[3000]Delle cose veramente ridicole nella
società o negl’individui è ben raro trovar chi ne rida. E s’alcuno ne ride,
difficilmente trova il compagno che l’aiuti a farlo, e che gli dia ragione, o
che pur senta la causa del suo riso. Gli uomini per lo più ridono di cose che
in effetto son tutt’altro che ridicole, e spesso ne ridono per questo appunto
che non sono ridicole. E tanto più ne ridono quanto meno elle son tali.
(21.
Luglio. 1823.)
Alla
p.2922. fine. Alcune volte noi diciamo volere anche di cose animate,
anche degli uomini, ma relativamente a ciò che non dipende dalla lor volontà, o
che non può dipender da volontà, o che anche è contrario affatto alla lor
volontà; e lo diciamo non solo per ischerzo, ma eziandio seriamente, in virtù
dell’idiotismo che ho preso a illustrare. P.e. il tale non vuole ancora
guarire, cioè, ancor non guarisce: e il verbo volere ridonda. Qua si dee
riferire un luogo di Platone nel Sofista ed. Astii t. 2. p.246. [3001]v.
7. A. dove oéd¡potƒ ’n ¤J¡lein maJeÝn è lo stesso che oéd¡potƒ ’n maJeÝn, e ben lo rende l’Astio nec
numquam fore ut discat, ridondando elegantemente ¤J¡lein. Se però non si vuol dire che in questo luogo equivalga a m¡llein, appunto come il nostro volere nei casi specificati di sopra, e
in ciò pure sarà notabile la conformità del nostro idiotismo coll’attico.
(21.
Luglio. 1823.)
Alla
p.2864. Stipula, da stipa voce inusitata, restando il diminutivo,
dal quale noi stoppia, i francesi esteuble onde éteule. V.
Forcell. in stipula, stipa, stipulor ec. e il Gloss. se ha nulla.
(21.
Luglio 1823.)
Continuativi
barbari. Dilatar spagn. da differo dilatus. V. la Crusca. I francesi dilayer.
Trovo nel moderno spagn. dilatar anche per denunziare, accusare, da
defero-delatus. Decretare, decretar, décréter da decerno-decretus. Diviser
franc. da divido-divisus. Libertar spagn. quasi liberitare o liberatare. Tal
contrazione non è maravigliosa in questo caso, e fors’è antica. Libertus a non
sembra che contrazione di liberatus a. Vedi Forcell. e Glossar. se hanno nulla.
(21.
Luglio. 1823.)
Alla
p.2996. fine. Che obstino venga da obs e teneo v. Forcell.
in obstinatus principio e in obscenus principio. Se anche obscenus
viene da obs, notisi l’analogia. Perocchè nella composizione, alle
parole [3002]comincianti per c, q, t non si premette mai la prep.
a o ab ma sempre abs. Così dunque se obscenus viene
da cano o da caenum, bene sta che non si dica obcenus ma obscenus.
Oscillo, secondo me, è da obs e cillo as, e vale quasi obciere,
obmovere, obcire. Dico poi cillo as, non cillo is come il
Forc., perchè è chiaro che nel luogo di Festo cillent (optativo) è voce della
prima; perchè cillo dev’essere stato un diminutivo di cio o di cieo,
come conscribillo ec. (v. la p.2986.) che sono della prima, benchè conscribo
ec. sieno della 3°; perchè veggo oscillans, oscillatio, e il nostro oscillare
ec. e lo stesso Forc. dice oscillo as, non is. V. in Forc. tutte queste
voci e oscillum e cilleo. Se oscillo as fosse fatto da cillo
is o cilleo es, esso apparterrebbe a questa nostra categoria, come obstino
as, da teneo es, ec. Non pare che il Forc. si sia accorto che cilleo
o cillo spetta indubitatamente a cio, o cieo. E così
dunque altresì ben si dice ostendo cioè obstendo, obstino non obtino.
I più moderni trascurarono questa regola e dissero obtendo, obtineo ec.
In luogo del qual ultimo verbo pare che gli antichi dicessero obstineo,
in significato però di ostendo. V. Forcell. in obstinet. E forse
molti verbi o voci latine composte comincianti per os, le quali si
dicono formate dal nome os, non lo sono infatti che da obs, come
p.e. oscen inis che si dice fatto da os e cano (quasi si
cantasse mai con altro che con la bocca), viene forse veramente da obs e
cano. Infatti occinere cioè obcinere (che secondo l’antica
regola sarebbe stato obscinere, e quindi oscinere come ostendere,
il quale anch’esso da taluno è scioccamente derivato da os, in manifesto
dispetto del significato) si diceva degli uccelli d’augurio, e dal modo in cui
Livio l’adopra par che questa voce fosse solenne in tal [3003]proposito.
V. Forcell. in occino, occento, occentus, occano, obcantatus, obcanto.
Io dubito anche molto che quelle voci che si dicono derivate da sursum
contratto in sus (eccetto susque) come sustineo, sustollo,
suspendo, suspicio ec. ec. vengano infatti da sub (terza
preposizione terminata in b, come ob ed ab), e sieno
originariamente substineo, substollo ec. introdotta la s per
proprietà di lingua; e vagliano tener di sotto, innalzar di sotto, cioè
esprimano l’azione che si fa di sotto in su, come in ispagn. subir non
vale già scendere o andar sotto, ma salire, cioè andare
di sotto in su. Così spesso il latino subire. V. Forcell. nel quale
troverai ancora subvenio per supervenio. V. p.3558. Subrepere
nel luogo di Plinio cit. dal Forc. v. Sauroctonus, non è propriamente
altro che repere di sotto in su, poichè questo è (s’io ben mi ricordo)
quel che fa la lucerta nell’Apollo Saurottono del museo pio-clementino, la
quale non repit clam, ma scopertamente, e non iscende, ma salisce su per
un albero. Plinio poi usò il tema repere come appropriato alla lucerta,
ch’è quasi un reptile. Il detto Apollo è certo una copia di quel di
Prassitele, di cui Plinio. Del resto l’inserimento della s trovasi
ancora dopo altre preposizioni, ed appunto al caso nostro fanno destino
e praestino fratelli carnali di obstino, fatti da de o prae
e da teneo (v. Forc. in Destino e Praestino) e non già da
un sognato stino, come vogliono alcuni. E questi due verbi eziandio,
spettano alla categoria di cui parliamo, massime che essi, e [3004]specialmente
destino hanno forza tutte continuativa.
(21.
Luglio. 1823.)
Frequentissimo
nell’italiano scritto, e più nello spagnuolo scritto e parlato si è l’uso del
verbo andare, andar (non ir), in senso di essere. Ecco Seneca
tragico (ap. Forc. in eo is, col. 3. princip.), Non ibo inulta.
Notate che noi abbiam preso indubitatamente quest’uso dagli spagnuoli (infatti
esso è frequentissimo nei nostri secentisti con cento altri spagnuolismi: nei
500 o 300isti, non si trova, ch’io mi ricordi, o mai o quasi mai). E Seneca
appunto è spagnuolo. La frase dell’egizio Claudiano qui vindicet ibit,
cioè erit, è d’altro genere, perchè nè gli spagnuoli nè gl’italiani non
usano andare per essere se non seguìto effettivamente o
potenzialmente da un aggettivo che ha forza di predicato.
Qua si deono forse riferire le frasi, andar la bisogna, la cosa ec. così
andò il fatto, così va per così è, va bene, come va la salute ec.
ec. V. i Diz. francesi e spagnoli.
(21.
Luglio. 1823.). V. p.3008.
[3005]Alla p.2844. Così lo spagn.
avistar. - A questo discorso appartengono il franc. viser, deviser, francese
antico, per s’entretenir familièrement etc. (V. il Gloss. Cang. in Visores,
2.) e l’ital. divisare, il quale però ancora, almeno in alcuni sensi,
può esser continuativo barbaro di divido-divisus e lo stesso che il
franc. diviser. V. la Crusca, e il Forc. e Gloss. s’hanno nulla.
A questo
proposito è da notare circa la voce guisa, franc. guise, di cui
altrove ho parlato, ch’ella non è altro che come dir visa, e dovette da
principio significare aspetto, quel ch’apparisce e si vede, forma, onde
poi modo, maniera, façon. Del primo significato e della forma ch’ebbe
primieramente questa voce ne fanno fede il nostro divisa sust.
(il quale non credo che venga da divisare per variare); il
francese devise; divisato per de-formato, contraffatto,
déguisé, travestito, che il Salvini disse barbaramente diguisato;
divisamento per assisa. Guisar in ispagn. è vestire ec. Ma
vedi i Diz. spagn. Travisare, travisato, travisamento, traviso vagliono travestire,
quasi traguisar. Svisare vedilo nella Crusca. Veggasi il Gloss. se ha
nulla.
(21.
Luglio 1823.)
[3006]Suso, giuso. Così i più antichi latini per sursum
deorsum. V. Forcellini in Susum ec. e il Gloss. se ha nulla.
Alla
p.2814. Vindicare, indicare che risponderebbe forse a indicere
com’educare a educere. Ma si può pur dubitare che quello venga da
vindex icis, questo da index icis;
e così iudicare da iudex icis, educare da un e-dux ucis,
(in senso reciproco come redux da reduco) jugare da jux
o junx jugis ch’esiste oggidì ne’ composti coniux ec. come ho
detto altrove. E così si può molto dubitare che tutta questa categoria di verbi
venga da nomi verbali o noti o ignoti, non da’ verbi originarii a dirittura. In
ogni modo, posto quello che ho congetturato altrove, che tali nomi, come dux,
dex (iu-dex, in-dex ec.), ceps (parti-ceps, au-ceps
ec.), fex (arti-fex ec.), spex (aru-spex ec.),
fer (luci-fer ec.), e simili, sieno anteriori ai rispettivi verbi,
seguirebbe da ciò che i verbi di questa categoria formati da tali nomi fossero
fratelli e non figli di que’ della terza corrispondenti, e sempre sarebbe
importante e a proposito nostro il notare come di due verbi fatti da una
radice, quello [3007]che ha o che da principio ebbe senso continuativo,
sia della prima coniugazione, e l’altro della terza ec. Si può anche discorrere
in questo modo. Educare può venire da dux, aggiunta la
preposizione al solo verbo, e non al nome; onde non è necessario supporre un
nome composto edux. Basta il nome semplice. Così sacrificare
(p.2903.) può venir da un sacrifex ed anche dal semplice fex.
Così occupare (p.2996.) può venire da un occeps occupis (come auceps
aucupis onde aucupare), ovvero occeps occipis che sarebbe il
medesimo (giacchè la mutazione scambievole dell’i ed u in questi
tali nomi è ordinarissima siccome in ogni altro caso; e quindi mancipium
e mancupium etc.), può venir dico da questo nome composto, ovvero dal
semplice ceps. Mancipo o mancupo, secondo questo discorso, non
verrà da manus e capio, ma da manceps ipis, che
anticamente si dovette anche dir manceps cupis. V. p.3019. fine. Opitulare
(p.2997.) verrà da opitulus. E così, se non tutti, almeno una gran parte
de’ verbi di questa categoria..
(22. Luglio. 1823.)
[3008]Alla p.3004. fine. Congiunto coi
participii passivi il verbo andare appo gli spagnuoli fa quasi l’officio
di verbo ausiliare e le veci di essere, come appo noi il verbo venire
(venire ucciso ec. per essere ucciso, ed è anche dell’Ariosto: e
vedi la Crusca): ma quello significa ordinariamente una passione più continua o
durevole. Non so se si direbbe fulano andò muerto o matado per fuè
matado.
(22.
Luglio 1823.)
Alla
p.2953. Così ci accade nello apprendere o appresa che abbiamo alcuna lingua
straniera; così ci accade dico in ordine a riportare al corrispondente
carattere del suo alfabeto l’idea di que’ suoni che non si trovano nella nostra
lingua, o che non sono espressi nel nostro alfabeto distintamente dagli altri,
o ch’essendo composti sono però espressi nell’alfabeto di quella lingua
straniera con un carattere particolare, sia perchè tal composizione di suoni
non s’usi nella nostra lingua, e molto s’usi in quell’altra, sia che la nostra
scrittura la significhi con più d’un carattere, e quella straniera con un solo
(come la greca il p ed s con c). Del che potete vedere la p.2740.
seqq. 2745 fine - 46, e [3009]segg.
(22.
Luglio 1823.). V. p.3024.
Alla
p.2841. Lo stile e il linguaggio poetico in una letteratura già formata, e che
n’abbia uno, non si distingue solamente dal prosaico nè si divide e allontana
solamente dal volgo per l’uso di voci e frasi che sebbene intese, non sono però
adoperate nel discorso familiare nè nella prosa, le quali voci e frasi non sono
per lo più altro che dizioni e locuzioni antiche, andate, fuor che ne’ poemi,
in disuso; ma esso linguaggio si distingue eziandio grandemente dal prosaico e
volgare per la diversa inflessione materiale di quelle stesse voci e frasi che
il volgo e la prosa adoprano ancora. Ond’è che spessissimo una tal voce o frase
è poetica pronunziata o scritta in un tal modo, e prosaica, anzi talora affatto
impoetica, anzi pure ignobilissima e volgarissima in un altro modo. E in quello
è tutta elegante, in questo affatto triviale, eziandio talvolta per li
prosatori. Questo mezzo di distinguere e separare il linguaggio d’un poema da
quello della prosa e del volgo inflettendo o condizionando diversamente [3010]dall’uso
la forma estrinseca d’una voce o frase prosaica e familiare, è
frequentissimamente adoperato in ogni lingua che ha linguaggio poetico distinto,
lo fu da’ greci sempre, lo è dagl’italiani: anzi parlando puramente del
linguaggio, e non dello stile, poetico, il detto mezzo è l’uno de’ più
frequenti che s’adoprino a conseguire il detto fine, e più frequente forse di
quello delle voci o frasi inusitate.
Or
questa diversa e poetica inflessione e pronunzia de’ vocaboli correnti, che
altro è per l’ordinario, se non inflessione e pronunzia antica, usitata dagli
antichi prosatori, nell’antico discorso, ed ora andata in disuso nella prosa e
nel parlar familiare? di modo che quelle parole così pronunziate e scritte non
altro sono veramente che parole antiche e arcaismi, in quanto così sono scritte
e pronunziate? nè altro è ordinariamente dire inflessioni, licenze, voci
poetiche se non arcaismi? Vedi in questo proposito una bella riflessione di
Perticari, Apologia, Capo 14. fine p.131-2. Certo questa diversità d’inflessione
per la più parte non è se [3011]non quello ch’io dico: così ne’ poeti
greci, così ne’ latini (più schivi però dell’antico, e quindi il loro
linguaggio poetico è assai meno distinto dalla lor prosa quanto a’ vocaboli,
che il greco), così negl’italiani. Perocchè non è da credere che la inflession
d’una voce sia stimata, e quindi veramente sia, più elegante o per la prosa o
pel verso, perchè e quanto ella è più conforme all’etimologia, ma solamente
perchè e quanto ella è meno trita dall’uso familiare, essendo però bene intesa
e non riuscendo ricercata. (Anzi bene spesso è trivialissima l’inflessione
regolare ed etimologica, ed elegantissima e tutta poetica la medesima voce
storpiata, come dichiaro in altro luogo). E questo non esser trita, nè anche
ricercata, ma pur bene intesa, come può accadere a una voce, o ad una cotale
inflessione della medesima? Il pigliarla da un particolar dialetto o l’infletterla
secondo questo fa ch’ella non riesca trita all’universale, ma difficilmente può
far ch’ella e non paia ricercata e sia bene intesa da tutti. Oltre ch’ella
riesce anche trita a quella parte della nazione di cui quel dialetto è proprio.
In verità i dialetti particolari sono scarso sussidio e fonte al linguaggio
poetico, e all’eleganza qualunque. Lo vediamo noi italiani in Dante, dove le [3012]voci
e inflessioni veramente proprie di dialetti particolari d’Italia fanno molto
mala riuscita, nè la poesia nostra, nè verun savio tra’ nostri o poeti o
prosatori ha mai voluto imitar Dante nell’uso de’ dialetti, non solo
generalmente, ma neppure in ordine a quelle medesime voci e pronunzie o
inflessioni da lui adoperate. Circa l’uso e mescolanza de’ dialetti greci nella
inflessione delle parole appresso Omero, non volendo rinnovare le infinite
discussioni già fatte da tanti e tanti in questo proposito, solamente dirò che
o le circostanze della Grecia e d’Omero erano diverse da quelle che noi
possiamo considerare, e quindi per l’antichità ed oscurità della materia non
potendo nulla giudicarne di certo e di chiaro, niuno argomento ne possiamo
dedurre; ovvero (e così penso) quelle inflessioni che in Omero s’attribuiscono
a’ dialetti, e da’ dialetti si stima che Omero le prendesse, o tutte o gran
parte erano in verità proprie della lingua greca comune del suo tempo, o d’una
lingua, o vogliamo dir d’un uso più [3013]antico ancora di lui; dalla
qual lingua comune, o fosse più antica, o allora usitata, Omero tolse quelle
inflessioni ch’egli si stima aver pigliato da questo e da quel dialetto
indifferentemente e confusamente. Non volendo ammetter nulla di questo, dirò
che in Omero la mescolanza de’ dialetti dovè riuscir così male come in Dante.
Circa i poeti greci posteriori, i quali tutti (fuor di quelli che scrissero in
dialetti privati, come Saffo, Teocrito ec.) seguirono interamente Omero, come
in ogni altra cosa, così nella lingua, e da lui tolsero quanto il loro linguaggio
ha di poetico, cioè della sua lingua formarono quella che si chiama dialetto
poetico greco, ossia linguaggio poetico comune, la questione non è difficile a
sciogliere. Perocchè quelle inflessioni ch’essi adoperavano, benchè proprie di
particolari dialetti, essi non le toglievano da’ dialetti ma dal dialetto o
linguaggio Omerico, di modo ch’elle riuscivano eleganti e poetiche, non in
quanto proprie di privati dialetti, ma in quanto antiche ed Omeriche; ed erano
bene intese [3014]dall’universale della nazione, nè parevano ricercate
perchè tutta la nazione benchè non usasse familiarmente nè in iscrittura
prosaica le inflessioni e voci Omeriche, le conosceva però e v’aveva l’orecchio
assuefatto per lo gran divulgamento de’ versi d’Omero cantati da’ rapsodi per
le piazze e le taverne, e saputi a memoria fino da’ fanciulli.
Il che non accadde a’ poemi di Dante, il quale non fu mai in Italia neppur
poeta di scuola, come Omero in Grecia presso i grammatisti medesimi, o
certo presso i grammatici (vedi il Laerz. del Wetstenio, tom. 2. p.583.
not. 5.); nè il dialetto o linguaggio poetico italiano è o fu mai quello di
Dante. Dico generalmente parlando, e non d’alcuni pochi e particolari poeti,
suoi decisi imitatori, come Fazio degli Uberti, l’autore del Quadriregio
Federico Frezzi, ed alcuni dell’ultimo secolo, come il Varano. Neppur la lingua
del Petrarca è quella di Dante, nè da lui fu presa, nè punto si serve de’
particolari dialetti.
Non
potendo dunque i dialetti somministrare inflessioni rimote dall’uso corrente [3015]che
siano adattate al linguaggio poetico, resterebbe per allontanar le voci comuni
dalla prosa e dall’uso, che il poeta le ravvicinasse alla etimologia ed alla
forma ch’elle hanno nella lingua madre, qualvolta nell’uso comune e prosaico
elle ne sono lontane. Questo mezzo è possibile e buono e spesso adoperato da’
poeti quando la nazione è già colta e dotta, e la letteratura nazionale già
formata. Ma ne’ principii ciò è ben difficile e pericoloso, prima perchè dalla
nazione ignorante quelle voci in tal modo rimutate corrono rischio di non
essere intese; poi perchè presso la nazione non avvezza un tal rimutamento
corre rischio di saper di pedanteria (il qual rischio dura eziandio
proporzionatamente nel séguito) e di riuscire affettato. Onde la stessa
difficoltà che in quei principii si opponeva, come ho detto (p.2836-7.) al
dedur più che tante voci o frasi nuove dalla lingua madre, quella medesima si
opponeva a dedur da essa lingua inusitate inflessioni e diverse dalle correnti.
[3016]Resta dunque per allontanar dall’uso
volgare le voci e frasi comuni, l’infletterle e condizionarle in maniere
inusitate al presente, ma dagli antichi nazionali, parlatori, prosatori, o
poeti usitate, e dalla nazione ancor conosciute, e conservate di mano in mano
negli scritti di quelli che cercando l’eleganza proccurarono di scostarsi
mediocremente dal volgo. Per le quali cose tali inflessioni non producono nè
oscurità nè ricercatezza, benchè riescano pellegrine e rimote dall’uso, e
perciò producano eleganza. Questo mezzo è usitatissimo da’ poeti quando la
nazione è colta, formata la letteratura, e quando la lingua scritta ha un’antichità.
Con esso principalmente si forma, si compone, si stabilisce a grado a grado un
linguaggio poetico che tuttavia più si va differenziando dal prosaico e dal
familiare, finchè giunge a quel punto di differenza, oltre il quale non è bene
ch’egli trapassi. Ma questo mezzo necessario all’eleganza, necessarissimo a
potere avere o formare un linguaggio distintamente poetico e proprio
della poesia, manca [3017]affatto ai primi scrittori e poeti di qualsivoglia
nazione, i quali non trovano antichità di lingua scritta, non ponno se non
debolmente, confusamente e scarsamente conoscere le antichità della lingua
parlata, e conoscendole ancora, o in quanto le conoscono, non ponno se non
molto parcamente adoperarla per non riuscire oscuri e affettati alla nazione
ignorante, e non assuefatta ad altro linguaggio nazionale mai se non solo al
suo corrente e giornaliero. Quindi è che quei primi poeti e scrittori debbono
necessariamente rivolgersi al linguaggio per la più parte, e in genere,
familiare, e conseguentemente eziandio pigliare un stile che sappia sempre più
o meno di familiare, in qualsivoglia materia ch’ei trattino e genere di
scrittura ch’egli esercitino.
(23. Luglio 1823.)
Come la
lingua sascrita prodigiosamente ricca, tragga e formi la sua ricchezza da sole
pochissime radici, col mezzo del grand’uso ch’ella fa della composizione e
derivazione de’ vocaboli, vedi l’Encyclop. méthodique, Grammaire et
littérature, article Samskret, particolarmente il passo [3018]di M.
Dow.
A questo
proposito è notabile un luogo che si legge nella Orazione delle lodi di
Filippo Sassetti (viaggiatore Fiorentino morto nel 1589.) detto nell’Accademia
degli Alterati l’Assetato, di Luigi Alamanni (diverso dal poeta) che sta nelle
Prose fiorentine, parte 1. vol. 4. ed. Venez. 1730-43. p.46-7. dove puoi
vederlo, ed è non molto prima del mezzo della Orazione. Di Filippo Sassetti
puoi vedere il Tiraboschi nella Storia della letterat. ital. e quelle lettere
del medesimo Sassetti ch’ei quivi accenna (ed. Rom. t. 7. par. 1. p.240-1.).
Dal detto luogo si raccoglie che quegli, se non erro, il primo diede notizia
all’Europa della lingua Sascrita, e molto veridica e giusta; della qual lingua
trattò poi diffusamente un altro nostro italiano, il P. Paolino da S.
Bartolommeo. Bibliot. Ital. n. 23. Novem. 1817. p.206.
(23.
Luglio 1823.)
Fatum
da for faris. - Dicha spagn. (cioè detta) per fortuna (come desdicha
sfortuna, dichoso, desdichada ec.) da dicta (femmin. come ² eßmarm¡nh, ² [3019]peprvm¡nh, la destinée) o da dictum,
come da suspectus o suspectum (Gloss. Cang.) sospetto, gli
spagnuoli in femminino sospecha in vece di sospecho.
(23.
Luglio 1823.)
Alla
p.2845. Si vuol notare che avvisare e altri verbi da me segnati alla
p.3005. i quali vengono da videre serbano la forma regolare e ordinaria
della loro derivazione dal participio in us, mentre il continuativo di video
che trovasi nel buon latino, non serba questa forma, e non è visare, ma visere,
coi composti invisere, revisere ec. Frattanto il franc. viser
anche per significato è vero continuativo di videre, ed è fatto da
questo, non dal verbo francese che gli risponde, cioè voir il quale non
ha mai la sillaba vis. Se però viser non viene da visage o
dalla parola vis che propriamente significa viso, benchè ora non
s’adoperi che nella dizione vis-à-vis.
(24. Luglio. 1823.)
Alla
p.3007. Che tali verbi vengano da cotali nomi piuttosto che da’ verbi
corrispondenti della terza, si può anche dedurre dal vedere che praeceps,
[3020]il quale sembra venir dalla stessa radice di manceps auceps
ec. (siccome anceps Žmfilaf¯w, il quale fa pure ancipitis e non ancipis
o ancupis), secondo quello che altrove ne ho ragionato, avendo per suo
genitivo praecipitis e non praecipis o praecupis, troviamo
che il verbo della prima coniugazione che a lui corrisponde, non è praecipare
nè praecupare, ma praecipitare. Laddove manceps particeps
ec. facendo mancipis, participis, troviamo che si dice appunto mancipare,
participare, e non mancipitare, participitare. ec.
(24.
Luglio. 1823.)
Il
canto fermo è come la prosa della musica: il figurato la poesia.
(24.
Luglio 1823.)
Alla
p.2997. Similmente da un verbo della seconda è fatto sedare, il quale
spetta indubitatamente a questa categoria, e viene da sedeo, e per
significato n’è un continuativo. Sedare si trova ancora in significato
neutro come sedeo, e questo dev’essere il suo primitivo. Anche miseror
aris - misereor eris della seconda, se quello però non viene da miser.
Ora paragonate quel passo di Stazio: his [3021]dictis sedere
minae, cioè, dice il Forcell. (in Sedeo col. ult.) sedatae sunt,
ossia cessarono o si mitigarono, con quell’altro antico postquam
tempestas sedavit, cioè cessò o si mitigò. Sedare pulverem
ap. Fedro è sedere vel considere vel residere facio. Sedare
curriculum è sedere facio in quanto sedere significa talora consistere,
fermarsi. Il Forc. stesso spiega sedo per facio ut aliquid
residat. Vedilo in Sedeo e Sedo e paragona insieme gli esempi
e i significati dell’uno e dell’altro, ed anche dei composti di Sedeo
ec. Nota che sedeo ha anche il suo verbo formato dal participio in us,
cioè sessitare.
(24.
Luglio. 1823.)
Alle
molte cose da me dette altrove per mostrare come la lingua greca non ha bisogno
che di poche radici per essere ricchissima, stante l’infinito uso ch’ella fa
delle derivazioni e composizioni ec., e com’ella moltiplichi in infinito i suoi
vocaboli primitivi, ec. aggiungi la voce media ch’ella ha, e il bellissimo uso
ch’ella fa delle [3022]voci passive de’ suoi verbi. Perocchè di
moltissimi verbi greci si può dire che ciascuno di essi non è uno, ma tre, e
serve per tre; avendo l’attivo, il medio, e il passivo de’ medesimi, ciascuno
un significato diverso proprio, oltre ai metaforici che ha per ciascuno di
loro, e questi anche diversi, cioè l’attivo diverso dal medio ec. O vogliamo
dire che ciascuno di tali verbi ha tre ben distinti significati propri, oltre
ai metaforici. Nè questi significati si possono confondere insieme, perocchè
ciascuno di loro corrisponde a una diversa e distinta inflessione. Onde non si
accumulano i significati in una stessa parola, e non ne segue l’oscurità e
ambiguità, nè la povertà e uniformità che da tale accumulamento deriva nella
lingua ebraica. E pur quei tre non sono in sostanza che un verbo, e non hanno
che un tema. L’uso che i latini fanno del passivo non è paragonabile a quello
che ne fanno i greci (oltre che il passivo latino è difettivo e scarso, avendo
bisogno in gran parte dell’ausiliare sum). Appresso i quali il passivo [3023]ha
sovente una significazione propria attiva o neutra, diversa però da quella dell’attivo,
e da quella del medio ec. ec.
(24.
Luglio. 1823.)
Necesso
as è verbo di
Venanzio Fortunato. Vedi Forcell. e Gloss. Cang. Si potrebbe però credere che
fosse antico, e che necessus a um antico addiettivo fosse
originariamente participio di qualche verbo di cui necesso fosse
continuativo. In tal caso necessitare latino-barbaro e italiano, necessitar
spagn. nécessiter franc. sarebbe un frequentativo di questo tale ignoto
verbo. In caso diverso, se non vorremo ch’ei venga da necessitas, necessità,
nécessité ec., diremo ch’egli è fatto da necessatus di necesso,
colla solita mutazione dell’a in i. Nótisi che nell’esempio di
Venanzio Fortunato non è chiaro se necesso sia attivo, e vaglia cogo,
come affermano il Forcell. e il Gloss. ovvero neutro, e vaglia abbisognare,
aver mestieri, indigere, poscere, come in ispagn. necessitar che si
costruisce col genitivo.
(24.
Luglio. 1823.)
[3024]Alla p.3009. Altresì qualunque
suono, e qualunque vocabolo di una lingua straniera che adoperi caratteri
diversi da’ nostri, se noi conoscendo quella lingua, non per sola favella
orale, ma per iscrittura, ed essendo atti ed avvezzi a leggerla, concepiamo
detto suono o vocabolo espressamente, col pensiero, esso ci si rappresenta
sotto la forma e ne’ caratteri ch’egli ha nella lingua a cui appartiene,
ancorchè quel tal suono elementare sia comune anche alla nostra, ed espresso
nel nostro alfabeto con un proprio carattere. Così sempre ci accade, fuori di
qualche circostanza particolare, in cui la mente voglia o debba concepire p.e.
un vocabolo greco in caratteri latini ec. ec.
(24.
Luglio. 1823.)
Alla
p.2828. fine. Notate che anche la vera pronunzia e la vera armonia della lingua
latina è da gran tempo e perduta e ignota. Contuttociò, quantunque sia
certissimo che questo rende assai difficile ai moderni di scrivere secondo la
vera indole della lingua, del giro, del periodo, della costruzione latina ec.,
nondimeno, siccome la lingua latina è morta, così lo scrittore che oggi vuole
scrivere in [3025]latino (e così quelli che scrissero in latino dal 300.
in poi) può trascurare affatto la pronunzia moderna, può anche fino a un certo
segno dimenticarsela, può astrarre affatto dall’armonia, e non considerando
negli antichi scrittori se non le pure costruzioni, i puri periodi ec.
indipendentemente sì dal ritmo che ne risultava sì da quello che oggi ne
risulta, seguirli e imitarli ciecamente tali quali sono essi, non facendo caso
della moderna pronunzia. Ma la lingua greca era ancor viva, benchè la pronunzia
fosse cambiata, e agli scrittori non era nè facile il dimenticare e astergersi
dagli orecchi il suono quotidiano e corrente della loro propria favella, nè
volendo ancora seguire (come molti vollero) strettamente e imitare esattamente
gli antichi, era loro possibile negare affatto ai loro periodi un numero che
fosse sentito dall’universale de’ greci a quel tempo. Poichè questi periodi
avevano pure ad esser letti e pronunziati da nazionali che quantunque non
pronunziassero come una volta, intendevano però e parlavano tuttavia quella
lingua, come [3026]materna. Onde non era quasi possibile dare nelle
scritture alla lingua, ch’era pur nazionale e volgare, un ritmo al tutto, si
può dir, forestiero, e ignoto a tutti, fino allo stesso scrittore; ch’è quanto
dire non darle in somma alcun ritmo, (24. Luglio. 1823.) cioè niun ritmo che
alla nazione a cui si scriveva, nè pure allo stesso scrittore, riuscisse tale.
(24.
Luglio 1823.)
Occulto
as, da occulo-occultus.
Notisi che occultus a um, adoprandosi sempre o quasi sempre
aggettivamente, (siccome fra noi occulto ec.), se noi non conoscessimo
il verbo occulo, lo terremmo certo per un aggettivo proprio e radicale,
e non per un participio. Quindi si può far ragione quanto verisimilmente io
dubiti e talora sostenga che altri tali aggettivi i quali hanno tutta l’estrinseca
sembianza di participii, ancorchè non usati mai come participii, e benchè non
si conosca verbo a cui spettino, tuttavolta non sieno originariamente altro che
participii di verbi o perduti o non conosciuti per loro radice.
(25. Luglio, dì di S. Giacomo. 1823.)
[3027]Alla p.2895. fine. Da sutus
ancora si potè fare sto, poichè anche l’u per contrazione,
nominatamente ne’ participii, è solito a sparire, siccome l’i. Da solutus
gli spagnuoli soltar, noi sciolto, omesso l’u. Da volutus
e volutare noi voltare e volto, e così ne’ composti involto,
rivolto ec. Così gli spagnuoli buelto o vuelto: i francesi voûte
(cioè volta sostantivo) e quindi voûter, dove la sillaba ou
equivale al nostro ol, come in écOUter ascOLtare. Volta per fiata,
viene altresì da volvere ed è contrazione di voluta. Così il
sostantivo spagn. buelta cioè voltata, ritorno ec.
(25.
Luglio. 1823.)
Ho
discorso altrove di quel luogo di Cicerone nella Vecchiezza, dove dice che l’animo
nostro, non si sa come, sempre mira alla posterità ec. e ne deduce ch’egli
abbia un sentimento naturale della sua propria eternità e indestruttibilità. Ho
mostrato come questo effetto viene dal desiderio dell’infinito, ch’è una
conseguenza dell’amor proprio, e dal continuo ricorrer che l’uomo fa colla
speranza [3028]al futuro, non potendo esser mai soddisfatto del
presente, nè trovandovi piacere alcuno, e d’altronde non rinunziando mai alla
speranza, fino a trapassar con essa di là dalla morte, non trovando più in
questa vita, dove ragionevolmente fermarla. Ma il suddetto effetto non è
naturale. Esso viene dall’esperienza già fatta, che la memoria degli uomini
insigni si conserva, dal veder noi medesimi conservata presentemente e
celebrata la memoria di tali uomini, e dal conservarla e celebrarla noi stessi.
Onde introdotta nel mondo questa fama superstite alla morte, essa è stata ed è
bramata e cercata, come tanti altri beni o di opinione o qualunque, di cui la
natura niun desiderio ci aveva ispirato, e che sono comparsi nel mondo di mano
in mano per varie circostanze, non da principio, nè creati dalla natura. Nei
primissimi principii della società, quando ancor non v’era esempio di
rammemorazioni e di lodi tributate ai morti, neppur gli uomini coraggiosi e
magnanimi, quando anche desiderassero la stima de’ loro compagni e
contemporanei, pensarono mai [3029]a travagliare per la posterità, nè,
molto meno, a trascurare il giudizio de’ presenti per proccurarsi quello de’
futuri, o rimettersi alla stima de’ futuri. Che se il tempo che ho detto, colle
circostanze che ho supposte non v’è mai stato, supponendo però ch’egli sia
stato o sia mai per essere in alcun luogo, certamente ne verrebbe l’effetto che
ho ragionato, cioè che niuno benchè magnanimo, benchè insigne tra’ suoi
connazionali o compagni, avrebbe o concepirebbe alcuna cura o pensiero della
posterità.
(25.
Luglio. dì di San Giacomo. 1823.)
La vita
umana non fu mai più felice che quando fu stimato poter esser bella e dolce
anche la morte, nè mai gli uomini vissero più volentieri che quando furono
apparecchiati e desiderosi di morire per la patria e per la gloria.
(25.
Luglio, dì di San Giacomo. 1823.)
In molte
altre cose l’andamento, il progresso, le vicende, la storia del genere umano è
simile a quella di ciascuno individuo poco meno che una figura in grande
somigli alla medesima figura fatta [3030]in piccolo; ma fra l’altre
cose, in questa. Quando gli uomini avevano pur qualche mezzo di felicità o di
minore infelicità ch’al presente, quando perdendo la vita, perdevano pur
qualche cosa, essi l’avventuravano spesso e facilmente e di buona voglia, non
temevano, anzi cercavano i pericoli, non si spaventavano della morte, anzi l’affrontavano
tutto dì o coi nemici o tra loro, e godevano sopra ogni cosa e stimavano il
sommo bene, di morire gloriosamente. Ora il timor dei pericoli è tanto maggiore
quanto maggiore è l’infelicità e il fastidio di cui la morte ci libererebbe, o
se non altro, quanto è più nullo quello che morendo abbiamo a perdere. E l’amor
della vita e il timor della morte è cresciuto nel genere umano e cresce in
ciascuna nazione secondo che la vita val meno. Il coraggio è tanto minore
quanto minori beni egli avventura, e quanto meno ei dovrebbe costare. La morte
che per gli antichi così attivi, e di vita, se non altro, così piena, era
talora il sommo bene, è stimata e chiamata più comunemente il sommo male quanto
la vita è più misera. È ben [3031]noto che le nazioni più oppresse, e
similmente le classi più deboli e misere e schiave nella società, sono le meno
coraggiose e le più timide della morte, e le più sollecite e gelose di quella
vita ch’è pur loro un sì gran peso. E quanto più altri le opprime e rende
infelice la vita loro, tanto ne le fa più studiose. E insomma si può dire che
gli antichi vivendo non temevano il morire, e i moderni non vivendo, lo temono;
e che quanto più la vita dell’uomo è simile alla morte, tanto più la morte sia
temuta e fuggita, quasi ce ne spaventasse quella continua immagine che nella
vita medesima ne abbiamo e contempliamo, e quegli effetti, anzi quella parte,
che pur vivendo ne sperimentiamo. E viceversa.
Or si
applichi quel ch’io dico degli antichi e dei moderni, agl’individui giovani e
vecchi, in qualunque età delle nazioni e del genere umano, e troverassi
proporzionatamente la medesima differenza e di circostanze e di effetti.
(25.
Luglio 1823.)
[3032]Visto ital. e spagn. participio di vedere,
è manifesta contrazione di visitus, come quisto, chiesto ec. di quaesitus
(v. p. 2893. sqq.). Così vista sustantivo verbale italiano e spagnuolo è
contrazione di visita voce latinobarbara per visitus us cioè visus
us. Così i composti di vedere hanno p.e. avvisto, rivisto,
provvisto ec. La voce vista per veduta, e con altri sensi
simili, ch’ella ha pure appresso di noi, è latino-barbara. Vedila nel
Glossario. E ch’ella sia contrazione di Visita, com’io dico, e quindi visto
sia contrazione di visitus, vedi il Glossario medesimo in Vista
4. Ora consideriamo.
1. Il latino video da cui viene il nostro
vedere e lo spagn. ver fa nel participio, non visitus, ma visus.
Similmente viso is anomalo, che ne deriva. Ma secondo i principii da me
posti e dimostrati altrove, egli è certissimo che l’antico participio di video
dovette esser visitus (anomalo in vece di viditus) come di doceo
fu docitus. Quindi il nostro italiano e spagnuolo visto è
contrazione (usitatissima anche nell’antico e buon [3033]latino: vedi
p.2894. e seg.) dell’antico visitus; egli è un latinissimo vistus
anteriore a visus e più regolare. Or come mai questo participio, perduto
affatto nel latino conosciuto, questo participio antichissimo, più antico e più
regolare dell’usato dagli scrittori latini, comparisce per la prima volta nel
latino-barbaro, e quindi si trova usitatissimo e comunissimo in due lingue
moderne figlie della latina, e trovasi in luogo del visus del latino
conosciuto, il qual visus nelle dette lingue non trovasi? Forse questo
participio, indipendentemente dal latino, è stato fatto in dette lingue dal
verbo vedere secondo le regole di coniugazione proprie, non del latino,
ma di esse lingue? Anzi secondo queste regole, egli è in esse lingue affatto
anomalo e irregolare e fuori d’ogni ordine; ei non ha in esse lingue veruna
origine; e in luogo di esso, la lingua italiana, secondo le regole delle sue
coniugazioni, dee dire veduto
(lo spagnuolo dovrebbe dir veido o vido), e lo dice infatti ancor
esso. Ma questo secondo participio [3034]italiano, regolare e moderno è
molto meno volgare e più nobile, e quell’altro irregolare, antico e latino è
più plebeo, e forse, almeno in vari luoghi, il solo che la plebe adoperi,
siccome in ispagnuolo egli è unico sì per la plebe che per la gente colta e per
la scrittura. Donde pertanto questo participio nel latino-barbaro, e nelle
lingue moderne, s’ei non viene dal latino conosciuto, nè dalle radici e regole
d’esse lingue? Qual altro mezzo ce lo può aver conservato, se non il volgare
latino, conservatore dell’antichità più che il latino scritto, e in questo
presente caso, più regolare eziandio?
2. Visito as si fa frequentativo di viso
is. Lasciamo stare s’egli sia di viso is, o piuttosto di video
il cui participio è lo stesso, cioè visus. Ma se l’antico participio
dell’uno o dell’altro o d’ambedue, fu visitus, il verbo visito
potrà eziandio esser continuativo di qual de’ due si creda meglio, e venire non
da visus, o supino visum, ma da visitus, o supino visitum.
Da visus altresì nacquero parecchi verbi di cui vedi la [3035]p.2843.
seg. 3005. 3019. Se visito viene da visitus di video, egli
non sarà nè figlio di viso is, nè diverso da esso per formazione e per
significato originario (cioè esso frequentativo, e viso continuativo),
anzi sarà fratello di viso is, formato nello stesso modo, cioè dal
participio in us di video, continuativo com’esso visere;
ma sarà fratello maggiore, perchè formato da un participio più antico e più
regolare di visus, o piuttosto sarà originalmente tutt’un verbo con viso
is, perchè formato da un medesimo participio, cioè visitus detto
anche visus per contrazione e anomalia.
3. Ho sostenuto pag.2932. segg. l’esistenza del
verbo pisare o pisere (tutt’uno con pigiare e pisar)
fatto da un pisus participio di pinsere. Ora coll’esempio di visto,
e coll’aiuto delle considerazioni ch’esso ci somministra, confermeremo quel
nostro discorso; e all’incontro con esso discorso confermeremo il presente. Il
participio regolare di pinso è pinsitus che tuttavia sussiste.
Ecco un gemello di visitus. Da pinsitus si fece per contrazione [3036]e
anomalia pinsus che altresì sussiste. Ecco da visitus, visus che
solo sussiste nel latino conosciuto. Altresì da pinsitus si fece pistus
che parimente sussiste. Questa formazione suppone e dimostra due cangiamenti;
primo la detrazione della n, onde pisitus che non sussiste, ma si
prova, come vedete. Ed eccoci di nuovo a visitus. Secondo, la solita
detrazione dell’i (come in postus per positus), onde pistus
ch’è il solo participio conservato nelle lingue moderne (pesto, ital. pisto
italiano volgare, e spagnuolo), da cui pistare. Ed eccovi appunto il vistus
conservato nelle lingue moderne in luogo e di visitus e di visus,
onde avvistare ec. (v. la p.2844. 3005.). Ma siccome da pinsitus
si fece pinsus, detrattele lettere it, così appunto da pisitus
pisus, non altrimenti che pistus. E ciò nè più nè meno che da visitus
visus, non altrimenti che vistus.
