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LEOPARDI PRIMO FILOSOFO ESISTENZIALISTA ED ANTIROMANTICO (Click:1670)

CONSORZIO ICON – ITALIAN CULTURE ON THE NET
UNIVERSITÀ DI BARI, CASSINO, CATANIA, GENOVA, I.U.L.M., MILANO STATALE, NAPOLI L’ORIENTALE, PADOVA, PARMA, PAVIA, PERUGIA PER STRANIERI, PISA, ROMA LA SAPIENZA, ROMA TOR VERGATA, ROMA TRE, SALERNO, SIENA PER STRANIERI, TERAMO, TORINO, TRENTO, VENEZIA

CORSO DI LAUREA IN LINGUA E CULTURA ITALIANA PER STRANIERI

[CLASSE 5 DELLE LAUREE IN LETTERE]
LEOPARDI PRIMO FILOSOFO ESISTENZIALISTA ED ANTIROMANTICO
OVVERO
“LA GINESTRA”, IL “TRACTATUS” DI GIACOMO LEOPARDI

Relatore:
Chiarissimo Professor ALFONSO IACONO
CANDIDATO:
FRANCESCO PIRRONE
Anno Accademico 2005-2006
Indice
Introduzione…………………………………………………………………………………..pag.3
Capitolo I…..Il Vero, l’Essere, il Senso………………………………………….pag.6
Capitolo II…..Caratteristiche dell’Esistenzialismo leopardiano…….pag.12
Capitolo III….LA GINESTRA, Epigrafe……………………………………………pag.22
Capitolo IV….versi 1-36 Il paesaggio…………………………………………….pag.24
Capitolo V…..versi 37-51 Le magnifiche sorti e progressive.……….pag.27
Capitolo VI….versi 52-86: Secol superbo e sciocco………………………pag.33
Capitolo VII…versi 87-157: Social catena…………………………..………..pag.40
Capitolo VIII.versi 158-201: Piccolezza dell’uomo……………………….pag.45
Capitolo IX….versi 202-236: Non ha natura al seme / Dell'uom...pag.52
Capitolo X……versi 237-296: E l'uom d'eternità s'arroga il vanto..pag.54
Capitolo XI….versi 297-317: Morte dell'innocente………………………..pag.57
Conclusione………………………………………………………………………………….….pag.61
Bibliografia……………………………………………………………………………………….pag.65




Introduzione
Che senso può avere “arruolare” un grande classico della letteratura come Leopardi tra gli antesignani di una corrente filosofica, sia pure illustre, del XX secolo? Non si rischia di sminuire quell’universalità che è propria di ogni grande classico? Cosa potrebbe aggiungere alla comprensione di Leopardi ed alla profondità di un dibattito su Leopardi filosofo che, da più di mezzo secolo, approfondisce questo o quell’aspetto del suo pensiero, fino a concludere con Emanuele Severino, che Leopardi è “il maggior pensatore della filosofia contemporanea”? Ancora Severino dichiara:
“Avendo Nietzsche ereditato il centro del pensiero di Leopardi, si può dire che questi anticipa la sostanza del discorso nietzschiano” .
Heidegger di fronte al mistero dell’Essere ha scritto:
“La poesia penetra ogni arte, ogni disvelamento di ciò che è, nella forma del bello.” ,
ma prima di lui Leopardi aveva affermato:
"Chi non ha o non ha mai avuto immaginazione, sentimento, capacità d'entusiasmo, di eroismo, d'illusioni vive e grandi, di forti e varie passioni, chi non conosce l'immenso sistema del bello, chi non legge o non sente, o non ha mai letto o sentito i poeti, non può assolutamente essere un grande, e perfetto filosofo, anzi non sarà mai se non un dimezzato, di corta vista, di colpo d’occhio assai debole, di penetrazione scarsa, per diligente, paziente e sottile, e dialettico e matematico ch'ei possa essere."
Se allora Leopardi cessasse di essere una vetta da esplorare con gli strumenti degli addetti ai lavori e fosse riconosciuta anche nei manuali di storia della filosofia degli studenti medi l’originalità e la capacità del suo pensiero di parlare all’uomo d’oggi, non sarebbe finalmente e universalmente smentito il pregiudizio ideologico dell’idealismo, che voleva filosofia e poesia diverse per definizione? Come giustificare che a tutt’oggi quegli studenti medi in quegli stessi manuali possano trovare quei "Nuovi credenti", che Leopardi ridicolizzò, ma non quel Leopardi astronomo, scienziato naturale, filologo, linguista, filosofo, poeta e ultimo genio “rinascimentale” della cultura italiana? E’ vero infine che il pensiero di Leopardi è distribuito in mille frammenti, tra aforismi, note, pensieri, “operette” e poesie, ma è altrettanto vero che una poesia tra tutte, “LA GINESTRA”, costituisce una potente sintesi conclusiva della sua peregrinazione filosofica, peregrinazione che, analizzata e confrontata agli esistenzialisti che si sono nutriti delle sue opere, potrebbe rendere legittimo “l’arruolamento” proposto da questa tesi.
“In tutti i suoi aspetti, umili o alti che siano, l'esistenza dell'uomo è la ricerca dell'essere. La tendenza volgare al godimento e al benessere e lo slancio religioso verso Dio (per considerare gli atteggiamenti più opposti) sono ugualmente, come tutti gli altri atteggiamenti della concreta umanità, la ricerca di uno stato, cioè di una condizione o di un modo d'essere, nel quale venga garantita la realizzazione di esigenze o bisogni considerati fondamentali. L'uomo cerca in ogni caso un appagamento, un completamento, una stabilità che gli mancano. Cerca l'essere. Questa condizione è caratteristica della sua finitudine. Se egli cerca l'essere, non lo possiede, non è, lui, l' essere. Rendersi conto di questa finitudine, scrutarne a fondo la natura è il compito fondamentale dell'esistenzialismo. Ma rendersene conto o scrutarla non significa soltanto farne oggetto di speculazione ma prenderne atto e decidere di conseguenza. Qui appare chiaramente la prospettiva nuova dell'esistenzialismo. Esso esige dall'uomo impegno nella propria finitudine. Esige che nella ricerca dell'essere che costituisce la sostanza di ogni suo quotidiano o eccezionale atteggiamento, egli non dimentichi o disconosca per l'appunto questa sostanza: non dimentichi e disconosca che tale ricerca ha un senso o un fondamento solo in virtù della sua limitazione costitutiva, solo in virtù della sua insufficienza ed instabilità e che pertanto ogni passo in quella ricerca non fa che consolidarlo nella finitudine della sua natura.”
Alla luce di queste considerazioni di Abbagnano seguiamo Leopardi nella sua ricerca esistenziale, che ripercorre il cammino filosofico dall’antichità classica ricercando il Vero, l’Essere ed il Senso della vita. Utilizza gli strumenti del razionalismo settecentesco, ma è anche figlio del nichilismo cristiano, mirabilmente espresso dai Pensieri di Pascal:
“Quando considero la piccola durata della mia vita inghiottita nell'eternità che la precede e che la segue, il piccolo spazio che occupo ed anche quello che vedo perduto nell'infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, mi atterrisco e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che altrove, perché io sia oggi piuttosto che allora".
"L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua bastano ad ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di quel che l’uccide, perché sa di morire ed è conscio della superiorità che l’universo ha su di lui; l’universo non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità consiste, dunque, nel pensiero."
Non si può non dare il giusto peso al fatto che il suo pensiero si iscrive temporalmente tra Pascal e Kierkegaard, due pensatori inattuali, come lo fu Leopardi. Pascal che aveva espresso in modo mirabile la nullità e la grandezza umana e che, malgrado il personale altissimo livello scientifico, aveva respinto ogni semplificazione meccanicistica propria della sua epoca. Pascal che aveva elaborato la celeberrima contrapposizione tra spirito di geometria (la ragione cartesiana) e spirito di finezza (la capacità di cogliere le varie sfumature della realtà), distinzione di cui si servirà anche Leopardi ascrivendo alla ragione lo spirito di geometria e alla poesia lo spirito di finezza. Pascal che per primo con la famosa scommessa su Dio, pose il problema della scelta esistenziale. Pascal, che Leopardi conosceva così bene da potersi permettere, come risulta alla pagina 4416 dello Zibaldone, di scoprire nei suoi pensieri una similitudine tratta dagli Essais di Montaigne. Kierkegaard vissuto tra il 1813 e il 1855, quasi contemporaneo di Leopardi, la cui filosofia elaborò i concetti di possibilità, di scelta, di alternativa e di esistenza che furono fatti propri da tutte le correnti dell’esistenzialismo. Kierkegaard che in nome del “singolo” si oppose, come Leopardi, all’universalità impersonale dell’idealismo. E’ strano però che mentre Kierkegaard, che amava definirsi un poeta-dialettico, è stato sempre considerato una delle radici dell’albero esistenzialista, non è stato considerato come merita il poeta-filosofo Leopardi, che filosofo oltre che poeta e pienamente filosofo anche nelle sue poesie ha sempre voluto considerarsi. Eppure analoghe erano le basi culturali di cui si erano nutriti i due pensatori, anzi è difficile che Kierkegaard abbia potuto avere una conoscenza altrettanto profonda e di prima mano di quella di Leopardi di tutta la patristica e la filosofia classica e proto-cristiana. Forse la risposta si trova nel linguaggio di Leopardi, privo di “precisione geometrica”, ma pieno di “finezza” e bellezza poetica, e nella sua coerenza e fedeltà filosofica, che lo portò a non rinnegare mai il materialismo razionalista, approdando ad uno “scandaloso”, per il suo tempo, esistenzialismo ateo.
















