadere in mille altri tuttogiorno, o quanto
all’una delle due parti solamente, o quanto ad ambedue. - Quello che non può in
niun modo la riflessione, può e fa l’irriflessione.
(25.
Sett. 1823.). V. p.3908.
Tre
stati e condizioni della vecchiezza rispetto alla giovanezza
ed alle altre età. 1. Quando il genere umano era appresso a poco incorrotto, o
certo proclive ed abituato generalmente alla virtù, e quando l’esperienza
insegnava all’individuo le cose utili a se ed agli altri, senza disingannarlo
delle oneste, e delle inclinazioni virtuose, nobili, magnanime [3521]ec.;
nè gli dimostrava la perversità degli uomini, che ancora non erano perversi, nè
lo disgustava e faceva pentire della virtù, che ancor non era, se non altro,
dannosa, e ch’egli per naturale istituto aveva intrapreso fin da principio di
seguire, e seguiva; allora i vecchi, come più ricchi d’esperienza e più saggi,
erano più venerabili e venerati, più stimabili e stimati, ed anche in molte
parti più utili a’ loro simili e compagni ed al corpo della società, che non i
giovani e quelli dell’altre età. 2. Cominciata a corrompere la società umana e
giunta la corruzione al mezzo, o più oltre, l’esperienza dovette fare tutto il
contrario delle cose dette di sopra, e distruggendo le buone disposizioni
naturali, e le qualità contratte ne’ primi anni, render l’individuo tanto
peggiore di carattere, d’animo, di costumi, di qualità, di azioni o di
desiderii, quanto più egli avesse sperimentato. Allora dunque i vecchi furono
(nella gran società) molto meno stimabili e stimati, quanto alla virtù ed all’onestà,
che i giovani ec.; molto più tristi, svergognati, [3522]finti, coperti,
furbi, traditori, malvagi insomma, alieni dal ben fare, e dannosi, o inclinati
a far danno, a’ compagni e alla società. Laddove quei dell’altre età, e massime
i giovani, furono molto più degni di stima e molto più utili o men dannosi,
perchè meno corrotti; più buoni perchè più naturali; più proprii a ben fare,
più misericordiosi, più benefici, perchè men freddi, più generosi per natura
dell’età, men guasti dall’esempio e dalle cattive massime, o non ancor guasti
ec. 3. Passata che fu la corruzione sociale di gran lunga oltre il mezzo, e
giunta, si può dire, al suo colmo, nel quale oggidì si trova e riposa, ed è, a
quel che sembra per riposar lungamente o in perpetuo; non fu e non è bisogno di
molta nè lunga esperienza nè d’assai mali esempi per corrompere negl’individui
la sempre buona natura ed indole primitiva; nascono, si può dir, gli uomini già
corrotti; il primitivo, e seco la virtù ed ogni sorta di bontà effettiva, è
sparito quasi onninamente dal mondo; il giovane, anzi pure il fanciullo, in
brevissimo tratto è maturo e vecchio di malizia, [3523]di frode, di
malvagità, e conosce il mondo assai più che i vecchi stessi per lo passato non
facevano ec. Quindi per ben contrarie cagioni e con ben contrari effetti
(veggasi la p.3517-8.) son tornate le cose appresso a poco nel loro stato
primiero. I giovani massimamente, sono ben più odiosi e dannosi de’ vecchi,
perchè in essi alla disposizione intera e alla decisa volontà di mal fare si aggiunge
il potere e la facoltà; e l’ardor giovanile, e la forza e l’impeto e il fiore
delle passioni, che un dì conduceva gli uomini al bene, ora conducendogli
dirittamente e pienamente e decisamente al male, rende gl’individui tanto più
cattivi, perniciosi ed odiabili, quanto esso ardore è più grande. Laddove i
vecchi sono, non dirò già più stimabili nè venerabili, ma più tollerabili e
meno da essere odiati e fuggiti che quelli dell’altra età, siccome meno potenti
di mal fare, benchè a ciò solo inclinati; e siccome anche meno desiderosi di
nuocere e di far bene a se e male altrui, perchè più freddi, e di più sedate
passioni, e dalla lunga esperienza più disingannati [3524]de’ piaceri e
de’ vantaggi di questa vita, e fatti meno avidi, e di desiderii men vivi:
essendo la freddezza e l’esperienza che un dì furon cagione d’ogni male e
malvagità, divenute oggi cagione, non già di bene nè di bontà, ma di minor male
e cattiveria, che non il calor naturale e l’inesperienza che già furon cagioni
principali di bontà, ed or sono cagioni di maggiore ribalderia. Da principio
dunque fu la vecchiezza rispetto alla gioventù (e proporzionatamente all’altre
età), come il meglio al bene; poscia come il cattivo al buono; in ultimo è (e
probabilmente sarà sempre) come il manco male al male, o come il cattivo al
pessimo.
Quel che
s’è detto della vecchiezza e della gioventù ec. dicasi ancora di quei caratteri
e disposizioni degl’individui, o naturali e primitive, o acquistate e
avventizie, le quali hanno faccia e sembianza di vecchiezza, di gioventù ec. e
rispondono all’indole e qualità proprie di queste età, benchè ad esse
disposizioni ec. non corrisponda in fatto l’età [3525]reale de’
rispettivi individui, anzi sia loro ben diversa o contraria ec.
(25.
Sett. 1823.)
L’uomo
tanto può fare e patire quanto egli è assuefatto di fare e di patire (o che l’assuefazione
continui, o che quantunque passata, ne restino gli effetti totalmente o in
parte), niente più niente meno.
(26. Sett. 1823.)
Tutti
hanno provato il piacere, o lo proveranno, ma niuno lo prova. Tutti hanno
goduto o godranno, ma niuno gode. Questo pensiero spetta a quelli sopra il non
darsi piacere se non futuro o passato.
(26.
Sett. 1823.)
Alla
p.3141. marg. Ho detto che Argante, Solimano e Clorinda sono i soli Eroi degl’infedeli.
Perocchè d’Altamoro e degli altri dell’esercito egizio, che non vengono, si può
dire, in iscena prima dell’ultimo canto (si nominano nel 17° e nel 19° ma nulla
operano) non pare che sia da tener conto, e l’interesse per loro non ha tempo
di nascere perchè troppo poco conversano coi lettori, oltre che il Tasso li fa
molto più barbari ancora e salvatichi, disumani ed odiosi di Argante e di
Solimano, e più empi, dispregiatori degli uomini e degli Dei e d’ogni
religione ec. Eroi Cristiani che soprassalgano, non v’ha nella Gerusalemme,
oltre Goffredo, che Raimondo, Tancredi e Rinaldo. Ma questi sono ottimamente
variati tra loro, e gli ultimi due squisitamente nuancés a rispetto l’uno
dell’altro. E la superiorità di Goffredo e di Rinaldo è ben decisa e tale che i
lettori non possono nè dubitarne ciascuno fra se, nè contrastarne fra loro, nè
ricusare al poeta di confessarla; e con tutto questo ella non si nuoce
scambievolmente, nè fa torto neppure a Tancredi o a Raimondo ec. In tutta
questa parte l’equilibrio, l’armonia, la [3526]bilanciata ed armonica e
concertata e concordevole varietà che regnano ne’ caratteri del valore de’
diversi Eroi de’ Cristiani, sono mirabilissime. I quali caratteri erano
sommamente difficili a variare, e però la lor differenza (massime fra Tancredi
e Rinaldo) è piccolissima, ma, quel ch’è maraviglioso, ell’è nel tempo stesso
sensibilissima. Vero è che questa diversificazione l’ha proccurata e ottenuta
il Tasso non tanto col variare le qualità del valore, quanto colla dispensazion
de’ successi e delle imprese, giudiziosissimamente variata e graduata; e coll’altre
circostanze, come della cura del cielo per Rinaldo dimostrata con visioni
spedite e tanti miracoli fatti per produrre il suo ritorno al campo ec. ec.
(26.
Sett. 1823.). V. p.3590.
Sopravvenendo
il pericolo, ridere, diventare allegro fuor dell’uso, o più che il momento
prima non si era, o di malinconico farsi giulivo; divenir loquace essendo
taciturno di natura, o rompere il silenzio fino allora per qualunque ragione
tenuto; scherzare, saltare, cantare, e simili cose, non sono già segni di
coraggio, come si stimano, ma per lo contrario son segni di timore. Perciocchè
dimostrano che l’uomo ha bisogno di distrarsi dall’idea del pericolo, e
particolarmente di scacciarla col darsi ad intendere ch’e’ non sia pericolo, o
non sia grave. E questo è ciò [3527]che l’uomo proccura di fare dando
segni straordinarii d’allegrezza in tali occasioni; ingannar se stesso
dimostrandosi di non aver nulla a temere, perocch’ei fa cose contrarie a quelle
che il timore propriamente e immediatamente suol cagionare. Affine di non
temere, l’uomo proccura di persuadersi ch’ei non teme, ond’ei possa dedurre che
non v’è ragion sufficiente o necessaria di timore. Egli è un effetto molto
ordinario di questa passione il muover l’uomo a cose contrarie a quelle a che
immediatamente ella il moverebbe, ma e quelle e queste sono ugualmente effetti
di vero timore. E quelle sono in gran parte, o sotto un certo aspetto, finte;
queste veraci. Il timore muove l’uomo a far quasi una pantomima appresso se
stesso. Per questo nelle solitudini e fra le tenebre e in luoghi, cammini,
occasioni pericolose o che tali paiono, è uso naturale dell’uomo il cantare,
non tanto ad effetto di figurarsi e fingersi una compagnia, o di farsi compagnia
(come si dice) da se stesso; quanto perchè il cantare par proprio onninamente
di chi non teme: appunto perciò chi teme, canta. (Vedi a tal [3528]proposito
un luogo molto opportuno del Magalotti segnato da me nelle prime carte di
questi pensieri, sul principio, se non erro, del 1819.). Dai medesimi principii
(più che dal bisogno di distrazione) nasce che in un pericolo comune o creduto
tale, e vero o immaginario assolutamente, piace, conforta, rallegra l’udire il
canto degli altri, il vedergli intenti alle lor solite operazioni, l’accorgersi
o il credere ch’essi o non istimino che vi sia pericolo, o nulla per sua
cagione tralascino o mutino del loro ordinario, e di quello che infino allora
facevano o che, senza il pericolo, avrebbero fatto; o che non lo temano, e
sieno intrepidi ec. Il coraggio veduto o creduto negli altri, o l’opinione che
non vi sia pericolo, veduta o creduta in essi, incoraggisce l’individuo che
teme. Nello stesso modo il mostrar di non temere a se stesso è un farsi
coraggio, o col persuadersi che non vi sia pericolo, o col dare a se stesso in
se stesso un esempio di coraggio e di non temere questo pericolo, ancorchè vi
sia. Or chi ha bisogno che gli sia fatto coraggio e di aver nello stesso
pericolo esempi di coraggio, e altrimenti teme, non [3529]è certamente
coraggioso, o in tale occasione non ha coraggio. E chi ha bisogno per non
temere, di credere che non vi sia pericolo, cioè ragion di temere, o di
sminuirsi l’opinion del pericolo, e di credere che questo pericolo, questa
ragione sia piccola, o minore e più leggera ch’ella non è, ed altrimenti teme;
non è coraggioso, perchè niun teme quello ch’ei non crede da temersi, e niun
teme fuori dell’opinion del pericolo, vera o falsa, o ancor menoma ch’ella sia,
o non ragionata, ma quasi istinto e passione (come quella di cui vedi la
p.3518-20. e massime 3519. marg.)
