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Scena
prima.
L'Ora prima e il Sole
Ora prima. Buon giorno, Eccellenza.
Sole. Sì: anzi buona notte.
Ora prima. I cavalli sono in ordine.
Sole. Bene.
Ora prima. La diana è venuta fuori da un pezzo.
Sole. Bene: venga o vada a suo agio.
Ora prima. Che intende di dire vostra Eccellenza?
Sole. Intendo che tu mi lasci stare.
Ora prima. Ma, Eccellenza, la notte già è durata tanto, che non può
durare più; e se noi c'indugiassimo, vegga, Eccellenza, che poi non nascesse
qualche disordine.
Sole. Nasca quello che vuole, che io non mi muovo.
Ora prima. Oh, Eccellenza, che è cotesto? si sentirebbe ella male?
Sole. No no, io non mi sento nulla; se non che io non mi voglio muovere:
e però tu te ne andrai per le tue faccende.
Ora prima. Come debbo io andare se non viene ella, ché io sono la prima
Ora del giorno? e il giorno come può essere, se vostra Eccellenza non si degna,
come è solita, di uscir fuori?
Sole. Se non sarai del giorno, sarai della notte; ovvero le Ore della
notte faranno l'uffizio doppio, e tu e le tue compagne starete in ozio. Perché,
sai che è? io sono stanco di questo continuo andare attorno per far lume a
quattro animaluzzi, che vivono In su un pugno di fango, tanto piccino, che io,
che ho buona vista, non lo arrivo a vedere: e questa notte ho fermato di non
volere altra fatica per questo; e che se gli uomini vogliono veder lume, che
tengano i loro fuochi accesi, o proveggano in altro modo.
Ora prima. E che modo, Eccellenza, vuole ella che ci trovino i poverini?
E a dover poi mantenere le loro lucerne, o provvedere tante candele che ardano
tutto lo spazio del giorno, sarà una spesa eccessiva. Che se fosse già
ritrovato di fare quella certa aria da servire per ardere, e per illuminare le
strade, le camere, le botteghe, le cantine e ogni cosa, e il tutto con poco
dispendio; allora direi che il caso fosse manco male. Ma il fatto è che ci
avranno a passare ancora trecento anni, poco più o meno, prima che gli uomini
ritrovino quel rimedio: e intanto verrà loro manco l'olio e la cera e la pece e
il sego; e non avranno più che ardere.
Sole. Andranno a caccia delle lucciole, e di quei vermicciuoli che
splendono.
Ora prima. E al freddo come provvederanno? che senza quell'aiuto che
avevano da vostra Eccellenza, non basterà il fuoco di tutte le selve a
riscaldarli. Oltre che si morranno anco dalla fame: perché la terra non porterà
più i suoi frutti. E così, in capo a pochi anni, si perderà il seme di quei
poveri animali: che quando saranno andati un pezzo qua e là per la Terra, a
tastone, cercando di che vivere e di che riscaldarsi; finalmente, consumata
ogni cosa che si possa ingoiare, e spenta l'ultima scintilla di fuoco, se ne
morranno tutti al buio, ghiacciati come pezzi di cristallo di roccia.
Sole. Che importa cotesto a me? che, sono io la balia del genere umano;
o forse il cuoco, che gli abbia da stagionare e da apprestare i cibi? e che mi
debbo io curare se certa poca quantità di creaturine invisibili, lontane da me
i milioni delle miglia, non veggono, e non possono reggere al freddo, senza la
luce mia? E poi, se io debbo anco servir, come dire, di stufa o di focolare a
questa famiglia umana, è ragionevole, che volendo la famiglia scaldarsi, venga
essa intorno del focolare, e non che il focolare vada dintorno alla casa. Per
questo, se alla Terra fa di bisogno della presenza mia, cammini ella e adoprisi
per averla: che io per me non ho bisogno di cosa alcuna dalla Terra, perché io
cerchi di lei.
Ora prima. Vostra Eccellenza vuol dire, se io intendo bene, che quello
che per lo passato ha fatto ella, ora faccia la Terra.