E siccome da visus anomala contrazione di visitus si fece l’anomalo
viso is in cambio di viso as, (qui si può vedere la p.3005. circa
il verbo viser avvisare ec.) così è curioso a notare che anche da pisus
anomala contrazione di pinsitus o pisitus, si trovi o si creda
fatto, oltre [3037]a piso as, e fors’anche in luogo di questo, l’anomalo
continuativo piso is.
E qui
possiamo considerare quanti participii in us abbia uno stesso verbo cioè
pinso, o piuttosto quanti ne sieno nati da un solo cioè pinsitus,
parte esistenti, parte dimostrati per ragione, e alcuno di questi dalla nostra
teoria de’ continuativi. È bene il considerarlo perchè ciò serva d’esempio, e
quindi si faccia ragione quanto giustamente io dica che moltissimi verbi della
prima, che sembrano tutt’altro, sono veri continuativi di verbi o noti o ignoti
(e vedi a questo proposito p.2928-30.), e quanti che si credono puri aggettivi,
sono veri participii di verbi talora anche noti, ma non riconosciuti per loro
padri, (del che vedi la p.3026.).
Dunque
da pinso Pinsitus 1 Pinsus 2 Pisitus 3 Pistus
4 Pisus 5 1. 2. 4. esistenti nel buon latino. 3. dimostrato per ragione
grammaticale da pistus. 5. dimostrato da’ continuativi pisare o pisere,
pigiare, pisar. [3038]Chi volesse che pisus non fosse da pisitus
ma da pinsus, detrattane la n come da pinsitus in pisitus,
poco monterebbe. Avremmo sempre e in pinsus e in pisus la detrazione
dell’it a dimostrare la derivazione di visus da visitus, e
l’anteriorità di questo, come anche di vistus che ha sola una lettera
meno di visitus, e non due.
(25.
Luglio. dì di S. Giacomo. 1823.). V. la p. seg.
Alla
p.2929. Così da vivo-vixi-victum si dovette fare anche vixum e vixus.
Lo deduco dal nostro antico visso, il quale non è contrazione di vissuto
perchè tal contrazione non è dell’indole e uso della nostra lingua. Bensì vissuto
(che molti dicono e dissero più regolarmente vivuto, anche trecentisti,
come ho trovato io medesimo, non altrimenti che da riceVERE riceVUTO)
sembra venire da un altro, ed anche più antico e regolare participio latino vixitus,
cambiato l’i in u, come in latino a ogni tratto (v. p.2824-5.
principio, e 2895.), e come particolarmente in italiano ne’ participii passivi
per proprietà, costume e regola della lingua (venditus-venduto,
redditus-renduto, perditus-perduto, seditus antico [3039]e regolare
- seduto, debitus da altra coniugazione - devuto, tenitus, antico
e regolare - tenuto, ceditus antico e regolare - ceduto.).
E qui è
da osservare la conservazione nel nostro volgare, di questo antichissimo vixus
ignoto nel latino, simile a quella di vistus, di cui veggasi p.3032-4.
(25. Luglio. 1823.). Sia che visso sia fatto dal supino vixum
ignoto, o dall’ignoto participio neutro vixus, in luogo del quale non si
trova neppur victus a um (trovandosi victum supino), sebbene
dovette esservi, secondo quello che di tali participii neutri ec. ho detto
altrove. E infiniti ne conservano le lingue figlie, che non si trovano nel
latino scritto.
(25.
Luglio, dì di S. Giacomo. 1823.)
Alla p.
anteced. Chi poi volesse che pisere non venisse da pisus (benchè
pur se n’abbia un bellissimo esempio in visere da visus, siccome
ho detto), ma che (s’ei veramente esistè) fosse lo stesso che pinsere,
detratta la n come in pistus, mi darebbe altresì poca noia. In
tal caso pisare non sarebbe fratello ma figlio di pisere; e certo
esso e pisar e pigiare verrebbero da pisus, come
dimostrano gl’infiniti [3040]esempi che della formazione di tali verbi
della prima maniera da’ participii in us d’altri verbi, raccoglie la mia
teoria de’ continuativi ec. ec.
(26. Luglio. dì di Sant’Anna. 1823.). V.
p.3052.
L’uomo
in cui concorressero grande e colto ingegno, e risolutezza, si può affermare
senz’alcun dubbio che farebbe e otterrebbe gran cose nel mondo, e che certo non
potrebbe restare oscuro, in qualunque condizione l’avesse posto la fortuna
della nascita. Ma l’abito della prudenza nel deliberare esclude ordinariamente
la facilità e prontezza del risolvere, ed anche la fermezza nell’operare. Di
qui è che gli uomini d’ingegno grande ed esercitato sono per lo più, anzi quasi
sempre prigionieri, per così dire, dell’irresolutezza, difficili a risolvere,
timidi, sospesi, incerti, delicati, deboli nell’eseguire. Altrimenti essi
dominerebbero il mondo, il quale, perchè la risolutezza per se può sempre più
che la prudenza sola, fu ed è e sarà sempre in balia degli uomini mediocri.
(26.
Luglio, dì di S. Anna. 1823.)
Alla
p.2864. Avolo, abuelo, ayeul da avulus. Noi abbiamo anche il
positivo avo.
(26.
Luglio. 1823.). V. p.3054. 3063.
[3041]Alla p.3014. Io credo per certo che
in qualunque modo, quelle inflessioni, voci, frasi ec. che in Omero si credono
proprie di tale o tal altro dialetto, fossero al suo tempo per qualsivoglia
cagione conosciute ed intese da tutte le nazioni greche, o se non altro, da una
tal nazione (come forse la ionica), alla qual sola, in questo caso, egli avrà
avuto in animo di cantare e di scrivere, e avrà probabilmente cantato e
scritto. Quanto agli altri poeti, se le ragioni che ho addotte per ispiegare
come, malgrado l’uso de’ dialetti, essi fossero universalmente intesi, non
paressero bastanti, si osservi che effettivamente in Grecia, siccome altrove, i
poeti cessarono ben presto di cantare al popolo, (e così pur gli altri
scrittori), e il linguaggio poetico greco divenne certo inintelligibile al
volgo, dal cui idioma esso era anche più separato che non è la lingua poetica
italiana dalla volgare e familiare. Scrissero dunque i poeti per le persone
colte, le quali intendendo e studiando tuttodì e sapendo a memoria i versi d’Omero,
e citandoli, parodiandoli, alludendovi a ogni tratto [3042]nella colta
conversazione e nella scrittura, intendevano anche facilmente gli altri poeti,
e il linguaggio poetico greco, benchè composto delle proprietà di vari
dialetti. Perocchè esso era tutto Omerico, come ho detto, sia in ispecie sia in
genere; cioè le inflessioni, le frasi, le voci che lo componevano, o erano le
identiche Omeriche (e tali erano in fatti forse la più gran parte), o erano di
quel tenore, di quella origine, derivate o formate da quelle di Omero, o tolte
dai fonti e dai luoghi ond’egli le trasse, e ciò secondo i modi e le leggi da
lui seguite. Quei poeti che scrissero dopo Omero al popolo, e per il popolo
composero, come i drammatici, poco o nulla mescolarono i dialetti, e ne segue
effettivamente che se talvolta il loro stile è Omerico, come quello di Sofocle,
il loro linguaggio però non è tale. Esso è attico veramente, siccome fatto per
gli Ateniesi, se non forse nei pezzi lirici, i quali anche per la natura del
soggetto e del genere, sarebbero stati poco alla portata degl’ignoranti. In
effetto Frinico appresso Fozio (cod. 158.) conta fra’ modelli, regole [3043]norme
del puro e schietto sermone attico i tragici Eschilo, Sofocle, Euripide, e i
Comici in quanto sono attici, perocchè questi talora per ischerzo o per
contraffazione mescolarono qualche cosa d’altri dialetti, e ciò non appartiene
al nostro proposito, ed alcuni tragici, forse, avendo rispetto al gran concorso
de’ forestieri che d’ogni parte della Grecia accorrevano alla rappresentazione
dei drammi in Atene, non avranno avuto riguardo di usare alcuna cosa d’altri
dialetti. Ma generalmente si vede che il dialetto de’ drammatici greci è un
solo. E del resto, siccome tra noi e ne’ teatri di tutte le colte nazioni,
benchè la più parte dell’uditorio sia popolo, nondimeno i drammi che s’espongono,
non sono scritti nè in istile nè in lingua popolare, ma sempre colta, e bene
spesso anzi poetichissima e diversissima dalla corrente e familiare ed eziandio
dalla prosaica colta; così si deve stimare che accadesse appresso a poco più o
meno anche in Grecia e in Atene, dove i giudici de’ drammi che concorrevano al
premio, [3044]non era finalmente il popolo, ma uno scelto e piccol
numero d’intelligenti, e dove le persone colte fra quelle che componevano l’uditorio,
erano per lo meno in tanto numero come fra noi. V. il Viaggio d’Anacar. cap.
70.
Altri
poeti non drammatici si restrinsero pure a tale o tal dialetto particolare, e
per conseguenza scrissero a una sola nazione o parte della Grecia, e questa si
proposero per uditorio (com’è verisimilissimo che facesse anche Omero); nè
questi furono pochi, anzi fra gli antichi furono i più. E si può dir che la
totale, confusa, indifferente, copiosa mescolanza de’ dialetti nel linguaggio
poetico greco, e il seguir ciecamente la lingua e l’uso di Omero non sia
proprio se non de’ poeti greci più moderni e nella decadenza della poesia, come
Apollonio Rodio, Arato, Callimaco e tali altri de’ tempi de’ Tolomei, quando
già la base della letteratura greca era l’imitazione de’ suoi antichi classici.
Perocchè di Esiodo contemporaneo di Omero, o poco anteriore o posteriore, non è
maraviglia se il suo linguaggio si trova omerico: spieghisi l’uso di [3045]questo
linguaggio in lui, colle ragioni e considerazioni stesse con cui si spiega in
Omero. In Anacreonte v’ha pochissima mescolanza di dialetti. (V. Fabric. B. Gr.
in Anacr.) Certo il suo linguaggio è tutt’altro da quello di Omero. Esso
è Ionico. Saffo scrisse in Eolico. Empedocle, benchè Siciliano e pittagorico,
adoperò in vece del dorico l’ionico. (V. Fabric. in Empedocle, Giordani sull’Empedocle
di Scinà, fine dell’articolo secondo). Forse che il dialetto ionico era allora
il più comune della Grecia? Probabile, pel gran commercio di quella nazione
tutta marittima e mercantile. Forse quello che noi chiamiamo ionico non era in
quel tempo che il linguaggio comune della Grecia, siccome poi lo fu con certe
restrizioni l’attico, che nacque pur dall’ionico? Probabile ancora; e in tal
caso sarebbe risoluta anche la quistione intorno ad Omero, il quale da tutti è
riconosciuto per poeta principalmente ionico di linguaggio; e si confermerebbe
la mia opinione che il linguaggio da lui seguito, non fosse allora che l’idioma
comune di tutta la Grecia, siccome l’italiano [3046]del Tasso è l’italiano
comune di tutta l’Italia. O forse la Grecia era ancor troppo poco colta
universalmente per aver un linguaggio comune già regolato e perfetto, e in
mancanza di questo serviva l’ionico, come il più divulgato perchè proprio della
nazione più commerciante? O finalmente Empedocle scelse l’ionico per imitare e
seguire Omero? Molto probabile. In Pindaro e in altri lirici del suo o di simil
genere, la mescolanza de’ dialetti non fa maraviglia. Essa è licenza piuttosto
che istituto (¤pit®deuma); e questa licenza è naturale in quel genere licenziosissimo in ogni
altra cosa, come stile, immagini, concetti, transizioni, sentenze ec.
Questa
mia sentenza che il creduto moltiplice dialetto di Omero, non fosse che il
greco comune di allora, o non fosse che un dialetto solo al quale
appartenessero tutte quelle proprietà che ora a molti e diversi si
attribuiscono, credo che sia sentenza già sostenuta e [3047]anche
generalmente ricevuta oggidì appresso gli eruditi stranieri.
(26.
Luglio 1823. dì di S. Anna.)
La
forza, l’originalità, l’abbondanza, la sublimità, ed anche la nobiltà dello
stile possono, certo in gran parte, venire dalla natura, dall’ingegno dall’educazione,
o col favore di queste acquistarsene in breve l’abito, ed acquistato, senza
grandissima fatica metterlo in opera. La chiarezza e (massime a’ dì nostri) la
semplicità (intendo quella ch’è quasi uno colla naturalezza e il contrario dell’affettazione
sensibile, di qualunque genere ella sia, ed in qualsivoglia materia e
stile e composizione, come ho spiegato altrove), la chiarezza e la semplicità
(e quindi eziandio la grazia che senza di queste non può stare, e che in esse
per gran parte e ben sovente consiste), la chiarezza, dico, e la semplicità,
quei pregi fondamentali d’ogni qualunque scrittura, quelle qualità
indispensabili anzi di primissima necessità, senza cui gli altri pregi a nulla
valgono, e colle quali niuna scrittura, benchè niun’altra dote abbia, è mai
dispregevole, sono tutta e per tutto opera dono ed effetto dell’arte. [3048]Le
qualità dove l’arte dee meno apparire, che paiono le più naturali, che debbono
infatti parere le più spontanee, che paiono le più facili, che debbono altresì
parer conseguite con somma facilità, l’una delle quali si può dir che appunto
consista nel nascondere intieramente l’arte, e nella niuna apparenza d’artifizioso
e di travagliato; esse sono appunto le figlie dell’arte sola, quelle che non si
conseguono mai se non collo studio, le più difficili ad acquistarne l’abito, le
ultime che si conseguiscano, e tali che acquistatone l’abito, non si può
tuttavia mai senza grandissima fatica metterlo in atto. Ogni minima negligenza
dello scrittore nel comporre, toglie al suo scrivere, in quanto ella si
estende, la semplicità e la chiarezza, perchè queste non sono mai altro che il
frutto dell’arte, siccome abituale, così ancora attuale; perchè la natura non
le insegna mai, non le dona ad alcuno; perchè non è possibile ch’elle vengano
mai da se, chi non le cerca, nè che veruna parte [3049]di veruna
scrittura riesca mai chiara nè semplice per altro che per espresso artifizio e
diligenza posta dallo scrittore a farla riuscir tale. E togliendo
immancabilmente la chiarezza e la semplicità, ogni minima negligenza dello
scrittore inevitabilmente danneggia, e in quella tal parte distrugge sì la
bellezza sì la bontà di qualsivoglia scrittura. Perocchè la semplicità e la
chiarezza sono parti così fondamentali ed essenziali della bellezza e bontà
degli scritti, ch’elle debbono esser continue, nè mai per niuna ragione (se non
per ischerzo o cosa tale) elle non debbono essere intermesse, nè mancare a
veruna, benchè piccola, parte del componimento. La forza, la sublimità, l’abbondanza
o la brevità e rapidità, lo splendore, la nobiltà medesima, si possono, anzi
ben sovente si debbono intermettere nella scrittura; elle possono, anzi debbono
avere quando il più quando il meno, sì dentro una medesima, come in diverse
composizioni e generi; elle possono esser differenti da se medesime, secondo le
scritture, e le parti e circostanze [3050]e occasioni di queste, anzi
elle nè deggiono nè possono altrimenti. Ma la chiarezza e la semplicità non
denno aver mai nè il più nè il meno; in qualsivoglia genere di scrittura, in
qualsivoglia stile, in qualsivoglia parte di qualsiasi componimento, elle, non
solo non hanno a mancar mai pur un attimo, ma denno sempre e dovunque e
appresso ogni scrittore esser le medesime in quanto a se (benchè con diversi
mezzi si possono proccurare, e dar loro diversi aspetti e diverse circostanze),
sempre della medesima quantità, per così dire, e sempre uguali a se stesse nell’esser
di chiarezza e semplicità, e nell’intensione di questo essere.
(26.
Luglio. 1823. dì di Sant’Anna.)
È ben
difficile scrivere in fretta con chiarezza e semplicità; più difficile che con
efficacia veemenza, copia, ed anche con magnificenza di stile. Nondimeno la
fretta può stare colla diligenza. La semplicità e chiarezza se può star colla
fretta, non può certo star colla negligenza. È bellissima nelle scritture un’apparenza
di trascuratezza, di sprezzatura, un abbandono, una quasi noncuranza. [3051]Questa
è una delle specie della semplicità. Anzi la
semplicità più o meno è sempre un’apparenza
di sprezzatura (benchè per le diverse qualità
ch’ella può avere, non sempre
ella produca nel lettore il sentimento di questa sprezzatura come
principale e
caratteristico) perocch’ella sempre consiste nel nascondere
affatto l’arte, la
fatica, e la ricercatezza. Ma la detta apparenza non nasce mai dalla
vera
trascuratezza, anzi per lo contrario da moltissima e continua cura e
artifizio
e studio. Quando la negligenza è vera, il senso che si prova nel
legger lo
scritto, è quello dello stento, della fatica, dell’arte,
della ricercatezza,
della difficoltà. Perocchè la facilità che si dee
sentir nelle scritture è la
qualità più difficile ad esser loro comunicata. Nè
senza stento grandissimo si
consegue nè l’abito nè l’atto di comunicarla
loro.
(27. Luglio. 1823.)
Voce non
esistente nel latino scritto, comune però alle tre lingue figlie. Speranza,
espérance, esperança, cioè sperantia, verbale di [3052]spero,
fatto secondo l’uso del buon latino, come constantia, instantia, redundantia
ec.
(27.
Luglio. 1823.)
Alla
p.3040. Qua io credo che si debba riferire il verbo posare (francese poser
onde déposer, opposer, supposer, composer, apposer, disposer, exposer,
proposer, imposer ec. ec.) in quanto ei significa por giù, deporre, con
tutti i suoi derivati ec. in questo senso. Che riposare e posare
per quiescere vengano da pausa pausare ec. (e così il franc. reposer
ec.) l’ho detto in altro luogo, lo dimostra l’uso del verbo pausare ec.
ec. nel Glossar. Cang. e va bene. Ma che posare, poser, déposer per deporre,
vengano da pausare, non da ponere, e non siano quindi affatto
diversi da posare ec. per quiescere, benchè suonino allo stesso
modo; non posso in alcun modo persuadermelo, benchè trovi nel Gloss. un esempio
dove pausare sta per deporre. Io credo che sia sbaglio di copista
(o dello stesso autore, ignorante, come tutti allora erano, della lingua stessa
barbara) che ha scritto l’au per l’o, sillabe solite a
confondersi, massime ne’ bassi tempi, e massime avendovi un altro verbo
similissimo, cioè pausare [3053]per riposare, a cui l’au
veramente conveniva. Posare per deporre dee certo venire da positus,
contratto in posus, come visitus-visus, pinsitus-pinsus, pisitus-pisus,
onde viser, pisare. Da positus non contratto, viene depositare
e lo spagn. depositar, di cui pure ho parlato altrove. Aggiungete che poser
in francese non vale bene spesso altro che propriamente porre, e non ha
nientissimo a far con riposare o reposer, se non in quanto quest’ultimo
talvolta significa residere, far la posa, e in questo senso egli è un
altro verbo, e viene altresì da ponere. Da postus viene appostare
ital. apostar spagn. impostare italiano moderno tecnico.
(27.
Luglio. 1823.). V. p.3058.
Pausare poi potrà venir da pausa,
la qual voce viene da paæv. Ma potrebbe anche (insieme con posare, cioè quiescere,
reposare, reposer ec.) essere un vero continuativo fatto da un pausus
participio di pauo o pavo o simil verbo pari al sopraddetto verbo
greco. V. Forcell. e quello che altrove ho detto di tali voci in un pensiero
separato, e il Glossar.
(27.
Luglio. 1823.)
[3054]A proposito di quel che ho detto
nel principio del mio discorso sui continuativi circa exspectare esperar
ec. vedi il Gloss. Cang. in Sperare 3, e 5.
(27.
Luglio. 1823.)
Crystallus da kræstallow gelo. La stessa metafora
adoperata da’ latini e greci per significare il cristallo naturale, adoprasi da’
francesi per l’artifiziale. Glace, lastra di cristallo fattizio.
(27.
Luglio. 1823.)
Alla
p.3040. fine. Questi tali diminutivi comuni a tutte tre le lingue figlie
dimostrano che l’uso di essi in luogo e significato de’ positivi viene dal
latino, massime che anche nel buon latino si trovano molti diminutivi usati in
luogo de’ positt. disusati o perduti o meno usati, ovvero indifferentemente dai
positivi ec. ec. ec. I quali fanno ben probabile che il volgo o il sermon
familiare latino usasse nel modo stesso anche que’ diminutivi positivati che
oggi s’usano o in tutte 3. le lingue figlie, o in alcuna di loro ec. da noi in
parte annoverati ec. ec. ec.
Al qual
proposito si osservi la voce fabula fabella ec. onde fabulo as,
fabulor aris, e favella, favellare ec. come ho largamente detto
altrove. Ch’ella venga da fari lo credo, ma parmi eziandio chiaro ch’ella
è un diminutivo d’altra voce. E tanto più che non si dice fabulella, ma fabella,
altro diminutivo, che non vien da fabula, ma pare che insieme con questo
dimostri un terzo [3055]e positivo nome, del quale ambedue sieno
diminutivi.
Questo positivo è ignoto nel latino. Non vi si usano che i detti diminutivi,
col verbo diminutivo fabulo ec. Ma noi abbiamo la voce fiaba che
significa appunto favola, e che poi fu applicato particolarmente a certe
stravaganti composizioni teatrali, come anche fabula in latino fu
applicato a significare i drammi in senso non diminutivo ma positivo. Dubito
forte che questo fiaba sia voce antichissima nel latino, perduta nello
scritto, conservata nel volgare fino a noi.
(27.
Luglio. 1823.)
Come
pedantescamente l’ortografia francese sia modellata, anzi servilmente copiata
dalla latina si può osservar nell’uso dell’h che in parole o sillabe
affatto compagne di pronunzia, e di suono, non hanno l’h se in latino (o
in greco ec.) non l’avevano, se l’avevano l’hanno anche in francese. Come in Christ-cristal,
technique, théologie, homme-omettre ec. Così dite del ph, dell’y
ec. Cosa veramente pedantesca e infilosofica [3056]che parole nazionali,
usualissime, volgarissime s’abbiano da scrivere non come la nazione le
pronunzia, ma come le scrivevano quelli dalle cui lingue esse vennero, i quali
così le scrivevano perchè così le pronunziavano, giacchè anche i latini
pronunziavano p.e. l’y come u gallico, ec. (sebbene anch’essi da’
tempi di Cicerone in poi peccarono un poco nella servile imitazione della
scrittura greca circa le parole venute o nuovamente prese dal greco. E vedi
Desbillons ad Phaedr. Manheim 1786. p. LXVIII.). Che se le voci naturalizzate
in una lingua, e mutate affatto dal loro primo stato per la pronunzia della
nazione, s’avessero sempre a scrivere nel modo in cui le scrivevano o le
scrivono quei popoli, ancorchè lontanissimi e diversissimi, onde a noi vennero,
e se la scrittura originale s’avesse sempre a conservare in ciascuna voce,
cangiata o non cangiata dal tempo, dal luogo, e dalla diversa nazione e lingua,
e se il pregio di un’ortografia consistesse nel conservare le forme originali
di ciascuna voce per forestiera ch’ella fosse, non so perchè le voci venute dal
greco non si debbano scrivere con lettere greche, e l’ebraiche e le arabiche
con lettere e punti ebraici ed arabici, e le tedesche con lettere tedesche.
Giacchè usando diverso alfabeto, la scrittura originale si può imitare, ma non
perfettamente conservare. E così dovremmo imparare e usare cento alfabeti per
saper leggere e scrivere la nostra lingua. [3057]Veramente nessuna
nazione in questa parte è così savia, e niuna scrittura così vera, perfetta e
filosofica come l’italiana. Gli antichi greci se le potrebbero paragonare, se
non che poche voci forestiere li ponevano in pericolo di guastar la loro
ortografia.
(27.
Luglio. 1823.)
Condiscendere,
condiscendenza, condecender o condescender, condescendre, condescendance ec.
vengono dal greco Sugkat‹basiw per condiscendenza è in S. Gio. Crisost. nel
Sermone Quod nemo laedatur nisi a seipso †Oti tòn ¥autòn m¯ Ždikoènta oédeÜw parabl‹cai dænatai, che incomincia Oäda m¢n ÷ti toÝw paxut¡roiw, cap.11. Opp. Chrysost. ed.
Montfaucon, t. 3. p.457. B. Vedi i Glossar. latino e greco. V. p.3071.
Sopra per contro (v. Crusca in Sopra
§.2. Venire sopra alcuno, Dare sopra. Il Bocc. Nov. 17. Acciocchè
sopra, cioè contro, Osbech dall’una parte con le sue forze discendesse.
E v. pur la Crusca in Scendere. §.1.) è pretto grecismo (ignoto nel buon
latino) e grecismo dell’ottimo e purissimo greco. I greci dicono ¤pÜ nel medesimo senso, sì quando questa preposizione è separata, sì nella
composizione, come ¤p¡rxomai ec. ¤pitÛJemai.
(28. Luglio 1823.)
[3058]Alla p.3053. fine. Posar
spagn. per abitare, onde posada ec. Pausar spagn. ec. V. i
Diz. spagn. - Repossione per repos-it-ionem trovasi in un’antica
iscrizione latina recentemente scoperta, e illustrata dal Ciampi (in una
lettera data da Varsavia e stampata nell’Appendice al Giornale di Milano due o
tre anni fa); e sta con significazione di luogo da riporre robe.
(28.
Luglio. 1823.). V. p.3060.
Corruptio
optimi pessima.
Questo proverbio si verifica nominatamente negli uomini, negli spiriti
sensibilissimi che col tempo e coll’uso del mondo divengono più insensibili
degl’insensibilissimi per natura, come ho detto altrove, e danno nell’eccesso
contrario ec.
(28.
Luglio. 1823.)
Persone
imperfette, difettose, mostruose di corpo, tra quelle che non arrivano a
nascere e si perdono per aborti, sconciature ec. non volontarie nè proccurate;
tra quelle che son tali dalla nascita, e muoiono appena nate o poco appresso,
per vizi naturali interni o esterni; quelle che così nate vivono e si veggono e
si ponno facilmente contare, annoverando le mostruosità e difettosità d’ogni
sorta; quelle finalmente che tali son divenute dopo la nascita, più [3059]presto
o più tardi, naturalmente e senza esterna cagione immediata, voglio dire o per
vizio ingenito sviluppatosi in séguito, o per malattia qualunque naturalmente
sopravvenuta; sommando dico e raccogliendo tutti questi individui insieme, si
vedrà a colpo d’occhio e senza molta riflessione che il loro numero nel solo
genere umano, anzi nella sola parte civile di esso, avanza di gran lunga non
solamente quello che trovasi in qualsivoglia altro intero genere d’animali, non
solamente eziandio quello che veggiamo in ciascheduna specie degli animali
domestici, che pur sono corrotti e mutati dalla naturale condizione e vita, e
da noi in mille guise travagliati e malmenati; ma tutto insieme il numero degl’individui
difettosi e mostruosi che noi veggiamo in tutte le specie di animali che ci si
offrono giornalmente alla vista, prese e considerate insieme. La qual verità è
così manifesta, che niuno, io credo, purchè vi pensi un solo momento e raccolga
le sue reminiscenze, la potrà contrastare. Simile differenza si troverà in
questo particolare fra le nazioni civili e le selvagge, e proporzionatamente
fra le più civili e le meno, secondo un’esatta scala, come tra’ francesi
italiani tedeschi spagnuoli ec.
[3060]Quali conseguenze si tirino da
queste osservazioni, è così facile il vederlo, come esse conseguenze sono
evidentissime, ed hanno quella maggior certezza che possa avere una
proposizione dimostrata matematicamente, e dedotta matematicamente da un’altra
di cui non si possa dubitare.
(28.
Luglio. 1823.)
Porgo per porrigo is, sincope
usata dagli antichi latini e volgare tra noi. V. Forcell. in Porgo e
massime il luogo di Festo.
(28.
Luglio. 1823.)
Alla
p.2842. principio. Defectus a um sembra avere il significato neutro di is
qui defecit in parecchi luoghi, de’ quali v. Forcell. in defectus a um,
e il Fedro di Desbillons, Manheim 1786. p. LVII. ad lib. I. fab. 21. vers. 3. Quietus
a um da quiesco. V. in particolare il Desbillons loc. cit. p. LXII.
ad II.8. v. 15. Usurpatus a um. V. Cic. ad fam. IX. 22. verso il princ.
(28. Luglio.
1823.). V. p.3074.
Alla
p.3058. Assus (e così semiassus) per assatus sarebbe una
contrazione che farebbe al proposito. Se però assare non viene appunto
da assus, il quale in tal caso sarebbe participio di verbo ignoto. E s’ei
fosse il medesimo che arsus (v. Forcell. in Assus), il che non è
inverisimile, [3061]stante l’antico uso latino di pronunziare e scrivere
la s per la r (del che altrove cioè per 2991. segg.) assare
sarebbe lo stesso che arsare, voce de’ bassi tempi, della quale altrove,
continuativo di ardeo, e più regolare ec. nella pronunzia che assare.
V. p.3064. Elixus per elixatus (che pur si dice) sarebbe altra
contrazione al proposito, se però elixo non viene da elixus, come
ho detto di assus. E veggasi a questo proposito la p.2757 8. e 2930.
marg.
(29. Luglio. 1823.)
Niuna
cosa nella società è giudicata, nè infatti riesce più vergognosa del
vergognarsi.
(29.
Luglio 1823.)
In
proposito di favella, favellare, hablar ec. di cui molto distesamente ho
ragionato altrove, veggansi le voci francesi habler, hablerie, hableur
ec. Essi hanno anche fable ec. come noi pur favola ec. e gli
spagnuoli fabula ec. dall’altro significato latino di fabula,
fabulari ec. (29. Luglio. 1823.). Vedi pur lo spagn. habla e hablilla
ec. ser habla o hablilla del pueblo.
(29.
Luglio. 1823.)
[3062]Alla p.3055. marg. Asinus-asellus
in vece di asinellus, che sarebbe intero e regolare, e che noi diciamo. Opera-opella
ec.
(29.
Luglio. 1823.)
Esse
conveniens alicui rei pro convenire; il participio attivo coll’ausiliare esse,
all’italiana. V. Fedro Fab. 27 v. 1. l. 1. e Ovid. Trist. 1. 1. v. 6. ed anche
il Fedro di Desbillons, Manheim 1786. p. LIX.
(29.
Luglio 1823.)
Altri
due italianismi veggansi in Fedro II. 5. v. 25., e 8. v. 4. - Desbillons loc.
cit. p. LXIV e LXV. E notinsi i luoghi di Varrone il quale parla del latino
illustre. Altro eziandio III. 6. v. 5. - Desbill. p. LXXI. Ma Fedro seguiva o s’appressava
in molte cose al latino volgare. Quindi è ch’ha delle frasi tutte sue, cioè che
non si trovano negli altri autori latini, e che sono sembrate non latino. Vedi
il Desbillons p. XXII-VI. e gli altri che trattano della sua latinità. Niuno de’
quali, io credo, ha osservato la vera cagione della differenza di questa
latinità della più nota. Tutti gli scrittori latini (anche antichi e veri
classici) che hanno del familiare nello stile, come, oltre i Comici, Celso (che
s’accosta molto a Fedro quanto può un prosatore a un poeta, e che fu pur
creduto non appartenere al secolo d’oro) e [3063]lo stesso Cesare,
inclinando per conseguenza più degli altri al linguaggio volgare, (benchè
moderatamente e con grazia, come molti degl’italiani, p.e. il Caro), si
accostano eziandio più degli altri all’andamento, sapore ec. e alle frasi, voci
o significazioni ec. dell’italiano. Così pure fa Ovidio fino a un certo segno,
ma per altra ragione, cioè per la negligenza e fretta che non gli permetteva di
ripulire bastantemente il suo linguaggio, di dargli dovunque il debito
splendore, nobiltà ec.; di tenersi sempre lontano dalla favella usuale: insomma
perchè non sapeva o non curava di scrivere perfettamente bene, e si lasciava
trasportare dalla sua vena e copia, con poco uso della lima, siccome per lo
stile, così per la lingua.
(29.
Luglio. 1823.)
Alla
p.3040. fine. Asellus, capella equivalgono ad asinus, capra. Vedi
a questo proposito il Forcell. in catellus.
(30. Luglio. 1823.). V. p.3073.
Come
da nosco-notus, noscito, così da nascor-natus, nasciturus, del
che mi pare di aver detto altrove.
(30.
Luglio. 1823.)
[3064]Similmente
morior-mortuus-moriturus ec. ec.
(30.
Luglio 1823.)
Alla
p.3061. Che assare venga da ardere, e sia lo stesso che arsare,
oltre la verisimiglianza ch’ha in se medesimo, considerando i significati di
tali verbi, si fa eziandio più probabile osservando che il nostro arrostire (franc.
rôtir) ch’equivale ad assare, viene da urere ch’equivale
quasi ad ardere (preso attivamente, come noi sovente lo prendiamo, e
come bisogna considerarlo nel caso nostro: v. Forcell. in ardeo e arsus
participio passato, i Diz. franc. in arder, e lo spagnuolo). E che arrostire
venga da urere, si dimostra guardando ch’egli è corruzione (o che altro
si voglia) d’abbrostire il quale originariamente è il medesimo verbo; e
che abbrostire è quasi il medesimo che abbrostolire, il qual è
corruzione di abbrustolare; e che abbrustolare, detratte le
lettere abbr (non so come premessegli) è appunto il latino ustulare,
il cui significato è nè più nè meno quello di abbrustolare; e che ustulare
è fatto da ustus di urere. Abbrustiare voce fiorentina è quanto
al materiale lo stesso che abbrustolare, mutato il tol [3065](lat.
tul) in ti, secondo il costume della lingua nostra (e massime
della fiorentina e toscana), come da oc-ul-us occh-i-o, da masc-ul-us
masch-i-o, che i fiorentini dicono mastio ec. come ho detto altrove
(così da misc-ul-are misch-i-are, i fiorentini mistiare). Le
lettere abbr abr o br paiono nelle nostre lingue esser proprie,
non so perchè, delle voci di questo tal significato o simile; come in abbrostire
e ne’ sopraddetti (i francesi non conservano che l’r, cioè rostir,
ma questa sembra essere un’aferesi di abbrostire, o abrustire che
sarebbe un vero latino-barbaro), in brustolare, abbruciare ec., bruciare
ec., abbronzare ec. abbruscare (v. l’Alberti), brûler, abrasar
ec. Forse queste tutte sono corruzioni del latino amb (ambustus,
amburere ec.). Veggasi il Glossario se ha nulla in proposito. Veramente abbruciare,
bruciare, brûler, abrasar sembrano non appartenere al latino, e da quella
origine da cui essi vennero, fu tolto forse ancora l’uso di premettere le
lettere abbr, abr, br ad altre voci di significato affine al loro, [3066]benchè
venute d’altra origine, cioè latina ec.
(30.
Luglio. 1823.)
Che la
lingua italiana mediante la letteratura sia stata per più secoli divulgatissima
in Europa, e più divulgata che niun’altra moderna a quei tempi, o certo per più
lungo spazio (perchè la lingua spagnuola per certo tempo lo fu forse
altrettanto, e in Italia nel 600 trovo stampate le Novelle di Cervantes in
ispagnuolo, mentre oggi in tanta diffusione della lingua francese, che niuno è
che non la intenda, è ben difficile che tra noi si ristampi un libro francese
di letteratura o divertimento in lingua francese), raccogliesi da parecchi
luoghi e notizie da me segnate qua e là, e da molte altre che si possono facilmente
raccorre. Vedi in particolare Andres, Stor. della letterat. parte 2. l. 1.
poesia inglese, ed. Ven. del Loschi, t. 4. p.116. 117. 119., la Vita di Milton,
l’Orazione di Alberto Lollio in lode della lingua toscana, nelle Prose
fiorentine, part. 2. vol. 4. ed. Ven. 1730-43. p.38 39, dov’è un passo molto
interessante a questo proposito. Ma si noti che in altre edizioni come in
quella [3067]della Raccolta di prose ad uso delle regie scuole, ed. 3°
Torino, 1753. p.309. questo passo, siccome tutta l’orazione, è
notabilissimamente mutato; e veggasi la prefazione al citato vol. delle Prose
fior. p. X-XI. Veggasi ancora Speroni Oraz. in morte del Bembo nelle Orazioni
stampate in Ven. 1596. p.144-5. La Canzone de’ Gigli del Caro, mandata in
Francia, e fatta apposta per colà, come anche il Commento alla medesima secondo
che dice il Caro in una delle sue lettere al Varchi, il conto fattone in
Francia ec. (vedi la Vita del Caro); la Canzone del Filicaia per la liberazione
di Vienna, mandata in Germania, e credo anche in Polonia, e colà molto lodata,
come si vede nelle lettere del Redi;
i poemi dell’Alamanni fatti in Francia ad istanza di quei principi ec. e colà
stampati (v. Mazzucchelli, Vita dell’Alamanni), siccome molti altri libri
italiani originali o tradotti si pubblicavano allora o si ristampavano fuor d’Italia,
nella quale certo niun libro francese, inglese, tedesco si pubblicava o
ristampava originale, e ben pochissimi tradotti (francesi o spagnuoli); tutte
queste cose, e cento altre simili notizie e indizi di cui son pieni [3068]i
libri del 500, del 600, e anche de’ principii del 700, dimostrano quanto la
lingua italiana fosse divulgata. Nondimeno ella ha lasciato ben poche o niuna
parola agli stranieri (eccetto alcune tecniche, militari, di belle arti ec. che
spettano ad altro discorso) mentre la lingua francese tanti vocaboli e frasi e
modi e forme ha comunicato e comunica a tutte le lingue colte d’Europa, e in
esse le ha radicate e naturalizzate per sempre, e continuamente ne radica e
naturalizza. Segno che la letteratura è debol fonte e cagione e soggetto di
universalità per una lingua, perocchè una lingua universale per la sola
letteratura (e per questo lato fu veramente universale l’italiana a que’ tempi,
quanto mai lo sia stato alcun’altra fra le nazioni civili) non rende diglÅttouw le nazioni in ch’ella si spande, e non è mai se non materia di
studio e di erudizione (paideÛaw). Quindi poco profonde radici mettono nell’altre lingue le sue parole: e
terminata l’influenza della sua letteratura [3069]termina la sua
universalità (non così, terminata l’influenza della nazion francese è terminata
nè terminerà l’universalità della sua lingua, nè così della greca ec.), e si
dimenticano e disusano ben presto quelle parole e modi che lo studio e l’imitazione
della sua letteratura aveva forse introdotto nelle letterature straniere, ma
non più oltre che nelle letterature. Quando in Francia a tempo di Caterina de’
Medici, la nostra lingua si divulgò per altro che per la letteratura, allora l’italianismo
nel francese non appartenne alla letteratura sola, e in questa medesima
eziandio fu maggiore assai che negli altri tempi o circostanze, onde, non so
qual degli Stefani, scrisse quel dialogo satirico del quale ho detto altrove
più volte.
Il
Menagio, Regnier Desmarais, il Milton ec. che scrissero e poetarono in lingua
italiana, sono esempi non rinnovatisi, cred’io, rispetto ad alcun’altra lingua
moderna, se non dipoi rispetto alla francese, e certo non dati nè imitati mai
dagl’italiani, se non appresso [3070]parimente quanto al francese. S’è
vero che nel 500 v’avessero cattedre di lingua italiana tra’ forestieri, come
dice Alberto Lollio, esse erano, cred’io, le uniche dove s’insegnasse lingua
moderna forestiera nè nazionale, nè mai vi fu cosa simile in Italia per nessun’altra
lingua moderna (eccetto forse in Propaganda di Roma) fino a questi
ultimissimi tempi (v’è ora qualche cattedra di lingua moderna in Italia? Dubito
assai: di lingua italiana? dubito ancor più). È noto poi che la letteratura e
lingua spagnuola nel suo secolo d’oro che fu il 500. come per noi, si modellò
in gran parte sull’italiana, colla qual nazione la Spagna ebbe allora purtroppo
che fare.
(30.
Luglio. 1823.)
Benedetto
Buommattei nell’Orazione delle lodi della lingua toscana detta da lui l’anno
1623. nell’Accademia Fiorentina (Vita del Buommatt. in fronte alla sua Grammat.
ed. Napoli 1733. p.22. princ.), verso il fine, cioè nella succitata Raccolta di
Torino p.299. fine - 300. e appiè della sua Gramatica, ediz. cit. p.273. fine,
dice della universal [3071]diffusione della lingua toscana a quel
tempo ciò che ivi puoi vedere.
(30.
Luglio. 1823.)
Dompter da domitare, inseritoci il p,
come in emptus, sumptus (sumpsi ec.) e simili, e come alcuni
fanno in temptare che nel Cod. de Rep. di Cic. è scritto temtare,
come anche si scrive emtus, sumtus, peremtus ec. Veggasi la p.3761.
fine. E il Richelet nel Diz. scrive domter con tutti i suoi derivati
similmente, e vuol che si pronunzi donter, dontable ec. così anche altri
Dizionari moderni. Così dompnus e domnus contratto da dominus.
E a questo discorso appartiene la voce somnus fatta da ìpnow e, come dice Gellio, da sypnus - o supnus-sumnus-somnus.
V. il Glossar. se ha niente che faccia a proposito.
(31. Luglio. 1823.)
Alla
p.3057. Similmente angustia per angoscia (ch’è corruzione di angustia)
o in simile significato par che venga dal greco, quanto cioè alla metafora. StenoxvrÛai, in questo senso e in San Basilio
Magno nell’Omil. o sermone eéxaristÛaw de gratiarum actione, opp.
ed. Garnier, t. 2. p.26. D. cap. 2. È da veder però se tali metafore vennero a
noi da’ greci, o a’ greci dal latino (v. p.e. Forcell. in angustia:
anche noi diciamo in tal senso strette, strettezza ec.) o dal
latino-barbaro. [3072]V. il Gloss. lat. (perchè il greco non ha niente)
e lo Scapula.
(31.
Luglio. 1823.)
Alla
p.2841. marg. Di tali participii passivi di verbi neutri (e fors’anche di verbi
attivi) adoperati in senso neutro (fors’ancora attivo), anzi non in altro senso
che in questo, cioè non mai passivamente ne abbondano le lingue figlie della
latina. Stato, caduto, uscito, svaporato, esalato, venuto, andato, salito,
sceso, sorto, vissuto, morto, ec. Anzi quasi tutti i verbi neutri hanno
nelle dette lingue tali participii col detto senso e non altro.
(31.
Luglio. 1823.).
V. p.3298.
Ho
discorso altrove della voce camara o camera. V. Fedro IV. 22. v.
29. e ivi il Desbillons e gli altri.
(31.
Luglio 1823.)