Anche il
dolore degli uomini si consola o si scema col persuadersi che il danno, la
sventura ec. o non sia tale, o sia minore ch’ella non è, o ch’ella non
apparisce, o ch’ella non fu stimata a principio; e forse (eccetto quella
medicina che reca la lunghezza del tempo) il dolore si consola o mitiga più
spesso così che altrimenti. Per questo nelle pubbliche calamità, quando importa
che il popolo sia lieto, o non abbattuto, o men tristo che non sarebbe di
ragione, si proibiscono e tolgono i segni di lutto, e si ordinano e introducono
feste e segni (anche straordinarii) di allegria. [3530]E ciò bene spesso
non tanto come cagioni, quanto appunto come segni di allegria; non tanto a produrla
dirittamente, quanto a dimostrarla; non tanto a divertir gli animi dal dolore e
dalla mestizia, quanto a persuaderli che non ve ne sia ragione, o che questa
sia minore che non è. Nelle pesti o contagi si vieta il sonar le campane a
morto. Nelle sconfitte si cela al popolo il successo, si proibisce ogni segno
di lutto pubblico, si accrescono le feste, si fingono e spargono ancora delle
novelle tutte contrarie al vero e piene di felicità. È proprio del buon
capitano il mostrarsi lieto o indifferente a’ suoi soldati dopo un rovescio
ricevuto, dopo la nuova di un disastro ec. (Queste cose appartengono ancora al
discorso del timore). Così negl’individui. L’afflitto si consola bene spesso o
si rallegra, non tanto colla distrazione, quanto col dar segni a se stesso d’esser
lieto o consolato, col canto, con altri atti ed operazioni d’uomo allegro o
indifferente. Alla prima nuova, o al primo avvedersi in qualunque modo di un
danno, di una sciagura ec., l’animo fa sovente ogni sforzo prima per non creder
il fatto, ancorchè veduto cogli occhi propri, o con altri sensi ec. o per non [3531]credere
che sia sciagura, poi per crederla molto minore ch’ei non è, poi alquanto
minore, passando così più o meno rapidamente di mano in mano e di grado in
grado per questi vani tentativi fino all’intera cognizione e forzata
persuasione della vera grandezza del male, o fino a quell’ultimo tentativo che
riesce, restando l’animo in una persuasione più o manco inferiore al vero.
Chiunque nel pericolo in cui non v’è nulla a fare, comparisce diverso da quel
ch’ei suole, qualunque ei soglia essere, e qual ch’ei divenga, e quanta che sia
questa diversità, non è coraggioso, o in quel caso non ha vero coraggio.
Tornando
al discorso del coraggio, il vero e perfetto coraggio (quando si tratti di un
pericolo dove l’individuo non abbia nulla a fare per ischivarlo o mandarlo a
vuoto) dee tanto esser lontano dal muover l’uomo ad allegria o dimostrazione d’allegria
straordinaria o diversa dalla disposizione in che egli era il momento prima
dell’apprensione del pericolo, quanto dal muoverlo a palpitare, a impallidire,
a tremare, a dolersi, a perdersi d’animo, a cadere in tristezza, a divenir
taciturno o serio contro il suo solito o contro quel ch’egli era il momento
prima, a piangere, e a provar gli altri effetti immediati, e dar gli altri
segni espressi e formali del timore. Com’ei non può produrre gli effetti nè i
segni propri del timore, e deve impedirli, [3532]così ed altrettanto ei
non può produrre e deve impedire gli effetti e i segni che paiono più contrarii
a quelli del timore: dico, in quanto questi effetti e questi segni abbiano
relazione al presente pericolo, e da esso, in quanto proprio pericolo, sieno
occasionati, e non vengano da altre cagioni indifferenti. Ad essere
perfettamente e veramente coraggioso, o a fare una prova particolare di vero e
perfetto coraggio (il quale può essere ed atto ed abito, e quello talora senza
questo), si richiede da una parte conoscere pienamente tutta la vera qualità e
la vera grandezza del pericolo, o esserne pienamente persuaso, vero o creduto
ch’ei sia; dall’altra parte non mutarsi per tale cognizione ovvero opinione e
per tal pericolo, non mutarsi, dico, in nessunissimo conto nè nell’animo, nè
nell’esterno, ma conservare esattamente e veramente lo stato del momento prima,
allegro o malinconico ch’ei fosse, e seguitare, quanto è materialmente
possibile, le stesse operazioni ec. nello stesso modo, in quanto e come si
sarebbero seguitate, se il pericolo o l’opinione [3533]o la cognizione
di esso non fosse sopravvenuta; insomma perseverare e conservarsi, o essere o
divenir per ogni parte tale nel pericolo o nell’opinione o cognizione di esso,
come appunto sarebbe avvenuto se tal pericolo, opinione o cognizione non fosse
in alcun modo sopraggiunta (eccetto solamente quello che le circostanze d’esso
pericolo impediscono materialmente di fare, o in qualunque modo, o per non
accrescerlo: come se in una tempesta di mare lo strepito dell’onde m’impedisce
di dormire; o se in una battaglia navale, io a quell’ora in cui sarei
certamente andato a passeggiare sulla coperta, me ne sto, non toccando a me il
combattere, chiuso nella mia camera, per non espormi inutilmente alle palle).
Tutto ciò dev’essere senz’alcuno sforzo, come è manifesto dagli stessi termini,
perchè altrimenti lo stato dell’individuo non sarebbe onninamente lo stesso
allora che prima, ma ben diverso. E dev’esser naturale e vero (che torna a dir
lo stesso che senza sforzo), sì perchè lo stato non sia cangiato, sì perchè è
proprio sovente del timore, come il muovere all’allegria ec., così ancora il
portar l’individuo a fingersi [3534]a se stesso indifferente, e nulla
mutato nè di fuori nè di dentro da quel di prima; a perseverare con sembianza
di tranquillità nelle stesse azioni, nello stesso stato, e fino nella
malinconia, o nell’apparenza esteriore di essa, nella taciturnità, ed in altre
condizioni spesso occasionate dal timore, se in queste egli si trovava prima
del pericolo. Ciò per farsi coraggio, per persuadersi che non vi sia che temere
ec. nè più nè meno che chi dimostra allegria ec. Questa indifferenza o
dimostrazione d’indifferenza, lungi da essere effetto o segno di coraggio, lo è
anzi di timore. Forse la similitudine può parer vile, ma io non trovo più
naturale immagine di un uomo veramente e perfettamente coraggioso nell’ora del
pericolo, di quella che Pirrone navigando mostrò a’ suoi compagni spaventati
nel tempo di una burrasca; e ciò fu un porco che in un cantone della nave
attendea tranquillamente a mangiar le sue ghiande, mostrando bene all’esterno
che anche il suo stato interiore si era appunto tale quale se la burrasca non
fosse stata. Ma una gran differenza che v’ha tra questa similitudine e il
nostro caso, si è che quell’animale [3535]non conosceva punto il suo
pericolo, dovechè l’uomo coraggioso dee pienamente comprenderlo e
giustissimamente stimarlo, senza però curarsene più di quanto facesse quell’animale.
Un
coraggio perfettamente corrispondente a quella idea che fin qui s’è descritta,
com’è il solo che possa chiamarsi perfetto, anzi vero; così anche, senza fallo,
è rarissimo, e forse in verità non se ne trova nè trovò mai nessun esempio
reale fra gli uomini, che fosse con tutte le debite circostanze ec. da noi
supposte ec. Onde si rileva che il vero coraggio tra gli uomini (e gli altri animali
non ne sono capaci) o non esiste, come però si crede, o è di grandissima lunga
più raro che non è creduto.
Quando
poi si tratti di pericolo dove l’uomo ha qualcosa a fare per ischivarlo, per
impedirlo, o per mandarlo a vuoto, per tornarlo in bene, come il nocchiero e i
marinai nella tempesta, il capitano e i soldati nella battaglia; allora la
indifferenza esteriore e l’operar non altrimenti che se il pericolo non fosse,
non è debito del coraggio, anzi all’opposto; ma è bensì debito del coraggio la
perfettissima calma interiore, la quale lasci le facoltà dell’anima pienamente [3536]libere
di attendere a quello che fa bisogno contra il pericolo, senza che alla cura
che si dee porre in combatterlo, si mesca neppure il menomo turbamento per la
dubbiosa aspettativa del successo. E le operazioni esteriori debbono esser così
riposatamente fatte come quelle che si fanno a qualunque altro fine. E in esse
operazioni una certa avventatezza, un ardir temerario, un affrontare il
pericolo più che non bisogna, un prenderne maggior parte che non è duopo, un
accrescere irragionevolmente esso pericolo, un gittarsi via fuor di proposito e
simili azioni, che paiono segni ed effetti di sommo coraggio, sono assai
sovente tutto l’opposto, cioè segni ed effetti del timore, come quell’allegria
di cui s’è parlato di sopra. Perocchè tali atti vengono da un’impazienza, da
una fretta di veder l’esito, cioè d’uscir del pericolo col passargli, per così
dire, per lo mezzo; da una confusione dell’anima, dal non poter tollerare la
calma della riflessione a causa del turbamento che si prova, e ch’essa
riflessione accrescerebbe; dal non essere in istato di considerare come si
dovrebbe, per aver l’animo sossopra; insomma dal [3537]non trovarsi in
pieno riposo di spirito, e libero da ogni passione, come vuole il perfetto
coraggio, ma per lo contrario sentire una passione, la quale preferisce e trova
più facile e tollerabile uno sforzo ancorchè difficile e pericoloso, che una
riposatezza, che le riesce intollerabile e troppo penosa, e non solo difficile
ma impossibile (come ogni passione per natura è incapace di riposatezza e l’esclude
per la sua propria nazione, e spinge all’energico, allo sforzo ec.). E questa
tal passione qual è? e qual può essere? non altro che il timore. Un tal animo è
turbato: dunque non fa prova di perfetto coraggio. Come colui che nel pericolo,
essendo assalito, o dubitando di esserlo, si diffonde in minacce e in bravare
il nemico. Le parole e gli atti di costui dimostrano il coraggio e il non aver
timore alcuno. Ma la sostanza è ch’egli teme assai, e che cerca d’allontanare o
di scemare il pericolo col mostrare di non temerlo. E così il timore produce in
lui le apparenze del coraggio. Or non altrimenti accade nel caso suddetto, dove
il timore produce una specie di disperazione [3538](segno ed effetto di
timore eccessivo, quand’ella non è giusta, e quelli che più facilmente e
grandemente si disperano nel pericolo, e che perciò, dovendo necessariamente
combatterlo, fanno opere di maggior ardire, sono appunto i più timidi: il timore
è per essi, come per tutti gli uomini, più insopportabile e penoso del pericolo
e del danno: essi non si precipitano in questo se non perchè hanno moltissimo
di quello, e per fuggir esso timore) di disperazione, dico, che ha sembianza di
straordinario coraggio, e non è che temerità e cecità di mente prodotta dalla
paura; e così nel caso di chi dimostra allegria ec.