Sole. Sì: ora, e per l'innanzi sempre.
Ora prima. Certo che vostra Eccellenza ha buona ragione in questo: oltre
che ella può fare di sé a suo modo. Ma pure contuttociò, si degni, Eccellenza,
di considerare quante cose belle è necessario che sieno mandate a male, volendo
stabilire questo nuovo ordine. Il giorno non avrà più il suo bel carro dorato,
co' suoi bei cavalli, che si lavavano alla marina: e per lasciare le altre
particolarità, noi altre povere Ore non avremo più luogo in cielo, e di
fanciulle celesti diventeremo terrene; se però, come io aspetto, non ci risolveremo
piuttosto in fumo. Ma sia di questa parte come si voglia: il punto sarà
persuadere alla Terra di andare attorno; che ha da esser difficile pure assai:
perch'ella non ci è usata; e le dee parere strano di aver poi sempre a correre
e affaticarsi tanto, non avendo mai dato un crollo da quel suo luogo insino a
ora. E se vostra Eccellenza adesso, per quel che pare, comincia a porgere un
poco di orecchio alla pigrizia; io odo che la Terra non sia mica più inclinata
alla fatica oggi che in altri tempi.
Sole. Il bisogno, in questa cosa, la pungerà, e la farà balzare e
correre quanto convenga. Ma in ogni modo, qui la via più spedita e la più
sicura è di trovare un poeta ovvero un filosofo che persuada alla Terra di
muoversi, o che quando altrimenti non la possa indurre, la faccia andar via per
forza. Perché finalmente il più di questa faccenda è in mano dei filosofi e dei
poeti; anzi essi ci possono quasi il tutto. I poeti sono stati quelli che per
l'addietro (perch'io era più giovane, e dava loro orecchio), con quelle belle
canzoni, mi hanno fatto fare di buona voglia, come per un diporto, o per un
esercizio onorevole, quella sciocchissima fatica di correre alla disperata,
così grande e grosso come io sono, intorno a un granellino di sabbia. Ma ora
che io sono maturo di tempo, e che mi sono voltato alla filosofia, cerco in
ogni cosa l'utilità, e non il bello; e i sentimenti dei poeti, se non mi
muovono lo stomaco, mi fanno ridere. Voglio, per fare una cosa, averne buone
ragioni, e che sieno di sostanza: e perché io non trovo nessuna ragione di
anteporre alla vita oziosa e agiata la vita attiva; la quale non ti potria dar
frutto che pagasse il travaglio, anzi solamente il pensiero (non essendoci al
mondo un frutto che vaglia due soldi); perciò sono deliberato di lasciare le
fatiche e i disagi agli altri, e io per la parte mia vivere in casa quieto e
senza faccende. Questa mutazione in me, come ti ho detto, oltre a quel che ci
ha cooperato l'età, l'hanno fatta i filosofi; gente che in questi tempi è
cominciata a montare in potenza, e monta ogni giorno più. Sicché, volendo fare
adesso che la Terra si muova, e che diasi a correre attorno in vece mia; per
una parte veramente sarebbe a proposito un poeta più che un filosofo: perché i
poeti, ora con una fola, ora con un'altra, dando ad intendere che le cose del
mondo sieno di valuta e di peso, e che sieno piacevoli e belle molto, e creando
mille speranze allegre, spesso invogliano gli altri di faticare; e i filosofi
gli svogliano. Ma dall'altra parte, perché i filosofi sono cominciati a stare
al di sopra, io dubito che un poeta non sarebbe ascoltato oggi dalla Terra, più
di quello che fossi per ascoltarlo io; o che, quando fosse ascoltato, non
farebbe effetto. E però sarà il meglio che noi ricorriamo a un filosofo: che se
bene i filosofi ordinariamente sono poco atti, e meno inclinati, a muovere
altri ad operare; tuttavia può essere che in questo caso così estremo, venga
loro fatta cosa contraria al loro usato. Eccetto se la Terra non giudicherà che
le sia più espediente di andarsene a perdizione, che avere a travagliarsi
tanto: che io non direi però che ella avesse il torto: basta, noi vedremo
quello che succederà. Dunque tu farai una cosa: tu te n'andrai là in Terra; o
pure vi manderai l'una delle tue compagne, quella che tu vorrai: e se ella
troverà qualcuno di quei filosofi che stia fuori di casa al fresco, speculando
il cielo e le stelle; come ragionevolmente ne dovrà trovare, per la novità di
questa notte così lunga; ella senza più, levatolo su di peso, se lo gitterà in
sul dosso; e così torni, e me lo rechi insin qua: che io vedrò di disporlo a
fare quello che occorre. Hai tu inteso bene?