Capitolo I
Il Vero, l’Essere, il Senso
Nel Capo primo IDEA DELL’OPERA, del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi un Leopardi diciassettenne espone un proposito filosofico, cui resterà fedele per tutta la sua breve esistenza. Si tratta di una riflessione sul rapporto tra verità ed errore, che colpisce per la sua complessità: a partire da una critica ai pregiudizi di chiaro stampo illuministico, Leopardi mette in evidenza la pluralità di rapporti che esistono tra verità ed errore, e la forza e la diffusione di quest’ultimo. Anche se puramente negativo, l’errore appare provvisto di una profonda radice antropologica, secondo una convinzione che tornerà nel Leopardi maturo, e in particolare nella sua concezione dell’illusione :
“Il mondo è pieno di errori, e prima cura dell’uomo deve essere quella di conoscere il vero. Una gran parte della verità che i filosofi hanno dovuto stabilire, sarebbe inutile se l’errore non esistesse; un’altra parte delle medesime è resa tuttora inutile per molti degli errori che in effetto sussistono. Quante tra esse, che trovano degli ostacoli insuperabili negli errori che ne hanno occupato il luogo! quante, che facilmente potrebbono apprendersi sono difficilissime a conoscersi per gli errori che impediscono di ravvisarle! E’ ben più facile insegnare una verità, che stabilirla sopra le rovine di un errore; è ben più facile l’aggiungere che il sostituire. Egli è pur deplorabile che l’uomo, che ha sì breve vita, debba impiegarne, nel disfarsi degli errori che ha concepiti, una parte maggiore di quella che gli rimane per andare in traccia del vero. Tutti convengono che fa d’uopo rinunziare ai pregiudizi, ma pochi sanno conoscerli, pochissimi sanno liberarsene, e quasi nessuno pensa a recidere il male alla radice.”
Dalla Scienza alla Filosofia, cui in fondo Leopardi assegna lo stesso ruolo di disvelamento di miti e pregiudizi, anche se questo può costare assai caro all’uomo privandolo delle sue fondamentali consolazioni di fronte ai mali del mondo. Il nesso che Leopardi stabilisce tra verità ed errori filosofici è ribadito con termini analoghi in un’annotazione del 1823, che sottolinea in particolare che il senso di una verità filosofica scaturisce spesso soltanto dall’accostamento con l’errore corrispondente. Più che di una verità in senso assoluto, si parlerà allora di verità (per lo più) relative e negative; più che di verità eterne o in sé di verità costruite dagli uomini all’interno di un processo filosofico e storico determinato, da cui dipende il loro significato.
“Ho detto che la filosofia moderna, in luogo degli errori che sterpa, non pianta nessuna [2713] verità positiva. Intendo verità semplicemente nuove; verità di cui vi fosse alcun bisogno, che avessero alcun valore, alcuno splendore, che meritassero di essere annunziate e affermate, che non fossero al tutto frivole e puerili, che non fossero manifestissime e conseguenti per se medesime, se gli errori contrarii non avessero avuto luogo, o non esistessero oggidì nelle menti degli uomini. Per esempio la filosofia moderna afferma che tutte le idee dell'uomo procedono dai sensi. Questa può parere una proposizione positiva. Ma ella sarebbe frivola, se non avesse esistito l'errore delle idee innate; come sarebbe frivolo l'affermare che il sole riscalda, perchè niuno ha creduto che il sole non riscaldasse, o affermato che il sole raffredda. Ma se questo fosse avvenuto, allora neanche quella verità o proposizione, che il sole riscalda, sarebbe tenuta frivola. Di più l'intenzione e lo spirito di quella proposizione che tutte le nostre idee vengono dai [2714] sensi, è veramente negativo, ed essa proposizione è come se dicesse, L'uomo non riceve nessuna idea se non per mezzo dei sensi; perch'ella mira espressamente ed unicamente ad escludere quell'antica proposizione positiva che l'uomo riceve alcune idee per altro mezzo che per quello dei sensi; ed è stata dettata dalla sottile speculazione di chi ben guardando nel proprio intelletto s'avvide che niuna idea gli era mai pervenuta fuori del ministerio dei sensi. Questo è un procedere affatto negativo, sì nella scoperta, sì ancora nell'enunciazione, perchè infatti da principio quella verità fu annunziata come negazione dell'errore contrario che allora sussisteva. Così discorrete d'infinite altre proposizioni o dogmi ec. della filosofia moderna, che hanno aspetto di positivi, ma che nello spirito, nella sostanza, nello scopo, e nel processo che il filosofo ha tenuto per iscoprirli, sono, o certo originalmente [2715] furono, negativi. (22. Maggio 1823.).”
In questa ricerca Leopardi scopre la necessità di connettere i singoli aspetti della realtà ed i rischi che una malintesa “sistematicità” può comportare sulla validità delle connessioni trovate per passare dalla verità dei singoli enti all’indagine dell’essenza della realtà. In questa maniera, l’errore, invece di essere il semplice “negativo” della verità, può insediarsi dentro e attraverso la ricerca filosofica stessa. Tra la verità, e il “trovar le ragioni della verità” (in cui consiste la filosofia), c’è uno scarto ulteriore, che rende possibile l’errore e vana l’edificazione del sistema:
“Egli (il pensatore) cerca naturalmente e necessariamente un filo nella considerazione delle cose. È impossibile [947] ch'egli si contenti delle nozioni e delle verità del tutto isolate. E se se ne contentasse, la sua filosofia sarebbe trivialissima, e meschinissima, e non otterrebbe nessun risultato. Lo scopo della filosofia (in tutta l'estensione di questa parola) è il trovar le ragioni delle verità. Queste ragioni non si trovano se non se nelle relazioni di esse verità, e col mezzo del generalizzare. Non è ella, cosa notissima che la facoltà di generalizzare costituisce il pensatore? Non è confessato che la filosofia consiste nella speculazione de' rapporti? Ora chiunque dai particolari cerca di passare ai generali, chiunque cerca il legame delle verità (cosa inseparabile dalla facoltà del pensiero) e i rapporti delle cose; cerca un sistema; e chiunque è passato ai generali, ed ha trovato o creduto di trovare i detti rapporti, ha trovato o creduto di trovare un sistema, o la conferma e la prova, o la persuasione di un sistema già prima trovato o proposto: un sistema più o meno esteso, più o meno completo, più o meno legato, armonico, e consentaneo nelle sue parti .
3. Il male è quando dai generali si passa ai particolari, cioè dal sistema alla considerazione delle verità che lo debbono formare. Ovvero quando da pochi ed incerti, e mal connessi, ed infermi particolari, da pochi ed oscuri rapporti, si passa al sistema, ed ai generali.” (16. Aprile 1821.).
Ma accanto ai rischi connessi “all’amor de’ sistemi” Leopardi scopre, come già aveva fatto Pascal, i limiti della ragione cartesiana per la sua ricerca esistenziale. Lo iato che separa le astrazioni dai particolari, la verità dalla ricerca della verità, ovvero il rapporto complesso tra verità ed errore portano a una concezione ambivalente della ragione: strumento potentissimo e allo stesso tempo “nullificante” (“vera madre e cagione del nulla”) o portatore di un’istanza nichilista, come si sarebbe detto in epoche successive, facoltà infinita in un ente finito:

“Il principal difetto della ragione non è, come si dice, di essere impotente. In verità ella può moltissimo, e basta per accertarsene il paragonare l'animo e l'intelletto di un gran filosofo con quello di un selvaggio o di un fanciullo, o di questo medesimo filosofo avanti il suo primo uso della ragione: e così il paragonare il mondo civile presente sì materiale che morale, col mondo selvaggio presente, e più col primitivo. Che cosa non può la ragione umana nella speculazione? Non penetra ella fino all'essenza delle cose che esistono, ed anche di se medesima? non ascende fino al trono di Dio, e non [2942] giunge ad analizzare fino ad un certo segno la natura del sommo Essere? (Vedi quello che ho detto altrove in questo proposito). La ragione dunque per se, e come ragione, non è impotente nè debole, anzi per facoltà di un ente finito, è potentissima; ma ella è dannosa, ella rende impotente colui che l'usa, e tanto più quanto maggiore uso ei ne fa, e a proporzione che cresce il suo potere, scema quello di chi l'esercita e la possiede, e più ella si perfeziona, più l'essere ragionante diviene imperfetto: ella rende piccoli e vili e da nulla tutti gli oggetti sopra i quali ella si esercita, annulla il grande, il bello, e per così dir la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla, e le cose tanto più impiccoliscono quanto ella cresce; e quanto è maggiore la sua esistenza in intensità e in estensione, tanto l'esser delle cose si scema e restringe ed accosta verso il nulla. Non diciamo che la ragione vede poco. In effetto la sua vista si stende quasi in infinito, ed è acutissima sopra ciascuno oggetto, ma essa vista ha questa proprietà che lo spazio e gli oggetti le appariscono tanto più piccoli quanto ella più si stende [2943] e quanto meglio e più finamente vede. Così ch'ella vede sempre poco, e in ultimo nulla, non perch'ella sia grossa e corta, ma perchè gli oggetti e lo spazio tanto più le mancano quanto ella più n'abbraccia, e più minutamente gli scorge. Così che il poco e il nulla è negli oggetti e non nella ragione. (benchè gli oggetti sieno, e sieno grandi a qualunqu'altra cosa, eccetto solamente ch'alla ragione). Perciocch'ella per se può vedere assaissimo, ma in atto ella tanto meno vede quanto più vede. Vede però tutto il visibile, e in tanto in quanto esso è e può mai esser visibile a qualsivoglia vista. (11. Luglio 1823.).”

La ragione cartesiana, lo “spirito di geometria”, non riesce a spiegare le contraddizioni di cui tutti possono fare esperienza in natura: il “meccanismo” perfetto della filosofia illuminista va in frantumi di fronte alle contraddizioni di cui è intriso ed al destino di infelicità che ci riserva.
Come si può accettare che il non esser mai nati, il nulla, sia meglio dell’essere per ogni individuo?

“Non si può meglio spiegare l'orribile mistero delle cose e della esistenza universale (v. il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in fine) che dicendo essere insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione, la portata e le forze, ma i principii stessi fondamentali della nostra ragione. Per esempio quel principio, estirpato il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri, dico quel principio. Non può una cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono in natura. L'essere effettivamente, e il non potere in alcun modo esser felice, e ciò per impotenza innata e inseparabile dall'esistenza, anzi pure il non poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe intorno all'uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri principii e la nostra esperienza. Or l'essere, unito all'infelicità, ed unitovi necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a se stessa, alla perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a se stesso e suo proprio inimico. Dunque l'essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria con se [4100] medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell'esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere infelice, e compresa in lei); cioè nell'essere, ed essere per necessità imperfettamente, cioè con esistenza non vera e propria. Di più che una tale essenza comprenda in se una necessaria cagione e principio di essere malamente, come può stare, se il male per sua natura è contrario all'essenza rispettiva delle cose e perciò solo è male? Se l'essere infelicemente non è essere malamente, l'infelicità non sarà dunque un male a chi la soffre nè contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli sarà un bene poichè tutto quello che si contiene nella propria essenza e natura di un ente dev'essere un bene per quell'ente. Chi può comprendere queste mostruosità? Intanto l'infelicità necessaria de' viventi è certa. E però secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto ai viventi il non essere che l'essere. Ma questo ancora come si può comprendere? che il nulla e ciò che non è, sia meglio di qualche cosa? L'amor proprio è incompatibile colla felicità, causa della infelicità necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi sarebbe infelicità, e da altra parte la felicità non può aver luogo senz'amor proprio, come ho provato altrove, e l'idea di quella suppone l'idea e l'esistenza di questo.
Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle dimostrate con tutti i lumi e l'esattezza la più geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (2. Giugno. 1824.). - Vedi un'altra evidente contraddizione della natura, e si può dire, in cose fisiche, [4101] notata alla p.4087. e anche nel citato dialogo. (3. Giugno. 1824.).”