I
Romani, che tanto fecero con la virtù, e col sangue, riconoscevan nondimeno
ogni cosa dalla Fortuna; Dea più ch’altro Nume da loro adorata. Onde Lucio
Silla che vinse la Virtù, e i Trionfi, e i sette Consolati di G. Mario, si fè
chiamare il Felice, e teneasi esser della Fortuna figliuolo. Ed Augusto pregò
gli Dii, che [3073]dessero al nipote la sua fortuna, la quale fu
stupenda. Bern. Davanzati. Orazione in morte del Gran Duca di Toscana Cosimo
primo.
(1. Agosto. dì del Perdono. 1823.)
Alessandro
Magno schifò quel (consiglio) d’Aristotile, che volea ch’egli trattasse i Greci
da parenti, e i Barbari da bestie, e sterpi. Id. ib.
(1. Agosto.
dì del Perdono. 1823.)
Alla
p.3063. Scrupulus diminutivo di scrupus, usato però sempre, ch’io
sappia, in luogo del positivo nei sensi metaforici, eccetto solamente appo Cic.
de repub. III. 16. p.244. Anzi eziandio nel senso proprio, fuor d’un luogo di
Petronio, non so che si trovi mai adoperato il detto positivo. Ma il diminutivo
bensì. Così dico di calx per lapis, da cui calculus. V.
Forcell. in calculus e calx.
(1.
Agosto. dì del Perdono. 1823.)
Aborto
as da aborior-abortus,
o dal semplice orior. Il nostro abortire e il lat. abortio is
(se questo verbo è vero) sarebbero continuativi anomali. Il franc. avorter è
il lat. abortare. V. lo [3074]spagnuolo e il Gloss. se ha nulla.
(1.
Agosto. dì del Perdono. 1823.)
Appellito
as da appello-appellatus, onde lo spagn. apellidar, apellido sostantivo ec.
(1.
Agosto. 1823.)
Reditus
a um. V. l’Oraz.
di Claudio Imp. (citata in altri casi dal Forcell. come in appellito)
ap. Gruter. p.502. col. 1. v. 36. Cretus, concretus ec. V. Forcell. Pertaesus,
Distisus, Fisus, diffisus, confisus ec. V. Forc. Exoletus cioè qui
exolevit. Conspiratus. V. Forc. in fine vocis. Census a um. V. Forc. Status a um. V.
Forc. nel principio di questa voce, massime il luogo d’Ulpiano. Nuptus a um.
Falsus. V. Forc.
(1.
Agos. 1823.)
È da notare
che la lingua spagnuola, per suo quasi perpetuo costume e regola, conserva ne’
participii de’ verbi latini della 2da e 3° maniera l’antica e regolare e piena
forma della quale ho discorso altrove, non ostante che nel latino conosciuto
ella sia alterata, contratta, o anomala. Ne’ quali casi la lingua italiana suol
seguire ciecamente la latina ancorchè contro la regola e proprietà delle sue
coniugazioni, e inflessioni, come ho detto altrove in proposito di arsare.
P.e. 1. tenido, venido, e cento simili sono participii intieri, cioè tenitus,
venitus, [3075]in luogo de’ contratti che usa la lingua latina
conosciuta, cioè tentus, ventus ec. Noi in questo e in molti altri casi
mutiamo bene spesso l’i in u (scambio che può essere anch’esso
antichissimo) dicendo tenuto, venuto ec. I francesi cambiano sovente e
comprendono nella lettera u tutte le lettere itus: tenu, venu da tenitus,
venitus e così ordinariamente. 2. Corregido è participio intero e
senza mutazione di lettera alcuna, cioè corregitus, dal qual regolare
participio la lingua latina fece corregtus per contrazione, e indi
mutato il g nell’affine palatina, correctus ch’è solo participio
rimasto nel latino conosciuto, e nell’italiano. Similmente leido (se non
che lo spagnuolo omette il g in tutto questo verbo) è il primitivo e
regolare legitus (dimostrato da legitare) e da questo viene, non
già da lectus, da cui il nostro letto. Anzi, perchè veggiate la
differenza, da lectus sostantivo lo spagnuolo non fa leido, ma lecho
(voce antica), [3076]equivalendo il ch spagnuolo assai spesso al ct
latino. 3. Movido, nacido, conocido e cento simili sono participii e
interi e irregolari, in luogo di contratti ed anomali. Movitus per motus.
Nascitus (dimostrato, oltre l’analogia, da nasciturus, come altrove
ho notato) per natus ch’è solo oggi nel latino e nell’italiano e nel
francese Cognoscitus, dimostrato, come altrove ho detto, da noscito,
per cognitus, ch’è unico nel latino, unico nel francese. Nell’italiano v’è
cognitus e v’è anche cognoscitus, mutato al solito l’i in u,
e dico mutato, perchè in conosciuto, l’i è accidentale della
scrittura, non proprio della parola, e serve solamente a dinotar la pronunzia
delle lettere sc, che poste avanti l’u senza l’intrapposizione
della i, si profferirebbero in altro modo.
Del resto nacido ec. è proprio lo stesso che nascitus, omessa la s
per proprietà moderna, perchè gli antichi la [3077]scrivevano, come pure
in crecer (onde crecido-crescitus-cresciuto, per cretus-cru),
condecender ec. ec. La lingua spagnuola suol essere regolarissima in
questi tali participii, più assai dell’italiana, più della francese, e
conservare più di ambedue l’antichità e primitiva proprietà latina, anzi
conservarla si può dir, pienamente. E ciò non meno nè in diverso modo quando la
latina conosciuta è irregolare o contratta, che quando ell’è regolare e
semplice, come da habitus, havido o habido, che noi colla solita
mutazione diciamo avuto. Ora questo havido nello spagnuolo ha la
stessissima forma di tenido ec. Ma non così in latino, benchè teneo
sia della stessa forma di habeo.
V. p. 3572. fine.
Non è
tuttavia che alcune volte la lingua spagnuola non segua in tali participi
ciecamente o l’anomalia o la contrazione della lingua latina, come suol far l’italiano
e il francese e non ne divenga essa stessa anomala, come le altre due. Di visto,
e quisto (che però si dice anche regolarmente querido) dico
altrove. Da facere, hacer, [3078]ella non fa pienamente hacido,
facitus, ma contrattamente hecho da factus (fatto, fait),
anticamente fecho, mutato il ct in ch per proprietà
spagnuola, come in derecho, provecho ec. ec. e come ho pur detto
altrove; e l’a cambiato in e, come in trecho da tractus,
in leche da lacte ablativo (Perticari vuol che si dica dall’accusativo
tolta la m; ma ecco che l’accusativo di lac è lac: vedi
però il Forcell. appo il quale lac è mascolino in più esempi), e come i
latini ne’ composti, conFECTUS ec., in echar da jactare.
Dov’è notabile che anche noi e i francesi facciamo la stessa mutazione: gettare,
jeter, come i latini ne’ composti: obiectare ec. Da dicere
non decido o dicido, ma dicho-dictus-detto-dit.
(1.
Agos. 1823.). V. p.3362.
La più
bella e fortunata età dell’uomo, la sola che potrebb’esser felice oggidì, ch’è
la fanciullezza, è tormentata in mille modi, con mille angustie, timori,
fatiche dall’educazione e dall’istruzione, tanto che l’uomo adulto, anche in
mezzo all’infelicità che porta la cognizion del vero, il disinganno, la noia
della vita, l’assopimento della immaginazione, non accetterebbe di tornar
fanciullo colla condizione di soffrir quello stesso che nella fanciullezza ha
sofferto. E perchè così tormentata [3079]e fatta infelice quella povera
età, nella quale l’infelicità parrebbe quasi impossibile a concepirsi? Perchè l’individuo
divenga colto e civile, cioè acquisti la perfezione dell’uomo. Bella
perfezione, e certo voluta dalla natura umana, quella che suppone
necessariamente la somma infelicità di quel tempo che la natura ha
manifestamente ordinato ad essere la più felice parte della nostra vita. Torno
a domandare. Perchè fatta così infelice la fanciullezza? E rispondo più giusto.
Perchè l’uomo acquisti a spese di tale infelicità quello che lo farà infelice
per tutta la vita, cioè la cognizione di se stesso e delle cose, le opinioni, i
costumi le abitudini contrarie alle naturali, e quindi esclusive della
possibilità di esser felice; perchè colla infelicità della fanciullezza si
compri e cagioni quella di tutte le altre età; o vogliamo dire perch’ei perda
colla felicità della fanciullezza, quella che la natura avea destinato e
preparato siccome a questa, così a ciascun’altra età dell’uomo, e ch’altrimenti
egli avrebbe ottenuta in effetto.
(1.
Agosto. 1823.)
[3080]Assaltare da assalire, come il
semplice salto lat. da salio.
(1.
Agos. dì del Perdono. 1823.). V. p.3588.
Alla
p.2740. marg. Io credo bene che il c fosse posto in uso tanto per
esprimere il ps, quanto il bs e il fs; e così il j tanto pel ks, quanto pel gs e pel xs; posto in uso, dico, dagli scrivani che in quei primi
tempi e in quella imperfezione dell’ortografia, non distinguevano bastantemente
e confondevano rispetto ai segni le varie pronunzie e i vari suoni, massime
affini, nè si curavano di distinguerli più che tanto l’un dall’altro nelle
scritture, o non sapevano perfettamente farlo. Credo per conseguenza,fl¢c che antichissimamente si pronunziasse e scrivesse fl¢bs, non fl¡pw; ŽleÛcv si pronunziasse e scrivesse ŽleÛfsv, e non ŽleÛpsv; lægj læggw, e non lægkw; �rjv �rxsv, e non �rksv; e così dell’altre doppie. Ma che poi, introdotto l’uso di queste doppie
si continuassero quelle lettere a pronunziare secondo la derivazione
grammaticale o l’uso antico e le antiche radicali, e che quindi p.e. il c e il j avessero ora una pronunzia [3081]ed ora un’altra,
cioè ora ps ora bs ec. non lo credo, anzi tengo che
il c fosse sempre pronunziato ps, e il j sempre ks. Passaggio non difficile neppure nella pronunzia (e
ordinario anche e regolare in milione d’altri casi sì nella pronunzia che nella
scrittura e grammatica greca) d’una in un’altra affine, cioè dalle palatine g e x alla palatina k, e dalle labiali b f alla labiale p. Massime che il p e il k sono veramente medie nella pronunzia tra le loro
affini, benchè si assegni il nome di medie al g e al b, e al d, non al t ec. Lo deduco dal latino, fra’
quali parimente il x fu sostituito sì al cs che al gs, ed
anticamente scrivevasi e pronunziavasi p.e. gregs, legs, regs, non grecs,
lecs, recs, come oggidì, almeno noi italiani, sogliamo sempre pronunziare.
V. il Forc. e il Diz. di gramm. e letterat. dell’Encicl. metod. in X. Ma
che in seguito il x anche tra’ latini antichi, ossia de’ buoni tempi,
fosse sempre pronunziato cs, come oggi, dimostrasi dal considerare p.e.
i verbi lego, rego, tego e simili (appunto venuti da’ nomi sopraddetti)
i quali nel perfetto fanno rexi, texi (lego ha legi). Dove
certo la x antichissimamente equivalse a gs, come ho detto
altrove. Ma eccovi i participii lectus, rectus, tectus, che da prima
furono legitus ec. e poi contratti, mutarono il g in c.
Resta dunque più che probabile che anche quei perfetti si pronunziassero col c,
recsi, tecsi malgrado [3082]la loro derivazione grammaticale e
quindi è altrettanto probabile che qualora nell’x doveva esservi il g,
passasse in c, giacchè non v’è niuna ragione di più perch’ei dovesse far
questo passaggio ne’ detti perff. che in qualunqu’altra voce.
(2. Agosto. dì del Perdono. 1823.)
È cosa
dimostrata e dalla ragione e dall’esperienza, dalle storie tutte, e dalla
cognizione dell’uomo, che qualunque società, e più le civili, e massime le più
civili, tendono continuamente a cadere nella monarchia, e presto o tardi,
qualunque sia la loro politica costituzione, vi cadono inevitabilmente, e
quando anche ne risorgono, poco dura il risorgimento e poco giova, e che
insomma nella società non havvi nè vi può avere stato politico durabile se non
il monarchico assoluto. È altrettanto dimostrato, e colle medesime prove, che
la monarchia assoluta, qual ch’ella sia ne’ suoi principii, qual ch’ella per
effimere circostanze possa di quando in quando tornare ad essere per pochi momenti,
tende sempre e cade quasi subito e irreparabilmente nel despotismo; perchè
stante [3083]la natura dell’uomo, anzi d’ogni vivente, è quasi
fisicamente impossibile che chi ha potere assoluto sopra i suoi simili, non ne
abusi; vale a dire è impossibile che non se ne serva più per se che per gli
altri, anzi non trascuri affatto gli altri per curarsi solamente di se, il che
è nè più nè meno la sostanza e la natura del despotismo, e il contrario appunto
di quello che dovrebb’essere e mai non fu nè sarà nè può essere la vera e buona
monarchia, ente di ragione e immaginario. Ora egli è parimente certo, almeno lo
fu per gli antichi, e lo è per tutti i savi moderni, che il peggiore stato
politico possibile e il più contrario alla natura è quello del despotismo. Altrettanto
certo si è che lo stato politico influisce per modo su quello della società, e
n’è tanta parte, ch’egli è assolutamente impossibile ch’essendo cattivo quello,
questo sia buono, e che quello essendo imperfetto, questo sia perfetto, e che
dove quello è pessimo, non sia pessimo questo altresì. Or dunque lo stato [3084]politico
di despotismo essendo inseparabile dallo stato di società, e più forte e
maggiore e più durevole nelle società civili, e tanto più quanto son più
civili, ricapitolando il sopraddetto, mi dica chi sa ragionare, se lo stato di
società nel genere umano può esser conforme alla natura, e se la civiltà è
perfezionamento, e se nella somma civiltà sociale e individuale si può riporre
e far consistere la vera perfezione della società e dell’uomo, e quindi la
maggior possibile felicità d’ambedue, come anche lo stato a cui l’uomo tende
naturalmente, cioè quello a cui la natura l’aveva ordinato, e la felicità e
perfezione ch’essa gli avea destinate.
(2.
Luglio. dì del Perdono. 1823.)
La delicatezza,
p.e. la delicatezza delle forme del corpo umano, è per noi una parte o qualità
essenziale e indispensabile del bello ideale rispetto all’uomo, sì quanto al
vivo, sì quanto alla imitazione che ne fa qualsivoglia [3085]arte, la
poesia ec. Puoi vedere la pag.3248-50. Ora egli è tutto il contrario in natura.
Perciocchè la delicatezza, non solo relativamente, cioè quella tal delicatezza
che la nostra imaginazione e il nostro concetto del bello esige nelle forme
umane, e quel tal grado e misura ch’esso concetto n’esige, ma la delicatezza
assolutamente, è per natura, brutta nelle forme umane, cioè sconveniente a esse
forme. Giacchè l’uomo per natura doveva essere, e l’uomo naturale è tutto il
contrario che delicato di forme. Anzi rozzissimo e robustissimo, come quello
che dalla necessità di provvedere a’ suoi bisogni giornalmente, è costretto
alla continua fatica, e dal sole e dalle intemperie degli elementi è abbronzato
e irruvidito. E la delicatezza gli nuocerebbe; onde s’egli pur accidentalmente
sortisce una persona delicata dalla nascita, questo è un male e un difetto
fisico per lui, e quindi una sconvenienza e bruttezza fisica, [3086]come
lo sono tanti altri difetti corporali che sì l’uomo naturale come il civile (e
così gli altri animali e vegetabili) si porta dalla nascita, non per legge e
per regola generale della natura umana, ma per circostanze irregolari e per
accidente individuale o familiare o nazionale ec. Per le quali cose è
certissimo che nell’idea che l’uomo naturale si forma della bellezza fisica
della sua specie, non entra per nulla la delicatezza, la quale per tutte le
nazioni civili in tutti i secoli fu ed è indispensabile parte di tale idea.
Anzi per lo contrario è certissimo che la delicatezza per l’uomo naturale entra
nell’idea della bruttezza umana fisica. Che se l’uomo naturale non esigerà
nelle forme feminili tanta rozzezza quanta nelle maschili, non sarà già ch’egli
vi esiga la delicatezza, nè anche ch’egli concepisca per niun modo la
delicatezza come bella nel sesso femminile; anzi per lo contrario egli esigerà [3087]nelle
forme donnesche tanta robustezza quanta è compatibile colla natura di quel
sesso, e tanto più belle stimerà quelle forme quanto più mostreranno di
robustezza senza uscir della proporzione del sesso. E se la robustezza uscirà
di tal proporzione, ei la condannerà, non come opposta alla delicatezza, quasi
che la delicatezza fosse parte del bello, ma senza niuna relazione alla
delicatezza, la condannerà come sproporzionata e fuor dell’ordinario in quel
sesso. Laddove per lo contrario le nazioni civili esigono nelle forme donnesche
tanta delicatezza quanta possa non uscir della proporzione, e piuttosto ne
lodano l’eccesso che il difetto. E quando ne condannano l’eccesso, lo
condannano solo in quanto eccesso, non in quanto di delicatezza, nè in quanto
opposto alla grossezza e rozzezza; laddove l’uomo naturale condannando la
soverchia robustezza non la condanna come robustezza, ma come soverchia secondo
le proporzioni ch’egli osserva nel generale.
[3088]Ecco dunque l’idea universale di
tutte le nazioni ed epoche civili circa il bello umano (ch’è pur quel bello
intorno a cui gli uomini convengono naturalmente più che intorno alcun altro)
dirittamente opposta a quella dell’uomo naturale, quanto alla parte che abbiamo
considerata. Dicasi ora che l’idea del bello è naturale ed insita, non che
universalmente conforme, eterna, immutabile.
E in
questa differenza d’idee che abbiamo notata, qual è più conforme alla natura
umana, più derivante dalla natura, e (se qui avesse luogo la verità) qual è più
vera, più giusta, più ragionevole? Certo quella dell’uomo naturale. Dunque non
si dica, come diciamo di tanti altri in tante occasioni, ch’egli non concorda
con noi circa il bello, perchè non ne ha il fino senso, nè la mente atta a
concepire il vero bello ideale. (Il che noi diremo, cred’io, ancora
degli Etiopi, il cui bello ideale umano è nero e non bianco, rincagnato,
di labbra grosse, lanoso). Come mai può esser bella in una [3089]specie
di animali la debolezza, la pigrizia? E pur tale ella è nell’uomo appo tutte le
nazioni civili, perocchè la delicatezza non è senza l’una e l’altra, e da esse
fisicamente nasce, e le dimostra necessariamente all’intelletto.
Sentimento
e giudizio degli uomini di campagna circa la bellezza umana e la delicatezza. -
Il qual sentimento e giudizio è certamente per le dette ragioni più giusto del
nostro. Del nostro, uomini di fino senso e gusto, e profondi conoscitori del
bello, è più naturale e quindi più giusto il sentimento e il giudizio di
spiriti grossi, rozzi, inesercitati, ignoranti.
Quel che
si è detto della delicatezza, dicasi di altre molte qualità che per consenso di
tutti i secoli e popoli civili denno trovarsi nelle forme dell’uomo per esser
belle; e che per natura non si trovavano, o non doveano trovarsi nelle forme
dell’uomo, [3090]o vi si trovavano e dovevano trovarvisi le contrarie.
Perocchè siccome l’animo e l’interiore dell’uomo e quindi i costumi e la vita,
così anche le forme esteriori sono, in molte qualità, rimutate affatto da quel
ch’erano negli uomini primitivi. E intorno a tutte queste qualità, il
sentimento e il giudizio di tal uomini circa la bellezza umana corporale,
differisce o espressamente contraddice a quello di tutte le nazioni ed epoche
civili universalmente; e sempre è più ragionevole.
(4. Luglio 1823.)
Come le
forme dell’uomo naturale da quelle dell’uomo civile, così quelle di una nazione
selvaggia differiscono da quelle di un’altra, quelle di una nazione civile da
quelle di un’altra; quelle di un secolo da quelle di un altro, per varietà di
circostanze fisiche naturali o provenienti dall’uomo stesso; e (per non andar
fino alle famiglie e agl’individui) è cosa osservata e naturale che gli uomini
dediti alle varie professioni materiali (senza parlar delle morali, che
influiscono sulla fisonomia, dei caratteri e costumi acquisiti, [3091]che
pur sommamente v’influiscono, e la diversificano in uno stesso individuo in
diversi tempi) ricevono dall’esercizio di quelle professioni certe differenze
di forme, ciascuno secondo la qualità del mestiere ch’esercita e secondo le
parti del corpo che in esso mestiere più s’adoprano o più restano inoperose,
così notabili che l’attento osservatore, e in molti casi senza grande
osservazione, può facilmente riconoscere il mestiere di una tal persona sconosciuta
ch’ei vegga per la prima volta, solamente notando certe particolarità delle sue
forme. Così si può riconoscere l’agricoltore, il legnaiuolo, il calzolaio,
anche senz’altre circostanze che lo scuoprano.
Qual è
dunque la vera forma umana? Ed essendo diversissime e in parte contrarissime le
qualità che di essa si osservano in intere nazioni, classi ec. di persone,
benchè generalmente e regolarmente comuni in quella tal classe; come si
può determinare esattamente essa forma secondo i capi delle qualità regolari e
delle parti che regolarmente la compongono? E non potendosi determinare la
forma umana [3092]regolare e perfetta, perocch’ella regolarmente per
intere classi, nazioni e secoli si diversifica, come si potrà determinare la
bellezza della medesima? Quando appena si troverà una qualità che la possa
comporre, la quale non manchi o non sia mancata regolarmente ad intere classi e
generazioni d’uomini, o non sia stata anzi tutto l’opposto? Che cosa è dunque
questo tipo di bellezza ideale, universalmente riconosciuto, eterno,
invariabile? quando neppure intorno alla nostra propria forma visibile, se ne
può immaginar uno che sia riconosciuto per tale da tutti gli uomini, in tutti i
tempi, o che non possa, o non abbia potuto non esserlo? quando esso non si
trova neppur nella natura? dove dunque si troverà, o dove s’immaginerà, o donde
si caverà egli?
Perocchè
egli è certo che se taluno fosse (come certo furono e sono molti), il quale non
avesse mai veduto altra forma d’uomini che l’una di quelle tali sopraddette,
propria di una cotal nazione, o classe, o schiatta ec. ec. [3093]l’idea
ch’egli si formerebbe della bellezza umana visibile, non uscirebbe delle
proporzioni e delle qualità ch’egli avrebbe osservate in quella tal forma, e
sarebbe lontanissima, e talvolta contrarissima, all’idea che si formerebbe un
altro che si trovasse nella stessa circostanza rispetto a un’altra maniera di
forme. Al quale la bellezza immaginata e riconosciuta da quel primo, parrebbe
vera bruttezza, o composta di qualità ch’egli, se non altro, in parte,
giudicherebbe onninamente brutte e sconvenienti, perchè diverse o contrarie a
quelle ch’egli sarebbe assuefatto a vedere. Un agricoltore il quale non avesse
mai veduto forme cittadine, crediamo noi che si formerebbe della bellezza un’idea
conforme o simile a quella de’ cittadini? anzi non contraria affatto in molte
parti essenziali? Un popolo di calzolai concepirebbe la bella forma dell’uomo
tozzotta, di spalle larghe e grosse, gambe sottili e ripiegate all’indentro,
braccia quasi più grosse delle gambe ec.
[3094]Tutto ciò spetta a quello che nelle
forme umane dipende dalla natura largamente presa, cioè dalle cause fisiche ec.
Di quello poi che dipende dalle usanze che dovrà dirsi? pareva impossibile nel
16° secolo, secolo di squisito gusto, al Cellini, finissimo conoscitore del
bello, di dar grazia e bell’aria al ritratto del Bembo (ch’egli aveva a fare in
una medaglia), perchè il Bembo non portava barba. E il Bembo si fece crescer la
barba per farsi ritrarre dal Cellini, e che il ritratto facesse bella vista
essendo barbato, e così fu fatto. Che ne sarebbe parso a un artista de’ nostri
tempi? Molte cose si posson dire delle varie opinioni ec. di varie nazioni e
tempi sopra l’uso della barba (ch’è pur cosa naturale), relativamente al bello.
Così de’ capelli e delle così diverse e contrarie pettinature, o tosature
(totali o in parte) tenute per belle o per brutte in diverse età da una stessa
nazione, in diverse nazioni ec. Eppure anche intorno ai capelli v’è la
pettinatura naturale ec. ec.
(5. Agosto. 1823.)
[3095]Futuri del congiuntivo usati da’
latini in vece di quelli dell’indicativo, del che altrove. Odero, meminero,
credo anche coepero, novero. Forse ero coi composti potero,
subero ec. furono originariamente futuri del congiuntivo.
(5.
Agosto. 1823.)
Riprendono
nell’Iliade la poca unità, l’interesse principale che i lettori prendono per
Ettore, il doppio Eroe (Ettore ed Achille), e conchiudono che se Omero nelle
parti è superiore agli altri poeti, nel tutto però preso insieme, nella
condotta del poema, nella regolarità è inferiore agli altri epici,
particolarmente a Virgilio. Certo se potessero esser vere regole di poesia
quelle che si oppongono al buono e grande effetto della medesima e alla natura
dell’uomo, io non disconverrei da queste sentenze. In proposito delle cose
contenute nel séguito di questo pensiero, vedi la pag.470. capoverso 2.
Omero fu
certamente anteriore alle regole del poema epico. Anzi esse da’ suoi poemi
furono cavate. Considerandole dunque come cavate e dedotte da’ suoi poemi, e
fondate sull’autorità di Omero, e principalmente dell’Iliade, dico che [3096]chi
ne le trasse, prese abbaglio, e che d’allora in poi fino al dì d’oggi, s’ingannarono
e s’ingannano tutti quelli che le seguirono o le sostennero, o le seguono o
sostengono (ciò sono tutti i litteratores) come appoggiate sull’esempio
di Omero: perchè quest’esempio non sussiste, e dalla forma della Iliade non
nascevano e non si potevano cavar quelle regole. Considerandole poi come
indipendenti da Omero, come sussistenti da se, e supponendo (il che non è vero)
ch’elle sieno il parto della ragione e della specolazione assoluta, dico senza
tergiversazione che Omero, siccome non le conobbe, così neanche le seguì, ma
seguendo la natura, molto miglior maestra delle Poetiche e de’ Dottori di
Scuola e delle teorie, s’allontanò effettivamente da esse regole; ed aggiungo
che queste sono errate da chiunque le immaginò, perchè incompatibili colla
natura dell’uomo, perchè seguendole, il poema epico non può produrre il grande
e forte e bello effetto ch’ei deve, o per lo meno [3097]non può produrre
il maggiore e migliore effetto che gli sia d’altronde e in se stesso possibile;
e che per conseguenza esse regole sono cattive e false.
Nelle
Iliade pertanto non v’è unità. Due sono realissimamente gli Eroi, Ettore e
Achille. Due gl’interessi e diversi l’uno dall’altro: l’uno pel primo di questi
Eroi e per la sua causa, l’altro pel secondo e per la causa de’ greci.
Interessi affatto contrarii che Omero volle espressamente destare e desta,
volle alimentare e mantenere continuamente vivi ne’ suoi lettori, e l’ottiene;
volle far ciò dell’uno e dell’altro interesse ugualmente e come di compagnia, e
così fece.
È
proprio degli uomini l’ammirar la fortuna e il buon successo delle intraprese,
l’essere strascinati da questo e da quella alla lode, e per lo contrario dalla
mala sorte e dal tristo esito al biasimo, l’esaltare chi ottenne quel che
cercò, il deprimere chi non l’ottenne, lo stimar colui superiore al generale,
costui uguale o inferiore, [3098]il credersi minor di quello e da lui
superato, maggior di questo od uguale; in somma il distribuir la gloria secondo
la fortuna. Questa proprietà degli uomini di tutti i tempi avea maggior luogo
che mai negli antichi. L’esser fortunato era la somma lode appo loro. (V. fra l’altre
la p.3072. fine e p.3342.) E ciò per varie cagioni. Primieramente la fortuna
non si stimava mai disgiunta dal merito, per modo ch’eziandio non conoscendo il
merito, ma conoscendo la fortuna d’alcuno, si reputava aver bastante argomento
per crederlo meritevole. Come negli stati liberi pochi avanzamenti si possono
ottenere senz’alcuna sorta di merito reale, e come gli antichissimi popoli
nella distribuzione degli onori, delle dignità, delle cariche, dei premi,
avevano ordinariamente riguardo al merito sopra ogni altra cosa, così e
conseguentemente stimavano che gli Dei non compartissero i loro favori, che la
fortuna non si facesse amica, se non di quelli che n’erano degni: talmente che
anche i doni naturali come la bellezza e la forza si stimavano compagni [3099]ed
indizi de’ pregi dell’animo e de’ costumi, e la stessa ricchezza o nobiltà e l’altre
felicità della nascita cadevano sotto questa categoria. Secondariamente, non
supponendo gli antichi maggiori beni che quelli di questa vita, fino a credere
che i morti, anche posti nell’Elisio, s’interessassero più della terra che dell’Averno,
e che gli Dei fossero più solleciti delle cose terrene che delle celesti, ne
seguiva che considerassero la felicità come principalissima parte di lode,
perocchè il merito infelice come può giovare a se o agli altri? e come può
parer buono e grande quello ch’è inutile? e se il merito era infelice, come
poteva risplendere? e non risplendendo e non giovando in questa terra e per
questa vita, dove, secondo le antiche opinioni, avrebbe acquistato luce e
splendore? dove e a che cosa avrebbe giovato?
Era
dunque la felicità, principale ed essenzial cagione e parte di lode e di stima
e di ammirazione e di gloria presso gli antichi, ancor [3100]più che
presso i moderni; e massimamente appo gli antichissimi. Perocchè insomma ella è
cosa naturale il pregiar sopra tutto la felicità, laonde egli è ben ragionevole
ch’ella tanto più sia pregiata quanto i costumi, le opinioni e la vita degli
uomini sono più vicini e conformi alla natura, quali erano in fatti nella più
remota antichità. Omero dunque pigliando a esaltare un Eroe ed una nazione, e
togliendoli per soggetto del suo canto e della sua lode, e facendo materia del
suo poema l’elogio loro, si sarebbe fatto coscienza di sceglierli o di fingerli
sfortunati, e tali che non avessero conseguito l’intento di quella impresa di
ch’egli prendeva a cantare. Egli doveva dunque pigliare un Eroe fortunato.
E tanto
più quanto questo Eroe era un guerriero, e i suoi pregi eroici il coraggio e
valor dell’animo, e l’impresa una guerra. Perocchè se ne’ tempi moderni
eziandio, poca o nulla è la gloria del vinto, e la lode di quella guerra [3101]che
non è terminata dalla vittoria, molto più si deve stimare che così fosse appo
gli antichi. Fra’ quali effettivamente l’esser vinto si teneva per ignominia, e
il vincere in qualsivoglia modo era gloria, non si considerando allora gran
fatto altra giustizia che quella dell’armi, altro diritto che della forza.
Oltre che volendo Omero nel suo poema (siccome poi vollero gli altri epici)
adombrar quasi un modello o un tipo di uomo superiore al generale e
maraviglioso, e scegliendo per tale effetto un guerriero, come poteva egli
farlo superiore agli altri uomini e singolarmente mirabile per le virtù proprie
della sua professione, s’ei non l’avesse fatto vittorioso? anzi tale che niuno
gli potesse resistere? Come poteva egli fare che questo Eroe fosse vinto, cioè
superato dagli altri in quelle virtù e qualità per le quali egli intendeva di
mostrarlo a tutti superiore e fra tutti unico, affine di produrre la
maraviglia, ed eseguire [3102]quel tipo di compiuto guerriero ch’ei si
proponeva? Non è della guerra come d’altre molte imprese che possono venir
fallite e mancare del loro intento a cagione di ostacoli insuperabili all’uomo
e di forze superiori alle umane. Ma la guerra è dell’uomo coll’uomo, e quindi è
forza il far vincitore colui che si vuol far superiore agli altri uomini e
singolare nella sua specie per le virtù guerriere. Chi cede nella guerra, cede
all’uomo, cosa che oggidì potrà essere scusata ma di rado lodata; fra gli
antichissimi non che lodata, era pur di rado scusata, e generalmente spregiata
com’effetto o di viltà o di debolezza, la quale, sebbene involontaria, era poco
meno spregiata della viltà, come lo sono anche oggidì proporzionatamente e la
debolezza e tanti altri difetti degl’individui o delle nazioni, esteriori o
interiori, che non dipendono dalla volontà di chi n’è il soggetto. Dico che la
guerra è [3103]dell’uomo coll’uomo, sebbene Omero c’intramette anche gli
Dei. Ma questa finzione era per abbellire e non per alterare la natura della
guerra eccetto in alcune parti poco essenziali. Come quando s’introduce Achille
alle prese col Csanto. Nel qual caso, non essendo la battaglia d’uomo con uomo,
ma colla superior potenza di un Dio, Omero non si fa scrupolo d’introdurre
Achille chiedente aiuto e fuggente, nè stima che questo tolga alla sua
superiorità, perch’ei lo vuol far superiore agli uomini non agli Dei, e
vittorioso nella guerra de’ mortali, non degli Eterni. E infatti l’intervento
degli Dei, come non doveva (volendo conservare il buono effetto) alterare, così
effettivamente non altera appresso Omero la sostanza della guerra umana.
Conveniva
dunque che l’Eroe e la nazione presa da Omero a celebrare fossero fortunati e
vittoriosi, massimamente aggiungendosi alle [3104]predette
considerazioni generali questa particolarità che l’Eroe da Omero celebrato era
greco, e la nazione era la greca, cioè quella alla quale egli cantava e a cui egli
apparteneva, e la guerra era stata contro i Barbari. Molto conveniente cosa,
pigliare per soggetto del poema epico le lodi e le imprese della propria
nazione e una guerra contro i perpetui e naturali nemici di lei, ciò erano i
Barbari. Cosa che raddoppiava, anzi moltiplicava l’interesse del poema, siccome
accade nella Lusiade, siccome ancora nell’Eneide ec. Onde Isocrate pensa che
gran parte della celebrità di Omero e della grazia in che sempre furono i suoi
poemi appo i greci, derivi dal patriotismo de’ medesimi poemi e dalle battaglie
e vittorie contro i Barbari, che in essi sono celebrate. (Vedilo nel
Panegirico, ediz. del Battie Isocr. Oratt. 7. et epistt. Cantabrig. 1729.
p.175-6.). Or come poteva Omero fingere o narrar perditori [3105]la sua
nazione e un Eroe della medesima, e ciò in una guerra contro i Barbari? Il che
tra gli antichi sarebbe stato tanto più assurdo che tra i moderni, quando anche
le lodi e l’interesse del poema fossero stati tutti per li greci, e quando
anche, fingendoli sventurati, Omero avesse mosso le lagrime e i singhiozzi
sopra le loro sciagure, sarebbe tuttavia riuscito assurdo di maniera, che
sarebbe eziandio stato pericoloso al poeta. Frinico ateniese, gran tempo dopo
Omero, fece suggetto di una tragedia la presa di Mileto fatta da Dario, e mosse
gli uditori a pietà sopra quella sciagura dei greci per modo, che, secondo l’espressione
di Longino (sect.24.) tutto il teatro si sciolse in lagrime. 3 Gli Ateniesi lo
multarono in mille dramme (Plut. politic. praecept. Strabo l.14. Schol.
Aristoph. Vesp.) perch’egli avea rinfrescato la memoria delle domestiche
calamità e ripostele sotto gli occhi rappresentandole al vivo (Herodot. l.6.
c.21.); [3106]di più vietarono con decreto che quella tragedia fosse più
recata sulle scene (Tzetz. Chil. 8. (alibi reperio 7.) hist. 156.): anzi
secondo Eliano (Var. l.13. c.17.), lagrimando, lo cacciarono dal teatro esso
stesso che stava rappresentando la sua propria tragedia. (Vedi Fabric. B. G. in
Catal. Tragicorum, Meurs. Bibl. Att. Bentley Diss. ad Ep. Phalar. p.256) V.
p.4078.
Adunque
per tutte queste cagioni doveva nell’Eroe di Omero e nella nazione da lui
celebrata concorrere colla virtù la fortuna. Ed ecco l’uno degl’interessi che
campeggiano nell’Iliade senza interruzione per tutto il corpo del poema:
interesse il quale consiste nell’ammirazione ispirata dalla straordinaria e
superiore virtù; al quale interesse e alla qual maraviglia, cioè al pieno
effetto di tal virtù descritta e figurata nel poema, richiedevasi
necessariamente la felicità e il buon successo, che in tutti i tempi, ma negli
antichissimi principalmente, sono considerati come il compimento della virtù,
anzi pure come indispensabile perfezione [3107]di lei, o come solo
indizio che possa dimostrarla veramente perfetta e somma.
Altra
proprietà dell’uomo si è che laddove la superiorità, laddove la virtù congiunta
colla fortuna non produce se non un interesse debole, cioè l’ammirazione; per
lo contrario la sventura in qualunque caso, ma molto più la sventura congiunta
colla virtù, produce un interesse vivissimo, durevole e dolcissimo. Perocchè l’uomo
si compiace nel sentimento della compassione, perchè nulla sacrificando,
ottiene con essa quel sentimento che in ogni cosa e in ogni occasione gli è
gratissimo, cioè una quasi coscienza di proprio eroismo e nobiltà d’animo. La
sventura è naturalmente cagione di dispregio e anche d’odio verso lo
sventurato, perchè l’uomo per natura odia, come il dolore, così le idee
dolorose. Mirando dunque, malgrado la sciagura, alla virtù dello sciagurato, e
non abbominandolo nè disdegnandolo quantunque tale, e finalmente giungendo a
compassionarlo, cioè a voler coll’animo entrare a parte de’ suoi [3108]mali,
pare all’uomo di fare uno sforzo sopra se stesso, di vincere la propria natura,
di ottenere una prova della propria magnanimità, di avere un argomento con cui
possa persuadere a se medesimo di esser dotato di un animo superiore all’ordinario;
tanto più ch’essendo proprio dell’uomo l’egoismo, e il compassionevole
interessandosi per altrui, stima con questo interesse che niun sacrifizio gli
costa, mostrarsi a se stesso straordinariamente magnanimo, singolare, eroico,
più che uomo, poichè può non essere egoista, e impegnarsi seco medesimo per
altri che per se stesso. Veggansi le pagg.3291-97. e 3480-2. L’uomo nel
compatire s’insuperbisce e si compiace di se medesimo: quindi è ch’egli goda
nel compatire, e ch’ei si compiaccia della compassione. L’atto della
compassione è un atto d’orgoglio che l’uomo fa tra se stesso. Così anche la
compassione che sembra l’affetto il più lontano, anzi il più contrario, all’amor
proprio, e che sembra non potersi in nessun modo e per niuna parte ridurre o
riferire a questo amore, non [3109]deriva in sostanza (come tutti gli
altri affetti) se non da esso, anzi non è che amor proprio, ed atto di egoismo.
Il quale arriva a prodursi e fabbricarsi un piacere col persuadersi di morire,
o d’interrompere le sue funzioni, applicando l’interesse dell’individuo ad
altrui. Sicchè l’egoismo si compiace perchè crede di aver cessato o sospeso il suo
proprio essere di egoismo. V. p.3167.
Tornando
al proposito, il primo dei detti interessi, cioè quello della maraviglia era
rilevato in Omero dalla circostanza che l’ammirazione cadeva sopra la
superiorità, la virtù e la felicità di un eroe e di un esercito nazionale,
sopra un’impresa fatta dalla propria nazione e fatta contro i di lei naturali
nemici. Questa circostanza rendeva non solamente possibile ma naturalissima la
vivacità e la durata di tale interesse ne’ lettori o uditori greci (per li
quali scriveva Omero) in tutto il corso del poema. Tolta questa circostanza, il
detto interesse non può esser nè molto vivo nè molto durevole. Il lettore non s’interessa
gran fatto per coloro per cui vede continuamente interessarsi lo stesso poeta.
L’interesse del lettore (nel senso in cui presentemente ci conviene intenderlo)
è quasi una cura ch’egli si prende [3110]di quelle persone su cui l’interesse
cade. Or dunque il lettore trova inutile il darsi gran pensiero di quelli a’
quali vede aversi bastante cura da altri. Il poeta e la fortuna da lui narrata
fanno quello che avrebbe a fare il lettore interessandosi; essi medesimi
provveggono al fortunato: il lettore non ha dunque niuna cagione di farlo egli,
ei non desidera quello che gli è spontaneamente dato, quello ch’egli ottiene
già senza darsene briga e sollecitudine. Per queste cagioni accade che poco e
poco durevolmente c’interessi il fortunato, massime ne’ poemi epici e ne’
drammatici. Ed effettivamente oggidì i lettori della stessa Iliade, non essendo
greci, o non s’interessano mai vivamente per li greci, i quali sanno già dovere
uscir vittoriosi, o presto lasciano d’interessarsene.
Ma non bisogna dall’effetto che l’Iliade fa in noi, misurar quello ch’ei faceva
nei greci, ai quali essa era destinata, nè per conseguenza l’arte del poeta che
la compose, nè il pregio e valore del poema. [3111]L’altro interesse,
cioè quello della compassione, non poteva Omero introdurlo nel suo poema in
modo ch’ei si riferisse ad Achille o ai greci; non poteva, dico, per le suddette
ragioni. Solamente poteva fare che la compassione si riferisse pur talvolta ai
greci o a qualcuno di loro, come a soggetti secondarii e accidentalmente (qual
è p.e. Patroclo), non come a soggetto primario della compassione, al qual
soggetto tendessero tutte le fila del poema. Questo soggetto ei lo prese nella
parte contraria alla greca, in quella parte alla quale doveva appartener la
sventura, se alla greca doveva appartener la felicità. Egli scelse o finse tra’
nemici un Eroe per così dir, di sventura, il quale fosse opposto all’Eroe della
fortuna, e l’interesse del quale dovesse perpetuamente bilanciare e contrastare
e accompagnare l’interesse dell’altro nell’animo de’ lettori. Questo Eroe
sfortunato ei lo fece inferiore di forze ad Achille, ed anche ad Aiace e a
Diomede, perchè la superiorita delle forze doveva [3112]esser l’attributo
e la lode principale della parte greca (lode ch’era ai tempi eroici la più
grande); ma oltre che di forze eziandio lo fe’ superiore a tutti gli altri
greci e troiani, di coraggio e magnanimità lo fece pari allo stesso Achille, e
nel rimanente ornandolo di qualità diverse da quelle di costui, lo venne però a
far tale che tanto pesasse egli quanto questi. Somma pietà verso gli Dei, verso
la patria, verso i parenti, somma affabilità, giovanezza, e viril bellezza
sopra ogni altra (giacchè quella di Paride non era virile) della sua parte. Di
più accortezza e destrezza nel maneggio della guerra e nel governo delle
battaglie, vigilanza, provvidenza, cura degli amici, pazienza delle fatiche,
arte di parlare ne’ consigli pubblici o a’ soldati, disprezzo d’ogni pericolo,
l’onore stimato sopra ogni cosa, come quando ei ricusa di entrare nella città
vedendosi venir sopra Achille, e dopo l’onore, la patria; costanza ec. ec. In
somma com’egli aveva fatto in Achille un uomo [3113]sommamente
ammirabile, così fece e volle fare in Ettore un eroe sommamente amabile.