Ora prima. Eccellenza sì. Sarà servita.
Scena
seconda
Copernico in sul terrazzo di casa sua, guardando in cielo a
levante, per mezzo d'un cannoncello di carta; perché non erano ancora inventati
i cannocchiali.
Gran cosa è questa. O che tutti
gli oriuoli fallano, o il sole dovrebbe esser levato già è più di un'ora: e qui
non si vede né pure un barlume in oriente; con tutto che il cielo sia chiaro e
terso come uno specchio. Tutte le stelle risplendono come fosse la mezza notte.
Vattene ora all'Almagesto o al Sacrobosco, e dì che ti assegnino la cagione di
questo caso. Io ho udito dire più volte della notte che Giove passò colla moglie
d'Anfitrione: e così mi ricordo aver letto poco fa in un libro moderno di uno
Spagnuolo, che i Peruviani raccontano che una volta, in antico, fu nel paese
loro una notte lunghissima, anzi sterminata; e che alla fine il sole uscì fuori
da un certo lago, che chiamano di Titicaca. Ma insino a qui ho pensato che
queste tali, non fossero se non ciance; e io l'ho tenuto per fermo; come fanno
tutti gli uomini ragionevoli. Ora che io m'avveggo che la ragione e la scienza
non rilevano, a dir proprio, un'acca; mi risolvo a credere che queste e simili
cose possano esser vere verissime: anzi io sono per andare a tutti i laghi e a
tutti i pantani che io potrò, e vedere se io m'abbattessi a pescare il sole. Ma
che è questo rombo che io sento, che par come delle ali di uno uccello grande?
Scena
terza
L'Ora ultima e Copernico
Ora ultima. Copernico, io sono l'Ora ultima.
Copernico. L'ora ultima? Bene: qui bisogna adattarsi. Solo, se si può,
dammi tanto di spazio, che io possa far testamento, e dare ordine a' fatti
miei, prima di morire.
Ora ultima. Che morire? io non sono già l'ora ultima della vita.
Copernico. Oh, che sei tu dunque? l'ultima ora dell'ufficio del
breviario?
Ora ultima. Credo bene io, che cotesta ti sia più cara che l'altre,
quando tu ti ritrovi in coro.
Copernico. Ma come sai tu cotesto, che io sono canonico? E come mi
conosci tu? che anche mi hai chiamato dianzi per nome.
Ora ultima. Io ho preso informazione dell'esser tuo da certi ch'erano
qua sotto, nella strada. In breve, io sono l'ultima ora del giorno.
Copernico. Ah, io ho inteso: la prima Ora è malata; e da questo e che il
giorno non si vede ancora.
Ora ultima. Lasciami dire. Il giorno non è per aver luogo più, né oggi
né domani né poi, se tu non provvedi.
Copernico. Buono sarebbe cotesto; che toccasse a me il carico di fare il
giorno.
Ora ultima. Io ti dirò il come. Ma la prima cosa, è di necessità che tu
venga meco senza indugio a casa del Sole, mio padrone. Tu intenderai ora il
resto per via; e parte ti sarà detto da sua Eccellenza, quando noi saremo
arrivati.