Il
perfetto coraggio ne’ pericoli ch’esigono operazione, ha molti più esempi reali
che l’altro sopra descritto, e non è certamente una pura idea come forse l’altro
lo è. L’uomo che pensa a combattere il pericolo, e che in effetto è occupato
esteriormente a combatterlo, si può dir che non pensa al pericolo, bench’ei
perfettamente l’intenda. Quella cura ed attività esteriore ed interiore è una specie
di potentissima, efficacissima e total distrazione che diverte l’immaginativa [3539]e
l’intelletto dal pensiero, dalla considerazione, dalla contemplazione, per così
dire, e dalla vista di quel pericolo medesimo, a cui ella è tutta intenta di
riparare, ed al qual solo ella è rivolta. Essa occupa tutto l’animo, essa è
cura di provvedere al pericolo; ed occupando tutto l’animo non gli lascia luogo
a considerare il pericolo per se stesso semplicemente. Egli è quasi impossibile
a un uomo o ad un vivente il trovarsi in un gran pericolo, conosciuto e
considerato come tale, e affissandosi in esso col pensiero senza distrazione
alcuna, e pienamente e semplicemente comprendendolo per se stesso, e
considerandone e rappresentandosene sia colla fantasia o anche col solo
intendimento e ragione, tutta la qualità e la grandezza, e il danno che
seguirebbe dal suo tristo esito, e riguardando questo come gran danno
realmente; contuttociò non temere, e restare in perfettissima indifferenza e
calma interiore ed esteriore.
Quel che
ho detto sin qui del coraggio e del timore nel pericolo, cioè nel dubbio del
danno futuro, si applichi proporzionatamente al coraggio e al timore che hanno
luogo nella certezza del danno futuro imminente, o più o men prossimo. E
intendo [3540]di quel danno ch’è subbietto di ciò che propriamente si
chiama timore, e timidità, viltà ec. non di quello ch’è materia solamente di
afflizione, dispiacere, cordoglio, ec. o dubbiosamente o certamente aspettato
ch’ei sia (nel qual caso questo dispiacere suole altresì chiamarsi timore), o
ricevuto o presente ec.
Il
passato discorso spetta ai pericoli (o danni ec.) inevitabili e non dipendenti
dalla volontà de’ rispettivi individui. Il coraggio d’affrontare o cercare i
pericoli volontariamente e potendo a meno, procede per lo più, e principalmente
da natura o abito d’irriflessione o di non riflettere profondamente; ovvero dal
non curare il pericolo, cioè non considerar come male, o come assai piccolo e
spregevol male, il danno che ne potrebbe seguire, (ancorchè tenuto generalmente
grandissimo o sommo dagli uomini), il che viene a esser quanto non riguardare
il pericolo come pericolo, o dal non credere che questo danno ne possa o debba
facilmente o in niun modo seguire, il che torna il medesimo. Questo coraggio non
ha che far colla idea del perfetto coraggio da noi proposta, il quale impedisce
di temere il pericolo o il danno 1° riguardato com’effettivo danno e pericolo,
2° perfettamente conosciuto, compreso e considerato. Queste condizioni sono
essenziali al perfetto, anzi al vero e proprio coraggio; e quel che n’è senza,
o non è propriamente coraggio, o imperfetto ec.
(26-7. Sett. 1823.)
[3541]Ho discorso altrove del verbo periclitor
mostrando ch’egli è continuativo di un antico periculor, fatto dal
participio di questo, cioè da periculatus contratto in periclatus
come periculum in periclum, e mutata l’a in i
secondo la solita regola, come in mussito da mussatus. Ora vedi
appunto tal participio periculatus nel Forcellini in essa voce. E nóta
ch’ei dimostra il detto verbo periculor, perocchè dice periculatus
sum, tempo perfetto di periculor come periclitatus sum di periclitor.
(27. Sett. 1823.)
Altrove
ho notato e raccolto parecchie metafore delle voci caput, capo ec.
Aggiungi Aristot. Polit. lib.2. ediz. Flor. 1576. p.159. fine katŒ kefal®n per testa, a testa, cioè per
uno, per ciascuno, ciascuno, singuli. E v. la Crusca in Testa. ec.
(27.
Sett. 1823.)
Monosillabi
latini. Pes, spes, dies,
nox, fax, nix, res. Nótisi che questi e tutti gli altri monosillabi da me raccolti, sono
radici (anche rex, lex ec. come ho mostrato). E che i nomi greci
corrispondenti, bene spesso, oltre al non essere monosillabi, non sono radici:
come ´liow (lat. sol monosillabo) si deriva da ‘lw [3542]ec. ec. e pr�xma (res) viene da pr‹ssv indubitabilmente. Ed essendo verisimile che i nomi delle cose più
necessarie e frequenti a nominarsi, più materiali ec., delle cose che sembrano
dover essere state le prime nominate ec. (come sono, almeno in gran parte,
quelle significate ne’ monosillabi latini da me raccolti ec.) fossero radici,
non meno che monosillabi; par che ne segua che in greco, ove tali nomi non sono
radici, essi non siano i nomi primitivi greci delle dette cose, e che questi
sieno perduti, e che il latino all’incontro gli abbia conservati; e così si
confermi la maggior conservazione dell’antichità nel latino che nel greco. E
probabilmente i detti nomi latini saranno stati una volta anche greci, e
saranno venuti da quella lingua onde il greco e il latino scaturirono, ma il
latino gli avrà sempre conservati, sino a trasmettergli alle lingue oggi
viventi, e nel greco si saranno poi perduti o disusati ec. ec.
(27.
Sett. 1823.)
Verbi
in uare. Perpetuo as da perpetuus. (28. Sett. Domenica. 1823.). Continuo
as, Obliquo as. V. p.3571.
Continuativo
o frequentativo. Perpetuito as da perpetuo asperpetuatus. Vedi
Forcell. in Perpetuitassint. [3543]Se già questa voce non fosse
fatta (che nol credo) da perpetuitas, come forse necessitare
ital. ec. da necessitas, di che ho detto altrove.
(28. Sett. 1823.)
Tonsito
as da tondeo-tonsus,
frequentativo. Il continuativo l’abbiamo noi; tosare (quasi tonsare).
V. il Gloss. ec.
(28.
Sett. Domenica. 1823.)
Nella
Bibbia bisogna considerare l’immaginazione orientale e l’immaginazione
antichissima, (anzi di un popolo quasi primitivo affatto ne’ costumi ec. e
certo la più antica immaginazione che si conosca oggidì). Ben attese e pesate e
valutate quanto si deve queste due qualità che nella Scrittura si congiungono,
niuno più si farà maraviglia della straordinaria forza ch’apparisce ne’ Salmi,
ne’ cantici, nel Cantico, ne’ Profeti, nelle parti e nell’espressioni poetiche
della Bibbia, alla qual forza basterebbe forse una sola di dette qualità. E
veggansi le poesie orientali anche non antichissime, le sascrite antichissime
ma de’ tempi civili dell’India.
(28.
Sett. 1823. Domenica.)
Intorno
allo spagn. pintar ho detto altrove che il primitivo e regolare
participio di pingo, tingo e simili, fu pingitus, tingitus ec.?
Poi pinctus, tinctus ec., poi pinctus, (e quindi pintar,
quasi pinctare); [3544]e in questo 3° stato molti di tali
participii rimasero, come tinctus, cinctus ec. Molti altri passarono a
un quarto stato, ove si fermarono, come pictus, fictus ec. Ma noi li
conserviamo per lo più nel 3° stato: pinto, finto. franc. peint,
feint. Abbiamo anche pitto, fitto, ma antichi o poetici ec. Lo
spagnuolo (regolarissimo ne’ participii passivi sopra ogni altra sorella, e
sopra la stessa latina ec. nel modo che altrove ho detto)
conserva il primitivo fingitus in fingido.
(28.
Sett. 1823.)
Alla
p.3341. Vedi a questo proposito Fabric. B. Lat. ed Ven. t.1. p.76. princip. l.
I c.6. de Corn. Nep. §.3. fine. E nótisi che Catullo, come di stil familiare,
inclina ai modernismi nella sua latinità.
(28.
Sett. 1823.). V. p.3584.
Alla p.3496.
Platone nel cit. luogo non par che supponga i démoni un composto d’uomo e Dio,
bensì un genere intermedio tra questo e quello, che serviva, com’egli
espressam. dice, di gradazione, e a riempiere il vôto che sarebbe stato nella
serie degli ésseri, tra il divino e l’umano genere. Pareva dunque agli antichi
anche filosofi profondi che tra questi due generi, tra l’uomo e il Dio, avesse
luogo ottimamente la gradazione, niente manco che tra [3545]specie e
specie d’animali, tra il regno animale il vegetabile ec. Ed erano così lontani
dal credere, come oggi si fa, che la distanza fra l’umano e ‘l divino fosse
infinita, e infiniti, o molto numerosi, i gradi intermedi; che anzi egli
stimavano che un solo anello s’intrapponesse nella catena fra’ sopraddetti due,
e bastasse a congiungerli o continuarli, e che dall’uomo al Dio un solo grado
passasse, due soli gradi s’avesse a montare, e la serie nonpertanto fosse
continua. Aggiungi gli amori degli Dei verso le mortali e delle Dee verso i
mortali (tanto gli antichi stimavano la bellezza umana), e il congiungersi di
quelli o di queste con quelle o con questi (come se il divino e l’umano non
fossero pur due specie assai prossime, ma appresso a poco una stessa, così
diversa, come in molte specie d’animali vi sono delle sottospecie, altre più
forti, belle, maggiori ec. altre meno), e il generarsi o partorirsi figliuoli
mortali dagli Dei e dalle Dee, mortali affatto, o semidei, come Bacco. ec.
(28.
Sett. 1823.)
Il più
deciso effetto, e quasi la somma degli effetti che produce in un uomo di raro
ed elevato spirito la cognizione e l’esperienza degli uomini, si è il renderlo
indulgentissimo verso qualunque maggiore e più eccessiva debolezza, piccolezza,
sciocchezza, ignoranza, stoltezza, malvagità, vizio e difetto altrui, naturale
o acquisito; laddove egli era verso queste cose severissimo prima di tal
cognizione; e il renderlo facilissimo ad apprezzare e lodare le menome virtù e
i piccolissimi pregi, che innanzi alla detta esperienza ei soleva dispregiare,
non curare, stimare indegni di lode, e quasi confondere o non distinguere dalle
[3546]imperfezioni; insomma il renderlo facilissimo e solito a stimare,
e difficilissimo, insolito, anzi quasi dimentico del dispregiare e del non
curare, tutto all’opposto di quel ch’egli era per lo innanzi. Tanto poco
vagliono gli uomini. E da ciò si può dedurre e far esatto giudizio quanto sia
il valor vero e la virtù vera degli uomini.
(28.
Sett. 1823.). V. p.3720.