E come la vittoria riportata da Achille sopra l’invincibile Ettore, porta al
colmo l’ammirazione per colui, così la sventura di Ettore mette il colmo alla
sua amabilità e volge l’amore in compassione, la quale cadendo sopra un oggetto
amabile è il colmo per così dire del sentimento amoroso. Molte sventure e di
greci e di troiani si narrano o fingono nella Iliade, ma quella di Ettore è lo
scopo del poema, ad essa tendono tutte le fila del medesimo niente meno e del
paro che alla vittoria di Achille, e sempre unitamente: in essa il poema si
chiude. Alle quali cose mirando il nostro Cesarotti, e giudicando che Ettore
fosse il principal soggetto dell’interesse nella Iliade, e la sua sventura per
se medesima il principale scopo ed assunto del poema, prosuntuosamente ne volle
cangiare il titolo e intitolarlo la morte d’Ettore, stimando che Omero
non avesse bene inteso se [3114]stesso e la sua propria intenzione
quando ne’ primi versi della Iliade annunziò espressamente un altro assunto.
Nel che s’ingannò grandemente, per non aver mirato alla natura umana, alle
qualità di que’ tempi, alle circostanze di Omero (giacchè se oggi nell’Iliade l’unico,
non che principale, interesse è per Ettore, non così fu anticamente, nè tale fu
l’intenzione di Omero scrivendo ai greci), e per avere avuto l’occhio alle
moderne opinioni circa l’unità dell’interesse e del soggetto principale. Ma
come nell’intenzione di Omero l’unico interesse non dovette esser quello di
Achille, nè l’unico soggetto e scopo la sua vittoria per se medesima,
altrimenti egli non gli avrebbe posto incontro un tal Eroe qual fa Ettore; così
neanche l’interesse d’Ettore dovette esser l’unico, nè la sua sventura per se
medesima l’unico soggetto e scopo del poema.
Doppio
dovette essere secondo l’intenzione di Omero, e doppio infatti riuscì [3115]a’
lettori o uditori greci l’interesse, lo scopo, e l’Eroe del poema. E qui si
deve considerare il maraviglioso artifizio di Omero. Non solevasi a’ tempi
eroici, cioè quasi selvaggi, stimar gran fatto il nemico. L’odio che gli
portava la parte contraria, quell’odio il quale faceva che ciascun soldato
considerasse l’esercito o la nazione opposta come nemici suoi personali, e con
questo sentimento combattesse, non lasciava luogo alla stima. E quando anche s’avesse
cagione di stimare il nemico, ciascuno, come si fa de’ nemici personali,
cercava a tutto potere di deprimerlo sì nella propria immaginazione che presso
gli altri, e ricusava di riconoscere in lui alcuna virtù. Non prevaleva nè si
conosceva allora quella sentenza che la gloria di chi fortemente combatte e di
chi vince è tanto maggiore quanto più forte e stimabile è il nemico e il vinto.
Ma sebbene allora [3116]ciascuno amasse e cercasse la gloria sopra ogni
altra cosa ed assai più che al presente, niuno si curava di accrescerla a costo
del proprio odio verso il nimico, niuno sosteneva di aggrandire a’ propri occhi
o agli altrui il pregio della propria vittoria col considerare e render
giustizia al valore della resistenza; ognuno preferiva di tenere anzi l’inimico
per vile e codardo e tale rappresentarlo agli altri, perchè l’odio e la
vendetta più si soddisfa e gode disprezzando il nimico e privandolo d’ogni
qualsivoglia stima, che sforzandolo e vincendolo, e quasi piuttosto eleggerebbe
di soccombergli che di lodarlo. Una tal disposizione offriva poche risorse,
poca varietà, poco campo di passioni al poema epico. Omero ebbe l’arte di fare
che i greci si contentassero di stimare il nemico che avevano vinto; e fece
loro provare il piacere, a quei tempi ignoto o rarissimo, di vantarsi e
compiacersi [3117]di una vittoria riportata sopra un nemico nobile e
valoroso. Questo piacere fu veramente Omero che lo concepì, Omero che lo
produsse; ei non era proprio de’ tempi, non nasceva dalla maniera di pensare e
dalle disposizioni di quegli uomini, ma nacque dalla poesia d’Omero; Omero per
dir così ne fu l’inventore. Questo gli diede campo di moltiplicare e intrecciar
gl’interessi, di variar le passioni e gli effetti cagionati dal suo poema nell’animo
de’ lettori.
Come la
stima, così la compassione verso il nimico, ancorchè vinto e virtuoso era
impropria di quei tempi. (Vedi quello che altrove ho detto in proposito d’un’azione
d’Enea appo Virgilio, dopo morto Pallante). Gli animi naturali non provano
nella vittoria altro piacere che quello della vendetta. La compassione, anche
generalmente parlando (cioè quella ancora che cade sulle persone non inimiche)
nasce bensì, come di sopra ho detto, [3118]dall’egoismo, ed è un
piacere, ma non è già propria nè degli animali nè degli uomini in natura, nè
anche, se non di rado e scarsamente, degli animi ancora quasi incolti (quali
erano i più a’ tempi eroici). Questo piacere ha bisogno di una delicatezza e
mobilità di sentimento o facoltà sensitiva, di una raffinatezza e pieghevolezza
di egoismo, per cui egli possa come un serpente ripiegarsi fino ad applicarsi
ad altri oggetti e persuadersi che tutta la sua azione sia rivolta sopra di
loro, benchè realmente essa riverberi tutta ed operi in se stesso e a fine di
se stesso, cioè nell’individuo che compatisce. Quindi è che anche nei tempi
moderni e civili la compassione non è propria se non degli animi colti e dei
naturalmente delicati e sensibili, cioè fini e vivi. Nelle campagne dove gli
uomini sono pur meno corrotti che nelle città, rara, e poco intima e viva, e di
poca efficacia e durata è la compassione. Ma lo spirito di Omero era certamente
[3119]vivissimo e mobilissimo, e il sentimento delicatissimo e
pieghevolissimo. Quindi egli provò il piacere della compassione, lo trovò, qual
egli è, sommamente poetico, perocch’egli, oltre alla dolcezza, induce nell’animo
un sentimento di propria nobiltà e singolarità che l’innalza e l’aggrandisce a’
suoi occhi, vero e proprio effetto della poesia. Veggasi la p.3167-8. e 3291-7.
Volle dunque introdurlo nel suo poema, anzi farne l’uno de’ principali fini del
medesimo, l’uno de’ principali piaceri prodotti dalla sua poesia. Volle
accompagnar questo piacere e questo affetto con quello della maraviglia,
affetto appartenente all’immaginazione e non al cuore, che fino a quel tempo
era forse stato l’unico o il principal effetto della poesia. Volle che il suo
poema operasse continuamente del pari e sulla immaginazione e sul cuore, e dall’una
e dall’altra sua facoltà volle trarlo, cioè da quella d’immaginare e da quella
di sentire. Questo suo intento è manifestissimo [3120]nel suo poema, più
manifesto che appo gli altri poeti greci venuti a tempi più colti, più eziandio
che ne’ tragici appo i quali il terrore e la maraviglia prevalgono
ordinariamente alla pietà, e spesso son soli, sempre tengono il primo luogo.
Vedesi apertamente che Omero si compiace nelle scene compassionevoli, che se il
soggetto e l’occasione gliene offrono, egli immediatamente le accetta, che
altre ne introduce a bella posta e cercatamente (come l’abboccamento d’Ettore e
Andromaca a introdurre il quale, e non ad altro, è destinata e ordinata quella
improvvisa venuta d’Ettore in Troia, nel maggior fuoco della battaglia, e in
tempo che può veramente parere inopportuno intempestivo e imprudente), e che
nell’une e nell’altre ei non trascorre, ma ci si ferma e ci si diletta, e
raccoglie tutte le circostanze che possono eccitare e accrescere la
compassione, e le sminuzza, e le rappresenta con grandissima arte e
intelligenza del cuore umano. E il soggetto di tutte [3121]queste scene
dove l’animo de’ lettori è sommamente interessato non sono altri che quegli
stessi che Omero ha tolto a deprimere, i nemici de’ greci ch’egli ha preso ad
esaltare. Nè pertanto egli s’astiene dal volere a ogni modo far piangere sopra
i troiani, e deplorare ai medesimi greci quelle sventure ch’essi avevano
cagionate, del che egli nel tempo stesso sommamente li celebra.
Grande,
caro, artifiziosissimo e poetichissimo effetto dell’Iliade, che Omero ottenne
col duplicare espressamente e l’interesse e lo scopo e l’Eroe, che non si
poteva ottenere altrimenti, che fu tutto invenzione ed opera di Omero, voglio
dir l’unione e l’armonia di questi due interessi e fini contrarii, e il
pensiero d’introdurli ambedue nel suo poema, e sostenerli congiuntamente fino
all’ultimo, facendoli camminar sempre del pari. Con che oltre all’avere
raddoppiato l’effetto del suo poema, interessando per l’una parte l’immaginazione,
per l’altra il cuore; [3122]oltre all’aver potuto congiungere l’interesse
che deriva dalla virtù felice con quello che deriva dalla virtù sventurata (il
che non si poteva fare se non dividendo i soggetti dell’una e dell’altra,
perocchè accumulando l’una e l’altra in un soggetto solo e facendo che di
sventurato divenisse felice, o di felice terminasse nella sventura, l’uno e l’altro
interesse sarebbe stato imperfettissimo e debolissimo, e distruttivo l’uno dell’altro,
per modo che finita la lettura, l’un solo di essi sarebbe rimasto, come accade
p.e. nelle così dette, assurde tragedie, di lieto fine);
oltre, dico, all’aver potuto mettere in moto nel suo poema ambedue quegl’interessi
che fortissimamente operano nell’uomo, e grandissimo piacere gli recano, e sono
poetichissimi, cioè la maraviglia della virtù superante ogni ostacolo ed
ottenente il suo fine, interesse che in quei tempi principalmente era di gran
forza, e la compassione della somma virtù caduta in somma e non medicabile nè
consolabile calamità; [3123]oltre tutto questo Omero ottenne di potere
introdurre nel suo poema, un perpetuo contrasto di passioni contrarie
continuamente operanti ne’ lettori, continuamente equilibrantisi l’una l’altra,
continuamente sottentranti e implicantisi e mescolantisi l’una nell’altra.
Contrasto nato dalla duplicazione dell’interesse dello scopo e della persona
principale, la qual duplicazione in virtù di questo perpetuo e perpetuamente
sensibile contrasto, non solo raddoppia ma moltiplica più volte l’effetto e l’energia
dell’Iliade nell’animo de’ lettori, e la vivacità delle sensazioni, e il
commovimento e l’agitazione dello spirito, propria operazione della poesia.
Tali si
furono le intenzioni di Omero, tale il mezzo e l’arte da lui adoperati per
conseguirle, tale la vera natura, il vero carattere, il vero andamento del suo
poema, la vera forma ch’egli ha e che l’autore volle dargli. Vediamo ora gli
altri poeti epici e i loro poemi, e [3124]le regole dell’epopea che dopo
Omero furono concepute e insegnate e poste e seguite.
Videro
tutti la necessità di far che l’Eroe e la impresa principale che si prendesse a
lodare e a narrare nell’epopea riuscissero felicemente. Ciò fu dato per regola,
e questa regola fu seguita da tutti. Massimamente che dietro l’esempio dell’Iliade
(benchè l’Odissea somministrasse pure un esempio diverso) non fu stimato
proprio soggetto di poema epico altro che imprese guerriere, nè d’altro genere
d’Eroe fu creduto che l’epopea dovesse rappresentare il modello, se non che del
gran Capitano. Onde parve tanto più necessaria la felicità nell’Eroe del poema
e nell’impresa che ne fosse il soggetto, non giudicandosi degno d’epopea un
Capitano vinto da’ nemici nè una guerra perduta.
Sin qui
andava bene: ma v’era il grandissimo inconveniente che l’interesse che i
lettori possono prendere per li fortunati, ancorchè virtuosi, è scarso, debole
e breve, e non [3125]si può reggere pel corso d’un lungo poema, nè
tutto, per così dire, animarlo e vivificarlo, nè anche sufficientemente animarne
una sola parte. Mancando il contrasto fra la virtù e la fortuna, oltre che ne
scapita la verità dell’imitazione, essendo pur troppo il vero che questo
contrasto sussiste nel mondo ed è perpetuo, onde un virtuoso fortunato è
soggetto quasi romanzesco, e toglie quasi fede al poema, e impedisce l’illusione,
(massime a’ moderni tempi, perchè a quelli d’Omero era altra cosa); ne seguiva
anche il pessimo effetto della freddezza, perchè il lettore non ha che
interessarsi per la virtù, vedendola felice, ed ottener già quello che le
conviene.
Quindi è
che ne’ poemi epici posteriori ad Omero, l’Eroe e l’impresa felice nulla
avrebbero interessato i lettori, se desso eroe, dessa impresa, dessa felicità
non fossero in qualche modo appartenuti ai lettori medesimi, come Achille ec.
ai greci. In verità un [3126]poema epico di lieto fine richiede
necessariamente la qualità di poema nazionale; e per ciò che spetta e mira a
esso fine, un poema epico non nazionale non può interessar niuno; nazionale,
non può mai produrre un interesse universale nè perpetuo, ma solo nella nazione
e per certe circostanze. L’Eneide fu dunque poema nazionale, e lasciando star
tutti gli episodi e tutte le parti e allusioni che spettano alla storia ed alla
gloria de’ Romani, l’Eneide anche pel suo proprio soggetto potè produr ne’
Romani il primo di quegl’interessi che abbiamo distinto in Omero, perocchè i
Romani si credevano troiani di origine, sicchè la vittoria d’Enea consideravasi
o poteva considerarsi da essi come un successo e una gloria avita, e ad essi
appartenente, e da essi ereditata. Il soggetto della Lusiade fu nazionale, e di
più moderno. Egli non poteva esser più felice quanto al produrre quel primo
interesse di cui ragioniamo. Il soggetto dell’Enriade è affatto nazionale e la
memoria di quell’Eroe era particolarmente cara ai francesi, onde la scelta dell’argomento
in genere fu molto giudiziosa, massime ch’e’ non era nè troppo antico nè troppo
moderno, anzi quasi forse a quella stessa o poco diversa distanza a cui fu la
guerra troiana da’ tempi d’Omero. Il soggetto e l’eroe [3127]della
Gerusalemme furono anche più che nazionali, e quindi anche più degni; e furono
attissimi ad interessare. Dico più che nazionali, perchè non appartennero a una
nazione sola, ma a molte ridotte in una da una medesima opinione, da un
medesimo spirito, da una medesima professione, da un medesimo interesse circa
quello che fu il soggetto del Goffredo. Dico tanto più degni, perchè essendo d’interesse
più generale, rendevano il poema più che nazionale, senza però renderlo d’interesse
universale, il che, trattandosi di quello interesse di cui ora discorriamo,
tanto sarebbe a dire quanto di niuno interesse. Dico attissimi a interessare
perchè quantunque fosse spento in quel secolo il fervore delle Crociate, durava
però ancora generalmente ne’ Cristiani uno spirito di sensibile odio contro i
Turchi, quasi contro nemici della propria lor professione, perchè in quel tempo
i Cristiani, ancorchè corrottissimi ne’ costumi e divisi tra loro nella fede,
consideravano per anche la fede Cristiana [3128]come cosa propria, e i
nemici di lei come propri nemici ciascuno; e quindi non solo con odio
spirituale e per amor di Dio, ma con odio umano, con passione per così dir,
carnale e sensibile, per proprio rispetto, e per inclinazione odiavano i
maomettani non che il maomettanesimo. E la liberazione del sepolcro di Cristo
era cosa di che allora tutti s’interessavano, siccome in questi ultimi tempi,
della distruzione della pirateria Tunisina e Algerina, benchè questa e quella
fossero più nel desiderio che nella speranza, o certo più desiderate che
probabili: aggiunta però di più la differenza de’ tempi, perocchè nel
cinquecento le inclinazioni e le opinioni e i desiderii pubblici erano molto
più manifesti, decisi, vivi, forti e costanti ch’e’ non possono essere in
questo secolo. Siccome nel 300 il Petrarca (Canz. O aspettata), così nel 500
tutti gli uomini dotti esercitavano il loro ingegno nell’esortare o con
orazioni o con lettere o con poesie pubblicate per le stampe, le nazioni e i
principi d’Europa [3129]a deporre le differenze scambievoli e collegarsi
insieme per liberar da’ cani
il Sepolcro, e distruggere il nemico de’ Cristiani, e vendicar le ingiurie e i
danni ricevutine. Questo era in quel secolo il voto generale così delle persone
colte ancorchè non dotte, come ancora, se non de’ gabinetti, certo di tutti i
privati politici, che in quel secolo di molta libertà della voce e della
stampa, massimamente in Italia, non eran pochi;
e di questo voto si faceva continuamente materia alle scritture e allusioni
digressioni ec. e di quel progetto o sogno che vogliam dire si riscaldava l’immaginazione
de’ poeti e de’ prosatori, e se ne traeva l’ispirazione dello scrivere. Niente
meno che fosse nell’ultimo secolo della libertà della Grecia fino ad
Alessandro, il desiderio, il voto, il progetto di tutti i savi greci la
concordia di quelle repubbliche, l’alleanza loro e la guerra contro il gran re,
e contro il barbaro impero persiano perpetuo nemico del nome greco. E come
Isocrate [3130]per conseguir questo fine s’indirizzava colle sue
studiatissime ed epidittiche, scritte e non recitate orazioni ora agli Ateniesi
(nel Panegirico, e v. l’Oraz. a Filippo, ediz. sopra cit. p.260-1.) ora a
Filippo, secondo ch’ei giudicava questo o quelli più capaci di volerlo
ascoltare, e più atti a concordare e pacificar la Grecia e capitanarla contro i
Barbari, così nel 500. lo Speroni s’indirizzava pel detto effetto con una
lavoratissima orazione stampata e non recitata nè da recitarsi, a Filippo II di
Spagna, ed altri ad altri, secondo i tempi e le occasioni. Ma tutto indarno,
non come accadde ai greci, il cui voto fu adempiuto da Alessandro, mosso fra l’altre
cose, come è fama (v. Eliano Var. l.13. e êpñJew. toè pròw FÛlip. lñgou), dall’orazione appunto che Isocrate
n’avea scritto a Filippo suo padre, l’uno e l’altro già morti.
Or
considerate queste circostanze si trova veramente savissima, opportunissima,
nobilissima la scelta fatta dal Tasso, e degna di quel grand’animo, che seppe
concepire nientemeno [3131]che un poema europeo (qual fu il Goffredo non
meno per l’argomento che per gli altri pregi), dove la generalità dell’interesse
non pregiudicasse (ch’è pur sì difficile e raro) alla vivacità e forza del
medesimo.
E in vero se dalla estensione dell’interesse si deve misurare, almeno in
qualche parte, il pregio d’un poema, anzi d’ogni scrittura, niun poema epico in
questa parte nè vinse nè agguagliò la Gerusalemme; siccome ancora, secondo le
opinioni di que’ tempi, ne’ quali ci dobbiamo riporre coll’intelletto, niun
poeta epico si propose mai scopo più nobile nè più degno nè più magnanimo che
il Tasso, il quale intese col suo poema di contribuir più che tutti gli altri
scrittori insieme, ad eccitare i principi Cristiani a quella sacra e generosa
guerra ec. coll’esempio e la lode di quelli che l’avevano intrapresa e
valorosamente operata e felicemente terminata. (Puoi vedere per meglio
conoscere le opinioni e i sentimenti [3132]dell’Europa cristiana verso l’impero
turco nel 500, la B. G. del Fabricio, t.13., p.500-6.)
Molto
ragionevolmente adunque i sopraddetti poeti (per non parlare degli altri, come
di Voltaire e di Ercilla autore dell’Araucana, e del Trissino ec.) scelsero ai
loro poemi argomento nazionale, senza la qual circostanza (largamente però
intendendo la parola nazionale, come p.e. circa la Gerusalemme) è assolutamente
impossibile dare alcuno interesse a un poema epico che abbia e serbi la unità,
com’ella oggi s’intende. Ed è perciò ben poco lodevole l’assunto di quel
moderno che volle dare all’Italia una nuova Gerusalemme. (Arici, Gerusal.
distrutta).
Ma l’interesse
che nasce dalla virtù felice è, come ho detto, sempre debole anche in un
soggetto nazionale, e soffre moltissimi inconvenienti, massime in tempi così
diversi da quelli di Omero, come sono i moderni, e come furono quei di Virgilio
che in molte parti si rassomigliano ai presenti.
1. Tutte quelle speciali circostanze che ne’
tempi antichissimi rendevano singolarmente pregevole [3133]la felicità,
e cagione di stima per se medesima, perirono ben tosto, ed altre contrarie ne
sottentrarono che produssero e producono contrario effetto, e sempre lo
produrranno, perchè queste seconde circostanze non sono per passar mai.
2. È così falso,
o per lo meno straordinario, che la virtù sia compagna della fortuna, che un
virtuoso fortunato, un meritevole che ottiene il suo merito (e tanto più s’egli
è straordinariamente meritevole, se la sua virtù è veramente singolare, il che
oggi sommamente nuoce) eccede quasi quel grado di singolarità e rarità che è
compatibile colla credibilità, colla illusione, coll’immedesimarsi che dee fare
il lettore ne’ casi e ne’ personaggi narrati dal poeta, con quella cotal
somiglianza che il lettore dee pur trovare tra quei casi e i presenti, tra
quelle persone e se stesso; deve, dico, trovarla per qualche parte, a voler ch’ei
ci provi interesse. Di questo inconveniente ho già detto di sopra.
Esso ancora non è mai per passare, anzi cresce e crescerà, si conferma e
confermerassi ogni dì maggiormente.
[3134]3. E ciò tanto più, quanto l’idea
che noi abbiamo della virtù è ben diversa da quella che s’aveva a’ tempi d’Omero.
La virtù qual suol essere concepita dai moderni ha la fortuna assai più nemica,
che non quella virtù concepita dagli antichissimi, la quale consisteva quasi
tutta o principalmente nella forza e nel coraggio; qualità che, se non sempre,
certo assai spesso son seguite (anche oggidì) dalla fortuna, e molto giovano a
conseguirla. Ond’era tanto più ragionevole e conveniente che a quei tempi l’eroe
del poema epico, il quale dev’esser sommamente virtuoso, si scegliesse felice,
perchè quella virtù in ch’ei si doveva rappresentare eccellente, conduce
infatti alla felicità, e il mostrar ch’ella non avesse conseguito il proprio
intento, l’avrebbe mostrata imperfetta, come quella che non era bastata a
produrre quel ch’ella suole, e a che ella naturalmente serve e conduce. Massime
che gli uomini sogliono giudicar dai successi, [3135]ed estimare
assolutamente la natura, le qualità, il grado, il valore e la propria bontà
delle cose dai loro effetti. Ma la virtù modernamente considerata, è per sua
stessa natura, non solo non conducente, ma pregiudizievole alla fortuna. Questo
discorso ha massimamente luogo ne’ tempi più moderni, in che l’idee morali, e
per cagione del Cristianesimo e per altro, sono più raffinate, e sempre più
tanto si raffinano quanto più divengono inutili, e tanto si perfezionano e
sottilizzano in teoria, quanto si vanno segregando affatto dalla pratica. Ma
proporzionatamente le dette considerazioni sono anche applicabilissime ai tempi
di Virgilio; e in fatti la virtù di Enea è immensamente diversa da quella di
Achille, e il tipo di perfetto eroe concepito e voluto esprimere da Virgilio fu
diversissimo, e in buona parte contrario, a quello di Omero.
4. Oggi l’amor patrio e nazionale è quasi nullo.
Anche ne’ romani al tempo di [3136]Virgilio esso era abbastanza
raffreddato perchè quasi niun di loro considerasse più la sua patria come cosa
individualmente sua propria. Il che appunto facevano i più antichi, e come
questo cagionava l’entusiasmo che ciascun d’essi manifestava nell’operare per
la patria, così produceva il grande interesse che ciascuno pigliava alle glorie
d’essa patria cantate dai poeti. Questo spirito non si trovava più ne’ Romani,
e però non potè essere se non mediocre in esso loro l’interesse verso le
vittorie e le lodi di remotissimi loro antenati, che oltracciò portarono un
nome diverso dal loro. (troiani). Omero cantò ai greci liberi, e Virgilio ai
Romani, dopo lunghissima e ferocissima libertà fatti sudditi, e di più
pacificamente tiranneggiati, perchè quello fu quasi il più pacifico tempo dell’imperio
romano, e in ch’essi meno pensarono a libertà e meno si dolsero del giogo.
Delle nazioni moderne poi, nulla dirò. Parlino i fatti; e se ne deduca quanto
vivo e [3137]durabile interesse possa cagionare in un’epopea la
nazionalità dell’impresa e dell’Eroe. Quando non esiste quasi nazionalità nelle
nazioni. Ciò vale sopra tutto per l’Italia.
5. Finalmente l’interesse che può produrre in un
poema epico un Eroe ed un’impresa nazionale felice, nè può, come è chiaro,
riuscire universale, nè anche può essere perpetuo, come più sotto si mostrerà
cogli esempi. Unico interesse che possa in un’epopea riuscire universale e per
luogo e per tempo, cioè comune a tutte le nazioni e a tutti i secoli, si è
quello che nasce dalla sventura, e più dalla virtù sventurata, dalla beltà,
dalla giovanezza e anche dal valor militare personale sventurato. E questo
altresì può solo esser vivissimo, e durare in chi legge per tutto il corso
della lettura, e perseverare nel suo animo lungo tempo di poi, come pungolo
lasciato nella piaga.
Ma
l’unico modo che v’aveva d’introdurre questo interesse nel poema epico, quello,
dico, usato da Omero nell’Iliade, cioè di duplicare onninamente l’Eroe, l’interesse
e lo scopo poetico di tutta l’epopea, non solamente [3138]dagli Epici
posteriori ad Omero non fu voluto abbracciare, ma fu sopra tutte l’altre cose
fuggito, come quello che dirittamente avrebbe esclusa quella unità d’interesse,
di scopo e d’Eroe, che quei poeti e i Dottori de’ loro tempi e de’ nostri,
davano per primaria e supremamente indispensabile qualità del poema epico: la
unità, dico, non quale è quella della Iliade, dalla quale pur furono tratte le
regole, le norme e il tipo dell’epopea, ma quale i posteriori ingegni
metafisicamente sottilizzando, e troppo artisticamente e strettamente
considerando, la concepirono, determinarono e prescrissero. Ond’è che
quantunque in ciascuno de’ nominati poemi epici v’abbiano molte sventure
cantate, ed avendovi una parte vittoriosa e felice, v’abbia altresì
necessariamente una parte soccombente e sfortunata, si guardarono però bene
tutti i detti poeti di farci piangere sopra questa sventura, come aveva fatto
Omero; e di condurre il poema in modo che [3139]all’ultimo la vittoria
della parte avventurosa, benchè sempre desiderata e allora applaudita dal
lettore, fosse nel tempo medesimo cordialmente da lui pianta e lagrimata,
destandosi così nel suo animo sì pel corso del poema, sì massimamente nel fine,
e durando in esso dopo la lettura quel vivo contrasto di passioni e di
sentimenti, quella mescolanza di dolore e di gioia e d’altri similmente
contrarii affetti che dà sommo risalto agli uni e agli altri, e ne moltiplica
le forze, e cagiona nell’animo de’ lettori una tempesta, un impeto, un quasi
gorgogliamento di passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui
principalmente consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente
muovere e agitare e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma.
Questi mirabili effetti li produsse divinamente la Iliade, costringendo gli
uditori greci a piangere sulla morte e sui funerali di Ettore ucciso dalle armi
de’ loro [3140]maggiori, in guerra, per loro, giusta, e con giusta causa
(cioè la vendetta di Patroclo), e a mescolare i loro lamenti con quelli di
Andromaca e della desolata città nemica, già vicina all’ultima calamità, che,
per così dire, le loro proprie armi o i loro proprii eserciti gli avevano
infatti recata. Sublimissimo effetto concepito, disegnato e prodotto da Omero
in tempi feroci e semibarbari, e non saputo concepire nè produrre da verun
altro epico in tempi civili. Perocchè temendo di raddoppiar l’interesse, (ch’era
appunto ciò che avevano a fare, e senza il che non era possibile quel divino
effetto), evitarono espressamente e studiosamente di fare in modo che la parte
nemica o alcun personaggio di essa riuscisse più che tanto virtuoso o per
qualunque lato interessante sino al fine. E maggiormente si guardarono di
sempre ugualmente condurre e in ultimo annodare le fila della loro epopea tanto
all’esito [3141]dell’Eroe vittorioso quanto a quello di un altro Eroe a
lui per molti lati pari e seco lui compensabile e comparabile ma soccombente.
Come fece Omero, perchè nell’Iliade Ettore è, e fu voluto rappresentare,
espressamente comparabile ad Achille.
Turno
non occupa se non pochissima parte dell’Eneide, e riesce così poco interessante
che certo la sua sventura e morte non ha mai tratto ad alcuno un sospiro. Gli
Eroi de’ Barbari nella Gerusalemme sono appostatamente più d’uno e di
ugualissimo pregio,
sicchè l’interesse non si determina per alcuno di loro, nè della loro morte o
calamità niuno si compiange, nè a veruna di queste morti o calamità tendono le
fila del poema. Di più il Tasso, stante lo spirito del suo tempo, e stante che
in quel caso pareva che la Religione interdicesse, come suole, e confondesse
colla empietà l’imparzialità, non potè a meno di rappresentare con tratti
odiosi (in alcuno più in altri manco, ma generalmente, e massime in Solimano ed
Argante, odiosi), i nemici de’ Cristiani. Quindi nella presa di Gerusalemme
niuno sente per niun modo la sventura e il disastro di quella città infedele,
nè [3142]la presa è descritta o narrata con intenzione di muovere a
compatimento, nè in maniera da poterne mai cagionare nè meno a caso.
Altrettanto dicasi delle sconfitte degli eserciti maomettani o pagani. E
similmente si discorra dell’altre moderne epopee.
Non
è già che Virgilio e gli altri volessero e intendessero spogliare affatto d’ogni
valore, d’ogni virtù, d’ogni pregio la parte contraria alla vincitrice. Anzi
intendendosi a’ tempi loro meglio che a’ tempi d’Omero, che tanto più si loda
colui che vince non per caso ma per virtù, quanto s’amplifica quella del vinto,
non lasciarono di volere espressamente rappresentare virtuosi in molte parti e
degni di stima e lodevoli anche i nemici, sì tutti insieme, come parecchi
distinti personaggi del loro numero. Ma ciò facendo, intentissimamente
evitarono che l’interesse pe’ nemici o per alcuno de’ medesimi non giungesse di
gran lunga a pareggiare quello che volevano ispirare ai lettori verso la parte
e l’Eroe vittoriosi. Nel che riuscirono ottimamente, anzi al di là della loro
intenzione, perchè laddove essi vollero pur [3143]comunicare alcun poco
d’interesse a questo o quel personaggio nemico o alla parte inimica, niuno
gliene comunicarono.
Queste
sono le forme di poema epico, e queste le regole e il processo seguiti e
adoperati dall’una parte da Omero, dall’altra parte dai poeti epici che, per dir
così, da lui nacquero. Comparate così le forme, l’idea, e se così vogliamo
dire, le cagioni, e le intenzioni de’ poeti, consideriamo ora generalmente e
paragoniamo i rispettivi effetti.
Nell’Iliade
oggidì l’interesse per Achille e per li greci, come ho detto, è poco o niuno,
perchè i suoi lettori non sono più greci. Nondimeno l’interesse nell’Iliade è
vivissimo continuo e durevole eziandio dopo la lettura. Esso è per Ettore e per
li troiani. I lettori di qualsivoglia nazione, dopo tanti secoli, dopo tanti
cangiamenti sofferti dallo spirito umano, tutti efficacemente e continuamente s’interessano
leggendo la Iliade. E tutti non per altri che per li troiani e per Ettore, cioè
per la sventura; e questo interesse [3144]si riduce principalmente e
come a suo capo alla compassione. Questa cioè è quel sentimento dominante e
finale, che noi nella Iliade provando, chiamiamo interesse della medesima. Le
quali cose mossero il Cesarotti a intitolar quel poema, come ho detto, La
Morte d’Ettore, misurando l’indole e l’intento primitivo, proprio e vero
del poema dall’effetto ch’ei produce sopra di noi in tanta diversità e
lontananza di tempo, di nazione, di opinioni, di carattere e di costumi. Nell’Eneide
l’interesse della compassione non v’è. Dico non v’è, come interesse finale.
Quello che si concepisce per Didone, quello per Niso ed Eurialo sono interessi
episodici che non ci accompagnano se non per piccola parte del poema, nè hanno
che fare colla sostanza e collo scopo di esso, talmente che possono affatto
risecarsi senza che la testura nè il principale e finale effetto del poema per
nulla se ne risentano o ne siano cangiati. L’interesse per l’Eroe felice, cioè
per Enea, e per la parte felice, cioè per li troiani, dovette esser mediocre
anche a principio, [3145]come di sopra ho mostrato, ed ora è più che
mediocre. E ciò, non ostante che il lettore di Virgilio non possa quasi a meno
di trasferire o di continuare ne’ fortunati troiani dell’Eneide quell’interesse
ch’egli ha conceputo per gli sfortunati e vinti troiani della Iliade. Perocchè
egli è certissimo che l’Iliade oltre all’aver partorito l’Eneide, oltre all’averla
nutrita e cresciuta, per dir così, del suo proprio latte, (voglio dire averle
somministrato l’argomento e i materiali in gran parte, o datogliene l’occasione,
e d’altronde averle porto i mezzi e i modi di trattarla, e gli ornamenti ec.
cioè il modello, e le immagini, e le forme delle invenzioni, dell’ordine, dello
stile poetico ec.) la sostiene e l’aiuta anche oggidì, comunicandole parte del
suo proprio interesse, riscaldandola del suo fuoco, e riverberandosi sulla
Eneide e in essa influendo e derivandosi e quasi irrigandola gli affetti che la
lettura o la notizia della Iliade inspirò. Laonde se la Eneide, quanto al suo
principal soggetto ispira alcuno interesse, egli è pur da notare che grande e
forse la massima parte di esso, non a lei propriamente appartiene, ma le vien
di fuori, e l’è totalmente accidentale ed estrinseco, non interiore ed
essenziale, nè in essa [3146]nasce ma altrove ed anteriormente nacque.
Il che non si deve confondere col proprio e nativo interesse dell’Eneide.
La
Lusiade avrà certo interessato ed interesserà forse anche oggidì i lettori
portoghesi, nè si può bastantemente lodare lo sfortunato Camoens per l’avere
scelto un soggetto così strettamente nazionale, e di più per l’aver saputo
adattare e far materia di poema epico un argomento allora modernissimo, qualità
che per l’una parte produce estreme difficoltà le quali a molti sono sembrate
in un poema epico insuperabili, e per l’altra sommamente contribuirebbe a
produrre o singolarmente accrescere l’interesse d’un’epopea, come ancora di un
dramma e di qualsivoglia poesia. Ma per li lettori dell’altre nazioni non so
quanto nella Lusiade possa essere l’interesse, nè se ne’ medesimi portoghesi,
mancata la recente memoria di quelle imprese, e raffreddato, come per tutta l’Europa,
l’amor nazionale e gli altri sentimenti magnanimi, la Lusiade produca per
ancora un interesse abbastanza [3147]vivo, continuo e durabile.
Quello
spirito dell’Italia e dell’Europa Cristiana verso gl’infedeli (e, diciamolo
ancora, verso il Cristianesimo) che disopra ho descritto, che regnò al tempo
del Tasso e ne’ precedenti, che in lui ancora grandemente potè, che ispirò e
produsse la Gerusalemme, è totalmente sparito e perduto, e le nostre condizioni
a questo riguardo sono affatto cangiate in tutta l’Europa. Nullo è dunque
oggidì l’interesse della Gerusalemme. Dico che la Gerusalemme non ha più
realmente veruno interesse finale e principale, cioè non ispira più quell’interesse
ch’ella principalmente e per istituto si propone d’ispirare; perocchè esso non
ha più luogo negli animi de’ lettori, affatto cangiati come sono, nè può più
nascere in alcuno quell’interesse, essendo mutate e quasi volte in contrario le
circostanze. Benchè certo la Gerusalemme al suo tempo ispirò moltissimo
interesse, e forse maggiore che l’Eneide al tempo suo, ed oltre di questo
universale nelle colte nazioni, [3148]dove quello dell’Eneide non potè
esser che nazionale. Nè certo la Gerusalemme mancò del suo fine. Ma ora non per
tanto non può più produrlo. Interessi però episodici e non finali ve n’hanno
molti nella Gerusalemme. V’ha quello di Olindo e Sofronia e nasce dalla
sventura. V’ha quello di Erminia, quello di Clorinda, e nascono dalla sventura.
V’ha quello del Danese, e nasce dalla sventura, e, quel ch’è notabile, da
sventura toccante alla stessa parte che aveva a riuscir vittoriosa e fortunata,
cioè a dire alla Cristiana. Colla quale occasione è da considerare la bella e
straordinaria facoltà che concedeva al Tasso lo spirito del suo tempo, cioè di
congiungere la compassione alla felicità, di far nascere questa da quella, di
salvar l’estrema unità che si esigeva ne’ poemi epici pigliando un Eroe felice
e facendolo non per tanto compassionevole. Alleanza impossibile anticamente,
difficile e di poco buono effetto oggidì. Ma le opinioni Cristiane (che al suo
tempo fiorivano) riponendo [3149]la felicità propria dell’uomo nell’altra
vita, facendola indipendente da quella di questo mondo, considerando le
sventure temporali come vantaggi e reali fortune, insegnando massimamente esser
felicissimo chi soffre per la giustizia e per la fede e per Dio, e più chi
muore per loro amore e cagione, davano luogo al Tasso di rappresentare come
felice e come giunto al suo desiderio e scopo un personaggio, il quale,
facendolo temporalmente sventurato e nelle sventure magnanimo ec., poteva pur
fare sommamente compassionevole e tenero. Nè altrimenti egli si governò circa
il Danese, il quale ei non diede già per infelice, ma per felicissimo
veramente, essendo morto, e generosamente morto per Dio, e nel tempo stesso il
volle fare e il fece oggetto di compassione e di tenerezza per la temporale
sventura e per questa morte fortemente incontrata e sostenuta. Ma ei non si volle
prevalere di tal facoltà nè di tali opinioni e disposizioni del suo tempo, se
non quanto a personaggi secondarii (come questo e Dudone) [3150]e in
episodii; e l’eroe principale volle farlo felice non solo eternamente ma
temporalmente altresì, e la principale impresa volle che bene uscisse non pure
secondo il cielo, ma eziandio secondo la terra. Nel che non m’ardisco però di
riprendere il suo giudizio, nè so biasimarlo s’ei credette che i dogmi
metafisici (e poco conformi, anzi contrarii alla natura e che troppa forza le
fanno) non dovessero gran fatto influire sulla poesia, nè potessero molto
giovare a produr con essa un buono, bello e splendido effetto. Siccome essi
poco veramente influivano, anche al suo tempo, sopra le azioni e le quasi
secondarie opinioni degli uomini; nè valsero in alcun tempo a cangiare la
natura umana, alla quale dee mirare in ogni tempo il poeta. In verità due sorti
di opinioni e di dogmi, l’una dall’altra distinta, e che quasi nulla
comunicavano insieme, tenevano all’età del Tasso e ne’ secoli a lei precedenti
gl’intelletti degli uomini. L’una Cristiana, l’altra naturale; quella quasi del
tutto inefficace [3151]e inattiva, la cui forza non si stendeva fuori
dell’intelletto e ne’ termini di questo si restringeva la sua esistenza; l’altra
efficace attiva che dall’intelletto stendevasi a influire e muovere la volontà,
e governare le operazioni e la vita. Perocchè gli uomini sono sempre mossi
dalle opinioni, nè altro che le opinioni può cagionare le loro azioni
volontarie, nè v’ha opera umana volontaria che dalla opinione, ossia giudizio
dell’intelletto, non derivi. Ma l’intelletto umano è capace di contenere al
tempo stesso opinioni e dogmi dirittamente fra se contrarii, e di contenerli
conoscendone la scambievole, inconciliabile contrarietà, come accadeva ai detti
tempi. Ben diversi dalla primissima età del Cristianesimo, quando un solo
genere di opinioni regnava negli animi, cioè quelle della religione, ed era
efficace, e stendevasi alla volontà ed al reggimento delle azioni interiori ed
esteriori, e della vita. Ma questo durò assai meno di quel che può credere [3152]chi
non conosce la storia ecclesiastica, o chi non ci ha riflettuto, o chi in essa
si lascia imporre dai nomi, e dal linguaggio tenuto in narrarla. Durò
pochissimo, o, se non altro, divenne in breve assai raro. Del resto egli è
duopo distinguere in ciascuna età, nazione, individuo le opinioni efficaci
dalle inefficaci che nell’intelletto puramente si restringono. Quelle talor
possono servire alla poesia, talora non possono (come le presenti, e vedi la
pag.2944-6.), talor più, talora meno; queste sempre pochissimo o nulla. Parlo
delle opinioni che in se hanno relazione alla pratica e al governo della vita,
non dell’altre, che son fuori del mio discorso. P.e. quelle opinioni, illusioni
ec. antiche o moderne che derivando dalla immaginazione o dall’esperienza ec.
persuasero e occuparono, o persuadono ec. l’intelletto, e nondimeno, non avendo
nulla che far colla pratica della vita per lor natura, non influiscono sulla
volontà, e sono inefficaci, e queste possono però, ed anche grandemente,
servire alla poesia.
Da
questa digressione, non aliena, cred’io, dal proposito, tornando in via, ci
resta a considerare come sia strano e quasi assurdo che Omero in tempi feroci
abbia tanto fatto giuocare la compassione nel suo poema, n’abbia fatto un
interesse principale e finale, abbia seguito e ottenuto il suo intento in modo
che anche oggidì, mancato l’altro interesse all’Iliade, non si può forse
tuttavia legger cosa che [3153]tanto interessi, non avesse riguardo di
far cadere ed esaggerare la compassione quasi unicamente sopra i nemici
de’ greci suoi compatriotti, a’ quali scriveva, i quali non istimavano gran
fatto la generosità verso il nemico, anzi apprezzavano la qualità opposta; e
che i poeti moderni abbiano fatto ed espressamente esclusa la compassione dal
grado d’interesse finale, abbiano per lo più evitato di farne cader più che
tanta sopra i nemici della parte e dell’Eroe da lor presi a lodare (la
compassione per Clorinda nella Gerusalemme non dava scrupolo al Tasso perch’ei
la fa morir convertita, e nel medesimo canto la scuopre per cristiana di
genitori e di nazione; sì ch’ella cade in ultimo, secondo l’intenzione finale
del poeta, sopra una Cristiana), ec. ec. In verità egli sarebbe stato
credibile, e certo egli avrebbe dovuto accadere, tutto l’opposto.