Copernico. Bene sta ogni cosa. Ma il cammino, se però io non m'inganno,
dovrebbe esser lungo assai. E come potrò io portare tanta provvisione che mi
basti a non morire affamato qualche anno prima di arrivare? Aggiungi che le
terre di sua Eccellenza non credo io che producano di che apparecchiarmi
solamente una colazione.
Ora ultima. Lascia andare cotesti dubbi. Tu non avrai a star molto in
casa del Sole; e il viaggio si farà in un attimo; perché io sono uno spirito,
se tu non sai.
Copernico. Ma io sono un corpo.
Ora ultima. Ben bene: tu non ti hai da impacciare di cotesti discorsi,
che tu non sei già un filosofo metafisico. Vien qua: montami in sulle spalle; e
lascia fare a me il resto.
Copernico. Orsù: ecco fatto. Vediamo a che sa riuscire questa novità.
Scena
quarta
Copernico e il Sole
Copernico. Illustrissimo Signore.
Sole. Perdona, Copernico, se io non ti fo sedere; perché qua non si
usano sedie. Ma noi ci spacceremo tosto. Tu hai già inteso il negozio dalla mia
fante. Io dalla parte mia, per quel che la fanciulla mi riferisce della tua
qualità, trovo che tu sei molto a proposito per l'effetto che si ricerca.
Copernico. Signore, io veggo in questo negozio molte difficoltà.
Sole. Le difficoltà non debbono spaventare un uomo della tua sorte. Anzi
si dice che elle accrescono animo all'animoso. Ma quali sono poi, alla fine,
coteste difficoltà?
Copernico Primieramente, per grande che sia la potenza della filosofia,
non mi assicuro che ella sia grande tanto, da persuadere alla Terra di darsi a
correre, in cambio di stare a sedere agiatamente; e darsi ad affaticare, in
vece di stare in ozio: massime a questi tempi; che non sono già i tempi eroici.
Sole. E se tu non la potrai persuadere, tu la sforzerai.
Copernico. Volentieri, illustrissimo, se io fossi un Ercole, o pure
almanco un Orlando; e non un canonico di Varmia.
Sole. Che fa cotesto al caso? Non si racconta egli di un vostro
matematico antico, il quale diceva che se gli fosse dato un luogo fuori del
mondo, che stando egli in quello, si fidava di smuovere il cielo e la terra? Or
tu non hai a smuovere il cielo; ed ecco che ti ritrovi in un luogo che è fuor
della Terra. Dunque, se tu non sei da meno di quell'antico, non dee mancare che
tu non la possa muovere, voglia essa o non voglia.
Copernico. Signor mio, cotesto si potrebbe fare: ma ci si richiederebbe
una leva; la quale vorrebbe essere tanto lunga, che non solo io, ma vostra
signoria illustrissima, quantunque ella sia ricca, non ha però tanto che
bastasse a mezza la spesa della materia per farla, e della fattura. Un'altra
difficoltà più grave è questa che io vi dirò adesso; anzi egli è come un groppo
di difficoltà. La Terra insino a oggi ha tenuto la prima sede del mondo, che è
a dire il mezzo; e (come voi sapete) stando ella immobile, e senza altro affare
che guardarsi all'intorno, tutti gli altri globi dell'universo, non meno i più
grandi che i più piccoli, e così gli splendenti come gli oscuri, le sono iti
rotolandosi di sopra e di sotto e ai lati continuamente; con una fretta, una
faccenda, una furia da sbalordirsi a pensarla. E così, dimostrando tutte le
cose di essere occupate in servizio suo, pareva che l'universo fosse a
somiglianza di una corte; nella quale la Terra sedesse come in un trono; e gli
altri globi dintorno, in modo di cortigiani, di guardie, di servitori,
attendessero chi ad un ministero e chi a un altro. Sicché, in effetto, la Terra
si è creduta sempre di essere imperatrice del mondo: e per verità, stando così
le cose come sono state per l'addietro, non si può mica dire che ella
discorresse male; anzi io non negherei che quel suo concetto non fosse molto
fondato. Che vi dirò poi degli uomini? che riputandoci (come ci riputeremo
sempre) più che primi e più che principalissimi tra le creature terrestri;
ciascheduno di noi se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un
cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno
imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della metà della
Terra, come erano gl'imperatori romani, ma un imperatore dell'universo; un
imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e
causa finale delle stelle, dei pianeti, di vostra signoria illustrissima, e di
tutte le cose. Ma ora se noi vogliamo che la Terra si parta da quel suo luogo
di mezzo; se facciamo che ella corra, che ella si voltoli, che ella si affanni
di continuo, che eseguisca quel tanto, né più né meno, che si è fatto di qui
addietro dagli altri globi; in fine, che ella divenga del numero dei pianeti;
questo porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno
sgomberare il trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro
cenci, e colle loro miserie, che non sono poche.