In una
città piccola, massime dove sia poca conversazione, non essendo determinato il
tuono della società, (neppur un tuono proprio particolarmente d’essa città,
qual sempre sarebbe in una città piccola, quando veggiamo che anche le grandi
hanno sempre notabilissime nuances di tuono lor proprio, e differenze da
quello dell’altre, anche dentro una stessa nazione) ciascun fa tuono da se, e
la maniera di ciascuno, qual ch’ella sia, è tollerata e giudicata per buona e
conveniente. Così a proporzione in una nazione, dove non v’abbia se non
pochissima società, come in Italia. Il tuono sociale di questa nazione non
esiste: ciascuno ha il suo. Infatti non v’è tuono di società che possa dirsi
italiano. Ciascuno italiano ha la sua maniera di conversare, o naturale, o
imparata dagli stranieri, o comunque acquistata. Laddove in una nazione socievole,
e così a proporzione in una città grande, non è, non solo stimato, ma neppur
tollerato, chi non si [3547]conforma alla maniera comune di trattare, e
chi non ha il tuono degli altri, perchè questa maniera comune esiste, e il
tuono di società è determinato, più o meno strettamente, e non è lecito uscirne
senza esser messo, nella società ec., fuor della legge, e considerato come da
men degli altri, perchè dagli altri diverso, diverso dai più.
(28.
Sett. 1823.)
Circa la
radice monosillaba di jungo da me notata altrove in con-iux o con-iunx
ec. aggiungi bi-iux o bi-iunx, il quale io credo che sia il vero
nominativo del genitivo biiugis, e non, come scrive il Forcell., biiugis
biiuge. Ben credo che il detto nominativo non si trovi, ma neanche, io
credo, questo secondo, e quello mi par più conforme all’analogia di coniux
ec. Dicesi ancora biiugus a um.
(29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo.
1823.)
Radice
monosillaba di capio, come altrove ec. For-ceps.
Di facio For-fex.
(29.
Sett. 1823.)
Scambio
del g e del v di cui altrove. [3548]Parvolo, parvulo,
parvulino (vera pronunzia, da parvulus, e nondimeno disusata). - Pargolo
(antico), pargoletto, pargoleggiare ec. (moderni ed usati).
(29.
Sett. 1823.)
Insetare (che noi volgarmente ma più
correttamente diciamo insitare, e forse così tutti fuor di Toscana, come
anche diciamo insito per innesto) è continuativo di insero-insevi-insitus
(diverso da insero erui ertum); e ben s’ingannerebbe chi lo facesse tutt’uno
coll’altro insetare (da seta) come par che faccia la Crusca. Il
franc. enter forse ha la stessa origine, se non è fatto dal nome ente.
Gli spagnuoli hanno in questo significato il verbo originale enxerir (insero,
insitum o ertum), come ancor noi l’abbiamo oltre al sopraddetto, ma
tra noi è tutto poetico, cioè introdotto da’ poeti, e da loro usato; benchè da
essi pigliandolo, anche in prosa ben l’useremmo.
(29.
Sett. 1823.)
Il fine
del poeta epico (e simili, e in quanto gli altri gli son simili), non dev’esser
già di narrare, ma di descrivere, di commuovere, di destare [3549]immagini
e affetti, di elevar l’animo, di riscaldarlo, di correggere i costumi, d’infiammare
alla virtù, alla gloria, all’amor della patria, di lodare, di riprendere, di
accender l’emulazione, di esaltare i pregi della propria nazione, de’ propri
avi, degli eroi domestici ec. Tutti questi o parte di questi hanno da essere i
veri e proprii fini del poeta epico, non il narrare; ma il poeta epico dee però
fare in modo che apparisca il suo vero e proprio, o certo principal fine, non
esser altro che il narrare. Appena merita il nome di poesia un poema il quale
in verità non faccia altro che raccontare, cioè non produca altro effetto che
di stuzzicare e pascere la semplice curiosità del lettore, ossia coll’intreccio
bene intrigato e avviluppato, ossia con qualunque mezzo. Queste sono piuttosto
novelle che poesie, per quanto l’azione raccontata potesse esser nobile sublime
interessante ec. (Di questa specie sono l’Orlando innamorato, il Ricciardetto e
simili). E possono ben essere di questa natura anche i poemi tessuti o sparsi d’invenzioni
capricciose e di favole ec. come i veri poemi. Anche favoleggiando [3550]sempre
o quasi sempre, un poema può non far veramente altro che raccontare. Questi
tali non sono poemi perchè il poeta ha veramente e principalmente per fine quel
ch’ei non dee senon far vista di avere, cioè il narrare. Ma per lo contrario i
poemi pieni di lunghe descrizioni, di dissertazioni e declamazioni morali,
politiche ec., di sentenze, di elogi, di biasimi, di esortazioni, di dissuasioni
ec. in persona del poeta ec. e di simili cose, non sono poemi epici ec. perchè
il poeta mostra veramente di avere per principali fini, quei ch’e’ non deve se
non avere senza mostrarlo.
(29
Sett. 1823.). V. p.3552.
Alla
p.2861. fine. Questa proposizione corrisponde a quell’altra da me in più luoghi
esposta, che il piacere è sempre o passato o futuro, non mai presente, e che
quindi non v’ha momento alcuno di piacer vero, benchè possa parere. Così non v’ha
nè vi può aver momento alcuno senza vero patimento, benchè possa parer che ve n’abbia
(perocchè il patimento venendo a essere perpetuo, il vivente ci si avvezza per
modo insin da’ primi istanti del vivere, che pargli di non sentirlo, e di non
avvedersene). [3551]Anzi questa seconda proposizione è necessaria
conseguenza della prima, e quasi la medesima diversamente enunziata. Perocchè
dove non v’ha piacere, quivi ha patimento, perchè v’ha desiderio non
soddisfatto di piacere, e il desiderio non soddisfatto è pena. Nè v’ha stato
intermedio, come si crede, tra il soffrire e il godere; perchè il vivente
desiderando sempre per necessità di natura il piacere, e desiderandolo perciò
appunto ch’ei vive, quando e’ non gode, ei soffre. E non godendo mai, nè mai
potendo veramente godere, resta ch’ei sempre soffra, mentre ch’ei vive, in
quanto ei sente la vita: chè quando ei non la sente, non soffre; come nel
sonno, nel letargo ec. Ma in questi casi ei non soffre perchè la vita non gli è
sensibile, e perchè in certo modo ei non vive. Nè altrimenti ei può cessare o
intermettere di soffrire, che o cessando veramente di vivere, o non sentendo la
vita, ch’è quasi come intermetterla, e lasciare per un certo intervallo di
esser vivente. In questi soli casi il vivente può non soffrire. Vivendo e
sentendo di vivere, ei nol può mai; e ciò per propria essenza sua e della vita,
e [3552]perciò appunto ch’egli è vivente, ed in quanto egli è tale, come
nella mia teoria del piacere ec.?
(29.
Sett. Festa di San Michele Arcangelo. 1823.)
Alla
p.3550. Il narrare non dev’essere al poeta epico che un pretesto, la persona di
narratore non dev’essere a lui che una maschera, come al didascalico la persona
d’insegnatore. Ma questo pretesto, questa maschera ei deve sempre perfettamente
conservarlo, ed esattamente (quanto all’apparenza e come al di fuori)
rappresentarla, in modo ch’ei sembri sempre essere narratore e non altro. E
così fecero tutti i grandi, incluso Dante che non è epico, ma il cui soggetto è
narrativo, sebben ei dà forse troppo talvolta in dissertazioni e declamazioni
ma torno a dire, il suo poema non è epico, ed è misto di narrativo e di
dottrinale, morale ec.
(29.
Sett. dì di S. Mich. Arcang. 1823.)
Alla
p.3388. Il vino (ed anche il tabacco e simili cose) e tutto ciò che produce uno
straordinario vigore o del corpo tutto o della testa, non pur giova all’immaginazione,
ma eziandio all’intelletto, ed all’ingegno generalmente, alla facoltà di
ragionare, di pensare, e di trovar delle verità ragionando (come ho provato più
volte per esperienza), all’inventiva ec. Alle volte per lo contrario giova sì
all’immaginazione, sì all’intelletto, alla mobilità del pensiero e della mente,
alla fecondità, alla copia, alla facilità e prontezza dello spirito, del
parlare, del ritrovare, del raziocinare, del comporre, alla prontezza della
memoria, alla facilità di tirare le conseguenze, di conoscere i rapporti ec.
ec. una certa debolezza di corpo, di nervi ec. [3553]una rilasciatezza
non ordinaria ec. come ho pure osservato in me stesso più volte. Altre volte
all’opposto.
Le
passioni che son cose indipendenti dalle idee, giovano pure assai volte, non
solo all’immaginazione, ma eziandio all’ingegno in genere, alla ragione ec.
perocchè negli accessi di passione si scuoprono non di rado, anche da’ piccoli
o non esercitati o non riflessivi ingegni, delle verità così grandi come
solide, secondo che ho detto altrove biasimando l’uso della nuda ragione o
facoltà dialettica e ragionatrice nella filosofia, proprio de’ tedeschi ec. E
per lo contrario le passioni mille volte nocciono, impediscono, offuscano,
indeboliscono ec. ec. sì l’immaginazione, sì la facoltà ragionatrice, sì l’ingegno
in genere, la memoria ec. come ognun sa ec. Così ancora il vino e le cose dette
di sopra. ec. (29. Sett. dì di S. Michele Arcangelo. 1823.).
Ho
notato altrove che la debolezza per se stessa è cosa amabile, quando non
ripugni alla natura del subbietto in ch’ella si trova, o piuttosto al modo in
che noi siamo soliti di vedere e considerare la rispettiva specie di subbietti;
o ripugnando, non distrugga però la sostanza d’essa natura, e non ripugni più
che tanto: [3554]insomma quando o convenga al subbietto, secondo l’idea
che noi della perfezione di questo ci formiamo, e concordi colle altre qualità
d’esso subbietto, secondo la stessa idea (come ne’ fanciulli e nelle donne); o
non convenendo, nè concordando, non distrugga però l’aspetto della convenienza
nella nostra idea, ma resti dentro i termini di quella sconvenienza che si
chiama grazia (secondo la mia teoria della grazia), come può esser negli
uomini, o nelle donne in caso ch’ecceda la proporzione ordinaria, ec. La
debolezza ordinariamente piace ed è amabile e bella nel bello. Nondimeno può
piacere ed esser bella ed amabile anche nel brutto, non in quanto nel brutto,
ma in quanto debolezza, (e talor lo è) purch’essa medesima non sia la cagione
della bruttezza nè in tutto nè in parte. Ora l’esser la debolezza per se
stessa, e s’altro fuor di lei non si oppone, naturalmente amabile, è una
squisita provvidenza della natura, la quale avendo posto in ciascuna creatura l’amor
proprio in cima d’ogni altra disposizione, ed essendo, come altrove ho
mostrato, una necessaria e propria conseguenza dell’amor proprio in ciascuna
creatura l’odio delle altre, ne seguirebbe che le creature deboli fossero
troppo sovente la vittima delle forti. Ma la debolezza essendo naturalmente
amabile e dilettevole altrui per se stessa, fa che altri ami il subbietto in ch’ella
si trova, e l’ami per amor proprio, cioè perchè da esso riceve diletto. Senza
ciò i fanciulli, [3555]massime dove non vi fossero leggi sociali che
tenessero a freno il naturale egoismo degl’individui, sarebbero tuttogiorno écrasés
dagli adulti, le donne dagli uomini, e così discorrendo. Laddove anche il
selvaggio mirando un fanciullo prova un certo piacere, e quindi un certo amore;
e così l’uomo civile non ha bisogno delle leggi per contenersi di por le mani
addosso a un fanciullo, benchè i fanciulli sieno per natura esigenti ed
incomodi, ed in quanto sono (altresì per natura) apertissimamente egoisti,
offendano l’egoismo degli altri più che non fanno gli adulti, e quindi siano
per questa parte naturalmente odiosissimi (sì a coetanei, sì agli altri). Ma il
fanciullo è difeso per se stesso dall’aspetto della sua debolezza, che reca un
certo piacere a mirarla, e quindi ispira naturalmente (parlando in genere) un
certo amore verso di lui, perchè l’amor proprio degli altri trova in lui del
piacere. E ciò, non ostante che la stessa sua debolezza, rendendolo assai
bisognoso degli altri, sia cagione essa medesima di noia e di pena agli altri,
che debbono provvedere in qualche modo a’ suoi bisogni, e lo renda per natura
molto esigente ec. Similmente discorrasi [3556]delle donne, nelle quali
indipendentemente dall’altre qualità, la stessa debolezza è amabile perchè reca
piacere ec. Così di certi animaletti o animali (come la pecora, i cagnuolini,
gli agnelli, gli uccellini ec. ec.) in cui l’aspetto della lor debolezza
rispettivamente a noi, in luogo d’invitarci ad opprimerli, ci porta a
risparmiarli, a curarli, ad amarli, perchè ci riesce piacevole ec. E si può
osservare che tale ella riesce anche ad altri animali di specie diversa, che
perciò gli risparmiano e mostrano talora di compiacersene e di amarli ec. Così
i piccoli degli animali non deboli quando son maturi, sono risparmiati ec.