1. Quella raffinatezza dell’amor proprio e della
facoltà di sentire, la quale è necessaria perchè la compassione trovi luogo
nell’animo umano, [3154]la produce, e seco il piacere ch’altri ne gusta
non fu in alcun modo propria de’ tempi d’Omero, e proprissima di quelli di
Virgilio e de’ moderni, perocch’ella nasce dalla civiltà. Parlo qui della
compassione inefficace, qual è quella che si prova leggendo un poema, e che
spesso e facilmente ha luogo negli animi civili, massime destandovela lo charme
e l’artifizio della poesia, e degli abili prosatori. La compassione efficace la
qual ci muove a sovvenire alle miserie altrui, nasce anch’essa dalla detta
raffinatezza, e quindi dalla civiltà, ma richiede una raffinatezza maggiore di
quella che la civiltà soglia ordinariamente produrre e produca nel comune degli
uomini, e una facoltà naturale di sentire maggior dell’ordinaria, e quindi ella
è e fu in ogni tempo ben rara.
2. Poco ai tempi d’Omero valeva ed operava
quello che negli uomini si chiama cuore, moltissimo l’immaginazione. Oggi per
lo contrario (e così a’ tempi di Virgilio) l’immaginazione [3155]è
generalmente sopita, agghiacciata, intorpidita, estinta; difficilissimo è
ravvivarla anche al gran poeta, il quale altresì difficilmente può esser oggi
gagliardamente ispirato dalla immaginativa, ed esser grande per quella parte
che propriamente spetta all’immaginazione e per ciò che da lei deriva, come
furono Omero e Dante. Se l’animo degli uomini colti è ancor capace d’alcuna
impressione, d’alcun sentimento vivo, sublime e poetico, questo appartien
propriamente al cuore. Ed infatti oggidì appresso gli altri poeti di verso e di
prosa, il cuore è sottentrato universalmente e quasi del tutto all’immaginazione,
quello gl’ispira, quello essi mirano a commuovere, e su quello realmente
operano sempre ch’ei sono atti a riuscire nel loro intento. I poeti d’immaginazione
oggidì, manifestano sempre lo stento e lo sforzo e la ricerca, e siccome non fu
la immaginazione che li mosse a poetare, ma essi che si espressero dal cervello
e dall’ingegno, [3156]e si crearono e fabbricarono una
immaginazione artefatta, così di rado o non mai riescono a risuscitare e
riaccendere la vera immaginazione, già morta, nell’animo de’ lettori, e non
fanno alcun buono effetto. Così dico di quelle parti che ne’ moderni scrittori
sono di pura immaginazione. Lord Byron è un’eccezione di regola, forse unica,
per se stesso. V. p.3477. Quanto all’effetto delle sue poesie sopra i lettori, dubito
ch’elle debbano essere eccettuate dal numero delle altre poesie d’immaginazione.
V. p.3821. L’animo nostro è troppo diverso dal suo. Male ei ci può restituire
quella immaginativa ch’egli ha conservata, ma che noi abbiamo per sempre
perduta.
Ora tra i poeti epici egli è pure strano che Omero antichissimo abbia tanto
mirato al cuore, e che Virgilio e i moderni non si sieno proposti per oggetto
finale ed essenziale de’ loro poemi che di muovere l’immaginazione. Perocchè il
soggetto essenziale e unico principale de’ loro poemi si è un Eroe felice e un’impresa
felicemente [3157]terminata. Ora la felicità non vale che per la
maraviglia, la quale spetta all’immaginazione e nulla al cuore. Tanto possono
fare errare i più grandi spiriti le regole e l’arte, e tanto nascondere la
natura dell’uomo, de’ tempi, delle cose, traviarli dal vero, travisar loro e
occultare il proprio scopo e la propria essenza di quelle cose medesime ch’essi
intraprendono ed alle quali esse regole appartengono.
3. Le idee, i principii di generosità, di
equità, di umanità, di beneficenza verso il nemico sì ne’ giudizi sì ne’
sentimenti sì nelle azioni, nacquero, si può dir, dopo Omero, mitigati che
furono i ferocissimi e implacabili ed eterni odi nazionali, proprii degli
uomini ancor vicini a natura.
Essi principii sono massimamente comuni ed efficaci ne’ tempi moderni,
ne’ quali non vi possono avere odi nazionali, non avendovi quasi nazioni, e
niuno individuo considera, come anticamente, per nemici personali quelli della
nazione, i quali altresì ed effettivamente nol sono nè per sentimento nè per
fatto, ma nemici [3158]solamente del suo re ec. Anzi i detti principii
oggi degenerano in totale indifferenza verso il nemico della nazione, la qual
porta a non distinguerlo quasi affatto dall’amico. Or non è egli maraviglioso
che il poema d’Omero sia cento volte più imparziale e generoso verso i nemici
della sua propria nazione, che non sono i poemi moderni verso la parte
contraria a quella ch’in essi si celebra? e tanto che volendo nella Iliade investigare
i proprii sentimenti del poeta, e non mirando se non se all’espressione di
questi, appena si potrebbe oggi distinguere se Omero fosse greco o troiano, o d’una
terza nazione, e in quest’ultimo caso, per qual di quelle due fosse più
propenso nel suo animo.
4. Oggi, come ho già detto, e proporzionatamente
eziandio a’ tempi di Virgilio, si può dir che più non esista interesse
pubblico, se non in quei pochi che le cose pubbliche amministrano, e che il
pubblico rappresentano, [3159]anzi, si può dir, lo compongono e
costituiscono. Ed è ben cosa ragionevole e consentanea che l’interesse pubblico
negli altri più non esista (e chi governa non legge poemi). Ora dunque i poemi
il cui soggetto non è che qualche felicità e gloria nazionale, poco possono
oggidì interessare, o certo assai meno che a’ tempi d’Omero. Ma la sventura, e
massime degl’immeritevoli, è sempre dell’interesse privato di ciascheduno uomo.
Niuno è che non si stimi infelice e conseguentemente nol sia, e niuno è
parimente che non si reputi immeritevole della infelicità ch’ei sostiene.
Queste disposizioni benchè comuni a tutti i tempi, sono massimamente sensibili
oggidì, poichè per le circostanze politiche la vita non ha più come vivamente
occuparsi e distrarsi, e d’altronde il lume della filosofia dissipa ben tosto,
o soffoca nel nascere, o impedisce del tutto qualunque illusione di felicità.
Quindi eziandio indipendentemente dalla compassione, egli era [3160]tanto
più conveniente oggidì che a’ tempi d’Omero il far molto giuocare ne’ poemi
epici le sventure degli uomini, quanto che oggi il sentimento della infelicità
nelle nazioni civili è più vivo che fosse mai nel genere umano, ed è il
sentimento e il pensiero per così dir dominante, da cui niuno oramai trova più
come distrarsi. E la infelicità individuale degli uomini è, per così dire, il
carattere o il segno di questo secolo. Tutto al contrario di quel d’Omero, il
quale forse godette di quella maggior felicità o minore infelicità che possa
godersi dall’uomo nello stato sociale, e che sempre risulta dalla grande
attività della vita e dalle grandi e forti illusioni, cose proprissime di quel
tempo, massime nella Grecia. Or dunque oggidì le sventure cantate da’ poeti,
non possono non interessar grandemente, e più che in ogni altro tempo, e tutti;
essendo il sentimento della propria sventura l’universale e più continuo
sentimento degli uomini d’oggidì, ed amando naturalmente gli uomini di parlare
e [3161]udir parlare delle cose proprie, e riguardando ciascheduno la
infelicità come propria sua cosa, e dilettandosi gli uomini singolarmente di
quelli che loro più si assomigliano, nè potendosi trovar somiglianza più
universale che quella della infelicità, e compiacendosi ciascheduno di vedere
in altrui o di legger ne’ poeti i suoi propri sentimenti, e contando per somma
ventura ogni volta ch’egli incontra o nella vita o ne’ libri qualche notabile
conformità o di casi o di circostanze o di opinioni o di carattere o di
pensieri o d’inclinazioni o di modi o di vita e abitudini, colle sue proprie; e
consolandosi ciascheduno delle sue sventure coll’esempio vivamente
rappresentato, e più col vederle quasi celebrate e piante in altrui (e ciò in
soggetto e circostanze e persone e avvenimenti illustri, come son quelli
cantati ne’ poemi epici), innalzando il concetto di se stesso quasi il canto
del poeta avesse per soggetto la di lui stessa infelicità, ed intenerendosi
nella lettura quasi sui proprii mali. Chè in verità qualora leggendo i poeti
(versificatori o prosatori) o le storie noi ci sentiamo [3162]commuovere
da quelle vere o finte calamità, e ci lasciamo andare alle lagrime, crediamo
forse di piangere le miserie altrui ma più spesso e più veramente, o più
intensamente piangiamo in quel medesimo punto le nostre proprie, o mescoliamo
il pensiero di queste al pensiero di quelle, e questa mescolanza (ch’è vera e
propria e debita arte, e dev’essere scopo, del poeta l’occasionarla) è
principal cagione di quelle nostre lagrime. E ci accade allora (e così ne’
teatri ec.) come ad Achille piangente sul capo di Priamo il suo vecchio padre e
la breve vita a se destinata ec. ec. sublimissimo e bellissimo e naturalissimo
quadro di Omero. Le sventure, quando sieno nazionali, o in altra maniera più
particolarmente appartenenti ai lettori, interesseranno sempre più, per la maggior
somiglianza e prossimità, che non è quella dello sventurato in generale, e
perchè sarà tanto più facile e pronto il passaggio dell’animo del lettore da
quelle calamità alle sue proprie ec. Onde sarà sempre importantissimo che il
soggetto del poema sia nazionale, e questi soggetti saranno sempre preferibili
agli altri, e la nazionalità conferirà moltissimo all’interesse.
Venendo
oramai a ristringere il mio discorso, dico che l’Iliade, benchè, oltre al non
esser noi greci, sieno corsi da ch’ella fu scritta o cantata, ben ventisette
secoli, con tutte quelle innumerabili e sostanzialissime diversità che sì lungo
tratto di tempo ha portato allo spirito ed alle circostanze esteriori [3163]e
interiori dell’uomo e delle nazioni, c’interessa senz’alcun paragone più che l’Eneide
scritta in tempi tanto posteriori, e più conformi ai nostri, ed aiutata pur
grandemente come ho detto, dall’interesse medesimo della Iliade; più che la
Gerusalemme, più che altri tali poemi, i quali, massimamente rispetto all’Iliade,
si possono dir nati l’altro ieri. Dico c’interessa estremamente di più,
intendendo dell’interesse totale e finale, e risultante da tutto il poema, e
diffuso e serpeggiante per tutto il corpo del medesimo. Il quale interesse così
inteso, manca quasi affatto ai poemi che dalla Iliade derivarono; perocchè non
bisogna confonder con esso, il piacere che ci cagiona la lettura di tali
poemi, derivante dallo stile, dalle immagini, dagli affetti, e da tali altre
cose che non hanno essenzialmente a far coll’ultimo e principale scopo e
scioglimento del poema; nè anche i particolari (o episodici o non episodici)
interessi qua e là sparsi, non finali nè continui [3164]o perpetui, e
nascenti da questa o da quella parte e non dall’insieme e dal tutto del poema;
nè anche finalmente quell’interesse che può nascere dal semplice intreccio,
interesse di pura curiosità, che non aspira nè corre ad altro che a voler
essere informato dello scioglimento del nodo, conosciuto il quale, esso
interesse finisce; interesse pochissimo interessante, e superficialissimo nell’animo;
interesse che può esser sommo in poemi, drammi ed opere di niuno interesse,
anzi non è mai nè sommo nè principale nè anche molto notabile e sensibile, se
non se in poemi, drammi ed opere di niun intimo e profondo interesse e di
pochissimo valor poetico, perchè il destare, pascere e soddisfare la curiosità
non è effetto che abbia punto che fare colla natura della poesia, nè le può
esser altro che accidentale e secondario. Or dunque i poemi derivati dalla
Iliade, leggonsi con molto piacere, destano di tratto in tratto alcuno
interesse più o men vivo e durabile, [3165]ma essi mancano quasi affatto
di quell’interesse totale, finale e perpetuo, di cui l’Iliade, dopo 27 secoli,
appo uomini non greci, sommamente abbonda, e dal quale si dee senza fallo
misurare il pregio e il grado di bontà del complesso e dell’intero di un poema
epico, siccome d’ogni altro poema.
Per lo
che tornando finalmente là donde incominciai, conchiudo che tutto all’opposto
di ciò che si dice e si crede, il poema dell’Iliade sarà forse dai posteriori
poemi vinto ne’ dettagli o nelle qualità secondarie, come dir lo stile, o
alcuna parte di esso, qualche immagine, qualche parte o qualità dell’invenzione;
sarà forse eziandio vinto in alcuna parte della condotta, come nel celare più
studiosamente l’esito, laddove Omero par che studiosamente lo sveli innanzi
tempo (e forse anche questo si potrebbe difendere, e in ogni modo non nuoce che
all’interesse di curiosità, del quale Omero, o come superficialissimo e non
poetico ch’egli è, [3166]o come narrando forse cose universalmente
allora cognite alla nazione, non si fece alcun carico); ma che nell’insieme,
nel totale del disegno, nell’idea nello scopo e nell’effettivo risultato del
tutto, tutti i poemi epici cedono di gran lunga all’Iliade.
E soggiungo che in ciò gli cedono appunto per aver seguìto una unità che Omero
non si propose, e a causa di quello stesso incremento e stabilimento dell’arte
che li conformò e regolò, e che in essi si vanta, e che Omero non conobbe, e che
peccano appunto per quella maggior perfezione di disegno che loro si
attribuisce sopra l’Iliade, e che in questa pretesa perfezione consiste appunto
il maggiore ed essenzial peccato del loro disegno, peccato che niuno ci
riconosce, non potendo però lasciare di sentirne gli effetti, ma rapportandoli
a non vere cagioni, e male esigendo che quei poemi producano effetti non
compatibili realmente con quel disegno che in essi lodano, e senza cui gli
avrebbero biasimati; e finalmente che Omero [3167]non conoscendo l’arte
(che da lui nacque) e seguendo solamente la natura e se stesso, cavò dalla sua
propria immaginazione ed ingegno un’idea, un concetto, un disegno di poema
epico assai più vero, più conforme alla natura dell’uomo e della poesia, più
perfetto, che gli altri, avendo il suo esempio e in esso guardando, e ridotta
che fu ad arte la facoltà ond’egli avea prodotto que’ modelli, e determinata,
distinta e stretta che fu da regole la poesia, non seppero di gran lunga fare.
(5-11. Agosto. 1823.)
Alla
p.3109. margine. E l’egoista lusinga il suo amor proprio anche col persuadersi
di non essere egoista e di amare altri che se, e col credere di darne a se
stesso una prova. Quindi per gli animi raffinati è anche più dolce la
compassione verso gl’inimici che verso gli amici o gl’indifferenti, prima
perchè tanto più facilmente e vivamente l’uomo si persuade che quel sentimento
ch’egli allora prova sia sgombro e puro d’ogni mescolanza e influenza d’egoismo;
poi perchè tanto maggior concetto [3168]egli allora forma della
grandezza e generosità e nobiltà del suo proprio animo, e tanto più s’aggrandisce
a’ suoi propri occhi, (considerando la compassione ch’ei concede agli stessi
nemici), del quale effetto della compassione ho detto p.3119. Onde veramente
somma fu l’arte, squisitissima l’intenzione e lo scopo, e supremamente bello l’effetto
della poesia d’Omero, il quale rivolge principalmente sui nemici la compassione
di che egli anima tutto il suo poema, ed alla quale come all’uno de’ principali
effetti di questo, egli mira.
La
compassione è quasi un’annegazione che l’uomo fa di se stesso, quasi un
sacrifizio che l’uomo fa del suo proprio egoismo. Or questo è fatto per
egoismo, niente meno che il sacrifizio della roba, de’ piaceri, della vita
medesima, che l’uomo fa talvolta, non da altro mosso che dall’amor proprio,
cioè dal piacere ch’ei trova in far quella tale azione. Così l’egoismo giunge
fino a sacrificar se stesso a se stesso: tanto è l’amor ch’ei si porta, ch’ei
si fa volontaria vittima di se medesimo: tanto egli è pieghevole e vario, e
capace di tanti [3169]e sì strani e sì diversi travestimenti, che per
suo proprio amore ei cessa anche di esser egoismo, e quando voi lo vedete
sacrificar se medesimo, egli è allora il più raffinato egoismo che si trovi, il
più efficace e potente e imperioso, il più intimo e il più grande, perocch’egli
è maggiore negli animi in proporzione ch’ei sono più vivi, delicati e
sensibili, (come altrove più volte ho detto), quale è necessario che sia in
sommo grado chi può veramente di sua propria volontà e scelta sacrificar se
medesimo.
(12. Agosto. dì di Santa Chiara. 1823.)
Alla
p.2776. Vedi la Grammat. del Weller, edit. Lips. 1756.
p.50. v.7.8. p.58. fine.
(12.
Agosto. dì di Santa Chiara. 1823.)
Et Davus non recte scribitur. Davos scribendum: quod nulla litera
vocalis geminata unam syllabam facit. (geminata cioè p.e. due a,
o come in questo caso, due u). Sed quia ambiguitas vitanda est
nominativi singularis et accusativi pluralis, necessario pro hac regula digamma
[3170]utimur, et scribimus DaFus, serFus, corFus. Donatus ad Ter.
Andr. 1. 2. 2.
(12.
Agosto, dì di S. Chiara. 1823.)
Così ridondante, o con un certo cotal
significato che non si può altrimenti esprimere se non col gesto, si crede
esser proprietà della nostra lingua, e idiotismo del nostro dir familiare
(benchè molto usato dagli eleganti scrittori). V. pure Cic. ad Att. 14. 1. e il
Forcell. in Abeo §.16°. Ma quest’uso è latino e greco. V. il Forcell. in
Sic ai § sesto, nono, decimo, Catullo XIV. 16, e Platone nel Convito,
ed. Astii, Lips. 1819. seqq. t.3. p.440. vers.24. E. Gli spagnuoli hanno
qualcosa di simile.
(12.
Agosto. dì di S.Chiara. 1823.)
Profittare,
approfittare, profiter, aprovechar ec. quasi profectare da profectus di
proficio. Pretextar spagn. prétexter franc. da praetexo-xtus.
(12.
Agosto. dì di S. Chiara. 1823.)
Diciamo
volgarmente uomo indigesto per difficile, bisbetico. Or tale
appunto si è il proprio significato del greco dæskolow, per metafora morosus,
opposto di eëkolow. E v. la Crus. in discolo.
(12.
Agos. dì di Santa Chiara. 1823.)
[3171]Niuna cosa maggiormente dimostra la
grandezza e la potenza dell’umano intelletto, nè l’altezza e nobiltà dell’uomo,
che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la
sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità de’ mondi, si sente
essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degli infiniti
sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua
piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si
confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della immensità
delle cose, e si trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza;
allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile
della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la
quale rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e
intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener [3172]col
pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Certo niuno
altro essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare
di esser cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose, eziandio ch’ei sia,
quanto al corpo, una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire dell’animo. E
veramente quanto gli esseri più son grandi, quale sopra tutti gli esseri
terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento
della propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo
sentimento anche tra gli uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi,
ordinari, continui e pieni, quanto l’individuo è di maggiore e più alto e più
capace intelletto ed ingegno.
(12.
Agosto. dì di S. Chiara. 1823.)
Al
proposito di habeo e di ¦xv usati per essere spettano i verbali habitus e §jiw etc. P.e. habitus corporis, cioè modus habendi o se habendi, modus quo
corpus habet [3173]o se habet, vale propriamente modo di essere del
corpo ec.
(12.
Agos. dì di S. Chiara. 1823.)
Alla
p.3132. marg. principio. Da quello che si legge nell’epistola di Antonio Eparco
a Filippo Melantone (ch’era pur non cattolico, ma famoso eretico e poco si
doveva curare de’ luoghi santi) la qual epistola è riportata dal Fabricio nel
citato luogo; e dalle varie scritture ed anche storie di quei tempi, si
raccoglie che in verità il gabinetto ottomanno mirasse a soggettarsi l’Europa,
non tanto per diffondere la religione di Maometto (sebbene anche questo, s’io
non m’inganno, è precetto o consiglio dell’Alcorano, che si proccuri di
diffonderla coll’armi il più che si possa, promettendo premi nell’altra vita a
chi sostenga di morire combattendo per questa causa ec.) quanto per propagare
il proprio imperio, e non tanto odiando gli altri principi e regni europei come
Cristiani, quanto appetendoli come materia di conquista. O certo pare che gli
altri gabinetti europei riguardassero tutti la potenza ottomana con maggior
sospetto ch’ei non si guardavano l’un l’altro, temendone, non per la religion
Cristiana, ma per se [3174]stessi. E senza fallo la potenza ottomana si
manteneva ancora a quel tempo nell’opinione di conquistatrice appresso gli
altri, e il gabinetto ottomano conservava ancora le intenzioni e i progetti di
conquistatori. Nè poteva essere spenta la memoria e il terrore di quando, non
più che un secolo addietro, quella nazione tartara, dopo le tante imprese e
conquiste e progressi fatti per sì lungo tempo nell’Asia, presa Costantinopoli,
antichissima sede del greco impero, e distrutto l’ultimo avanzo della potenza
romana, aveva finalmente piantato nell’Europa risorgente alla civiltà, un trono
barbaro, una lingua e un popolo Asiatico (cosa fino allora, per quanto si
stende la ricordanza delle storie, non più veduta), oltre una religione diversa
dalla Cristiana (cosa pur non veduta in Europa da’ tempi pagani in poi, eccetto
i mori di Spagna, i quali si debbono eccettuare anche sotto i rispetti detti di
sopra); ed aveva imposto il giogo della schiavitù orientale alla più colta
nazione che fosse in quei tempi, come apparve dai tanti esuli, secondo quel
tempo, dottissimi, che fuggendo la turca tirannide, si erano sparsi per le
altre parti d’Europa, portando i greci codici, e la greca letteratura, e
rendendo comune e proprio di quel secolo più che d’ogni altro, lo studio ed
anche l’uso della greca lingua nelle scuole e fra’ letterati d’Italia, di
Francia e di Germania, ed aiutando universalmente il progresso delle rinate
lettere. Spettacolo veramente terribile, la cui impressione non poteva nel
seguente secolo essere spenta, nè si poteva ancora [3175]aver cessato di
temere e di odiare generalmente il Turco sì nelle corti e sì nel popolo, non
solo come conquistatore, ma di più come conquistatore barbaro e crudele,
minacciante le nazioni civili; (quasi come i Goti e gli altri popoli
settentrionali ne’ bassi secoli), anche astraendo affatto dalla religione.
Quindi il voto de’ politici e degli scrittori di quel secolo per la lega
universale contro i turchi, prende un aspetto anche più grave, e non è
solamente da riguardarsi com’effetto di antiche opinioni e rimembranze
religiose, e di fanatismo e d’immaginazione, ma come dirittamente spettante
alla politica, e derivante dalla considerazione delle reali circostanze d’Europa
in quel secolo. E tanto più importante n’apparisce il soggetto, e più degno,
saggio e nobile il pensiero, la scelta e l’intenzione del Tasso, che nel suo
poema fece servire la religione, e le opinioni e lo spirito popolare del suo
tempo, e le altre cose che si prestano alla poesia (perocchè le speculazioni
politiche non possono esser materia da ciò) a promuovere quello scopo ch’era
allora de’ più importanti per la conservazione della civiltà, della libertà,
dello stato, del ben essere di tutta Europa, cioè la concordia de’ principi
europei per essere in grado e di respingere e di distruggere il [3176]Barbaro
che minacciava o era creduto minacciare di schiavitù tutte le nazioni civili,
il comune nemico che macchinava o era creduto macchinare la conquista di tutta
Europa dopo quella di gran parte dell’Asia, e insidiare perpetuamente ai regni
europei, come anticamente i persiani alle greche repubbliche. Nè certo minor
gravità ed importanza dovranno sotto tale aspetto essere riputati avere il
poema del Tasso, la Canzone del Petrarca e l’altre poesie e prose italiane o
forestiere appartenenti a tal materia, di quella che avessero le orazioni d’Isocrate
contro il Persiano, o di Demostene contro il Macedone; anzi, per ciò che spetta
alla materia, tanto maggiore di queste, quanto queste toccavano l’interesse
della Grecia sola, piccola parte d’Europa, e quelle miravano alla salvezza dell’Europa
intera e di tutte le sue nazioni e lingue. (15. Agosto. Assunzione di Maria
Vergine Santissima. 1823.). Nè la nimicizia degli europei verso i maomettani, e
di questi verso quelli si restringeva alle sole opinioni e discorsi, ma
consisteva anche ne’ fatti,
come apparisce dalle imprese de’ Cavalieri Ospitalieri di S. Giovanni di
Gerusalemme [3177]che in quel medesimo secolo, dopo 212. anni di
possedimento (1310.) perdettero Rodi (1522.) ed ebbero prima Viterbo dal Papa,
e poi Malta (1530.) da Carlo V, e con prodigioso valore la difesero (1566.)
quattro mesi con morte di 15 mila soldati barbari e ottomila marinai; dalle
imprese di Carlo V contra i Maomettani d’Europa e d’Affrica; da quelle de’
Veneziani nel detto secolo; dalla famosa vittoria di Lepanto riportata dalle
flotte spagnuola, veneziana e del Papa sopra i turchi dieci anni avanti (1571.)
che fosse pubblicata la Gerusalemme (1581.), e certo in tempo che il Tasso la
stava componendo e meditando, poichè fin dieci anni avanti (1561.), egli n’aveva
già scritto o abbozzato 6. canti. (V. Tirabos. t.7. par.3. p.118.). (16.
Agosto. 1823.). V. p.4236. e l’Oraz. del Giacomini in lode del Tasso nelle
Prose fior. la qual finisce con un’esortazione alla guerra contro i turchi.
Alla
p.2834. Questa tal grazia definita di sopra, è la grazia più graziosa e più
fina, anzi quella che propriamente si chiama grazia, e che suol essere
considerata dagli artisti, dagl’intendenti, dagli speculatori teorici o pratici
del bello, quella che sogliamo intendere col nome di grazia, ed a cui
principalmente appartiene l’indefinibilità e inconcepibilità [3178]che
alla grazia s’attribuisce. La grazia nascente da difetto (come quella di
Roxolane appo il Marmontel), è più grossolana e poco degna dell’artista, o di
qualunque imitatore del bello. Essa è bensì più comunemente sensibile (perocchè
quell’altra grazia non tutti, anzi pochi, la sentono), e sempre ch’ella è
sentita, fa maggior effetto dell’altra, eziandio negl’intendenti del bello,
negli spiriti di buon gusto, e negli animi delicati e sensibili. E ciò perchè
il contrasto in essa è più notabile e spiccato, e maggiore la straordinarietà.
Ma perciò appunto questo effetto è più grossolano, e per così dire più
materiale e corporeo, laddove quell’altro è più spirituale e più delicato, e
quindi più direttamente e giustamente proprio della grazia, l’idea della quale
inchiude quella della delicatezza. La grazia derivante da difetto punge e
solletica come un sapore acre e piccante, o aspro, o acido, o acerbo, che per
se stesso è dispiacevole, e pure in un certo grado piace, e quindi molti
spiriti che non hanno mai potuto sentire quell’altra grazia, o che sono di già blasés
sul bello, a causa del lungo uso ed assuefazione, sono [3179]mossi e
allettati da quella grazia, per dir così, difettosa, come i palati o ruvidi e
duri per natura, o stanchi de’ cibi piacevoli per la lunga assuefazione, sono
dilettati e solleticati da quei sapori. Laddove l’altra suddetta grazia è quasi
un soave e delicatissimo odore di gelsomino o di rosa, che nulla ha di acuto nè
di mordente, o quasi uno spiro di vento che vi reca una fragranza improvvisa,
la quale sparisce appena avete avuto il tempo di sentirla, e vi lascia con
desiderio, ma vano, di tornarla a sentire, e lungamente, e saziarvene.
(16. Agosto. dì di San Rocco. 1823.)
È cosa
indubitata che la civiltà ha introdotto nel genere umano mille spezie di morbi
che prima di lei non si conoscevano, nè senza lei sarebbero state; e niuna, che
si sappia, n’ha sbandito, o seppur qualcuna, così poche, e poco acerbe e poco
micidiali, che sarebbe stato incomparabilmente meglio restar con queste che
cambiarle con la moltitudine, fierezza e mortalità di quelle. (Vediamo infatti
quanto poche e blande sieno le malattie spontanee degli altri animali, massime
salvatichi, cioè non corrotti da noi; e similmente de’ selvaggi, e massime de’
più [3180]naturali, come i Californii; e che anche quelle degli
agricoltori sono molte più poche e rare e men feroci che quelle de’ cittadini).
È parimente indubitato che la civiltà rende l’uomo inetto a mille fatiche e
sofferenze che egli avrebbe e potuto e dovuto tollerare in natura, e suscettibilissimo
d’esser danneggiato da quelle fatiche e patimenti che, o per natura generale o
per circostanze particolari, egli è obbligato a sostenere, e che nello stato
naturale avrebbe sostenuto senza verun detrimento, e, almeno in parte, senza
incomodo. È indubitato che la civiltà debilita il corpo umano, a cui per natura
(siccome a ogni altra cosa proporzionatamente) si conviene la forza, e il quale
privo di forza, o con minor forza della sua natura, non può essere che
imperfettissimo; e ch’ella rende propria dell’uomo civile la delicatezza
rispettiva di corpo, qualità che in natura non è propria nè dell’uomo nè di
veruno altro genere di cose, nè dev’esserlo (vedi la pag.3084. segg.). È
indubitato che le generazioni umane peggiorano in quanto al corpo di mano in
mano, ogni generazione più, sì per se stessa, sì perch’ella così peggiorata non
può non produrre una generazione peggior di se ec. ec. Da tutte queste e da
cento altre cose, da me altrove in diversi luoghi considerate, si fa più che
certissimo e si tocca con mano, che i progressi della civiltà portano seco e
producono inevitabilmente il successivo deterioramento [3181]del suo
fisico, deterioramento sempre crescente in proporzione d’essa civiltà. Nei
progressi della civiltà, e non in altro, consiste quello che i nostri filosofi,
e generalmente tutti, chiamano oggidì (e molti anche in antico) il
perfezionamento dell’uomo e dello spirito umano. È dunque dimostrato e fuori di
controversia che il perfezionamento dell’uomo include, non accidentalmente ma
di necessità inevitabile, il corrispondente e sempre proporzionato
deterioramento e, per così dire, imperfezionamento di una piccola parte di esso
uomo, cioè del suo corpo: di modo che quanto l’uomo s’avanza verso la
perfezione, tanto il suo fisico cresce nella imperfezione; e quando l’uomo sarà
pienamente perfetto, il corpo umano, generalmente parlando, si troverà nel
peggiore stato ch’e’ mai siasi trovato, e in che gli sia possibile di trovarsi
generalmente. Se con ciò si possa giustamente chiamare perfezionamento, quello
che oggi s’intende sotto questo nome, cioè se l’incremento della civiltà sia
perfezionamento dell’uomo, e la perfezione della civiltà perfezione dell’uomo;
se una tal perfezione ci possa essere stata destinata dalla natura; [3182]se
la nostra natura la richiegga ed a lei tenda; se veruna natura richiegga o
possa richiedere una perfezione di questa sorta; se perciò che l’uomo è
civilizzabile, e in quanto egli è civilizzabile, ei sia, come dicono, e come
stabiliscono e dichiarano per fuori d’ogni controversia, perfettibile; si
lascia giudicare a chiunque non è ancor tanto perfezionato, tanto vicino all’ultima
perfezione dell’uomo, ch’egli abbia perduto affatto l’uso del raziocinio, e non
serbi neppur tanta parte del discorso naturale quanta è propria ancora degli
altri viventi.
(17. Agosto. Domenica. 1823.)
Trembler,
temblar sono verbi
diminutivi, cioè fatti da un tremulare, il quale è da tremere,
come misculare (onde mesler, cioè mêler, mezclar, mescolare,
meschiare, mischiare) da miscere, secondo che ho notato altrove. Ma
essi verbi trembler e temblar hanno il senso del positivo tremere
che nel francese e nello spagnuolo non si trova. Noi abbiamo e tremare e
tremolare, quello positivo, e questo, così di forma come di
significazione, diminutivo. Diciamo anche tremulare, o piuttosto lo
dicevano i nostri antichi, più alla latina, benchè questo verbo nel buon latino
non si trovi. Trovasi però nel [3183]basso latino: v. il Glossar. Cang.
Il Franciosini scrive tremular, lo chiama vocabolo barbaro, e lo spiega tremare.
Gli spagnoli dicono pure tremolar (Solìs Hist. de Mexico, l.1. capit.7.
princip.), ma attivamente per agitare, dimenare, sventolare (come tremolar
unas vanderas nel citato luogo del Solìs), alla qual significazione par che
appartenga l’ultimo esempio del Gloss. Cang. in Tremulare.
(17.
Agos. 1823. Domenica.)
Gli
uomini che nel mondo sono stimati e son tenuti da quanto gli altri o da più
degli altri, lo sono per l’ordinario in quanto coll’uso della società essi si
sono allontanati dalla natura lor propria e dagli abiti naturali dell’uomo
generalmente, ed hanno in se oscurata e coperta la natura, o sanno, sempre che
vogliono, coprirla. E quanto più è oscurata in loro e coperta e mutata sì la
natura individuale e lor propria, vale a dire il loro natural carattere, e gli
abiti a che essa particolar natura gli avrebbe condotti, sì la natura generale
degli uomini, tanto la stima generale verso di essi è maggiore. Voglio dir che
la più parte delle qualità che negli uomini ottengono stima appo il mondo, o
sono totalmente acquisite e per nulla naturali, anzi spesso contrarie alla
natura lor propria o generale; ovvero sono talmente svisate [3184]dal
naturale che per naturali non si ravvisano, e più che sono svisate, più, per l’ordinario,
si stimano. Perocchè egli è ben raro che una qualità semplicemente naturale, e
tale qual ella è da natura, sia stimata punto nella società, e quando pur
sialo, questa stima non è nè durevole, nè salda, nè generale, nè molta, ed è
sempre inferiore a quella delle qualità acquisite o snaturate, le quali si
apprezzano per regola, stabilmente e seriamente, ma le naturali quasi per
gioco, per rarità, per variare, per passatempo, momentaneamente. Quelle si
stimano come gravi, serie, e da negozio; queste come lievi, di poca importanza
ed utilità, da semplice trattenimento e da ozio: e la società presto se ne
annoia.
Questo
genere di persone ch’è l’unico generalmente stimato nella società, tiene il
mezzo fra due generi, non istimato nè l’uno nè l’altro, ma l’uno non
istimabile, l’altro stimabilissimo e molto più stimabile veramente di quello
che il mondo stima. Del primo genere sono quelle persone, in cui la natura non
ha avuto forza bastante per cangiarsi; cioè quelle che non furono capaci dell’arte,
onde vivendo nella società, non hanno da lei saputo apprendere, nè su di lei
modellarsi, e per [3185]poca abilità naturale hanno conservata la loro
natura, il loro natural carattere, gli abiti a cui la natura o propria o
generale gl’inclinò; sicchè vivono e conversano nella società, tali appresso a
poco quali dapprima vi entrarono. Ciò sono le persone povere di spirito, di
tardo e duro ingegno, di corta e scarsa capacità. Eziandio spettano a questo
genere coloro in cui la natura si conserva per mancanza di coltura che la
scacci o la tramuti. Ciò sono le persone idiote e rozze, di poco o niuno uso
sociale, poco o nulla assuefatte alla civile conversazione, le quali recano
nella società, sempre che vi si accostano, il loro primitivo carattere, e le
naturali abitudini, non mai cangiate da quello che furono da principio, non
mescolate o accresciute con alcuna qualità sociale acquisita; e ciò non per
durezza d’ingegno, nè per naturale insufficienza, e incapacità di apprendere,
ma per mancanza d’insegnamento, di esercizio, di coltura dell’ingegno e delle
maniere. Questo genere di persona sia della prima specie sia della seconda, non
è punto stimata nè ricercata [3186]nè gradita nella società, perch’egli
conserva la natura, al contrario di quelle persone che ho detto essere
apprezzate nel mondo.
Del
secondo genere
sono coloro in cui la natura straordinariamente forte, e più potente che nel
comune degli uomini, ha superato e respinto l’arte, e non le ha lasciato luogo
da situarsi, non per istrettezza e cortezza d’essa natura, ma perch’ella,
sebbene amplissima ed estesissima, tutto il luogo essa medesima
irremovibilmente occupò. Ciò sono le persone di carattere originale,
straordinariamente vigoroso, costante, fermo, i quali rigettano le abitudini
contrarie alla loro gagliarda natura e al detto carattere, di qualunque genere
ei sia; e non soffrono di piegarsi e adattarsi agli altrui costumi, di seguire
le altrui inclinazioni, di cangiare o di modificare o di nascondere e
mascherare o finalmente di smentire se stessi; non ammettono nè modi, nè
usanze, nè gusti, nè occupazioni, nè istituti di vita, nè parole, nè fatti se
non conformi esattamente alla loro primitiva natura ed indole, e da essa
richiesti, cagionati, mossi, suggeriti. Questi sono [3187]gli uomini
chiamati singolari e originali; non mai stimati (certo oggidì, e nelle nazioni
più civili e socievoli, non mai), per lo più disprezzati, ovvero odiati e
fuggiti, sempre derisi. In questi tali tutto è forza, e per la forza si
conserva in essi immutabile la natura. Altri pur v’ha del medesimo genere, ne’
quali avvengachè la natura sia parimente fortissima e potentissima, contuttociò
si mescola in essi e nella natura loro una sorta di debolezza e non poca. Ciò
sono quelle persone di vastissimo finissimo e altissimo ingegno, al quale per
la troppa capacità ed ampiezza sfuggono e in essa ampiezza si perdono le cose
piccole; per la troppa finezza riescono difficilissime e impossibili ad
apprendersi, a seguirsi, a possedersi le cose grosse; per la troppa altezza
escono di vista le cose basse. Non già ch’essi sempre le sdegnino, anzi bene
spesso con somma e intentissima cura le cercano e studiano, ma con gran
meraviglia loro e dei pochi che ben li conoscono, non viene lor fatto di
conseguire in quelle cose appena una centesima parte di quell’abilità e di quel
successo che gl’ingegni mediocri, e talora [3188]piccoli, con molto
minor cura e studio, facilmente e perfettamente conseguono, possiedono e
adoprano. Il medesimo eccesso della cura e della contenzion d’animo che quei
rari ingegni pongono a conseguire ed esercitare le qualità sociali, cura e
contenzione abituale e familiare in essi, e che mai e’ non sanno intermettere o
rilasciare; il medesimo eccesso dico, togliendo loro la possibilità della
disinvoltura, del riposo d’animo, della facilità, dell’abbandono, della
sicurezza, della confidenza in se stessi (che a chi suol riflettere sulle cose,
e conoscerne e investigarne e sentirne e pesarne le difficoltà, e a chi sempre
mira alla perfezione, e d’altronde sa bene per molte esperienze e sente quanto
ella sia difficile, a questi tali, dico, la confidenza in se stessi è
impossibile); togliendo dunque loro la possibilità di queste qualità che sono d’indispensabilissima
e primissima necessità per godere nella società e per piacerle, e generalmente
per ottenere colle parole o coi fatti qualunque successo nel mondo; il detto
eccesso, torno a ripetere, impedisce a quei rari ingegni di mai, se non
imperfettissimamente conseguire, di mai, se non con grandissima difficoltà e
stento, adoperare ed esercitare le [3189]qualità che nel mondo si
apprezzano ed amano e premiano. Questi tali, benchè grandissimi ingegni, benchè
fecondi di bellissimi, utilissimi, altissimi, nuovissimi pensieri, benchè
scrittori sommi in questo o quel genere, o pur letterati o filosofi o privati
politici di altissimo valore, benchè d’animo nobilissimi, sensibilissimi,
rarissimi, benchè spesso capacissimi di dilettar sommamente o di sommamente
giovare a qualsivoglia società e a qualunque genere di persone coi loro scritti
o colle produzioni qualunque del loro ingegno, lungamente e maturamente, o
almeno riposatamente, pensate; anzi benchè le dette misere qualità siano pur
troppo propriissime de’ singolari ingegni, e tanto più quanto alcun d’essi più
s’inalza sopra il comune, e a proporzione di ciò più invincibili e costanti; e
benchè quasi tutti gl’ingegni veramente singolari e sommi, massime quelli che
risplendettero o risplendono negli studi delle scienze, delle lettere, o delle
arti, fossero e sieno più o meno partecipi di tali qualità caratteristiche, si
può dire, degli straordinarii e sublimi talenti; (vedi fra l’altre cose il
Pseudo-Donato nella Vita di Virgilio [3190]cap.6. fine, dov’è l’autorità
di Melisso, Grammatico, liberto di Mecenate, contemporaneo di Virgilio:
Forcell. in Melissus, Fabric. B. Lat. 1. 494.); contuttociò questi tali
nella società, se non da quelli che conoscono per altra parte il loro merito, e
che conoscendolo sono capaci di apprezzare chi lo possiede, sono generalmente
(e non irragionevolmente, perocchè niun diletto e molta noia e fatica reca la
loro conversazione) disprezzati ed evitati, ancor maggiormente che quelli dell’altra
specie, e confusi dai più coi primi del primo genere, ai quali in fatti, nell’esteriore
e in ciò che d’essi apparisce, quasi a capello si rassomigliano. In questo
genere si può recar per esempio della prima specie l’Alfieri, della seconda G.
G. Rousseau.
Anche questo genere di persone benchè stimabilissimo non è stimato, perocch’ei
conserva la natura, o non è bastantemente mutato dal naturale.
Sicchè
tra quello che non è stimabile e quello ch’è degno di somma stima, restano
solamente stimati quelli che tengono il mezzo, e cioè gli uomini mediocri e
mediocremente [3191]degni. E ritrovasi per questa via e sotto questo
rispetto, siccome per tutte l’altre vie e per ogni altro riguardo, trionfare
nell’umana conversazione la mediocrità.
Nè
solamente alla stima del mondo, ma a qualunque altro successo nella società,
come al far fortuna, all’avanzarsi nel favore o de’ principi o de’ privati, e a
cose tali si può applicare la triplice distinzione e la successiva suddivisione
degli uomini da me fatta fin qui, e troverannosi dovunque gli effetti
corrispondere ai sopra osservati, secondo i generi e le spezie surriferite.