Sole. Che vuol conchiudere in somma con cotesto discorso il mio don
Niccola? Forse ha scrupolo di coscienza, che il fatto non sia un crimenlese?
Copernico. No, illustrissimo; perché né i codici, né il digesto, né i
libri che trattano del diritto pubblico, né del diritto dell'Imperio, né di
quel delle genti, o di quello della natura, non fanno menzione di questo
crimenlese, che io mi ricordi. Ma voglio dire in sostanza, che il fatto nostro
non sarà così semplicemente materiale, come pare a prima vista che debba
essere; e che gli effetti suoi non apparterranno alla fisica solamente: perché
esso sconvolgerà i gradi delle dignità delle cose, e l'ordine degli enti;
scambierà i fini delle creature; e per tanto farà un grandissimo rivolgimento
anche nella metafisica, anzi in tutto quello che tocca alla parte speculativa
del sapere. E ne risulterà che gli uomini, se pur sapranno o vorranno
discorrere sanamente, si troveranno essere tutt'altra roba da quello che sono
stati fin qui, o che si hanno immaginato di essere.
Sole. Figliuol mio, coteste cose non mi fanno punto paura: ché tanto
rispetto io porto alla metafisica, quanto alla fisica, e quanto anche
all'alchimia, o alla negromantica, se tu vuoi. E gli uomini si contenteranno di
essere quello che sono: e se questo non piacerà loro, andranno raziocinando a
rovescio, e argomentando in dispetto della evidenza delle cose; come
facilissimamente potranno fare; e in questo modo continueranno a tenersi per
quel che vorranno, o baroni o duchi o imperatori o altro di più che si
vogliano: che essi ne staranno più consolati, e a me con questi loro giudizi
non daranno un dispiacere al mondo.
Copernico. Orsù, lasciamo degli uomini e della Terra. Considerate,
illustrissimo, quel ch'è ragionevole che avvenga degli altri pianeti. Che
quando vedranno la Terra fare ogni cosa che fanno essi, e divenuta uno di loro,
non vorranno più restarsene così lisci, semplici e disadorni, così deserti e
tristi, come sono stati sempre; e che la Terra sola abbia quei tanti ornamenti:
ma vorranno ancora essi i lor fiumi, i lor mari, le loro montagne, le piante, e
fra le altre cose i loro animali e abitatori; non vedendo ragione alcuna di
dovere essere da meno della Terra in nessuna parte. Ed eccovi un altro
rivolgimento grandissimo nel mondo; e una infinità di famiglie e di popolazioni
nuove, che in un momento si vedranno venir su da tutte le bande, come funghi.
Sole. E tu le lascerai che vengano; e sieno quante sapranno essere: ché
la mia luce e il calore basterà per tutte, senza che io cresca la spesa però; e
il mondo avrà di che cibarle, vestirle, alloggiarle, trattarle largamente,
senza far debito.