dagli animali maturi della stessa specie (ancorchè non sieno lor genitori), ed
eziandio d’altre specie (eccetto se non ci hanno qualche nimicizia naturale, o
se per natura non sono portati a farsene cibo ec.); ed apparisce in essi
animali una certa o amorevolezza o compiacenza verso questi piccoli. Similmente
negli uomini verso i piccoll degli animali che cresciuti non son deboli. E di
questa compiacenza non n’è solamente cagione la piccolezza per se (ch’è
sorgente di grazia, come ho detto altrove), nè la sola sveltezza che in questi
piccoli suole apparire (siccome ancora nelle specie piccole di animali) e che è
cagion di piacere per la vitalità che manifesta e la vivacità ec. secondo il
detto altrove da me sull’amor della vita, onde segue quello del vivo ec. ma v’ha
la [3557]sua parte eziandio la debolezza.
(29-30. Sett. 1823.). v. p.3765.
Untare,
untar (spagn.) da ungo-unctus.
Unctito dal medesimo. Urtare, heurter (franc.) da un urtus partic.
di urgeo, oda un ursus mutato in urtus, come falsus
in faltus ec. vedi la p.3488. e quella a che essa si riferisce.
(30. Sett. 1823.)
Alla
p.2984. Anche il nostro vieto è il positivo vetus. E la doppia
terminazione francese vieil vieux forse non ha altra origine che l’esser
questi originalmente due nomi diversi, l’uno positivo, l’altro diminutivo. Ai
diminutivi latini usati positivamente nello stesso fior della latinità,
aggiungi oculus, e vedi quello che altrove ne ho detto in proposito
della voce russa oco, citando l’Hager. (30. Sett. 1823.). Noi ancora
diciamo veglio, vegliardo ec. voci antiche, ora poetiche, o da vieil,
e d’origine provenzale ec. o da veculus dirittamente, come periglio
da periculum del che vedi la pag.3515 fine e marg.
Alla
p.3341. princ. Dire p.e. livre deux, chapitre dix e simili, sembra
veramente esser uso de’ francesi più familiare che letterario. Trovo così
scritto a lettere in libri modernissimi, ma di niun’autorità. In libri alquanto
più antichi ma ben autorevoli, trovo p.e. chapitre dixième ec.
(30.
Sett. 1823.). V. p.3560.
[3558]Alla p.3003. mezzo. Su-spicio,
il quale materialmente non si può dire se sia formato da sub, o da sursum
(quando s’ammettesse questa seconda sorta di formazione), vale certamente guardare
di sotto in su, perchè guardare in alto non è nè si può fare
altrimenti che guardando di sotto in su. Or così dite degli altri tali composti
pretesi di sursum. Fra’ quali i grammatici ripongono certamente ancor
questo, e ciò perchè sursum significa in alto, in su. Ora
osservino i suoi derivati suspicor, suspicio onis, ec. anzi pur lo
stesso suspicere e suspectare quando significano sospettare,
e mi dicano se possono esser composti della voce sursum. E mi neghino
che non sieno composti della prep. sub, come nè più nè meno il greco
corrispondente êpopteæv ec. da ôpteæv (inusit.) specio, inspicio, inspecto ec. êpñptomai
suspicor. (30. Sett. 1823.). I quali
vocaboli esprimono il guardar sott’occhio ec. che fa chi sospetta, il
guardare con diffidenza ec. e tutta la forza e proprietà della metafora, e la
ragione per cui spicio in questi composti significa il sospettare, e la
proprietà di tali voci ec. sta nella prepos. sub.
(30.
Sett. 1823.)
Dalle
cose altrove dette (nel principio della [3559]teoria de’ continuativi)
intorno al verbo aspettare si può dedurre con verisimiglianza che nel
volgare latino aspecto as avesse il significato che ha oggi in italiano,
come l’ebbe in lat. expecto; massime considerando il corrispondente
greco prow-dok‹v che letteralmente si renderebbe
appunto ad-spectare, e lo spagnolo a-guardar ec. Attendere
attendre per aspettare, è traslazione fatta appunto nello stesso
modo, cioè dalla significazione di osservare a quella di aspettare
(e notate anche in attendere la preposizione ad in conferma della
sopraddetta congettura); siccome all’incontro può vedersi nel Forcell. un
esempio di Tacito, dove aspectare è preso per attendo is (il che
potrebbe anche in certo modo confermare la stessa congettura). I quali dati
possono farci ancora congetturare che attendere nel significato d’aspettare
ch’egli ha nelle due lingue figlie italiano e francese abbia la sua origine nel
volgare latino ec. V. il Gloss. in aspectare, attendere ec. se ha nulla.
(30.
Sett. 1823.)
Alla p.3401.
La lingua francese quanto all’origine (non quanto all’indole, veggasi la
p.2989. e altre) forma una famiglia colla greca, latina italiana spagnuola [3560]ma
la letteratura francese appartiene ad un’altra famiglia, e le quattro
letterature suddette formano una famiglia da se (aggiunta la portoghese ch’io
comprendo ed intendo sotto la spagnuola). E questo non è contraddizione, come
sarebbe, secondo i nostri principii, se la lingua francese appartenesse alla
famiglia dell’altre quattro anche quanto all’indole. Laddove quanto all’indole,
anche la lingua de’ moderni francesi appartiene a una famiglia diversa (ch’ella
forma, si può dir, da se sola se non quanto ella, come la sua letteratura, ha
corrotte e va corrompendo parecchie altre lingue, e letterature, e ad alcune
che ancor non hanno carattere, come la russa, la svedese, olandese ec. ha
impresso o imprime il suo, più o meno durevolmente ec.), e l’altre quattro
suddette, formano una famiglia a parte.
(30.
Sett. 1823.)
Alla
p.3557. fine. Del resto l’uso de’ nomi ordinali de’ numeri in vece de’
cardinali è anche comune in parte agl’italiani, sì nel discorso familiare (come
l’anno mille, il reggimento quattro ec. ec.) sì nella scrittura anche elegante.
V. fra gli altri lo Speroni nel Discorso o lettera del tempo del partorire
delle Donne, che tiene il terzo luogo tra’ suoi Dialoghi, Ven. 1596. p.49.
lin.16. paragonata colle superiori, p.50. lin.23. 24. p.51. lin.24. p.52.
lin.1.7.9. 10. 18.22. p.56. lin.3. e altrove.
(30.
Sett. 1823.)
Francesismo
ed italianismo (fors’anche spagnolismo) [3561]del genitivo plurale
invece dell’accusativo del medesimo numero, appresso Aristot. Polit. l.3. ed.
Flor. ap. Iunt. 1576. p.209. mezzo, e veggasi quivi il commento di Pier
Vettori. (30. Sett. 1823.). Noi ed i francesi usiamo il genit. plur. anche in
vece del nominativo plurale. Anche in caso terzo ec. a di molti, con di
molti, à des femmes ec.
Alla
p.3413. Infatti la scrittura dello Speroni è tutta sparsa e talor quasi
tessuta, non pur di vocaboli, o d’usi metaforici ec. di parole, tutti propri di
Dante e di Petrarca, ma di frasi intere e d’interi emistichi di questi poeti,
dall’autore dissimulatamente appropriatisi e convertiti all’uso della sua
prosa. Nè tali voci, frasi ec. riescono in lui punto poetiche, ma convenientissimamente
prosaiche. Altrettanto fanno più o meno molti altri autori del cinquecento,
massime i più eleganti, ma lo Speroni singolarmente. Or andate e ditemi che
altrettanto potessero fare, non pur i prosatori greci con Omero, o altro lor
poeta, ma i latini con Virgilio ec. benchè il latino non abbia linguaggio
poetico distinto. Che vuol dir ciò dunque, se non che il linguaggio di Dante e
Petrarca era poco o nulla distinto da quel della prosa? Onde i prosatori
potevano farne lor pro, anche a sazietà, senza dar nel poetico. Le voci e frasi
e significati più poetici ed eleganti di Petrarca Dante ec. tengono come un
luogo di mezzo tra il prosaico e il poetico, onde in una prosa alta, com’è
quella dello Speroni, ci stanno naturalissimamente. P.e. talento in quel
significato Che la ragion sommettono al talento. Non si sa ben dire se
sia più del verso che della prosa. Vedilo benissimo usato dallo Speroni ne’
Diall. Ven. 1596. p.69. fine. Altri, e non pochi, prosatori del 500, siccome
nel 300 il Boccaccio, davano nel poetico sconveniente [3562]alla prosa,
adoperando a ribocco e senza giudizio le voci, le significazioni, le metafore,
le frasi, gli ornamenti, l’epitetare ec. sì di Dante e Petrarca sì de’ poeti
del 500. stesso. E ciò per la medesima ragione per cui i detti poeti
adoperavano le frasi e voci ec. della prosa, come a pagg.3414. segg. Ciò era
perchè i termini fra il linguaggio della poesia e della prosa non erano ancora
ben stabiliti nella nostra lingua. Onde come noi non avevamo ancora un
linguaggio propriamente poetico bene stabilito e determinato, (p.3414.3416.),
così nè anche un linguaggio prosaico. Nella stessa guisa (ma però molto meno)
che i francesi non hanno quasi altra prosa che poetica, perchè appunto non
hanno lingua propriamente poetica, distinta e determinata, e assegnata senza
controversia alla poesia (veggansi le p.3404-5.3420-1. 3429. e il pensiero
seguente). Nessun buon autore del seicento, del sette e dell’ottocento dà nel
poetico come molti buoni e classici del 500 (non ostante nel 600 la gran
peste dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il
metaforico, lo straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il
fantastico, l’immaginoso, l’ingegnoso; e consistente in queste qualità ec.
peste [3563]che nel 500 ancor non regnava, eppur tanto regnava il
florido e il poetico nella prosa, quanto non mai nelle buone e classiche prose
del 600: segno che quel vizio nel 500. veniva da altra cagione, e ciò era
quella che si è detta). Nessuno oggi (nè nei due ultimi secoli) per poco che
abbia, non pur di giudizio, ma sol di pratica nelle buone lettere sarebbe
capace di peccare, scrivendo in prosa, per poeticità di stile e linguaggio,
altrettanto quanto nell’ottimo ed aureo secolo del 500. (mentre il nostro è
ferreo) peccavano gli ottimi ingegni nelle classiche prose, sì nel linguaggio,
sì nello stile, che quello si tira dietro (p.3429. fine). E come ho detto a
pagg.3417-9. che il linguaggio propriamente poetico in Italia non fu pienamente
determinato, stabilito, e distinto e separato dal prosaico, se non dopo il
cinquecento, e massime in questo e nella fine dell’ultimo secolo; così si deve
dire del linguaggio prosaico, quanto all’essere così esattamente determinato ch’ei
non possa mai confondersi col poetico, nè dar nel poetico senza biasimo ec. Il
che non ha potuto perfettamente essere finchè i termini fra questi due
linguaggi non sono stati fermamente posti, e chiaramente precisamente [3564]incontrovertibilmente
segnati, tirati, descritti. Onde il linguaggio perfettamente proprio e
particolare della prosa, e il perfettamente proprio e particolare della poesia
sono dovuti venire in essere a un medesimo tempo, e non prima l’uno che l’altro
(o non prima esser perfetto ec. ec. l’uno che l’altro, e crescer del pari
quanto alla loro prosaicità e poeticità); perchè ciascun de’ due è rispettivo
all’altro ec. ec.