Dall’indagine del vero e dell’essere a domandarsene senso e significato il passo è breve:

“A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?”
Tutti passaggi obbligati dell’indagine di Leopardi che lo aveva già portato a scoprire che il Vero a poco vale nell’incessante ricerca umana della felicità. La filosofia classica dunque mentiva: la ricerca del vero produce una conoscenza che invece della felicità promessa apre all’uomo gli abissi del vuoto di senso.
“Nov. 1820 Dicono che la felicità dell'uomo non può consistere fuorché nella verità. Così parrebbe, perché qual felicità in una cosa che sia falsa? E come, se il mondo è diretto alla felicità, il vero non deve render felice? Eppure io dico che la felicità consiste nell'ignoranza del vero. E questo, appunto perché il mondo è diretto alla felicità, e perché la natura ha fatto l'uomo felice. Ora essa l'ha fatto anche ignorante, come gli altri animali. Dunque l'avrebbe fatto |327|infelice esso, e le altre creature; dunque l'uomo per se stesso sarebbe infelice (eppure le altre creature sono felici per se stesse); dunque sarebbero stati necessari moltissimi secoli perché l'uomo acquistasse il complemento, anzi il principale dell'esistenza, ch'è la felicità (giacché nemmeno ora siam giunti all'intiera cognizione nel vero); dunque gli antichi sarebbero stati necessariamente infelici; dunque tutti i popoli non colti, parimente lo saranno anche oggidì; dunque noi pure necessariamente per quella parte che ci manca della cognizione del vero. Laddove tutti gli esseri (parlo dei generi e non degl'individui) sono usciti perfetti nel loro genere dalle mani della natura.”
Ma cosa è la natura per Leopardi?

“Quando io dico: la natura ha voluto, non ha voluto, ha avuto intenzione ec., intendo per natura quella qualunque sia intelligenza o forza o necessità o fortuna, che ha conformato l'occhio a vedere, l'orecchio a udire; che ha coordinati gli effetti alle cause finali parziali che nel mondo sono evidenti.” (20. Ott. 1828.).

Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia Leopardi interroga la Luna come se fosse “quella qualunque sia intelligenza o forza o necessità o fortuna” depositaria della Verità: “tu per certo, Giovinetta immortal, conosci il tutto”. Una conoscenza che deve anche essere comprensione. Invece: “Questo io conosco e sento”, cioè il pastore e Leopardi conoscono in quanto sentono, perché il sentire senza comprendere è il solo modo di accostare l’Essere dato all’uomo.
“Alla p.4142. Niente infatti nella natura annunzia l'infinito, l'esistenza di alcuna cosa infinita. L'infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia. Noi abbiam veduto delle cose inconcepibilmente maggiori di noi, del nostro mondo ec., delle forze inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi maggiori del nostro ec. Ciò non vuol dire che esse sieno grandi, ma che noi siamo minimi a rispetto loro. Or quelle grandezze (sia d'intelligenza, sia di forza, sia d'estensione ec.) che noi [4178] non possiamo concepire, noi le abbiam credute infinite; quello che era incomparabilmente maggior di noi e delle cose nostre che sono minime, noi l'abbiam creduto infinito; quasi che al di sopra di noi non vi sia che l'infinito, questo solo non possa esser abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo possa essere maggior di noi. Ma l'infinito è un'idea, un sogno, non una realtà: almeno niuna prova abbiamo noi dell'esistenza di esso, neppur per analogia, e possiam dire di essere a un'infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione di tale esistenza: si potrebbe anche disputare non poco se l'infinito sia possibile (cosa che alcuni moderni hanno ben negato), e se questa idea, figlia della nostra immaginazione, non sia contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. Certo secondo le leggi dell'esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalle cose esistenti che noi conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l'infinito cioè una cosa senza limiti, non può esistere, non sarebbe cosa ec. (Bologna 1. Maggio. Festa dei SS. Filippo e Giacomo. 1826.). Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l'infinito venga in sostanza a esserlo stesso che il nulla. Pare soprattutto che l'individualità dell'esistenza importi naturalmente una qualsivoglia circoscrizione, di modo che l'infinito non ammetta individualità e questi due termini sieno contraddittorii; quindi non si possa supporre un ente individuo che non abbia limiti. (2. Maggio 1826.). V. p.4181. e p.4274. capoverso ult.”
Dunque gli enti, le cose di cui possiamo fare esperienza e soprattutto noi stessi, sono (siamo) finiti, mentre “l'infinito è un'idea, un sogno, non una realtà”. E lo scopo, il Senso di cui il pastore interrogava la Luna? Perché esistiamo?
“4169,1 L'uomo (e così gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Né esso, né la vita, né oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. _ Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica. L'esistenza non è per l'esistente, non ha per suo fine l'esistente, né il bene dell'esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l'esistente è per l'esistenza, tutto per l'esistenza, questa è il suo puro fine reale. Gli esistenti esistono perché si esista, l'individuo esistente nasce ed esiste perché si continui ad esistere e l'esistenza si conservi in lui e dopo di lui. Tutto ciò è manifesto dal vedere che il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione né la felicità degl'individui; la qual felicità non esiste neppur punto al mondo, né per gl'individui né per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in ultimo grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra. (Bologna 11 Marzo. 1826.).”
















Capitolo II
Caratteristiche dell’Esistenzialismo leopardiano
Da una prima lettura di due Storie della Filosofia, quali quelle di Ludovico Geymonat e Nicola Abbagnano, ricaviamo che:
“dovremo constatare la presenza in esse (cioè nei vari indirizzi dell’Esistenzialismo) di alcuni temi comuni; due in particolare: il richiamo alla finitudine umana e il peso centrale attribuito alla categoria della possibilità” .
“l’esistenzialismo è portato a considerare l’uomo come un ente finito cioè limitato nelle sue capacità e nei suoi poteri, “gettato nel mondo” cioè abbandonato al determinismo di esso che può rendere nulle le sue possibilità, e in una lotta incessante con situazioni che possono condurlo allo scacco.”, “un’altra caratteristica fondamentale dell’esistenzialismo è l’uso della nozione di possibilità nell’analisi dell’esistenza: l’esistenza è essenzialmente possibilità, i suoi costituenti sono modi possibili in cui l’uomo si rapporta al mondo cioè le possibilità determinate, effettuali di questi rapporti” .
Tutti e due questi temi – finitudine e possibilità – costituiscono la spina dorsale del pensiero di Leopardi. Il suo pensiero sembra partire proprio dalla finitudine umana:
“Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s'ella è stata al tempo suo, e familiare a lui. Dico di qualunque cosa soggetta |2243|a finire, come la vita o la compagnia della persona la più indifferente per lui (ed anche molesta, anche odiosa), la gioventù della medesima; un'usanza, un metodo di vita. ec. Fuorché se questa cosa per sempre finita, non è appunto un dolore, una sventura ec. o una fatica, o se l'esser finita, non è lo stesso che aver conseguito il suo proprio scopo, esser giunta dove per suo fine mirava ec. Sebbene anche, nel caso che a questa ci siamo abituati, proviamo ec. Solamente della noia non possiamo dolerci mai che sia finita.
La cagione di questi sentimenti, è quell'infinito che contiene in se stesso l'idea di una cosa terminata, cioè al di là di cui non v'è più nulla; di una cosa terminata per sempre, e che non tornerà mai più. (10 Dic. 1821.). V. p. 2251.”

Leopardi partendo dalla “sensazione”, umano strumento di conoscenza, sente il nulla e lo riconosce come ontologico.

“In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla.
Giacchè nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v'è ragione assoluta perch'ella non possa non essere, o non essere in quel tal modo ec. E tutte le cose sono possibili, cioè non v'è ragione assoluta perchè una cosa qualunque, non possa essere, o essere in questo o quel modo ec. E non v'è divario alcuno assoluto fra tutte le possibilità, nè differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili. Vale a dire che un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, nè mai fu, o se esiste o esistè, non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi nè potendo avere il menomo dato per giudicare delle cose avanti le cose, e conoscerle al di là del puro fatto reale”

Alberto Caracciolo in un paragrafo del suo Leopardi e il nichilismo coglie questo rapporto essenziale che lega Leopardi ad Heidegger:

“Il Nulla [heideggeriano],(…) rivela il mondano nella sua mondanità e lo nientifica, disgelando la totalità del reale nella sua struttura ultima (…) colui che ha più immediatamente poetato quel che Heidegger avrebbe pensato, è certamente il Leopardi. (…) [Come in Heidegger] Anche il Nulla leopardiano si trasforma in Essere, anch’esso genera angoscia e pace; anch’esso (…) può essere frainteso e confuso col “nulla” del pessimismo e del nichilismo.”

Ancora Caracciolo:

“(…) nell’esperienza di quel Nulla può ingenerarsi una fede senza certezze oggettive, capace di filtrare di un senso positivo l’esistere e di rendere disponibili per l’impegno attivo nel mondo.”

E la sua citazione di Heidegger da Essere e Tempo:

“La decisione anticipatrice non è affatto un espediente per ‘aver ragione’ della morte, ma è una comprensione che, facendo seguito alla chiamata della coscienza, offre alla morte la possibilità di farsi padrona dell’esistenza dell’Esserci e di sottrarre radicalmente quest’ultimo a ogni nascondimento ed evasione. Inoltre il voler-aver-coscienza, determinato come essere-per-la-morte, non implica alcun atteggiamento di distacco o di fuga dal mondo, ma porta l’Esserci, affrancato da ogni illusione, nella decisione di ‘agire’. La decisione anticipatrice non deriva, infine, dalla pretesa ‘idealistica’ di sorvolare l’esistenza e le sue possibilità, ma scaturisce dalla comprensione spassionata delle possibilità fondamentali effettive dell’Esserci. Con la calma angoscia che pone di fronte al poter-essere isolato, va di pari passo la gioia imperturbabile che questa possibilità porta con sé. In essa l’Esserci si affranca dalle ‘novità’ divertenti che la chiacchiera curiosa si procura prima di tutto in ciò che capita nel mondo”.