(18. Agos. 1823.)
All’amore
che noi abbiamo della vita, e quindi delle sensazioni vive, dee riferirsi il
piacere che ci recano negli scritti o nel discorso le parole chiamate
espressive, cioè quelle che producono in quanto a loro una idea vivace, o per
la vivacità dell’azione o del soggetto qualunque ch’elle significano (come spaccare),
o perchè vivamente rappresentano all’immaginativa questa [3192]medesima
azione o soggetto, qualunque siasi la cagione perch’esse vivamente lo
rappresentino (come spaccare più vivamente rappresenta l’azione
significata, e desta un’idea più viva che fendere per varie ragioni che
ora non accade specificare, e lungo sarebbe il farlo), o perchè di un’azione o
di un soggetto non vivace, ne destano però una viva e presente idea.
(18. Agosto. 1823.)
Per li
nostri pedanti il prender noi dal francese o dallo spagnuolo voci o frasi utili
o necessarie, non è giustificato dall’esempio de’ latini classici che
altrettanto faceano dal greco, come Cicerone massimamente e Lucrezio, nè dall’autorità
di questi due e di Orazio nella Poetica, che espressamente difendono e lodano
il farlo. Perocchè i nostri pedanti coll’universale dei dotti e degl’indotti
tengono la lingua greca per madre della latina. Ma hanno a sapere ch’ella non
fu madre della latina, ma sorella, nè più nè meno che la francese e la
spagnuola sieno sorelle dell’italiana. Ben è vero che la greca letteratura e [3193]filosofia
fu, non sorella, ma propria madre della letteratura e filosofia latina.
Altrettanto però deve accadere alla filosofia italiana, e a quelle parti dell’italiana
letteratura che dalla filosofia debbono dipendere o da essa attingere, per
rispetto alla letteratura e filosofia francese. La quale dev’esser madre della
nostra, perocchè noi non l’abbiamo del proprio, stante la singolare inerzia d’Italia
nel secolo in che le altre nazioni d’Europa sono state e sono più attive che in
alcun’altra. E voler creare di nuovo e di pianta la filosofia, e quella parte
di letteratura che affatto ci manca (ch’è la letteratura propriamente moderna);
oltre che dove sono gl’ingegni da questa creazione? ma quando anche vi fossero,
volerla creare dopo ch’ella è creata, e ritrovare dopo trovata ch’ell’è da più
che un secolo, e dopo cresciuta e matura, e dopo diffusa e abbracciata e
trattata continuamente da tutto il resto d’Europa del pari; sarebbe cosa, non
solo inutile, ma stolta e dannosa, mettersi a bella posta lunghissimo tratto
addietro degli [3194]altri in una medesima carriera, volersi collocare
sul luogo delle mosse quando gli altri sono già corsi tanto spazio verso la
meta, ricominciare quello che gli altri stanno perfezionando; e sarebbe anche
impossibile, perchè nè i nazionali nè i forestieri c’intenderebbono se
volessimo trattare in modo affatto nuovo le cose a tutti già note e familiari,
e noi non ci cureremmo di noi stessi, e lasceremmo l’opera, vedendo nelle
nostre mani bambina e schizzata, quella che nelle altrui è universalmente
matura e colorita; e questo vano rinnovamento piuttosto ritarderebbe e
impaccerebbe di quel che accelerasse e favorisse gli avanzamenti della filosofia,
e letteratura moderna e filosofica. Erano ben altri ingegni tra’ latini al
tempo che s’introdussero e crebbero gli studi nel Lazio; ben altri ingegni,
dico, che oggi in Italia non sono. Nè però essi vollero rinnovare nè la
filosofia nè la letteratura (la quale essendo allora poco filosofica, si potea
pur variare passando a nuova nazione), ma trovando l’una e l’altra in alto
stato, e grandissimamente avanzate e mature appresso i [3195]greci, da
questi le tolsero, e gli altrui ritrovamenti abbracciarono e coltivarono; e
ricevuti e coltivati che gli ebbero, allora, secondo l’ingegno di ciascheduno e
l’indole della nazione, de’ costumi, del governo, del clima, della lingua,
delle opinioni romane, modificarono ed ampliarono le cose da’ greci trovate, e
diedero loro abito e viso e attitudini domestiche e nuove. Se vuol dunque l’Italia
avere una filosofia ed una letteratura moderna e filosofica, le quali finora
non ebbe mai, le conviene di fuori pigliarle, non crearle da se; e di fuori
pigliandole, le verranno principalmente dalla Francia (ond’elle si sono sparse
anche nelle altre nazioni, a lei molto meno vicine e di luogo e di clima e di
carattere e di genio e di lingua ec. che l’italiana), e vestite di modi, forme,
frasi e parole francesi (da tutta l’Europa universalmente accettate, e da buon
tempo usate): dalla Francia, dico, le verrà la filosofia e la moderna
letteratura, come altrove ho ragionato, e volendole ricevere, nol potrà
altrimenti che ricevendo altresì assai parole e frasi di là, ad esse intimamente
e indivisibilmente spettanti e fatte proprie; [3196]siccome appunto
convenne fare ai latini delle voci e frasi greche ricevendo la greca
letteratura e filosofia; e il fecero senza esitare. E noi colla stessa
giustificazione, ed anche col vantaggio della stessa facilità il faremo,
essendo la lingua francese sorella dell’italiana siccome della latina il fu la
greca, e producendo la filosofia e la filosofica letteratura francese una
letteratura moderna ed una filosofia italiana, siccome già la greca nel Lazio.
E tanto più saremo fortunati degli altri stranieri che dal francese attinsero
voci e modi per la filosofia e letteratura, quanto che noi nel francese avremo
una lingua sorella, e non, com’essi, aliena e di diversissima origine.
(18.
Agos. 1823.)
Alla p.1011.
marg.-fine. Aggiungete ancora che la lingua latina è della italiana, madre
conosciuta e certa e fuori d’ogni controversia. Non così accade all’altre
lingue d’origine diversa. Si saprà per certo che la lingua tedesca è d’origine
teutonica, la svedese d’origine slava, ma quale delle antiche lingue teutoniche
o schiavone sia madre della tedesca e della svedese, non si potrà senza
moltissime controversie, nè senza grandi [3197]dubitazioni e incertezze,
nè più che largamente e mal distintamente, determinare ec. ec. (19. Agos.
1823.). Noi sappiamo bene qual e che cosa sia questa lingua latina madre dell’italiana,
e possiamo definitamente additarla, e mostrarla tutta intera. Ma dir che la
teutonica o la slava o simili è madre della tedesca o della russa ec., è quasi
un dire in aria, benchè sia vera, nè quelli possono definitamente additarci
quale individualmente sia questa lor lingua madre, nè, se non confusamente e
per laceri avanzi, mostrarcela.
In molti
luoghi di questi miei pensieri ho dimostrato come l’uomo debba quasi tutto alle
circostanze, all’assuefazione, all’esercizio; quanta parte di ciò che si chiama
talento naturale, e diversità o superiorità o inferiorità di talenti, non sia
per verità altro che assuefazione, esercizio, ed opera di circostanze non
naturali nè necessarie ma accidentali, e diversità di assuefazioni e di
circostanze, maggiore o minore assuefazione, e maggiore o minor favore o
disfavore di circostanze e di accidenti secondarii: la diversità delle quali
cose accresce a dismisura le piccole differenze e le piccole superiorità o
inferiorità di facoltadi che si trovano naturalmente e primitivamente tra
questo e quello ingegno di questo o quello individuo o nazione, in questo o
quel secolo. Io però non intendo con ciò di negare che non v’abbiano diversità
naturali fra i vari talenti, le varie facoltà, i vari primitivi caratteri degli
uomini; ma solamente affermo e dimostro che tali diversità assolutamente
naturali, innate, e primitive sono molto [3198]minori di quello che
altri ordinariamente pensa. Del resto che gl’intelletti, gli spiriti, insomma
gli animi degli uomini differiscano naturalmente e primitivamente gli uni dagli
altri, con minute differenze bensì, ma pur vere ed effettive e notabili
differenze; e che varie sieno le loro naturali disposizioni, maggiori in altri,
in altri minori, ed ordinate in quelli a certi oggetti, in questi a certi
altri, è cosa, come da tutti e sempre creduta, così vera e reale, e dimostrata
da molte osservazioni, le quali, o alcune di esse, verrò qui sotto segnando per
capi, sommariamente però, ed in modo che sopra ciascun capo potrà e dovrà molto
più estendersi il discorso di quello che io sia per estenderlo.
1. Notabili sono le differenze che passano tra l’esteriore
figura e conformazione degli uomini, paragonando secolo a secolo; nazione
selvaggia o corrotta o civile l’una coll’altra; nazioni civili tra loro; così
nazioni selvaggie o barbarizzate; clima a clima; famiglia a famiglia; individuo
a individuo. Differenze regolari o irregolari; ordinarie o straordinarie;
naturali o accidentali, ma pur [3199]sempre fisiche; mostruosità ec. La
differenza delle lingue dimostra una vera differenza negli organi corporali
della favella tra’ vari popoli parlanti; differenza cagionata o dal clima o da
qualsivoglia altra cagione naturale, indipendente però certo dall’assuefazione
nell’essenziale e generale e costante che in essa differenza si trova. Negli
altri vari organi esteriori dell’uomo si trovano eziandio molte notabili
differenze naturali tra uomo e uomo, clima e clima, nazione e nazione,
individuo e individuo; differenze di disposizione, cioè disposizione a maggiore
o minor numero di abilità, a tali o tali abilità piuttosto che ad altre, e
disposizione maggiore o minore; più o meno scioltezza e speditezza e sveltezza
fisica, secondo le qualità naturali de’ muscoli e de’ nervi che a quel tale
organo appartengono. Se l’esteriore adunque degli uomini differisce
notabilmente per natura nell’uno uomo paragonato coll’altro, è ben ragionevole
che si creda notabilmente differire anche la naturale conformazione dell’interiore
ne’ diversi uomini; quando non si può volgere in dubbio la manifesta analogia e
perfetta corrispondenza [3200]che passa tra l’esterno e l’interno dell’uomo
sotto qualunque rispetto. E nel particolare dell’ingegno, la diversa
conformazione esteriore del capo ne’ diversi individui e nazioni, la quale è
visibile e non si può negare, dimostra chiaramente una diversa conformazione di
ciò che nel capo si contiene, nel che risiede l’ingegno; onde viene a esser provato
che tra gli uomini v’ha differenza naturale d’ingegno. E infatti è quasi
dimostrato che la fronte spaziosa significa grande e capace ingegno naturale, e
per lo contrario la fronte angusta; e così le altre differenze esteriori del
capo osservate dai craniologi: le osservazioni de’ quali se non sono tutte
vere, non lasciano di provare generalmente una differenza naturale di spirito e
d’indole ne’ diversi uomini; nel giudizio delle quali differenze se coloro
spesse volte s’ingannano, ciò nasce perch’ei non guardano che il fisico; ma l’assuefazione
e le circostanze talora accrescono, talora cancellano, talora volgono affatto
in contrario le differenze delle disposizioni naturali; delle quali sole
possono pronunziare i craniologi, non de’ loro effetti, che da troppo altre
cause [3201]sono influiti, e spesso riescono contrarii ad esse
disposizioni. E vedi a questo proposito il fatto di Zopiro e Socrate ap. Cic.
Tusc. lib.4. cap.37. Qua pur si deve riferire la diversità delle fisonomie,
degli occhi, che tanto esprimono e dimostrano dell’animo e dell’ingegno, e l’arte
de’ fisionomi.
2. Differenze generali, regolari, e costanti si
trovano fra i caratteri, i talenti, le disposizioni spirituali delle diverse
nazioni, massime secondo i diversi climi. Quelle d’ingegno grossissimo, come i
Lapponi; queste d’acutissimo, come gli orientali; altre pigre, altre attive;
altre coraggiose, altre timide; in altre prevale l’immaginazione, in altre la
ragione, e ciò in altre più, in altre meno; altre riescono e riuscirono sempre
eccellenti in una parte, altre in altra; ec. ec. e tutto questo costantemente.
Non si può negare che i principii e le fondamenta di tali differenze non sieno
naturali, e quindi non si può negare che non v’abbia una vera primitiva
differenza d’indole e d’ingegno tra nazione e nazione, clima e clima, come v’ha
reale, visibile, naturale e, generalmente parlando, costante differenza di
esteriore, di fisonomia ec. tra nazioni e climi, selvaggi o civili ec. ec.
Dunque proporzionatamente [3202]è da dire che anche tra individuo e
individuo di una stessa o di diverse nazioni, esiste dalla nascita una reale
differenza d’indole e di talento, o vogliamo dire un principio e una
disposizione di differenza, che ad idem redit.
3. Lasciando da parte il tanto che si potrebbe
dire sull’influsso fisico, ossia sulla naturale azione del corpo e de’ sensi, e
quindi degli oggetti esteriori, sull’animo indipendentemente dall’assuefazione,
ne toccheremo solamente alcune cose che più fanno al proposito. Ho udito di uno
abitualmente scempio o tardissimo d’ingegno, che caduto di grande altezza, e
percosso pericolosamente il capo, divenne, guarito che fu, d’ingegno
prontissimo e furbissimo, e questi ancor vive. Ho udito d’altri molto
ingegnosi, per simile accidente divenuti stupidi, e sciocchi. Lasciando questo,
egli è certissimo che la malattia del corpo (e così la sanità) influisce
grandissimamente sull’ingegno e sull’indole. Tacendo delle minori influenze,
che tutto giorno si osservano, si può notare quello che narra il Caluso nella
Lettera appiè della Vita di Alfieri, circa i versi d’Esiodo da lui una [3203]sola
volta letti, ch’ei recitava francamente nella sua ultima malattia. E mi fu
raccontato da testimonii di udito, del maraviglioso spirito, degli argutissimi
motti e risposte, di una prontezza affatto straordinaria di mente e di lingua,
di una prodigiosa facilità, fecondità e copia d’invenzioni che si fece
osservare in un vecchio Cardinale (Riganti) (non molto usato a facezie, nè di
molto spirito, e di carattere ben diverso dalla energia, e rapidità e mobilità)
poco dopo essere stato colto da una apoplessia (della quale infermità rimase
impedito nelle membra, e morì parecchi mesi appresso), e stando in letto.
Esempio di Ermogene, e de’ suoi simili che puoi vedere nella Dissertaz. del Cancellieri
sugli Smemorati ec. Corrispondenza che, generalmente parlando, si osserva tra
gl’ingegni e i caratteri degli uomini per una parte, e le rispettive
complessioni dall’altra. Pazzi e frenetici; febbricitanti, deliranti. La
malattia cambia talora, com’è detto, l’ingegno e il carattere o per sempre, o
per momenti, o per più o men tempo: ciò massimamente quando ella interessa in
particolare il cerebro. Il quale se può essere notabilissimamente diversificato
dalle malattie e dalle varie circostanze e accidenti che accadono durante [3204]la
vita a uno stesso uomo, non si può non credere e giudicare che la tanta e
inesauribile diversità delle circostanze e degli accidenti che concorrono nella
generazione de’ vari individui, non diversifichi siccome le loro complessioni,
e questa o quella parte del corpo, così eziandio quella in che risiede l’ingegno
e l’animo, cioè il cerebro, e quindi il talento e l’indole nativa e primitiva
de’ vari individui, nazioni ec.
4. L’uomo, anche indipendentemente affatto dalle
assuefazioni, ossia in parità di studi, di esercizi, di scienza, di pratica
ec., si trova, per così dir, vario d’indole e di talento da se medesimo ancora,
non solo dentro la vita, ma dentro la stessa giornata eziandio. Oggi il mio
ingegno sarà svegliatissimo, la mia indole piacevolissima, domani tutto l’opposto,
senz’alcuna cagione morale nè apparente, ma certo non senza cagioni fisiche, le
quali diversamente affettando l’animo, lo tramutano effettivamente d’ora in
ora, di giorno in giorno, di stagione in istagione (fu chi disse ch’ei si
trovava più atto a comporre nel sommo caldo o nel sommo freddo che nelle medie
temperature dell’anno; la [3205]mattina che la sera ec.) ec. ec. e lo
ritornano nello stato di prima, ed ora lo rendono atto a una cosa, ora a un’altra,
ora a più cose ora a meno, ora più ora meno atto ec. ec. Le diverse circostanze
fisiche che evidentemente influiscono, cambiano, recano, tolgono, accrescono,
scemano, diversificano ec. ec. le passioni o inclinazioni in uno stesso
individuo, in diversi individui, in varie nazioni e climi e tempi ec.
indipendentemente affatto e dalla volontà e dall’assuefazione; son tante e sì
varie che infinito sarebbe il volerle enumerare e descrivere, coi loro
(evidentissimi e incontrastabili) effetti.
5. Spessissimo l’ingegno è svegliato da cause
fisiche manifeste ed apparenti, come un suono dolce, o penetrante, gli odori,
il tabacco, il vino eccetera
e quel che dico dell’ingegno, dicasi delle passioni, de’ sentimenti, dell’indole
ec.; e quel che dico dello svegliare, dicasi del sopire, del muovere, dell’affettare,
modificare come che sia, dell’accrescere, dello sminuire, del produrre, del
distruggere o per sempre o per certo tempo ec. Tutti questi effetti nei casi
qui considerati, non hanno a far coll’assuefazione, e dimostrano per
conseguenza che lo spirito dell’uomo [3206]può esser modificato e
diversamente conformato da cause, circostanze e accidenti fisici diversi dalle
assuefazioni. Così p.e. la luce è naturalmente cagione di allegria,
siccome il suono, e le tenebre di malinconia; quella eccita sovente l’immaginazione,
ed ispira; queste la deprimono ec. Un luogo, un appartamento, un clima chiaro e
sereno, o torbido e fosco, influiscono sulla immaginativa, sull’ingegno, sull’indole
degli abitanti, sieno individui o popoli, indipendentemente dall’assuefazione.
Così una stagione, una giornata, un’ora nuvolosa o serena; il trovarsi per più
o men tempo in un luogo qualunque oscuro o luminoso, senza però abitarvi, tutte
queste circostanze fisiche, indipendenti dall’assuefazione e dalle circostanze
morali, affettano, quali momentaneamente quali durevolmente, lo spirito dell’uomo,
e variamente lo dispongono, e ne producono le assuefazioni, e le differenze di
queste ec. ec. ec.
(19. Agosto. 1823.). V. p.3344.
Dimostrato
che nell’idea del bello non convengono nè gli uomini naturali fra loro, nè gli
spiriti incorrotti e semplici come quelli de’ fanciulli, e quindi ch’essa idea
non si trova una in natura; e che d’altronde gli uomini colti, savi,
esercitati, profondi, [3207]gli artisti medesimi e i poeti ec.
disconvengono circa il bello, ed anche in cose essenziali, più o meno, secondo
la differenza delle nazioni, climi, opinioni, assuefazioni, costumi, generi di
vita, secoli; disconvengono, dico, eziandio bene spesso dove credono di
convenire (perocchè tra loro non s’intendono); disconvengono tra loro, e dai
fanciulli, e dagli uomini o naturali o ignoranti; e che tali differenze circa l’idea
del bello, si trovano fra individuo e individuo in una stessa nazione, si
trovano in un medesimo individuo in diverse età e circostanze, si trovano, e
costantemente, fra nazione e nazione, clima e clima, secolo e secolo, civili e
non civili; si trovano fra barbari e barbari, dotti e dotti, ignoranti e
ignoranti, selvaggi e selvaggi, colti e colti, più e men barbari, più e men
civili, fanciulli e fanciulli, adulti e adulti, intendenti e intendenti,
artisti ed artisti, speculatori e speculatori, filosofi e filosofi; dimostrato,
dico, tutto questo, come ho già fatto in molti luoghi, viene a esser provato
che il bello ideale, unico, eterno, immutabile, universale, è una chimera,
poichè nè la natura l’insegna o lo mostra, nè i filosofi o gli artisti l’hanno
mai scoperto o lo scuoprono, a forza di osservazioni [3208]e di
cognizioni, come si sono scoperte e si scuoprono le altre idee stabili e
invariabili appartenenti alle scienze del vero ec. ec.
(20. Agosto. 1823.)
Che
quello che nella musica è melodia, cioè l’armonia successiva de’ tuoni, o
vogliamo dire l’armonia nella successione de’ tuoni, sia determinata, come
qualsivoglia altra armonia ovver convenienza dall’assuefazione, o da leggi
arbitrarie; osservisi che le melodie musicali non dilettano i non intendenti,
se non quanto la successione o successiva collegazione de’ tuoni in esse è
tale, che il nostro orecchio vi sia assuefatto; cioè in quanto esse melodie o
sono del tutto popolari, sicchè il popolo, udendone il principio, ne indovina
il mezzo e il fine e tutto l’andamento, o s’accostano al popolare, o hanno
alcuna parte popolare che al popolare si accosti. Nè altro è nelle melodie
musicali il popolare, se non se una successione di tuoni alla quale gli orecchi
del popolo, o degli uditori generalmente, siano per qualche modo assuefatti. E
non per altra cagione riesce universalmente grata la musica di Rossini, se non
perchè [3209]le sue melodie o sono totalmente popolari, e rubate, per
così dire, alle bocche del popolo; o più di quelle degli altri compositori, si
accostano a quelle successioni di tuoni che il popolo generalmente conosce ed
alle quali esso è assuefatto, cioè al popolare; o hanno più parti popolari, o
simili, ovver più simili che dagli altri compositori non s’usa, al popolare. E
siccome le assuefazioni del popolo e dei non intendenti di musica, circa le
varie successioni de’ tuoni, non hanno regola determinata e sono diverse in
diversi luoghi e tempi, quindi accade che tali melodie popolari o simili al
popolare, altrove piacciano più, altrove meno, ad altri più, ad altri meno,
secondo ch’elle agli uditori riescono o troppo note e usitate; o troppo poco; o
quanto conviene, colla competente novità che lasci però luogo all’assuefazione
di far sentire in quelle successioni di tuoni la melodia, la qual dall’assuefazione
degli orecchi è determinata. Onde una medesima melodia musicale piacerà più ad
uno che ad altro individuo, più in [3210]una che in altra città, piacerà
universalmente in Italia, o piacerà al popolo e non agl’intendenti, e
trasportata in Francia o in Germania, non piacerà punto ad alcuno, o piacerà
agl’intendenti e non al popolo; secondo che le assuefazioni di ciascheduno
orecchio circa le successioni de’ tuoni, saranno più o meno o nulla conformi o
affini agli elementi o membri (m¡lh) che comporranno essa melodia,
ovvero a quello che si chiama il motivo.
E di
qui, e non d’altronde, nasce la diversità de’ gusti musicali ne’ diversi
popoli. Dico ne’ popoli, e non dico negl’intendenti, i quali avendo tutti un’arte
uniforme, distinta in regole, universalmente abbracciata e riconosciuta, co’
suoi principii fissi e invariabili e universali, siccome quelli di qualsivoglia
altra scienza che tale è in Italia quale in Polonia, in Portogallo, in Isvezia;
nel giudicare di una melodia musicale, non mirano all’orecchio, ma alle regole
e a’ principii ch’essi hanno nella loro arte o scienza, cioè nel contrappunto;
ed essendo esse regole e principii dappertutto gli stessi e dappertutto
ugualmente riconosciuti, i giudizi che i diversi intendenti pronunziano non
possono grandemente [3211]disconvenire gli uni dagli altri, e tanto meno
quanto essi più sono intendenti. Ma non così de’ popoli, e de’ non intendenti,
i quali non hanno altra regola e canone che l’orecchio, e questo non ha altri
principii che le sue proprie assuefazioni, e non già alcuni dettati e infusi
universalmente dalla natura, come si crede. E però le nostre melodie non paiono
pur melodie a’ turchi a’ Cinesi nè ad altri barbari, o diversamente da noi,
civili. Che se questi pure alcuna volta se ne dilettano, il diletto non nasce
in loro dalla melodia, cioè dal senso della successiva armonia de’ tuoni, la
quale essi non sentono nè comprendono, posto pur ch’ella fusse tra noi l’una
delle più popolari; ma nasce da’ puri suoni per se, e dalla delicatezza,
facilità, rapidità, volubilità del loro succedersi, mescolarsi, alternarsi (sia
nella voce o in istrumenti), dalla dolcezza delle voci o degl’istrumenti, dal
sonoro, dal penetrante e da simili qualità de’ medesimi, dalla soavità eziandio
de’ rapporti rispettivi d’un tuono coll’altro in quanto alla facilità e alla
delicatezza del passaggio da questo a quello (laddove i passaggi nelle [3212]musiche
de’ barbari sono asprissimi, perchè fatti da tuoni a tuoni troppo lontani o da
corde a corde troppo distanti), e insomma da cento qualità (per così dire,
estrinseche) della nostra musica che nulla hanno a fare colla rispettiva
scambievole armonia o convenienza de’ tuoni nella lor successione, cioè colla
melodia, e col senso e gusto della medesima, che nè i turchi nè gli altri
barbari, udendo la nostra musica, non provano punto mai. La qual cosa appunto,
salva però la proporzione, accade ai non intendenti di musica e al popolo fra
noi, quando egli odono, come tutto dì avviene, di quelle melodie che nulla o
troppo poco hanno del popolare. Niun diletto ne provano, se non quello, per
così dire, estrinseco, che di sopra ho descritto, e che nasce dalle qualità
della musica, diverse e indipendenti dall’armonia de’ tuoni nella successione.
Di queste non popolari melodie, che sono la più gran parte della nostra musica,
parlerò poco sotto. E per conchiudere il discorso de’ barbari e delle nazioni
che hanno circa la musica idee e gusti e sentimenti affatto diversi da’ nostri,
dico che in essi, siccome [3213]fra noi, le assuefazioni determinano
quali sieno le successive collegazioni de’ tuoni che sieno tenute per melodie,
e le assuefazioni cagionano, siccome fra noi, il senso e il piacere d’esse
melodie, quando elle sono udite. E questo, se in essi popoli, non v’ha teoria
musicale, accade a tutta la nazione. Se alcun d’essi popoli ha teoria musicale,
come l’hanno i Chinesi, diversa però dalla nostra, gl’intendenti fra loro hanno
altra cagione che determina il loro giudizio e produce in loro il diletto circa
le melodie; e questa cagione si è, come nei nostri intendenti, la conformità di
quelle cotali successioni de’ tuoni co’ principii e i canoni della loro teoria
o arte o scienza musicale, i quali principii e canoni essendo diversi da’
nostri, diverso eziandio dev’essere il giudizio di quegl’intendenti circa le
varie, o nazionali o forestiere, melodie, da quello de’ nostri, e diverso
similmente il piacere. E così è infatti nella China, dove e il popolo (che
dappertutto, dovunque esiste una musica, avrebbe giudicato nello stesso modo) e
gl’intendenti (il che non potrebbe avvenire nelle nazioni barbare che non hanno
teoria musicale [3214]sufficientemente distinta per principii e regole,
e ordinata e compiuta, come l’hanno i Chinesi), giudicarono espressamente più
bella la loro musica che l’Europea, la quale i nostri, favoriti in ciò
espressamente da un loro imperatore, volevano introdurvi, insieme colle nostre
teorie. E ciò furono, se ben mi ricorda, i Gesuiti.
Ho detto
in principio che la melodia nella musica non è determinata se non dall’assuefazione
o da leggi arbitrarie. Delle melodie determinate dall’assuefazione, e che per
ciò sono melodie, perchè quelle tali successioni di tuoni convengono con quelle
che gli orecchi sono assuefatti a udire, ho discorso fin qui. Le melodie
determinate da leggi arbitrarie, sono quelle che il popolo e i non intendenti
non gustano, se non se nel modo specificato di sopra, senza nè conoscere nè
sentire ch’elle sieno melodie, cioè che quei tuoni così succedendosi e
intrecciandosi e alternandosi, armonizzino, cioè convengano, tra loro; quelle
che pel popolo e per li non intendenti, non sono infatti melodie, ma solo per
gl’intendenti; quelle che gl’intendenti soli gustano in virtù del giudizio,
quali sono infiniti altri diletti umani (v. Montesquieu, Essai sur le goût. De
la sensibilité. p.392.), massime nelle arti; quelle che non [3215]sono
melodie se non perchè ed in quanto corrispondono alle regole circa la
successiva combinazione de’ tuoni, consegnate in una scienza o arte, non
dettata dalla natura ma dalla matematica, universale e universalmente
riconosciuta in Europa, come lo sono tutte le altre arti e scienze in questa
parte del mondo legata insieme dal commercio e da una medesima civiltà ch’ella
stessa si è fabbricata e comunicata di nazione a nazione, ma non riconosciuta
fuori d’Europa nè dalle nazioni non civili, nè da quelle che hanno un’altra
civiltà da esse fabbricata o d’altronde venuta; qual è sopra tutte la nazion
Chinese, la quale ed ha una scienza musicale, e in essa non conviene punto con
noi. Ho detto che la nostra scienza o arte musicale fu dettata dalla
matematica. Doveva dire costruita. Essa scienza non nacque dalla natura, nè in
essa ha il suo fondamento, come le più dell’altre; ma ebbe origine ed ha il suo
fondamento in quello che alla natura somiglia e supplisce e quasi equivale, in
quello ch’è giustamente chiamato seconda natura, ma che altrettanto a torto
quanto [3216]facilmente e spesso è confuso e scambiato, come nel caso
nostro, colla natura medesima, voglio dire nell’assuefazione. Le antiche
assuefazioni de’ greci (per non rimontar più addietro, che nulla rileva al
proposito) furono l’origine e il fondamento della scienza musicale da’ greci
determinata, fabbricata, e a noi ne’ libri e nell’uso tramandata, dalla qual
greca scienza, viene per comun consenso e confessione la nostra europea, che
non è se non se una continuazione, accrescimento e perfezione di quella,
siccome tante altre e scienze ed arti (anzi quasi tutte le nostre) che la
moderna Europa ricevè dall’antica Grecia e perfezionò, e a molte cangiò faccia
appoco appoco del tutto. La greca musica popolare, le ragioni della quale non
altrove erano che nell’assuefazione (siccome quelle di qualsivoglia musica
popolare), fu l’origine, il fondamento, e per così dir l’anima e l’ossatura
della musica greca scientifica, e quindi altresì della nostra, che di là viene.
Ma siccome accade a tutte le arti ch’elle col crescere, col perfezionarsi, col
maggiormente determinarsi, si dilungano appoco appoco da ciò che fu loro
origine, fondamento, subbietto primitivo e ragione, o fosse la natura [3217]o
l’assuefazione o altro, e talvolta giungono fino a perderlo affatto di vista,
ed esser fondamento e ragione a se stesse, il che è intervenuto in buona parte
alla poetica, intervenne ancora all’arte musica.
Quindi è che spessissimo sia giudicato buono ed ottimo dagl’intendenti, e
perciò piaccia loro sommamente, e che sia melodia per essi, quello che dal
popolo e da’ non intendenti è giudicato o mediocre o cattivo, che poco o niun
effetto produce in essi, che poco o nulla gli diletta, che per essi non è
assolutamente melodia: sebbene ei lodano sovente ed ammirano cotali
composizioni di tuoni, o in vista delle qualità indipendenti dall’armonizzare
della loro combinazione successiva, che di sopra ho descritte, o mossi dalla
fama del compositore, o dalla voce degl’intendenti, o dal favore, o dal diletto
altre volte ricevuto nelle composizioni del medesimo, o dalla coscienza della
propria ignoranza, o dalla maraviglia delle difficoltà e stranezze che in tali
composizioni ravvisano, o dalla stessa novità, benchè per essi nulla
dilettevole musicalmente, o in fine da cento altre cause estrinseche e
accidentali, o diverse e indipendenti dal diletto che nasce dal senso della
melodia, cioè della convenienza scambievole de’ tuoni nel succedersi [3218]l’uno
all’altro. E per lo contrario interviene spessissimo che quelle successioni de’
tuoni le quali per il popolo sono squisitissime, carissime, bellissime,
spiccatissime e dilettosissime melodie, non ardisco dire non piacciano agli
orecchi degl’intendenti, ma con tutto ciò dispiacciano al loro giudizio, e ne
sieno riprovate, tanto che per essi talora non sieno neppur melodie quelle che
per tutti gli orecchi e per li loro altresì, sono melodie distintissime, evidentissime,
notabilissime e giocondissime. Il che si può vedere in fatto nel giudizio degl’intendenti
circa il comporre di Rossini, e generalmente circa il modo della moderna
composizione, la quale da tutti è sentita esser piena di melodia molto più che
le antiche e classiche, e da chiunque sa è giudicata non reggere in grammatica
ed essere scorrettissima e irregolare. Tutto ciò non per altro accade se non
perchè gl’intendenti giudicano, e giudicando sentono (cioè col fattizio, ma
reale sensorio dell’intelletto e della memoria) secondo i principii e le norme
della loro scienza; e i non intendenti sentono e sentendo giudicano secondo le
loro assuefazioni relative al proposito. Le quali assuefazioni segue e si
propone [3219]o loro si accosta il moderno modo di comporre, assai più
che l’antico, ignorando o trascurando più o manco i canoni dell’arte, di che
gli antichi furono peritissimi e religiosissimi osservatori.
Con
queste considerazioni s’intenderà facilmente il perchè nelle melodie sia, come
si dice, difficilissima e rarissima la novità, cioè solo difficilissimamente e
di rado possa il Musico trovare nuove melodie. Il che mirabilmente conferma le
mie osservazioni. Perocchè veramente il disporre in nuove maniere la
scambievole successione de’ tuoni secondo le regole dell’arte musicale, non è
punto difficile, essendo infinite le diversità di combinazioni successive sia
di tuoni sia di corde (cioè generalmente di note) a cui esse regole
danno luogo. Ma limitatissime e poche, e non più assolutamente che tante, sono
le assuefazioni de’ nostri orecchi; ond’è che pochissime sieno quelle
combinazioni successive di tuoni (dico pochissime rispetto all’immenso numero d’esse
combinazioni assolutamente considerate) che possano parer melodie all’universale,
o al più di una nazione o secolo, e produrre in esso il diletto che nasce dal
senso della melodia. Ed infatti nuove melodie, [3220]che tali sieno per
gl’intendenti e rispetto all’arte, non sono in verità punto rare, nè difficili
a inventarsi, e di esse si compone la massima parte di qualsivoglia opera
musicale, non solo antica e classica, ma moderna italiana eziandio, benchè le
moderne italiane abbiano, come ho detto, più melodia popolare che le antiche e
straniere; cioè maggiormente seguano le assuefazioni de’ nostri orecchi, ed un
più gran numero delle loro melodie contraffacciano o imitino, o in tutto o in
qualche parte o nel motivo somiglino le successioni di tuoni e note, a cui sono
assuefatti generalmente gli uditori. E in verità, se non fosse la memoria, che
anche involontariamente e inavvertitamente subentra a pigliar parte nella
composizione, più difficile sarebbe forse al compositore l’abbattersi a trovar
melodie non popolari già da altri trovate, che non il trovarne delle
nuove, conformi alle regole musicali.
Certo è
che la principale, anzi la vera arte degl’inventori di musica, e il vero,
proprio musicale, e grande effetto delle loro invenzioni, allora solo si
manifesta ed ha luogo quando le loro melodie son tali che il popolo e
generalmente tutti gli uditori ne sieno colpiti e maravigliati come di [3221]melodia
nuova, e nel tempo medesimo, per essere in verità assuefatti a quelle tali
succcessioni di tuoni, sentano al primo tratto ch’ella è melodia. Il qual
effetto, proprio, anzi solo proprio della vera vera musica, e solo grande, solo
vivo, solo universale, non altrimenti si ottiene che coll’adornare, abbellire,
giudiziosamente e fino al debito segno variare, nobilitare per dir così,
nuovamente fra loro congiungere e disporre, presentare sotto un nuovo aspetto
le melodie assolutamente e formalmente popolari, e tolte dal volgo, e le varie
e sparse forme di successioni di note, che gli orecchi generalmente conoscono,
e vi sono assuefatti. Non altrimenti che il poeta, l’arte del quale non
consiste già principalmente nell’inventar cose affatto ignote e strane e a
tutti inaudite, o nello sceglier le cose meno divulgate, anzi ciò facendo egli
più tosto pecca e perde e toglie all’effetto della poesia, di quel che gli
aggiunga; ma l’arte sua è di scegliere tra le cose note le più belle,
nuovamente e armoniosamente, cioè fra loro convenientemente, disporre [3222]le
cose divulgate e adattate alla capacità dei più, nuovamente vestirle,
adornarle, abbellirle, coll’armonia del verso, colle metafore, con ogni altro
splendore dello stile; dar lume e nobiltà alle cose oscure ed ignobili; novità
alle comuni; cambiar aspetto, quasi per magico incanto, a che che sia che gli
venga alle mani; pigliare v. g. i personaggi dalla natura, e farli naturalmente
parlare, e nondimeno in modo che il lettore riconoscendo in quel linguaggio il
linguaggio ch’egli è solito di sentire dalle simili persone nelle simili
circostanze, lo trovi pur nel medesimo tempo, nuovo e più bello, senz’alcuna
comparazione, dell’ordinario, per gli adornamenti poetici, e il nuovo stile, e
insomma la nuova forma e il nuovo corpo di ch’egli è vestito. Tale è l’officio
del poeta, e tale nè più nè meno del Musico. Ma siccome la poesia bene spesso,
lasciata la natura, si rivolse per amore di novità e per isfoggio di fantasia e
di facoltà creatrice, a sue proprie e stravaganti e inaudite invenzioni, e mirò
più alle regole e a’ principii che l’erano stati assegnati, di quello che al
suo fondamento ed anima ch’è [3223]la natura; anzi lasciata affatto
questa, che aveva ad essere l’unico suo modello, non altro modello riconobbe e
adoperò che le sue proprie regole, e su d’esso modello gittò mille assurde e
mostruose o misere e grette opere; laonde abbandonato l’officio suo ch’è il
sopraddetto, sommamente stravolse e perdè, o per una o per altra parte, di
quell’effetto che a lei propriamente ed essenzialmente si convenia di produrre
e di proccurare; così l’arte musica nata per abbellire, innovare decentemente e
variare e per tal modo moltiplicare; ordinare, regolare, simmetrizzare o proporzionare,
adornare, nobilitare, perfezionare insomma le melodie popolari e generalmente
note e a tutti gli orecchi domestiche; com’ella ebbe assai regole e principii,
e d’altronde s’invaghì soverchiamente della novità, e dell’ambiziosa creazione
e invenzione, non mirò più che a se stessa, e lasciando di pigliare in mano le
melodie popolari per su di esse esercitarsi, e farne sua materia, come doveva
per proprio istituto; si rivolse alle sue regole, e su questo modello, senz’altro,
gittò le sue composizioni [3224]nuove veramente e strane: con che ella
venne a perdere quell’effetto che a lei essenzialmente appartiene, ch’ella
doveva proporsi per suo proprio fine, e ch’ella da principio otteneva, quando
cioè lo cercava, o quando coi debiti e appropriati mezzi lo proccurava.
Perocchè
io non dubito che i mirabili effetti che si leggono aver prodotto la musica e
le melodie greche sì ne’ popoli, ossia in interi uditorii, sì negli eserciti,
siccome quelle di Tirteo, sì ne’ privati, come in Alessandro; effetti tanto
superiori a quelli che l’odierna musica non solo produca, ma sembri pure,
assolutamente parlando, capace di mai poter produrre; effetti che necessitavano
i magistrati i governi i legislatori a pigliar provvidenze e fare regolamenti e
quando ordini, quando divieti, intorno alla musica, come a cosa di Stato (v. il
Viag. d’Anacarsi, Cap.27. trattenimento secondo); (e parlo qui degli effetti
della musica greca che si leggono nelle storie e avvenuti fra’ greci civili,
non di que’ che s’hanno nelle favole, accaduti a’ tempi salvatichi); non [3225]dubito,
dico, che questi effetti, e la superiorità della greca musica sulla moderna,
che pur quanto a’ principii ed alle regole, dalla greca deriva, non venga da
questo, ch’essendo fra’ greci l’arte musicale, sebbene adulta, pur tuttavia
ancora scarsa, non offriva ancora abbastanza al compositore da coniare o
inventar di pianta nuove melodie che niun’altra ragione avessero di esser tali
se non le regole sole dell’arte; nè da poter gittarne sopra queste regole
unicamente, o sopra le forme e melodie musicali da altri inventate di pianta,
delle quali non poteva ancora avervi così gran copia, come ve n’ha tra’
moderni. Ma quel ch’è più, l’arte, sebben cominciò anche tra’ greci a
corrompersi e declinare da’ suoi principii, e da’ suoi propri obbietti o fini e
instituti, anzi molto avanzò nella corruzione (v. Viag. d’Anac. l. c.), non
giunse tuttavia di gran lunga ad allontanarsi tanto come tra noi, e così
decisamente e costantemente, dalla sua prima origine, dal primo fondamento e
ragione delle sue regole, dalla prima materia delle sue composizioni, cioè le
popolari melodie; nè a dimenticare, [3226]come oggi, impudentemente e
totalmente il suo primo e proprio fine, cioè di dilettare e muovere l’universale
degli uditori ed il popolo; nè, molto meno, giunse a rinunziar quasi
interamente e formalmente a questo fine, e scambiarlo apertamente in quello di
dilettare, o maravigliare, o costringere a lodare e applaudire una sola e
sempre scarsissima classe di persone, cioè quella degl’intendenti: il quale per
verità è il fine che realmente si propone la musica tedesca, inutile a tutti
fuori che agl’intendenti, e non già superficiali, ma ben profondi. Non fu così
la Musica greca. E in questo ravvicinamento della moderna musica al popolare,
ravvicinamento così biasimato dagl’intendenti, e che sarà forse cattivo per il
modo, ma in quanto ravvicinamento al popolare è non solo buono, ma necessario,
e primo debito della moderna musica; in questo ravvicinamento, dico, vediamo
quanto l’effetto della musica abbia guadagnato e in estensione, cioè nella
universalità, e in vivezza, cioè nel maggior diletto, ed anche talor maggior
commovimento degli animi. [3227]Che se in niuna parte, e meno in quest’ultima,
gli effetti della moderna musica sono per anche paragonabili a quelli che si
leggono della greca, è da considerarsi che l’uomo oggidì è disposto in modo da
non lasciarsi mai veementemente muovere a nessuna parte; che analogamente a
questa generale disposizione, neanche le melodie assolutamente popolari d’oggidì,
son tali nè di tal natura che possano facilmente ricevere dal compositore una
forma da produrre in veruno animo un più che tanto effetto; e che in ultimo i
compositori non iscelgono nè quelle melodie popolari o parti di esse che meglio
si adatterebbero alla forza e profondità dell’effetto, nè in quelle che
scelgono, ci adoprano quei mezzi che si richieggono a produrre un effetto
simile, nè così le lavorano e dispongono come converrebbe per tal uopo: e ciò
non fanno perchè nol vogliono e perchè nol sanno. Nol sanno perchè privi essi
medesimi d’ispirazione veramente sublime e divina, e di sentimenti forti e
profondi nel comporre in qualsiasi genere, non possono nè scegliere nè usar lo
scelto in modo da [3228]produr negli uditori queste siffatte sensazioni
ch’essi mai non provarono nè proveranno. Nol vogliono, perchè appunto non
conoscendo tali sensazioni, nulla o ben poco le stimano, nè altro fine si
propongono che il diletto superficiale e il grattar gli orecchi, al che di gran
lunga pospongono le grandi e nobili e forti emozioni, di cui mai non fecero
esperimento. Ma che maraviglia? quando gli antichi musici erano i poeti, quegli
stessi che per la sublimità de’ concetti, per la eleganza e grandezza dello
spirito brillano nelle carte che di loro ci rimangono, o perdute queste coi
ritmi da loro inventati e applicativi, vivono immortali i loro nomi nella
memoria degli uomini, e ciò talora eziandio per egregi e magnanimi fatti? E
quando all’incontro i moderni musici, stante le circostanze della loro vita, e
delle moderne costumanze a loro riguardo, sono per corruzione, per delizie, per
mollezza e bassezza d’animo il peggio del peggior secolo che nelle storie si
conti? la feccia della feccia delle generazioni? Da vita, opinioni e costumi
vili, adulatorii, dissipati, [3229]effeminati, infingardi, come può
nascer concetto alto, nobile, generoso, profondo, virile, energico? Ma questo
discorso porterebbe troppo innanzi, e condurrebbe necessariamente al parallelo
della musica e de’ musici colle altre arti e loro professori, a quello della
moderna musica coll’antica, e delle moderne usanze colle antiche relative al
proposito; e finalmente a trattare della funesta separazione della musica dalla
poesia e della persona di musico da quello di poeta, attributi anticamente, e
secondo la primitiva natura di tali arti, indivise e indivisibili (v. il Viag.
d’Anac. l. c. particolarmente l’ult. nota al c.27.). Il qual discorso da molti
è stato fatto, e qui non sarebbe che digressione. Però lo tralascio.