(30.
Sett. 1823.)
Alla
p.2911. marg. La lingua ebraica è poetica ancor nella prosa, per quella sua
estrema povertà, della quale altrove ho ragionato, mostrando come in ciascuna sua
parola cento significati si debbano accozzare e si accozzino, conforme accadde
a principio in ciascheduna lingua, finchè col variare o per inflessione, o per
derivazione, o per composizione, o con altra modificazione le poche radici a
seconda de’ loro vari significati, si venne d’una sola parola a farne
moltissime, e di poche, infinite; per modo che ciascun significato de’ tanti
che dapprima erano riuniti in un solo vocabolo, non per esser trasportato ad
altra parola, ma come per suddivisione o emanazione o altra varia modificazione
di [3565]quello stesso primo vocabolo, ebbe una parola per se, o con
poca e discreta compagnia d’altri significati.
Or
dunque non potendo quasi la prosa ebraica usar parola che non formicolasse di
significazioni, essa doveva necessariamente riuscir poetica e per la
moltiplicità delle idee che doveva risvegliare ciascuna parola, (cosa
poetichissima, come altrove ho detto);e perchè essa parola non poteva dare ad
intendere il concetto del prosatore se non in modo vago e indeterminato e
generale come si fa nella poesia; e perchè quasi tutte le cose, eccetto
pochissime si dovevano esprimere con voci improprie e traslate (ch’è il modo
poetico); cosa che in tutte le lingue intravviene, rigorosamente parlando, ma
non si sente, se non alcune volte, la traslazione, perchè l’uso l’ha
trasformata, quasi o del tutto, in proprietà; laddove ciò non poteva aver fatto
nella lingua ebraica, la qual se toglieva a una parola il significato proprio
in modo che il traslato divenisse padrone e paresse proprio esso, al vero
proprio che cosa poteva restare in tanta povertà? [3566]sentivasi dunque
sempre, anche nella prosa ebraica, la traslazione, perchè la voce, insieme co’
sensi traslati, riteneva il proprio. Tale pertanto essendo la lingua destinata
alla prosa, necessariamente anche lo stile del prosatore doveva esser poetico,
siccome per la contraria ragione i primitivi poeti latini italiani ec. non
trovando nella lingua voci poetiche, furono necessitati a tenersi in uno stile
che avesse del familiare, come altrove ho detto.
La prosa
ebraica era dunque poetica per difetto e mancamento, e perchè la lingua
scarseggiava di voci. Non così la prosa francese, la qual è per lo più poetica,
mentre la lingua abbonda di voci, come ho detto altrove. Ma essa prosa è
poetica perchè la lingua francese scarseggia, e si può dir, manca di voci
poetiche, cioè di voci antiche ed eleganti propriamente, cioè peregrine ec. E
vedi il pensiero antecedente con quello a cui esso si riferisce. Le voci
ebraiche sono tutte poetiche non appostatamente, nè perchè usate da’ poeti, nè
perchè fatte ad esser poetiche e destinate all’uso della poesia, nè perchè
peregrine o per antichità, o per [3567]traslazione ec. ma per causa
materiale ed estrinseca, e semplicemente perchè son poche. E la lingua ebraica
è tutta poetica materialmente, cioè semplicemente perciocch’è povera. E lo
stile e la prosa ebraica sono poetiche stante la semplice povertà della lingua.
Qualità comune a tutte le lingue ne’ loro principii, insieme colla conseguenza
di tal qualità, cioè insieme coll’esser poetiche. Non intendo però di escludere
le altre ragioni non materiali che certo anch’esse grandemente contribuirono a
render poetica la lingua, stile e prosa ebraica, cioè l’orientalismo e la somma
antichità, del che vedi la pag.3543. E questa seconda condizione influisce
altresì grandemente e produce l’effetto medesimo in ciascun’altra lingua ne’ di
lei principii, in ciascuna lingua che conserva il suo stato primitivo, in
ciascun’altra lingua antichissima ec. Del resto la somma forza e il sommo
ardire che si ammira nelle espressioni della Bibbia, e che si dà per un segno
di divinità, (veggasi la p. citata qui sopra) non proviene in gran parte d’altronde
che da vera impotenza e necessità, cioè da estrema povertà che obbliga a [3568]un
estremo ardire nelle traslazioni e in qualsivoglia applicazione di significati,
a tirar le metafore di lontanissimo ec.
(1 Ottobre, giorno in cui s’intese la creazione
del nuovo Papa. 1823.)
Della
corruzione, degenerazione, snaturamento, deterioramento ec. delle generazioni
degli uomini civili, e degli animali dagli uomini dimesticati, cioè alterati,
snaturati e corrotti, in quanto tal deterioramento viene da cause fisiche, e in
quanto la civiltà dell’uomo ec. opera fisicamente sulla generazione, è da esser
veduto il Discorso o Lettera del tempo del partorire delle donne di Sperone
Speroni, che tiene il 3°. luogo tra’ suoi Dialoghi, Venez. 1596. p.53-54.
principio.
(1.
Ottobre. 1823.)
J
J
,
(prosperitatis.
Victorius)
. Aristot. Polit. l.3.
ed. Flor. Iunt. 1576. p.211.
(1.
Ottobre. 1823.)
A ciò
che ho detto del nostro usare, usar, user continuativo di utor-usus,
aggiungi [3569]il nostro abusare, abusar, abuser, continuativo di
abutor abusus, e v. il Gloss. se ha nulla. Oltre disusare, ausare
o adusare ec.
(1. Ott.
1823.)
Cuso
as continuativo di
cudo-cusus. V. il Forcell. e le cose da me dette in proposito di accuso,
excuso, recuso, incuso e simili.
(1. Ott.
1823.)
Curtare (cortar spagn. accortare,
scortare coll’o stretto, accorciare ec. ital. accourcir ec.
franc.) viene da curtus. Così decurtare ec. Ma curtus che
cos’è? forse un semplice aggettivo? Signor no, ma egli è senza fallo
originariamente un participio (come insinua anche la sua forma materiale e il
modo della sua significazione e del suo uso assolutamente e generalmente
considerato) di un verbo di cui curtare è continuativo. E questo verbo
perduto era un curo o cero o ciro o simile da koureæv o da keÛrv, tondeo, scindo, abscindo. Curtare per tondere
vedilo nell’ultimo esempio del Forcellini; il qual luogo non sarebbe stato
tentato dai critici, o forse guasto dagli amanuensi se avessero saputo e
considerato questa certissima etimologia e formazione di curtare che,
secondo le norme della nostra teoria de’ continuativi, qui dichiariamo. La qual
etimologia indica ancora il proprio significato di curtare [3570]ch’è
appunto tondere, creduto finora al più metaforico, e il proprio
significato di curtus che è tonsus. Questo verbo originario di curtare,
e affatto conforme a un verbo greco della stessa significazione è da riporsi
insieme con quelli che abbiamo dimostrato per mezzo di gustare, potare e
s’altri tali n’abbiamo accennati, conformi ai greci pñv geæv che altrettanto vagliono quanto
essi verbi ignoti, e quanto i loro noti continuativi, non altrimenti che keÛrv vaglia il medesimo che curto. E il discorso e le ragioni addotte
per li suddetti verbi, si ripetano in proposito di questo. La forma di questo
verbo doveva essere, s’io non m’inganno, e s’è lecito il congetturare, curo
is, curti, curtum, ovvero cureo es ui tum, ovvero anche curo as
curui curtum, come neco as ui ctum, seco as ui ctum, eneco as ui ctum,
reseco ec. i quali supini sembrano contratti da necitum, secitum
(non già necatum, secatum), fatti alla forma di domitum da domo
as ui, cubitum di cubo as ui
ec. Onde il primitivo e intero sarebbe curitum, curitus p. curtus.
(1. Ott.
1823.)
Risito
da rideo-risus.
(1. Ott.
1823.)
[3571]Alla p.3542. A questo discorso
appartengono oltre i verbi in uare, e i nomi in uosus, anche i
nomi in ualis che son sempre fatti da’ nomi della quarta o da’ nomi in uus
ec. ec. altrimenti tali nomi fanno alis semplicemente.
Come ritualis, manualis, tonitrualis ec.
ec. da ritus us ec. E così appartengono a questo discorso gli altri o nomi aggettivi o
sustantivi, o avverbi, o voci qualunque derivative, che hanno l’u
davanti alla desinenza propria della loro specie particolare, qualunque sia e
la desinenza e la specie ec.
(1. Ott.
1823.)
Alla
p.3541. Il primitivo e proprio significato di spes non fu già lo sperare
ma l’aspettare indeterminatamente al bene o al male. V.
Forc. in Spes, Spero ec. insperatus ec. Sveton. in Iul. Caes. c.60. §.1. e quivi il Pitisco,
i greci in ƒElpÛw, ¤lpÛzv ec. gli spagn. in esperar,
inesperado ec. ec. gl’it. in speranza, sperare ec. insperato
ec. (oggi nel discorso civile non mai, nella scrittura di rado, nel volgare e
plebeo discorso conservatore perpetuo dell’antichità spessissimo e più frequentemente
ancora che nelle nostre antiche scritture, si usa speranza, sperare ec.
p. aspettare semplicemente
e anche per l’aspettativa determinata al male, ossia il timore,
ma in tal caso non [3572]s’usa cred’io che negativamente, oppure non
vuole indicar propriamente il timore, ma solo l’aspettativa del male, benchè
questo naturalmente sia temibile: come in un autore spagnuolo, estavan
esperando la muerte, non vuol dir che la temessero, benchè certo la
temevano, ma e’ vuol dir solo che s’aspettavano di dover morire, ed esperar
ha riguardo alla semplice opinione e giudizio del futuro, non al piacere o
dispiacere che da tal giudizio e opinione ci deriva, e al male o bene che dal
futuro ci verrà o si aspetta, ed al desiderio o nondesiderio e avversazione del
medesimo ec. al che ha pur riguardo la voce timore ec. e la voce speranza
ec. nel nostro senso, che vale aspettativa con piacere, con desiderio
ec. ec.)