Conclude Caracciolo a commento di questo passo:

“L’assunzione dell’angoscia (che come in Leopardi, si converte in una forma di “pace” e di “gioia”) connessa con il Nichts appare qui come l’unico, autentico fondamento della possibilità di “agire”.”

E’ questo il tema della Scelta in Heidegger tra la Vita inautentica: la vita in cui l’uomo si adegua ai criteri di giudizio e al modo di vivere della massa. Qui esso vive il dominio del “Si”,cioè la voce dell’opinione pubblica dove l’uomo tende a fare quello che si fa , a pensare quello che si pensa. E la Vita autentica: il modello di vita in cui l’uomo vive le proprie scelte e le proprie decisioni senza lasciarsi condizionare dalle decisioni della maggioranza.
Se torniamo a Leopardi ed allo Zibaldone le analogie diventano impressionanti:

“Ci sono tre maniere di vedere le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo, e voglio dire degli [103]uomini di genio e sensibili, ai quali non c’è cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga, in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro.”
Questi sono gli uomini che sembrano avere la possibilità di assumere quella “decisione anticipatrice”, premessa della vita autentica secondo Heidegger.
L’altra e la più comune di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito, e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, p.e. alla scienza, alla politica ec. ec.) che senza essere sublimati da nessuna cosa, trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono, e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita, di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro.”
Questi invece sembrano gli uomini che si abbandonano al conformismo, ai criteri di giudizio e al modo di vivere della massa, gli uomini che tendono a fare quello che si fa , a pensare quello che si pensa, che vivono senza “volere-aver-coscienza”, come direbbe Heidegger, la loro Vita inautentica.
“La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno nè spirito nè corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita per modo che senza esse non è vita.”
La terza visione scaturisce dopo una ripetuta esperienza di disillusione negli spiriti entusiasti della prima visione. La ragione determina il passaggio brusco e irreversibile dall’entusiasmo alla disillusione, e la sua azione costante nella mente dell’individuo porterebbe a follia certa se non fosse interrotta dalla distrazione.
“Perchè chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla veriss. e certiss. delle cose, in maniera che la successione e la varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutam. e per ciò solo, giacchè volendosi governare secondo questo incontrastab. principio ognuno vede quali sarebbero le sue operaz. E pure è certiss. che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttam. alla ragione. [104]
La distrazione non restituisce all’uomo disincantato, neanche per breve tempo, l’entusiasmo delle illusioni: essa appartiene alla vita disillusa, il suo ruolo è quello di renderla tollerabile. Sembrerebbe che queste “tre maniere di vedere le cose” siano necessitate dalle diverse caratteristiche naturali degli individui concreti, ma Leopardi scriverà il 20 Agosto 1821, alla pagina 1527 dello Zibaldone:
“La stessa ragione che inclina gli uomini e i viventi a credere assoluto il relativo, li porta a credere effetto ed opera della natura, quello ch'è puro effetto ed opera dell'assuefazione, e a creder facoltà o qualità congenite quelle che sono meramente acquisite.”
Dunque il potere della natura si esprime in modo irresistibile nell’amor proprio, ma non può determinare l’uomo e necessitarne tutti i comportamenti, assai maggiore, in questo senso, è il potere dell’assuefazione, che deriva dai condizionamenti sociali e culturali e dalle scelte individuali. Leopardi indica nell’assuefazione il principio che regola il funzionamento dell'intelletto umano. Essa permette di trasformare le disposizioni individuali in facoltà e capacità: la disposizione è una pura possibilità - derivante dalla conformità naturale dell’organo al suo scopo - di acquisire determinate facoltà, possibilità che la contingenza dei processi assuefattivi può realizzare o meno. Prima di assumere “la decisione anticipatrice”, come direbbe Heidegger, l’Esserci passa per l’angoscia, per la “verissima pazzia”, come dice Leopardi, cui ci costringe l’indeterminazione della morte e del nulla cui conduce. Dice Heidegger:
“Il “pensare alla morte” autentico è il voler-aver-coscienza esistentivo fattosi trasparente a se stesso”
Che, come abbiamo già visto nella nella precedente citazione di Heidegger, “porta l’Esserci, affrancato da ogni illusione, nella decisione di ‘agire’”. E questo ce lo conferma Leopardi stesso:
“Pare affatto contraddittorio nel mio sistema sopra la felicità umana, il lodare io sì grandemente l'azione, l'attività, l'abbondanza della vita, e quindi preferire il costume e lo stato antico al moderno, e nel tempo stesso considerare come il più felice o il meno infelice di tutti i modi di vita, quello degli uomini i più stupidi, degli animali meno animali, ossia più poveri di vita, l'inazione e la infingardaggine dei selvaggi; insomma esaltare sopra tutti gli stati quello di somma vita, e quello di tanta morte quanta è compatibile coll'esistenza animale. Ma in vero queste due cose si accordano molto bene insieme, procedono da uno stesso principio, e ne sono conseguenze necessarie non meno l'una [4186] che l'altra. Riconosciuta la impossibilità tanto dell'esser felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria tendenza della vita dell'anima ad un fine impossibile a conseguirsi; riconosciuto che l'infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro nè deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d'infelicità, consista nel minor possibile sentimento di detta tendenza. Le specie e gl'individui animali meno sensibili, men vivi per natura loro, hanno il minor grado possibile di tal sentimento. Gli stati di animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell'animo, sono i meno sensibili, e quindi i meno infelici degli stati umani. Tale è quello del primitivo o selvaggio. Ecco perchè io preferisco lo stato selvaggio al civile. Ma incominciato ed arrivato fino a un certo segno lo sviluppo dell'animo, è impossibile il farlo tornare indietro, impossibile, tanto negl'individui che nei popoli, l'impedirne il progresso. Gl'individui e le nazioni d'Europa e di una gran parte del mondo, hanno da tempo incalcolabile l'animo sviluppato. Ridurli allo stato primitivo e selvaggio è impossibile. Intanto dallo [4187] sviluppo e dalla vita del loro animo, segue una maggior sensibilità, quindi un maggior sentimento della suddetta tendenza, quindi maggiore infelicità. Resta un solo rimedio: La distrazione. Questa consiste nella maggior somma possibile di attività, di azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell'animo. Per tal modo il sentimento della detta tendenza sarà o interrotto, o quasi oscurato, confuso, coperta e soffocata la sua voce, ecclissato. Il rimedio è ben lungi dall'equivalere allo stato primitivo, ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è il miglior possibile, da che l'uomo è incivilito.”(Bologna 13. Luglio 1826.).”

Come avrebbe detto Heidegger:

“L’angoscia originaria tende a renderci capaci di decisione.”

Ed ecco come esprime la sua angoscia Leopardi e quali ne sono gli esiti:

“Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla.
Questo sistema, benché urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che tutto è bene. “

E tuttavia, inaspettata conclusione:

“Non ardirei però estenderlo a dire che l'universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all'ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?”

Ecco confermarsi il tema, fondamentale per gli Esistenzialisti, della possibilità:

“[4233] Il tempo non è una cosa. Esso è uno accidente delle cose, e indipendentemente dalla esistenza delle cose è nulla; è uno accidente di questa esistenza; o piuttosto è una nostra idea, una parola. La durazione delle cose che sono, è il tempo: come 7200 battute di un pendolo da oriuolo sono un'ora; la quale ora però è un parto della nostra mente, e non esiste, nè da se medesima, nè nel tempo, come membro di esso, non più di quel che ella esistesse prima dell'invenzione dell'oriuolo. In somma l'esser del tempo non è altro che un modo, un lato, per dir così, del considerar che noi facciamo la esistenza delle cose che sono, o che possono o si suppongono poter essere. Medesimamente dello spazio. Il nulla non impedisce che una cosa che è, sia, stia, dimori. Dove nulla è, quivi niuno impedimento è che una cosa non vi stia o non vi venga. Però il nulla è necessariamente luogo. È dunque una proprietà del nulla l'esser luogo: proprietà negativa, giacchè anche l'esser di luogo è negativo puramente e non altro. Sicchè, come il tempo è un modo o un lato del considerar la esistenza delle cose, così lo spazio non è altro che un modo, un lato, del considerar che noi facciamo il nulla. Dove è nulla quivi è spazio, e il nulla senza spazio non si può dare. Per tanto è manifesto che eziandio fuori degli ultimissimi confini dell'universo esistente, v'è spazio, poichè nulla v'è. E se qualche cosa potesse essere o creata o spinta di là da quegli estremi confini, troverebbe luogo; che è quanto dire non troverebbe nulla che la impedisse di andarvi o di starvi. La conclusione si è che tempo e spazio non sono in sostanza altro che idee, anzi nomi. E quelle innumerabili e immense quistioni agitate dalla origine della metafisica in qua, dai primi metafisici d'ogni secolo, circa il tempo e lo spazio, non sono che logomachie, nate da malintesi, e da poca chiarezza d'idee e poca facoltà di analizzare il nostro intelletto, che è il solo luogo dove il tempo e lo spazio, come tante altre cose astratte, esistano indipendentemente e per se medesimi, e sian qualche cosa. (Recanati. 14. Dic. 1826.).”

Il Nulla Leopardiano si trasforma quindi nello “spazio” della infinita possibilità.

