Stazio, Lorè, scusa se non ho udito subito la tua invocazione, ma in questo periodo il Diritto del Lavoro è una bestia nera. Comunque ti aiuterò adesso confutando la giovae Simone, che io ammiro, ma che stavolta ha toppato alla grandissima. Giovane amica ascolta questo argomento: Io prendo un flauto, strumento musicale, e comincio a soffiarci dentro in ogni modo possibile, forte, piano, come si vuole, alla rinfusa. Che cosa esce da questo strumento? Rumore. Che cos'è la musica? E' un'arte. Quest'arte su cosa si basa? Su regole precise di ritmo e di tono. Così si sviluppa e si espande l'arte, e perciò è BELLA. LA POESIA è un'arte anch'essa, e simile alla musica più di quanto non si creda (in Grecia è nata ed era accompagnata dagli strumenti musicali, in origine). Ma non voglio divagare. La poesia è un'arte perché possiede (possedeva, ahimè) delle regole, e queste regole facevano l'Artista, ecco. L'Artista scopre le regole, se ne serve. NON TUTTI sono artisti perché non tutti possiedono questa padronanza. Altrimenti sremmo tutti artisti, e io potrei comprarmi un clarinetto da strimpellare e dirmi MUSICISTA. Ma ecco un passo tratto da alcuni argomenti sulla poesiache scrissi una volta, che forse può chiarire di più il mio pensiero:
Che cos’è la poesia?
Il verbo greco ποιέιν (poièin), donde il termine “poesia” appunto deriva, significa
“fare / costruire”. Ecco, bisogna centrare l’attenzione proprio sul concetto di “costruzione”. Il più grande errore della modernità consiste nel credere in una sostanziale occasionalità del componimento poetico, dunque una tensione alla brevitas a tutti i costi, dunque in una piena libertà di schemi.
Mi si potrebbe obbiettare che l’ispirazione mentale pura (intuizione momentanea), necessita di una registrazione veloce, che non passa quasi affatto da un piano estetico - visivo, ma che si imprime direttamente sull’inchiostro “così com’è”. Per dirla con linguaggio pittorico, si crea un’impressione, priva di eccessive mediazioni e raffinazioni. Io sono sostanzialmente d’accordo per quanto riguarda l’ispirazione e l’intuizione, non sono d’accordo sul fatto che la materia mentale in cui è rimasta invischiata l’impressione debba rimanere, per così dire, allo “stato brado”. Io dico che, pur rimanendo alla purezza del pensiero originario, c’è bisogno di una “educazione” dello stesso.
L’ “ideologia della chiarezza”, della quale mi faccio fautore e promotore è la spada da contrapporre all’ermetismo ormai esasperato che inquina da molto tempo la poesia.
La poesia ha un compito didascalico, che è quello che, in effetti, da sempre si è assunta. La poesia deve avere salde basi nella realtà, deve cercare di spiegarla, comprenderla, non rincorrendo fantomatici mondi iperuranici. La poesia deve, con occhio attento, spiegare il presente, l’effettualità degli avvenimenti concreti, consapevolmente e fortemente, criticamente. La poesia deve cantare il vero, trarre la sua forza vitale dal vero che la contiene. Perché questo sia possibile la poesia deve ritornare sul Parnaso, donde è stata tratta di forza. La poesia deve ritornare alla sua forma originaria e forte, solida, di classica impeccabilità, pena la sua banalizzazione. Ma la poesia è ancora quel miele asperso sull’orlo del bicchiere per far sì che il bambino malato ingerisca l’amara medicina. E così, la musica e il ritmo devono ritornare, la metrica deve ritornare; ma di questo ci si occuperà più avanti.
Oggi la poesia mondiale (se esiste o aspirante a esser tale) vive un appiattimento vergognoso; si bea di suggestioni (non si può parlare di contenuti) sempre uguali e standardizzati.
La poesia è sostanziale equilibrio tra forma e contenuto (tra metrica e argomento), e non squilibrio. Porre l’accento unicamente sul contenuto o solo sulla forma è qualcosa di assai abominevole, è qualcosa di vuoto. Forma e contenuto si completano e si compenetrano a vicenda. L’ermetismo più crudele è squilibrio e basta, è qualcosa di informe, dacché né forma né contenuto sono chiaramente rintracciabili, né rintracciabili alquanto. Per questo ci corre incontro la classicità, con la sua armonia di essenza.
Noi non auspichiamo una passiva ripetizione, una copia inconsapevole degli schemi classici, tematici o metrici che siano, bensì un riadattamento, consapevole e personalizzato, alle esigenze del mondo moderno. Non si può più fuggire, non ci si può più rifugiare all’ombra della voluttà del pensiero criptico, di un vagheggiato mondo “altro” che non esiste, all’ombra cioè del disimpegno. Noi canteremo la realtà così com’è, come vorremmo che sia, come vorremmo insegnare che sia. Al nostro fianco, sempre presenti, pur come labili ombre, i grandi ci accompagneranno nella nostra missione. Noi indurremo di nuovo la riflessione sul presente, sul dolore se necessario, non ci faremo ennesimi fautori della fuga vigliacca fino ad oggi perpetrata. La società ha più che mai bisogno di una voce forte che l’aria sferzi di verità.
E il poeta possiede ancora la verità.
Spero di averti un po' persuaso, Simone. |