Tornando al nostro primo
proposito, il qual fu di mostrare che l’armonia o convenienza scambievole de’
tuoni nelle loro combinazioni successive, è determinata, siccome ogni altra
convenienza, dall’assuefazione; si vuol notare che quest’assuefazione in fatto
di melodie (come anche di armonie) non è sempre aétñmatow del popolo, [3230]ma bene spesso in lui prodotta
e originata dalla stessa arte musica. Perocchè a forza di udir musiche e
cantilene composte per arte, (il che a tutti più o meno accade) anche i non
intendenti, anzi affatto ignari della scienza musicale, assuefanno l’orecchio a
quelle successioni di tuoni che naturalmente essi non avrebbero nè conosciute
nè giudicate per armoniose (o ch’elle sieno inventate di pianta dagli uomini
dell’arte, o da loro fabbricate sulle melodie popolari, e di là originate); in
virtù della quale assuefazione essi giungono appoco appoco e senza avvedersi
del loro progresso, a trovare armoniose tali successioni, a sentirvi una
melodia, e quindi a provarvi un diletto sempre maggiore, e a formarsi circa le
melodie una più capace, più varia, più estesa facoltà di giudicare, la qual
facoltà, che in altri arriva a maggiore in altri a minor grado, è poi per essi
cagione del diletto che provano nell’udir musiche; giudizio e diletto
determinato, dettato, e cagionato, non già dalla natura primitiva e universale,
ma dall’assuefazione accidentale e varia secondo i tempi, i luoghi e le
nazioni. [3231]Io di me posso accertare che nel mio primo udir musiche
(il che molto tardi incominciai) io trovava affatto sconvenienti, incongrue,
dissonanti e discordevoli parecchie delle più usitate combinazioni successive
di tuoni, che ora mi paiono armoniche, e nell’udirle formo il giudizio e
percepisco il sentimento della melodia.
Nè più
nè meno accade nella pittura, scultura, architettura. Senz’alcuna cognizione
della teoria, nè della pratica immediata dell’arte, a forza di veder dipinti,
statue, edifizi, moltissimi si formano un giudizio, e una facoltà di gustare e
di provar piacere in tal vista, e nella considerazione di tali oggetti, la qual
facoltà non aveano per l’innanzi, e si acquista appoco appoco per mezzo dell’assuefazione,
la quale determina in questi tali (e sono i più che parlino di belle arti) l’idea
delle convenienze pittoriche ec. del bello ec. e quindi anche del brutto ec.,
col divario che il soggetto della pittura e scultura si è l’imitazione degli
oggetti visibili, della quale ognun vede la verità o la falsità, onde le idee
del bello e del brutto pittorico e scultorio, in quanto queste arti sono imitative,
è già determinata in ciascheduno prima dell’assuefazione Non così nell’architettura
e nella musica, meno imitative, e questa imitativa di cose non visibili ec.
Così discorrasi in ordine alla poesia, ed al gusto e giudizio che l’uomo se
ne forma e n’acquista, ec.
Nel
detto modo si formano i mezzi-intendenti, più o meno capaci di giudicare e
quindi di provar diletto nelle composizioni musicali, cioè che più o meno hanno
udito e riflettuto in questo genere e postovi attenzione. I quali
mezzi-intendenti costituiscono la massima parte di quelli che parlano di musica
e di quel pubblico che dà espressamente il suo voto circa le composizioni
musicali che compariscono, giacchè i periti veramente della scienza musica e
conoscitori di essa per elementi e regole, sono ben pochi rispetto al pubblico.
Or
dunque molte che si chiamano melodie popolari, hanno il loro fondamento nell’assuefazione
de’ mezzi-intendenti, o del popolo in quanto [3232]assuefatto a udir
musiche. E delle composizioni successive di note, altre riescono melodie a
tutti gli orecchi, altre a quelli di chiunque è pure un poco intendente (cioè
assuefatto), altre ai mezzi-intendenti più avanzati, altre ai soli veri e
perfetti intendenti, ed altre a questi più a quelli meno, o viceversa,
eccetera. E così il giudizio e il senso della melodia sempre nasce e dipende ed
è determinato dall’assuefazione, o dalla cognizione di leggi che non hanno la
loro ragione nella natura universale, ma nell’accidentale e particolare uso
presente o passato, e in altre tali cose, le quali leggi ho chiamato di sopra
arbitrarie.
E tutto
ciò sia aggiunto per ispiegare e distinguere e quasi classificare quello ch’io
intenda per popolare nella musica, per melodia popolare, e per assuefazione
degli orecchi determinante la scambievole convenienza delle note nella loro
scambievole successione e collegamento.
Del
resto poi le assuefazioni che di sopra ho chiamato aétñmatoi del popolo, (voglio dire dell’universale) nascono ed hanno origine da
varie cagioni, e fra l’altre dalla natura, indipendentemente però da veruna
naturale [3233]convenienza scambievole di quali si sieno tuoni, ma solo
in tanto in quanto p.e. certe passioni naturalmente e universalmente amano
certi tali tuoni e certi tali passaggi da un tal tuono a un tal altro. La qual
cosa che nulla ha che fare coll’assoluta convenienza di tal tuono a tal tuono,
(perocchè qui la ragione della convenienza de’ tuoni non istà nella natura
loro, nè nei loro naturali rapporti, ma è relativa alla natura dell’uomo che
indipendentemente dalla convenienza, ama in quel tal caso quel tuono e quel
passaggio) fu l’origine delle melodie, le quali furono da principio, siccome sempre
avrebbero dovuto e dovrebbero essere, imitative; bensì tali che abbellivano ed
ornavano e variavano la natura, colla scelta, colla disposizione, coll’atta
mescolanza e congiungimento, e di più colla delicatezza, grazia, mobilità ec.
degli organi o naturali (coltivati ed esercitati), o artifiziali inventati e
perfezionati. Nè più nè manco di quello che le poesie debbano, imitandola
ornare, abbellire, variare e mostrar sotto nuovo abito la natura. Veggasi a
questo proposito la citata nota ultima al Capo [3234]27. del Viag. d’Anac.
e quello che altrove ho detto sopra l’imitativo della musica, e sopra quella
convenienza musicale che ha nella imitazione sola la sua ragione ed origine.
E notisi
che se nulla v’ha nella musica, sia nell’armonia sia nella melodia, che
universalmente da tutti i popoli civili e barbari sia riconosciuto e praticato,
o che in tutti faccia effetto; ciò si dee riferire alla natura operante nel
modo detto di sopra, o in altri che si potrebbero dire, operante prima dell’assuefazione
e indipendentemente da lei, ma indipendentemente altresì dalla convenienza e
senz’alcuna relazione all’armonia. Oltre all’altre cagioni di universale
effetto nella musica, indipendenti pure dalla convenienza, parte delle quali ho
annoverate di sopra p.3211. sg., parte altrove, parte potrei annoverare.
(20-21. Agos. 1823.)
Alla
p.2998. ult. linea. Crepo is ui itum sarebbe come strepo is ui itum,
da cui strepitare, come appunto da crepo as o is, crepitare.
E crepo as riterrebbe o torrebbe in prestito il perfetto e il supino di crepo
is, cioè crepui, itum, come appunto accubo ec. quelli di accumbo
ec. cioè accubui itum. Profligo [3235]as è da fligo is,
onde affligo is, confligo is ec. che hanno i continuativi afflicto,
conflicto ec. fatti regolarmente da’ participii. V. Forc. in Profligo
e proflictus.
(22. Agos. 1823.). V. p.3246. e 3341. 3987.
Saluto
as si deriva da salus.
Ma io l’ho in forte sospetto di continuativo fatto da salveo-salvitus (antico),
mutato in salutus, ovvero da salvo, mutato il part. salvatus
parimente in salutus. (V. Forc. in saluto, fin. e in Salvo).
Giacchè spessissimo la lingua latina, massime antica, scambiava tra loro l’u
e il v, mutando questo in quello, o per lo contrario. Così lavo ne’
composti diviene luo: ed ablutus si dice in luogo di ablavatus.
Così lautus per lavatus, fautam per favitum. A questo
proposito noterò il continuativo lavito. Forcell. Cerebrum in
fine. E commentor e commento, a particip. commentus verbi comminiscor
(forse anche comminisco), dice il Forcell.; e notate che qui non dice
dal supino, cioè da commentum, come suole.
(22.
Agos. 1823.)
Platone
nel Sofista verso il fine, ediz. dell’Astio, Opp. di Plat. Lips. 1819. sgg.
t.2. p.362. v.2. sgg. A. penult. pagina del Dialogo. PñJen oïn önoma ¥kat¡rÄ tiw “n l¯cetai pr¡pon; µ d°lon d¯ xalepòn ön, diñti t°w tÇn genÇn katƒ eàdh diair¡sevw palai‹ tiw, Éw ¦oiken, aÞtÛa (às. ŽhdÛa. Ast.) toÝw ¦mprosJen kaÜ Žjænnouw par°n, Ëste mhdƒ ¤pixeireÝn mhd¡na diaireÝsJai: kaJò d¯ tÇn ônam‹tvn Žn‹gkh m¯ sfñdra eéporeÝn; [3236]Unde iam nomen
utrique eorum quisquam arripiet conveniens? an dubium non est quin difficile
sit, propterea quod ad generum in species distributionem vetustam quandam, ut
videtur, et inconsideratam superiores habebant offensionem atque fastidium, ita
ut ne conaretur quidem ullus dividere; quocirca etiam nomina non satis nobis
possunt in promptu esse? Astius. Vuol dir Platone e si lagna, che gli
antichi greci (e così tutti gli antichi d’ogni nazione) ebbero poche idee
elementari, onde la loro lingua (e così tutte le lingue fino a una perfetta
maturità e coltura, e fino che la nazione non filosofa) mancava di termini
esatti, e sufficienti ai bisogni del dialettico massimamente e del metafisico.
Ond’è che Platone il quale volle sottilmente filosofare, ed esercitare l’esatto
raziocinio, e considerare profondamente la natura delle cose, fu arditissimo
nel formare de’ termini di questa fatta, ed abbonda sommamente di voci nuove e
sue proprie, esatte e logiche ovvero ontologiche,
che da niuno altro si trovano adoperate, o che da’ suoi scritti furono tolte. E
notisi che Platone faceva questa lagnanza della sua [3237]lingua, la più
ricca, la più feconda, la più facile a produrre, la più libera, la più avvezza
e meno intollerante di novità, ed oltre a questo, nel più florido, perfetto ed
aureo secolo d’essa lingua, e quasi ancora nel più libero e creatore. Nondimeno
a Platone parve scarsa a’ bisogni dell’esatto filosofare la stessa lingua greca
nel suo miglior tempo, e trattando materie sottili egli ebbe bisogno di parere
ardito agli stessi greci in quel secolo, e di fare scusa e addur la ragione del
suo coniar nuove voci. Nè certo si dirà che Platone le coniasse o per
trascuratezza e poco amore della purità ed eleganza della lingua, di ch’egli è
fra gli Attici il precipuo modello, nè per ignoranza d’essa lingua, e povertà
di voci derivante da questa ignoranza.
(22.
Agos. 1823.)
Chiunque
esamina la natura delle cose colla pura ragione, senz’aiutarsi dell’immaginazione
nè del sentimento, nè dar loro alcun luogo, ch’è il procedere di molti tedeschi
nella filosofia, come dire nella metafisica e nella politica, potrà ben quello
che suona il vocabolo analizzare, [3238]cioè risolvere e disfar
la natura, ma e’ non potrà mai ricomporla, voglio dire e’ non potrà mai dalle
sue osservazioni e dalla sua analisi tirare una grande e generale conseguenza,
nè stringere e condurre le dette osservazioni in un gran risultato; e
facendolo, come non lasciano di farlo, s’inganneranno; e così veramente loro
interviene. Io voglio anche supporre ch’egli arrivino colla loro analisi fino a
scomporre e risolvere la natura ne’ suoi menomi ed ultimi elementi, e ch’egli
ottengano di conoscere ciascuna da se tutte le parti della natura. Ma il tutto
di essa, il fine e il rapporto scambievole di esse parti tra loro, e di
ciascuna verso il tutto, lo scopo di questo tutto, e l’intenzion vera e
profonda della natura, quel ch’ella ha destinato, la cagione (lasciamo ora star
l’efficiente) la cagion finale del suo essere e del suo esser tale, il perchè
ella abbia così disposto e così formato le sue parti, nella cognizione delle
quali cose dee consistere lo scopo del filosofo, e intorno alle quali si
aggirano insomma tutte le verità generali veramente grandi e importanti, queste
cose, dico, è impossibile il ritrovarle [3239]e l’intenderle a chiunque
colla sola ragione analizza ed esamina la natura. La natura così analizzata non
differisce punto da un corpo morto. Ora supponghiamo che noi fossimo animali di
specie diversa dalla nostra, anzi di natura diversa dalla general natura degli
animali che conosciamo, e nondimeno fossimo, siccome siamo, dotati d’intendimento.
Se non avendo noi mai veduto nè uomo alcuno nè animale di quelli che realmente
esistono, e niuna notizia avendone, ci fosse portato innanzi un corpo umano
morto, e notomizzandolo noi giungessimo a conoscerne a una a una tutte le più
menome parti, e chimicamente decomponendolo, arrivassimo a scoprirne ciascuno
ultimo elemento; perciò forse potremmo noi conoscere, intendere, ritrovare,
concepire qual fosse il destino, l’azione le funzioni le virtù le forze ec., di
ciascheduna parte d’esso corpo rispetto a se stesse, all’altre parti ed al
tutto, quale lo scopo e l’oggetto di quella disposizione e di quel tal ordine
che in esse patti scorgeremmo, e osserveremmo pure co’ propri occhi, e colle
proprie mani tratteremmo; quali gli effetti particolari e l’effetto generale e
complessivo di esso ordine, e del tutto di esso corpo; quale il fine di questo
tutto; quale insomma e che cosa la vita dell’uomo; anzi se quel corpo fosse mai
e dovesse esser vissuto; [3240]anzi pure, se dalla nostra stessa vita
non l’arguissimo, o se alcuno potesse intendere senza vivere, concepiremmo noi
e ritrarremmo in alcun modo dalla piena e perfetta e analitica ed elementare
cognizione di quel corpo morto, l’idea della vita? o vogliamo solamente dire l’idea
di quel corpo vivo? e intenderemmo noi quale e che cosa fosse l’uomo vivente, e
il suo modo di vivere esteriore o interiore? Io credo che tutti sieno per
rispondere che niuna di queste cose intenderemmo; che volendole congetturare,
andremmo le mille miglia lontani dal vero, o sarebbe a scommetter millioni
contro uno che di nulla mai, neanche facendo un milione di congetture, ci
apporremmo; finalmente ch’egli sarebbe cosa probabilissima, ch’esaminato e conosciuto
quel corpo morto, in questa conoscenza ci fermassimo, e neppur ci venisse in
sospetto ch’ei fosse mai stato altro, nè fosse mai stato destinato ad esser
altro che quel che noi lo vedremmo, e tale qual noi lo vedremmo, nè della sua
passata vita nè dell’uom vivo, ci sorgerebbe in capo la più menoma
conghiettura.
[3241]Applicando questa similitudine al
mio proposito dico che scoprire ed intendere qual sia la natura viva, quale il
modo, quali le cagioni e gli effetti, quali gli andamenti e i processi, quale
il fine o i fini, le intenzioni, i destini della vita della natura o delle
cose, quale la vera destinazione del loro essere, quale insomma lo spirito
della natura, colla semplice conoscenza, per dir così, del suo corpo, e coll’analisi
esatta, minuziosa, materiale delle sue parti anche morali, non si
può, dico, con questi soli mezzi, scoprire nè intendere, nè felicemente o anche
pur probabilmente congetturare. Si può con certezza affermare che la natura, e
vogliamo dire l’università delle cose, è composta, conformata e ordinata ad un
effetto poetico, o vogliamo dire disposta e destinatamente ordinata a produrre
un effetto poetico generale; ed altri ancora particolari; relativamente al
tutto, o a questa o quella parte. Nulla di poetico si scorge nelle sue parti,
separandole l’una dall’altra, ed esaminandole a una a una col semplice lume
della ragione esatta e geometrica: nulla di poetico ne’ suoi mezzi, nelle sue
forze e molle interiori o esteriori, ne’ suoi processi in questo modo
disgregati e considerati: nulla nella natura decomposta e risoluta, e quasi
fredda, morta, esangue, immobile, giacente, per così dire, sotto il coltello
anatomico, o introdotta nel fornello chimico di un [3242]metafisico che
niun altro mezzo, niun altro istrumento, niun’altra forza o agente impiega
nelle sue speculazioni, ne’ suoi esami e indagini, nelle sue operazioni e, come
dire, esperimenti, se non la pura e fredda ragione. Nulla di poetico poterono
nè potranno mai scoprire la pura e semplice ragione e la matematica. Perocchè
tutto ciò ch’è poetico si sente piuttosto che si conosca e s’intenda, o
vogliamo anzi dire, sentendolo si conosce e s’intende, nè altrimenti può esser
conosciuto, scoperto ed inteso, che col sentirlo. Ma la pura ragione e la
matematica non hanno sensorio alcuno. Spetta all’immaginazione e alla
sensibilità lo scoprire e l’intendere tutte le sopraddette cose; ed elle il
possono, perocchè noi ne’ quali risiedono esse facoltà, siamo pur parte di
questa natura e di questa università ch’esaminiamo; e queste facoltà nostre
sono esse sole in armonia col poetico ch’è nella natura; la ragione non lo è;
onde quelle sono molte più atte e potenti a indovinar la natura che non è la
ragione a scoprirla. E siccome alla sola immaginazione ed al cuore spetta il
sentire e quindi conoscere ciò ch’è poetico, però ad essi soli è possibile ed
appartiene l’entrare e il penetrare addentro ne’ grandi misteri della vita, dei
destini, delle intenzioni sì generali, sì anche particolari, della [3243]natura.
Essi solo possono meno imperfettamente contemplare, conoscere, abbracciare,
comprendere il tutto della natura, il suo modo di essere di operare, di vivere,
i suoi generali e grandi effetti, i suoi fini. Essi pronunziando o
congetturando sopra queste cose, sono meno soggetti ad errare, e soli capaci di
apporsi talora al vero o di accostarsegli. Essi soli sono atti a concepire,
creare, formare, perfezionare un sistema filosofico, metafisico, politico che
abbia il meno possibile di falso, o, se non altro, il più possibile di simile
al vero, e il meno possibile di assurdo, d’improbabile, di stravagante. Per
essi gli uomini convengono tra loro nelle materie speculative e in molti punti
astratti, assai più che per la ragione, al contrario di quel che parrebbe dover
succedere; perocchè egli è certissimo che gli uomini discorrendo o
conghietturando per via di semplice ragione, discordano per lo più tra loro
infinitamente, s’allontanano le mille miglia gli uni dagli altri, e pigliano e
seguono tutt’altri sentieri; laddove discorrendo per via di sentimento e d’immaginazione,
gli uomini, le diversissime [3244]classi di essi, le nazioni, i secoli,
bene spesso, e costantemente, convengono del tutto fra loro, come si può vedere
in moltissime proposizioni (sistemi) ed anche pùre supposizioni, dall’immaginativa
e dal cuore o trovate o formate, e da essi soli derivate e autorizzate, e in
essi soli fondate, le quali furono sempre e sono tuttavia ammesse e tenute da
tutte o da quasi tutte le nazioni in tutti i tempi, e dall’universale degli
uomini avute, anche oggidì, per verità indubitabili, e da’ sapienti, quando non
altro, per più verisimili e più universalmente accettabili che alcun’altra sul
rispettivo proposito. Il che forse di niuna ipotesi (generale o particolare,
cioè costituente sistema, o no ec.) dettata dalla pura ragione e dal puro
raziocinio, si vedrà essere intervenuto nè intervenire. Finalmente la sola
immaginazione ed il cuore, e le passioni stesse; o la ragione non altrimenti
che colla loro efficace intervenzione, hanno scoperto e insegnato e confermato
le più grandi, più generali, più sublimi, profonde, fondamentali, e più
importanti verità filosofiche che si posseggano, e rivelato [3245]o
dichiarato i più grandi, alti, intimi misteri che si conoscano, della natura e
delle cose, come altrove ho diffusamente esposto.
(22.
Agos. 1823.)
In
conferma del sopraddetto si osservi che i più profondi filosofi, i più
penetranti indagatori del vero, e quelli di più vasto colpo d’occhio, furono
espressamente notabili e singolari anche per la facoltà dell’immaginazione e
del cuore, si distinsero per una vena e per un genio decisamente poetico, ne
diedero ancora insigni prove o cogli scritti o colle azioni o coi patimenti
della vita che dalla immaginazione e dalla sensibilità derivano, o con tutte
queste cose insieme. Fra gli antichi Platone, il più profondo, più vasto, più
sublime filosofo di tutti essi antichi che ardì concepire un sistema il quale
abbracciasse tutta l’esistenza, e rendesse ragione di tutta la natura, fu nel
suo stile nelle sue invenzioni ec. così poeta come tutti sanno. V. il Fabric.
in Platone. Fra’ moderni Cartesio, Pascal, quasi pazzo per la forza della
fantasia sulla fine della sua vita; Rousseau, Mad. di Staël ec.
(23. Agosto, udita la morte del Papa Pio VII.
che fu a’ 20. di questo. 1823.)
[3246]A quei pochi monosillabi latini da
me altrove raccolti, aggiungi pax, voce ch’esprime una cosa che dovette
esser delle prime o delle più antiche nominate; onde pacare, pacisci, pactum
ec. Il greco corrispondente è trisillabo: eÞr®nh.
(23. Agos.
1823.)
Alla
p.3235. Placeo es - placo as. Placeo ha pur Placito as. Notisi
che questo placo viene da un verbo della seconda maniera, non della 3.a Convivo
is - convivo as e convivor-aris. Convitare, e combidar
(franc. convier), quasi convictare è un regolar continuativo di convivo
is - convictus. Quando però non fosse o una corruzione, o piuttosto un
fratello (comune, come vedete, a tutte le tre lingue figlie), d’invito as,
il qual verbo donde viene? forse da vita? o forse è un continuativo dell’anomalo
continuativo inviso is - invisus, quasi invisare, mutata la s
in t, come non di rado si scambiano queste lettere ne’ participii (fixus
- fictus etc.), o è una diversa inflessione d’inviso is medesimo, e
più regolare? Del resto, se non convivo is, certo il suo semplice vivo
is, ha forse il regolare continuativo victo as, e senza dubbio il
frequentativo victito. Vedi poi il Glossario, se ha nulla in proposito
per le suddette cose.
(23.
Agos. 1823.). V. p.3289.
[3247]È cosa nota che le favelle degli
uomini variano secondo i climi. Cosa osservata dev’essere altresì che le
differenze de’ caratteri delle favelle corrispondono alle differenze de’
caratteri delle pronunzie ossia del suono di ciascuna favella generalmente
considerato: onde una lingua di suono aspro ha un carattere e un genio austero,
una lingua di suono dolce ha un carattere e un genio molle e delicato; una
lingua ancora rozza ha e pronunzia ed andamento rozzo, e civilizzandosi,
raddolcendosi e ripulendosi il carattere della lingua e della dicitura, raffinandosi,
divenendo regolare, e perfezionandosi essa lingua, se ne dirozza e raddolcisce
e mitigasi e si ammollisce eziandio la generale pronunzia ed il suono. Dev’esser
parimente osservato, che siccome il carattere della lingua al carattere della
pronunzia, così i caratteri delle pronunzie corrispondono alle nature dei
climi, e quindi alle qualità fisiche degli uomini che vivono in essi climi, e
alle lor qualità morali che dalle fisiche procedono e lor corrispondono. Onde
ne’ climi settentrionali, dove gli uomini indurati dal freddo, da’ patimenti, e
dalle fatiche di provvedere a’ propri bisogni in terre [3248]naturalmente
sterili e sotto un cielo iniquo, e fortificati ancora dalla fredda temperatura
dell’aria, sono più che altrove robusti di corpo, e coraggiosi d’animo, e
pronti di mano, le pronunzie sono più che altrove forti ed energiche, e
richiedono un grande spirito, siccome è quella della lingua tedesca piena d’aspirazioni,
e che a pronunziarla par che richiegga tanto fiato quant’altri può avere in
petto, onde a noi italiani, udendola da’ nazionali, par ch’e’ facciano grande
fatica a parlarla, o gran forza di petto ci adoprino. Per lo contrario accade
nelle lingue de’ climi meridionali, dove gli uomini sono per natura molli e
inchinati alla pigrizia e all’oziosità, e d’animo dolce, e vago de’ piaceri, e
di corpo men vigoroso che mobile e vivido. Ond’egli è proprio carattere della
pronunzia non meno che della lingua p.e. tedesca, la forza, e dell’italiana la
dolcezza e delicatezza. E poste nelle lingue queste proprietà rispettive dell’una
lingua all’altra, ne segue che anche assolutamente, e considerando ciascuna
lingua da se, nella lingua p.e. italiana, sia pregio la delicatezza e dolcezza,
[3249]onde lo scrittore o il parlatore italiano appo cui la lingua (sia
nello stile, sia nella combinazione delle voci, sia nella pronunzia) è più
delicata e più dolce che appo gli altri italiani (salvo che queste qualità non
passino i confini che in tutte le cose dividono il giusto dal troppo, sia per
rispetto alla stessa lingua in genere, sia in ordine alla materia trattata),
più si loda che gli altri italiani, appunto perocchè la lingua italiana nella
dolcezza e delicatezza avanza l’altre lingue. Ma per lo contrario fra’ tedeschi
dovrà maggiormente lodarsi lo scrittore o il parlatore appo cui la lingua
riesca più forte che appo gli altri tedeschi, perocchè la lingua tedesca supera
l’altre nella forza, e suo carattere è la forza, non la dolcezza: nè la
dolcezza è pregio per se, neppur nella lingua italiana, ma in essa,
considerandola rispetto alle altre lingue, è qualità non pregio, e nello
scrittore o parlatore italiano è pregio, non in quanto dolcezza, ma in quanto
propria e caratteristica della lingua italiana. Così civilizzandosi le nazioni,
e divenendo, rispetto alle primitive, delicate di corpo, divenne altresì pregio
negl’individui umani la maggior [3250]delicatezza delle forme, non
perchè la delicatezza sia pregio per se; che anzi la rispettiva delicatezza
delle forme era certamente biasimo, e tenuto per difetto, o per causa di minor
pregio d’esse forme, appo gli uomini primitivi; ma solo perchè la delicatezza
fisica oggidì, contro le leggi della natura, e contro il vero ben essere e il
destino dell’umana vita, è fatta propria e caratteristica delle nazioni e persone
civili.
Laonde ben s’ingannarono quei tedeschi (ripresi da Mad. di Staël nell’Alemagna)
che cercarono di raddolcire la loro lingua, credendo farsi tanto più pregevoli
degli altri tedeschi quanto più dolcemente di loro la parlassero e scrivessero,
e che la dolcezza, proccurandola alla lingua tedesca, le avesse ad esser
pregio, contro la natura, e contro il carattere della lingua, il quale è la
forza, e tanta forza richiede nello scrittore e nel parlatore, quanta possa non
varcare i confini prescritti dalla qualità d’essa lingua, e da quella delle
particolari materie in essa trattate; ed esclude, colle medesime condizioni, la
dolcezza, come vizio nella lingua tedesca e non pregio, perchè opposta alla sua
natura.
[3251]Tornando al proposito debbono esser,
come ho detto, cose osservate queste proporzioni che passano tra le diverse
nature dei climi e i diversi caratteri delle rispettive pronunzie e geni delle
rispettive lingue, ed altresì il modo di queste proporzioni, cioè il modo in
che il clima opera sulle favelle, e da quali proprietà del clima quali
proprietà derivino alle pronunzie e alle lingue. Ma forse non sarà stato
egualmente notato che trovandosi in un medesimo clima e paese essere stati in
diversi tempi diversi caratteri di pronunzia e di lingua, queste diversità
corrispondettero sempre alle qualità fisiche degli uomini che ciascuna d’esse
pronunzie e lingue, l’una dopo l’altra usarono, le quali fisiche qualità
variarono secondo le diverse circostanze morali, politiche, religiose,
intellettuali ec. che in diverse generazioni in quel medesimo clima e paese
ebber luogo. Ond’è che sebbene il clima meridionale naturalmente ispira
dolcezza ne’ caratteri delle pronunzie e de’ suoni, tuttavia suono della lingua
greca, e quello della lingua romana, certo più molle che non era a quel tempo,
e che adesso non è, il suono delle [3252]lingue settentrionali, pur fu
molto men delicato e più forte di quello che oggi si sente nella nuova lingua
dello stesso Lazio e di Roma e d’Italia. E ciò non per altra cagione fisica
immediata, se non perchè, stante le loro circostanze morali e politiche e il
lor genere di vita e di costumi, gli antichi Greci e Romani (il che anche per
mille altri segni e notizie si prova) furono di corpo molto più forti che i
moderni italiani non sono. La stessa pronunzia della moderna lingua francese (e
così delle altre) si è addolcita coi costumi della nazione, come dice Voltaire
ec. giacchè un dì si pronunziava come oggi si scrive ec. Ond’è che siccome la
pronunzia francese per la geografica posizione e natural qualità del suo clima,
ch’è mezzo tra meridionale e settentrionale, tiene quasi tanto delle pronunzie
del sud quanto di quelle del nord,
ed è un temperamento dell’une e dell’altre e un anello che queste a quelle
congiunge,
così il carattere delle pronunzie greca e latina, tiene, non dirò già il
proprio mezzo tra il settentrionale e il meridionale, ma tra il carattere dell’italiana,
ch’è l’uno estremo delle moderne pronunzie meridionali, e l’estremo assoluto
della dolcezza; e quello della pronunzia settentrionale meno aspra e che più [3253]s’accosti
a dolcezza, e sia per questa parte l’estremo delle pronunzie settentrionali,
alle meridionali più vicino. O volessimo piuttosto dire che le pronunzie greca
e latina sieno medie tra l’italiana ch’è la più meridionale, e la francese, che
non è nè ben meridionale nè per anco settentrionale. Le lingue orientali, la
greca moderna, la turca, quelle de’ selvaggi e indigeni d’America sotto la
zona, parlate e scritte in climi assai più meridionali che quel d’Italia o di
Spagna, sono tuttavia molto men dolci dell’italiana e della spagnuola, e taluna
anche delle settentrionali europee. Ciò per la rozzezza o per la acquisita
barbarie de’ popoli che l’usano o che l’usarono, per li costumi aspri e crudeli
ec. antiche o moderne ch’esse lingue si considerino.
(23.
Agos. 1823.)
Una
lingua strettamente universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe
certamente essere di necessità e per sua natura, la più schiava, povera,
timida, monotona, uniforme, arida e brutta lingua, la più incapace di
qualsivoglia genere di bellezza, la più impropria all’immaginazione, e la meno
da lei dipendente, anzi la più da lei per ogni verso disgiunta, la più esangue
ed inanimata e morta, che mai si possa concepire; uno scheletro un’ombra di
lingua piuttosto che lingua veramente; una lingua non viva, quando pur fosse da
tutti scritta e universalmente intesa, anzi più morta assai di qualsivoglia
lingua che più non si parli nè scriva. Ma si può pure sperare che perchè gli
uomini sieno già fatti generalmente sudditi infermi, impotenti, inerti,
avviliti, scoraggiati, languidi, e miseri della ragione, ei non diverranno però
mai schiavi moribondi e incatenati [3254]della geometria. E quanto a
questa parte di una qualunque lingua strettamente universale, si può non tanto
sperare, ma fermamente e sicuramente predire che il mondo non sarà mai
geometrizzato, non meno di quel che si possa con certezza affermare ch’ei non
ebbe una tal favella mai, se non forse quando gli uomini erano così pochi, e di
paese così ristretti, e niente vari di opinioni, costumi, usi, riti, governo e
vita, che la lingua era universale solo perciò che più d’una nazione d’uomini,
almeno parlanti, non v’aveva, onde universale era la lingua perch’era una al
mondo, nè altra lingua mai s’era udita, ed una era e sempre era stata la
lingua, perchè una sempre la nazione infino allora, o una, se non altro, la
nazione che di lingua avesse uso e notizia.
(23.
Agosto. 1823.)
Quello
poi che ho detto che una lingua strettamente universale, dovrebbe di sua natura
essere anzi un’ombra di lingua, che lingua propria, maggiormente anzi
esattamente conviene a quella lingua caratteristica proposta fra gli altri dal
nostro Soave (nelle Riflessioni intorno [3255]all’istituzione
d’una lingua universale, opuscolo stampato in Roma, e poi dal medesimo
autore rifuso nell’Appendice 2.a al capo II del Libro 3° del Saggio
filosofico di Gio. Locke su l’umano intelletto compendiato dal D. Winne,
tradotto e commentato da Francesco Soave C. R. S. tomo 2do, intitolato Saggio
sulla formazione di una Lingua Universale), la qual lingua o maniera di
segni non avrebbe a rappresentar le parole, ma le idee, bensì alcune delle
inflessioni d’esse parole (come quelle de’ verbi), ma piuttosto come
inflessioni o modificazioni delle idee che delle parole, e senza rapporto a
niun suono pronunziato, nè significazione e dinotazione alcuna di esso. Questa
non sarebbe lingua perchè la lingua non è che la significazione delle idee
fatta per mezzo delle parole. Ella sarebbe una scrittura, anzi nemmeno questo,
perchè la scrittura rappresenta le parole e la lingua, e dove non è lingua nè
parole quivi non può essere scrittura. Ella sarebbe un terzo genere, siccome i
gesti non sono nè lingua nè scrittura ma cosa diversa dall’una e dall’altra.
Quest’algebra di linguaggio (così nominiamola) [3256]la quale
giustamente si è riconosciuta per quella maniera di segni ch’è meno dell’altre
impossibile ad essere strettamente universale, si può pur confidentemente e
certamente credere che non sia per essere nè formata ed istituita, nè divulgata
ed usata giammai. Dirò poi ancora, ch’ella in verità non sarebbe strettamente
universale, perch’ella lascerebbe a tutte le nazioni le loro lingue, siccome
ora la francese. Ella di più non sarebbe propria che dei dotti o colti. Ma di
tutti i dotti e colti lo è pure oggidì la francese. Quale utilità dunque di
quella lingua? la quale non sarebbe forse niente più facile ad essere
generalmente nella fanciullezza imparata, di quello che sia la francese, che
benissimo e comunissimamente nella fanciullezza s’impara. E tutti i vantaggi
che si ricaverebbero da quella chimerica lingua, tutti, e molto più e maggiori,
e forse con più facilità si caverebbero dalla lingua francese, divenendo, se
pur bisogna, più comune e più studiata e coltivata di quel ch’ella già sia.
Quanto
poi ad una lingua veramente [3257]universale, cioè da tutte le nazioni senza
studio e fin dalla prima infanzia intesa e parlata come propria, lasciando
tutte le impossibilità accidentali ed estrinseche, ma assolutamente
insormontabili, che ognun conosce e confessa; dico ch’ella è anche impossibile
per sua propria ed assoluta natura, quando pur gli uomini che l’avrebbero a
usare, non fossero, come sono, diversissimamente conformati rispetto agli
organi ec. della favella ed alle altre naturali cagioni che diversificano le
lingue; di modo che, quando anche superato ogni ostacolo, una qualunque lingua,
per impossibile ipotesi, fosse divenuta universale nella maniera qui sopra
espressa, la sua universalità non potrebbe a patto alcuno durare, e gli uomini
tornerebbero ben tosto a variar di lingua, per la stessa natura di quella tal
favella universale, in cui le condizioni medesime che la farebbero atta ad
esser tale, sarebbero in espressa contraddizione colla durevolezza della sua
universalità, e formalmente la escluderebbono. Perocchè una lingua appropriata
ad essere strettamente universale, deve, come [3258]in altri luoghi ho
largamente esposto, essere di natura sua, servilissima, poverissima, senza
ardire alcuno, senza varietà, schiava di pochissime, esattissime, e
stringentissime regole, oltra o fuor delle quali trapassando, non si potesse in
alcun modo serbare nè il carattere nè la forma d’essa lingua, ma in diversa
lingua assolutamente si parlasse. Nè senza una buona parte o similitudine
almeno di queste qualità e di ciascuna di esse, la lingua francese sarebbe
potuta giungere a quel grado di universalità largamente considerata, in cui la
veggiamo; nè certo mantenervisi, seppur momentaneamente vi fosse giunta, come
vi giunse un dì la greca. Perocchè queste qualità indispensabilmente
richieggonsi ad una, ancorchè non assoluta o stretta, universalità durevole di
una lingua. Ora una lingua così formata e costituita, e di tali qualità in
sommo grado (come a una lingua strettamente universale si ricercherebbe)
fornita, a pochissimo andare, per cagione di queste medesime qualità, si
corromperebbe e traviserebbe [3259]in modo che più non sarebbe quella;
come altrove ho dimostrato di tali lingue non libere, coll’esempio (fra l’altre
cose) della latina, la quale, siccome ogni altra, quantunque servilissima, che
si conosca, fu ed è ben lontana dall’aver queste qualità in sommo grado, come
si richiederebbe di necessità ad una lingua che avesse ad essere strettamente e
durabilmente universale. Così quelle medesime condizioni che da una parte
cagionerebbono, e in modo che senza esse non potrebbe stare, la propria, o
vogliam dire esatta, e durevole universalità di una lingua; d’altra parte e nel
tempo stesso, per propria natura loro, rendono assolutamente inevitabile e
inevitabilmente prontissima una totale corruzione e mutazione della lingua
medesima. Onde nè senza esse la stretta universalità di una lingua può stare,
nè qualsivoglia universalità durare, come si è altrove provato; e parimente con
esse non può durare nè la stretta universalità nè il proprio stato di una
lingua. Perocchè, quanto al proprio stato, è evidente che una lingua di
necessità corrompendosi e cangiandosi [3260]del tutto, di necessità lo
perde, cioè perde la sua forma, proprietà, carattere e natura. E quanto alla
stretta universalità, dato ancora che una lingua corrompendosi appo una sola
nazione, si corrompesse ugualmente, di modo ch’ella quantunque mutata da quella
prima, fosse pur sempre una sola in essa nazione, e a tutta comune; egli è
fisicamente impossibile a seguire, e assurdo a supporre che una medesima lingua
corrompendosi appo molte e diversissime nazioni e cambiandosi affatto da quella
di prima, pur corrompendosi da per tutto ugualmente, e facendo da per tutto in
un medesimo tempo gli stessi passi, si mantenesse sempre una sola appo tutte le
dette nazioni insieme. La corruzione non ha legge, e quella che nasce dalla
troppa schiavitù e circoscrizione d’una lingua, n’ha meno che mai, ed è più
cieca che ogni altra; nè dove non v’ha regola alcuna, nè scambievole
convenzione e consenso (il che sarebbe contrario alla natura della corruzione
di una lingua), nè conformità di circostanze, quivi può essere uniformità. La
quale se è quasi impossibile in una sola nazione, dal continuo commercio e da [3261]tante
altre circostanze congiunta insieme e fatta una, quanto più tra molte nazioni,
sempre, per quanto commercio possano avere insieme, disgiunte e fra se diverse!
E si è infatti veduto quanto diversa fosse la corruzione della lingua latina
nelle diverse nazioni in ch’ella si propagò, fino a produrre varie affatto
distinte e separate e separatamente regolate e costituite favelle, che tuttavia
si parlano. E ciò quantunque la lingua latina non fosse d’assai così servile
ec. come è necessario supporre una lingua strettamente universale. Resta dunque
provato che una lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse
condizioni ond’ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire
universale, e senza cui l’universalità sua non potrebbe durare se non
momentaneamente, per causa, dico, di queste medesime condizioni, subitamente
corrompendosi, dividerebbesi ben tosto, per causa di tal corruzione, e quindi
per causa di quelle medesime condizioni, che naturalmente e necessariamente l’occasionerebbero,
in diverse lingue, e perderebbe conseguentemente la sua [3262]universalità,
la durata della quale sarebbe fatta impossibile da quelle medesime condizioni
che a tal durata indispensabilmente richieggonsi.
Questo
che ho detto di una lingua universalmente parlata come propria, devesi pur dire
di una sognata lingua che in tutte le nazioni civili i dotti e gl’indotti
scrivessero come propria, rimanendo le varie lingue nazionali pel solo uso di
favellare, a un di presso nel modo che ai bassi tempi le varie favelle o
dialetti volgari, scrivendo tutti, anche notai ec., ogni sorta di scritture in
Latino, corrotto e barbaro, e secondo i diversi luoghi diverso, ma pur da per
tutto Latino.
E
conchiudo che una lingua universalmente da tutte le nazioni, anche sole civili,
o parlata o scritta, o l’uno e l’altro, ed intesa, come propria è
impossibile, non solo estrinsecamente e per ragioni estrinseche, ma per sua
propria ed intrinseca natura e qualità e proprietà ed essenza, non
relativamente nè accidentalmente, ma essenzialmente, di necessità, ed
assolutamente.