“Da che le cose sono, la possibilità è primordialmente necessaria, e indipendente da checchè si voglia. Da che nessuna verità o falsità, negazione o affermazione è assoluta, com'io dimostro, tutte le cose son dunque possibili, ed è quindi necessaria e preesistente al tutto l'infinita possibilità”.Zibaldone di pensieri, 1645

“Si può dire (ma è quistione di nomi) che il mio sistema non distrugge l'assoluto, ma lo moltiplica; cioè distrugge ciò che si ha per assoluto, e rende assoluto ciò che si chiama relativo. Distrugge l'idea astratta ed antecedente del bene e del male, del vero e del falso, del perfetto e imperfetto indipendente da tutto ciò che è; ma rende tutti gli esseri possibili assolutamente perfetti, cioè perfetti per se, aventi la ragione della loro perfezione in se stessi, e in questo, ch'essi esistono così, e sono così fatti; perfezione indipendente da qualunque ragione o necessità estrinseca, e da qualunque preesistenza. Così tutte le perfezioni relative diventano assolute, e gli assoluti in luogo di svanire, si moltiplicano”

Distrutto ogni assoluto tutto diventa possibile e relativo, ma questo ci porta angosciosamente a fare i conti con i nostri limiti naturali, ostacolo insuperabile nella realtà al nostro infinito desiderio di amare, che è componente fondamentale della nostra stessa natura. L’infinito che non possiamo attingere nella realtà non può allora che essere raggiunto attraverso le illusioni indispensabili alla pienezza della nostra vita:

“Alla p. 384. Così il desiderio che ha l'uomo di amare, è infinito non per altro se non perché l'uomo si ama di un amore senza limiti. E conseguentemente desidera di trovare |389|oggetti che gli piacciano, di trovare il buono (intendendo per buono anche il bello, e tutto ciò che affetta gradevolmente qualunque delle nostre facoltà); desidera dunque di amare, ossia di determinarsi piacevolmente verso gli oggetti. E lo desidera senza confini, tanto rispetto al numero di questi oggetti, quanto rispetto alla misura della loro bontà, amabilità, piacevolezza. Questo è desiderio innato, inerente, indivisibile dalla natura non solo dell'uomo, ma di ogni altro vivente, perché è necessaria conseguenza dell'amor proprio, il quale è necessaria conseguenza della vita. Ma non prova che la facoltà di amare sia infinita nell'uomo: e così il desiderio infinito di conoscere non prova che la sua facoltà di conoscere sia infinita: prova solamente che il suo amor proprio è illimitato o infinito. E infatti come si potrà dire che la facoltà nostra di conoscere o di amare sia infinita? Ma noi possiamo conoscere un Bene infinito ed amarlo. Bisognerebbe che lo potessimo conoscere infinitamente ed amare infinitamente. Allora la conseguenza sarebbe in regola. Ma non lo possiamo né conoscere né amare, se non imperfettissimamente. Dunque la nostra cognizione e il nostro amore, benché cadano sopra un Essere infinito, non sono infinite, né possono mai |390|essere. Dunque le nostre facoltà di conoscere e di amare sono essenzialmente ed effettivamente limitate come la facoltà di agire fisicamente, perché non sono capaci né di cognizione né di amore infinito, né in numero né in misura, come non siamo capaci di azione infinita fisica. (E se noi avessimo delle facoltà precisamente infinite, la nostra essenza si confonderebbe con quella di Dio). Dunque il nostro desiderio infinito di conoscere (cioè concepire), e di amare, non può esser mai soddisfatto dalla realtà, ossia da questo, che la nostra facoltà di conoscere e di amare possieda realmente un oggetto infinito in quanto è infinito, e in quanto si possa mai possedere (altrimenti la possessione non sarebbe infinita): ma solamente può esser soddisfatto dalle illusioni (o false concezioni, o false persuasioni di conoscenza e di amore, e di possesso e godimento) e dalle distrazioni ovvero occupazioni (v. p. 168. 172-173.175. ivi, fine- 176. principio): due grandi istrumenti adoperati dalla natura per la nostra felicità. (8 Dicembre. 1820.).”

Questa è la prima importantissima conclusione della precoce speculazione leopardiana, che già a pagina 51 dello Zibaldone scrive:

“Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Io considero le illusioni come cosa in certo modo reale stante ch'elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell'uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose.”

Attorno alle “illusioni” ruoterà tutta la sua successiva riflessione. Le Illusioni e la loro possibilità di esistere e sopravvivere all’assalto dell’indagine scientifica del Vero ed al potere distruttivo della Ragione influenzeranno tutta l’opera di Leopardi e caratterizzeranno l’originalità dell’esistenzialismo leopardiano. Inizialmente convinto della fondamentale bontà della natura, dispensatrice delle “illusioni”, contrapposta a scienza, civilizzazione e ragione, agenti implacabili che tendono ad annientarle, Leopardi conclude nel Frammento sul suicidio:

“La filosofia ci ha fatto conoscer tanto che quella dimenticanza di noi stessi ch’era facile una volta, ora è impossibile. O la immaginazione tornerà in vigore, e le illusioni riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e mobile, e la vita tornerà ad esser cosa viva e non morta, e la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a parere una sostanza…o questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto.”

La vera natura delle “Illusioni” rimanda ancora una volta al concetto di “Nulla” leopardiano, che Alberto Folin, titolando il suo saggio, chiama “l’imperfetto nulla”.

“Il nulla dunque, non è un nulla: o meglio, il nulla di cui si parla, diviene un nulla precisamente nel momento in cui se ne parla. Se non ci fosse questa inezia, questo quasi niente che io sono, non ci sarebbe neppure la possibilità di dire il nulla. In questo quasi sta, ben radicata e ineliminabile, la solidità del nulla:

Zib., 85
Io era spaventato nel ritrovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla.”

Il misconoscimento di questa distinzione, implicita nelle pieghe della lingua leopardiana, tra niente e quasi niente, tra il nulla e un nulla, ha portato molti critici a ridurre il nichilismo di Leopardi a semplice negazione, e quindi a vedere nel suo pensiero una identificazione di essere e niente, con le aporie irrisolte che tale identificazione comporta. In realtà proprio questo spazio infinitesimale tra inspirazione ed espirazione (il “respiro dell’anima”) è ciò che rende possibile la poesia come spazio del pensiero. Una volta perduto questo battito di ciglia, si perde anche la peculiarità poetica della meditazione leopardiana e, di converso, la peculiarità filosofica del suo canto. Perché, in questo caso, l’insieme del “sistema” su cui tanto Leopardi insiste, diviene un coacervo di contraddizioni prive di quella unità speculativa in nome della quale Croce basava il suo severo giudizio sulla “filosofia” del Recanatese. L’"illusione” è una disposizione che nel moderno tende a scomparire, ma non scompare mai del tutto, nonostante il lavoro di distruzione operato dal concetto.
E’ spesso Leopardi a metterci sulla strada di questa lettura del margine, in modo talvolta esplicito. Come quando afferma:

“Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni.”

Questo “tutto” del reale non collima completamente con quel “tutto” identificato con il nulla del pensiero citato precedentemente. Questo tutto è un nulla, cioè un’inezia, una cosa da nulla (su questo luogo, Leopardi rifletterà in due occasioni a proposito dell’espressione blitri): ma è precisamente perché si costituisce come cosa non essente cosa essendo pur sempre qualcosa, che questo “nulla” è reale e sostanzioso, assumendo la forma vana, ma “solida”, delle “illusioni”.”

La necessità vitale delle illusioni è subito chiara al giovane Leopardi:

“Vero è che la distruzione delle illusioni generali influisce sempre sulle individuali. Queste non potranno mai estirparsi del tutto, altrimenti l’uomo non esisterebbe più. Nondimeno s’indeboliscono, si rendono inattive ec. quando non sono fondate sopra una felice persuasione generale, e di principii, che contraddica e resista anche al fatto e all’esperienza. Tolta questa persuasione, l’individuo maturo cede presto all’esperienza buona parte delle [1865] sue illusioni individuali, e tutta la forza e la costanza delle altre, che già non sono più un’opinione, ma una specie di disperata speranza. Questo effetto diviene appoco appoco generale, ed oramai la filosofia si trova nel felice caso di aver distrutto quanto è mai possibile delle stesse illusioni individuali, e di avere ridotta e ristretta la vita umana ai minimi termini possibili, fuor de’ quali la vita e il genere umano non può assolutamente durare, come privo della sua atmosfera, e del suo elemento vitale. La vita senza amor proprio non può stare in nessun genere di esseri, e in nessuno parimente può stare l’amor proprio senza un menomo grado d’illusione individuale. La vita dunque e l’assoluta mancanza d’illusione, e quindi di speranza, sono cose contraddittorie.”(7. Ott. 1821.). V. p.1866
E tuttavia il terribile approdo della ricerca del Vero ad una Natura indifferente, aveva in qualche modo spento ogni slancio sociale di Leopardi, portandolo ad un ripiegamento intimistico e quasi contemplativo dell’arido destino nullificante d’ogni illusione…
“4149,6 3 Io sono, si perdoni la metafora, un sepolcro ambulante, che porto dentro di me un uomo morto, un cuore già sensibilissimo che più non sente ec. (Bologna. 3 Nov 1825.).”

In questa fase dunque Leopardi sembra preda di quello che Nietzsche chiamerà nichilismo passivo, cioè disperazione nichilista, ma sopraggiunge l’esperienza che Leopardi descriverà con il Pensiero LXXXII e che consacra l’importanza esistenziale dell’amore, suprema illusione:
“Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di se, la quale rivelando lui a lui medesimo, e determinando l'opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita. A questa grande esperienza, insino alla quale nessuno nel mondo riesce da molto più che un fanciullo, il vivere antico porgeva materia infinita e pronta: ma oggi il vivere de' privati è sì povero di casi, e in universale di tal natura, che, per mancamento di occasioni, molta parte degli uomini muore avanti all'esperienza ch'io dico, e però bambina poco altrimenti che non nacque. Agli altri il conoscimento e il possesso di se medesimi suol venire o da bisogni e infortuni, o da qualche passione grande, cioè forte; e per lo più dall'amore; quando l'amore è gran passione; cosa che non accade in tutti come l'amare. Ma accaduta che sia, o nel principio della vita, come in alcuni, ovvero più tardi, e dopo altri amori di minore importanza, come pare che occorra più spesse volte, certo all'uscire di un amor grande e passionato, l'uomo conosce già mediocremente i suoi simili, fra i quali gli è convenuto aggirarsi con desiderii intensi, e con bisogni gravi e forse non provati innanzi; conosce ab esperto la natura delle passioni, poiché una di loro che arda, infiamma tutte l'altre; conosce la natura e il temperamento proprio, sa la misura delle proprie facoltà e delle proprie forze; e oramai può far giudizio se e quanto gli convenga sperare o disperare di se, e, per quello che si può intendere del futuro, qual luogo gli sia destinato nel mondo. In fine la vita a' suoi occhi ha un aspetto nuovo, già mutata per lui di cosa udita in veduta, e d'immaginata in reale; ed egli si sente in mezzo ad essa, forse non più felice, ma per dir così, più potente di prima, cioè più atto a far uso di se e degli altri.
L’uomo ora “sa la misura delle proprie facoltà e delle proprie forze”, è “forse non più felice, ma per dir così più potente di prima”, può venir fuori dal nichilismo passivo, imporre i propri significati e la propria volontà: è questa la versione anticipatrice e leopardiana della volontà di potenza di nietzschiana memoria. Dunque, usando ancora i termini di Nietzsche, il nichilismo passivo diviene nichilismo attivo e l’esperienza descritta da questo pensiero dischiude a Leopardi la nuova fase del suo impegno filosofico, morale e politico testimoniata da “La ginestra” e dal “progetto” in essa contenuto.