Richelet in espérer ec. Il detto significato ch’è certamente il
primitivo e proprio di spes (e non quello che le dà il Forcellini) rende
più probabile che spes sia voce delle primitive, perocchè l’aspettare,
l’aspettativa è un’idea che dovette esser tra le prime dinominate, e
innanzi allo sperare ec. ch’è una specie dell’aspettare, e un’idea troppo
sottile e metafisica ec. ec.
(1. Ott.
1823.)
Alla
p.3077. È da notare che gli argomenti ch’io traggo da tali participii spagnuoli
a dimostrare [3573]gli antichi participii latini regolari ec. (e così
sempre che dallo spagnuolo io argomento all’antico latino, al volgare ec.),
sono tanto più valevoli, quanto siccome la lingua francese è nell’estrinseco e
nell’intrinseco, fra tutte le figlie della latina, la più remota e alterata
dalla lingua madre (secondo ho detto altrove), così la spagnuola è nell’estrinseco
la più vicina,
mentre però nell’intrinseco lo è la italiana, come altrove ho distinto. Ma dell’intrinseco
poco ha che fare il nostro discorso. La lingua spagnuola che per la forma
esteriore delle parole ha più di tutte le sue sorelle ereditato dalla latina, e
che più di tutte le lingue, a sentirla leggere o a vederla scritta, rappresenta
l’esterna faccia e il suono della latina e può con essa esser confusa; dev’esser
considerata come speciale e principale conservatrice dell’antichità, della
latinità, del volgar latino ec. quanto alla material forma delle parole e alla
proprietà delle loro inflessioni ec. che è quello che ora c’importa. La qual
conformità particolare col latino si può notar nello spagnuolo da per tutto, ma
nominatamente e singolarmente [3574]e forse più ch’altrove, nelle
coniugazioni de’ verbi, il che fa appunto al nostro caso. AMO, AMAS, AMAt,
AMAMUS (lo spagnuolo muta l’u in o, e questa è la sola mutazione
in tutto questo tempo), AMAtIS, AMANt. Leggansi le sole maiuscole, e s’avrà la
coniugazione spagnuola. La quale in questo tempo è tutta latina, salvo l’omissione
del t in tre soli luoghi,
e la mutazione dell’u in o in un luogo, mutazione pur tutta
latina (vulgus-volgus ec. ec. ec.) e propria senz’alcun dubbio, anche in
questo caso, o di tutto l’antico volgo che parlò latino, o di molte parti e
dialetti di esso. Infatti tal mutazione non solo è propria e dell’italiano e
del francese in questo medesimo caso sempre, ma ordinarissima e quasi perpetua
(massime nell’italiano) in quasi tutti o nella più parte degli altri casi, sì
nelle desinenze, sì nel mezzo delle parole o nel principio.
V-u-lg-u-s-V-o-lg-o.
La congiugazione italiana è ben più mutata, e molto più dell’italiana la
francese. Basta a noi che le regole e le inflessioni della coniugazione latina
sieno specialmente conservate nella spagnuola, ancorchè gli elementi del verbo
che non toccano l’inflessione [3575]e la regola della coniugazione sieno
alterati, o soppressi ec. Come leo è mutato da lego. Ma la
coniugazione di quello essendo similissima alla coniugazione di questo, l’omissione
del g, in cui consiste l’alterazione di quello, non indebolisce punto l’argomento
che dal suo participio leido si cava a dimostrare il latino
corrispondente legitus. E così discorrete degli altri casi e argomenti,
o sieno dintorno a’ participii, o a checchessia ch’appartenga alle forme
generali della congiugazione od’altro ec. È da notare che la suddetta
specialissima conformità colla lingua latina, nella quale conformità la
spagnuola vince tutte l’altre, fu da questa ed è propriamente conservata;
e che avvenga che la conformità dell’intrinseco sia di molto maggior peso che
non l’estrinseca, nondimeno se la lingua italiana nella conformità col
carattere della latina, vince la spagnuola e con essa tutte l’altre moderne,
questa conformità non si può dir propriamente da lei conservata, ma
riacquistata, e non rimastagli naturalmente e spontaneamente da se, ma
restituitagli con arte, dopo già perduta. Perocch’ella fu in grandissima [3576]parte
opera de’ nostri letterati che la lingua italiana modellarono sulla latina. E
così accade generalmente che il carattere di ciascuna lingua è formato e
determinato dalla sua letteratura. (Ben è vero che il carattere di questa
corrisponde al carattere nazionale, e ch’ella non potrebbe già andar contra la
natura e l’inclinazione della lingua, o ciò facendo, non riuscirebbe, o
malissimi effetti partorirebbe e poco durevoli). Ma l’estrinseca forma non si
conserva se non se naturalmente, e perduta che fosse, quasi impossibile sarebbe
il ricuperarla (siccome la forma intrinseca di nostra lingua, o s’attribuisca
alla letteratura o a che che si voglia, dovrà sempre dirsi, non propriamente
conservata, ma ricuperata). Laonde si può dire veramente che, quanto è alla
natura e al popolo, la latinità si è meglio e in maggior parte e più
propriamente conservata e conservasi in Ispagna che in alcun’altra parte del
mondo. (Per lo meno quanto alle voci e alle norme e regole delle loro
inflessioni e modificazioni, perchè quanto alle frasi, anche senza uscir del
popolo, pare che la latinità rimanga e siasi sempre conservata ben più in
Italia, com’è [3577]di ragione, che altrove, dove forse, parlando di
locuzioni popolari, neppur s’introdusse mai quel che tra noi si conserva
ancora, o se n’introdusse assai meno, o con differenze nate dalle lingue
indigene e dalle diversità de’ climi e dall’altre circostanze. Or quel che mai
non fu introdotto, o che fu diverso nell’introdursi, non potea conservarsi).
Questa
mirabile e così lunga conservazione di sì speciale conformità col latino nella
lingua spagnuola, conformità che passa quella conservata nella stessa sede dell’antico
latino, cioè in Italia, dee riconoscersi dalle stesse circostanze che rendono e
sempre resero gli spagnuoli, o loro permisero e permettono di essere così
tenaci de’ loro istituti, costumi, opinioni, religione ec.; così stazionari nel
loro carattere, nel grado della loro civiltà; così lenti ne’ loro progressi
sociali ec. tanto che oggidì, dopo il rapido corso incominciato e tenuto dalle
altre nazioni nell’ultimo secolo, la Spagna, a paragone del resto d’Europa,
viene ad aver più del barbaro che del civile: (onde è famoso il detto, mi pare,
di Mons. de Pradt, che la Spagna appartenendo all’Africa, per [3578]isbaglio
geografico si fa parte d’Europa). La stessa gravità e posatezza delle maniere
negl’individui spagnuoli, la lunghezza delle lor cerimonie, de’ loro
preparativi alle operazioni manco importanti, e cose simili, sono indizio della
stabilità del carattere, costumi e opinioni nazionali; perchè generalmente,
come tutte le cose in natura osservano la legge dell’analogia, gl’individui
delle nazioni lente ne progressi sociali, letterarii e simili, e tenaci del
loro essere, sono tardi nell’operare e di carattere riposato, e dove gl’individui
son tali, tale è la nazione, e per lo contrario nel caso opposto. E così
discorrasi di ciascun’altra qualità nazionale, che suol generalmente trovarsi
ritratta e quasi compendiata negl’individui.
Or
tornando al proposito, le dette circostanze si possono dividere in geografiche,
naturali e storiche. Se guardiamo alle prime, il sito della Spagna ch’è in uno
estremo d’Europa, facendola poco frequentata dagli stranieri, rende la nazione
poco soggetta a variarsi. Le seconde sono il clima, e il carattere nazionale in
quanto alla parte fisica. Questo negli spagnuoli è pigro e molle [3579]e
vago del riposare e dello stare più che dell’azione e del movimento, o certo
capace di contentarsi facilmente del riposo, per poco che l’operare gli sia
impedito o reso difficile. Così suole ne’ climi caldi e felici. La terra
molle e lieta e dilettosa Simili a se gli abitator produce (Tasso Gerus.
1.62.) Le circostanze istoriche corrispondono alle suddette, e da esse sono
influite e modificate ordinariamente, onde sono piuttosto da considerar com’effetti
che come cagioni. Pur non lasciano talvolta di esser eziandio cagioni.
Considerandole rispetto alla Spagna, le troveremo essere or l’uno or l’altro,
onde talvolta le troveremo come sorelle di quell’effetto di cui cerchiamo l’origine
(dico della singolare conservazione della latinità), talvolta come madri. Nella
generale inondazione di barbari che infestò le contrade culte di Europa, la
Spagna non ebbe (credo) che i Vandali, (o gli Ostrogoti) ec. i quali anche poco
vi si mantennero; certo assai meno che in Italia non fecero i Goti, i
Longobardi e i tanti e sì varii popoli che la travagliarono e vi fondarono e
tennero regni ec. [3580]La Spagna ebbe lunghissimo tempo i mori, e
questi, potenti e regnanti. Ma che, non le religioni, non le lingue, non i
costumi, non il sangue di questi conquistatori stranieri e degl’indigeni e in
gran parte sudditi, si mescolarono insieme mai. Due sangui, due religioni, due
lingue, due maniere di vita, in somma due nazioni diversissime, contrarie,
nemiche, perseverarono sempre in Ispagna, e sempre divise e ben distinte l’una
dall’altra, benchè sempre l’una accanto all’altra, e materialmente confuse
insieme, e sugli occhi l’una dell’altra. Nè il maomettano riconobbe mai Cristo,
nè il Cristiano Maometto, nè l’arabo lasciò la sua lingua per la spagnuola, nè
lo spagnuolo succhiò mai col latte altra lingua che l’indigena. Cosa mirabile e
che non ha, credo, altro esempio oltre di questo, se non quello de’ greci e de’
turchi, il quale ancor dura, e che altrove ho considerato parlando della
singolare tenacità de’ greci rispetto ai loro costumi, pratiche ec. come alla
lingua. Tenacità in cui i greci non hanno forse pari altra nazione che la
spagnuola, nè la spagnuola forse altra che la greca. E ben corrisponde la
parità o somiglianza [3581]dei climi e delle qualità del cielo e del
suolo in ambo i paesi. E corrisponde eziandio la qualità degli stranieri, ambo
arabi, non di origine, ma di lingua (se non m’inganno), ed ambo maomettani di
religione; i mori di Spagna e i turchi. Con questa differenza però a favor
della Spagna, che laddove i turchi barbari e ignorantissimi vennero in un paese
civile e dotto, e barbari regnano sopra una gente per lor cagione imbarbarita,
e non più coltivata; i mori non barbari vennero in un paese già rozzo, e quasi
civili regnarono in un paese molto men civile di loro. Ebbero i mori in Ispagna
un’estesissima letteratura, e piene sono le biblioteche spagnuole e straniere
delle loro opere (alcune, come quelle di Averroe, note per traduzioni e celebri
in tutta Europa). Nè per tanto poterono essi introdurre nè lasciare la loro
letteratura (ch’era pur l’unica a que’ tempi in Europa) tra gli spagnuoli che
niuna ne avevano; nè la loro civiltà (altresì unica); nè col mezzo ed aiuto di
questa e della letteratura, la loro lingua; nè poteron fare che nella Spagna
mezza coperta e dominata da stranieri di diversissimo linguaggio e costume, [3582]e
questi civili e letterati, e ciò per lunghissimo tempo, non si conservasse la
lingua indigena, quanto è al popolo, assai meglio che nelle altre nazioni
partecipi della stessa lingua, le quali non ebbero mai stranieri nè civili nè
letterati, e quei barbari che ebbero, o gli ebbero per molto minore spazio di
tempo, o ben tosto naturalizzati di costumi, di religione ec.