(25. Agos. dì di S. Bartolomeo. 1823.)
Movere neutro, o in forma ellittica per movere
se o movere castra, come tra noi muovere [3263]neutro
o ellittico (e così trarre), del che mi sembra avere altrove notato un
esempio di Floro, vedilo appo Svetonio, in Divo Julio, Cap.61. §.1. e
quivi le note degli eruditi. Vedi pure, se ti piace, a questo proposito il
Poliziano Stanze I. 22. dove troverai muovere neutro, senza l’accompagnamento
del sesto caso, come ancora in latino.
(25.
Agos. dì di S. Bartolomeo. 1823.)
Alla
p.2889. Tumultuo e tumultuor da tumultus us. Acuo da acus
us, è della terza coniugazione per una che, stante la moltitudine anzi la
pluralità degli esempi dimostranti che tali verbi sono regolarmente della
prima, possiamo chiamare anomalia. Così statuo is da status
us. Arcuo as da arcus us.
(26. Agos. 1823.)
Grassor
aris continuativo
di gradior eris il cui participio in us oggi irregolarmente è gressus,
in antico, come dimostra il detto continuativo, più regolarmente fu grassus.
Gressus bensì ne’ composti i quali, come molti altri, mutano l’a di gradior
in e; ingredior, aggredior ec. Così ascendo ec. da scando,
e puoi vedere la pag.2843.
(26.
Agos. 1823.)
[3264]Alla p.2864. Castello, château,
castillo tengono fra noi il luogo del positivo castrum, col quale
anche in latino bene spesso indifferentemente si scambiava castellum, o
si usava equivalentemente ec.
(26.
Agos. 1823.)
Francesismi
familiarissimi, usitatissimi e volgarissimi in quella nazione, tant mieux,
tant pis, frasi ellittiche o irregolari, e che paiono veri idiotismi
francesi, non sono che latinismi, anzi idiotismi, cioè volgarismi, latini. Vedi
gli eruditi alla favola 5. lib.3. di Fedro, Aesopus et Petulans. V.
anche il Forcellini se ha nulla, la Crusca ec. Noi pur diciamo volgarmente e
scriviamo tanto meglio, tanto peggio, ma in senso meno ellittico, più
naturale e regolare, anzi per lo più regolarissimo, e meno sovente assai de’
francesi.
(26.
Agos. 1823.)
Alla
p.2996. marg. - vengono cred’io da medeor (medeo ancora si disse,
poichè medeor si trova pure passivo), non da medicus. Lo deduco
appunto dal veder medicor deponente come medeor, (laddove medico
corrisponderà all’antico medeo), e dal vedere ancora che medicatus
e medicatus sum suppliscono pel verbo medeor che manca del
preterito e del participio in us. V. Forc. in Medeor. fine.
Veggasi la p.3352. sgg. circa il continuativo meditor di medeor
fatto dal suo participio in us.
(26.
Agos. 1823.)
[3265]Si può dire che le viste, i
disegni, i proponimenti, i fini, le speranze, i desiderii dell’uomo, tutto ciò
in somma che ne’ suoi pensieri ha relazione al futuro, tanto più si stendono,
cioè tanto più mirano e tendono, o giungono, lontano, quanto minore naturalmente
è lo spazio di vita che gli rimane, e viceversa. Niun pensiero del bambino
appena nato ha relazione al futuro, se non considerando come futuro l’istante
che dee succedere al presente momento, perocchè il presente non è in verità che
istantaneo, e fuori di un solo istante, il tempo è sempre e tutto o passato o
futuro. Ma considerando il presente e il futuro non esattamente e
matematicamente, ma in modo largo, secondo che noi siamo soliti di concepirlo e
chiamarlo, si dee dire che il bambino non pensa che al presente. Poco più là
mira il fanciullo; ond’è che proporre al fanciullo (p.e. negli studi) uno scopo
lontano (come la gloria e i vantaggi ch’egli acquisterà nella maturità della
vita o nella vecchiezza, o anche pur nella giovanezza), è assolutamente inutile
per muoverlo (onde è sommamente giusto ed utile l’adescare il fanciullo allo
studio col proporgli onori o vantaggi ch’egli [3266]possa e debba
conseguire ben tosto, e quasi di giorno in giorno, che è come un ravvicinare a’
suoi occhi lo scopo della gloria e della utilità degli studi, senza il quale
ravvicinamento è impossibile ch’ei fissi mai gli occhi in detto scopo, e per
conseguirlo si assoggetti volentieri alle fatiche e alle sofferenze ripugnanti
alla natura, che gli studi richieggono). Più si stendono le viste del giovane,
ma meno assai di quelle dell’uomo maturo e riposato, i cui calcoli sul futuro
oltrepassano bene spesso, senza ch’ei se n’avvegga, lo spazio di vita
naturalmente concesso ai mortali. Perciocchè l’uomo maturo comincia già a
compiacersi supremamente e contentarsi della speranza, e pascerne la sua vita.
Della quale speranza si nutre parimente, e con essa favella e delira anche il
giovane, e il fanciullo altresì; ma non in modo che d’essa si contentino, e che
non cerchino di prontamente effettuarla e recarla in opera, e venire al fatto.
Il che nasce dall’ardore di quelle età, dall’attività dell’animo unita e
cospirante con quella del corpo, dalla [3267]freschezza e forza del loro
amor proprio, e quindi dall’energia ed efficacia de’ loro desiderii impazienti
d’indugio, e però non sofferenti di proporsi un oggetto ch’ei non possano o ch’ei
non credano di potere in poco spazio e dentro un picciolo termine conseguire;
finalmente dall’inesperienza ch’egli hanno intorno alla vanità delle umane
speranze, alla difficoltà che l’uomo prova in condurle a fine, e alla nullità
eziandio degli stessi beni sperati, la quale inevitabilmente apparisce così
tosto com’ei sono posseduti. Le contrarie cagioni producono la lunghezza e
lontananza delle viste nell’uomo maturo; e l’eccesso di dette contrarie qualità
producono l’eccesso del contrario effetto nella vecchiezza, la quale ridotta a
non potersi ragionevolmente promettere più che un brevissimo avanzo di vita,
pure nella estensione delle sue viste supera di gran lunga tutte le altre età
dell’uomo. Perocchè il vecchio per la debolezza di corpo e d’animo, e pel
disinganno de’ beni umani già provati, e per lo illanguidimento dell’amor
proprio che va di pari colla quasi diminuzione e raffreddamento [3268]della
vita, non è capace se non di fievoli desiderii, e quindi si contenta di propor
loro uno scopo lontano e in esso fermarli, e i suoi desiderii si contentano di
rimanervi; per la diuturna esperienza fatta della vanità e del tristo esito
delle speranze, con un quasi stratagemma, le indirizza a luoghi così lontani ch’elle
non possano se non assai tardi o non mai, avvicinandosi a quelli e giungendovi,
scomparire; per la irresoluzione propria dell’età sua, rimettendo ogni azione
al dipoi, e costretto di rimettere eziandio e quasi differire le sue speranze,
e gli oggetti de’ suoi desiderii e il loro conseguimento ch’ei si propone, o ch’ei
si compiace, per dir meglio, di vagheggiare; e per l’abito della tardità e
lentezza nell’operare a cui la gravezza e l’impotenza dell’età lo costringe, e
per la pigrizia e negligenza e torpore dell’animo che ne deriva e n’è pur
cagione, i suoi desiderii altresì e le sue speranze ne divengono tarde e pigre
e lente e quasi trascurate (benchè sempre però bastantemente vive per
mantenerlo e quasi allattarlo, come alla vita umana [3269]indispensabilmente
ricercasi), ed ei giunge a persuadersi fra se stesso non con l’intelletto, ma
con l’immaginazione e con la non ragionata abitudine dell’altre facoltà del suo
spirito, che il tempo e la natura e le cose sian divenute ed abbiano a riuscir
così lente e pigre com’esso necessariamente è.
(26.
Agosto. 1823.)
Il poeta
lirico nell’ispirazione, il filosofo nella sublimità della speculazione, l’uomo
d’immaginativa e di sentimento nel tempo del suo entusiasmo, l’uomo qualunque
nel punto di una forte passione, nell’entusiasmo del pianto; ardisco anche
soggiungere, mezzanamente riscaldato dal vino, vede e guarda le cose come da un
luogo alto e superiore a quello in che la mente degli uomini suole
ordinariamente consistere. Quindi è che scoprendo in un sol tratto molte più
cose ch’egli non è usato di scorgere a un tempo, e d’un sol colpo d’occhio
discernendo e mirando una moltitudine di oggetti, ben da lui veduti più volte
ciascuno, ma non mai tutti insieme (se non in altre simili congiunture), egli è
in grado di scorger con essi i loro rapporti scambievoli, e per la novità di
quella moltitudine [3270]di oggetti tutti insieme rappresentantisegli,
egli è attirato e a considerare, benchè rapidamente, i detti oggetti meglio che
per l’innanzi non avea fatto, e ch’egli non suole; e a voler guardare e notare
i detti rapporti. Ond’è ch’egli ed abbia in quel momento una straordinaria
facoltà di generalizzare (straordinaria almeno relativamente a lui ed all’ordinario
del suo animo), e ch’egli l’adoperi; e adoperandola scuopra di quelle verità
generali e perciò veramente grandi e importanti, che indarno fuor di quel punto
e di quella ispirazione e quasi manÛa e furore o filosofico o passionato
o poetico o altro, indarno, dico, con lunghissime e pazientissime ed
esattissime ricerche, esperienze, confronti, studi, ragionamenti, meditazioni,
esercizi della mente, dell’ingegno, della facoltà di pensare di riflettere di
osservare di ragionare, indarno, ripeto, non solo quel tal uomo o poeta o
filosofo, ma qualunqu’altro o poeta o ingegno qualunque o filosofo acutissimo e
penetrantissimo, anzi pur molti filosofi insieme cospiranti, e i secoli stessi
col successivo avanzamento dello spirito umano, cercherebbero di scoprire, o d’intendere,
o di spiegare, siccome [3271]colui, mirando a quella ispirazione,
facilmente e perfettamente e pienamente fa a se stesso in quel punto, e di poi
a se stesso ed agli altri, purch’ei sia capace di ben esprimere i propri
concetti, ed abbia bene e chiaramente e distintamente presenti le cose allora
concepite e sentite.
(26.
Agos. 1823.)
Secondo
ch’io osservo
e che si potrà spiegare colle ragioni da me recate in altri luoghi, l’abito di
compatire, quello di beneficare, o di operare in qualunque modo per altrui, e,
mancando ancora la facoltà, l’inclinazione alla beneficenza e all’adoperarsi in
pro degli altri, sono sempre (supposta la parità delle altre circostanze di
carattere o indole, educazione, coltura di spirito, o rozzezza, e simili cose)
in ragion diretta della forza, della felicità, del poco o niun bisogno che l’individuo
ha dell’opera e dell’aiuto altrui, ed in proporzione inversa della debolezza,
della infelicità, dell’esperienza delle sventure e dei mali, sieno passati, o
massimamente presenti, del bisogno che l’uomo ha degli altrui soccorsi ed
uffici. Quanto più l’uomo è in istato di esser [3272]soggetto di
compassione, o di bramarla, o di esigerla, e quanto più egli la brama o l’esige,
anche a torto, e si persuade di meritarla, tanto meno egli compatisce, perocch’egli
allora rivolge in se stesso tutta la natural facoltà, e tutta l’abitudine che
forse per lo innanzi egli aveva, di compatire. Quanto l’uomo ha maggior bisogno
della beneficenza altrui, tanto meno egli è, non pur benefico, ma inclinato a
beneficare; tanto meno egli non solo esercita, ma ama in se quella beneficenza
che dagli altri desidera o pretende, e crede a torto o a ragione di meritare, o
di abbisognarne. L’uomo debole, e sempre bisognoso di quegli uffici maggiori o
minori che si ricevono e si rendono nella società, e che sono il principale
oggetto a cui la società è destinata, o quello a cui principalmente dovrebbe
servire la scambievole comunione degli uomini; pochissimo o nulla inclina a
prestar la sua opera altrui, e di rado o non mai, o bene scarsamente la presta,
ancor dov’ei può, ed ancora agli uomini più deboli e più bisognosi di lui. L’uomo
assuefatto alle sventure, e [3273]massime quegli a cui la vita è
sinonimo e compagno del patimento, nulla sono mossi, o del tutto
inefficacemente, dalla vista o dal pensiero degli altri mali e travagli e
dolori. L’amor proprio in un essere infelice è troppo occupato perch’egli possa
dividere il suo interesse tra questo essere e i di lui simili. Assai egli ha da
esercitarsi quando egli ha le sue proprie sventure; sieno pur molto minori di
quelle che se gli rappresentano in qualunque modo in altrui. Se le proprie
sventure sono presenti, la compassione, come ho detto, tutta rivolta e
impiegata sopra se stesso, in esso lui si consuma, e nulla n’avanza per gli
altri. Se sono passate, posto ancora che piccolissime fossero, la rimembranza
di esse fa che l’uomo non trovi nulla di straordinario nè di terribile ne’
patimenti e disastri degli altri, nulla che meriti di farlo come rinunziare al
suo amor proprio per impiegarlo in altrui beneficio; come già pratico del
soffrire, egli si contenta di consigliar tacitamente e fra se stesso agl’infelici,
che si rassegnino alla lor sorte, e si crede in diritto di esigerlo, quasi [3274]egli
medesimo n’avesse già dato l’esempio; perocchè ciascuno in qualche modo si
persuade di aver tollerato o di tollerare le sue disgrazie e le sue pene
virilmente al possibile, e con maggior costanza, che gli altri, o almeno il più
degli uomini, nel caso suo, non farebbero o non avrebbero fatto; nella stessa
guisa che ciascuno si pensa sopra tutti gli altri essere o essere stato indegno
de’ mali ch’ei sostiene o sostenne. Oltre di che l’abito d’insensibilità verso
l’altrui sciagure, contratto nel tempo ch’ei fu sventurato, non è facile a
dispogliarsene, sì perch’esso è troppo conforme all’amor proprio, che vuol dire
alla natura dell’uomo; sì perchè grande e profonda è l’impressione che fa nel
mortale la sventura, e quindi durevole l’effetto che produce e che lascia, e
ben sovente decisivo del suo carattere per tutta la vita, e perpetuo.
Io
osservo (e n’ho presente a me stesso non un solo esempio), che i giovani non
poveri, o non oppressi nè avviliti dalla povertà, sani e robusti di corpo,
coraggiosi, attivi, [3275]capaci di fornir da se stessi a’ loro bisogni,
e poco o nulla necessitosi, ovver poco o nulla desiderosi degli altrui soccorsi
e dell’altrui opera o fisica o morale, almeno abitualmente; non tocchi ancora
dalla sventura, o piuttosto (giacchè qual è l’uomo nato che già non
abbia sofferto?) tocchi da essa in modo ch’essi pel vigore della età e della
complessione, e per la freschezza delle forze dell’animo, la scuotono da se, e
poco caso ne fanno; questi tali giovani, dico, ancorchè da una parte
intolleranti fin della menoma ingiuria, ed anche proclivi all’ira; inclinati ed
usi di motteggiare i presenti e gli assenti ancor più che gli altri non sono;
soverchiatori anzi che no, sia di parole, sia d’opere eziandio; - v. p.3282.
3942. dall’altra parte, ancorchè abbandonati da tutti, e forse da quelli stessi
che avrebbero il più sacro dovere di prenderne cura, ancorchè sperimentati
nella ingratitudine degli uomini, e fatti accorti per prova, della niuna
utilità e grazia, ed eziandio del danno, che spesso risulta dal far beneficio;
ancorchè pronti e perspicaci d’ingegno, e non ignari del mondo, e ben
consapevoli quanto il costume degli uomini sia rimoto dal beneficare e dal
compatire, e quanto altresì [3276]le loro opinioni ne gli allontanino, e
quanto gli uomini sieno generalmente indegni ch’altri ne prenda cura; con tutto
ciò questi tali sono prontissimi a compatire, dispostissimi a sovvenire agli
altrui mali, inclinatissimi a beneficare, a prestar l’opera loro a chi ne li
richiede, ancorchè indegno, a profferirla pure spontaneamente, sforzando l’altrui
ripugnanza d’accettarla, e conoscendo quella di ricercarla; apparecchiati senza
riservo e senza cerimonie ai bisogni ed a proccurare i vantaggi degli amici: ed
in effetto sono quasi continuamente occupati per altrui più che per se stessi;
le più volte in piccoli, ma pur faticosi, noiosi, difficili uffizi e servigi,
la cui moltiplicità, se non altro, compensa la piccolezza di ciascuno; talora
eziandio in cose grandi o notabili e che richieggono grandi o notabili cure,
fatiche, ed anche sacrifizi. E ciò facendo, nè presso se stessi, nè presso i
beneficati, nè presso gli altri attaccano un gran pregio ai loro servigi, nè
gran conto ne fanno, nè se ne reputano di gran merito (quasi accecati e
dissennati da Giove, come dice Omero di Glauco quand’egli scambiò le sue armi d’oro
con quelle del Tidide ch’erano di rame): di più poca o niuna gratitudine
esigono, quasi ei fossero stati tenuti a beneficare, [3277]o nulla
avesse loro costato il benefizio; non mai si credono in diritto di ripetere il
benefizio, o costretti a farlo, lo fanno con grandissima riserva e senza
pretensione alcuna, e riavendone pure una parte, o domandata o spontanea, si
tengono per obbligati essi a chi gli uffici da loro prestatigli scarsamente
rimunerò.
Tutto
questo o parte, più o meno, m’è avvenuto di notare ne’ giovani della qualità
sopra descritta, e non solo in quelli che per inesperienza del mondo, e
gentilezza di natura, con pienezza di cuore, e con buona fede e semplicemente
sono trasportati verso la virtù, la generosità, la magnanimità, ponendo il loro
maggior piacere e desiderio nel far bene e negli atti eroici, e nella
rinegazione e rinunzia e sacrificio di se stessi; ma eziandio ne’ disingannati
del mondo, e posti in quelle circostanze che di sopra ho notate, o in alcune di
esse, o in altre somiglianti. Tutto ciò, dico, ho notato avvenire in questi
cotali giovani, mentre essi godono e sentono i vantaggi della gioventù, della
sanità, del vigore, e sono in istato da bastare a se stessi. Ma o coll’età, [3278]o
innanzi all’età, sopravvenendo loro di quegl’incomodi, di quegli accidenti, di
quei casi, di que’ disastri fisici o morali, da natura o da fortuna, che
tolgano loro il bastare a se medesimi, che li renda abitualmente o spesso
bisognosi dell’opera e dell’aiuto altrui, che scemi o distrugga in essi il
vigore del corpo, e seco quello dell’animo; questi tali, come ho pur veduto per
isperienza, di misericordiosi e benefici divengono appoco appoco, in
proporzione dell’accennato cambiamento di circostanze, insensibili agli altrui
mali o bisogni, o comodi, solleciti solamente dei proprii, chiusi alla
compassione, dimentichi della beneficenza, e interamente circa l’una e circa l’altra
cangiati e volti in contrario, sì di costumi, sì di disposizione d’animo. Nè
solo appoco appoco, ma eziandio rapidamente e quasi in un tratto, e nello
stesso fiore della giovanezza, ho io veduto accadere tale cangiamento in
persone sopravvenute da improvvisa o rapida calamità di corpo o di spirito o di
fortuna, onde il loro animo fu atterrato e prostrato subitamente o in poca d’ora,
o crollato e renduto mal fermo, e la loro vita fu soggettata agl’incomodi, e
alla trista necessità dell’aiuto altrui, [3279]e la sanità scossa, e il
corpo svigorito, e simili cose contrarie alla loro prima condizione. Insomma al
subito o rapido cangiamento delle circostanze sopra notate, ho veduto con pari
subitaneità o rapidità corrispondere il cangiamento del carattere e costume di
tali persone rispetto al compatire, al beneficare e all’adoperarsi in qualunque
modo per altrui.
E quelli
che da natura, o per qualunque cagione, fin dalla fanciullezza o dalla prima
giovanezza e dal primo loro ingresso nel mondo, son tali quali i sopraddetti
divennero, cioè deboli di corpo e di spirito, timidi, irresoluti, avviliti
dalla povertà o da qualsivoglia altra causa fisica o morale, estrinseca o
intrinseca, naturale in loro o accidentale e avventizia; sempre o sovente
bisognosi dell’opera altrui, avvezzi fin dal principio a soffrire, a mal
riuscire nelle loro intraprese o ne’ desiderii loro, e quindi a sempre
sconfidar delle cose e della vita e dei successi, e quindi privi di confidenza
in se medesimi; più domestici del timore o della triste espettazione che della
speranza; questi tali, e quelli che loro somigliano in tutto o in parte, sono
più o meno, fin dal principio della loro vita o fino dalla loro entrata [3280]nella
società, alieni e dall’abito e dagli atti della compassione e della
beneficenza, e dalla inclinazione o disposizione a queste virtù; interessati per
se soli, poco o nulla capaci d’interessarsi per gli altri, o sventurati o
bisognosi, o degni o indegni che sieno dell’aiuto altrui; meno ancora capaci di
operare per chi che sia; poco o nulla per conseguenza atti alla vera ed
efficace ed operosa amicizia, ben simulatori di essa per ottenerne dagli altri
gli aiuti o la pietà di che hanno mestieri, ed abili a farla servire ai soli
loro vantaggi; simulatori e dissimulatori eziandio generalmente in ogni altra
cosa. E queste qualità divengono in loro caratteristiche, di modo che l’amor
proprio non è in essi altro mai ch’egoismo, e l’egoismo è il loro carattere
principalissimo; ma non veramente per colpa loro, piuttosto per necessità di
natura; e neanche per natura che di sua mano immediatamente abbia posto negli
animi loro più che negli altri questo pessimo vizio, ma perchè dalle
circostanze in che essi o per natura o per accidente si sono trovati fin dal
principio, [3281]nasce naturalmente e necessariamente questo tal vizio,
forse più necessariamente e inevitabilmente e maggiore che da verun’altra
cagione. V. p.3846.
Da’
quali pensieri si dee raccogliere questo corollario, che le donne essendo per
natura più deboli di corpo e d’animo, e quindi più timide, e più bisognose dell’opera
altrui che gli uomini non sono, sono anche generalmente e naturalmente meno
degli uomini inclinate alla compassione e alla beneficenza, non altrimenti ch’elle,
per universale consenso, sieno generalmente e regolarmente meno schiette degli
uomini, più proclivi alla menzogna e all’inganno, più feconde di frodi, più
simulatrici, più finte; tutte qualità, con molte altre analoghe (che nelle
donne generalmente si osservano), derivanti per natura niente più, niente meno
che la sopraddetta, dalla debolezza d’animo e di corpo, e dall’insufficienza
delle proprie forze, de’ propri mezzi e di se stesso a se stesso. E si può
concludere che le donne sono, generalmente parlando, più egoiste degli uomini,
o più portate all’egoismo per natura (sebbene le circostanze sociali, che
spesso rovesciano la natura, e fanno [3282]talora le donne, anche prima
che abbiano formato il loro carattere, signore degli uomini, oggetti delle lor
cure spontanee, de’ loro omaggi, suppliche ec. ec., possano ben render vana
questa disposizione), e naturalmente si troverà un maggior numero di donne
egoiste che non d’uomini. Così le nazioni e i secoli più infelici,
tiranneggiati ec. si vede costantemente che furono e sono i più egoisti ec. ec.
(26-27. Agos. 1823). V. p.3291. 3361.
Alla
p.3275. marg. - Anzi quanto più questi tali son franchi, coraggiosi, non timidi
dell’altrui aspetto nè dell’altrui conversazione, schietti, aperti, liberi nel
parlare, nei modi, nell’operare, intolleranti di dissimulare e di mentire
(anche, tal volta, eccessivamente); e quanto più sono vendicativi delle
ingiurie, fieri con chi gli offende o insulta o disprezza o danneggia, quanto
meno molli e facili ai nemici, agl’invidiosi, ai detrattori, ai maldicenti,
agli oltraggiatori, agli offenditori qualunque; ed eziandio quanto più pendono
a una certa soverchieria di parole o di fatti verso chi non è nè
compassionevole nè bisognoso, amico o indifferente o nemico che sia; proclivi o
facili all’ira, anche durevole; tanto più sono misericordiosi e benefici verso
gli amici o gl’indifferenti (dandosene loro l’occorrenza, e la facoltà ec. e in
questi il bisogno o l’utilità ec.), o verso i nemici stessi e gli offenditori,
vinti che sieno, o già puniti, o chiedenti scusa o perdono, o riparata che
hanno l’offesa, o anche senz’altro caduti in grave disgrazia o bisogno, ed
avviliti ec. (Tale fu Giulio Cesare come si vede in Svetonio). E il contrario
accade negli uomini di contraria qualità: [3283]il contrario, dico, si
quanto al compatire o beneficare chi che sia, sì quanto al rimettere o
dimenticare le ingiurie. E di contraria qualità sono gli uomini timidi, di
maniere legate, deboli di corpo e d’animo ec. quali ho descritti a
pagg.3279-80.
(27. Agos. 1823.)
Confictito
da confingo-confictus o dal semplice fingo-fictus.
(27.
Agos. 1823.)
Fissare
o fisare, ficcare, fixar fixer, ficher, da figo-fixus. Affissare o affisare,
afficher da affigo. Conficcare da configo. ec. Forse anche fitto sust. e
affittare non d’altronde vengono che da fictus altro participio di figo,
traendo il nome dall’avviso pubblico che suole affiggere alla sua casa, o a’
cantoni della città ec. chi vuole affittare essa casa, o possessioni, terre
ec.; il quale avviso o avvisi pubblicamente affitti si chiamano in francese
affiches, da noi volgarmente affissi. Sebbene la prep. a in affittare sembra
essere espressamente aggiunta al sostantivo fitto per esprimere il dare a
fitto, come in francese affermer da ferme, e tra noi volgarmente annolare [3284]da
nolo. Veggasi per tutte le suddette voci il Gloss. se ha nulla.
(27.
Agos. 1823.)
Al detto
da me circa l’anomalo partic. arso che il Perticari crede di arsare
e non di ardere, del quale egli è pure in latino, cioè di ardeo,
arsus; si può aggiungere che la lingua italiana (ed anche le sue sorelle)
bene spesso, secondo che la lingua latina ha diversi participii d’un solo
verbo, diversi n’ha ella pure, cioè quelli stessi che ha la latina, regolari o
irregolari che siano quanto all’analogia latina o italiana. P.e. da figofixus-fictus,
figgere-fisso, fitto. Talvolta ella ha quello che corrisponde all’analogia
italiana, e insieme quello che il verbo ha nel latino, sia regolare participio
o anomalo in esso latino. Del che ho detto altrove. Talvolta ec. ec.
(27.
Agosto. 1823.)
La
lingua greca, secondo che si può vedere a pagg.2774-2777, e più largamente e
distintamente per capi presso i grammatici, ebbe in costume di alterare
notabilmente le sue radici,
p.e. i temi de’ suoi verbi, anche fuori affatto dei casi di derivazione e di
composizione, e senza punto alterarne il significato, ma [3285]semplicemente
la forma estrinseca e gli elementi del vocabolo. Onde i verbi in v li trasmutavano in verbi in mi; dei temi ad altri aggiungevano le
lettere an, e
li facevano terminare in anv, ad altri ain, e li terminavano in ainv, ad altri sk e li finivano in skv (ma questi non erano sempre alterati dal tema, ma da un altro tempo del
verbo: v. i Grammatici), ad altri duplicavano la prima consonante, interponendo
una vocale, come l’iota (pipr‹skv), ec. Spesso si mutava la
desinenza, volgendola in Ûzv ec. senza mutazione di significato: nemes‹v-nemesÛzv, b‹ptv-baptÛzv ec. ec. E di questi verbi e temi
così alterati materialmente senz’alcun’alterazione di significato, altri
restarono soli, venendo a mancare il tema o verbo primitivo e incorrotto, altri
restarono insieme con questo, altri insieme con altri verbi fatti per tali
alterazioni dal medesimo tema ec. ec. Ed altri interi, altri difettivi,
suppliti dal verbo primitivo in molte voci, anomali, regolari ec. ec. del che
vedi i Grammatici. E queste alterazioni de’ verbi primitivi e de’ temi (e così
dell’altre radici), alterazioni affatto diverse distinte e indipendenti dalla
derivazione e dalla composizione, che anche nelle altre lingue hanno luogo;
alterazioni che per niun conto influivano nè modificavano il significato (come
influisce e modifica, o suole per lo più e regolarmente fare, la composizione e
la derivazione), non furono [3286]già nella lingua greca quasi casuali,
rare, fuor di regola e di costume e d’ordine, quasi anomalie, aberrazioni, non
proprie della lingua, ma frequentissime, ordinarie, usitate, abituali, e
regolari, ossia fatte per regola, come apparisce dal gran numero di temi e
verbi che si trovano alterati in questo o quello de’ suddetti modi e degli
altri che si potrebbero dire; onde i grammatici distinguono siffatte
alterazioni o modificazioni affatto materiali in molti diversi generi, e sotto
ciascun genere radunano un gran numero di verbi o temi, in quella tal guisa
uniformemente alterati dal primo loro essere. Questa tal sorta di alterazione,
questo modo di alterare le voci, indipendente e diverso affatto dal derivare e
dal comporre, e del tutto scompagnato dalla mutazione o pur modificazione di
senso, non si trova punto nel latino; certo non vi si trova per costume nè per
regola, nè d’assai così frequente, nè così vario ec. Perlochè anche di qui si
faccia ragione quanto più nel greco che nel latino sia difficile il
rintracciare le origini, l’antichità, il primitivo o l’antico stato delle voci
e della lingua e della [3287]grammatica, le radici, l’etimologie ec. Massime
considerando che detta materialissima alterazione si fa non mica in uno o in
due, ma in molti diversissimi modi, tutti però frequentatissimi e usitatissimi;
che moltissimi verbi o vocaboli così alterati hanno mandato in disuso i non
alterati ec. che naturalmente moltissimi verbi così alterati, essendo perduti
quelli della primitiva forma, saranno da noi creduti aver la forma primitiva, e
pigliati per radici, quando non saranno che alterazioni di queste, più o men
lontane, mediate o immediate, maggiori o minori ec. ec.
Usa ancora la lingua greca
alcune derivazioni di voci, p.e. di verbi, che nulla però cambiano il
significato, e il non cambiarlo non è in esse anomalia, o cosa non ordinaria,
come lo sarebbe in latino, ma ordinaria e regolare. Voglio dir p.e. di quella
maniera siracusana di formare dal perfetto de’ temi un nuovo verbo, come da t¡Jnhka di Jn‹v fare teJn®kv, da §sthka di st‹v, ¥st®ka, da p¡fuka di fæv, p¡fækv (e questa
maniera, con siffatti verbi, sono ricevuti massime da’ poeti, ma anche da’
prosatori greci, generalmente); e di quell’altra maniera greca di fare dal
futuro primo de’ temi un nuovo verbo, aggiungendoci il k, come da trÅv (inusitato) - trÅsv, trÅskv inusitato onde tÛtrvskv. (V. i Gram. se però è vera questa maniera, e non piuttosto
si fa p.e. trÅskv dal tema stesso, cioè trÅv, interpostovi sk,
come da ázv, iz‹nv, interposto [3288]l’an ec. ec.). Queste e tali altre molte derivazioni senza
cambiamenti di significato, che perciò appunto hanno contribuito sommamente a
perdere e distruggere le voci originarie, e contribuiscono a nasconderle, e
renderne difficile l’investigazione, e confondere l’erudito, e dividere i
gramatici in cento diversi sistemi e opinioni, sì circa le regole più o men
generali, sì circa le particolari etimologie ec. ec.; non hanno luogo nella
lingua latina, o certo assai meno senza confronto ec. ec.
(27. Agos. 1823.)
Ajouter quasi adjunctare, aggiuntare,
spagn. juntar, da adiungere. Anche il nostro giuntare è da
iungere. V. la Crusca in Giugnere §.7 e il Gloss. in iunctare,
adiunctare ec. se ha nulla.
(28. Agosto. 1823.)
Succenseo è verbo, secondo me,
indubitatamente formato dal participio in us d’altro verbo, cioè di succendo.
(V. anche il Forcell. in Censeo fine.) Ma oltre al non essere della
prima maniera, ei non solo non è di senso continuativo, ma è neutro nel mentre
che succendo è attivo. Onde nulla ha che fare colla nostra teoria: se
non ch’è notabile, come fatto da un participio passivo, della qual formazione [3289]non
mi ricordo adesso altro esempio che sia fuori del numero de’ nostri
continuativi e frequentativi.
(28. Agos. 1823.)
Fator aris da for-aris-fatus.
Verbo da porsi insieme
con dato as, nato as, e s’altro ve n’ha (fatti tutti da un tema
monosillabo.), dove l’a del participio in atus, non si muti,
nella formazione del continuativo, in i.
(28.
Agosto 1823.)
Alla
p.3246. Fatigo as da ago is (v. Forcell.) se questa etimologia è
vera. (Noi abbiamo fatica, volgarmente fatiga, franc. fatigue,
spagn. fatiga. Che questa sia la radice di tal verbo? Certo ella è voce
commune a tutte tre le lingue figlie. Ma in tal caso dovrebb’ella esserlo
ancora di fatisco per venir meno? il che non parrebbe probabile.
V. il Gloss. se ha nulla). Ago ha dal participio actus il
frequentativo actito, e dall’antico e regolare agitus l’usitato
continuativo o frequentativo agito. Non so se mitigo as possa
aver nulla che fare con questo discorso.
(28.
Agos. 1823.)
Sogliono
le opere umane servire di modello successivamente l’une all’altre, e così
appoco [appoco] perfezionandosi il genere, e ciascuna opera, o le più [3290]d’esse
riuscendo migliori de’ loro modelli fino all’intero perfezionamento, il primo
modello apparire ed essere nel suo genere la più imperfetta opera di tutte l’altre,
per infino alla decadenza e corruzione d’esso genere, che suole altresì
ordinariamente succedere all’ultima sua perfezione. Non così nell’epopea; ma
per lo contrario il primo poema epico, cioè l’Iliade che fu modello di tutti
gli altri, si trova essere il più perfetto di tutti. Più perfetto dico nel modo
che ho dimostrato parlando della vera idea del poema epico p.3095-3169. Secondo
le quali osservazioni da me fatte si può anzi dire che siccome l’ultima
perfezione dell’epopea (almen quanto all’insieme e all’idea della medesima) si
trova nel primo poema epico che si conosca, così la decadenza e corruzione di
questo genere incominciò non più tardi che subito dopo il primo poema epico a
noi noto. Similmente negli altri generi di poesia, per lo più, i migliori e più
perfetti modelli ed opere sono le più antiche, o assolutamente parlando, o
relativamente alle nazioni e letterature particolari, [3291]come tra noi
la Commedia di Dante è nel suo genere, siccome la prima, così anche la migliore
opera.
(28.
Agosto. 1823.)
Alla
p.3282. Bisogna distinguere tra egoismo e amor proprio. Il primo non è che una
specie del secondo. L’egoismo è quando l’uomo ripone il suo amor proprio in non
pensare che a se stesso, non operare che per se stesso immediatamente,
rigettando l’operare per altrui con intenzione lontana e non ben distinta dall’operante,
ma reale, saldissima e continua, d’indirizzare quelle medesime operazioni a se
stesso come ad ultimo ed unico vero fine, il che l’amor proprio può ben fare, e
fa. Ho detto altrove che l’amor proprio è tanto maggiore nell’uomo quanto in
esso è maggiore la vita o la vitalità, e questa è tanto maggiore quanto è
maggiore la forza e l’attività dell’animo, e del corpo ancora. Ma questo, ch’è
verissimo dell’amor proprio, non è nè si deve intendere dell’egoismo.
Altrimenti i vecchi, i moderni, gli uomini poco sensibili e poco immaginosi
sarebbero meno egoisti dei fanciulli e dei giovani, degli antichi, degli uomini
sensibili e di forte immaginazione. [3292]Il che si trova essere appunto
in contrario. Ma non già quanto all’amor proprio. Perocchè l’amor proprio è
veramente maggiore assai ne’ fanciulli e ne’ giovani che ne’ maturi e ne’
vecchi, maggiore negli uomini sensibili e immaginosi che ne’ torpidi.
I fanciulli, i giovani, gli uomini sensibili sono assai più teneri di se stessi
che nol sono i loro contrarii. Nella stessa guisa discorrasi dei deboli
rispetto ai forti e simili. Così generalmente furono gli antichi rispetto ai
moderni, e i selvaggi rispetto ai civili, perchè più forti di corpo, più forti
ed attivi e vivaci d’animo e d’immaginazione (sì per le circostanze fisiche, sì
per le morali), meno disingannati, e insomma maggiormente e più intensamente
viventi. (Dal che seguirebbe che gli antichi fossero stati più infelici
generalmente de’ moderni, secondo che la infelicità è in proporzion diretta del
maggiore amor proprio, come altrove ho mostrato: ma l’occupazione e l’uso delle
proprie forze, la distrazione e simili cose, essendo state infinitamente
maggiori in antico che oggidì; e il maggior grado di vita esteriore essendo
stato anticamente più che in [3293]proporzione del maggior grado di vita
interiore, resta, come ho in mille luoghi provato, che gli antichi fossero anzi
mille volte meno infelici de’ moderni: e similmente ragionisi de’ selvaggi e de’
civili: non così de’ giovani e de’ vecchi oggidì, perchè a’ giovani
presentemente è interdetto il sufficiente uso delle proprie forze, e la vita
esterna, della quale tanto ha quasi il vecchio oggidì quanto il giovane; per la
quale e per l’altre cagioni da me in più luoghi accennate, maggiore
presentemente è l’infelicità del giovane che del vecchio, come pure altrove ho
conchiuso).
Il
sacrifizio di se stesso e dell’amor proprio, qualunque sia questo sacrifizio,
non potendo esser fatto (come niun’altra opera umana) se non dall’amor proprio
medesimo, e d’altronde essendo opera straordinaria, sopra natura, e più che
animale (certo in niuno altro animale o ente non se ne vede esempio, se non
nell’uomo), anzi più ancora che umana, ha bisogno di una grandissima e
straordinaria forza e abbondanza di amor proprio. Quindi è che dove
maggiormente [3294]abbonda l’amor proprio, e dov’egli ha maggior forza,
quivi più frequenti e maggiori siano i sacrifizi di se stesso, la compassione,
l’abito, l’inclinazione, e gli atti di beneficenza. (Vedi a questo proposito le
pagine 3107-9, 3117-19, 3153-4, 3167-9.). Ond’è che tutto questo debba trovarsi
e si trovi infatti maggiore e più frequente ne’ giovani, negli antichi, negli
uomini sensibili e d’animo vivo, e finalmente negli uomini, i quali hanno,
generalmente parlando, maggior quantità e forza d’amor proprio e minore d’egoismo;
di quello che ne’ maturi e ne’ vecchi, ne’ moderni (eccetto quanto alla
compassione, come ho detto ne’ luoghi qui sopra citati, perchè gli antichi non
si sacrificavano che principalmente per la patria), ne’ torpidi e insensibili e
duri e d’animo tardo e morto, e per fine nelle donne; i quali in genere hanno
maggior quantità e forza d’egoismo, e minore d’amor proprio.
Restringendo
il discorso conchiudo in primo luogo, tanto esser lungi che l’egoismo sia in
proporzion diretta dell’amor proprio, ch’egli [3295]n’è anzi in
proporzione inversa; egli è segno ed effetto o della scarsezza e languidezza
primitiva, o dello scemamento e affievolimento dell’amor proprio; egli abbonda
maggiormente ed è maggiore ne’ secoli, ne’ popoli, nel sesso, negl’individui e
nelle età di questi, in che la vita è minore, e quindi l’amor proprio più
scarso, più debole e freddo.
Conchiudo
in secondo luogo che i vecchi e maturi, i moderni, gl’insensibili, le donne
hanno maggiore egoismo e minore e men vivo amor proprio che i fanciulli e i
giovani, gli antichi, i sensibili, gli uomini (perocchè quelli hanno men vita o
vitalità, e l’egoismo è qualità o passione morta, ossia men vitale che si
possa).
E che per questa cagione sono naturalmente e men disposti e meno soliti di
sacrificarsi per chi o per che che sia, di compatire efficacemente o
inefficacemente, di beneficare, di adoperarsi per altrui: il che si vede
effettivamente essere, e non può negarsi. (Altrettanto dicasi dei deboli e dei
forti, degl’infelici abitualmente e degli abitualmente fortunati, e simili;
tutte qualità [3296]alle quali corrisponde e dalle quali nasce in questi
maggiore, in quelli minore vitalità, ed abito di maggiore o minore attività e
vita).
Se non
che potrà farsi un’eccezione in favor delle donne quanto alla compassione,
massime inefficace. Perocchè a questa, come s’è detto ne’ luoghi citati qui
dietro (p.3294.), si richiede o giova, non solo la maggior vita, e quindi la
maggior quantità e forza dell’amor proprio, ma eziandio la maggiore
raffinatezza e delicatezza d’esso amor proprio e dell’animo: nelle quali
proprietà le donne sono forse, o certo son riputate essere, superiori
generalmente, e in parità di circostanze, agli uomini. E così pure discorrasi
de’ moderni rispetto agli antichi. In tutto ciò che nella compassione o nella
beneficenza richiede piuttosto delicatezza o più delicatezza, finezza, e quasi
abilità ed artifizio d’amor proprio, che vivacità, energia, forza e copia del
medesimo, e che abbondanza ed intensità di vita; in tutto ciò, dico, e in
quello che ad esso appartiene, le donne, i moderni e quelli che nelle predette
qualità di delicatezza sono loro analoghi, [3297]superano,
ordinariamente parlando, gli uomini, gli antichi, i selvaggi, i villani e così
discorrendo. Conforme appunto alle cose dette nelle succitate pagine.
Ond’è
che le donne in quanto più deboli e bisognose d’altrui, sieno meno
misericordiose e benefiche degli uomini; in quanto di corpo e d’animo più
delicate, al contrario. Ma in ciò quelle qualità, cioè la debolezza e il
bisogno, credo che ordinariamente prevagliano e sieno di maggiore e più
notabile effetto che queste, cioè la delicatezza e simili. Onde, tutto insieme
compensato, le donne sieno in verità, generalmente e per natura, più egoiste, e
quindi meno misericordiose (massime in quanto alla compassione efficace) e meno
benefiche degli uomini. Perocchè molto maggior parte ha nella beneficenza,
nella disposizione e nell’atto del sacrificar se stesso, e nell’esclusione dell’egoismo,
l’intensità, la forza, l’abbondanza della vita, e quindi dell’amor proprio, che
la delicatezza e raffinatezza dell’animo disgiunte dalla forza ed energia ed
attività ed interna vivace vita del medesimo. E ciò non pur negli uomini rispetto
[3298]alle donne, ma generalmente in chi che sia, rispetto a chi che
sia..
(28.
Agos. 1823.). V. p.3314.