Capitolo III
LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO
Epigrafe
"E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce": epigrafe evangelica (Giovanni, III, 19)
Ancora una esaltazione dell’età dei Lumi contrapposta all’età a lui contemporanea, che quei lumi rinnega. La “luce” della ragione che gli appare colpevole di aver distrutto le illusioni con la scoperta del vero, è anche l'unico bene rimasto agli uomini, i quali, forti della loro ragione, possono non solo porsi eroicamente di fronte al vero, ma anche conservare nelle sventure la propria dignità, anzi, unendosi tra loro con fraterna solidarietà, come egli dice più avanti, possono vincere o almeno lenire il dolore. Dallo Zibaldone ricaviamo l’approdo dell’ultimo Leopardi ad un materialismo razionalistico complesso ed articolato. Non crede nel determinismo, proprio del materialismo meccanicistico. Non esiste per lui una catena causale che leghi tutti gli eventi facendo dell’uomo stesso un anello di questa catena, soggetto ad una necessità fatale e privo quindi di una vera libertà. Ammette il caso nel mondo, la libertà di scelta dell’uomo. E per questa libertà ritiene possibile all’uomo le virtù eroiche che ne costituiscono la dignità e di cui vede il modello negli antichi e la decadenza nei moderni. Ecco allora descritte e derise le aporie logiche degli spiritualisti, “ottenebrati” che, come dimostrerà più avanti, sostituiscono alla logica ed all’evidenza la fede e l’ottimismo irrazionale.
“È chiaro e noto che l'idea e la voce spirito non si può in somma e in conclusione definire altrimenti che sostanza che non è materia, giacchè niuna sua qualità positiva possiamo noi nè conoscere, nè nominare, [4207] nè anco pure immaginare. Ora il nome e l'idea di materia, idea e nome anch'essa astratta, cioè ch'esprime collettivamente un'infinità di oggetti, tra se differentissimi in verità (e noi poi non sappiamo se la materia sia omogenea, e quindi una sola sostanza identica, o vero distinta in elementi, e quindi in altrettante sostanze, di natura ed essenza differentissimi, com'ella è distinta in diversissime forme), l'idea dico ed il nome di materia abbraccia tutto quello che cade o può cader sotto i nostri sensi, tutto quello che noi conosciamo, e che noi possiamo conoscere e concepire; ed essa idea ed esso nome non si può veramente definire che in questo modo, o almeno questa è la definizione che più gli conviene, in vece dell'altra dedotta dall'enumerazione di certe sue qualità comuni, come divisibilità, larghezza, lunghezza, profondità e simili. Per tanto il definire lo spirito, sostanza che non è materia, è precisamente lo stesso che definirla sostanza che non è di quelle che noi conosciamo o possiamo conoscere o concepire, e questo è quel solo che noi venghiamo a dire e a pensare ogni volta che diciamo spirito, o che pensiamo a questa idea, la quale non si può, come ho detto, definire altrimenti. Frattanto questo spirito, non essendo altro che quello che abbiam veduto, è stato per lunghissimo spazio di secoli creduto contenere in se tutta la realtà delle cose; e la materia, cioè quanto noi conosciamo e concepiamo, e quanto possiamo conoscere e concepire, è stata creduta non essere altro che apparenza, sogno, vanità appetto allo spirito. È impossibile non deplorar la miseria dell'intelletto umano considerando un così fatto delirio. Ma se pensiamo poi che questo delirio si rinnuova oggi completamente; che nel secolo 19.o risorge da tutte le parti e si ristabilisce radicatamente lo spiritualismo, forse anche più spirituale, per dir così, che in addietro; che i filosofi più illuminati della più illuminata nazione moderna, si congratulano di riconoscere per caratteristica di questo secolo, l'essere esso éminemment [4208] religieux, cioè spiritualista; che può fare un savio, altro che disperare compiutamente della illuminazione delle menti umane, e gridare: o Verità, tu sei sparita dalla terra per sempre, nel momento che gli uomini incominciarono a cercarti. Giacchè è manifesto che questa e simili innumerabili follie, dalle quali pare ormai impossibile e disperato il guarire gl'intelletti umani, sono puri parti, non mica dell'ignoranza, ma della scienza. L'idea chimerica dello spirito non è nel capo nè di un bambino nè di un puro selvaggio. Questi non sono spiritualisti, perchè sono pienamente ignoranti. E i bambini, e i selvaggi puri, e i pienamente ignoranti sono per conseguenza a mille doppi più savi de' più dotti uomini di questo secolo de' lumi; come gli antichi erano più savi a cento doppi per lo meno, perchè più ignoranti de' moderni; e tanto più savi quanto più antichi, perchè tanto più ignoranti. (Bologna. 26. Sett. 1826.). V. p.4219.”
“La materia pensante si considera come un paradosso. Si parte dalla persuasione della sua impossibilità, e per questo molti grandi spiriti, come Bayle, nella considerazione di questo problema, non hanno saputo determinar la loro mente a quello che si chiama, e che per lo innanzi era lor sempre paruto, un'assurdità enorme. Diversamente andrebbe la cosa, se il filosofo considerasse come un paradosso, che la materia non pensi; se partisse dal principio, che il negare alla materia la facoltà di pensare, è una sottigliezza della filosofia. Or così appunto dovrebbe esser disposto l'animo degli uomini verso questo problema. Che la materia pensi, è un fatto. Un fatto, perchè noi pensiamo; e noi non sappiamo, non conosciamo di essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia. Un fatto perchè noi veggiamo che le modificazioni del pensiero dipendono totalmente dalle sensazioni, dallo stato del nostro fisico; che l'animo nostro corrisponde in tutto alle varietà ed alle variazioni del nostro corpo. Un fatto, perchè noi sentiamo corporalmente il pensiero: ciascun di noi sente che il pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba; sente che egli pensa con una parte materiale di se, cioè col suo cervello, come egli sente di vedere co' suoi occhi, di toccare colle sue mani. Se la questione dunque si riguardasse, come si dovrebbe, da questo lato; cioè che chi nega il pensiero alla materia nega un fatto, contrasta all'evidenza, sostiene per lo meno uno stravagante paradosso; che chi crede la materia pensant
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elio fiore (Click:1200)

Incontro con un poeta:
Elio Fiore (1935-2002)
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Il giardino leopardiano e quello di Sartre (Click:1541)

Il giardino leopardiano e quello di Sartre
di Maria Grazie FORUM

Il rileggere la famosa pagina del giardino leopardiano in stato di souffrance mi ha fatto tornare in mente un'altra pagina molto particolare e, forse, simile. E' tratta da "La nausea" di Sartre e, anche se rifuggo, di norma, certi accostamenti anacronistici, vorrei proporla comunque come termine di discussione e di dialogo:
"... Se mi avessero domandato che cosa era l'esistenza, avrei risposto in buona fede che non era niente, semplicemente una forma vuota che veniva ad aggiungersi alle cose dal di fuori, senza nulla cambiare alla loro natura. E poi, ecco: d'un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l'esistenza s'era improvvisamente svelata. Aveva perduto il suo aspetto inoffensivo di categoria astratta, era la materia stessa delle cose, quella radice era impastata nell'esistenza. O piuttosto, la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso; la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice. Questa vernice s'era dissolta, restavano delle masse mostruose e molli in disordine - nude, d'una spaventosa e oscena nudità. Mi astenevo dal fare il minimo movimento ma non avevo bisogno di muovermi per vedere, dietro gli alberi, le colonne azzurre e il lampadario del chiosco della musica, e la Velleda in mezzo ad un gruppo di allori. Tutti questi oggetti...come dire? M'infastidivano: avrei desiderato che esistessero in maniera meno forte, in un modo più secco, più astratto, con più ritegno. Il castagno mi si premeva contro gli occhi. Una ruggine verde lo copriva sino a mezz'altezza; la corteccia nera e rigonfia sembrava di cuoio bollito. Il tenue rumore dell'acqua della fontana Masqueret mi scorreva dentro le orecchie e vi si faceva un nido, le riempiva di sospiri; le mie narici traboccavano d'un odore verde e putrido. Ogni cosa si lasciava andare all'esistenza, dolcemente, teneramente, come quelle donne stanche che s'abbandonano al riso e dicono: "ridere fa bene" con voce molle; le cose si stendevano l'una di fronte all'altra facendosi l'abbietta confidenza della propria esistenza. Compresi che non c'era via di mezzo tra l'inesistenza e questa sdilinquita abbondanza. Se si esisteva, bisognava esistere fin lì, fino alla muffa, al rigonfiamento, all'oscenità. In altro mondo, i circoli, le arie musicali conservano le loro linee pure e rigide. Ma l'esistenza è un cedimento. Degli alberi, dei pilastri blu-notte, il rantolo felice d'una fontana, degli odori acuti, dei piccoli cirri di calore che fluttuavano nell'aria fredda, un uomo rosso che faceva il chilo su una panchina: tutte queste sonnolenze, tutte queste digestioni prese insieme offrivano un aspetto vagamente comico..... E senza nulla formulare nettamente capivo che avevo trovato la chiave dell'Esistenza, la chiave delle mie Nausee, della mia vita stessa. Difatti, tutto ciò che ho potuto afferrare in seguito si riporta a questa assurdità fondamentale. Assurdità: ancora una parola; mi dibatto contro le parole; laggiù nel giardino, la toccavo, la cosa.... Io poco fa ho fatto l'esperienza dell'assoluto: l'assoluto o l'assurdo. Quella radice: non v'era nulla in rapporto a cui essa non fosse assurda. Oh! Come potrò spiegare questo con parole? Assurda: in rapporto ai sassi, ai cespugli d'erba gialla, al fango secco, all'albero, al cielo, alle panche verdi. Assurda, irriducibile; niente - nemmeno un delirio profondo e segreto della natura - poteva spiegarla. Naturalmente io non sapevo tutto, non avevo visto il germe svilupparsi e l'albero crescere. Ma davanti a quella grossa zampa rugosa, né l'ignoranza né il sapere avevavo importanza: il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell'esistenza...."
Non voglio assolutamente mettere qui in parallelo il giardino leopardiano anche se si potrebbero evidenziare degli spunti interessanti come, ad es., quello che mostra con ironia l'assurdità di quella posizione assunta da coloro che non accettano "l'arido vero"; qui, in questo giardino, sembra quasi di "toccare" le sensazioni soggettive e dei sensi stessi dell'autore mentre nell'"altro" giardino noi guardiamo attraverso gli occhi di Giacomo e tutto rimane come impalpabile e pur concreto e presente e vivo. Qui c'è solo esistenza, sembra quasi essere un passo in avanti dopo Giacomo (non nel senso di più valido ma come di un cammino che continua); la vita è ormai scomparsa, rimane la nuda esistenza alla quale il soggetto si abbandona "dolcemente, teneramente". E cos'è quella "spaventosa e oscena nudità" se non, ancora una volta, il nostro "arido vero"? L'assoluto e l'assurdo: quale dei due? E l'incapacità di "dire"? E la consapevolezza che il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell'esistenza?
Solo spunti forse poco azzeccati ma, a volte, il pensiero percorre strade nuove senza volerlo quasi.. Sto pensando scrivendo... Così è successo a me: questo è solo uno dei tanti rivoli che si affacciano alla porta della mia mente quando leggo Leopardi, quando leggo certi passi...
Ma nonostante Sartre sia più vicino a noi nel tempo, parli il nostro linguaggio, rispecchi una visione e un senso della vita che ancora possono ritenersi attuali (è sempre il mio modestissimo parere), nonostante sia così intensa questa presa di coscienza dell'assurdità del vivere, io mi aggrappo al mio Leopardi e vivo con lui, penso come lui, spero come lui; io credo che ci sia una vita e un'esistenza da vivere così come sono convinta che è meglio vivere pochi giorni che meramente esistere cent'anni. Penso che attimi intensissimi, quali a volte ci capita di vivere, valgano tutta un'esistenza. E guardo un giardino prima ridente e poi leopardiano e penso che forse c'è una via di mezzo tra "l'inesistenza e la sdilinquita abbondanza": è la VITA e questa non è un cedimento ma una vittoria... E' la VITA c'è ragazzi, vi assicuro (contro tutti quelli che la vorrebbero scomparsa dalla faccia della terra) e gli esempi che si potrebbero portare potrebbero forse apparire scontati o banali...
Cari amici (almeno quelli che hanno avuto la pazienza di leggermi) per stasera vi ho tediato abbastanza e vi chiedo perdono! Buon pomeriggio!
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LEOPARDI POETA ED UOMO DEMOCRATICO

