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Data e ora di inserimento: (13-03-2002, 10:30:10)

Clicca per visualizzare le immagini associateRitrovamento di un autografo inedito di

Giacomo Leopardi
In un archivio privato lombardo il prof. Alessandro Panajia ha rinvenuto un autografo inedito di Giacomo Leopardi: una lettera al fratello Carlo del 30 Aprile 1827.
L'inedito è di particolare importanza per le considerazioni espresse da Leopardi su alcune donne, in particolare Geltrude Cassi che già aveva eccitato la sua fantasia amorosa nel 1817 ispirandogli il Diario del primo amore e la coeva elegia Il primo amore. Tali considerazioni aprono certamente nuovi e interessanti orizzonti per conoscere il sentimento e la poetica di Giacomo Leopardi

L'autografo vedrà per la prima volta la luce nel libro Teresa Teja Leopardi. Storia di una 'scomoda' presenza nella famiglia del poeta (con un inedito di Giacomo Leopardi), curato da Alessandro Panajia per le Edizioni ETS.
La scoperta è stata presentata alla stampa il 12 Marzo scorso.
http://www.edizioniets.com/

Nella foto: l'On.Prof. Franco Foschi, direttore del "Centro Nazionale Studi Leopardiani" e il Prof. Alessandro Panajia presentano alla stampa l'inedito nella saletta delle Edizioni ETS.

Lettera medita di Giacomo Leopardi al fratello Carlo da Bologna in data 30 aprile 1827. Il periodo in grassetto manca nell'apografo Viani, conservato presso l'Archivio di Stato di Reggio Emilia nel fondo Carte Vìani, 225. 248-49.


Indirizzo:

Al Nobil Uomo
Sig Conte Carlo Leopardi
Recanati

Bologna 30Aprile 1827

Carluccio mio. Non posso tardar più a scriverti, bench 'io non abbia niente da dirti, se non quello che tu già sai, cioè quanto immensamente lo ti voglia bene, quanto pensi a te, quanto desiderio dite mi stia sempre nel cuore. Ho riveduto qui tutti gli amici miei, non senza piacere; ma questi sono amici, e tu sei me stesso. Cassi e Geltrude Lazzari mi domandarono di te con molto Interesse, e ti salutano: Geltrude si mantiene perfettamente, anzi è meno grassa e più florida di quando la vedemmo l'ultima volta. lì ricordi tu di quei Fogli bibllogralìci di Sonzogno In sedicesimo che venivano Insieme colla Raccolta di viaggi, e che ora stanno in una Mlscellanea di manifesti cc. In Libreria, nella colonna della Storia letteraria? In uno di quei foglietti v'è l'annunzio dell 'edizione dell 'Eneide del Caro, fatto dallo stesso Sonzogno, p. cura del Monti cc., e vi si riporta la dedicatoria al Monti, premessa a quell 'edizione, e scritta (benchè lvi non si dica) da Giordani. Vorrei che tu mi facessi il piacere
di trovare questo foglietto, e mandarmelo subito sotto fascia p. la posta: deve servire p. Brighenti, che pubblica altri due tometti del Giordail, e che non può trovare quella dedicatoria, della quale io gli ho data notizia. Dì a Paolina che Vittorina la saluta tanto; che si è fatta grande, ma non più di lei; che si è fatta bella, ma io non so dove stia questa bellezza; che sarebbe sposa di Staccoli, ma non è, perchè la madre di Staccoli non ci acconsente; che la sorella Augusta si è fatta grande e bella, e io comprendo benissimo l'uno e l'altro, ma è una bellezza tanto languida, tanto pallida, tanto sottile, che par piuttosto uno spiriio che un corpo, è proprio l'opposto della madre, e io credo che un soffio basterà a farla svanire affatto. Dì a Mamma che vidi a Imola Elia Finocchio, che venne a trovarmi alla locanda, e mi pregò dl far sapere al padre le sue notizie, cioè che sta bene, che ha moglie, e cinque o sei figli; che fa il barbiere con applauso; che è matto come prima, perchè mi parlò della nobil
tà della casa Finocchio; ma in questo non si distingue dagli altri Imolesi, che tutti sono scemi; e in fatti il cameriere della locanda mi disse che il sig Eila era un bravissimo giovane (benchè paia vecchio), e che parlava benissimo. Dì ancora a Paolina che le Brlghentl la salutano infinitamente. Addio, Carluccio mio caro, salutami tutti. Dalla lettera di Stella avrai veduto che io dovrò star qui almeno fino a Giugno, se voglio vederlo. Addio addio, ti bacio.

