| Io invece lessi tanti anni fa un libro di poesie dello sconosciuto abate vicentino Girolamo Velo, seconda metà del settecento, e alcune di queste poesie ricordavano molto sia nella forma che nei contenuti quelle magari più giovanili di Jacques. In particolare (ma è passato tanto tempo) me ne colpì una in cui l'abate in preda a tormenti protoromantici correva su per i monti, poi si fermava sull'orlo di un dirupo e da lì, osservando l'abisso, si metteva a riflettere sull'infinito in cui sprofondava la sua anima inquieta ecc. Da qualche parte (non mi metto a cercarlo adesso) nello Zibaldone Giacomo lo cita, quindi l'ha letto. Questo per dire che gli ermi colli, le solitudini e gli infiniti non li ha certo inventati Giacomo. Erano gli argomenti preferiti della poesia del suo tempo, che ovviamente lui leggeva. E d'altronde, il genio si nota proprio in questo, che prendendo (inevitabilmente) spunto da quelli che sono i topoi letterari dell'ambiente in cui vive, crea qualcosa di così potentemente personale da imporsi e mettere in ombra predecessori e contemporanei. Scandalizzarsi perchè qualcuno dice che le poesie di Giacomo assomigliano, anche molto, a quelle di qualcun altro è decisamente miope! |