Breve saggio sul pensiero politico di Giacomo Leopardi di G.PILUMELI


“Sapete ch’io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha fatti gli uomini all’infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non felici”.
Così scrive Leopardi a Fanny Targioni Tozzetti in una famosa.
Dunque la questione sembrerebbe liquidata, in maniera risoluta e definitiva. Se l’uomo è infelice sotto ogni forma di governo, risultano praticamente inutili la lotta politica ed ogni forma di organizzazione che tenti di migliorare la vita dell’uomo.
Niente di più sbagliato. Giacomo si interessa di politica ed abbastanza e, pur nella linea madre della certezza di quella che Timpanaro chiama fragilità biologica dell’uomo, si pone degli interrogativi e fornisce delle risposte che presuppongono “una vasta ed acuminata riflessione storico – politica degna di figurare tra i classici del genere, da Machiavelli a Tocqueville”.
Del resto, al pensiero politico di Leopardi è stato addirittura dedicato il sesto Convegno internazionale di Studi leopardiani svoltosi a Recanati dal 9 all’11 Settembre del 1984, i cui atti sono stati pubblicati in un volume edito da Olschki, Firenze nel 1989. Al convegno parteciparono numerosi studiosi, tra i quali ricordiamo Cesare Luporini, Bruno Biral, Elio Gioanola, Carmelo Musumarra ed altri.
Nella sua appassionata introduzione, l’autore dell’ormai celebre “Leopardi progressivo”, sottolinea “il risorgere dell’interesse politico in Leopardi nella sua ultima e ultimissima fase, indubitabile nei Paralipomeni, ma indubitabile anche nella Ginestra
Ma fu Sebastiano Timpanaro, nel lontano 1975, a trascinare Giacomo in mezzo ad una querelle politica, che vide il grande filologo, allora militante nel Partito Socialista di Unità Proletaria, in aperta polemica letteraria e politica con vasti settori della sinistra italiana, in special modo con i critici di scuola comunista. Erano i tempi appena successivi alle drammatiche vicende cilene, che portarono il segretario del Partito comunista italiano ad una riflessione da cui ricavò la convinzione, per la difesa dei valori democratici, della inevitabilità di una collaborazione tra comunisti e cattolici.
Dunque, sulla rivista “Belfagor” del marzo 1975, edita dalla casa editrice Olschki di Firenze, apparse la prima parte di un lungo articolo, poi raccolto in un volume dallo stesso titolo ormai introvabile, di Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani E Neomoderati Nella Sinistra Italiana”.
L’articolo si rifaceva ad un precedente di Romano Luperini, apparso sul numero precedente della stessa rivista, dal titolo: “Compromesso storico e critica letteraria”.
Dunque le due anime della sinistra, quella pronta all’incontro con la Democrazia Cristiana e quella più radicale, cosciente che nulla di buono avrebbe potuto venire alle sorti della classe operaia da quell’incontro, si scontrarono relativamente ai risvolti culturali che quel compromesso comportava.
“si sta delineando nella sinistra ufficiale italiana, e più particolarmente nell’area del PCI, una revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e dell’ideologia del primo Ottocento italiano…”
Timpanaro avvicina questa corrente marxista e revisionista alla corrente cattolica crociata che vedeva in Leopardi solo un poeta idillico, con in più, in questa, una tendenza di condanna e di forte dimensionamento ideologico del pensiero di Leopardi. Non a caso, il giudizio svalutativo investe anche “quei pochissimi minori che, vicini a lui per formazione ideologico-letteraria, non aspettarono la sua morte per intenderne la grandezza: primo fra tutti, come è ovvio, Pietro Giordani”.
Parallelamente al dimensionamento ideologico di leopardi, la sinistra marxista porta avanti un discorso di “entusiasmo sforzato” per l’opera del Manzoni, vista addirittura come uno scrittore rivoluzionario.
Secondo lo studioso, nel momento in cui la sinistra rivoluzionaria aderisce ad una forma di progresso borghese, scopre “..d’un tratto che il Leopardi, nemico di quel progresso, fu un antiprogressista tout court; e che in Manzoni si riveli…un modello di progressismo sociale da accettare come il più avanzato possibile per la sua epoca, o addirittura come tuttora valido;” .
Per Timpanaro, questa interpretazione del Manzoni è fuori dalla realtà, perché a detta dei suoi stessi propugnatori, essa è fondata solo sulla considerazione che protagonisti dei Promessi Sposi sono gli umili, i popolani Renzo e Lucia. Come se bastasse render protagonisti della storia gente del popolo per fare della storia stessa un’opera rivoluzionaria. Nella foga della loro corsa verso i compromesso, questi geniali critici della sinistra marxista dimenticano che persino uno dei loro padri si era pronunciato contro tale tendenza.
“Invano Gramsci (Letteratura e vita nazionale, pag. 73) aveva avvertito che il dare una parte di protagonisti a Renzo e Lucia, e il far partecipare alla vicenda tanti altri umili, non costituisce di per sé una prova del carattere democratico del romanzo, perché gli umili sono quasi sempre guardati paternalisticamente, con affettuosa ironia, sicché l’atteggiamento del Manzoni verso il popolo non è popolare- democratico, ma aristocratico” .
Come si vede, Timpanaro vede nella scoperta di un Manzoni democratico la scoperta del Partito Comunista Italiano della via riformista al potere, con l’accettazione della visione borghese della società. Ma non è questo il punto della nostra ricerca. L’abbiamo toccato perché l’accettazione della visione borghese, aborrita, come vedremo, dal Leopardi, porta ad un distacco violento dall’immagine del Recanatese nata nel 1947 coi famosi saggi di Binni e Luporini.
Secondo Timpanaro, al paternalismo aristocratico del Manzoni corrisponde, in Giacomo, “la simpatia con cui (…), in contrasto col disprezzo che ha verso i vecchi proprietari fondiari non meno che per i nuovi borghesi trafficanti, guarda sempre gli artigiani, i contadini, l’unico popolo di cui aveva conoscenza diretta (cfr. Cersare Luporini, pp. 265 s, 268; Walter Binni, La protesta di leopardi cit. pp. 265-275). Egli non pensa al popolo lavoratore come potenziale instauratore di un nuovo ordine sociale attraverso una rivoluzione. Ma non ha nemmeno, mai, la paura della rivoluzione; e, ciò che più importa, non è un populista: Nella sua valutazione del popolo come persone la cui vita si fonda sul vero e non sul falso non c’è l’idoleggia- mento della religiosità popolare…e non c’è neppure mai l’ironia paternalistica del Manzoni”.
Il discorso di Timpanaro, è così appassionato eppure così coerentemente lucido. L’antipolitico per eccellenza può dunque ben essere considerato il Poeta che parla del popolo in maniera così sentita e simpatica, senza il paternalismo religioso del Manzoni.
Il “reazionario” Leopardi manifesta nelle sue opere (Lo Zibaldone, la Ginestra, come vedremo), grande simpatia per i risultati della rivoluzione francese, ove in Manzoni la stessa rappresenta l’esempio sanguinoso dell’intervento popolare sulla Storia.
Vogliamo qui affermare che il poeta filosofo di Recanati era un grande democratico. Egli è convinto che nessun regime può dare la felicità né all’individuo né alle masse, ma da qui non si può arrivare a negare che il suo pensiero si sia adoperato nella ricerca di un tipo di società in cui la sorte dell’uomo potesse essere alleviata, potesse essere “migliore”.
Ci sorreggerà, in questa visione, la letture delle Opere di Giacomo, i canti e lo Zibaldone in special modo. Citeremo pochi ma significativi passi, come quello sulla moneta che sembra così profetico, nella sua lucida visione.

“Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e discendete fino all'ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d'ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità”.

Ben risalta qui come Leopardi insista sul principio di eguaglianza, convinto di quanto il progresso sia inumano quando viene a fondarsi, anche ai fini dell’incivilimento, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Indicativo di questa visione è pure quel passo da cui traspare sì la mania leopardiana del mangiare da solo, ma motivata da una visione democratica dei rapporti sociali.

“Ma i nostri servitori sono nostri uguali. Ed è bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo, ogni menoma parola o pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a nostro disfavore; non ci diamo cura alcuna di quelli dei servitori in quel tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo ben certo quali sieno intorno di noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene fermi e oziosi a sedere in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che attualmente si trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo molti dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo alcuno, i piaceri della tavola”.
(7. Apr. 1827.)