Nel momento in cui stavo per licenziare il volume biografico sulla tanto discussa "cognata" dl Giacomo Leopardi ho fortuitamente rinvenuto, in un Archivio Privato lombardo, un'inedita lettera del poeta delle Ricordanze.
La nuova acquisizione, qui riprodotta in fac-simile e nella integrale trascrizione, oltre a rendere nuovamente disponibile la lettera nella sua completezza, offre il ritratto fisico di due personaggi femminili, Vittoria e Augusta Lazzari, figlie della "cugina pescarese", Geltrude Cassi (1791-1853), che nel dicembre 1817 per "i lineamenti forti", "gli occhi e capelli neri, la vivacità del volto, la persona grande" turbò la tranquilla ed appartata vita del giovane Giacomo ed a lei, "dolce imago", il poeta dedicò il Diario del primo amore a cui seguì l'elegia Il primo amore.
L'inedita lettera, datata 30 aprile 1827 e destinata all'amato fratello Carlo, fu scritta a Bologna nel periodo in cui il poeta era intento nella correzione delle bozze delle Operette morali e stava terminando la Crestomazia della prosa. La missiva, nota a Prospero Viani (1812-1892), e forse mostratagli da un membro dell'entourage familiare della contessa Teresa Teja Leopardi, fu parzialmente trascritta dal bibliotecario della Riccardiana di Firenze.
Da un riscontro effettuato nella Tavola Comparativa, pubblicata in Brioschi-Landi (voi. I, p. XCIV) non risulta che Viani ne fosse a conoscenza ai momento della pubblicazione sia dell'Epistolario da lui curato nel 1849 per i tipi di Le Monnier, sia dell'Appendice, apparsa nel 1878 presso l'editore fiorentino Barbèra.
È ipotizzabile che Viani abbia visionato e trascritto la lettera posteriormente al 1878 (anno della morte di Carlo Leopardi) e ne abbia taciuto il luogo ed il nome del possessore, perché copiata tramite i buoni uffici del suo ex allievo, professor Gisberto Ferretti, genero di Teresa. A conferma di questa ipotesi si veda il severo giudizio, espresso dalla Teja, sul professore emiliano e sul suo stesso genero in una lettera del 28 agosto 1874, indirIzzata al professor Pasquale Landi e da me pubblicata in T. TEJA LEOPARDI, Lettere agli amici pisani, pp. 122-123:

Viani è capacissimo di qualunque menzogna e cose apocrife: se
fossi meno stanca le farei la storia dei suoi rapporti con Carlo che lo trattò di poi per quel che vale [...1 il quale deve averla [la canzone Per una donna malata] avuta da mio genero Ferretti suo antico alunno e degno alunno ciarlatano, di ciarlatano maestro.

L'apografo Viani, oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Reggio Emilia nell'omonimo fondo (225, 248-249), è, invece, confluito nelle successive edizioni dell'Epistolario di Leopardi a cura di Francesco Moroncini (lett. 1048), di Francesco Flora (lett. 512), di Walter Binni - Enrico Ghidetti (lett. 512) e di Franco Brioschi - Patrizia Landi (lett. 1068).
Collazionando la lettera con il testo apografo, non si riscontrano varianti.
L'autografo, delle dimensioni di cm. 20 x 26,5, contiene un periodo che Prospero Viani ritenne non opportuno trascrivere. Nelle suddette edizioni dell'Epistolario tale lacuna è indicata da tre puntini, posti tra parentesi quadra. Il brano è il seguente:

che si è fatta bella, ma io non so dove stia questa bellezza; che sarebbe sposa di Staccoli, ma non è. perché la madre di Staccoli non ci acconsente; che la sorella Augusta si è fatta grande e bella, e io comprendo benissimo l'uno e l'altro, ma è una bellezza tanto ianguida. tanto pallida, tanto sottile, che par piuttosto uno spirito che un corpo, è proprio l'opposto della madre, e io credo che un soffio basterà a farla svanire affatto.

Resta da scoprire se il passo omesso fosse ritenuto da Viani di scarsa importanza, oppure se il filologo non considerasse opportuno rendere di pubblico dominio il giudizio di Leopardi su Augusta Lazzari, morta nel manicomio di Reggio Emilia nel 1887, e sulla sorella Vittoria (consorte del forlivese Giorgio Regnoli (1797-1859), professore di Clinica Chirurgica e Medicina Operatoria nell'Ateneo pisano), entrambe viventi all'epoca delle pubblicazioni di Viani.

Firenze, 16 febbraio 2002
Alessandro Panajia
Presentazione

Dopo il giusto successo che ha segnato la comparsa delle Lettere agli amici pisani di Teresa Teja ritrovate e commentate da Alessandro Panajia, questo nuovo saggio sorprende per la ricchezza delle novità che il brillante Autore ha saputo ritrovare e commentare con tale precisione e dovizia di particolari.
Con raro equilibrio, Panajia mantiene il necessario distacco dalla "scomoda" signora.
La ricerca, condotta con meticolosa precisione, si direbbe con l'acribia del filologo, consente di conoscere per la prima volta aspetti insospettati della polemica leopardiana del tempo e delle relazioni dl Teresa TeJa con personaggi e noti letterati, come il D'Ancona, Camillo Antona Traversi, lo Zanella, la poetessa Maria Alinda Bonacci Brunamonti. Si legge tra l'altro l'inedito "Giornale" dell'Abate Dalla Vecchia, accanto al noto scritto della stessa Teresa Teja Note biografiche sopra Leopardi e la sua famiglia.
Dopo la conferma dell'eredità di tutti i manoscritti di Carlo, delle lettere edite ed Inedite che Giacomo scriveva a lui (p. 75) cresce in me e in tutti gli studiosi la speranza di poter conoscere finalmente quegli inediti che rappresentano i sempre più rari frammenti sconosciuti della vita e degli scritti di Giacomo e dei suoi fratelli.
Speriamo che Alessandro Panaria continui ancora a seguire le piste di queste carte nascoste.
Resterebbero molti interrogativi da sciogliere, forse anche sui rapporti con Paollna, ma le ultime frasi del libro di Teresa Teja, tratte dal Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie sembrerebbero non lasciare speranza, poiché dice parafrasando la Teja "nulla più avendo da replicare ai vivi, finita che ho la canzone, m accheto." Ma vien fatto di chiedersi con Il Ruysch:


"m'immagino che sarebbe un gran sollazzo a sentire quello che vi direste fra voi [mortil, se poteste parlare insieme."

Franco Foschi
Direttore del Centro Nazionale di Studi Leopardiani e del Centro Mondiale della Poesia e della Cultura
"Giacomo Leopardi" di Recanati

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