Al
contrario della Spagna, e della Grecia, i franchi nelle Gallie mescolarono ben
tosto coi nazionali ogni cosa; genere, sangue, nozze, costumi, lingua, fede,
mutando i vincitori barbari tutte le lor qualità e il lor carattere istesso in
quello de’ vinti civili. Così proporzionatamente in Italia i goti, i Longobardi
ec. Or questa mescolanza appunto nocque alla conservazione delle qualità
indigene in questi due paesi, e nominatamente a quella della lingua, della qual
discorriamo. I franchi non poterono divenir Galli, nè i goti ec. italiani,
senza che i Galli divenissero in molte parti Franchi, (come appunto poi sempre
si chiamarono e chiamano), e gl’italiani goti.
[3583]Finalmente la Spagna non mai
intieramente soggettata e signoreggiata da’ mori (a differenza della Grecia)
estirpò e scacciò affatto gli stranieri dal suo seno. E non solo gli stranieri,
ma con essi la lor fede, lingua, letteratura, costumi e tutto. E non solo tutto
questo, ma eziandio il sangue e il genere straniero, che non mai potutosi
mescolare col nazionale, tutto intero quasi, fu finalmente rigettato fuori
dalla nazione, restando questa così puramente spagnuola di sangue (parlando
senza guardare alle minuzie) come l’olio resta puro quando si separa da qualche
liquore a cui non siasi mai punto commisto. (E voglia Dio che anche in quest’ultima
parte la storia de’ greci rispetto a’ maomettani sia conforme a quella degli
spagnuoli, com’ella è nel resto, e come i greci oggi proccurano).
Laddove
nella Gallia i Franchi sempre regnarono, e spento il nome stesso de’ nazionali,
e mutatolo nel loro proprio, e confusi intieramente con essi, ancora regnano,
sicchè, quanto al sangue, non si può dir se quella nazione sia piuttosto
Gallese o Franca, quanto alla religione è Gallese, quanto ai [3584]costumi
e alla lingua è parte Gallese (cioè latina) parte franca, benchè l’indigeno
prevalga, ma non quanto in Ispagna. Similmente discorrete dell’Italia.
Della
storia moderna di Spagna, della sua tenacissima fede e superstizione, onde
quanto alla religione ella è ancora, si può dire, oggidì nè più nè meno qual fu
quando scacciò i mori, e qual fu prima de’ mori e dello stesso Maometto, e qual
fu la Cristianità generalmente ne’ bassi tempi, a differenza di tutte l’altre
moderne nazioni cristiane, e anche non cristiane; della mirabile antichità, per
così dir, di carattere da lei mostrata negli ultimi tempi, non accade parlare,
essendo cose assai note. E veggansi le pagg.3394-6.
(1-2. Ott. 1823.)
Glisser-glÛsxrow lubricus.
(3. Ott. 1823.)
Alla
p.3544. Di unus per primus ve n’ha un solo esempio nel Forcell.
ed è l’ottavo da lui portato alla voce Unus, preso da Cic. de Senect.
c.5. ma il Forcellini non vi nota il significato di primus. Puoi vederlo
ancora in duo, tres ec. se avesse nulla in proposito.
(3. Ott.
1823.)
Assulito per assulto da assilio.
Resilito [3585]per resulto da resilio. V. Forcell.
Ambedue queste voci sono bonissime, e dimostrano l’antico e vero ed intero
participio di salio, cioè salitus (salito, salido, sailli),
poi contratto in saltus (o sup. saltum). E confermano le mie
osservazioni e opinioni sopra le primitive, regolari ed intere forme de’
participii o supini. Se avessero potuto considerare queste opinioni, e se
avessero bene osservato che i continuativi e i frequentativi in ito si
formano da’ participii o supini, i Critici non si sarebbero maravigliati dei
suddetti due verbi, nè gli avrebbero tentati con diverse lezioni, e fors’anche
scacciati assolutamente da’ testi ov’essi si trovano (de’ quali bisogna vedere
l’ultime edizioni).
(3. Ott.
1823.). V. p.3845.
Alla
p.2821. Che tutto ciò sia vero, e della derivazione di confutare ec. da fundo,
e del participio futus per fusus ec. osservisi il nostro
rifiutare, ossia il latino refutare (che significa sovente lo stesso),
dirsi nel francese, refuser e nello spagnuolo, refusar o rehusar,
come da refusus o da fusus, noti participii di fundo o refundo.
Eppur tanto sono i verbi francese e spagnuolo quanto l’italiano e il latino. I
francesi hanno anche réfuter [3586]in altro senso, (ch’è il
proprio di refuto e il più frequente) ma questo è certamente molto meno
volgare e più moderno (benchè non moderno) di refuser, e non conservato
ma ricuperato per mezzo degli scrittori ec. non del popolo, e non
continuatamente pervenuto dalla lingua latina nella francese.
Al qual
proposito, parlando delle lingue moderne figlie, rispetto alla lingua madre, e
volendo argomentare da questa a quelle, o viceversa, o tra loro ec. in materia
di antichità ec. bisogna nelle lingue moderne molto accuratamente distinguere
tra voci e frasi latine conservate, e voci e frasi ricuperate, per mezzo della
letteratura, filosofia, politica, giurisprudenza, diplomatica ec. ec. che sono
infinite, e possono anche essere molto antiche; ma da queste alle latine sarà
sempre o nullo o debolissimo l’argomento, per chi pretenda investigarvi le
antichità della lingua ec. Al contrario nelle voci e frasi conservate cioè
trasmesse per continua e perpetua successione dall’antico e talora dall’antichissimo
e primitivo latino fino alle lingue moderne per mezzo del latino volgare. V.
p.3637. Simile distinzione è quella che convien fare nella lingua [3587]latina
rispetto alle voci greche, cioè tra quelle introdotte dagli scrittori ec. e
quelle antiche e veramente popolari ec. Così nell’inglese rispetto alle voci
francesi ec.
(3. Ott.
1823.)
Diciamo
volgarmente e con eleganza scriviamo, senz’altro pensare, senz’altro dire o
fare, senz’altro preparativo, senz’altra cura senz’altro curarsene e simili,
per senza nulla pensare, senza niun preparativo, niuna cura ec. Nelle quali
frasi la voce altro ridonda, e s’usa per pleonasmo, venendo in somma quelle
locuzioni a dire senza pensare (anche il nulla è inutile qui, perchè il senza
privativo, unito a pensare, comprende il detto vocabolo, giacchè chi non pensa,
nulla pensa), senza preparativo, cura, (e qui pure sarebbe pleonastico il
niuno, sebben s’usa, come il nulla nel caso sopraddetto) senza curarsene ec.
Veggasi lo Speroni, solertissimo raccoglitore, e larghissimo spenditore delle
più fine e più varie e moltiplici eleganze di nostra lingua; nel Discorso o
lettera Del tempo del partorire delle donne, che tiene il terzo luogo [3588]fra’
suoi Dialoghi Ven. 1596. p.53. lin. penultima. Or confrontisi questo mero
idiotismo italiano, e proprio tutto della lingua, e perciò elegante collo
stessissimo idiotismo usitato nella lingua greca ed attica da’ più eleganti e
studiati scrittori. V. Creuzer Meletemata ex disciplina antiquitatis, par.1.
Lips. 1817. p.86. not.62. e Platone nel Convito ed. Astii Lips. 1819. sqq. t.3.
p.472. B. v.1. e p.532. v.7. Ai quali esempi è anche più conforme quello del
Petrarca recato dalla Crusca alla voce Altro dalla Canz. 18.6. dove altra
parimente e manifestissimamente ridonda, anzi pare affatto fuor di luogo e
contraddittorio, come appunto in alcuni de’ passi greci che son da vedere ne’
luoghi accennati. E così un altro esempio dello Speroni nel Dialogo della
Retorica. Diall. Ven. 1596. p.153. lin.26. e Dial. 10. p.207. lin. ult. Vedi
ancora il Forcellini se ha nulla. Senz’altro vale similmente alcune volte senza
nulla, semplicemente, onninamente ec. V. p.3885. Così �llvw, del che vedi le mie Annotaz. all’Eusebio del Mai.
(3. Ott.
1823.)
Alla
p.3080. Assaltare, assaltar è un continuativo latino-barbaro di assalire
pur latino-barbaro, ed è nella stessa significazione di questo. (V. il Glossar.
in Assaltare, Assalire, Adsalire ec.). Laddove sobresaltar è in
significato diverso da sobresalir (saltar conserva il significato
latino, ma salir non [3589]già, se non alla lontana o in parte
ec. V. il Forcell.), e non ha con esso niuna analogia di significazione. Così risaltare
e risalire; da ambedue i quali è affatto diverso e lontano di
significato il nostro risultare o resultare (resultar,
résulter), e da questo e da quelli il latino resulto (v. il
Glossar.). Resulto però e risultare ec. sono per origine gli
stessi che risaltare, e vengono entrambi da resilire, che noi
diciamo risalire con corrotta significazione. (rejallir forse è
lo stesso che resilire, e jallir per origine lo stesso che saillir,
e salire lat. come anche, in parte, per significato.) Così assaltare
è per origine lo stesso che assultare (vera forma latina di questo
verbo), il quale ha anche talvolta una significazione o uguale o simile a
quella di assaltare, come pure assilire. (V. Forc. in assilio
ed assulto, e il Gloss. in adsalire e assultare ec.)
Continuativo affatto italiano di un verbo affatto italiano, ma pur continuativo
formato alla latina, cioè dal participio del verbo originale, si è scortare (coll’o
largo) da scorto di scorgere in significato di guidare ec.
(se pur non fosse [3590]da scorta sostantivo: i francesi hanno escorte
ed escorter). Il qual verbo scorgere fratello di accorgere
(e s’altro n’abbiamo di cotali) è tutto italiano, non men che accorgere
ec. ma forse questi verbi vengono originariamente per corruzione di forma e
traslazione di significato ec. dal latino corrigere. V. il Gloss. se ha
niente in proposito. Forse vi fu un excorrigere (scorgere), un adcorrigere
(accorgere) ec. E la metafora sarebbe al contrario di avvisare,
che dal vedere è passato all’ammonire ec. (v. il detto altrove di
questo verbo avvisare). Laddove scorgere dall’ammonire
(correggere) sarebbe passato al vedere. Ma l’uno e l’altro significato
si troverebbe appresso a poco in accorgere (accorgimento, accortezza
ec.), come appunto in avvisare (avviso per opinione, accortezza;
avvisamento; avvisato per accorto ec. ec.). Del resto scorgere sarebbe
contratto da corrigere come porgere da porrigere, e
simili.
(3. Ott.
1823.)