Copernico. Ma pensi vostra signoria illustrissima un poco più oltre, e
vedrà nascere ancora un altro scompiglio. Che le stelle, vedendo che voi vi
siete posto a sedere, e non già su uno sgabello, ma in trono; e che avete
dintorno questa bella corte e questo popolo di pianeti; non solo vorranno
sedere ancor esse e riposarsi, ma vorranno altresì regnare: e chi ha da
regnare, ci hanno a essere i sudditi: però vorranno avere i loro pianeti, come
avrete voi; ciascuna i suoi propri. I quali pianeti nuovi, converrà che sieno
anche abitati e adorni come è la Terra. E qui non vi starò a dire del povero
genere umano, divenuto poco più che nulla già innanzi, in rispetto a questo
mondo solo; a che si ridurrà egli quando scoppieranno fuori tante migliaia di
altri mondi, in maniera che non ci sarà una minutissima stelluzza della via
lattea, che non abbia il suo. Ma considerando solamente l'interesse vostro,
dico che per insino a ora voi siete stato, se non primo nell'universo,
certamente secondo, cioè a dire dopo la Terra, e non avete avuto nessuno
uguale; atteso che le stelle non si sono ardite di pareggiarvisi: ma in questo
nuovo stato dell'universo avrete tanti uguali, quante saranno le stelle coi
loro mondi. Sicché guardate che questa mutazione che noi vogliamo fare, non sia
con pregiudizio della dignità vostra.
Sole. Non hai tu a memoria quello che disse il vostro Cesare quando
egli, andando per le Alpi, si abbatté a passare vicino a quella borgatella di
certi poveri Barbari: che gli sarebbe piaciuto più se egli fosse stato il primo
in quella borgatella, che di essere il secondo in Roma? E a me similmente
dovrebbe piacer più di esser primo in questo mondo nostro, che secondo
nell'universo. Ma non è l'ambizione quella che mi muove a voler mutare lo stato
presente delle cose: solo è l'amor della quiete, o per dir più proprio, la
pigrizia. In maniera che dell'avere uguali o non averne, e di essere nel primo
luogo o nell'ultimo, io non mi curo molto: perché, diversamente da Cicerone, ho
riguardo più all'ozio che alla dignità.
Copernico. Cotesto ozio, illustrissimo, io per la parte mia, il meglio
che io possa, m'ingegnerò di acquistarvelo. Ma dubito, anche riuscendo la
intenzione, che esso non vi durerà gran tempo. E prima, io sono quasi certo che
non passeranno molti anni, che voi sarete costretto di andarvi aggirando come
una carrucola da pozzo, o come una macina; senza mutar luogo però. Poi, sto con
qualche sospetto che pure alla fine, in termine di più o men tempo, vi convenga
anco tornare a correre: io non dico, intorno alla Terra; ma che monta a voi
questo? e forse che quello stesso aggirarvi che voi farete, servirà di
argomento per farvi anco andare. Basta, sia quello che si voglia; non ostante
ogni malagevolezza e ogni altra considerazione, se voi perseverate nel
proposito vostro, io proverò di servirvi; acciocché, se la cosa non mi verrà
fatta, voi pensiate ch'io non ho potuto, e non diciate che io sono di poco animo.
Sole. Bene sta, Copernico mio: prova.
Copernico Ci resterebbe una certa difficoltà solamente.
Sole. Via, qual è?
Copernico. Che io non vorrei, per questo fatto, essere abbruciato vivo,
a uso della fenice: perché accadendo questo, io sono sicuro di non avere a
risuscitare dalle mie ceneri come fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da
quell'ora innanzi, la faccia della signoria vostra.
Sole. Senti, Copernico: tu sai che un tempo, quando voi altri filosofi
non eravate appena nati, dico al tempo che la poesia teneva il campo, io sono
stato profeta. Voglio che adesso tu mi lasci profetare per l'ultima volta, e
che per la memoria di quella mia virtù antica, tu mi presti fede. Ti dico io
dunque che forse, dopo te ad alcuni i quali approveranno quello che tu avrai
fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra cosa simile; ma che
tu per conto di questa impresa, a quel ch'io posso conoscere, non patirai
nulla. E se tu vuoi essere più sicuro, prendi questo partito: il libro che tu
scriverai a questo proposito, dedicarlo al papa (n.58). In questo modo, ti prometto che né
anche hai da perdere il canonicato.
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