Nei canti è continua e visibile la simpatia con cui Leopardi guarda alla povera gente, ai lavoratori: Silvia, Nerina, gli artigiani. Come ben dice Timpanaro, il poeta di Recanati tende alla “abolizione delle due culture, una per la classe dominante colta e l’altra per la classe oppressa, alla quale non solo i moderati toscani, ma nemmeno Voltaire, e nemmeno i borghesi avanzati del secolo XIX avrebbero mai acconsentito”.

“Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;”
Ove il suono dell’artigiano riecheggia vivo, là ove tutto richiama all’inesorabile scorrere del tempo ed alla conseguente rovina.
Oppure, rivolto a Silvia, la ricorda intenta nella sua attività fisica
“Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.”
Le opere di Leopardi sono piene della sua simpatia per i popolani e del suo rimpianto per non essere da loro compreso, per non essere considerato uno di loro.
E quanto affetto e considerazione non mostra il poeta per l’attività fisica, l’unica che possa preservarci dalla noia?
“Ancora potremmo affermare che la fatica del corpo può ammortizzare i mali dell’anima”?
In Leopardi, l’attività fisica distoglie l’uomo dai mali oscuri che tormentano gli intellettuali, gli uomini di pensiero.
“lo spettacolo della vita occupata, laboriosa e domestica, sembra lo spettacolo della felicità”.
E sicuramente, pensa Leopardi, per vivere tranquilli, bisogna essere occupati in un’attività fisica.
E veniamo alle dissertazioni sui sistemi politici.
Leopardi li esamina tutti, di tutti elenca pregi e difetti ma, tra tutti predilige il sistema democratico, ove gli uomini siano tutto eguali e loro principale preoccupazione sia il bene comune.

Innanzi tutto, un’affermazione lapidaria: “La perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà” . Non vi può essere squilibrio di potere tra i detentori del potere stesso, pena la decadenza della democrazia.
Ed in democrazia i meriti, i principi per governare consistono nel merito e nella stima che si riscontra nel popolo governato.
Poi Leopardi elogia gli antichi legislatori, i quali “proibivano le ricchezze, gastigavano chi possedeva troppo più degli altri”.
Come non pensare alla situazione odierna di certe nazioni che pure sono nate democratiche eppure rischiano la deriva autoritaria proprio perché i detentori del potere rappresentativo sono troppo ricchi e troppo potenti, detenendo nelle loro mani, oltre tutto, il potere, nuovo e tremendo del mass media?
“Colle ricchezze, il lusso, le aderenze, la coltura degl'ingegni, la troppa disuguaglianza delle dignità, ed onori esteriori, del potere ec. ed anche la sola eccessiva sproporzione del merito e della pura gloria, perirono, e sempre periranno tutte le democrazie.”
Non solo, ma per conservare la libertà e la democrazia “quelli che hanno conseguita la detta superiorità, sia di gloria, sia di uffizi e dignità (giacchè quella di ricchezze, e altri tali vantaggi, non ha luogo finchè dura nella repubblica l'influenza della natura), non se ne abusino, non cerchino di passar oltre, sieno contenti, anzi impieghino il poter loro a mantener l'uguaglianza e libertà, si comunichino agli altri, diminuiscano l'invidia de' loro vantaggi col fuggire l'orgoglio, la cupidigia”

Ed ancora “L'uomo è naturalmente, primitivamente, ed essenzialmente libero, indipendente, uguale agli altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente all'idea della natura e dell'essenza costitutiva dell'uomo, come degli altri animali.”
Libero, indipendente, uguale agli altri. Se ci pensiamo bene, non è un pensiero in libera uscita ma direttamente conseguente alla negazione dell’innatismo.
“. Idee precisamente innate non esistono in alcun vivente, e sono un sogno delle antiche scuole”.
Non essendoci idee innate, ma formandosi esse mediante l’assuefazione, va da sé che tutti gli uomini nascano eguali.
“Dunque io non riconosco negli individui veruna differenza di naturale disposizione ed ingegno a riconoscere e sentire il bello ed il brutto ec.? Anzi la riconosco, ma non l'attribuisco a quello a cui si suole attribuire: cioè ad un sognato magnetismo che trasporti gl'ingegni privilegiati verso il bello, e glielo faccia sentire, e scoprire senza veruna dipendenza dall'assuefazione, dall'esperienza, dal confronto;”
Per difendere la perfetta eguaglianza, bisogna che gli uomini più capaci al comando si mettano a disposizione del popolo.
E dunque, uno stato democratico deve essere “favorevolissimo alle illusioni, all'entusiasmo ec. uno stato che esigge grand'azione e movimento: uno stato dove ogni azione pubblica degl'individui è sottoposta al giudizio, e fatta sotto gli occhi della moltitudine, giudice, come ho detto altrove, per lo più necessariamente giusto; uno stato dove per conseguenza la virtù e il merito non poteva mancar di premio; uno stato dove anzi era d'interesse del popolo il premiare i meritevoli, giacchè questi non erano altro che servitori suoi, ed i meriti loro, non altro che benefizi fatti al popolo, il quale conveniva che incoraggisse gli altri ad imitarli; uno stato dove, se non altro, e malgrado le ultime sventure individuali, non può quasi mancare al merito, ed alle grandi azioni il premio della gloria, quel fantasma immenso, quella molla onnipotente nella società; uno stato, del quale ciascuno sente di far parte”.
E passiamo alla Ginestra.
Nel canto, l’uomo, “nulla al ver detraendo” non accusa altri uomini della sua infelicità, ma la vera colpevole, la Natura.
E così l’umana compagnia abbraccia tutti gli uomini con vero amore in una confederazione contro la comune nemica, cosciente che solo in questo modo possa esserci progresso sia pure nell’inevitabile stato di sofferenza.
"per cui solo / Si cresce in civiltà, che sola in meglio / Guida i pubblici fati"


Giuseppe Pilumeli
Nato a Barrafranca il 28/3/1947.
Impiegato comunale, aspirante contadino.
Appassionato di Leopardi.
http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com


note
Lettera a Fanny Targioni Tozzetti del 5.12.1831, Epistolario, a cura di FRANCO BRIOSCHI e PATRIZIA LANDI. Bollati Boringhieri, Torino. 1998, pagina 1852.
Giacomo Leopardi. La strage delle illusioni, a cura di MARIO ANDREA RIGONI. Adelphi, Milano 1992. Quarta di copertina.
CESARE LUPORINI, Introduzione al pensiero politico di Giacomo Leopardi, in atti del convegno. In “Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopard”i, Olschki Firenze 1989, pagina 19.
Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana” In Belfagor, cit. 1975, pagina 129.
Ivi pagg. 129 – 130.
Ivi, pag. 130
Ivi pag. 132.
Ivi, pag. 135.
SEBASTIANO TIMPANARO, Antileopardiani, cit. pagg. 192-193.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, Pag. 16.6.1821
Zibaldone, opera citata, pag.
SEBASTIANO TIMPANARO, Antileopardiani e neomoderati cit. pag. 193
GIACOMO LEOPARDI, I Canti: La sera del dì di festa, vv. 25-27
GIACOMO LEOPARDI, ivi: A Silvia, vv. 10-12
LORETTA MARCON - GIUSEPPE PILUMELI, L’eroe sportivo, Universum Edizioni, Trento 2005, pag. 18
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, pp. 172-173 del 23 luglio 1820.
Zibaldone. 4529, 24.3.1827




Zibaldone, pagina 443.
Zibaldone, pag. 1190

La Ginestra, verso 115
La Ginestra vv. 75-77.
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La "Ginestra" a modo mio... (Click:1515)

La "Ginestra" a modo mio...
La Canzone (almeno nella sua parte iniziale) è dominata, a mio parere, da un dualismo molto forte che si manifesta nelle immagini dipinte arditamente a colori forti ed in modo tale da presentarsi immediatamente agli occhi di chi legge.
Il binomio luce/tenebre, presente nel versetto giovanneo posto in epigrafe (sul quale si potrà ritornare), è presentato tutt'intero nella figura dello "sterminator Vesevo". Possente montagna dall' "arida schiena", afflitta da "impietrata lava" e da serpi che s'annidano e si contorcono; paesaggio desolato abbellito solo da "cespi solitari" che spandono intorno un aroma profumato. Nessun altro fiore, nessun altro cespuglio vive nella desolazione.. Solo la ginestra già veduta e odorata a Recanati: solo questi steli adornano il capo vuoto di quel re possente e addormentato. Non si lamenta, no, quel fiore ad esser solo: esiste e si contenta di essere, felice di essere insieme ad altre gialle corolle che le crescono accanto..
Così, camminando e fermandosi un attimo per chiudere gli occhi si può ripensare e cercare di vedere con lo sguardo della mente i grandi preziosi giardini e i magnifici palazzi che giacevano un tempo ai piedi dell'altero monte, ben degni della sua possanza.. Ma poi riaprire gli occhi ed osservare la rovina di tutto, proprio là, dove sorgono quei cespugli gialli e odorosi che sembrano cullare colui che osserva e pensa e rivede.. Così il deserto è meno deserto e mostra che sì c'è una speranza di vita.. Ma cosa sono degli steli profumati, cosa sono quelle piccole corolle che ondeggiano alla brezza notturna? Tutto è nero d'intorno, esse solo sono piccole luci accese nella notte.. Ma ci sono, pur piccole e selvagge..
Andiamo, allora, dunque, noi che crediamo l'uomo invincibile a tal punto da credersi immortale, andiamo a vedere cos'è questo piccolo essere di fronte alla natura che in un attimo può cancellare tutto ciò che egli ha creato. Questo è il progresso? Questa la magnificenza della scienza?
Guardatevi uomini di oggi (2006) e specchiatevi alle falde di un vulcano addormentato, nei resti di un maremoto, in ciò che un terremoto cancella in un attimo... Che dite allora, uomini? Dov'è la vostra grandezza?
Perché abbandonare la vera strada che indica ciò che l'uomo è? "Perché amare le cose vane"? (Salmo 4) Quale sarà la via? Quale per camminare nella luce? Perché scegliamo le tenebre? Perché dimentichiamo che "solo un soffio è ogni uomo che vive,/come ombra è un uomo che passa;/ solo un soffio che si agita,/accumula ricchezze e non sa chi le raccolga. " (Salmo39)
L'umiltà della creatura non è "piegare il capo renitente", è, invece, il coraggio di continuare nella consapevolezza della vanità di ciò che si crede progresso e che, invece, è regresso...ma nella coscienza di essere, appunto, creatura e non dio...
di MariaGrazia FORUM
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